Visualizzazioni totali

24 maggio 2017

Le diverse percezioni dei luoghi geografici:


All'amica più fantastica che io abbia mai avuto; ragazza saggia, forte, determinata, concreta e dotata anche di un animo delicato in grado di apprezzare la bellezza delle cose semplici.


Forse, se vivete più o meno dalle mie parti, avete avuto modo di partecipare a qualche tappa della tredicesima edizione del Festival Biblico (19-21 maggio 2017).  Alcune iniziative erano davvero belle e pensate che il tema presentato e illustrato, in molte di loro, era proprio il viaggio.
Io ho partecipato a tre tappe. La prima era una lezione di un biblista sul tema del viaggio in Genesi ed Esodo.
La terza tappa era la visione del film "Lion", appena recensito su questo blog, e la seconda... ah beh, la seconda me la sono goduta con una mia cara amica! Si trattava sostanzialmente di uno spettacolo musicale sui neri d'America, di grande rilevanza storica e dai testi (recitati e cantati) molto poetici.

E' stata un po' un'avventura per noi ragazze arrivare sulla sommità della collina di San Zeno in Monte dopo aver affrontato il traffico cittadino; cioè, lo è stata soprattutto per me.

Tenete presente che ero io che guidavo e, avendo anche la responsabilità di proteggere la vita di una figlia unica come me (che anagraficamente tra l'altro potrebbe essere la mia sorella maggiore, e magari lo fosse davvero!), ero piuttosto tesa.

E come mai il titolo sembra riferirsi a qualcosa di diverso di uno spettacolo gospel?
Lo scoprirete leggendo...


AD ALI SPIEGATE... VERSO LA LIBERTA'!

Ho incollato una parte dello spettacolo. E' un video che ho trovato su YouTube, se avete voglia potete vedere il resto, vi assicuro che c'è tutto!
Il tono narrativo è come quello di una favola, come quello che Baricco ha adottato per scrivere il suo romanzo "Seta".


Sul sito del coro ho trovato un commento allo spettacolo che ho incollato qui sotto:

"Come può un corpo che lavora chino su un campo per 10 o 15 ore al giorno, lontano da casa, ridotto in schiavitù come una bestia, come può questo corpo avere ancora voglia e fiato per cantare?
Forse quel corpo straziato in effetti la voglia non l’avrebbe, se non fosse per la spinta che gli arriva dall’interno, se non fosse per l’anima, che ancora spera, che comunque prega, che nonostante tutto canta.
Coprendo con il termine di “missione evangelizzatrice” le piaghe che infligge all’uomo nero, l’uomo bianco gli parla di Gesù, della croce e, forse per far tacere improbabili sensi di colpa, gli racconta le storie della Bibbia, di Mosè, di Abramo, di Isacco, di Giacobbe. 
E l’uomo nero, invece di mandarlo alla malora, lui e la sua Bibbia, ci crede, anzi vuol saperne di più e tra le righe del Vecchio e del Nuovo Testamento legge anche la sua storia di deportato, di esule, di schiavo e sente che anche per lui si apre la porta di una speranza: se Dio ha liberato il popolo ebreo dalla schiavitù d’Egitto, libererà anche il suo popolo.
E quella vicenda orrenda di schiavitù, di tratta umana, di commercio di braccia e mani, di cui l’uomo europeo cristiano si macchia, senza vergognarsene e pentirsene mai abbastanza, produce un frutto inaspettato e paradossale: il canto spiritual. E così lo schiavo nero insegna al padrone bianco cosa significhi essere davvero cristiano, sublimare la sofferenza con la fede, farsi davvero come Cristo in croce portatore di senso e di speranza, anche in mezzo allo sporco degrado delle catene."

Il lungo viaggio oltreoceano, i maltrattamenti, l'approdo sulla terra e il duro lavoro sono visti con gli occhi di Emma, una bambina figlia di genitori africani che nel corso della storia diventa donna e assiste alla guerra civile americana (1861-1865).


La deportazione dei neri africani in America da parte degli europei lungo tutta l'età moderna e anche nel corso del XIX° secolo... 

E' un argomento che ho studiato bene sia in storia al Liceo che in geografia umana all'Università. Non mi metterò a descriverlo.
Questo spettacolo è stata la scintilla che mi ha spronata a riflettere sulla nozione di "luoghi contestati", ovvero, su tutti quei luoghi di questo pianeta che due diversi gruppi etnici 
vedono in modo completamente diverso.

Pensate, in questo caso, all'America dei secoli precedenti: per i neri era un luogo dove subivano fatiche, travagli, soprusi, dove lavoravano duramente, crudelmente strappati dalla lora calda e polverosa Africa. 
Per i bianchi invece, l'America era un continente splendido dal punto di vista naturale, le cui risorse dovevano essere certamente sfruttate; ma senza minimamente considerare che chi aveva la pelle nera era anch'egli un essere umano dotato di cuore e cervello, non un verme.
Quindi vedete: due concezioni radicalmente diverse sullo stesso luogo.

Così scrive la studiosa inglese Doreen Massey a proposito dei luoghi contestati: 

"Le identità dei luoghi sono un prodotto delle azioni sociali e del modo in cui le persone se ne danno una rappresentazione. Sono le persone stesse a fare i luoghi, ma non sempre in circostanze di loro scelta. (...) Le identità del luogo vengono spesso disputate, a volte da gruppi che vivono nel medesimo luogo, a volte da "persone dentro" e "persone fuori".

Quel capitolo di geografia umana me lo ricordo benissimo! Vi faccio due esempi:


A) LA VALLE DEL WYE (Galles):


Ventitré anni fa, il progetto di realizzare una fattoria destinata ad attrarre turisti aveva scatenato le reazioni di protesta di un gruppo di artisti e scrittori residenti nella valle contro gli agricoltori di più lunga residenza.
Nella valle del Wye infatti vivevano (e vivono ancora) alcuni pittori e scrittori che consideravano la costruzione della fattoria uno sfregio del paesaggio collinare.
Il piano degli agricoltori prevedeva di edificare una fattoria che fosse anche punto di vendita di bestiame con ristorante annesso e con un negozio di artigianato.
Ma gli intellettuali si erano opposti, dal momento che vedevano quello stesso luogo come un ambiente in cui ritirarsi per ricercare la quiete dell'animo e la pace interiore, sensazioni che di solito non si possono trovare in ambienti urbani.
Insomma, le loro idee sulla valle del Wye sono permeate di dolcezza "wordsworthiana" (io adoro il poeta William Wordsworth!), un romanticismo poetico che ha instaurato nelle loro menti una concezione distorta sulla storia del luogo geografico ritenuto da sempre incontaminato dall'industria e dalle attività umane.
In effetti, se si considerano certe circostanze storiche, si comprende che la valle nel XV° secolo era stata industrializzata con metallurgia e lavorazione di carbone.

Qui, come potete comprendere, abbiamo due gruppi, ma non due diversi gruppi etnici, bensì due diverse concezioni del luogo dovute a stili di vita completamente differenti.
Non credo comunque che gli artisti l'abbiamo avuta vinta. Consentitemi di affermarlo dal momento che sono artista anch'io, ma se c'è una forma d'arte davvero capace di esaltare la bellezza della natura, quella è proprio la poesia.
Il punto è che bisogna anche lasciar vivere chi, concretamente e con fatica fisica, trae dal terreno delle risorse utili all'economia. Non si può chiedere agli agricoltori di evitare l'utilizzo di trattori e di macchine rumorose soltanto per soddisfare la propria voglia di tranquillità.

 Io sono una scrittrice che vive in campagna. Ma non mi danno fastidio i rumori delle macchine agricole. Cammino in mezzo ai campi quasi ogni giorno (spesso in compagnia del mio unico costante corteggiatore, ovvero, il mio gattone domestico!) e a volte mi siedo sull'erba e scrivo o medito all'ombra degli ulivi.
Mi sembra dunque che sviluppo agricolo e ricerca estetica possano benissimo coesistere, almeno dal mio punto di vista!

B) ELVEDEN (Inghilterra): 


Elveden è un paesino dell'Inghilterra Orientale. Poche case, prati verdissimi, un vasto cimitero.
Eppure, è luogo di pellegrinaggio per i Sikh, sin dagli anni Sessanta.  Come mai?
Perché sono convinti che il loro ultimo maharajah sikh, ovvero, Duleep Singh sia sepolto nella chiesa parrocchiale di Elveden. In effetti, la tomba del marajah e quella di sua moglie si trovano proprio tra le lapidi del cimitero.
E qui devo tracciare alcune notizie biografiche di questo personaggio:
Duleep Singh si convertì al cristianesimo a dodici anni. Dopo aver ceduto i suoi diritti al regno a favore della Gran Bretagna, entrò al servizio della Regina Vittoria e si stabilì in una tenuta nei pressi di Elveden.
I Sikh sostengono che il maharajah, negli ultimi anni di vita, abbandonò il cristianesimo per riconvertirsi al sikhismo e, proprio a causa di ciò, mentre progettava anche di ritornare nella sua regione nativa indiana, venne arrestato e ucciso dagli inglesi.

Ogni weekend, gli inglesi di Elveden vedono pullman turistici dai quali scendono decine di Sikh per onorare la tomba di Duleep. E questo dà loro un gran fastidio, perché questo strano popolo li tormenta tutte le settimane chiedendo indicazioni per raggiungere il cimitero e la chiesa.
Circa trent'anni fa, quando alcuni sikhisti erano entrati nella chiesa di Elveden, diversi abitanti di questo piccolo villaggio, oltremodo scandalizzati, si erano rivolti al parroco per far riconsacrare la chiesa.
Tenete presente che qui la ragione non è da nessuna delle due parti:

- I Sikh hanno alle spalle una lunga storia come alleati dell'Impero britannico. Quindi gli inglesi farebbero meglio a reprimere il fastidio e la diffidenza nei confronti di un pellegrinaggio che è non solo un diritto culturale ma anche un desiderio di memoria storica, però hanno ragione a lamentarsi della maleducazione di alcuni sikhisti che lasciano rifiuti per il cimitero.

- I Sikh hanno il diritto di visitare la tomba del loro ultimo maharajah, hanno il diritto di essere  accolti gentilmente da un popolo molto diverso da loro. Però,  in segno di civiltà, dovrebbero lasciare i luoghi di una terra straniera belli e puliti come li hanno trovati!

Allora, anche qui abbiamo due gruppi, diversi dal punto di vista religioso, etnico, culturale.
Da una parte ci sono gli abitanti di Elveden, attaccati al concetto di "Englishness", che mal tollerano il fatto che il loro paese sia meta di pellegrinaggio. Vogliono escludere tutti coloro che non sono nativi dell'Inghilterra. I Sikh, per loro, sono degli "immigrati fastidiosi e rumorosi".

Dall'altra ci sono i Sikh, profondamente consapevoli (molto più degli inglesi) del fatto che Duleep possedeva una doppia identità culturale: era sia un aristocratico inglese sia un indiano nelle abitudini di vita.

E' molto complesso il concetto di "luogo contestato". La valle del Wye ed Elveden non sono gli unici due.
In un certo senso, anche l'Europa lo è. Pensate agli immigrati che ogni giorno sbarcano sulle coste siciliane.
Per loro, il nostro stato è un posto in cui far crescere concretamente delle speranze di una vita migliore. Anzi, l'Europa stessa è vista come sorgente di ricchezze e di benessere.
Noi vediamo il nostro continente in preda a una crisi economica abbastanza generalizzata, che rende precario e incerto il futuro delle giovani generazioni. E' anche per questo, oltre che per motivi di differenze di stile di vita, che molti europei vedono con diffidenza l'arrivo degli extracomunitari.
Io oramai vedo l'Europa come un luogo in cui c'è anche un grave crisi di valori morali, in cui i giovani della mia età non vengono ascoltati dagli adulti e si riempiono del vuoto e, essendo perennemente connessi, molti miei coetanei non sanno più che cosa significa essere amici, non sanno più apprezzare la bellezza di un sole che tramonta in riva al mare, non sanno distinguere il reale dal virtuale... e questo a volte mi crea una tristezza e un'angoscia infinita.






















23 maggio 2017

"Lion"- la strada verso casa:


Film stupendo e commovente, e, sebbene recentissimo, è già candidato a una serie di premi. 
E' una storia vera davvero sorprendente!

India, ultimi anni Ottanta.
Saroo (pronunciato in hindi "Sheru") è una bambino di appena cinque anni che vive in un povero villaggio rurale con la madre bracciante e il fratello maggiore Guddu.

Con il fratello ha uno splendido rapporto, perché praticamente vivono in simbiosi trascorrendo le giornate in compagnia, tra gioco e lavoro.
La loro differenza d'età è piuttosto rilevante: Guddu è già adolescente; e in effetti, nel film dimostra al massimo 15 anni, Saroo invece è proprio un bambino.

Saroo, sebbene decisamente piccolo, dimostra di essere dotato di un gran cuore: aiuta la madre a trasportare le pietre e vuole sempre accompagnare Guddu al lavoro.

Permettetemi già una considerazione, che magari potrebbe risultare piuttosto antipatica: come sono diversi i bambini dei paesi poveri da quelli italiani!
In India, indipendentemente dall'età, aiutano a lavorare e aiutano nelle faccende domestiche e senza lamentarsi mai. Saroo ha sempre il suo bellissimo sorriso sulle labbra, nonostante non possa avere dei giocattoli adatti alla sua età.

In Italia invece i bambini piccoli sono degli specialisti in capricci e, quello che io trovo triste, è che sempre più negli ultimi anni i bambini italiani tengono in mano smarthphone e I-pad, strumenti che, alle soglie del 2000, cioè prima che io andassi alle elementari, non esistevano.

Una sera, Saroo accompagna Guddu al lavoro, con la sincera volontà di aiutarlo.
Ma si addormenta durante il viaggio in treno.


Una volta scesi, Guddu lascia il fratellino mezzo addormentato su una panchina della stazione, raccomandandogli di non muoversi fino al suo ritorno...
Ma non puoi pretendere che un bambino di quell'età stia fermo, da solo e per alcune ore sempre nello stesso posto!

Sapete com'ero io a cinque anni?
Iperattiva, questo è il termine giusto. Almeno lo ero alla materna.
Ricordo bene infatti che non riuscivo a stare in una stanza per più di dieci secondi. Non mi piaceva la scuola all'epoca.
Stavo nelle aule molto meno tempo rispetto agli altri bambini, ero sempre o in cortile, o in corridoio, o in braccio alla bidella o in compagnia di un bambino affetto da gravi disabilità psico-fisiche.
Era l'unico bambino con cui riuscivo a relazionarmi. Qualche volta lo aiutavo a mangiare e, quando lo vedevo, lo abbracciavo e lo coprivo di baci. E, nonostante non potesse parlarmi, spalancava la bocca in un immenso sorriso che rendeva bella la mia giornata.
Una grande sensibilità d'animo ce l'avevo anche allora!
Cioè, ero decisamente difficile da gestire, ma ero dolcissima comunque.

Ad ogni modo, dopo un breve sonno, Saroo si risveglia chiamando il fratello. Si alza dalla panchina, e, per cercarlo meglio, entra nello scompartimento di un treno aperto, di un treno che parte a tutta velocità e che per due giorni non si ferma, portando nella grande metropoli di Calcutta il suo unico passeggero, ovvero, un bambino spaventato e disperato.

Saroo si ritrova in una città caotica, disordinata, dai grandi condomini e dal traffico intenso.
Per di più, all'inizio nessuno parla il suo idioma, cioè l'hindi. A Calcutta la variante linguistica più diffusa è il bengali.
Sono tristissimi i momenti in cui Saroo chiama il fratello nel percorrere la grande stazione della metropoli indiana più conosciuta.

Devo dire che a Calcutta il bambino a un certo punto corre il grave rischio di essere venduto da una donna a un signore che molto probabilmente lo avrebbe avviato alla prostituzione maschile.
Io leggo molto e mi informo, quindi non crediate che siano soltanto le bambine oggetti di mercificazione e di violenze sessuali!
In molti paesi africani e anche in stati asiatici come India, Pakistan, Myanmar purtroppo si fanno violenze di quel genere anche ai bambini maschi.
E a me vengono i conati di vomito soltanto a pensarci!
Vorrei proprio farmi spiegare da un pedofilo che cosa c'è di sessualmente attraente in un bambino.



Per me il bambino, anzi, ogni bambino, è un fiore profumato e delicato che deve essere innaffiato ogni giorno e accarezzato lievemente. Ogni bambino è un fiore che, di giorno in giorno, compie il lento ma bellissimo cammino della trasformazione in frutto. 
Non si possono rovinare i bambini!
Deve esistere l'inferno, deve; almeno per i pedofili e per i dittatori sanguinari!





Ad ogni modo, credo che i bambini abituati a vivere in condizioni di povertà sviluppino assai precocemente la percezione del pericolo perché, poco prima di essere venduto, Saroo riesce con successo a fuggire dall'appartamento della donna a contatto con i pedofili.

Rinchiuso pochi mesi dopo in un orfanotrofio, Saroo viene adottato da Sue e John, un coppia di australiani che si prendono cura anche di un altro bambino indiano, Mantosh.

Il film evidenzia molto bene i diversi atteggiamenti dei due bambini nei primi tempi dell'adozione:
Saroo è descritto dai due coniugi un "bambino tenerissimo" e in effetti, quando gli mostrano la cucina, la televisione, il divano e la vista sul mare dalla finestra del salotto, Saroo appare tranquillo e anche sorridente.

Mantosh invece, nel suo primo giorno in Australia, scoppia in una violenta crisi di nervi: urla, piange e si picchia da solo. Ecco, questa è una scena piuttosto impressionante. Nemmeno gli abbracci e le parole rassicuranti di Sue e di John riescono a calmarlo del tutto.

"Scegliendo di adottare noi, hai accettato anche di adottare il nostro passato", dice molto dopo un Saroo trentenne ad una madre dal colore della pelle diverso dal suo, che però lo ha amato e cresciuto per venticinque anni.

E infatti, i due diversi comportamenti dei bambini si spiegano secondo me con il vissuto della loro prima infanzia: Saroo, prima dell'orfanotrofio, era stato amato da una famiglia, povera sia economicamente che culturalmente, ma una famiglia vera.
Il film non dice nulla del passato di Mantosh, ma io ho immaginato le cose peggiori: orfano da sempre, cresciuto in strada per un po' di tempo, catturato magari dal padrone di una fabbrica e costretto a lavorare subendo violenze quotidiane di ogni genere. Fuggito di nascosto da quello schifo, portato in un orfanotrofio e infine, adottato dai due australiani.
Avrò pure le disgrazie a portata di pensieri, ma uno che tende spesso a picchiarsi da solo senza motivi può aver avuto, a mio avviso, un passato come questo o simile a questo.

Un'altro aspetto rilevante: Saroo arriva in Australia a sei anni, Mantosh ne dimostra almeno nove.
A sei anni è possibile che un bambino dimentichi dei particolari tristi del suo brevissimo vissuto, a nove anni no e in particolar modo se non sei mai stato amato veramente da nessuno!

Il film compie un notevole balzo avanti subito dopo l'adozione di Mantosh: ci porta negli anni '10 di questo secolo che stiamo vivendo.
Saroo adulto
I trent'anni di Saroo sono molto diversi dai trent'anni di Mantosh: Saroo ha terminato gli studi, ha un lavoro sicuro e gratificante, una fidanzata, alcuni amici e una casa di proprietà a Melbourne.
Mantosh è invece un tossicodipendente disoccupato che non ha la minima idea di cosa fare nella vita.

Saroo però non è sereno: proprio alle soglie dei trent'anni inizia a ricordarsi di provenire da un villaggio rurale a nord dell'India, Ganesh Talay, e non da Calcutta, come da molti anni credeva.

Allora, su Google Earth compie delle ricerche, determinato a ritrovare la sua vera famiglia.
Nel 2012, dopo due anni di pianti, angoscie e di crisi relazionali con i genitori adottivi e con la fidanzata, riesce a trovare su una mappa digitale dell'India il lungo tragitto che il treno aveva compiuto in quel lontano 12 febbraio 1986.

Insomma, nel finale mi sono scese un paio di lacrime, perché Saroo ritrova davvero la sua madre biologica.


Ho pensato subito alla penultima pagina di "Oliver Twist", quando Oliver, piangendo e allo stesso tempo ridendo di gioia, abbraccia commosso Rose, subito dopo aver scoperto che questa cara ragazza che lo ha adottato è in realtà la sorella minore di sua madre, o meglio, la sua "zia biologica".
Peccato che il film relativo a questo stupendo romanzo di Dickens non faccia accenno a Rose, che in realtà è una figura importante.
Il finale di "Lion" è una riscoperta delle proprie origini e di una parte della propria identità, come il finale di "Oliver Twist".

Un altro aspetto rilevante che una ragazza abbastanza vicina alla laurea in Lettere non può non notare: a cinque anni Saroo parla benissimo il suo idioma nativo, l'hindi.
La linguistica insegna che a quell'età, se il bambino non presenta particolari problemi psichici, ha ampiamente suprato la fase "telegrafica" dell'acquisizione del linguaggio, con tutte quelle frasi rudimentali come "Mamma bella" e "mela buona".
Saroo parla bene l'hindi tanto quanto la madre e il fratello.
Però, ci accorgiamo che una volta divenuto adulto, l'ha quasi dimenticata, sa soltanto pochissime parole. Perché?
Allora: la linguistica dice che, un bambino italiano, prima dei sei anni ha memorizzato migliaia di termini lessicali e non solo sa pronunciare bene quasi tutte le consonanti (fa fatica in alcuni casi soltanto con la erre) ma sa anche formare frasi principali e coordinate e... ha inoltre dimestichezza con il modo indicativo della nostra lingua.
Questo però vale anche per i bambini non italiani. 
E quindi è bastato trasportare il nostro protagonista in un altro continente per fargli dimenticare quasi del tutto la sua lingua madre?
Potreste pensare: quando uno non parla più la sua lingua di origine, per quanto bene l'abbia imparata nei suoi primi anni di vita, se la dimentica nel corso degli anni quando viene a contatto con un'altra lingua e con un'altra cultura per un lunghissimo periodo di tempo.
Ed è un'affermazione che potrei anche appoggiare e condividere.
Il punto è che la mente di un bambino di sei anni è talmente elastica che può permettersi di imparare benissimo e facilmente un'altra lingua diversa dalla sua (L2 = lingua due).
Poi, se le circostanze di vita esigono una pratica quotidiana di "lingua due" (in questo caso, l'inglese australiano) e soprattutto, fanno mancare contatti e relazioni con chi parla bene "lingua uno" (l'hindi, prima lingua appresa da Saroo)... ecco che allora gran parte del lessico della prima lingua può finire nel dimenticatoio.

Così è successo a Saroo.

I sottotitoli di coda (non perdeteli assolutamente se avete l'occasione di vederlo!) enunciano dapprima una tragedia: Guddu purtroppo è stato investito da un treno la notte stessa in cui Saroo si è perso (forse non ha mai saputo di aver perduto il fratellino o forse, poco dopo essersene accorto, durante la ricerca è stato inavvertitamente investito).
Poi si concentrano sul significato del nome "Saroo" che significa: "la strada verso casa".






13 maggio 2017

La critica alla società occidentale in Woody Allen e nelle serie animate di origini americane:


 
Ieri dalle mie parti infuriava un violento temporale. E quindi, seduta comodamente sul divano del salotto, mi sono vista "Match point", un film di Woody Allen.
Riconosco che è un film dai contenuti piuttosto scabrosi, eppure merita di essere visto almeno una volta. Io ho dovuto farlo perché è uno dei diversi compiti che mi sono stati assegnati per preparare l'esame di storia del cinema.

Ad ogni modo, lo scopo del post non è soltanto quello di delineare la trama del film ma anche quello di riflettere su quei prodotti culturali americani che, negli ultimi vent'anni, hanno voluto essere delle critiche alla società occidentale.





CONSIDERAZIONI INIZIALI:

Non vorrei mai che il mio docente di storia del cinema leggesse questo confronto, eppure mi sento di farlo: Woody Allen in un certo senso assomiglia sia a Matt Groening, l'inventore dei "Simpson", sia a Glenn Heichler, la creatrice del cartone animato "Daria " .

Per questo mi piace molto come regista.
Io che ho vent'anni devo ammettere di essere cresciuta, come d'altronde i miei coetanei, con le serie televisive animate provenienti dagli Stati Uniti e ambientate negli Stati Uniti stessi; tra queste,
"I Simpson" e "Daria".

La prima illustra in modo simpatico e intelligente la vita quotidiana di una famiglia di quattro componenti (che poi, con la nascita di Maggie diventano cinque). I membri della famiglia Simpson, nonostante le loro profonde differenze caratteriali e nonostante i loro differenti modi di vedere il mondo e i rapporti con le altre persone, cercano sempre di "ricomporre" un equilibrio familiare che è finalizzato a mantenere dei rapporti armonici e solidali.

Nella seconda serie invece, la protagonista è una liceale americana, Daria Morgendorrfer, intelligente, ironica, maliconica, che ha serie difficoltà a relazionarsi con i coetanei e che ha un pessimo rapporto con la sorella minore Quinn, ovvero, l'esatto contrario di lei.
Nel corso della serie Daria subisce, è vero, delle forti delusioni sentimentali (si innamora due volte!) ma troverà conforto e sollievo nella compagnia della cara amica Jane. Jane è molto diversa da Daria e i loro differenti talenti attitudinali emergono soprattutto a scuola, ma ad ogni modo, tra di loro nasce proprio un'amicizia forte.
Da adolescente assomigliavo per certi aspetti a Daria, devo ammetterlo.



Ad ogni modo ora cerco di spiegare ciò che intendevo dire poco sopra:

Ho l'impressione che negli ultimi film di Woody Allen, come in "Blue Jasmine" e in "Café Society" (oltre che in "Match Point" appunto) emerga in modo piuttosto netto una contestazione della società occidentale, o meglio, una critica dello stile di vita dell'alta e della media borghesia statunitense, i cui componenti appaiono spregiudicati, vuoti, privi di valori morali e... maledettamente soli. 
I tre film sopra citati trasmettono allo spettatore una sensazione di sconcerto, di disgusto e anche di sottile malinconia, perché in tutti e tre è evidente non soltanto la critica sia all'eccessiva ricchezza materiale sia alla mancanza di solidi valori morali.

Anche in "Daria" la contestazione alla società è evidente. Qui però non si contesta soltanto la borghesia americana e il suo ardente desiderio di guadagno e di ricchezza. 
Anche se Hellen, la nervosa e stacanovista madre di Daria, è uno degli emblemi di questa tematica, perché è un'avvocatessa che è sempre disposta a fare un sacco di ore straordinarie, trascurando marito e figlie e soprattutto, ignorando la grande interiorità della figlia maggiore.
A Hellen interessa moltissimo la ricchezza economica, mentre tutto il resto, ovvero i dialoghi in famiglia, i problemi adolescenziali, la malinconia... tutto il resto è fatto soltanto di sciocchezze, di perdite di tempo.
In "Daria" si criticano anche gli inopportuni metodi di insegnamento di alcuni docenti, la stupidità di adolescenti privi di solidi punti di riferimento, la logica consumistica tipica proprio dei veri "spreconi" e indotta dal capitalismo.


Eccola qui, la lucidità mentale di Daria nell'autovalutarsi di fronte all'amica Jane.


Nei "Simpson" invece, la critica è più velata.
In questo caso sarebbe più corretto parlare di "satira del quotidiano".
In effetti, se uno ascolta attentamente i dialoghi riesce a capire che il fine di Matt Groening è soprattutto quello di mettere in luce i disvalori della borghesia americana quali: il successo sociale di imprenditori economicamente ricchi ma poveri umanamente (vedi soprattutto l'episodio "Whiskey business", che è uno dei miei preferiti), la negligenza e la poca profondità psicologica dei padri di famiglia (elemento generalizzato che non è vero al 100% ma al 90% sì), l'eccessiva influenza dei mezzi di comunicazione sui singoli, la vuotezza mentale.
Homer Simpson, che in fin dei conti è il personaggio principale, fa ridere, d'accordo, e talvolta le sue trovate hanno addirittura un che di geniale (è "mi-ti-co!"), ma è sostanzialmente la caratterizzazione dell'uomo medio occidentale: pigro, distratto, teledipendente e in alcuni contesti decisamente imbranato.


                                       Questa merita davvero, alle medie mi faceva morire!! ;-)

Insomma, sia i due cartoni sia i film di Allen hanno in comune la critica ai difetti e ai lati negativi del modo di vita occidentale. 

Però, mentre Woody Allen si concentra principalmente su una fetta di società anglo-americana, cioè quella alto-borghese, Groening ed Heickler si estendono anche alla popolazione scolastica e al mondo giovanile-adolescenziale.



TRAMA DI "MATCH POINT":

Questa è la scena iniziale.
Brevi considerazioni tecniche: i primi circa quaranta secondi del film sono caratterizzati da un'inquadratura fissa (soltanto questi però): l'unico elemento che si muove è una pallina che rimbalza dai colpi di due racchette fuori campo (cioè al di fuori dello spazio filmato). Quindi in questa prima scena non c'è montaggio, non c'è concatenazione simultanea di inquadrature.
Eppure, in questi 37 secondi, è riassunta la concezione dell'esistenza del protagonista: la vita è questione di fortuna, non di talento.



Il protagonista delle vicende narrate è il giovane Chris Wilton, di modeste origini irlandesi.
All'inizio del film, dopo essere stato assunto come istruttore di tennis in un club esclusivo di Londra, instaura in breve tempo un sincero rapporto di amicizia con Tom Hewett, un suo allievo di famiglia molto ricca.
Notate bene che la loro amicizia nasce da interessi comuni come l'opera lirica, la letteratura e l'arte pittorica. Una sera, Tom invita all'opera Chris, il quale ha così modo di conoscere Chloe Hewett, la sorella di Tom e i genitori dei due giovani.
Pochi giorni dopo però Chris incontra anche Nola Rice, la fidanzata di Tom, giovane ragazza con delle velleità frustrate di attrice. Sebbene tra Chris e Chloe si già iniziato un legame affettivo, il giovane è più attratto da Nola, donna dalle "labbra seducenti".
Dal momento che Chris si sente frustrato nel suo lavoro di istruttore di tennis, viene aiutato dal padre di Chloe a trovare un posto da dirigente in un'azienda prestigiosa.

Non vi dirò molto altro a questo punto: soltanto che, la relazione "clandestina" tra Chris e Nola inizia addirittura poco prima del matrimonio con Chloe.
Successivamente, Tom e Nola si lasciano; ma la relazione tra Nola e Chris si fa più intensa.
Finché Nola non scopre di aspettare un figlio. Inizialmente Chris cerca di convincerla ad abortire, cosa che invece lei è risoluta a non fare (aveva già abortito altre due volte).
Anzi, Nola esige che il suo amante ottenga il divorzio.

Messo sempre di più alle strette, Chris, dapprima in preda all'angoscia, inizia a generare sospetti nella moglie e al tempo stesso a ingannare l'amante, raccontando di essere in viaggio.
E infine, dopo alcune settimane prende un fucile da caccia dalla villa del suocero, lo nasconde nella borsa da tennis, si reca nel condominio dell'amante.
Inscenando una rapina finita male nell'appartamento adiacente a quello di Nola, uccide dapprima l'anziana vicina di Nola, sottraendole i gioielli per rendere più credibile la messinscena, e subito dopo, mentre Nola apre la porta del suo appartamento, spara di nuovo.

Il regista ha adottato qui un espediente interessante per rendere la drammaticità dei due omicidi: per molti minuti si sente come sottofondo della musica classica dell'opera drammatica cantata dal tenore Caruso. E' una musica extra diegetica, cioè, al di fuori del racconto filmico.
Chris non la sente, ma la sentiamo noi spettatori e la associamo non soltanto alla tragedia imminente ma anche all'abiezione del personaggio il quale, nonostante ami l'opera lirica, è incapace di sensibilità verso la vita di Nola e di un figlio che sarebbe anche il suo.

Chris sarà mai scoperto e punito? Vedere per sapere! 


 RIFLESSIONI ETICHE SUL PROTAGONISTA:

In definitiva, Chris è un uomo malvagio, privo di sentimenti e anzi, incapace di provarne.

... Non me la sento di abbracciare completamente un'affermazione del genere, almeno, per come sono fatta io che tendo ad essere molto analitica e precisa anche nel cercare di definire i caratteri dei personaggi di libri e film.
Secondo me è abbastanza riduttiva. Io più che altro lo definirei decisamente "disturbato psicologicamente".
E' il re degli ipocriti ed è doppio: gentile e romantico con la moglie, molto formale e distinto al lavoro ma animalesco, impetuoso, bugiardo e vigliacco con Nola. Le parti che comprendono l'inizio degli atti sessuali tra i due hanno un qualcosa di decisamente poco umano secondo me, un qualcosa che è parecchio distante dalla tenerezza ed è invece corrispondente ad una "passione smodata".
Inoltre, pian piano il protagonista rivela la parte peggiore di sé, ovvero, quella dell'omicida spietato, dell'uomo torbido e amorale.

Sarebbe interessante far analizzare questo personaggio a uno psichiatra ma forse nemmeno lo psichiatra sarebbe sufficiente. Secondo me ci vorrebbe addirittura un medico neurologo: come li definiscono i neurologi atteggiamenti di questo genere? Si può parlare di "doppia personalità"?

Sicuramente è amorale. Non immorale. Immorali lo siamo tutti, a tutti capita di sbagliare qualcosa nei rapporti con gli altri, a tutti capita di assumere comportamenti non proprio giusti e corretti.
In amorale la a iniziale ha la funzione dell'alfa privativo e quindi indica colui che è privo di rettitudine.

Nola ha iniziato una relazione con Chris pur sapendo benissimo che era un uomo sposato.
Ecco come la penso io a riguardo: vuoi farti trattare come uno straccio? Diventa l'amante di un uomo sposato!
Non dite che la penso così perché sono cattolica, qui non sto parlando del principio del cattolicesimo sul valore indissolubile del matrimonio! Sto parlando di dignità personale, anzi, di dignità femminile.
Non voglio dire che i non sposati siano tutti rispettosi e galanti, ma l'uomo sposato che tradisce la moglie essenzialmente è (e qui ci vado giù pesante, vi avverto!):

A) Un disonesto inaffidabile: manca alla promessa fatta alla moglie nel giorno del matrimonio e non considera i sentimenti dei  loro eventuali figli.

B) Un codardo irresponsabile: spesso non riesce né a lasciare la moglie né ad assumersi le sue responsabilità quando mette incinta l'amante.


3 maggio 2017

Rapporti tra letteratura e musica:

In questo post non riemergerà soltanto il mio entusiasmo nel creare collegamenti interdisciplinari...
E in effetti, prima di quelli, ho inserito un breve excursus storico dell'opera italiana.
Gli studenti dei Conservatori e dei Licei Musicali sicuramente hanno studiato in modo più approfondito di me i contenuti qui sotto esposti, ma spero che apprezzino questo post! ;-) ... Io ho frequentato e superato soltanto due esami di storia della musica e ora sto seguendo un laboratorio musicale che mi sta dando la possibilità di assistere a prove orchestrali e di regia presso il Filarmonico della mia città. Le mie conoscenze sono più che discrete ma non approfondite.

STORIA DELL'OPERA DRAMMATURGICA:

Prima tre aspetti fondamentali: 

1) Il testo del "Rigoletto" è stato scritto dal poeta Francesco Maria Piave ma, nonostante ciò, si dice sempre che è un'opera di "Giuseppe Verdi". Come mai? Non sarebbe più corretto affermare che "è un'opera scritta da Piave e messa in musica da Verdi"?  Se devo essere sincera, io sono una dei pochi che tende a dire così, perché, a mio avviso, l'opera lirica è generata da due straordinarie forme d'arte, ovvero, la letteratura e la musica, che operano praticamente in simbiosi al fine di rendere piacevolmente fruibile un prodotto culturale di notevole rilievo storico.
"Il Rigoletto" non è soltanto un'opera di Verdi, questo è vero. Però bisogna tener presente che è ben diversa da qualunque opera teatrale recitata. Il teatro di parola non è come il teatro musicale. Nell'opera lirica, i sentimenti dei protagonisti della storia, vengono valorizzati dalla componente musicale, la quale ha la capacità di suscitare spesso un forte impatto emotivo negli spettatori.
Per questo la musica è considerata "la colonna portante" di ogni opera lirica.

2) Sul piano vocale bisogna distinguere tra l'intonazione recitativa (o semplicemente il recitativo), ovvero, una tipologia di canto che tende a rimanere il più possibile aderente all'enunciato poetico; e l'intonazione cantabile (o pezzo chiuso o aria), ovvero, un canto in parte sganciato dalla struttura verbale che mira a evidenziare sentimenti, conflitti interiori, emozioni.

3) Nessun soggetto rappresentato nelle opere drammaturgiche è originale, nel senso che è sempre desunto da fonti letterarie. Può, è vero, essere liberamente ispirato a un racconto letterario, ma comunque mantiene sempre dei rapporti piuttosto rilevanti con questo.

A) IL SEICENTO:

Molto probabilmente (sempre se non vado errata!), la prima opera messa in musica era intitolata "Euridice", con testi del poeta Ottavio Rinuccini e musiche del nobile Jacopo Corsi. Era stata messa in scena nel 1600 in occasione delle nozze di Maria de' Medici. Ricordo anche che la storia non era fedele al mito classico di "Orfeo ed Euridice", perché nella narrazione di Rinuccini è previsto un lieto fine: Euridice ritorna sulla Terra con Orfeo e il coro intona canti di gioia e di felicità.
Otto anni dopo, Claudio Monteverdi metteva in musica un libretto scritto dal letterato mantovano Alessandro Striggio e intitolato "Orfeo". Qui il racconto si atteneva alla versione classica del mito in cui Orfeo perde per sempre l'amata.
Ad ogni modo, nelle opere musicali della prima metà del XVII° secolo, le arie erano destinate alle parti corali mentre i recitativi comprendevano i dialoghi e anche i monologhi. I recitativi avevano spesso un andamento declamatorio, ma, in quel periodo, non erano rare le cavate, ovvero, dei punti in cui da un recitativo declamatorio si passava a un andamento melodico quando vi erano dei momenti di maggior tensione emotiva.
Nella seconda metà del Seicento le arie iniziano ad "estendere" nel tempo i sentimenti dei personaggi e, per realizzare lo scopo, si utilizza la tecnica del "refrain", ovvero, un espediente attraverso il quale la prima frase del pezzo chiuso era ripetuta più volte. E qui penso ad un'aria di Tolomeo nel "Giulio Cesare in Egitto" che fa: "L'empio, sleale, indegno, l'empio, sleale, indegno vorria rapirmi il regno e disturbar così la pace mia". Questa frase iniziale è ripetuta almeno quattro volte nel corso dell'esecuzione.

B) IL SETTECENTO:

Nel XVIII° secolo scompaiono le cavate e si fa sempre più netta la distinzione tra recitativi, riservati ai dialoghi, e le arie, incaricate di esprimere gli stati d'animo e quindi funzionali a interrompere per alcuni minuti il fluire degli eventi.
Nel Secondo Settecento compaiono i rondò; particolari arie svolte verso la fine dell'opera e incentrate a manifestare uno stato di conflitto interiore del protagonista. Sempre nella seconda metà di questo secolo le arie appaiono, dal punto di vista poetico, sempre più monostrofiche e prive degli "a capo".

C) L'OTTOCENTO:

La struttura interna dell'opera è completamente rivoluzionata! Non è più così chiara e netta la distinzione tra recitativo ed aria, ma si utilizza un altro schema, secondo cui le scene sono logicamente strutturate nel seguente modo:
-Scena: Corrisponde a quello che in narrativa chiamiamo "situazione iniziale"
-Tempo d'attacco: Scontro tra due personaggi.
-Cantabile: E' lo sfogo sentimentale di un personaggio in reazione ad un colpo di scena.
-Tempo di mezzo: E' l'irrompere di una nuova situazione.
-Cabaletta: E' un ulteriore sfogo emotivo.

Questo è un esempio, è la scena quinta del secondo atto della "Traviata":
(Vi assicuro che per me un conto è analizzarla in modo lucido, dettagliato e freddo a lezione con un insegnante, un altro invece è ascoltarsela da sola a casa... nel secondo caso fa veramente piangere!)



 -Giorgio Germont, di voce baritono, entra tuonando: "Madamigella Valery?". Qui inizia la scena, che ha una funzione espositiva: il padre di Alfredo entra nella villa di campagna della giovane.

- Da "Pura sì come un angelo" inizia l'attacco: il vecchio rovina-convivenze rivela a Violetta di avere un'altra figlia da sposare. Per garantire la buona riuscita del matrimonio di quest'ultima e per preservare la reputazione della famiglia borghese Germont, a Violetta è intimato di lasciare Alfredo.

-Da "Dite alla giovine sì bella e pura" inizia il cantabile, lo sfogo emotivo e doloroso di Violetta, che cede alla richiesta di Germont padre. Il colpo di scena consisteva in queste battute:
V= "Volete che per sempre a lui rinunzi?"
G= "E' d'uopo".
V= "No, giammai!"

- Il tempo di mezzo è introdotto da un motivo di archi pizzicati.
V="Or imponete". 
G= "Non amarlo ditegli".
Dopo lo sfogo emotivo i due pensano a quale potrebbe essere il modo migliore per agire.

-La cabaletta inizia da: "Morrò! la mia memoria non fia ch'ei maledica". Violetta prega Giorgio di rivelare al figlio il suo sacrificio, cosa che Germont farà molto tardi e poco prima che Violetta muoia.

Per quel che riguarda il periodo post-risorgimentale invece, è bene affermare che in Italia si diffonde il repertorio operistico francese, che importa tutte le sue caratteristiche influenzando quindi notevolmente poeti e compositori. Le opere di questo periodo, come "Otello", "Il Falstaff" e "Tosca", sono caratterizzate da una notevole eterogeneità metrica. Vengono utilizzati versi inconsueti come il trisillabo, il quinario doppio e il novenario. Questo è tutto ciò che so. Non so esattamente quando si è smesso di scrivere libretti per opere musicali, come non so quando la gente ha iniziato a preferire il cinema all'opera.

"E LUCEVAN LE STELLE":

E' l'aria di Mario Cavaradossi, tratto dall'ultimo atto della "Tosca", opera musicata da Puccini.
Non mi metto a scrivere la trama, vi dico solo che Cavaradossi si trova prigioniero a Castel Sant'Angelo in attesa della sua esecuzione capitale. E' stato torturato e condannato perché aveva aiutato l'ex console della Repubblica Romana, Cesare Angelotti, a nascondersi dalla polizia.
Tosca è la cantante lirica, l'amante appassionata e gelosa di Mario.
"Tosca" è ambientata nel 1800, ovvero, in piena epoca napoleonica... in quel periodo per i repubblicani era veramente duro fuggire e nascondersi!
"E lucevan le stelle,
e olezzava la terra,
stridea l'uscio dell'orto
e un passo sfiorava la rena.
Entrava ella, fragrante,
mi cadea fra le braccia.

Oh! Dolci baci, o languide carezze,
mentr'io fremente
le belle forme disciogliea dai veli!
Svanì per sempre il sogno mio d'amore...
l'ora è fuggita,
e muoio disperato,
e muoio disperato!
E non ho amato mai tanto la vita!"

Notate che nei primi otto versi il tempo verbale utilizzato è l'imperfetto. Compare soltanto un verbo al passato remoto e poi, a partire dal verso dieci, ci sono dei presenti indicativi, con la sola eccezione del passato prossimo "ho amato".
Poche battute prima, il carceriere ha detto a Mario che gli rimaneva soltanto un'ora di vita, giusto il tempo per scrivere un commiato. La didascalia che i librettisti Illica e Giacosa inseriscono poco prima del testo dell'aria è questa: "Rimane alquanto pensieroso, quindi si mette a scrivere. Ma dopo tracciate alcune linee è invaso dalle rimembranze e si arresta dallo scrivere."


In questo pezzo chiuso Mario ricorda i migliori momenti vissuti con Tosca. Occhio però, non è esattamente un sogno erotico questo. Non sono sogni quelli evocati da Mario, sono momenti realmente vissuti. Notate bene la differenza tra sogno e ricordo: il primo è un prodotto mentale, un qualcosa che si desidera accada; il secondo invece rimanda ad eventi realmente accaduti.
I pensieri iniziali di Mario rimandano a una placida atmosfera notturna, in cui gli elementi sono in perfetta sintonia con il desiderio d'amore delle figure umane che compaiono poco dopo. I suoni che pervadono l'atmosfera sono delicati, leggeri: "stridea", "sfiorava"... E la terra profuma di primavera!
Penso a un sonetto di Petrarca che inizia così: "Or che 'l cielo e la terra e 'l vento tace/ et le fere e gli augelli il sonno affrena/ notte il carro stellato in giro mena/ et nel suo letto il mar senz'onda giace."
Anche qui, l'atmosfera notturna evoca tranquillità e pace interiore. 
Di tanto in tanto mi capita di cantare "e lucevan le stelle" sotto la doccia, è di grande intensità poetica e meritatamente è il punto più celebre di "Tosca"! Il mese scorso ho assistito alla rappresentazione di quest'opera: ero in platea in quinta fila. Vi assicuro che vedere da vicino le emozioni e i volti dei cantanti è un qualcosa di unico che ti mette i brividi e ti rende partecipe, ti dà la possibilità di calarti all'interno delle vicende rappresentate.
Vi sono espressioni e stati d'animo che ricorrono piuttosto spesso nelle liriche di letteratura italiana, come queste: "dolci baci", "languide carezze", "fremente", "discogliea". Sono, permettetemi pure di essere chiara, le fasi preliminari di un atto sessuale pieno di tenerezza. Ma sono ricordi, non fantasie erotiche porcellose!
Ad ogni modo, verso la fine del suo canto, Mario ritorna al presente: nella frase "svanì per sempre il sogno mio d'amore". E qui la parola "sogno" è sinonimo di futuro, com'è giusto che sia in ogni storia d'amore che sia seria e matura. Mario vorrebbe condividere ogni giorno della sua vita con Tosca, ma sta perdendo tutto: il lavoro, l'amore, la partecipazione attiva alla vita politica e... l'intero avvenire. Tenete presente che Mario è un giovane uomo poco meno che trentenne.
Però, la fine dell'aria è significativa: "E non ho amato mai tanto la vita". Cosa fa dire a Mario una frase così strana? Ricordate il finale di "Veglia" di Ungaretti: "non sono mai stato tanto attaccato alla vita"? In entrambi i casi l'amore/attaccamento alla vita è espresso di fronte a una situazione di morte avvenuta nel caso della lirica e di morte imminente nel caso dell'opera. Ungaretti ricava una lezione di vita dalla morte del suo compagno d'armi, Cavaradossi proclama il valore della vita poco prima di essere fucilato.
Il valore della vita lo si comprende nel momento in cui si sta per perderla o comunque nel momento in cui qualcuno che ti sta a cuore la perde.
Mai più. Quante volte pronunciamo questa espressione nell'arco di una settimana? Beh, vi assicuro che il suo senso reale è terribile. Una persona che non rivedrai mai più perché è morta. Un'occasione che non avrai mai più perché non l'hai colta al momento giusto. Una cosa che non potrai far mai più perché non hai più l'età per poterla fare.
Anche dire a se stesse una cosa come: "Non commetterò mai più l'errore di innamorarmi" è terribile.
Quando prendi una delusione in quell'ambito è come se qualcuno ti risvegliasse dal sonno a colpi di manganello. E allora ti svegli, apri gli occhi e capisci che il tuo sogno era una favola e la realtà invece era ben altro. Scusate lo sfogo.

Vi ho messo questa scena per "alleggerire" un pochino i contenuti del post: c'è, è vero, l'aria di Mario, e Kaufmann la canta divinamente. Però prestate attenzione a ciò che succede dopo: la cantante addetta al ruolo di Tosca, gelosa del talento del tenore, si rifiuta di comparire sulla scena.





25 aprile 2017

Adelmo Cervi: il figlio di un "eroe"?!

Due anni fa, per preparare un esame intitolato "Introduzione agli studi storici", (peraltro obbligatorio nella mia facoltà!), ho studiato anche un manuale che catalogava le tipologie delle fonti. 
L'intervista ad Adelmo era inclusa negli esempi delle fonti orali.
Forse i nonni dei giovani come me conoscono la tragica vicenda dei sette fratelli Cervi, o almeno, se non l'hanno mai sentita raccontare, negli anni quaranta del secolo scorso erano comunque tutti già nati.
Io la riassumo qui sotto, ma innanzitutto specifico che Adelmo è il figlio di Aldo Cervi, uno dei fratelli condannati a morte nel pieno della seconda guerra mondiale.
Ne approfitterò inoltre per lanciare una questione etica piuttosto interessante.

I fratelli Cervi sono considerati uno dei simboli della Resistenza italiana, non soltanto per la loro morte ma anche per ciò che l'aveva preceduta, ovvero, per la loro volontà di emancipazione culturale.
I Cervi erano dei mezzadri emiliani che avevano studiato la letteratura, la storia e la filosofia da autodidatti; dopodiché avevano preso in affitto un terreno tra Campegine e Gattatico (provincia di Reggio Emilia) con lo scopo di farlo divenire un'azienda produttiva agricola. Erano riusciti nell'intento. Oltre a ciò, avevano radicalmente rotto i legami con i rigidi princìpi cattolici che all'epoca quasi tutti i genitori trasmettevano ai figli e avevano aderito alle idee comuniste in pieno regime fascista.


Aldo Cervi, con il sostegno degli altri fratelli era riuscito a istituire una piccola biblioteca popolare nella quale si radunavano i dissidenti della dittatura di Mussolini e per di più accoglieva in casa numerosi ex prigionieri scappati dai campi di concentramento dopo l'8 settembre 1943. Con essi aveva formato un gruppo di partigiani abbastanza consistente.
Naturalmente, alla fine di novembre dello stesso anno i Cervi erano stati arrestati e un mese dopo erano stati condannati a morte da un Tribunale Straordinario della Repubblica Sociale Italiana e fucilati il 30 dicembre. Dopo nemmeno un anno la loro madre Genoveffa morì a causa di questo enorme e insostenibile dolore. Ci credo, poveraccia! Quale altra ragione di vita può trovare una donna di circa settant'anni alla quale sono stati uccisi tutti e sette i figli?

A gestire l'azienda agricola rimasero quattro vedove e undici bambini. Nel dicembre 1943 Adelmo aveva soltanto quattro mesi.

Il mio manuale di studio riporta ciò che Adelmo ha dichiarato nelle interviste. Io riscrivo le parti più significative:

"Mio padre era considerato un matto in paese per le scelte politiche intransigenti, per le innovazioni che con i fratelli aveva introdotto nella conduzione del podere, per la scelta di avere due figli da una donna senza sposarla. (...) Era un rivoluzionario puro, che io ho sempre messo in discussione, perché c'è qualcosa di non umano. Ti fai trasportare da ideali non considerando che la realtà è un'altra: prima di tutto il solido che c'è lo devi mantenere. (...)  La storia di mio padre e dei miei zii è uno spaccato di questo mondo: sei eroe e miserabile allo stesso tempo. L'uomo è fatto così. Il comunismo è scritto bene ma è stato messo in pratica dall'uomo, l'ha fatto a sua immagine.
(...) Dopo la morte di tutti e sette il problema principale era vivere, dare da mangiare a undici bambini e io credo che questa cosa mi abbia incattivito... sentire parlare di tuo padre come un rivoluzionario che ha dato la vita per cambiare il mondo e poi vedere che il tuo problema principale era quello di far quadrare i conti: se penso che nessuno di noi è mai andato oltre alle elementari perché c'era da andare a lavorare nei campi. Ho odiato la mia casa, ho odiato la fattoria, perché c'era da pagare il mutuo, perché c'erano da saldare i debiti con la latteria, perché c'era da tirare la cinghia... E' comprensibile che la scuola arrivava dopo. E mio padre e i miei zii si sono fatti uccidere per questo?"


RIFLESSIONE ETICA:

Premetto che ammiro moltissimo tutti coloro che sacrificano la propria vita per degli ideali e per dei principi. Di questo probabilmente ve ne sarete accorti leggendo il mio post su José Sanchez del Rio e le mie considerazioni su Sophie Scholl.
Ma è giusto dare la vita per un ideale lasciando per sempre tutte le persone che amiamo e che ci amano? E' giusto morire nella straordinaria coerenza con i propri principi senza considerare il lacerante dolore della perdita che familiari e amici proveranno dopo che non ci saremo più? 
Questa storia mi ha stimolata a immaginare una strana e improbabile proiezione nel futuro, mi ha fatto cioè pensare a un' Anna intorno ai 40 anni, moglie e madre di famiglia.
Mi sono immaginata una me adulta che, pur avendo gratificanti responsabilità come una famiglia e un lavoro nel quale si sente realizzata, decide di partire per un servizio di Volontariato Internazionale in un paese africano poverissimo e oppresso da un duro governo autoritario.
Dunque, immaginate che io lasci a casa un marito appartenente alla mia stessa generazione e un figlio piccolo, promettendo loro di ritornare a casa sana e salva. Poi però, durante il mio soggiorno, oltre a svolgere il mio servizio con grande entusiasmo, mi faccio infervorare da idee come: giustizia sociale, libertà di stampa e rispetto delle libertà degli individui. E inizio a organizzare, con molte altre persone, delle aperte proteste contro la dittatura. I collaboratori del governo mi arrestano e mi condannano a morte. E io muoio lontana migliaia di chilometri dai miei genitori, da mio marito e da mio figlio, che forse non sapranno mai i motivi per cui sono stata giustiziata.
Io non esisto più, il mio bambino sui cinque anni, triste e angosciato, continua a chiedere di me a un padre magari perennemente con la lacrima sull'occhio... Basta, non posso andare oltre anche perché non voglio assolutamente che accada una cosa del genere. La volontaria internazionale probabilmente la farò, ma non in Africa e soprattutto, a magistrale conclusa e quindi molto prima di raggiungere i 40 anni.
Datemi pure della pazza, della strampalata. Riconosco l'assurdità di questi pensieri ma almeno mi sono serviti per capire che nella vita non ci siamo soltanto noi con i nostri ideali e i nostri desideri di rivoluzione!
Se non si tiene conto anche dei sentimenti altrui, che vita è mai la nostra?


"I CAMPI IN APRILE"- LIGABUE:

In questa bellissima canzone Luciano Ligabue narra la storia di Luciano Tondelli, un partigiano di Correggio (provincia di Parma) morto il 25 aprile 1945,  dieci giorni prima della fine della guerra in Europa. (In Europa, occhio, perché il 6 agosto gli americani hanno lanciato la bomba atomica su Nagasaki e Hiroshima!).
Mi è piaciuto molto il fatto che abbia deciso di narrarla in prima persona, creando una rapporto di "immedesimazione" nel protagonista di questa tragedia realmente accaduta.
Luciano Tondelli comunque non è stato l'unico giovane partigiano a morire, egli è anche l'emblema di tutti i ventenni ai quali una guerra atroce e sanguinosa ha sottratto la vita.



- "Se parti per sempre a neanche vent'anni non sei mai l'eroe, sei sempre il ragazzo."= A vent'anni è molto facile innamorarsi, non soltanto di una persona ma anche di un'ideologia e di ideali astratti. Io a dire il vero è dalla prima adolescenza che sono follemente "attaccata" ai concetti di pace e di giustizia. Ma se un ventenne perde la vita nel combattere, è più probabile che venga commiserato come una giovanissima vittima piuttosto che come un grande eroe da prima pagina di un libro di storia. A vent'anni sei semplicemente un ragazzo, un post-adolescente spesso incapace di analizzare in modo razionale e freddo la realtà che ti circonda.

-" Se muori in aprile, se muori con il sole finisce che muori aspettando l'estate."= Ricordate che più di una volta nei miei post ho paragonato la giovinezza alla primavera della vita. Tutti sono d'accordo nell'affermare che è contro natura morire alla mia età o comunque poco prima di compiere vent'anni. Sotto un aspetto i vent'anni non sono molto diversi dagli anni dell'adolescenza, perché entrambi sono periodi della vita in cui di solito si attende il futuro un po' con entusiasmo e un po' con apprensione, in cui si disegnano progetti, in cui ci si impegna a realizzare sogni che coltiviamo sin dall'infanzia. Te ne vai dal mondo senza poter mai vivere le gioie e le responsabilità tipiche dell'età adulta.

-"Ricorda ragazzo, la storia non cambia se tu non la cambi."= Questo è un messaggio diretto ai giovani. A 14 anni ho scritto una breve lettera alla redazione del "Piccolo Missionario", rivista che si occupa di sensibilizzare i ragazzini su tematiche come la povertà, la fame, la solidarietà, l'accoglienza nei confronti del diverso. Due delle frasi conclusive erano: 
"Credo che noi giovani abbiamo una grande responsabilità: guidare il futuro del mondo. Ma dobbiamo essere sostenuti dagli adulti che invece mi sembrano spesso superficiali e vuoti."


Sulla seconda frase sono rimasta dello stesso parere! La prima, ora che sono cresciuta, non la ritengo propriamente corretta: noi giovani dobbiamo costruire progetti e rimboccarci le maniche per realizzare i sogni che custodiamo nel cuore e per sviluppare le nostre qualità più preziose, gli adulti devono indirizzarci verso ciò che è doveroso, buono e giusto e dunque devono  "guidare con noi il futuro del mondo"
Sì insomma, dovrebbero! Perché la realtà è un'altra. La realtà è che ci sono molti "ragazzi fuori"a causa di adulti inconsistenti e a causa della logica, purtroppo imperante, del 
"Tutto è lecito, se vuoi farlo".




15 aprile 2017

"Vide e credette"- il cammino della fede qualificata dall'amore:

E' il brano relativo alla Risurrezione di Cristo, tratto dal Vangelo di Giovanni. Riscrivo qui gli appunti presi durante una delle lezioni di Bibbia che ho frequentato, accompagnati naturalmente anche da riflessioni personali.
Devo però avvertirvi: farò riferimento a dei verbi in greco antico che costituiscono i concetti fondamentali per poter comprendere fino in fondo questo Vangelo.


"Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall'altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto!». Pietro allora uscì insieme all'altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario - che era stato sul suo capo - non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l'altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti. I discepoli perciò se ne tornarono di nuovo a casa."

Come potete notare ho evidenziato tutte le parole che hanno a che fare con la sfera semantica del vedere.
Nel greco antico ci sono tre verbi che indicano tre modi differenti per esprimere l'idea del vedere.

A) C'è il vedere materiale della Maddalena, indicato nel testo greco con il verbo βλέπω (blèpo) che, segnato dalla pre-comprensione che la morte è la fine, si limita a dedurre dalla pietra ribaltata che il cadavere è stato trafugato, che c'è un'assenza dolorosa e incolmabile. La conclusione che ne deriva è: "Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto".

B) Pietro entra poco dopo nel sepolcro, nel luogo della morte, e osserva. Nel testo greco stavolta compare il verbo θεωρέω (theorèo), riferito a un modo attento e accurato di vedere la realtà. E' una forma verbale il cui significato ricorda l'espressione latina "intus legere", tradotta letteralmente come"leggere dentro".
Non devono essere considerate intelligenti soltanto le persone che ottengono valutazioni alte a scuola e in ambiente accademico. L'intelligente è anche colui che sa leggere dentro se stesso perché è desideroso di imparare a comprendere bene i propri pensieri e le proprie intenzioni. L'intelligente è inoltre in grado di intuire gli stati d'animo altrui attraverso una profonda osservazione di sguardi, di volti e di espressioni.
Inoltre tutti noi, anche chi come me è in possesso della maturità classica e quindi è piuttosto ignorante nelle materie scientifiche, durante le lezioni di matematica, abbiamo incontrato la parola "teorema" 
(di Pitagora, di Talete, di Euclide...). Teorema deriva proprio da quel verbo greco, senza contare inoltre che i personaggi citati tra parentesi sono tutti vissuti nell'Antica Grecia.
I teoremi matematici derivano tutti dalla ferrea volontà di verificare attraverso numeri, simboli e procedimenti di calcolo la veridicità di scrupolose osservazioni e di ipotesi formulate a proposito di un fenomeno naturale o di un aspetto astratto della geometria.
E ora avete capito il motivo per cui ancora oggi i test sui quozienti intellettivi sono basati soprattutto sulla logica matematica!
Anche nella filosofia e nella letteratura sono state formulate delle teorie interessanti sull'esistenza umana e sui sentimenti che la rendono degna di essere vissuta. Senza numeri e senza calcoli, è vero, ma con l'aiuto soprattutto di alcune complesse riflessioni su esperienze personali.

C) Entra anche l'altro discepolo, il discepolo amato. "E vide e credette". Stavolta appare un verbo famosissimo, ovvero, ράω (orào). Tra l'altro per noi classicisti questo è un verbo irregolare assolutamente da memorizzare perché presenta le forme più strane e insolite nella formazione di molti tempi verbali diversi dal presente.  Ad ogni modo, ράω indica la disponibilità ad accogliere il mistero di Dio, il vedere a partire da un orizzonte di amore incondizionato. Ne consegue dunque che credere non è avere delle informazioni su Dio ma coltivare un rapporto con Dio, alimentato non soltanto da buone intenzioni ma anche dal legame con le Sacre Scritture. 
Se ad un cristiano sta a cuore instaurare un rapporto significativo e non superficiale con Dio, allora deve impegnarsi a trovare qualche minuto, durante la settimana, per pregare in silenzio e magari leggere poche righe di una pagina di Vangelo o di Bibbia. 
E' come il rapporto che si coltiva con un amico o con un ragazzo che si vorrebbe diventasse più di un conoscente o più di un amico. L'ars amandi (cit. del titolo di un'opera di Ovidio) a mio avviso la si apprende prima di tutto frequentando la persona alla quale si tiene molto, manifestando apertamente la voglia di incontrarla. 
Meno si prega, più ci si sente estranei e lontani dai ricchi messaggi evangelici. Meno ci si incontra (tra amici o tra coppie), più il feeling si raffredda. Ditemi se non ho ragione! E dimostratemi se un brano biblico è davvero sempre così lontano dall'attualità!


Per Monsignor Don Ezio Falavegna, il relatore che ha tenuto l'ultima conferenza biblica alla quale ho partecipato, sono cinque le tappe (tappe? io li definirei atteggiamenti più che tappe) esistenziali fondamentali per poter comprendere il meraviglioso evento della Risurrezione:

1) Quando in una situazione molto difficile l'unica soluzione sembra chiudersi in se stessi e nel proprio dolore, si deve trovare il coraggio di camminare nel buio, per poterne uscire. Da qui inizia la fede nella Risurrezione, che è la speranza in un futuro migliore.

2) E' legittimo e umano, nei momenti di particolare sofferenza, gridare: "Dov'è Dio?" Questa domanda però non deve farci sprofondare nella disperazione, ma invitarci a non essere banali nelle sofferenze altrui, stimolarci dunque a stare vicino a coloro che soffrono, a tendere la mano con gratuità e benevolenza. L'essere davvero vicino agli altri non è mai dato da un'aspettativa di tornaconto.

3) Occorre però lo sguardo attento e intelligente di Pietro per individuare una scintilla di speranza. La sua esatta deduzione, che consiste in una frase pensata e non riportata: "Non lo hanno portato via!" è già una frase di Risurrezione.

4) Avere una disponibilità accogliente nei confronti della vita, trovare una possibilità di vita dentro la morte.

5) Volontà di credere, anche se questo credere dovrà continuamente alimentarsi.

Concluderei con la sintetica analisi di un dipinto.


BEATO ANGELICO- DEPOSIZIONE DI CRISTO: 



E' stato realizzato intorno al 1430 circa. E' un'opera dotata ancora di elementi gotici, visibili soprattutto nella cornice dotata di tre archi a sesto acuto. La profondità prospettica è notevole: sullo sfondo a sinistra, il pittore inserisce un castello e un ambiente cittadino con case e torri, mentre a destra sono visibili delle alte colline con alberi e case. Notate inoltre che gli angeli, proprio come negli affreschi degli Scrovegni di Giotto, sono raffigurati a mezzo busto, con sfumature nella zona dei piedi. 
Al centro, il corpo diagonale di Gesù deposto dalla croce spezza l'andamento verticale del dipinto. La Maddalena è inginocchiata in primo piano a sinistra, mentre prende i piedi di Cristo con le mani.
I gruppi laterali sono divisi tra le pie donne a sinistra, pronte ad accogliere il corpo di Cristo, e il gruppo degli uomini di destra, tra i quali vi sono degli intellettuali che discutono sui simboli della Passione.
Il suolo è coperto da una fitta serie di fiorellini realizzati con minuzia di particolari che alludono alla primavera, periodo in cui si svolge la scena rappresentata e anche naturalmente simbolo di rinascita.


Buona Pasqua!
χριστόs  άνέστη! (Cristo è risorto!)

29 marzo 2017

Traguardi piuttosto significativi:

Circa un mese fa ho partecipato ad un incontro di orientamento al lavoro organizzato dalla mia Università. La relatrice si era focalizzata soprattutto sulle modalità con le quali scrivere un buon curriculum vitae. 
Dalla fine dell'incontro ho continuato a pensare:  il mio curriculum di attività di scrittura e di riconoscimenti  letterari, sarebbe questo:

a) Articoli:  
Blog: “Riflessioni di Anna”. (attivo da agosto 2010)

b) Poesia: 
-Giugno 2011: Menzione d’onore alla poesia “Alba invernale”- V° Edizione del Concorso Letterario “Valeggio Futura”, Valeggio sul Mincio, VR. 

-Giugno 2012: Menzione d’Onore alla poesia “Fiamma”- XVIII° Concorso Internazionale “Penna d’autore “, Torino.

*Agosto 2012- Fatta stampare la prima raccolta di poesie intitolata: “Ali di pensiero”.

-Dicembre 2012: Primo Premio alla Poesia “Mansuetudine”- Concorso Nazionale “Primo Memorial di Luciano Nicolis”, sezione studenti, Villafranca, VR. 

-Giugno 2013: Primo Premio Assoluto alla poesia “Voglio credere”- VII° Edizione del Concorso Letterario “Valeggio Futura”, Valeggio sul Mincio, VR. 

-Settembre 2013: Menzione d’onore alla poesia “Sentimento intenso”- IV° Edizione del Concorso Nazionale “Poesie d’amore” di Torino. 

-Gennaio 2014: Primo Premio alla poesia “Notte desolata”- Concorso Nazionale “Secondo Memorial di Luciano Nicolis”, sezione studenti, Villafranca Veronese, VR. 

-Giugno 2014: Secondo Premio alla poesia “Addio, ragazzo!”- VIII° Edizione del Concorso  Letterario “Valeggio Futura”, Valeggio sul Mincio, VR.

-Settembre 2015: Menzione d’onore alla poesia “Ti amo, ragazzo mio!”- VI° Edizione del Concorso Nazionale “Poesia d’amore” di Torino.  

-Dicembre 2016: Menzione d’onore alla poesia “Ricordi” - III° Edizione del Concorso Nazionale “Poeti e scrittori uniti in beneficienza” di Torino.

*Marzo 2017- Fatta stampare la seconda raccolta di poesie intitolata: “Cuore e cielo”.


Stasera volevo condividere con alcuni di voi (con i lettori più sensibili) la piccola soddisfazione di aver appena stampato la mia seconda raccolta. A dire il vero per me artista è un evento abbastanza significativo.
Ho caricato in formato PDF entrambe le mie raccolte di poesia, che potete trovare ai seguenti link:

a) Per "Ali di Pensiero":
https://drive.google.com/file/d/0B_Ut2ljNR2kKTzEzX05qOGpfLTQ/view?usp=sharing

b) Per "Cuore e cielo":
https://drive.google.com/file/d/0B_Ut2ljNR2kKZzVfMm5UZzRlMG8/view?usp=sharing

Basta evidenziare gli url e premere il tasto destro del mouse.
Notate alcune differenze:
1) Vi faccio presente che "Ali di pensiero" è in un formato orizzontale caratterizzato dal corretto sistema di impaginazione per un libretto orizzontale A5. Quindi non stupitevi troppo se a sinistra c'è la pagina 36 e a destra invece la pagina 1. "Cuore e cielo" è invece in un formato verticale.

2) In "Ali di pensiero" ci sono diverse immagini affiancate alle brevi poesie che componevo quando ero nel pieno dell'adolescenza. In "Cuore e cielo" vi sono pochissime immagini, tutte significative, tutte funzionali ad esprimere in modo potentemente emotivo il concetto chiave di un componimento.
In quasi cinque anni di attività poetica ne sono cambiate di cose... Tenete presente che il primo era il fascicoletto dei buoni sentimenti di una ragazzina, il secondo è la raccolta di una giovane che nel corso dell'infanzia e dell'adolescenza ha coltivato una sua grande dote: la sensibilità.

3) Quando avevo quindici anni mi venivano molto bene quelle che alcuni studiosi di letteratura chiamano "le poesie nominali", ovvero, le poesie prive di forme verbali. Ora non mi vengono più... ora tutti gli elementi della Natura vengono spesso personificati attraverso dei verbi che rimandano però anche a qualità umane.






24 marzo 2017

Il tema del viaggio nella storia della letteratura italiana:


Continuo il mio excursus letterario iniziato esattamente una settimana fa.
In questo post però ci sono soprattutto esempi significativi e interessanti di viaggi raccontati in alcune opere della letteratura italiana.


1) MARCO POLO E "IL MILIONE":

Dunque, partiamo dal Duecento e quindi da un secolo che appartiene ancora al Medioevo. 
Sabato scorso ho scritto che la latinità medievale, profondamente influenzata dai principi del cristianesimo, interpretava il concetto di viaggio come un percorso mirato alla conquista del regno celeste attraverso le fatiche e i dolori della vita. In alcune opere tra l'altro, gli elementi fantastici e quelli biblici si fondono con entità reali.
Bene, nel Basso Medioevo (secoli X°-XIV°) si sviluppano le città, le tecniche agricole e le attività commerciali, incentivate dalla nascente borghesia. Grazie a questi importanti eventi storico-sociali, il tema del viaggio inizia ad assumere anche un valore laico e urbano, che lo lega indubbiamente allo stile di vita condotto dai ceti mercantili, costituiti da intraprendenti viaggiatori. 
Il "Milione" di Marco Polo è una lunga, ampia e particolareggiata relazione su un viaggio che è sia esplorazione sia conoscenza di una terra lontana e affascinante agli occhi di diversi medievali: l'Oriente! 
Il "Milione" è ampiamente documentato; si descrivono itinerari, soste, località, usi e costumi delle popolazioni, l'economia di un paese e la sua organizzazione amministrativa, la misurazione delle distanze. 
Scrive Hermann Grosser in "Il canone letterario, Duecento e Trecento": 
"... procedendo da Occidente verso Oriente, Marco portava con sé non solo il desiderio di scoprire e di esplorare terre nuove e incognite, ma anche un repertorio di favole, di leggende, di utopie che si erano inestricabilmente legate, nel corso dei secoli, all'idea che l'Occidente si era fatto dell'Oriente.
Così non mancano le descrizioni di uomini con la coda (le scimmie) o il racconto di voci misteriose che sorprendono quanti si avventurano di notte nel deserto di Lop." 

Tuttavia, la curiosità è più forte della meraviglia, perché: "Non poche volte Marco sa dare spiegazioni corrette di fenomeni solo apparentemente meravigliosi, come quando descrive una miniera di pietre nere che ardono come bucce, ovvero, come legni secchi" (H. Grosser).

 A questo proposito, Luigi Foscolo Benedetto, primo studioso moderno di questo trattato, ha scritto che appare sicuramente evidente la capacità del narratore protagonista di ammirare le caratteristiche delle nuove terre e di rimanere affascinato da ciò che non conosce: "(...) è un'esaltazione dell'Asia. Da un capo all'altro esso risuona di esclamazioni. I superlativi vi sono prodigati. Si sente che il vero argomento del libro non è la semplice cognizione inattesa ma l'entusiasmo, quello che vi strappa un grido di ammirazione felice. Marco ha slanci d'entusiasmo per tutto ciò che è bello, perfetto, raro."

Probabilmente il "Milione" non è un libro di un mercante destinato ad essere letto da altri mercanti, ma il trattato di un uomo che viaggia spinto dalla curiosità di conoscere nuovi luoghi inesplorati per poter poi riferire ciò che ha osservato.



2) I MERCANTI ARABI DEL MEDIOEVO:

Anche i mercanti arabi viaggiavano per mare e narravano volentieri e in modo curioso le loro avventure! Anche per questi esploratori per cui "le meraviglie del mare sono innumerevoli", lo spirito di osservazione realistica e la deformazione fantastica si fondono.
Eccovi alcuni esempi tratti dal volume: "Le isole mirabili: periplo arabo medievale" di Angelo Arioli, studioso di letteratura araba.

"VII, c L'isola delle fanciulle: Fra le isole Waq Waq vi è l' Isola delle Fanciulle ove stanno creature dai corpi nudi, di colorito bianco e di bella figura che si rifugiano sulle cime degli alberi. Cacciano le genti, poi le mangiano.
(...)
XI. Isola Mobile: E v'è un'isola con case e cupole bianche che appaiono e prendono forma agli occhi dei marinai che subito anelano giungervi. Ma più si avvicinano più quella si allontana, e insistono finché disperati non volgono altrove.
(...)
XLVIII. L'Isola dei Bud: Costoro hanno ali, capelli e sottili proboscidi. Camminano su due e su quattro piedi, volano o tornano all'isola."


3) DANTE E LA "DIVINA COMMEDIA":

Dante, autore vissuto a cavallo tra Duecento e Trecento, elabora un'opera maestosa, la "Commedia", definita poi con il famoso aggettivo "divina", proveniente dall'entusiastico giudizio che Giovanni Boccaccio ha dato a questo capolavoro italiano.
La "Commedia" è un viaggio verso Dio, il Sommo Bene, compiuto attraversando tutti e tre i regni dell'oltretomba: Inferno, Purgatorio e Paradiso, che tra l'altro costituiscono le tre cantiche di cui è composto il poema. 
Il viaggio di Dante inizia nella selva oscura, metafora dello smarrimento e del peccato per poi concludersi nell'ascesa al Paradiso Celeste, che configura anche un'ascesa morale dell'autore-protagonista. Scrive H. Grosser nel mio manuale: "Una fortissima tensione lineare verso, l'alto, gotica si potrebbe dire, caratterizza la Commedia."
Sapete che Ulisse è collocato all'Inferno, nel XXVI° canto, tra i fraudolenti? Dante lo colloca in una bolgia infernale circondata da fiamme di fuoco per vari motivi, tutti scaturiti dal repertorio della classicità: l'inganno del cavallo, l'abbandono della famiglia per appagare la sua sete di conoscenza e il suo ardente desiderio di gloria, il superamento delle colonne d'Ercole (azione arrogante e oltraggiosa nei confronti degli dei). 
Ma è proprio così negativo Ulisse? A chi dobbiamo dar ragione, a Dante, che ne evidenzia in modo intransigente i difetti, oppure agli studiosi dell'Odissea o meglio, all'Odissea stessa che sembra illustrare un eroe sinceramente legato alla patria e alla famiglia? Domanda facilmente risolvibile: Dante era figlio del suo tempo, del Medioevo che esige che tutto si spieghi con Dio e non possa dunque trovare altra spiegazione se non in Dio stesso. Ulisse è il prodotto di una cultura pagana, attenta però agli affetti, ed è proprio questo che mi piace molto del secondo poema omerico. 
Dante però si confronta con Ulisse in questo canto: egli infatti si specchia nell'eroe greco per l'umana sete di conoscenza ma gli si contrappone, perché il suo viaggio nell'oltretomba è dotato di una natura provvidenziale. Per Dante, Enea è molto diverso da Ulisse: l'eroe troiano è un esule alla ricerca di una nuova terra, è un uomo molto legato ai doveri, e, secondo i medievali, al corretto uso della ragione.

Riporto qui sotto un'osservazione scritta sempre sul mio volume di liceo di letteratura italiana: 
"Il viaggio è il motivo centrale della Commedia. Ma esso si compie qui e altrove, ora e dopo, oppure ora e prima. Ogni figura è fissata in un tempo doppio: mortale ed eterno. Ogni gesto, ogni battuta, ogni discorso non sono opera del caso ma rientrano in un piano teologico e provvidenziale:inchiodate alla loro verità,  le figure dell'opera ruotano intorno al personaggio Dante, che con l'aiuto delle guide deve interpretarne i segni, il senso. "

Il mio amico Luca mi aveva segnalato una sinfonia composta da Listz e intitolata: "Sinfonia Dante". 
Ho caricato i primi venti minuti, relativi alla connotazione dell'Inferno. Sentite tra quei veementi accordi l'impetuoso scorrere dell'Acheronte, fiume di sangue, sentite i latrati di Cerbero, la rabbia di Caronte che percuote con un remo le anime? Sentite il brulicare dei diavoli della città di Dite, le sofferenze nell'oscura selva dei suicidi? Io sì! 

Listz-"Inferno", parte prima della "Sinfonia Dante".



4)BOCCACCIO- IL DECAMERON:

Perdonate il titolo generico di questo paragrafo. Ad ogni modo, con lo sviluppo della novellistica, compare nuovamente l'intraprendenza del ceto mercantile, come nella novella intitolata: "Andreuccio da Perugia". Il soprannaturale scompare radicalmente però, per lasciar spazio a descrizioni realistiche dei contesti sociali e dei luoghi.

Il protagonista di questa vicenda è Andreuccio,  un “cozzone” (cioè, un mercante) di cavalli assai giovane ed ingenuo, che, giunto a Napoli per concludere dei buoni affari, fa sfoggio della sua ricchezza sulla piazza del mercato. E' così che viene notato da Fiordaliso, una prostituta siciliana che architetta uno stratagemma per derubarlo: dopo aver visto il giovane salutare con trasporto un'anziana donna, anch'essa siciliana, chiede a quest'ultima notizie sul giovane, per poi fingersi sua sorella, figlia di un’amante conosciuta dal padre durante un viaggio nell'isola.
La giovane donna adesca allora il mercante perugino con calorosi abbracci e lo invita poi a casa sua per una cena, nella contrada Malpertugio, un quartiere malfamato di Napoli. Andreuccio cede poi all'insistente richiesta di Fiordaliso di fermarsi a riposare in una camera della casa.
Spogliatosi dei suoi vestiti e della bisaccia contenente i denari, Andreuccio si reca nella latrina, dove si trova un'asse schiodata. Il protagonista vi scivola dentro, senza però subire danni fisici dalla caduta nella fogna, mentre nella stanza la donna si impadronisce dei denari.
In quella notte trascorsa all'aperto, Andreuccio incontra due ladri e con loro si reca presso la tomba dell'arcivescovo che è stato sepolto con una grande quantità di oro che gli apparteneva in vita.
Andreuccio, che accetta di partecipare al furto, viene allora calato in un pozzo vicino alla chiesa e abbandonato dai due delinquenti che fuggono anche a causa dell'arrivo di due guardie.
Queste, assetate, tirano verso l'alto la corda a cui era appeso il secchio e alla vista del giovane fuggono terrorizzati.
Andreuccio incontra nuovamente i ladri, cui racconta il proprio "salvataggio" e con cui attua di nuovo il furto. Scoperchiata la tomba in marmo dell’arcivescovo, i due criminali obbligano il giovane a introdursi nel sepolcro e a consegnare loro gli oggetti preziosi. Andreuccio, capendo che i ladri vogliono nuovamente abbandonarlo, una volta consegnate tutte le reliquie, tiene per sé un anello.
I due chiudono poi nella tomba il giovane mercante e se ne vanno.
Mentre Andreuccio è all'interno della tomba e molto angosciato a causa delle proprie disavventure, sopraggiunge un prete che, dopo aver aperto l'arca, prova a calarsi all'interno. Tuttavia Andreuccio, cogliendo l'occasione propizia per poter uscire, gli afferra la gamba, terrorizzandolo e facendolo scappare.
Finalmente libero, il protagonista esce dalla cripta e ritorna a Perugia, con l’anello dell’arcivescovo.

Qui una città diviene il teatro di una vicenda avventurosa. Prima della sua travagliata avventura a Napoli Andreuccio non era mai uscito da Perugia e in effetti, non abituato ad osservare bene le caratteristiche di un ambiente, egli non comprende che in una città grande e già allora trafficata come Napoli non si possono ostentare ricchezze in pieno mercato, perché è molto facile essere poi soggetti agli inganni di qualche astuta cortigiana senza scrupoli!!
Andreuccio è sì ingenuo ma soprattutto incauto, sprovveduto, è talmente preso dall'entusiasmo di operare per un breve periodo in questa nuova città che si rivela incapace di valutarne le insidie.



5) RENZO A MILANO:

Ve la sentite di fare un salto temporale di cinque secoli? Soltanto per pochi minuti.
Ritorniamo al romanzo di Manzoni. Nei capitoli XII- XVII sono narrate le vicende di Renzo a Milano.
Anche Renzo qui appare come un giovane sprovveduto, perché per la prima volta esce dal suo territorio natale e dal suo paesino, costretto non dal lavoro ma dalla prepotenza e dal capriccio di Don Rodrigo, nobilotto degenere di un villaggio collocato nel territorio di Lecco.
Il capitolo XII° è tutto dedicato alla spiegazione delle cause storiche che riguardano il tumulto di San Martino (11 novembre 1628), che aveva visto da parte del popolo l'assalto ai forni.
Alla fine di quella giornata di tumulti, Renzo l'incauto si unisce a un gruppo di rivoltosi per gridare in piazza la sua indignazione contro i nobili ingiusti e prepotenti che non agiscono secondo i principi evangelici: "Bisogna che il mondo vada un po' più da cristiani (...) Non è vero, signori miei, che c'è una mano di tiranni che fanno proprio al rovescio dei dieci comandamenti e vanno a cercar la gente quieta, che non pensa a loro, per fargli ogni male e poi hanno sempre ragione?".
Un informatore della polizia, dopo averlo ascoltato, lo accompagna in un'osteria e qui Renzo dà il peggio di sé: si ubriaca e acclama con incredibile ingenuità i principi della giustizia sociale con un evidente disprezzo verso governanti, aristocrazia, avvocati e uomini politici.
Viene scambiato per uno dei capi della rivolta.
In effetti ricorderete piuttosto bene che il mattino seguente viene arrestato. E' il 12 novembre 1628. Mentre i poliziotti lo trascinano in piazza, egli, approfittando dell'accalcarsi della folla ne approfitta per dire: "Figliuoli, mi menano in prigione perché ieri ho gridato pane e giustizia".
E così riesce a scampare all'impiccagione. Questa è la prima di una serie di azioni intelligenti compiute da Renzo in quella giornata.
Il giovane attraversa il territorio di Milano per poter raggiungere le sponde dell'Adda e il territorio di Bergamo, ma, per non destare sospetti, ai passanti non chiede mai dove si trova Bergamo, ma chiede come fare per raggiungere paesi vicini.
Di notte raggiunge le rive dell'Adda. Rileggetevi l'inizio del capitolo XVII°, mette i brividi perché sembra proprio di vederlo Renzo, mentre corre ed è stanco e ha paura di essere scoperto e arrestato.
Secondo Salvatore Silvano Nigro, Renzo appare un po' come Robinson Crusoe, il self-made man, in questo punto:

"Gli venne in mente di aver veduto, in uno dei campi più vicini alla sodaglia, una di quelle capanne ricoperte di paglia, costruite di tronchi e di rami, intonacati poi con la mota, dove i contadini del milanese usan, d'estate, depositar la raccolta e ripararsi la notte (...)  La disegnò subito per il suo albergo: si rimise sul sentiero, ripassò il bosco, le macchie, la sodaglia e andò verso la capanna (...) Vide in terra un po' di paglia e pensò che anche lì, una dormitina sarebbe ben saporita."

Anche qui, dall'esperienza di una disavventura, scaturisce una maturazione psicologica che aiuta uno dei protagonisti del romanzo a scampare alla morte ma anche a raggiungere un luogo sicuro dove poter abitare per un po' (la casa del cugino Bortolo a Bergamo).