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14 gennaio 2018

"Il gigante buono":


Rendetevi conto di che cosa è in grado di partorire la mente della vostra complessata vecchiona, anche a ridosso degli esami!
Mi trovo costretta a interrompere le spiegazioni sugli sviluppi linguistici dei popoli indoeuropei a causa di una fulminea ispirazione, che mi ha portata a creare un racconto piuttosto carino.
Creato... Non credo sia il termine appropriato in un contesto come questo. 
Ho praticamente reinventato, stravolto e un pochino modernizzato la storia del gigante egoista. 
Ma il mio è un gigante dotato di un cuore meravigliosamente pulsante di vita.
Ah e... se, mentre leggete, riuscite ad immaginare gli ambienti e i personaggi descritti, questo significa che come scrittrice potrei promettere bene!
Oddio... liberissimi anche di considerarla una favoletta ridicola inficiata di inutile e patetico pietismo. A me modestamente piace.

IL GIGANTE BUONO:

CAPITOLO PRIMO- LE ORIGINI DEL GIGANTE:
 
In un tempo non molto lontano dal nostro, esisteva una città chiamata Fango a causa del clima piovoso e umido. Raramente il sole illuminava questo luogo e, a causa di acquazzoni torrenziali, le strade risultavano quasi sempre macchiate di grandi pozzanghere marroncine, sulle quali le nubi si specchiavano mentre passeggiavano per le vie del cielo.
In questa città triste, inquinata e purtroppo ricca di innumerevoli condomini fatiscenti, viveva anche una famiglia un po' particolare; si trattava di una coppia con un figlio dotato di rara bellezza fisica. Ciò che di lui colpiva erano certamente i suoi capelli ricci di un colore che richiamava alla mente i campi di grano baciati dai tramonti estivi.
Era molto, molto alto, molto più alto dei suoi coetanei, i quali spesso non perdevano l'occasione per deriderlo o per insultarlo con espressioni grossolane a causa di questa sua caratteristica.
I genitori non lo amavano particolarmente: era infatti frequente che entrambi gli rinfacciassero di essere imbranato e rimbambito a causa della sua timidezza.
Il bambino non aveva mai ricevuto da loro nessun complimento, nemmeno per un bel voto preso a scuola.
Le uniche carezze che aveva ricevuto nella vita erano stati soltanto gli schiaffi di suo padre il quale, purtroppo aveva il brutto vizio dell'alcool.

Eppure, i motivi per cui i suoi genitori avrebbero dovuto lodarlo sarebbero stati molti, a cominciare dalla sua grande sensibilità: il ragazzino, nei momenti di solitudine, si affacciava sul balcone del suo condominio e ammirava il sorgere del sole, la nascita delle stelle, la luminosità della luna.

Quando gli capitava di vedere delle rondini volare, non poteva mai fare a meno di esclamare: "Rondinelle, portatemi con voi! Voglio andare in un bel posto lontano!!"

L'altissimo ragazzino era molto intelligente e molto portato per qualsiasi forma d'arte: i suoi dipinti ad acquerello raffiguravano delicati  paesaggi collinari e montuosi che egli però non aveva mai avuto l'occasione di vedere.
In musica era fortissimo: da qualsiasi strumento era sempre stato in grado di ricavare melodie ora ballabili; e queste soprattutto con la batteria, ora tranquille; in particolar modo quando toccava i tasti di un pianoforte. Aveva talento, indubbiamente, anche se non sapeva nemmeno una nota!
Era inoltre molto portato per la poesia: le sue parole tratteggiavano immagini delicate, in cui veniva spesso descritta una natura bellissima, piena di sole e di brezza, incontaminata dall'inquinamento.

Con grandi sacrifici che comportavano la conciliazione degli orari lavorativi in un ristorante con degli intensi momenti di studio, il ragazzo era riuscito a terminare gli snervanti studi universitari.
"Dottore in Ingegneria"... Già... bel traguardo, gran bella soddisfazione, se almeno dell'ingegneria gli fosse importato qualcosa!! Aveva scelto quella facoltà soltanto per accontentare i genitori, che gli avevano sempre detto: "Con la musica e con la poesia non si mangia, devi fare qualcosa che ti sia utile, gigantone rimbecillito!"
E con quella laurea si mangiava anche se non si aveva la minima intenzione di dedicarsi ad una professione adeguata a quel percorso di studi??!
Oddio, oddio!!! Che senso aveva avuto iscriversi ad Ingegneria per non diventare ingegnere??
E così, il nostro protagonista, che ormai era un ragazzone che aveva raggiunto un'altezza vertiginosa e maestosa, aveva deciso una notte di partire di nascosto da casa.


CAPITOLO SECONDO- IL VIAGGIO:

Il ragazzo aveva raggiunto la stazione di quella che, per venticinque lunghi anni, era stata la sua cupa città natale.
La stazione gli sembrava un luogo anonimo, piuttosto silenzioso nelle ore notturne.
Nel corridoio di ingresso si sentivano i passi ticchettanti degli altri frequentatori, per la verità pochi.
Si udiva inoltre un rumore lontano di rotaie che stridevano.
Con serena calma, il nostro dolce gigantone stava consultando il tabellone delle mete.
I suoi occhi si erano fermati in particolare sulle scritte: "Fango-Limpida Valle".
Digitando sul suo smarthphone il nome di quel paese mai sentito, aveva scoperto che si trattava di una piccola cittadina incastonata tra le montagne, lontana e... resa meravigliosa da un suggestivo gioco di luci ed ombre che le fotografie permettevano di osservare.

Aveva deciso, allora. Avrebbe preso un biglietto per Limpida Valle.
Il treno per quel luogo che sembrava un paradiso sarebbe partito tra venti minuti.

Poco prima del sorgere del giorno, avrebbe finalmente iniziato una nuova vita. Per davvero.
Basta, basta con l'invenzione di mondi e contesti in cui si immaginava un musicista e un pittore molto stimato e molto ammirato dalle ragazze!
Era stanco ormai di dedicare buona parte delle notti a pensare a quelle cose.
Doveva dare una svolta decisiva alla sua vita, ora!
Doveva farlo prima che quelle ricorrenti immaginazioni mentali gli facessero pericolosamente perdere il contatto con una realtà che non gli era mai piaciuta.
Era emozionato. Gli occhi, brillanti per l'eccitazione, parevano perle d'argento.


CAPITOLO TERZO- L'ARRIVO A LIMPIDA VALLE:

A Limpida Valle era una fresca e soleggiata mattina di primavera.
Sui verdi prati spuntavano miriadi di fiori colorati, accarezzati dal leggero battito d'ali delle farfalle.
Giù da una ripida e imponente montagna scorreva un ruscello dalle acque cristalline.
Le case di quella cittadina, fatte di legno e pietre, erano quasi tutte circondate da grandi alberi.
Il nostro Gigante Buono ammirava tutto questo, bisbigliando, con sincero stupore di fanciullo estasiato: "Che bello!"
Le stelle stavano per spegnersi e il cielo stava per accogliere le prime tenui luci dell'aurora.
Dopo aver percorso alcune vie periferiche di quel grande villaggio, aveva trovato una villa abbandonata, circondata da un giardino piuttosto spazioso.
Il cancello, un po' arrugginito, era del tutto aperto.
Incuriosito, era entrato e, scoprendo la villa disabitata, aveva deciso di rimanervici.
Cioè, chiariamo una cosa: a lui, che per più di vent'anni aveva vissuto in un condominio, quel posto sembrava una villa enorme, in realtà era una casa dai soffitti molto alti, dotata di otto stanze all'interno e di un giardino popolato di cipressi, ulivi e di qualche altalena appesa ai solidi tronchi delle querce.


CAPITOLO QUARTO- ASSURDI PREGIUDIZI:

Era passata ormai una settimana da quella notte di fuga.
Il nostro ragazzone stava bene, era felice, si occupava volentieri dei lavori di casa: aveva ridipinto di azzurro le pareti del salotto e, con grande zelo, aveva anche ripulito tutti i mobili dalla polvere.
Finalmente, dopo anni di studio e lavoro, trovava il tempo di dipingere e di scrivere!
Si riteneva fortunato ad aver trovato quella casa nella quale abitare: in una stanza, accanto a un camino, c'era anche un pianoforte verticale.
Il Gigante Buono lo suonava ogni giorno e puntualmente, ogni giorno, le rondini e i passeri si affacciavano sul davanzale della finestra della stanza, per ascoltarlo e per cinguettare.
Lui e gli uccellini formavano una banda perfetta!!

Ma, a una settimana dal suo arrivo, era accaduto qualcosa di veramente molto spiacevole: il Gigante si trovava in giardino, vicino alla porta di ingresso della casa.
Stava dipingendo, quando improvvisamente aveva alzato lo sguardo dalla tela.
Vicino al cancello, perennemente aperto, aveva visto dei bambini giocare e rincorrersi.
Alcuni si dondolavano sulle altalene e uno in particolare, molto piccolo, non riusciva a salire sulla sedia, fatta di un materiale ligneo piuttosto scivoloso.
"Poverino! Lo aiuto, così evito che si faccia male!", pensava il nostro Gigante Buono.
Ma, non appena si era avvicinato, con il suo gran bel sorriso, tutti i bambini erano fuggiti strillando: "Aiuto! C'è un mostro in questo giardino!"
"C'è un mostro che vuole mangiarci per cena!" "E' un gigante! E' un gigante mostruoso, è altissimo!".
Inutile dire che queste frasi piene di paura e di spavento avevano oltremodo intristito il nostro ragazzone straordinariamente sensibile.

Molto presto, nel paese, si era diffusa la voce che in quella bella casa dotata di un ridente giardino vivesse un orco altissimo e bruttissimo, prova vivente dell'esistenza del demonio sulla terra.
Nessuno più passava in quella zona periferica di Limpida Valle e il nostro povero Gigante Buono soffriva tremendamente di solitudine.
Anche gli adulti raccomandavano caldamente ed energicamente ai loro figli di non provare mai a raggiungere quel giardino. "C'è un gigante alto, altissimo e cannibale!", "C'è un gigante cattivissimo!", esclamavano, con occhi sbarrati o spiritati.
Ma in realtà non sapevano bene di che cosa stessero parlando.


CAPITOLO QUINTO- ZOE:

Il tempo scorreva, veloce, infaticabile e inesorabile come una cascata che bagna le rocce e scorre tra la vegetazione di una foresta.
Il Gigante Buono era molto malinconico. Quella nuova vita gli permetteva di dedicarsi a tutto ciò che gli piaceva, è vero, ma non aveva amici.

In un pomeriggio assolato di luglio, mentre era seduto di fronte al pianoforte senza voglia di toccare i tasti, aveva sentito una voce leggera e delicata che stava cantando.
"Come può esserci in questo posto una presenza umana all'infuori di me?", si chiedeva sbalordito.
Poco dopo si era deciso ad uscire di casa.

Sotto l'ombra di un ulivo, c'era una ragazza intorno ai vent'anni che indossava un grazioso vestito blu e che pizzicava le corde di una chitarra. Cantava delle parole in inglese di cui il nostro protagonista non riusciva a cogliere il significato.
"E' molto bella", pensava tra sé, mentre ascoltava e ammirava i capelli castani e la carnagione rosea, tratti tipici delle bambole tirolesi.

"Ma che bel sorriso che hai!", aveva esclamato lei ad un tratto, interrompendo la canzone.
"Ciao", aveva sussurrato il Gigante, sentendo un gran calore alle guance.
"Sorridere e socchiudere gli occhi quando una persona canta e suona è indice di grande tenerezza e sensibilità!" diceva con voce squillante la giovane ragazza, che intanto si avvicinava sempre di più al ragazzone super-alto.
"Mi chiamo Zoe. Piacere di conoscerti, tu devi essere un Gigante Buono!" aveva aggiunto poco dopo, abbracciandolo.
Gigante Buono... Gigante Buono, proprio così llo aveva chiamato.
Era la prima volta che il nostro protagonista riceveva dei complimenti.
Era la prima volta che qualcuno non lo derideva e non lo maltrattava.
Era la prima volta che qualcuno lo abbracciava volentieri, spontaneamente e con sincerità.
Per questo, la prima volta che aveva incontrato Zoe, aveva pianto molto.

Da quel pomeriggio, la ragazza aveva preso l'abitudine di andare a trovarlo ogni giorno.
E quel nome di "Gigante Buono", che soltanto l'autrice di questa storia gli ha affibbiato quasi fin dall'inizio delle vicende, non se lo sarebbe mai e poi mai dimenticato.
Ben presto Zoe era diventata la luce della sua vita, con la sua spontaneità e generosità.


CAPITOLO SESTO- IL CONCERTO CON GLI UCCELLINI:

Era ormai terminato anche l'autunno, con i suoi caldi colori e i suoi cieli ora grigi, ora chiari e tersi.
In una giornata tardo-autunnale, mentre un leggero vento faceva cadere le ultime foglie delle querce in una dolce e tacita pioggia che accarezzava i volti di Zoe e del Gigante Buono, il burbero Inverno aveva fatto capolino dal cancello della casa. Si era fermato per alcuni minuti ad osservare quella coppia felice, in perfetta sintonia.

Ad un tratto, sentendoli cantare insieme, si era perfino commosso e, toccandosi la lunga barba bianca nevosa, aveva pensato: "Loro sono troppo meravigliosi, non meritano la mia durezza. Dirò alla mia collega Primavera di venire in questo luogo paradisiaco il prima possibile. Ma solo qui, nel giardino di questa casa. Io rimarrò comunque in questa cittadina e genererò gelidi venti e abbondanti nevicate, alternate da piogge battenti e grandine."

Ciò che aveva escogitato l'Inverno si era avverato: dappertutto c'era freddo, tranne che nel giardino di Zoe e del Gigante Buono.
Zoe però di tanto in tanto esclamava: "Ma... forse l'Inverno si è dimenticato di noi?"
Intanto il loro prato diveniva sempre più ricco di fiori, sempre più popolato di variopinte farfalle.
Su ogni albero c'erano gemme.


Zoe e il Gigante Buono erano sempre più uniti e affiatati.
Una mattina, entrambi con le guance arrossate e con gli occhi luminosi, avevano deciso di cantare la loro canzone preferita, una canzone di cui il Gigante Buono aveva scritto le parole in versi e che la sua donnina si era preoccupata di mettere in musica.

Quella mattina, Zoe e il Gigante Buono cantavano a voce talmente alta che la gente di Limpida Valle, attratta da quella melodia, era accorsa verso la casa.
 A tutti quanti erano venute le lacrime agli occhi, pieni di meraviglia per la soavità di quelle due voci.
Anche i passeri e i fringuelli che volavano in quel giardino incontaminato dal gelo si erano fermati accanto alla coppia per cinguettare soavemente.
Alcuni bambini allora avevano lasciato le mani dei loro genitori, erano entrati nel giardino e avevano iniziato a dondolarsi sulle altalene.
"Ma è buonissimo! Altroché orco malefico!", dicevano i più piccoli, mentre applaudivano quelle due creature che avevano dato vita, nei loro cuori e nell'ambiente loro circostante, ad un'atmosfera di perfetta armonia.
A quel punto anche gli adulti avevano capito.
E anche loro avevano cominciato a varcare le soglie del cancello.
"Via da qui! L'avete considerato un mostro fino a pochi minuti fa, perché pretendete che vi accolga? Sparite tutti! Questo è il nostro posto, è soltanto il nostro posto!", urlava Zoe, incredibilmente indignata.
"Zoe, calmati. Il perdono è la più bella cosa che si possa donare nelle relazioni con gli altri. Per donarlo bisogna essere forti, bisogna superare le offese e i muri del pregiudizio.", le aveva detto il Gigante Buono, accarezzandole una guancia con un dito.

Per un po' Zoe era rimasta ad osservare il suo compagno giocare con i bambini, accanto a un cipresso.
Ad un tratto, con gli occhi un pochino umidi, aveva pensato al momento, per la verità non troppo lontano, in cui anche lei sarebbe diventata madre.
E così, dopo aver vinto del tutto l'indignazione, si era aggiunta anche lei ai giochi di gruppo, divertendosi molto.

Ad un certo punto però, la gente di Limpida Valle si era accorta che il mega sorriso del Gigante Buono era inaspettatamente scomparso.
Aveva visto i suoi genitori entrare nel giardino.
Ma come avevano fatto a ritrovarlo proprio nel posto giusto?
Gli sembravano invecchiati, tristissimi, smagriti. Soprattutto suo padre, pieno di rughe.
Il Gigante Buono si era avvicinato verso di loro, provando un senso di profonda compassione.
"Mio caro figlio, quanto ci è mancata la tua bontà! Da quando non vivi più con noi abbiamo compreso quanto vali", aveva esclamato la madre, piangendo e porgendogli tutti i suoi quaderni di poesie scritti durante l'adolescenza.
 "Non credo che riuscirai a perdonarci per i nostri gravi errori. Qui sei riuscito davvero a creare un ambiente d'amore e di pace.", gli aveva detto suo padre, abbracciandolo stretto stretto.
"Cari genitori miei, vi perdono di cuore. Se non riuscissi a farlo non sarei degno di appartenere al genere umano. Ho sofferto molto da bambino e da adolescente, questo è vero, ma durante la mia breve vita ho appreso che l'amore sa come spezzare le catene dell'odio e del risentimento."
Poi, aveva allargato la bocca in un sorriso splendido come il sole a mezzogiorno di una bellissima giornata d'estate e aveva detto: "Zoe, stellina mia, accogliamoli in casa e prepariamo loro un buon pasto. Oggi festeggiamo, perché la gioia di ritrovarsi ha cancellato il rancore del passato e la voglia di vivere ha davvero sconfitto la malinconia e la paura della solitudine."

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Indipendentemente dal fatto che vi sia piaciuta, vi pongo alcuni spunti di riflessione qui sotto. So che può sembrare un'azione da "maestrine", ma tenete presente che tra pochi anni sarò per davvero un'insegnante di Lettere! Comunque sì, sono consapevole di farvi domande strane.

A) "FANGO":

- Nel racconto, il nome di questa città assume valenza negativa, decisamente triste. Quali sensazioni e quali concetti colleghereste alla parola "fango"? (esempio mio: intensa malinconia e incapacità di uscire da una condizione di solitudine, incapacità dovuta per lo più a pigrizia e sfiducia verso la vita).

B) "LIMPIDA VALLE": 

- Già dalle fotografie che appaiono sullo schermo dello smarthphone, appare come un luogo incantevole. La descrizione di questo posto fatta nel terzo capitolo vi ricorda almeno lontanamente alcuni paesaggi montani che vi è capitato di vedere?
Quale ambiente naturale considerate "paradisiaco"?
Vi è mai capitato di sognare luoghi incontaminati sia dalla presenza umana sia dall'inquinamento?

C) IL "GIGANTE BUONO":

Domanda per chi conosce la storia del "Gigante egoista" (chi non l'ha mai letta può passare all'altra frase sottolineata):

- Confrontate il "Gigante egoista" con il "Gigante Buono".
Vi accorgerete che mentre il Gigante Egoista fa una sorta di percorso di formazione che lo porta a diventare generoso e sensibile, il mio Gigante Buono invece non cambia personalità, cambia dapprima stile di vita e poi sono gli altri che mutano il modo di approccio verso di lui.

Domanda di riserva per chi non conosce la storia del "Gigante Egoista":

-Fatevi una specie di mappa mentale in cui inserite gli aggettivi che secondo voi caratterizzano bene il "Gigante Buono". (ovvio, esclusi gli aggettivi che ho scritto io!!)

- Valido per tutti voi, che conosciate o meno la storia del "Gigante Egoista":
a vostro avviso, una persona che nasce con una buona indole e per molto tempo vive in contesti (familiari o scolastici, o entrambi) in cui è maltrattato, come riesce a mantenere il suo ottimo carattere??

Se non riuscite a rispondere non preoccupatevi, è una domanda che anch'io faccio a me stessa quando a volte ripenso a certe esperienze adolescenziali ma non riesco mai a trovare una risposta che mi sembra convincente! Ma sapete, forse si tratta di più cose messe insieme: la mia forza interiore, aver avuto, nonostante tutto, una buona madre, aver sfruttato al meglio le mie qualità e non aver mai perduto la fede in Dio.


D) ZOE: 

- Vale lo stesso discorso per il Gigante Buono: mentalmente fatevi una mappa in cui inserite gli aggettivi che possono caratterizzarla meglio. (ovvio, esclusi gli aggettivi che ho scritto io!!)

-Zoe è priva di pregiudizi. A quale elemento della Natura la paragonereste? Avete un po' di opzioni qui sotto.

1) A una margherita.
2) Alla sorgente di un fiume.
3) A un'onda del mare.
4) A una verde collina.
5) A una montagna illuminata dal sole.
6) A un torrente in piena!
7) A una leggera farfalla.
8) Al profumo del gelsomino.


E) IL FINALE:

"(...) aveva allargato la bocca in un sorriso splendido come il sole a mezzogiorno di una bellissima giornata d'estate e aveva detto: "Zoe, stellina mia, accogliamoli in casa e prepariamo loro un buon pasto. Oggi festeggiamo, perché la gioia di ritrovarsi ha cancellato il rancore del passato e la voglia di vivere ha davvero sconfitto la malinconia e la paura della solitudine."


- Confrontatela con questa parte di una parabola del Vangelo che spero tutti conosciate:

"Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l'anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa."

 (Luca, 15, vv. 22-24)

 Dal confronto ricavate tutti i valori positivi che la mia storia contiene. Anzi, non c'è nemmeno bisogno che lo facciate, perché alla fine ho pensato di metterli io qui sotto:

1) L'amore.
2) Il perdono.
3) La generosità.
4) La dolcezza, madre del calore umano.
5)La voglia di vivere e di ricominciare a vivere.
6)No ai pregiudizi! Sì all'ascolto e alla voglia di conoscenza dell'altro!!




9 gennaio 2018

Gli indoeuropei nella storia- I Germani:

Da dove comincio?? Forse è meglio che inizi con una sorta di classificazione geografica delle lingue germaniche.
Eccola qui sotto:

GERMANICO SETTENTRIONALE: islandese, norvegese, svedese, danese.
GERMANICO ORIENTALE: Lingua gotica, parlata e scritta in un periodo compreso tra la tarda antichità e l'alto Medioevo, oggi estinta.
GERMANICO OCCIDENTALE: inglese, tutte le varietà del tedesco, l'olandese, il fiammingo e il frisone.

STATI EUROPEI IN CUI SI PARLANO ATTUALMENTE LE LINGUE GERMANICHE:
SVEZIA, NORVEGIA, DANIMARCA, ISLANDA











GERMANIA, AUSTRIA, SVIZZERA, OLANDA, BELGIO
REGNO UNITO, IRLANDA

TAPPE DELLA STORIA DEI GERMANI DALLA PREISTORIA ALLA TARDA ANTICHITÀ:

Il linguista Villar inizia in questo modo capitolo dedicato a questa antica popolazione indoeuropea:

"I Germani sono il risultato dell'indoeuropeizzazione del Sud della Scandinavia e della Danimarca da parte di genti provenienti dall'Europa centrale, portatori della ceramica a cordicella e dell'ascia da combattimento."

Pare che gli indoeuropei, nel corso delle loro migrazioni, siano riusciti a giungere dall'Europa Orientale all' Europa centrale nella seconda metà del IV° millennio a.C. Ad ogni modo, penetrando in Danimarca e in Scandinavia, trovarono una cultura prevalentemente agricola, creatrice di monumenti megalitici.
Il popolo dei Germani dunque si è formato dall'incrocio tra gli indoeuropei provenienti dall'Europa Centrale e le popolazioni megalitiche di alcune zone del nord.
Pare che l'ipotizzato germanico comune sia sopravvissuto per molto tempo, al punto tale che si suppone fosse ancora parlato all'alba dell'era cristiana. Sembra quindi che la frammentazione dialettale del germanico sia stata dovuta all'espansione dell'omonimo popolo verso sud.
Nel IV° secolo a.C. forse erano già arrivati sulle rive del Reno.
Non voglio elencarvi tutte le caratteristiche comuni tra le moderne lingue del gruppo germanico attualmente parlate, sarei troppo specifica.  Però sappiate che questo ramo linguistico indoeuropeo si distingue rispetto a tutti gli altri grazie alla presenza di tratti comuni che hanno fatto supporre l'esistenza di un protogermanico originario in epoche certamente molto antiche, ma sempre meno remote di quelle che avrebbero visto la diffusione a macchia d'olio della lingua degli indoeuropei.
Propongo solo un piccolo confronto in tabella di una parola che conoscete tutti benissimo, almeno in inglese.
Nella terza riga ho cercato di scrivere le pronunce nelle varie lingue, ma notate che sia il modo grafico che il modo fonetico (fonetica è la parola che si utilizza per riferirsi ai suoni delle lingue) sono abbastanza vicini.


INGLESE TEDESCO OLANDESE DANESE SVEDESE
house Haus huis hus hus
/haus/ /haus/ /hees/ (più o meno) /uss/ /heus/

 In Austria è stata trovata su un elmo un'iscrizione interessante, probabilmente in germanico, composta da due parole, che qui traslittero:

"Harigasti teiwa".

La prima parola forse è da collegare al nome del proprietario, la seconda invece è stata fatta risalire alla radice I.E. *deiw-, ovvero, "celeste".
Il significato della parola germanica e della radice secondo me è verosimile, perché mi fa pensare alla radice indoeuropea *dyeus, che sta per Dio. Non si sa bene se i remoti indoeuropei fossere monoteisti o politeisti, ad ogni modo, da *dyeus deriverebbero anche lo Zeus greco, il Giove latino e il Deivas baltico.
Nel II° secolo a.C. avvenivano i primi scontri tra latini e germani e, circa cent'anni più tardi, Giulio Cesare stava invadendo le Gallie. Egli venne a contatto non soltanto con le popolazioni celtiche ma anche con delle varie tribù germaniche.
Nel suo "De Bello Gallico" ("Sulla guerra gallica) descrive le tradizioni degli stranieri e racconta di aver sconfitto il popolo germanico degli Svevi nel 58 a.C.
Secondo Cesare, le tribù germaniche erano indipendenti le une dalle altre, vivevano in villaggi e non avevano un capo o comunque un governo centrale che le controllasse.                                         Duecento anni dopo Tacito, altro storico romano illustre, afferma l'esistenza di un capo, nominato a vita, che aveva poteri politici, militari e religiosi. Il suo incarico però non era affatto ereditario, dal momento che alla sua morte veniva eletto un altro capo.
In era cristiana, ancora prima che cadesse l'Impero romano d'Occidente, il vescovo Wulfila, di madrelingua gotica, aveva tradotto la Bibbia dal greco al gotico. La traduzione però non ci è giunta per intero, dal momento che è andato perduto quasi tutto l'Antico testamento.
Nel 330 d.C questo personaggio, dotato di un'intelligenza finissima che fortunatamente gli è stata riconosciuta già in vita, era stato nominato vescovo di Costantinopoli.
Militarmente aggressivi furono i Vandali e gli Svevi, entrambi popoli germanici che dal 406 al 426 d.C. seminavano terrore e dolore nelle Gallie, dal momento che le stavano saccheggiando.

 PARTICOLARITÀ DELL'INGLESE:

L'inglese, lingua germanica più diffusa al mondo, anzi, la seconda lingua più parlata al mondo con circa un miliardo di parlanti madrelingua e non, nel corso della sua storia ha subito diversi influssi linguistici che hanno contribuito a formare la patina lessicale.

A) La lingua inglese risente dell'influenza del lessico delle zone della penisola scandinava.
Eccovi un esempio:
take, ovvero, "prendere", sarebbe un prestito linguistico derivato dalla Scandinavia.
La parola originaria per indicare lo stesso significato, nei secoli precedenti, era "numb", molto più simile al verbo tedesco "nehmen".

B) Vi siete mai chiesti il motivo per cui diverse parole inglesi assomigliano a quelle italiane?
I motivi sono essenzialmente due:

1) Perché i Normanni, nel corso del Medioevo, invadendo l'Inghilterra, hanno portato molte parole francesi e quindi, di matrice romanza. Soprattutto per quanto riguarda il lessico giuridico:
-"Justice" (giàstis)= "giustizia" (italiano)/"justice" (francese)= pronunciato come "giustìs", con "g" molto dolce.
-"Parliament" (pàrlment) = "parlamento" (italiano)/ "parlement" (francese) = pronunciato come "parlemòn".
-"Constitution" (constitiuscion)= "costituzione" (italiano)/ "constitution" (francese)= pronunciato come "constitusiòn".

2) Perché gli antichi romani hanno invaso anche la Gran Bretagna e hanno portato l'influsso della lingua latina, madre di tutte le lingue romanze.

L'ALFABETO RUNICO:

La cristianizzazione dell'Islanda era avvenuta nel Medioevo, per opera di monaci inglesi.                      Ma prima del cristianesimo, per molti secoli, goti e islandesi si erano serviti dell'alfabeto runico.


Sono state elaborate tre ipotesi a proposito dell'origine di questo sistema di scrittura: alcuni pensano che derivi dall'alfabeto greco, altri da quello latino e altri studiosi ancora invece sostengono che sia nato da un antico alfabeto dell'Italia Settentrionale.
"Runico" deriva dalla parola germanica "runa", ovvero, "mistero". Quindi, quelle che potete vedere nella fotografia all'inizio del paragrafo, non erano soltanto lettere dell'alfabeto ovvero, simboli grafici di suoni, ma erano elementi legati a concetti di magia soprattutto in contesti militari.                    

Ricordate libro e film di Harry Potter 3? Il terzo è intitolato " Harry Potter e il prigioniero di Azkaban" e proprio in questo racconto della saga, nel collegio in cui il mitico protagonista è inserito compare una materia chiamata "rune antiche".

Oggi però nessuno studioso è in grado di spiegare i riferimenti di quei segni ai misteri della magia.     Le rune erano inoltre un modo per invocare delle forze sovrannaturali.




5 gennaio 2018

Gli indoeuropei nella storia- I Balti:


Ho in mente un programma piuttosto interessante da realizzare su questo blog per il primo mese e mezzo del 2018: esporre le origini e la breve storia di alcuni popoli indoeuropei.
Alla fine dello scorso anno ho scoperto il piacere di studiare linguistica storica e glottologia, discipline che mi hanno affascinata con le loro ipotesi sull'origine delle lingue del mondo e sui confronti vari tra lingue appartenenti alla famiglia indoeuropea.

Prima però di raccontarvi dei Balti, devo fare alcune premesse.
Da due secoli ormai si è postulata l'esistenza dell'indoeuropeo, lingua "da laboratorio", ovvero, lingua interamente ricostruita dagli studiosi al fine di spiegare le affinità lessicali e grammaticali che intercorrono sia tra la maggior parte delle lingue parlate in Europa, sia tra le lingue storiche non più parlate, come l'antico indiano, il greco e il latino.
Il primo ad accorgersi delle somiglianze lessicali che esistevano tra antico indiano, greco e latino era stato il mercante fiorentino Filippo Sassetti, subito dopo aver compiuto un viaggio in India.
Egli aveva costruito dei parallelismi lessicali tra le tre lingue a proposito dei numerali e del lessico di parentela:

1) trayas (antico indiano)/tres (latino) /τρεἶς="treis"(greco)                     forma indoeuropea: *treyes

2) matàr (antico indiano)/màter (latino)/μτηρ="meter" (greco)            forma indoeuropea: *màter

Nessuno afferma la sicura passata esistenza dell'indoeuropeo, anche perché, se anche fosse realmente esistito, non potremmo disporre di testimonianze scritte, dal momento che sarebbe stato parlato in epoca preistorica.
Gli indoeuropei dovevano essere stati un popolo di allevatori vissuti nelle steppe della Russia Meridionale. Ma la loro lingua era omogenea oppure consisteva in una serie di stratificazioni dialettali??
I linguisti suppongono che l'indoeuropeo, proprio come qualsiasi altra lingua parlata in questi ultimi secoli, si sia evoluto nel corso del tempo.
Eccovi un esempio.
In epoca ancora più preistorica ci sarebbero stati soltanto due generi nella morfologia nominale: animato e inanimato. L'animato si riferiva a persone e animali, l'inanimato a rocce e oggetti privi di movimento.
Però, e qui io sarei propensa a condividere l'opinione di Villar, linguista spagnolo autore del mio manuale universitario: se gli indoeuropei erano di religione animista, come potevano distinguere tra creature animate e inanimate? Cioè, l'animismo è in pratica la mentalità che avevo io da bambina: credere che ogni oggetto della natura possa provare sentimenti e sia dotato di anima.
Insomma, credo sia un problema storico-culturale difficile da risolvere.
Più avanti, nella fase del tardo indoeuropeo, si sarebbero formati il maschile, il femminile e il neutro.
Sulla ricostruzione della morfologia della lingua degli indoeuropei sono sorte opinioni contrastanti anche a proposito della dimensione del caso.
Villar sostiene che l'indoeuropeo avesse avuto soltanto 4 casi: nominativo, genitivo, accusativo e dativo, mentre gli altri sarebbero nati dal contatto con le lingue confinanti la zona delle steppe.
La mia docente non condivide questa teoria, dal momento che nelle sue dispense espone otto casi (oltre ai quattro citati poco sopra; l'ablativo, il vocativo, il locativo e lo strumentale). Ed è più probabile che abbia ragione lei, dal momento che le lingue anatoliche, le più precoci a separarsi, erano dotate di otto casi, tutti ereditati dalla protolingua.

Sapete che in certi casi la protolingua sembra quasi identica al latino?
Se avete fatto il mio liceo o comunque il liceo scientifico, riuscite a capire quello che metto qui sotto:

A)

*wlkwòs *ekwom *edti. (Indoeuropeo, l'asterisco si trova davanti ad ogni singola parola dal momento che è tutto ricostruito e non c'è nulla di certo).

Lupus equum edit. (Latino: lupus: nominativo maschile singolare/ Equum: accusativo maschile singolare/ edit: da edo, edere, cioè: "mangiare".)

Il lupo mangia il cavallo. (Italiano, dove compaiono gli articoli ed è stato abolito il sistema dei casi).

B)

*septm (Indoeuropeo: "sette", dove *m non è una consonante ma una sonante, ovvero, un suono intermedio tra vocale e consonante, come la pronuncia inglese di "garden", che fa precisamente, per i madrelingua: "gadn".)

septem (in latino, dove l'esito della sonante *m è "em")

sette (in italiano, dove avviene l'assimilazione totale progressiva tra il segmento "p" e il segmento "t": "t", suono più forte, "assorbe" "p" , segmento precedente, fino a renderlo uguale a se stesso).

Nel V° millennio a.C. poteva essere stato praticato un indoeuropeo piuttosto omogeneo, poi, a partire dal III° millennio, ovvero, subito dopo la separazione delle lingue anatoliche, gli indoeuropei si sarebbero spostati nell'Europa dell'est, per poi giungere nelle regioni più settentrionali del nostro continente e poi occupare anche quelle meridionali.
Emigrando dalla terra di origine, si sarebbero incontrati o scontrati con le popolazioni europee preesistenti, cioè con quei popoli preistorici che avevano una cultura matriarcale (a fine novembre, dedicando un lungo post sulla questione femminile, ho accennato anche a loro).

Sono stati realizzati molti alberi genealogici per classificare i vari gruppi delle lingue discese dall'indoeuropeo.
Il tedesco August Schleicher ne progettò uno nel 1861:



Secondo Schleicher, dall'originario indoeuropeo sarebbero scaturiti due gruppi: slavo-germanico, che avrebbe poi dato origine a lingue slave e a lingue germaniche; e l'ario-greco-italo-celtico, dal quale sarebbero nati: l'iranico, l'indiano, il greco, l'albanese e l'italico.
Gli alberi genealogici delle lingue sono stati ovviamente ampliati nel corso del XX° secolo, secolo in cui si sono scoperte le lingue anatoliche.

Vi riporto la mia mappa concettuale, giusto perché vi rendiate conto quante lingue antiche e moderne siano state fatte derivare dall'indoeuropeo ...
Il mio corsivo è piuttosto comprensibile, non dovreste avere problemi a decifrarlo.



Ho scritto queste premesse (tutte già immagazzinate in mente, vi giuro, non ho mai avuto bisogno di aprire il libro per potervele riportare qui!) in modo tale da farvi avere qualche conoscenza per poter comprendere meglio la storia dei popoli che in questo mese voglio illustrare.

I BALTI:



COORDINATE STORICHE E LINGUISTICHE GENERALI:

Già lo storico latino Tacito li localizzava sulle sponde del Mar Baltico e li descriveva popoli di agricoltori e raccoglitori. Li denominava Aestii.
Nel IX° secolo d. C., un viaggiatore che aveva visitato quelle zone, aveva riferito che sulle sponde del Baltico si poteva praticare una pesca abbondante.
Nel corso dell'Ottocento sono stati trovati vari nomi per questo gruppo etnico, tra cui quello di Letto-lituani. Poi però il termine "Balti" li ha soppiantati tutti quanti.

Le lingue baltiche tuttora parlate appartenenti al ceppo indoeuropeo sono due: il lèttone e il lituano.
Nel XVI° secolo c'era anche l'antico prussiano, oggi estinto.
Il finlandese e l'estone non sono lingue indoeuropee, ma appartengono al gruppo linguistico ugro-finnico.
Pensate che il finlandese dovrebbe avere ben 16 casi, altroché i sei casi latini o i cinque casi greci!

Il linguisti hanno ricostruito la storia del popolo baltico, secoli e millenni prima che avvenisse la scissione tra lèttone, varietà dialettali di lituano e prussiano.
Nel II° millennio a.C. pare che i Balti parlassero una lingua comune. Nel I° millennio a.C. questo popolo subì l'invasione di popoli germanici provenienti dall'Europa centrale.
Nel corso dell'alto medioevo poi, erano arrivate sulle sponde del Mar baltico anche le popolazioni slave.
Se il lèttone presenta ancora oggi dei termini lessicali simili a quelli di alcune lingue slave, bisogna ricercare il motivo di queste somiglianze nei perdurati contatti linguistici e culturali tra Balti e Slavi.
Vi faccio un esempio: in serbo-croato, lingua slava, "pace" è "mir", parola da cui deriva il nome Mirco.
Mi sono accorta che in lèttone "pace" si dice "miers". Entrambi si pronunciano esattamente per come vengono scritti.
Sono due vocaboli simili!
Alcuni monaci polacchi (e anche i polacchi sono slavi), nel corso del Medioevo si preoccuparono di cristianizzare i Balti.

LE LINGUE BALTICHE AI GIORNI NOSTRI:

Ai giorni nostri, lèttone e lituano sono due lingue simili. Un lèttone e un lituano non fanno fatica a comprendersi.

La lingua lituana, sin dalle sue origini, era suddivisa in diverse varietà dialettali. Ne ricordo due principali: alto lituano e basso lituano. Quella però che negli ultimi due secoli è diventata la lingua nazionale è l'alto lituano.

Gran parte della letteratura lèttone è stata di carattere religioso. Altri generi letterari cominciarono a sorgere soltanto a partire dal Settecento.

L'ANTICA RELIGIONE BALTICA:

Non erano monoteisti, gli antichi Balti del II° millennio a.C.
La loro religione, politeistica, prediligeva la venerazione di elementi naturali.

Vi elenco qui sotto le principali divinità:

- Dievas, che corrisponde al Giove latino. Era il re degli dèi, rappresentato con copricapo, tunica e spada.

- I due figli di Dievas: erano due cavalieri. Uno simbolo del giorno, l'altro simbolo della notte.

- La Pioggia.

-Il Vento.

-Il Bosco.

-Il Lago.

-Il Fiume.

-Il Sole.

-La Luna.

 Sappiamo che queste divinità erano adorate grazie a dei canti popolari lituani e baltici, tuttora conservati.


Riga, Lettonia


Vilnius, capitale della Lituania, in inverno

Glottologia italiana, linguistica storica e lingua greca sono gli esami "più tecnici" della mia facoltà.
Però studiandoli si apre tutto un mondo, a mio avviso anche abbastanza affascinante, di ipotesi e congetture.
Spero soltanto di non avervi fatto venire il mal di testa con la prima parte del post, che era comunque necessaria per poter comprendere bene la descrizione non soltanto dei Balti, ma degli altri cinque popoli che andrò a descrivere prossimamente.


31 dicembre 2017

...La tua vita non passerà... la tua vita io non la rassegno ad ogni fallimento!

Ultimo post del 2017!
Quest'anno, a causa di una tremenda sinusite, mi trovo costretta a stare barricata in casa e a riflettere sul senso del tempo e della vita. Sì, oddio, non sarebbe proprio la prima volta nella vita che decido di pensare.
Ho cercato di collegare i contenuti di una poesia di Sandro Penna, poeta minore vissuto nel secolo scorso, con il testo di una canzone di Tiziano Ferro.



MI NASCONDA LA NOTTE E IL DOLCE VENTO:


Mi nasconda la notte e il dolce vento.  
Da casa mia cacciato e a te venuto  
mio romantico amico fiume lento.


Guardo il cielo e le nuvole e le luci 
degli uomini laggiù così lontani 
sempre da me. Ed io non so chi voglio  
amare ormai se non il mio dolore.


La luna si nasconde e poi riappare  
lenta vicenda inutilmente mossa 
sovra il mio capo stanco di guardare.



Se non conoscete affatto Sandro Penna, non sentitevi ignoranti. Può conoscerlo soltanto chi studia Lettere, visto che Letteratura Italiana in questa facoltà è importante tanto quanto Diritto Costituzionale a Giurisprudenza.
La spiego quasi verso per verso, in modo tecnico e meticoloso. Voglio che la capiate bene.
Non immaginate quanti richiami leopardiani ho trovato analizzandola!


Verso 2: "Da casa mia cacciato" non è da intendere in senso letterale. Significa piuttosto: "incompreso dalla società" e quindi pervaso da un senso di profonda e opprimente solitudine.
Ricordatevi una cosa: la solitudine è quella terribile sensazione che si prova quando non ci si sente ascoltati né capiti, quando ci si trova in un momento difficile e purtroppo non si ha nessuno su cui poter contare.
Verso 3: "mio romantico amico fiume lento". Apostrofe al fiume, definito romantico, per il dolce e lento scorrere delle sue acque. Il corso d'acqua è un elemento amico, sembra quasi che il poeta cerchi di instaurare un dialogo con un'entità della Natura. Come il Leopardi poco più che ventenne con la luna: "O graziosa luna, io mi rammento".

Versi 4-7: 

Guardo il cielo e le nuvole e le luci 
degli uomini laggiù così lontani 
sempre da me. Ed io non so chi voglio  
amare ormai se non il mio dolore.

E' ribadito il senso di solitudine. L'ultima frase sembra ricordare ciò che Leopardi, nel 1818, scriveva nello Zibaldone: "La mia vita non può essere altro che infelice."
Leopardi e Penna non vedono speranze di risolvere la loro dolorosa condizione.
Erano due incompresi in effetti.
Non vedono via d'uscita.


Verso 8: "La luna si nasconde e poi riappare".
Partiamo dal senso letterale, che è sostanzialmente questo: la luna si nasconde tra le soffici nubi che l'attraversano. Io però credo che questa presenza discontinua della luce lunare sia un'allusione al carattere effimero della gioia. Questa fonte di luce viene e va come gli attimi di gioia nella vita.
E' lo stesso messaggio che traspare nel canto leopardiano "La quiete dopo la tempesta".
Nel canto "Alla luna",  la luna è ben visibile? Direi di no: "Ma nebuloso e tremulo dal pianto che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci il tuo volto apparia". La vista della luna è resa poco nitida a causa delle lacrime del poeta. 


Versi 9-10:  I movimenti cosmici appaiono addirittura irrilevanti rispetto al doloroso stato dell'autore, stanco di contemplare i cicli ripetitivi degli eventi naturali. 
"Che fai tu, luna in ciel? Dimmi, che fai?", così inizia il "Canto notturno di un pastore errante dell'Asia", scritto da un Leopardi che non riesce a scoprire nè il senso dell'esistenza del mondo né il valore di una vita troppo sofferta.


Il tema dell'incomprensione, del male di vivere, a mio avviso traspare anche in una canzone di Tiziano Ferro intitolata "La tua vita non passerà".
Per collegare la poesia al testo della canzone dovete fare lo sforzo di concentrarvi e ascoltare per quattro minuti.




... Io sono fatta così: mi piacciono le canzoni troppo dolci e quelle dai testi molto impegnativi.


Probabilmente si parla di una persona incompresa, che vorrebbe partire, fuggire, per evitare i giudizi taglienti delle persone che parlano, parlano, parlano e credono di sapere, ma sono soltanto piene di cattiveria e ipocrisia.
Io la dedico a una persona che mi sta a cuore, alla quale voglio un sacco di bene.



"La tua vita non passerà, non passerà, non passerà... 
La tua vita io non la rassegno ad ogni fallimento." 


Io ho capito che stai sfruttando al massimo le tue molte energie.
Anche se stai vivendo un periodo difficile, molto intenso, fatto soprattutto di sacrifici, ricordati che, cavolo, TU VALI.
Sei fortissimo, ma al contempo molto sensibile, proprio come me.
Cerca di non soffrire troppo se la gente non ti capisce.
La tua vita non passerà, non passerà inosservata...
La tua grinta e la tua voglia di cooperare per rendere migliore questo mondo lasceranno un segno positivo nell'animo di tutti coloro ai quali hai cambiato la vita in meglio con la tua inesauribile e proverbiale simpatia. Tra questi ci sono io, sappilo.
Perché la vita umana non è fatta soltanto di frustrazioni, incomprensioni, sofferenza e angoscie.
Ci sono anche le gratificazioni... e ci sono l'amore e la bellezza di sentirsi ascoltati e abbracciati.
C'è chi non dimenticherà mai il bene che da te riceve.





FELICE  2018!!






                                                                                                                                          Anna







26 dicembre 2017

"Il vecchio violino":


E' soltanto il 26 dicembre, saremmo nel pieno periodo liturgico considerato "tempo di Natale" ma nei centri commerciali stanno già sparendo le merci natalizie che fino a due giorni fa erano ben esposte e visibili su banconi e scaffali. 
Che tristezza e che schifo! 
L'atmosfera natalizia secondo l'ottica commerciale inizia a metà novembre e finisce la mattina del 26 dicembre.
E io cerco di ravvivare lo spirito del Natale con un post piuttosto piacevole, costituito da tre parti.

1) IL RACCONTO:

(L'inverno che si percepisce come il più freddo non è necessariamente il gelo più difficile da sopportare. Quello più difficile spesso viene con il nevischio freddo, che arriva insieme al vento da nord, batte senza sosta e trasforma la neve già caduta in ghiaccio.
Era una vigilia di Natale come questa che una povera vedova si trovava sulla strada vicino alla chiesa, suonando il suo vecchio violino. Aveva messo un panno sulla neve nella speranza che le famiglie che uscivano di fretta dalla chiesa gettassero delle monete in cambio della sua musica.
Le melodie che eseguì le riportarono alla memoria i giorni felici: i festeggiamenti per il suo matrimonio, molti anni prima, la festa sotto la luna piena con gli altri lavoratori, il Natale in cui il ricco agricoltore del paese invitò tutti a una grande festa nella sua villa, dove nel camino crepitava la legna, le candele illuminavano la stanza e lei mangiava usando posate d'argento e bevendo da un bicchiere di cristallo.
Quei giorni erano finiti. Non conosceva più nessuno degli abitanti del villaggio, che cercavano di non incrociare il loro sguardo con il suo mentre uscivano dalla chiesa stretti nei loro cappotti caldi. Solo un bambino si fermò ad ascoltare la musica, poi tolse i guanti rossi, frugò nelle tasche e gettò qualche moneta sul panno.
Quando la folla se ne fu andata, la donna mise via il violino e raccolse quel poco che aveva guadagnato. La porta della chiesa era ancora aperta e voleva entrare per vedere il piccolo presepe di legno. Le figure intagliate erano le stesse che conosceva da sempre, Maria, con il suo sorriso gentile, un pastore che somigliava tanto a suo marito, i re magi che portavano doni, dipinti di rosso e oro,
Addentrandosi nella chiesa, si trovò davanti al piatto delle offerte, pieno di monete d'argento. Allungò la mano per donare le poche monete che aveva.
Sapeva che il denaro sarebbe stato speso bene e voleva essere generosa.
Poi si fermò davanti al presepe e suonò una ninna nanna con il violino.
Proprio mentre stava uscendo dalla chiesa, uno sconosciuto corse dentro, spinse la vedova, afferrò il piatto con le offerte e scappò via.
La donna giaceva sulla neve, priva di sensi. Il cielo del pomeriggio si stava annerendo, e nuvole scure si abbattevano sulla tragica scena.
Poi si udì una voce di donna, ferma ma gentile.
"Andiamo, non c'è motivo per stare fermi. Ascolta, io prendo il bambino e tu Giuseppe, prendi la coperta che abbiamo messo nella mangiatoia. Per favore, pastori, voi occupatevi dei lavori pesanti, prendete l'asino e fatelo accucciare accanto a quella povera donna, provate a caricarla sulla schiena della bestiola. Re magi, vi ringraziamo per i doni, ma possiamo scambiarli con del cibo?
E infine: Angelo Gabriele, sono sicura che potrai indicarci la strada per raggiungere la casa di questa povera donna."
Era forse una fortuna che tutti quelli che erano stati in chiesa erano ormai al sicuro nelle loro case, perché non avrebbero saputo cosa pensare se avessero assistito a ciò che stava accadendo. Le figure del presepe avevano preso vita e stavano aiutando la povera vedova a trascorrere il Natale al caldo e al sicuro.
Il piccolo gruppo camminò per le strade fino a un sentiero che conduceva ai campi. I re magi si fermarono in una bottega, e furono così convincenti da riuscire a scambiare i loro doni con dei sacchi pieni di cibarie.
Poi, con l'angelo che teneva alta la lanterna di Giuseppe, il gruppo trovò la casetta della donna, nascosta dagli alberi. La portarono dentro, la adagiarono sul letto e la coprirono per bene.
I pastori uscirono a raccogliere la legna per poter accendere la stufa, mentre Maria mise il bambino in una cesta prima di mettersi al lavoro per preparare una festa di Natale.
I re magi frugarono nelle loro tasche per raccogliere il resto che era stato dato loro nel negozio e cominciarono a discutere su quale dei barattoli vuoti presenti nella dispensa fosse il più adatto a contenere dei soldi.
Giuseppe aprì la borsa degli attrezzi e cominciò ad aggiustare il violino, mentre l'angelo Gabriele lo accordava.
Quando fu tutto pronto, Maria rimboccò le coperte alla donna e la baciò sulla fronte.
"Dobbiamo tornare in chiesa, ci aspettano tutti lì a mezzanotte.", sussurrò.
La gente riunita in chiesa a mezzanotte non notò nulla di strano, tranne la mancanza dei soldi delle offerte.
La mattina di Natale, il sole si affacciò sul cielo limpido. La donna si svegliò con il profumo del pane caldo appena sfornato e il profumo di carne che ribolliva in pentola.
"Santo cielo! Come è potuta accadere una cosa simile?", esclamò.
Si strinse nella coperta e sul viso le si disegnò un sorriso riconoscente.
Poi prese il violino e cominciò a suonare la sua canzone di Natale preferita.)




2) DOMANDE COME SPUNTI DI RIFLESSIONE:

Ho pensato a delle domande che potrebbero fungere da spunti di riflessione per voi e per me.
Ma non soltanto sulla festività del Natale, anche sulla propria esistenza e suoi propri ricordi.
In certi casi ho anche riportato delle citazioni dal racconto, per contestualizzare meglio le richieste.

1)"Le melodie che eseguì le riportarono alla memoria i giorni felici: i festeggiamenti per il suo matrimonio, molti anni prima, la festa sotto la luna piena con gli altri lavoratori, il Natale in cui il ricco agricoltore del paese invitò tutti a una grande festa nella sua villa, dove nel camino crepitava la legna, le candele illuminavano la stanza e lei mangiava usando posate d'argento e bevendo da un bicchiere di cristallo."
Vi è mai capitato di ascoltare una canzone capace di farvi ricordare i momenti più felici della vostra vita?
Per quel che riguarda me, c'è una canzone di Ronan Keating, intitolata "When you say nothing at all", che mi induce volentieri a ripercorrere le tappe più piacevoli della mia infanzia: i giochi con gli amici, le belle feste con tutti i parenti, le squisite torte della nonna, tutto l'impegno che quegli ex allievi di mia mamma che ho già menzionato nel giorno del mio ultimo compleanno hanno investito per farmi stare bene in un periodo in cui nutrivo grandi insicurezze e paure di bambina.
La melodia e anche le parole di questo brano sono davvero dolcissime.
Ah, e poi l'ultimo brano di Alvaro Soler, "Yo con tigo, tu con migo" mi fa il grandioso effetto di richiamare alla mente tutte quelle volte in cui sono stata apprezzata e lodata dai miei docenti universitari in questi anni accademici. Ma non soltanto ogni volta che prendo 28 o 30L. 
Penso ad un convegno (svoltosi nell'ottobre 2015) relativo a Dante, in cui molti illustri italianisti esponevano i risultati dei loro studi filologici sulla Divina Commedia.
Vincendo la timidezza, sono riuscita a paragonare, tramite alzata di mano e a voce alta, Dante con alcuni poeti siciliani del Duecento. Aggiungo solo questo: lodi e complimenti per tutta la durata del convegno, cioè per tre giorni di seguito! E io, tutta modestina: "Grazie, grazie... E' che la letteratura mi piace moltissimo!"
La canzone di Alvaro è talmente piena di vivacità e di gioia che inevitabilmente mi ravviva l'entusiasmo per ciò che studio.

2) Quali sentimenti provate quando vi trovate di fronte ad un presepe? Quali pensieri vi vengono alla mente?

Sin da piccola, provo meraviglia. Meraviglia e ammirazione nei confronti di un Dio che si è fatto uomo, da tanto che ci ha amati.

3) In questo racconto traspaiono molti gesti di generosità: prima il bambino che mette alcune monete nel piatto della donna, poi la protagonista stessa che le ripone tra le offerte destinate ai poveri e infine, il presepe della chiesa che prende vita, grazie al buon cuore di Maria.
Pensate a ciò che di buono c'è in voi... Quando vi siete sentiti sensibili come il bambino? Quando avete condiviso quel poco che potevate dare? Quando vi siete dimostrati operosi e solidali come i personaggi del presepe animato?

Per me è facile rispondere soprattutto alla terza domanda: in quest'ultimo periodo mi sto dimostrando operosa, attiva e piena di entusiasmo per i servizi di volontariato che svolgo nel mio paese, perché ci tengo molto a rendermi utile e perché spero, già ora da viva, di lasciare "un segno" nel cuore delle persone con le quali vengo a contatto. Intendiamoci, non è che io sia perennemente preoccupata per ciò che gli altri pensano di me, è che ci tengo a dare la migliore immagine di me.
Potrei paragonare me stessa al bambino che fa l'offerta alla povera suonatrice tutte le volte in cui ho riconosciuto le doti e i talenti delle persone che amo e che mi amano. 
E mi viene in mente quando, cinque anni fa, ero seduta sul divano del salotto della casa dei miei zii che vivono a Ronco all'Adige. Con me c'era mio cugino che in quel periodo, poverino, era più distrutto di me a causa della morte di nostro nonno.
Mi stava facendo vedere la pagellina di metà pentamestre: molti voti erano decisamente alti. 
Caro Chicco! (è così che lo chiamo abbastanza spesso, molto affettuosamente) Ha esattamente la mia età, è diplomato geometra e si sta laureando in Architettura.
Mi ricordo che quando gli ho detto: "Però, vai decisamente bene! Anche in italiano scritto vedo che rispetto agli anni scorsi sei migliorato!", i suoi occhi sono diventati un pochino lucidi.
Mi ricordo che in quel periodo gli sono stata vicina più che potevo, perché stava anche peggio di me e quello della nostra terza superiore è stato un anno in cui gli adulti che ci circondavano, angosciati prima per la malattia, poi per la scomparsa del nonno, non avevano molto tempo per poterci "seguire" scolasticamente. 

4) La mattina di Natale, il sole si affacciò sul cielo limpido. La donna si svegliò con il profumo del pane caldo appena sfornato e il profumo di carne che ribolliva in pentola.
"Santo cielo! Come è potuta accadere una cosa simile?", esclamò.
Si strinse nella coperta e sul viso le si disegnò un sorriso riconoscente.
Pensate a tutte le volte che avete provato sincera riconoscenza verso le persone che vi hanno fatto del bene o, più semplicemente, vi hanno fatto trovare la colazione e i pasti pronti. Siete mai riusciti a dimostrarla per davvero questa gratitudine?
Quanti grazie dovrei dire io a mia madre già solo per questo? Ho perso il conto!


 3) CANTO DI NATALE ALLA CHITARRA:

"Siamo venuti per adorarti", canto principale eseguito durante la veglia vicariale di Villafranca del 24 dicembre 2008, celebrazione dedicata esclusivamente all'annata '95 di alcuni paesi del veronese.






22 dicembre 2017

Interpretazioni bibliche in occasione del Natale:


E' proprio giusto affermare che il Natale è ormai alle porte!
Vi riporto un paio di testi tratti dalla Bibbia che ritengo adatti per poter vivere bene questi giorni.
Naturalmente al di sotto di ognuno di essi trovate le mie considerazioni.

Ah... se nei prossimi giorni vorrete elaborare delle riflessioni mentali o scritte sui passi che stasera sto proponendo, fatelo pure, naturalmente se avrete tempo e voglia!
Ricordatevi che non esistono pensieri giusti e pensieri sbagliati a proposito dell'atto di commentare un testo, anche religioso: non tengo corsi di teologia, sono competente soltanto in materie letterarie e sono dotata del dono della fede, un dono che mi permette di interiorizzare quello che credo che un brano biblico voglia dirmi.
Qui nessuno sta facendo omelie; tanto per quelle ci sono sempre diaconi, parroci e priori e lasciamole pure a loro! A ciascuno le proprie capacità e competenze!

ISAIA 11, 1-9:

Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici. Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore. Si compiacerà del timore del Signore.
Non giudicherà secondo le apparenze e non prenderà decisioni per sentito dire; ma giudicherà con giustizia i miseri e prenderà decisioni eque per gli oppressi del paese.
La sua parola sarà una verga che percuoterà il violento; con il soffio delle sue labbra ucciderà l'empio. Fascia dei suoi lombi sarà la giustizia, cintura dei suoi fianchi la fedeltà. Il lupo dimorerà insieme con l'agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto;
il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un fanciullo li guiderà.

La vacca e l'orsa pascoleranno insieme; si sdraieranno insieme i loro piccoli.
Il leone si ciberà di paglia, come il bue. Il lattante si trastullerà sulla buca dell'aspide;
il bambino metterà la mano nel covo di serpenti velenosi.  Non agiranno più iniquamente né saccheggeranno in tutto il mio santo monte, perché la saggezza del Signore riempirà il paese
come le acque ricoprono il mare.


 RIFLESSIONE:

E' molto probabile che qui Isaia stia parlando di un tempo futuro messianico, un tempo in cui odio, violenza, vendetta, cattiveria e sete di potere saranno definitivamente cancellati da ponti di giustizia, da arcobaleni di pace, da luminosi raggi solari portatori di gioia e di serenità.
Mesi fa, in preda ad una crisi di pianto che mi stava annebbiando la vista e mi stava provocando un forte mal di testa, vi ho raccontato un mezza bugia: che odio il mese di marzo.
Allora, marzo è decisamente strano: alle nove del mattino cammini per le vie della tua città natale per poter raggiungere la facoltà e in quel preciso momento c'è un sole meraviglioso, abbracciato dall'aria fresca. Poi però inspiegabilmente, alle quattro del pomeriggio, dopo che per quasi tutta la giornata sei stata in aule enormi e troppo riscaldate, quando esci dalla sede dei corsi che frequenti, il cielo è imbronciato, le nubi prepotenti nascondono il sole e cadono alcune gocce. Ovviamente sei sprovvista di ombrello! L'acqua piovana è una bella fregatura per chi come me ha i capelli ricci, perché li increspa.
L'unico difetto che il primo mese di primavera ha è quello di essere meteorologicamente imprevedibile! Per il resto è bellissimo: le giornate si allungano, le farfalle volano sui fiori, gli uccellini si risvegliano e volano al di sopra di alberi e colline, i fiori nascono per rendere bellissimi i prati e timidamente anche i germogli degli alberi da frutto iniziano a spuntare.
I germogli che spuntano sui rami rendono più dolci e aggraziate le forme austere di certi alberi.
Quel germoglio che spunta dal tronco è simbolo di rinascita: la festività del Natale non dovrebbe essere considerata un evento commerciale in cui i negozi ci guadagnano un sacco di soldi.
Tutte quelle luci e tutti quei festoni non mi piacciono più così tanto. Non faccio più i gridolini di entusiasmo quando li vedo.
Da bambina moltissimo, ora non più.
Il Natale è innanzitutto ricordarsi della venuta al mondo di Gesù Salvatore per poter rinnovare la propria interiorità. E sapete che significa il rinnovo della propria interiorità, a mio avviso? Significa "brillare dentro", spronare se stessi a fare buon uso delle proprie qualità per poter giovare agli altri.
Sono stupende le persone che sorridono spesso e che brillano dentro! Perché dentro di loro lo spirito del Natale è vivo ogni minuto del giorno. Non solo, ma hanno anche il pregio straordinario di trasmetterlo a chi sa riceverlo.
Poche settimane fa ho conosciuto un ragazzo che è esattamente così, che caratterialmente sembra la copia perfetta di Martino (vedete il post del 2 dicembre 2017). Il suo carattere mi fa venire voglia di essere una persona migliore, ancora più generosa e altruista, propositiva ed entusiasta proprio come una vera viaggiatrice che è affascinata dai sentieri che la vita le propone.
Ultimamente non sono mai stanca e la malinconia (sentimento che mi accompagna più o meno da una vita) viene a trovarmi più di rado, mentre fino ad alcune settimane fa conviveva con me praticamente ogni giorno.

Ah, piccola precisazione utile per tutti: l'albero di Iesse, nell'arte medievale, è un albero genealogico secondo il quale dalla stirpe di Iesse, padre del re Davide, discenderebbe Gesù.


In basso in primo piano c'è Iesse, semisdraiato e in alto dentro al cerchio è rappresentato il Figlio di Dio.

MARCO 4, 26-29:

E Gesù diceva: 'Il regno di Dio è come la semente che un uomo sparge nella terra. Ogni sera egli va a dormire e ogni mattina si alza. Intanto il seme germoglia e cresce, ed egli non sa affatto come ciò avviene. La terra, da sola, fa crescere il raccolto: prima un filo d'erba, poi la spiga e, nella spiga, il grano maturo. E quando il frutto è pronto subito l'uomo prende la falce perché è venuto il momento del raccolto'.

 RIFLESSIONE:

Prima ho concluso con una miniatura, stavolta invece parto da un dipinto :-)


Il sole sta iniziando a tramontare, lasciando nel cielo i suoi intensi e luminosissimi riflessi dorati.
In mezzo a un campo, un contadino cammina spargendo dei semi sul terreno.
Notate un particolare decisamente insolito: il cielo, che dovrebbe contenere almeno qualche traccia di azzurro o di blu, è tutto dipinto di un giallo molto vivo. Il campo invece, che dovrebbe essere di un giallo scuro, è pieno di venature blu e azzurre, compresenti a quelle gialle e rossastre.
Vale a dire che il cielo assume il colore della terra, la terra invece prende un po' del colore del cielo.
Secondo me è una specie di allusione all'armonia degli elementi naturali. Non lo saprei spiegare bene, me lo sento dentro che forse è così.

Soprannominatemi pure "la fissata", ma la prima cosa che ho pensato in realtà non è stata l'opera di Van Gogh, ma l'atto del concepimento. Colpa di ciò che studio da otto anni!
In letteratura greca è piuttosto frequente la metafora del campo seminato per alludere all'atto sessuale e alla fecondità femminile.
Se sapete questa metafora potete tranquillamente vantarvi dinanzi al mondo di conoscere i contenuti di mezza letteratura greca e parte della traduzione del lessico verbale greco, perché vi assicuro che in questa lingua esistono come minimo trenta verbi che come secondo o terzo significato riportano sul vocabolario: "avere rapporti sessuali, fecondare una donna".
Nove mesi di gravidanza sono unici e, immagino io, irripetibili! Sono un periodo abbastanza lungo, in cui con il passare delle settimane e dei mesi si formano i vari organi e il futuro neonato aumenta di dimensioni.
E' per questo che il mistero della nascita è decisamente sorprendente e affascinante: un essere umano indifeso e bambino scaturito da due cellule biologiche minuscole, che sarebbero invisibili a occhio nudo.
L'amore tra due coniugi che dà il suo frutto nell'inizio dell'esistenza di un nuovo essere, di una creaturina che dovrebbe rafforzare in loro in vero senso di essere famiglia
(Solo Dio sa quanto tengo a questa cosa, solo Dio sa quanto sto male ogni volta che i miei litigano e urlano per motivi oltremodo futili).

"La terra, da sola, fa crescere il raccolto": Il seme cresce pian piano. E al seminatore non resta che portare pazienza e attendere che tutto ciò dia il frutto desiderato e aspettato.
Pensate a qualsiasi tipo di relazioni umane: una persona che entra volentieri in una compagnia e porta i propri contributi, magari all'inizio può avere il dubbio di risultare simpatica a tutti... Può pensare, all'inizio di questa sua esperienza: "Mi impegno, faccio del mio meglio, come mai sembrano così asciutti e poco calorosi nei miei confronti?" Poi però il tempo scorre, lei inizia a legare in particolar modo con due-tre persone del gruppo e le gratificazioni arrivano, e con loro giunge anche la gioia e la mega soddisfazione.
Dico la verità, a me sta andando anche troppo bene con il gruppo degli animatori adolescenti della mia parrocchia, perché non solo mi hanno accettata e apprezzata sin da subito ma mi sono accorta anche che tutti provano una grande stima nei miei confronti. E sono entrata poco più di un mese fa. Da alcuni giorni alcuni di loro hanno iniziato anche a regalarmi gesti di affetto. E io sto iniziando a diventare come loro, finalmente inizio ad aver voglia di abbracciare per il puro piacere di farlo.
Io qui i frutti li ho raccolti praticamente subito, mentre da altre parti, pur con tutto il mio sforzo, non ci sono mai riuscita, con un'amarezza profonda come l'Oceano Pacifico.
A mio avviso questo brano ci insegna che l'attesa è un tempo estremamente prezioso, in cui è doveroso impegnarsi se si vogliono raccogliere i risultati delle esperienze.
 Come collegarlo allo spirito del Natale??
In questo modo, rifacendosi cioè al tema dell'attesa:
- Maria ha atteso la nascita del Figlio, forse con trepidazione, forse con una calma serena.
-Dobbiamo saper mantenere lo spirito natalizio 12 mesi su 12, nelle varie occasioni in cui ci troviamo: generosità tutte le volte che è possibile, equilibrio, solidarietà nella sofferenza... e attendere/sperare riscontri positivi nelle relazioni se cerchiamo di essere validi e autentici.
L'avvento è stato un tempo di attesa, non soltanto di attesa di regali però! Di attesa dell'anniversario della Nascita del Salvatore.

Ora non ci resta che vivere con serenità l'imminente 25 dicembre
;-)