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17 luglio 2017

"Still Alice", il dramma dell'Alzheimer


Nella mia facoltà si è diffuso un detto piuttosto curioso a proposito dell'esame di linguistica. E' così:
"L'esame di linguistica o lo passi subito o non lo passi mai".
Anche se l'ho superato al primo colpo e con una valutazione vicina al 30, devo ammettere che è una prova davvero complessa!
Però non puoi laurearti in Lettere se non la fai.
E' un insegnamento obbligatorio.

Ho voluto iniziare la recensione di questo film con una nota abbastanza simpatica per cercare di sdrammatizzare un pochino l'argomento indicato dal titolo.

La linguistica è lo studio scientifico del linguaggio umano e, in quanto tale, si occupa di descrivere le sue caratteristiche a livello fonetico, fonologico, sintattico e semantico.
Alice Howland, la protagonista della storia che sto per riassumere, è una celebre e stimata docente di linguistica alla Columbia University.
E' una donna molto gratificata dal suo lavoro e molto contenta della bella famiglia che ha formato.
Ha un ottimo rapporto con suo marito John, un abile chimico, ed è una madre molto presente per tutti i suoi tre figli: Anna, Tom e Lydia.
Li ha cresciuti e li sta osservando raggiungere i loro obiettivi nella loro prima età adulta: Anna aspetta due gemelli dal marito, Tom si è appena laureato in medicina e Lydia, la più giovane e la più sensibile, inizia a riscuotere un notevole successo presso il mondo del teatro.

Ma subito dopo il suo cinquantesimo compleanno ad Alice accade qualcosa di allarmante...


 Questa è una conferenza sull'acquisizione del linguaggio nei bambini.
Nella fase compresa tra i 18 e i 27 mesi di vita, i bambini, sebbene non siano ancora in grado di formare frasi complesse ma soltanto coppie di parole, ampliano notevolmente il loro bagaglio lessicale.
 Mentre parla della fase "telegrafica" di acquisizione del linguaggio, Alice non riesce a ricordare la parola "lessico", un termine che nel corso della sua carriera ha pronunciato un sacco di volte, un termine che un rinomato linguista deve sempre avere a portata di bocca.
Ironizza sul suo lapsus, ma in realtà nasconde la sua forte preoccupazione.

Oltre a ciò, accadono altri due episodi molto allarmanti.
- Mentre una mattina pratica jogging, perde l'orientamento geografico. Si ferma, stanca e ansimante, perché non ha idea di dove si trova, pur essendo passata innumerevoli volte in quella strada.

-Una sera Alice decide di invitare a cena il figlio Tom e la sua ragazza Jenny.
Alice dice per due volte a Jenny nel giro di tre minuti: "Piacere di conoscerti, io sono Alice, la madre di Tom".

La studiosa decide dunque di farsi visitare da un neurologo, sospettando di avere un cancro al cervello.
Dopo l'esito di una PET, la diagnosi del neurologo è tragica e devastante: esordio precoce del morbo di Alzheimer, con trasmissione ereditaria.
In effetti poco dopo, la figlia Anna scopre attraverso un test di essere positiva alla malattia.

E' bene specificare che nella fase iniziale della malattia Alice è ancora una donna ricca di risorse mentali, anche se dimentica gli appuntamenti e anche se a volte non le riesce più facile trovare il termine giusto in un discorso.

Il film si concentra molto anche sui rapporti familiari, oltre che sul decorso (tra l'altro abbastanza rapido nella seconda parte del film) della malattia.

La protagonista ha un buon rapporto con tutti e tre i figli.
In particolare, il rapporto con Lydia è molto stretto: c'è un dialogo vero e profondo tra di loro.
L'unico problema è che la madre fa fatica a comprendere le aspirazioni della figlia, ma non perché non la ami.
La vorrebbe laureata perché è convinta che Lydia abbia un'intelligenza brillante da sfruttare più nello studio che nei provini. Per Alice la figlia minore è "sprecata" nel mestiere dell'attrice.

Tra Anna e Lydia invece il rapporto è piuttosto conflittuale. Tenete presente che la differenza di età tra le due ragazze è abbastanza notevole e io credo sia più o meno questa: 28 anni la prima, attorno ai 20 la seconda.
Per tutto il corso del film, Anna considera la sorella come una ragazzina immatura e viziata, incapace di capire la triste realtà di una madre che giorno per giorno perde la cognizione di sé e di ciò che le sta intorno.
A me non è piaciuta molto la figura della figlia maggiore, anzi, mi sta decisamente antipatica per il fatto che giudica troppo facilmente chi in realtà è umanamente migliore di lei.
A questo proposito, è utile ricordare che durante una discussione di famiglia sulle condizioni di salute di Alice, Anna pronuncia una frase molto pesante: "Se a Lydia importasse qualcosa di nostra madre, ora non si troverebbe dall'altra parte degli Stati Uniti a fare provini".

In realtà, la ragazzina duramente criticata si rivela migliore di tutti gli altri componenti della famiglia, perché, quando la forma di Alzheimer della protagonista si aggrava notevolmente, si dimostra l'unica familiare disposta ad abbandonare tutti i suoi impegni quotidiani per occuparsi della madre, mentre il padre si trasferisce in Minnesota per motivi di lavoro e mentre gli altri due fratelli affermano di essere troppo occupati anche solo per poter visitare Alice.
Nell'ultima parte del film Anna e Tom non compaiono mai, è come se non esistessero.
Il padre invece dimostra tutto il suo orgoglio e tutta la sua riconoscenza per la figlia minore poco prima di partire, abbracciandola e dicendole: "Lydia, sei un uomo migliore di me."

D'altro canto, Lydia ritiene la sorella maggiore troppo saccente e anche un pochino insensibile.

 Questo è uno dei punti più significativi del film in cui, dopo un acceso conflitto tra sorelle, Lydia chiede alla madre che cosa si prova ad avere dei frequenti vuoti di memoria.



Riflettiamo sull'ultima parte del dialogo.
Lydia afferma tra le lacrime: "Certo, è orribile". 
E la madre, con un sorriso riconoscente le dice: "Grazie per avermelo chiesto." 
La sensibilità della ragazza le permette di confidare quegli stati d'animo e quelle angoscie che poco prima nemmeno il marito John prendeva sul serio.
La malattia neuro-degenerativa le avvicina ancora di più: l'adulta si sente ascoltata e amata profondamente, la ragazza invece è in grado di accogliere dentro di sé la tragedia che l'adulta sta vivendo.


LA VOGLIA DI LOTTARE:

C'è un punto in cui Alice, disperata per ciò che le accade, progetta il suicidio.
Come l'ho compresa in quel momento del film!
Una donna studia, crea una bella famiglia, continua a studiare con passione e vive dei suoi prolifici studi... fino al momento in cui non incontra nella strada della vita un profondo buco nero nel quale è destinata a sprofondare. Un buco nero che non era assolutamente prevedibile!
Non c'è rimedio all'Alzheimer: qualsiasi medicina non è in grado di rallentarne la progressione.
Quando ero una giovanissima liceale ero convinta del fatto che le persone molto intelligenti e molto colte non potessero essere soggette al morbo di Alzheimer.
Mi dicevo: "Sfruttano al massimo le capacità mentali e questo fa scomparire ogni rischio di demenza."
 Credo che il morbo di Alzheimer sia una delle malattie più umilianti che possano capitare.
Inizi a dimenticare alcuni nomi e concetti per poi degenerare sempre di più, fino a trascorrere gli ultimi mesi di vita a fartela addosso, senza più riuscire a cogliere minimamente il significato di qualsiasi discorso.
"Preferivo un tumore", dice Alice al marito.
Anche un tumore con metastasi ovviamente è devastante, ma almeno ti rimane un minimo di dignità cognitiva anche in punto di morte, anche quando sei imbottito di morfina.

In questa scena, Alice rivela al mondo la sua voglia di reagire alla disgrazia che l'ha colta.


Questa è l'ultima volta che lo spettatore vede Alice presente a se stessa.
Dopo questa scena inizia la seconda parte del film, dove si notano peggioramenti terribili: lentezza nei movimenti, incapacità di riconoscere i familiari, insonnia sempre più frequente, assoluta incapacità di immagazzinare nella mente ricordi molto recenti.
L'ammalata ha soltanto 50 anni, tenetelo ben presente.



FINALE:

Nell'ultima scena del film vediamo Lydia leggere un romanzo alla madre. Naturalmente quest'ultima non comprende nulla di ciò che viene letto perché, poverina, è completamente demente, ha molte rughe sul viso e gli occhi cerchiati.

Però il film di tanto in tanto compie dei brevi excursus nella mente della protagonista.
L'ultima scena si chiude con il ricordo un po' sfuocato di Alice ragazzina che cammina sulle rive del mare a braccetto con la madre.
Possibile che la donna riesca a ricordare un evento remoto mentre invece dimentica ciò che è accaduto pochi istanti prima?
I dubbi che rimangono allo spettatore sono questi: il ricordo che appare prima dei titoli di coda è davvero reale? Possono i piacevoli ricordi di infanzia resistere ad una malattia neurologica così terribile?


MORBO DI ALZHEIMER  VS  DEPRESSIONE:

Per curiosità ho voluto condurre un confronto. Qualcosa in comune c'è e comunque sempre di patologie neurologiche si tratta!
 

MORBO DI ALZHEIMER


DEPRESSIONE

E’ una malattia degenerativa progressiva, nel quale i sintomi di demenza peggiorano con lo scorrere degli anni.

E’ una malattia che nasce dall’incapacità di accettare una perdita o il non raggiungimento di un obiettivo.


Difficoltà nel ricordare informazioni apprese di recente.

Difficoltà a memorizzare informazioni apprese recentemente.

Insonnia.

Insonnia accompagnata da uno stato di agitazione oppure ipersonnia.


Difficoltà di concentrazione e difficoltà a completare le attività quotidiane.

Difficoltà di concentrazione.

Afasia, difficoltà nell’affrontare una conversazione, pronuncia di espressioni confuse o ripetute più volte. Questo porta irrimediabilmente all’isolamento sociale.


Isolamento sociale volontario e apatia.


Difficoltà di movimenti fino all’irrigidimento progressivo della muscolatura.



Passività motoria: nei casi più gravi ed allarmanti ci si rifiuta persino di alzarsi dal letto.

 Repentini cambiamenti di umore (soprattutto agli esordi), non ci si ricorda come ci si sentiva un attimo prima.


E' risaputo che un depresso è sempre cupo e tenebroso.




10 luglio 2017

Comprendere la vera amicizia attraverso i classici:


Ho appena terminato la sessione estiva, ci credete? Solo ora ho tempo per scrivere un post su un argomento che mi sta molto a cuore, soprattutto da qualche mese a questa parte.
Come avrete potuto intuire dal titolo, questo scritto è dedicato al tema dell'amicizia. Anche in questo caso i classici greci e latini mi sono stati di grande utilità per poter comprendere il vero significato di questa parola, che ai giorni nostri viene spesso banalizzata e sovraestesa.
Io partirei da un celebre esempio in letteratura greca.

AVVERTENZA! Per chi conosce sia la lingua greca che la lingua latina, o comunque una delle due, sappiate che le traduzioni in italiano dei passi citati sono mie e non sono proprio molto letterali. Non sono sbagliate, sono semplicemente "libere" e più adattate alle strutture sintattiche della nostra lingua.


ACHILLE E PATROCLO:

Iliade, libro XVIII°. (vv. 80-84)
Achille cura Patroclo

"ἀλλὰ τί μοι τῶν ἦδος ἐπεὶ φίλος ὤλεθ' ἑταῖρος
Πάτροκλος, τὸν ἐγὼ περὶ πάντων τῖον ἑταίρων
ἶσον ἐμῇ κεφαλῇ; τὸν ἀπώλεσα, τεύχεα δ' Ἕκτωρ
δῃώσας ἀπέδυσε πελώρια θαῦμα ἰδέσθαι
καλά· (...) "
"Ma di quale gioia potrò godere, dopo che è morto il mio caro compagno Patroclo, che io ho considerato al di sopra di tutti i compagni, anzi alla pari di me? Io l'ho perduto! Ettore lo ha spogliato delle armi enormi, meravigliose alla vista, belle (...)"

Ragioniamo sui termini greci: ἑταῖρος 
(letto etàiros) sta per "compagno".
Compagno in che senso?
Tra Patroclo e Achille c'era qualcosa di più di un sentimento di amicizia? Non possiamo saperlo con certezza.
L'ipotesi della loro omosessualità ha goduto di grande successo per diversi secoli, ma ora, grazie agli studi accurati di filologi tedeschi, si tende a scartare questa idea a favore di una stretta e forte relazione di amicizia che li legava. Come precisavo lo scorso anno, in tutta l'Iliade non è mai descritto alcun rapporto sessuale omoerotico, mentre invece è chiaro che le schiave dei guerrieri omerici erano certamente le amanti di questi ultimi, o comunque oggetti per soddisfare i loro desideri carnali.
Se, al contrario di me, propendete di più per l'idea omoerotica, potete pure contestare questo esempio che porto; tanto non mi offendo. Però leggete comunque, perché io sono convinta che il furioso Achille, a proposito di affetti, abbia qualcosa di positivo da insegnare a noi uomini del XXI° secolo.

Negli ultimi anni questa parola è diventata sinonimo di "convivente" o comunque di "fidanzato", ma nell'VII° secolo a.C. e nella lingua omerica non era questo il primo significato.
Qualsiasi dizionario di greco antico riporta come principale significato di ἑταῖρος l'espressione "compagno d'armi" e poi c'è anche quella di "amico". Ora rileggete una mezza frase della mia traduzione: "il mio caro compagno Patroclo, che io ho considerato al di sopra di tutti i compagni".
La prima volta, questo termine è utilizzato soprattutto in senso affettivo, in senso cioè di "amico molto importante". Sì, perché Patroclo era la metà di Achille, era parte di lui.
Patroclo era mite, tranquillo, saggio. Achille era soprattutto impetuoso, violento, iracondo.
La seconda volta, la stessa parola amplia il proprio significato anche nel senso di "membro dello stesso esercito". Però, Patroclo vale di più di tutti gli altri, in ogni caso. Sia in senso affettivo sia nel senso di valore militare. Con Patroclo, Achille diventava premuroso e gentile.
Patroclo è un compagno in tutti i sensi, proprio come indica l'etimologia latina "cum+ panis", ovvero, "condividere lo stesso pane". Ogni vero amico è un compagno.
La vera amicizia implica condivisione di stile di vita, di ideali, di interessi. E perché no, di tanto in tanto anche di cibo mangiato in compagnia in qualche ristorante, tra una chiacchiera e l'altra, tra una risata e l'altra.
Un vero amico è una parte di noi che si illumina ogni volta che lo incontriamo o comunque ogni volta che lo sentiamo, qualunque sia il mezzo elettronico da noi utilizzato.
Non è nostro amico chi compare diverse volte nei selfie di gruppo, quanto piuttosto chi è capace di starci vicino nei momenti di difficoltà, chi, nonostante abbia una manciata di impegni e di doveri da svolgere, cerca volentieri una sera o una mezza giornata libera da poter trascorrere con noi, se gli stiamo davvero a cuore.
Non voglio demonizzare le fotografie. Le fotografie sono la memoria di bei momenti vissuti, ma ricordiamoci che raffigurano immagini bidimensionali di corpi e di volti che cambiano nel tempo.
Se ti senti veramente amico di qualcuno, senti abbastanza spesso anche il bisogno di abbracciarlo, in qualche modo di "godere" della sua fisicità.

E qui inserisco un video in cui il prof. D'Avenia parla dell'amicizia in una conferenza. Cita anche l'Odissea. E aggiunge qualcosa in più rispetto a ciò che ho scritto io sopra.



Iliade, libro XVIII°. (vv. 90-93)

"(...) ἐπεὶ οὐδ' ἐμὲ θυμὸς ἄνωγε
ζώειν οὐδ' ἄνδρεσσι μετέμμεναι, αἴ κε μὴ Ἕκτωρ
πρῶτος ἐμῷ ὑπὸ δουρὶ τυπεὶς ἀπὸ θυμὸν ὀλέσσῃ,
Πατρόκλοιο δ' ἕλωρα Μενοιτιάδεω ἀποτίσῃ."

"... dal momento che il mio cuore non mi esorta né a vivere né a convivere con gli altri uomini se prima Ettore non perda la vita, dopo essere stato colpito dalla mia lancia, e l'uccisione non paghi del Meneziade Patroclo."

 La vendetta. Ecco a che cosa pensa l'impetuoso Achille. Pensa alla vendetta, pieno di odio e di rabbia com'è. Ettore ha massacrato il suo più caro amico, per questo non può essere degno di perdono.
D'altra parte, come ci comporteremmo noi se qualcuno facesse del male ai nostri più cari amici?
Se arrivassimo all'omicidio per vendetta saremmo "pazzi e violenti", proprio come il padre di Ettore definisce Achille.
Però nella fase più acuta dell'amarezza e della rabbia potremmo arrivare a pensare di poter vendicare la violenza con la violenza. Perché siamo umani fragili e non siamo buoni come Gesù.
θυμὸς (zumòs) è sinonimo di ψυχή (la psiche), ma al contrario di ψυχή, oltre a significare "cuore, anima", significa anche "ira". In un contesto come questo ci sta. Achille, dal cuore addolorato, straziato e pieno d'ira, medita di uccidere Ettore in un duello per poter trovare pace nell'animo.

Iliade, libro XVIII°. (vv. 98-100)

"αὐτίκα τεθναίην, ἐπεὶ οὐκ ἄρ' ἔμελλον ἑταίρῳ
κτεινομένῳ ἐπαμῦναι· ὃ μὲν μάλα τηλόθι πάτρης
ἔφθιτ', ἐμεῖο δὲ δῆσεν ἀρῆς ἀλκτῆρα γενέσθαι."

"Vorrei morire subito, poiché non mi apprestavo a soccorrere il compagno che era in punto di morte; egli molto lontano dalla patria è perito, ed era necessario che io lo difendessi dalla morte."

E qui non emerge forse l'istinto protettivo che si ha verso gli amici? Qui c'è il senso di colpa per l'assenza e la lontananza, oltre che la disperazione.
Achille è un guerriero omerico dai sentimenti molto forti.


CICERONE, "DE AMICITIA":

Questo è un trattato, non è un racconto epico. Ma contiene perle di saggezza.

(Inizio 20) "Quanta autem vis amicitiae sit, ex hoc intellegi maxime potest, quod ex infinita societate generis humani, quam conciliavit ipsa natura, ita contracta res est et adducta in angustum ut omnis caritas aut inter duos aut inter paucos iungeretur."

"Quanta poi sia la forza dell'amicizia, ciò può essere soprattutto compreso da questo, che a partire dall'infinita società del genere umano, che la natura stessa favorisce, il legame è così ristretto e così serrato che tutto l'affetto si stringe tra due o tra pochi."

Qui vorrei focalizzarmi sul termine "societas" per formulare un ragionamento.
Sembra un termine banale, di immediata traduzione, ma ecco a voi i vari significati che comprende: "società, vincolo, complicità, alleanza, legame". E ne ho citati soltanto cinque.
Quello che qui Cicerone vuole comunicarci è che la società è fatta di molte persone, tutte diverse l'una dall'altra per aspetto fisico e per caratteristiche della personalità. Le società umane sono così perché la natura umana è variegata.

Il numero massimo di amici che possiamo avere è dieci, diceva Alessandro D'Avenia sopra.
Globalmente ha parlato molto bene, ma qui mi permetto di correggerlo: i veri amici si contano sulle dita di una mano, non di due. In questo paragrafo, Cicerone definisce l'amicizia come un legame molto stretto che è possibile creare tra pochissime persone, più facilmente tra due persone.
Ed è la verità.
Viviamo in un secolo in cui, soprattutto a causa di internet e dei social network, si fa fatica ad essere selettivi, aggettivo invece che a me ancora sia addice, nonostante faccia un largo uso dei mezzi tecnologici ed elettronici.
Cosa vuol dire essere selettivi? Ignorare completamente chi non ci piace? No!
Significa "distinguere", nell'infinita varietà del genere umano, chi è più affine a noi da chi lo è meno. "Selezionare" le persone non equivale ad essere chiusi e musoni.
Per "selezionare" bisogna innanzitutto soddisfare il proprio desiderio di conoscere molte persone attraverso esperienze e attività per poi legarsi profondamente con poche, con quelle poche persone autentiche e solide che sono disposte a "sopportarci" come compagni nel viaggio della vita.

Nel paragrafo precedente, Cicerone fa un confronto tra rapporti con i parenti e rapporti con gli amici.
Eccolo:

(19) "Sic enim mihi perspicere videor, ita natos esse nos ut inter omnes esset societas quaedam, maior autem ut quisque proxime accederet. Itaque cives potiores quam peregrini, propinqui quam alieni; cum his enim amicitiam natura ipsa peperit; sed ea non satis habet firmitatis. Namque hoc praestat amicitia propinquitati, quod ex propinquitate benevolentia tolli potest, ex amicitia non potest; sublata enim benevolentia amicitiae nomen tollitur, propinquitatis manet."

"Infatti mi sembra di capire che noi siamo stati generati così che tra tutti vi sia un vincolo tanto più grande quanto più ciascuno viene a trovarsi vicino. E così i cittadini sono da preferirsi ai forestieri, i parenti agli estranei. Con i parenti infatti la natura stessa impone l'amicizia, ma non sempre i rapporti tra i familiari sono abbastanza buoni. Dunque per questo l'amicizia è superiore alla parentela: dalla parentela può venir meno l'affetto, dall'amicizia no: sottratta la benevolenza all'amicizia viene tolto il nome, mentre alla parentela rimane."

Ciò che ho tradotto come "bontà dei rapporti" lo indica la parola "firmitas, firmitatis", il cui senso è "solidità, consistenza".
"Consistenza" a sua volta deriva dal verbo latino "consisto", ovvero, "prendere posizione, star saldo".
Anche questo significato rimandava, nell'epoca dell'Antica Roma, al campo della pratica di guerra, ma ci fa riflettere su come dovrebbe essere la psicologia di un serio rapporto tra amici.

A che cosa rimanda dunque la "consistenza nei rapporti"? Come è possibile in un periodo come questo, in cui la superficialità dilaga?
 Dal punto di vista di una semplice amicizia rimanda esattamente a questo che sto elencando sotto:

1) Abolire le doppie facce e le bugie. Se vuoi davvero bene a una persona, o comunque se vuoi fartela amica, evita di dire cose false. Le menzogne fanno male e deteriorano i rapporti. L'autenticità li fa fiorire.

2) Essere d'aiuto. Accorrere in aiuto di una persona alla quale vuoi bene è basilare se sai essere davvero amico. E non bisogna mai vergognarsi a chiederlo, a maggior ragione se ti fidi veramente di una persona che ti è amica, e magari da diverso tempo.

3) Pensarsi. Non è necessario vedersi ogni giorno per consolidare il legame. Pensarsi in alcuni momenti della giornata significa essere in sintonia l'uno con l'altro.

4) Incontrarsi. L'incontro rinnova l'affetto. Se per molto tempo non vedi più una persona, il legame si affievolisce o si raffredda. Il "non ho tempo", in un rapporto, non dovrebbe esistere!
Siamo giovani e pieni di impegni e sarebbe molto grave se non lo fossimo!
Ma la nostra vita non è fatta soltanto di studio, di lavoro, di varie attività e interessi. Tutto questo non dovrebbe precluderci il diritto alla vita sociale. La vita è fatta anche di relazioni.

 5) Condividere. Non tanto le foto e i video. Anche quelli, sì. Ma io mi sto riferendo soprattutto ai momenti. Ai dialoghi e ai silenzi. Non è negativo rimanere in silenzio per un po' e, mentre scorrono i pensieri, cercare di indovinare i pensieri dell'altro. Il silenzio non corrisponde sempre all'imbarazzo o al vuoto interiore. Il silenzio è anche tranquillità e armonia.

6) Fare cose indimenticabili. Non stordirsi collettivamente con l'alcool, le droghe e la discoteca.
Fare cose indimenticabili nel senso di una passeggiata e una cena.
Sembra assurdo ma vi assicuro che è così, per esperienza personale!
A distanza di sette anni, io e la mia amica ci ricordiamo ancora bene come abbiamo trascorso la Pasquetta 2010: ero a casa sua e oltre a me c'erano anche alcuni suoi compagni di classe.
Lei vive in una zona un po' collinare di Peschiera del Garda, decisamente lontana dalle rive del lago.
Dopo pranzo abbiamo raggiunto a piedi non soltanto il centro della cittadina ma anche le rive del lago. Camminavamo, a tratti cantavamo, chiacchieravamo.... Ci abbiamo messo circa un'ora per arrivare a destinazione, ma praticamente non ce ne siamo accorti! Da tanto bene che stavamo insieme, per un po' ci è mancata la percezione del tempo.
E quando ci siamo scambiate i piatti al ristorante giapponese senza accorgercene??!
E' stato incredibile, perché io avevo ordinato riso con verdure e gamberi, lei riso con verdure e pezzi di manzo. Quando la cameriera ha portato le scodelle noi, siccome eravamo affamate, senza preoccuparci del contenuto, abbiamo iniziato a mangiare. Ce ne siamo accorte solo quando avevamo quasi finito e abbiamo liquidato "il divertente inconveniente" con una risata.

Questi sono soltanto due dei diversi episodi indimenticabili che ho vissuto con gli unici e pochissimi veri amici che ho avuto e che ho.
Ce ne sarebbero altri da elencare, decisamente più recenti, ma non lo faccio perché questo è già un post abbastanza kilometrico come lunghezza!













22 giugno 2017

Da che cosa si vede la maturità di uno studente?!


E' un articolo che ho appena letto su "Avvenire" e che ricopio qui, dal momento che l'ho trovato molto significativo. Naturalmente l'ho anche commentato!

"Da che cosa si vede la maturità di uno studente? Dalla memoria? Dai calcoli? Dalla parlantina? Dalle formule? Dalle date? Sì, anche da questo ma soprattutto dalla lingua. Dalla ricchezza, dalla precisione, dalla correttezza della lingua. La lingua dello studente maturo deve essere chiara, senza intoppi, senza errori di ortografia, senza errori di sintassi.
Chi ha una lingua inceppata da storture ortografiche o sintattiche non ha un pensiero limpido, non ragiona bene, non capisce con prontezza: se non padroneggia la lingua, non domina il pensiero e non si orienta nella realtà. 
Uno che dice o scrive: "io credevo che tu eri" o "io credevo che tu sarai", non eredita l'espressione e la comunicazione dei secoli precedenti, non è in grado di continuarla, non può avere funzioni di dirigente nello spazio pubblico, non può diventare un capo, non può essere eletto in Parlamento e non può fare il ministro. Può fare il dirigente di una società privata, questo sì. Nel privato si può premiare ad libitum. Abbiamo avuto un direttore generale di una società di telecomunicazioni che insediandosi ha pronunciato un discorso in cui prometteva che avrebbe portato i suoi dipendenti alla vittoria "come ha fatto Napoleone con i suoi soldati a Waterloo, dove ha realizzato il suo capolavoro".
Qualche mese dopo un giornale cercò di capire se per quell'errore squalificante al supremo direttore avevano decurtato lo stipendio. No, glielo avevano aumentato. Però quel che succede nel privato, affari loro. Quello che succede nel pubblico, affari nostri. 
E si dà proprio il caso che abbiamo senatori che sbagliano i congiuntivi e i condizionali, usano gli uni al posto degli altri, o usano l'indicativo al posto di entrambi. Sentirli parlare è deprimente. Perché non sono errori della lingua, ma sono errori del pensiero. Saltando dal congiuntivo al condizionale o all'indicativo, saltano dall'ipotesi e dall'irrealtà alla realtà. Senza accorgersene.  Il sospetto, non campato in aria, è che possano commettere lo stesso errore quando apprestano una legge, o decidono un voto o varano una manovra. 
Posso esprimere un pensiero che mi gira per la testa da cinque minuti e, se non lo batto al computer, non se ne va? 
Cesare conquistò la Gallia con operazioni militari, ingegneristiche e governative sapienti. Cesare scriveva bene. Ergo: Cesare conquistò la Gallia perché scriveva bene. Le qualità di stratega si combinavano il lui con le qualità scrittorie. I congiuntivi e i condizionali sbagliati vengono dal Senato; le "traccie" con la i sono venute ieri da un qualche dirigente del Ministero dell'Istruzione. 
In una direttiva per i candidati alla maturità. L'errore è apparso in rete, la rete si è scatenata, l'errore è stato ritirato ma intanto ci si pone una domanda:  se i maturandi scrivono così in un tema di maturità vengono maturati o no? Avendo fatto, per una decina d'anni, il commissario di maturità, mi permetto di dire che non boccerei un maturando per un errore di questo genere. 
Però un conto è un maturando, un conto è un ministero.
Più in su si va, più perfetta dev'essere la lingua che si usa. Avere padronanza della lingua significa spiegarsi bene e capire bene quelli che ti parlano. E' il requisito fondamentale per chi sia a capo di qualcosa. 
All'esame di maturità è questo che viene fuori: se il maturando sa esprimersi e dunque se sa ragionare. Dopo, nella vita, non farà altro che affrontare prove come questa.  
Il maturando crede che la Maturità  sia l'ultimo spauracchio della vita. Invece è il primo. 
Tutte le tappe della vita sono così. Se, una volta diplomato, cercherà lavoro, è questo che gli serve: andare all'incontro e far capire che ha un mondo dentro di sé, un mondo ordinato, senza confusione tra ipotesi e realtà. 
La lingua costituisce le nostre fondamenta. Tutto quello che costruiamo, poggia lì sopra."


Inizio il mio commento all'articolo partendo da una considerazione che io stessa avevo fatto il giorno dopo la mia prova orale di maturità (che è stata il 25 giugno 2014): "la seconda prova è in genere ostica e difficile ed è fatta sostanzialmente per valutare le competenze tecniche dell'allievo, mentre l'interrogazione, come d'altronde la prima prova, rivelano anche il livello di maturità psicologica dello studente."

A distanza di tre anni, mi trovo ancora abbastanza d'accordo con questa affermazione.
La seconda prova verte soprattutto sulle conoscenze nozionistiche di un allievo, ovvero: la versione al Classico mira a valutare la capacità di tradurre un testo di una lingua antica (con la speranza che dal Miur provenga un autore studiato in letteratura e tradotto più di una volta in classe durante la quinta!), la prova di matematica allo Scientifico è fatta di problemi e di procedimenti di calcolo complessi, aridi e laboriosi (per questo sono davvero bravi quelli che ne vengono fuori brillantemente!), la prova di inglese al Linguistico si basa per lo più sulla comprensione e sull'analisi di un testo, la seconda prova al Liceo Musicale chiede agli studenti dapprima di analizzare un brano tratto dalla storia della musica e poi di creare una composizione.
Questi sono soltanto alcuni esempi.
Le seconde prove sono tutte relative alle materie di indirizzo che caratterizzano le scuole superiori e quindi vengono proposte per misurare la maturità prettamente scolastica di un giovane.
Le prove scritte sulle materie caratterizzanti hanno sostanzialmente la stessa funzione della terza prova.  Il cosiddetto "quizzone" di solito è fatto di dieci domande, ovvero: cinque materie e due domande per ciascuna materia (io l'ho fatto così, ma i miei amici poco più grandi di me e provenienti da indirizzi scientifici l'hanno fatta di quattro materie e tre domande per materia).

Si parla di abolire la terza prova a partire dal prossimo anno e di dare più importanza, dal punto di vista del calcolo del punteggio finale, alla media scolastica del quinto anno e di conseguenza anche al numero dei crediti formativi accumulati durante il triennio.
Sinceramente, per una volta tanto, mi trovo d'accordo con le intenzioni ministeriali. Se si riformasse così l'esame di maturità sarebbe proprio una grande idea!
Perché effettivamente il "quizzone" è un po' assurdo: uno studia tutto il programma di tutte le materie, ci mette impegno e fatica e poi magari capitano quelle due domande o troppo generiche o troppo specifiche, alle quali non riesce a rispondere in modo esauriente o soddisfacente.
E in quindici righe poi, se non ricordo male!!

Ad ogni modo, le prove che possono mettere in evidenza la maturità psicologica di un ragazzo sui 19 anni sono proprio il tema di italiano e l'esame orale.
In un tema non ci sono soltanto nozioni e conoscenze da esprimere, ma bisogna anche saper elaborare criticamente i contenuti dei testi o delle citazioni proposte, inserendo anche degli apporti personali derivati dalla capacità di pensare in modo concreto.
La logica non è inerente soltanto alla matematica. La logica riguarda anche la capacità di organizzare frasi e periodi e l'abilità di incastrare i contenuti in modo fluido e coerente in un testo unico!

L'orale è un colloquio che misura la padronanza dello studente nel gestire sia il proprio bagaglio culturale sia un linguaggio corretto e formale.
E' soltanto all'orale che te li ritrovi tutti di fronte a te, mentre spieghi la tesina: il Presidente della Commissione, i commissari esterni e i professori interni.
In poco meno di trenta minuti di colloquio loro riescono a comprendere: il tuo senso di responsabilità, le tue materie preferite, i tuoi interessi extra-scolastici, la tua abilità nel dialogare e nel relazionarti con degli adulti, l'avvenuta o meno acquisizione della giusta patina sociale in un determinato contesto e anche alcune caratteristiche del tuo temperamento, positive o negative che siano.

E' durante il tema e durante l'ultima grande interrogazione che si comprende se, nel corso del quinquennio e dunque nel corso dell'adolescenza, una persona ha acquisito anche un certo tipo di maturità, che gli sarà poi utile e necessaria per il resto della vita.

Se io avessi dovuto affrontare la maturità quest'anno, avrei scelto la traccia di argomento artistico-letterario, cioè quella sulla Natura come idillio o minaccia.
Tre anni fa invece, secondo le statistiche, io rientravo in quel 4% di studenti che avevano sviluppato l'analisi letteraria sulla poesia di Quasimodo intitolata "Ride la gazza, nera sugli aranci".
Avevo preso 15 nel tema. Avevo preso il massimo che si poteva prendere in una prova scritta.
Mentre la svolgevo, non mi ero preoccupata molto del fatto che Quasimodo non fosse stato affrontato nel programma di letteratura italiana.

Ammetto che negli ultimi quattro anni sono state assegnate tracce di analisi letteraria su autori che non venivano e tuttora non vengono affrontati nei programmi. Nel 2013 era il caso di Claudio Magris, quest'anno è stato il caso di Giorgio Caproni. E nel 2014 c'era Salvatore Quasimodo.
Ma questo non dovrebbe spaventare nessuno, almeno a mio avviso.
Io, dopo aver letto un paio di volte la poesia, avevo capito che potevo benissimo spiegarla facendo collegamenti con Pascoli, Leopardi e Ungaretti, dal momento che c'erano delle tematiche che si assomigliavano tra la lirica di Quasimodo e i vari componimenti che avevo in mente di citare.
Chi ha fatto la maturità nel 2013 e si è trovato la tematica del viaggio secondo Magris invece era preoccupatissimo e spaventatissimo! Lo ha dimostrato soprattutto il fatto che in quella mattina ben 544 disperati stavano consultando il mio tema da 8 e 1/2  pubblicato su questo blog e intitolato: "Il viaggio come metafora della vita", dove appunto si citava un discorso di Magris.
Ah, non preoccupatevi, non mi sono per niente arrabbiata! Ho riso moltissimo, e rido anche ora!
Non tanto per il fatto che abbiate copiato qualche spunto, ma perché, cavolo, alle ingiustizie scolastiche si deve reagire! Senza smarthphones di riserva e senza panico. Non era necessario spaventarsi così tanto.
Avete studiato tutto l'Ottocento italiano e poi anche Ungaretti, Montale e Calvino e che cosa vi danno invece?? Magris, scrittore ancora vivente! Sono stati ingiusti, lo ammetto, ma a mio avviso, quello che si deve fare all'inizio della prima prova è prendere un respiro profondo, concentrarsi, leggere bene le richieste di tutte le tracce (tanto danno sei ore di tempo) e poi sceglierne una, domandandosi: "Posso servirmi bene delle mie conoscenze letterarie, anche se questo è un autore che non ho mai studiato? Sono in grado di creare dei collegamenti interessanti e sensati?"


Per quel che riguarda il linguaggio, naturalmente condivido tutto quello che scrive questo signore e vi rimando al latino. I meccanismi che regolano le infinitive possono risultare validissime per ragionare anche sull'italiano.
Ecco qui come:

1a) "Io credevo che tu eri".
1b) "Io credevo che tu sarai". 

I verbi di queste due frasi rimandano a due esempi in latino che aiutano a ragionare sul motivo per cui queste due frasi siano sbagliate.

1b) "Putabam amicos meos fideles fuisse".
2b) "Putabam amicos meos fideles futuros esse.

1) "Credevo che i miei amici fossero stati fedeli."
(non ci va l'indicativo, credere non implica certezze e quindi qui può starci solo il congiuntivo, secondo un rapporto di anteriorità).

2) "Credevo che i miei amici sarebbero stati fedeli."
(non il futuro semplice, perché quel "credevo" della frase principale è già passato. Se fosse: "Puto amicos meos fideles futuros esse", allora va bene tradurre con "saranno").

Quelle due frasi latine si riferiscono a due diverse situazioni della realtà, collocate in diversi spazi temporali.
Utilizzare bene la sintassi significa avere la giusta percezione della realtà e saper distinguere ciò che è certezza da ciò che è possibilità o condizione.


Due umili consigli e una canzone dedicata a chi affronta la maturità quest'anno e con questo caldo abbastanza anomalo:

-Preoccuparsi durante gli scritti non serve a molto.
Se li avete fatti bene durante le simulazioni di metà maggio, molto probabilmente ora otterrete più o meno gli stessi risultati.
Non continuate a ripassare quello che già mille volte avete ripassato durante questo intenso anno scolastico.
Non vogliatevi troppo male con questa calura estiva, ripassate "senza rompervi troppo" e fatevi un bagno o una passeggiata. Godetevelo già a partire da adesso l'inizio dell'estate.

- Non lasciate che un 60, un 90 o un 100 con lode influiscano sul vostro livello di autostima. Questi sono soltanto voti che scaturiscono da una serie di prestazioni scolastiche.
Come la mia media universitaria del quasi 28. Non è questo numero che fa di me una brava persona.
Questo numero dice che ho scelto bene la mia facoltà universitaria e che sono portata verso un certo campo di studi. Ma non dice che sono sensibile.

Sempre sul tema del viaggio, il mitico Cremonini!
... Perché sappiate che la maturità non è l'ultima tappa della vita.






3 giugno 2017

La monaca di Monza: malvagia o debole?


Scrivo questo post per dimostrare ai molti attuali insegnanti di lettere che greco, latino e letteratura non sono discipline inutili. Bisognerebbe cambiare il modo di insegnarle ai ragazzi, secondo me.
Io ho conosciuto molti insegnanti di materie umanistiche, molti di loro sono miei conoscenti.
Una di questi, pur insegnando alle superiori da un sacco di tempo, è convinta che Manzoni non serva a nulla e quindi non lo spiega più, perché lo ritiene "noioso e non attuale". E io naturalmente non condivido affatto!
Un altro invece, nei suoi programmi di letteratura italiana, ha deciso di saltare Pascoli perché lo ritiene "un depresso che si piange addosso". E io naturalmente non condivido. E se i suoi poveri studenti se lo trovano nello scritto della maturità che cavolo fanno??!

D'altra parte, che cosa possono trasmettere degli insegnanti che non credono in ciò che insegnano?
Dopo la fine della Magistrale cercherò di ottenere una cattedra di italiano e latino al biennio scientifico.

Per poter comprendere bene la figura della Monaca di Monza è necessario un po' di latino.
Quando mi troverò a fare una lezione su questa figura, farò all'inizio un bel po' di domande ai miei allievi.
Prendiamo due frasi:

1) Velim legere.
2) Vellem legere.

Che differenza c'è tra queste due forme?

Un ragazzino di quindici anni, se studia non ha difficoltà a dirmelo.
"Velim" e "vellem" derivano entrambi da "volo" (=volere) ed entrambi sono prime persone singolari.
Il primo però è un congiuntivo presente, il secondo invece un congiuntivo imperfetto (inf." velle"+ desinenza -m).
Una traduzione che rispetta appieno i principi grammaticali è questa: "che io voglia leggere" per il primo caso e "che io volessi leggere" per il secondo.
Ma in un contesto come questo il modo congiuntivo non va bene, occorre il condizionale, che tra l'altro in latino classico non esiste.
E quindi:

1)Vorrei leggere. (e ho il tempo per farlo ora)
2) Avrei voluto leggere. (ma non ne ho avuto il tempo e quindi non ho potuto)

Perché la Monaca di Monza dovrebbe aver a che fare con tutti questi ragionamenti?
... eh, la Monaca di Monza è "velleitaria", ecco l'aggettivo giusto per poterla definire.

Quindi, che differenza c'è tra volitivo e velleitario? Tutti e due sono stati originati dal verbo "volo".
E quindi? Una persona volitiva sa quello che vuole, si prefigge degli obiettivi e manifesta una forte determinazione nel perseguirli.
Un velleitario desidera qualcosa ma non è abbastanza forte per poter essere tenace, oltre che desideroso. Nella condizione di velleitarismo vi è una grande sproporzione tra ciò che si vuole e l'impossibilità o l'incapacità di poterlo ottenere.
"La velleità è un'aspirazione irrealizzabile", dice il mio Garzanti.


LA STORIA DI GERTRUDE:

Nel corso del IX° capitolo del suo stupendo romanzo, Manzoni compie una digressione fondamentale raccontando le vicende di un personaggio così negativo.

"La nostra infelice era ancor nascosta nel ventre della madre, che la sua condizione era già irrevocabilmente stabilita. Rimaneva soltanto da decidersi se sarebbe un monaco o una monaca; decisione per la quale faceva bisogno non il suo consenso ma la sua presenza."

Era l'ultima figlia di un nobile principe,che Manzoni non nomina mai nel corso del romanzo. O meglio, non scrive mai il suo nome proprio, ma più avanti lo designerà sempre con l'espressione "il principe padre", per segnalare ai lettori la sua autoritarietà e il suo cinismo egoistico.
Nel "Fermo e Lucia", il padre della monaca è il Conte Matteo. Ma nel passaggio dal "Fermo" ai "Promessi Sposi",  lo scrittore milanese gli nega perfino il diritto a un nome proprio.

Se i figli dei contadini erano costretti a rinunciare all'istruzione e a vivere nella miseria fino alla morte, i figli dei nobili ricchi non potevano quasi mai scegliere da soli un percorso di vita.
Per esempio, se i figli di un duca erano cinque, i primi due erano destinati a matrimonio combinato e gli altri tre alla vita religiosa. Era una questione prevalentemente economica, tanto all'epoca, i sentimenti e le intenzioni dei figli non contavano a nulla.

"Bambole vestite da Monaca furono i primi balocchi che le si diedero in mano; poi santini che rappresentavano monache e quei regali erano sempre accompagnati con grandi raccomandazioni di tenerli ben di conto, come cosa preziosa (...)".

Però notate bene che nessun familiare le dice mai in modo chiaro e diretto: "Devi assolutamente farti monaca ed entrare in convento da grande". E' un'imposizione se vogliamo blanda, ma psicologicamente dannosa. Il principe padre non le impone la sua volontà quando lei è bambina, ma crea in casa un clima tale che possa ispirare la figlia a intraprendere la clausura. Terribile!

"A sei anni, Gertrude fu collocata per educazione (...) nel monastero dove l'abbiamo veduta; e la scelta del luogo non fu senza disegno. "

"Gertrudina, nutrita nelle idee della sua superiorità, parlava magnificamente dei suoi destini futuri di badessa, di principessa del monastero, voleva ad ogni costo essere per le altre oggetto di invidia (...).
I parenti e le educatrici avevano cresciuto e coltivato in lei la vanità naturale, per farle piacere il chiostro."

Rimane nel collegio del monastero per otto anni. E' una bambina vanitosa, antipatica, superba, viziata da tutti gli adulti che le stanno intorno e che la vedono crescere. Le educatrici trattano molto meglio lei rispetto a tutte le altre.
In quegli anni però, viene a contatto con delle ragazzine che non sarebbero diventate suore ma sarebbero invece state destinate al matrimonio. Vorrebbe essere lei invidiata dalle sue compagne, invece è lei stessa che si ritrova a odiarle.

"Invidiandole, le odiava; talvolta l'odio s'esalava in dispetti, in isgarbatezze, in motti pungenti."

E che succede poi? Che, aiutata da alcune compagne, la ragazzina scrive una lettera al padre manifestando la sua vera volontà, cioè dicendo chiaramente di non voler intraprendere la vita claustrale.
Ma, una volta conclusi i suoi anni di istruzione, ritorna a casa purtroppo.

"I parenti eran seri, tristi, burberi con lei, senza mai dirne il perché. Si vedeva solamente che la riguardavano come una rea, come un'indegna. (...) Di rado e solo a certe ore stabilite, era ammessa alla compagnia dei parenti e del primogenito. Tra loro tre pareva che regnasse una gran confidenza, la quale rendeva più sensibile e più doloroso l'abbandono in cui era lasciata Gertrude. Nessuno le rivolgeva il discorso e quando essa arrischiava timidamente qualche parola, che non fosse per una cosa necessaria, o non attaccava o veniva corrisposta con uno sguardo distratto, o sprezzante o severo."

Gertrude era stata cresciuta nell'orgoglio e quindi non essere minimamente degnata di attenzione è ciò che di più doloroso può subire una ragazzina superba come lei.
E comunque, da queste righe, si comprende bene il punto di vista che assume l'autore. Manzoni riconosce la corruzione di Gertrude, ma, nell'analizzare il suo vissuto, prova anche una sincera compassione per lei. Gli aggettivi che le attribuisce spesso sono "infelice"; "misera" e "sventurata".

Gertrude si invaghisce di un paggio, un giovane servitore della sua casa. E gli scrive una lettera.
Ma, scoperta dal padre, viene condannata a una disumana reclusione per molti giorni.
Per rimediare ai suoi comportamenti, la ragazzina scrive una lettera al padre per chiedergli perdono (di cosa poi, non ho mai capito bene. In senso logico ovviamente, non in senso concettuale) e per rinnovare il suo desiderio di farsi monaca.
Questo basta per liberarla dall'ingiusta reclusione in camera.

Tu mi chiedi perdono? Non basta che tu me lo chieda, devi meritartelo! E ti conviene farti monaca, perché, se anche io volessi trovarti marito, chi mai ti sposerebbe, dopo questi tuoi indecenti comportamenti?

Sono semplicemente entrata nella mente del principe padre.
Tra i parenti però, Gertrude riacquista credito e benevolenza. Ma si può parlare di benevolenza?
Che familiari sono coloro i quali impongono ad una ragazzina un futuro che lei non vuole? Quale bene possono volerle?

Ad ogni modo, pochi giorni dopo a Gertrude si presenta l'occasione di poter tornare indietro, cioè di rifiutare di conseguire i voti perpetui. Era la regola infatti che ogni giovane venisse esaminata da un sacerdote.

"Sente lei in cuor suo una libera, spontanea risoluzione a farsi monaca? Non sono state adoperate minacce o lusinghe? Non s'è fatto uso di nessuna autorità per indurla a questo?"

Eccole qui, le domande del vicario delle monache. Ma lei mente sempre contro se stessa e così diventa monaca.

E diviene corrotta, triste, tormentata. Diviene l'amante del nobile Egidio e con lui uccide una consorella che aveva minacciato di rivelare la loro relazione alla madre superiora.


VALIDITÀ STORICA DELLA MONACA DI MONZA:

Come l'Innominato, come il cardinale Borromeo e come Fra' Cristoforo, anche la Monaca di Monza è un personaggio storicamente esistito.
Il suo vero nome era Marianna de Leyva, figlia del conte Martino de Leyva.
A sedici anni era stata costretta dal padre a divenire monaca e aveva cambiato il nome in "Suor Virginia Maria".
Aveva avuto una lunga relazione con il conte Gian Paolo Osio, dalla quale erano nati due figli, dati poi in affido alla loro nonna paterna.
Venuto a conoscenza dello scandalo, il Cardinale Federigo Borromeo l'aveva fatta processare e, dopo il processo, era stata murata viva per vent'anni a Santa Valeria (Milano), priva di contatti con l'esterno ad eccezione di una piccola feritoia dalla quale venivano fatti passare i viveri indispensabili per la sopravvivenza.





Lo so anch'io che la tematica della monacazione forzata non è più attuale oramai.
Ma, come ho dimostrato sopra all'inizio del post, permangono certi sentimenti e certi comportamenti, che molte parole delle lingue antiche hanno reso attuali.

Però è ancora attualissimo il fatto che alcuni genitori facciano intraprendere ai loro figli delle strade che questi ultimi non vorrebbero intraprendere; magari dal punto di vista degli studi superiori e universitari e addirittura dal punto di vista della carriera lavorativa.
Alcuni padri non lasciano i loro figli liberi di scegliere la vita che vogliono.
Pensate a un padre che è odontoiatra e proprietario di uno studio dentistico. Suo figlio vorrebbe però diventare avvocato, ma il genitore gli dice: "Eh no, hai già lo studio dentistico pronto! Quindi studia odontoiatria, così hai il lavoro sicuro."
E non è questo un genitore autoritario? Sicuramente è un adulto che non immagina nemmeno lontanamente che razza di enorme supplizio sia studiare qualcosa controvoglia!

Ad ogni modo, il romanzo di Manzoni è un romanzo storico, quindi perché non si dovrebbe insegnarlo? La storia è sempre e comunque parte di noi. E' male ignorarla o non saperla.





24 maggio 2017

Le diverse percezioni dei luoghi geografici:


All'amica più fantastica che io abbia mai avuto; ragazza saggia, forte, determinata, concreta e dotata anche di un animo delicato in grado di apprezzare la bellezza delle cose semplici.


Forse, se vivete più o meno dalle mie parti, avete avuto modo di partecipare a qualche tappa della tredicesima edizione del Festival Biblico (19-21 maggio 2017).  Alcune iniziative erano davvero belle e pensate che il tema presentato e illustrato, in molte di loro, era proprio il viaggio.
Io ho partecipato a tre tappe. La prima era una lezione di un biblista sul tema del viaggio in Genesi ed Esodo.
La terza tappa era la visione del film "Lion", appena recensito su questo blog, e la seconda... ah beh, la seconda me la sono goduta con una mia cara amica! Si trattava sostanzialmente di uno spettacolo musicale sui neri d'America, di grande rilevanza storica e dai testi (recitati e cantati) molto poetici.

E' stata un po' un'avventura per noi ragazze arrivare sulla sommità della collina di San Zeno in Monte dopo aver affrontato il traffico cittadino; cioè, lo è stata soprattutto per me.

Tenete presente che ero io che guidavo e, avendo anche la responsabilità di proteggere la vita di una figlia unica come me (che anagraficamente tra l'altro potrebbe essere la mia sorella maggiore, e magari lo fosse davvero!), ero piuttosto tesa.

E come mai il titolo sembra riferirsi a qualcosa di diverso di uno spettacolo gospel?
Lo scoprirete leggendo...


AD ALI SPIEGATE... VERSO LA LIBERTA'!

Ho incollato una parte dello spettacolo. E' un video che ho trovato su YouTube, se avete voglia potete vedere il resto, vi assicuro che c'è tutto!
Il tono narrativo è come quello di una favola, come quello che Baricco ha adottato per scrivere il suo romanzo "Seta".


Sul sito del coro ho trovato un commento allo spettacolo che ho incollato qui sotto:

"Come può un corpo che lavora chino su un campo per 10 o 15 ore al giorno, lontano da casa, ridotto in schiavitù come una bestia, come può questo corpo avere ancora voglia e fiato per cantare?
Forse quel corpo straziato in effetti la voglia non l’avrebbe, se non fosse per la spinta che gli arriva dall’interno, se non fosse per l’anima, che ancora spera, che comunque prega, che nonostante tutto canta.
Coprendo con il termine di “missione evangelizzatrice” le piaghe che infligge all’uomo nero, l’uomo bianco gli parla di Gesù, della croce e, forse per far tacere improbabili sensi di colpa, gli racconta le storie della Bibbia, di Mosè, di Abramo, di Isacco, di Giacobbe. 
E l’uomo nero, invece di mandarlo alla malora, lui e la sua Bibbia, ci crede, anzi vuol saperne di più e tra le righe del Vecchio e del Nuovo Testamento legge anche la sua storia di deportato, di esule, di schiavo e sente che anche per lui si apre la porta di una speranza: se Dio ha liberato il popolo ebreo dalla schiavitù d’Egitto, libererà anche il suo popolo.
E quella vicenda orrenda di schiavitù, di tratta umana, di commercio di braccia e mani, di cui l’uomo europeo cristiano si macchia, senza vergognarsene e pentirsene mai abbastanza, produce un frutto inaspettato e paradossale: il canto spiritual. E così lo schiavo nero insegna al padrone bianco cosa significhi essere davvero cristiano, sublimare la sofferenza con la fede, farsi davvero come Cristo in croce portatore di senso e di speranza, anche in mezzo allo sporco degrado delle catene."

Il lungo viaggio oltreoceano, i maltrattamenti, l'approdo sulla terra e il duro lavoro sono visti con gli occhi di Emma, una bambina figlia di genitori africani che nel corso della storia diventa donna e assiste alla guerra civile americana (1861-1865).


La deportazione dei neri africani in America da parte degli europei lungo tutta l'età moderna e anche nel corso del XIX° secolo... 

E' un argomento che ho studiato bene sia in storia al Liceo che in geografia umana all'Università. Non mi metterò a descriverlo.
Questo spettacolo è stata la scintilla che mi ha spronata a riflettere sulla nozione di "luoghi contestati", ovvero, su tutti quei luoghi di questo pianeta che due diversi gruppi etnici 
vedono in modo completamente diverso.

Pensate, in questo caso, all'America dei secoli precedenti: per i neri era un luogo dove subivano fatiche, travagli, soprusi, dove lavoravano duramente, crudelmente strappati dalla lora calda e polverosa Africa. 
Per i bianchi invece, l'America era un continente splendido dal punto di vista naturale, le cui risorse dovevano essere certamente sfruttate; ma senza minimamente considerare che chi aveva la pelle nera era anch'egli un essere umano dotato di cuore e cervello, non un verme.
Quindi vedete: due concezioni radicalmente diverse sullo stesso luogo.

Così scrive la studiosa inglese Doreen Massey a proposito dei luoghi contestati: 

"Le identità dei luoghi sono un prodotto delle azioni sociali e del modo in cui le persone se ne danno una rappresentazione. Sono le persone stesse a fare i luoghi, ma non sempre in circostanze di loro scelta. (...) Le identità del luogo vengono spesso disputate, a volte da gruppi che vivono nel medesimo luogo, a volte da "persone dentro" e "persone fuori".

Quel capitolo di geografia umana me lo ricordo benissimo! Vi faccio due esempi:


A) LA VALLE DEL WYE (Galles):


Ventitré anni fa, il progetto di realizzare una fattoria destinata ad attrarre turisti aveva scatenato le reazioni di protesta di un gruppo di artisti e scrittori residenti nella valle contro gli agricoltori di più lunga residenza.
Nella valle del Wye infatti vivevano (e vivono ancora) alcuni pittori e scrittori che consideravano la costruzione della fattoria uno sfregio del paesaggio collinare.
Il piano degli agricoltori prevedeva di edificare una fattoria che fosse anche punto di vendita di bestiame con ristorante annesso e con un negozio di artigianato.
Ma gli intellettuali si erano opposti, dal momento che vedevano quello stesso luogo come un ambiente in cui ritirarsi per ricercare la quiete dell'animo e la pace interiore, sensazioni che di solito non si possono trovare in ambienti urbani.
Insomma, le loro idee sulla valle del Wye sono permeate di dolcezza "wordsworthiana" (io adoro il poeta William Wordsworth!), un romanticismo poetico che ha instaurato nelle loro menti una concezione distorta sulla storia del luogo geografico ritenuto da sempre incontaminato dall'industria e dalle attività umane.
In effetti, se si considerano certe circostanze storiche, si comprende che la valle nel XV° secolo era stata industrializzata con metallurgia e lavorazione di carbone.

Qui, come potete comprendere, abbiamo due gruppi, ma non due diversi gruppi etnici, bensì due diverse concezioni del luogo dovute a stili di vita completamente differenti.
Non credo comunque che gli artisti l'abbiamo avuta vinta. Consentitemi di affermarlo dal momento che sono artista anch'io, ma se c'è una forma d'arte davvero capace di esaltare la bellezza della natura, quella è proprio la poesia.
Il punto è che bisogna anche lasciar vivere chi, concretamente e con fatica fisica, trae dal terreno delle risorse utili all'economia. Non si può chiedere agli agricoltori di evitare l'utilizzo di trattori e di macchine rumorose soltanto per soddisfare la propria voglia di tranquillità.

 Io vivo in campagna. Ma non mi danno fastidio i rumori delle macchine agricole. Cammino in mezzo ai campi quasi ogni giorno (spesso in compagnia del mio unico costante corteggiatore, ovvero, il mio gattone domestico!) e a volte mi siedo sull'erba e scrivo o medito all'ombra degli ulivi.
Mi sembra dunque che sviluppo agricolo e ricerca estetica possano benissimo coesistere, almeno dal mio punto di vista!

B) ELVEDEN (Inghilterra): 


Elveden è un paesino dell'Inghilterra Orientale. Poche case, prati verdissimi, un vasto cimitero.
Eppure, è luogo di pellegrinaggio per i Sikh, sin dagli anni Sessanta.  Come mai?
Perché sono convinti che il loro ultimo maharajah sikh, ovvero, Duleep Singh sia sepolto nella chiesa parrocchiale di Elveden. In effetti, la tomba del marajah e quella di sua moglie si trovano proprio tra le lapidi del cimitero.
E qui devo tracciare alcune notizie biografiche di questo personaggio:
Duleep Singh si convertì al cristianesimo a dodici anni. Dopo aver ceduto i suoi diritti al regno a favore della Gran Bretagna, entrò al servizio della Regina Vittoria e si stabilì in una tenuta nei pressi di Elveden.
I Sikh sostengono che il maharajah, negli ultimi anni di vita, abbandonò il cristianesimo per riconvertirsi al sikhismo e, proprio a causa di ciò, mentre progettava anche di ritornare nella sua regione nativa indiana, venne arrestato e ucciso dagli inglesi.

Ogni weekend, gli inglesi di Elveden vedono pullman turistici dai quali scendono decine di Sikh per onorare la tomba di Duleep. E questo dà loro un gran fastidio, perché questo strano popolo li tormenta tutte le settimane chiedendo indicazioni per raggiungere il cimitero e la chiesa.
Circa trent'anni fa, quando alcuni sikhisti erano entrati nella chiesa di Elveden, diversi abitanti di questo piccolo villaggio, oltremodo scandalizzati, si erano rivolti al parroco per far riconsacrare la chiesa.
Tenete presente che qui la ragione non è da nessuna delle due parti:

- I Sikh hanno alle spalle una lunga storia come alleati dell'Impero britannico. Quindi gli inglesi farebbero meglio a reprimere il fastidio e la diffidenza nei confronti di un pellegrinaggio che è non solo un diritto culturale ma anche un desiderio di memoria storica, però hanno ragione a lamentarsi della maleducazione di alcuni sikhisti che lasciano rifiuti per il cimitero.

- I Sikh hanno il diritto di visitare la tomba del loro ultimo maharajah, hanno il diritto di essere  accolti gentilmente da un popolo molto diverso da loro. Però,  in segno di civiltà, dovrebbero lasciare i luoghi di una terra straniera belli e puliti come li hanno trovati!

Allora, anche qui abbiamo due gruppi, diversi dal punto di vista religioso, etnico, culturale.
Da una parte ci sono gli abitanti di Elveden, attaccati al concetto di "Englishness", che mal tollerano il fatto che il loro paese sia meta di pellegrinaggio. Vogliono escludere tutti coloro che non sono nativi dell'Inghilterra. I Sikh, per loro, sono degli "immigrati fastidiosi e rumorosi".

Dall'altra ci sono i Sikh, profondamente consapevoli (molto più degli inglesi) del fatto che Duleep possedeva una doppia identità culturale: era sia un aristocratico inglese sia un indiano nelle abitudini di vita.

E' molto complesso il concetto di "luogo contestato". La valle del Wye ed Elveden non sono gli unici due.
In un certo senso, anche l'Europa lo è. Pensate agli immigrati che ogni giorno sbarcano sulle coste siciliane.
Per loro, il nostro stato è un posto in cui far crescere concretamente delle speranze di una vita migliore. Anzi, l'Europa stessa è vista come sorgente di ricchezze e di benessere.
Noi vediamo il nostro continente in preda a una crisi economica abbastanza generalizzata, che rende precario e incerto il futuro delle giovani generazioni. E' anche per questo, oltre che per motivi di differenze di stile di vita, che molti europei vedono con diffidenza l'arrivo degli extracomunitari.
Io oramai vedo l'Europa come un luogo in cui c'è anche un grave crisi di valori morali, in cui i giovani della mia età non vengono ascoltati dagli adulti e si riempiono del vuoto e, essendo perennemente connessi, molti miei coetanei non sanno più che cosa significa essere amici, non sanno più apprezzare la bellezza di un sole che tramonta in riva al mare, non sanno distinguere il reale dal virtuale... e questo a volte mi crea una tristezza e un'angoscia infinita.






















23 maggio 2017

"Lion"- la strada verso casa:


Film stupendo e commovente, e, sebbene recentissimo, è già candidato a una serie di premi. 
E' una storia vera davvero sorprendente!

India, ultimi anni Ottanta.
Saroo (pronunciato in hindi "Sheru") è una bambino di appena cinque anni che vive in un povero villaggio rurale con la madre bracciante e il fratello maggiore Guddu.

Con il fratello ha uno splendido rapporto, perché praticamente vivono in simbiosi trascorrendo le giornate in compagnia, tra gioco e lavoro.
La loro differenza d'età è piuttosto rilevante: Guddu è già adolescente; e in effetti, nel film dimostra al massimo 15 anni, Saroo invece è proprio un bambino.

Saroo, sebbene decisamente piccolo, dimostra di essere dotato di un gran cuore: aiuta la madre a trasportare le pietre e vuole sempre accompagnare Guddu al lavoro.

Permettetemi già una considerazione, che magari potrebbe risultare piuttosto antipatica: come sono diversi i bambini dei paesi poveri da quelli italiani!
In India, indipendentemente dall'età, aiutano a lavorare e aiutano nelle faccende domestiche e senza lamentarsi mai. Saroo ha sempre il suo bellissimo sorriso sulle labbra, nonostante non possa avere dei giocattoli adatti alla sua età.

In Italia invece i bambini piccoli sono degli specialisti in capricci e, quello che io trovo triste, è che sempre più negli ultimi anni i bambini italiani tengono in mano smarthphone e I-pad, strumenti che, alle soglie del 2000, cioè prima che io andassi alle elementari, non esistevano.

Una sera, Saroo accompagna Guddu al lavoro, con la sincera volontà di aiutarlo.
Ma si addormenta durante il viaggio in treno.


Una volta scesi, Guddu lascia il fratellino mezzo addormentato su una panchina della stazione, raccomandandogli di non muoversi fino al suo ritorno...
Ma non puoi pretendere che un bambino di quell'età stia fermo, da solo e per alcune ore sempre nello stesso posto!

Anch'io ero sempre in movimento, almeno alla materna
Ricordo bene infatti che non riuscivo a stare in una stanza per più di dieci secondi. Soprattutto perchè non mi piaceva la mia scuola all'epoca.Stavo nelle aule molto meno tempo rispetto agli altri bambini, ero sempre o in cortile, o in corridoio, o in braccio alla bidella. Stavo spesso in compagnia di un bambino affetto da gravi disabilità psico-fisiche.
Qualche volta lo aiutavo a mangiare e, quando lo vedevo, lo abbracciavo e lo coprivo di baci. E, nonostante non potesse parlarmi, spalancava la bocca in un immenso sorriso che rendeva bella la mia giornata.
Una certa sensibilità d'animo ce l'avevo anche allora!
Cioè, ero un po' difficile da gestire, ma ero dolcissima comunque.

Ad ogni modo, dopo un breve sonno, Saroo si risveglia chiamando il fratello. Si alza dalla panchina, e, per cercarlo meglio, entra nello scompartimento di un treno aperto, di un treno che parte a tutta velocità e che per due giorni non si ferma, portando nella grande metropoli di Calcutta il suo unico passeggero, ovvero, un bambino spaventato e disperato.

Saroo si ritrova in una città caotica, disordinata, dai grandi condomini e dal traffico intenso.
Per di più, all'inizio nessuno parla il suo idioma, cioè l'hindi. A Calcutta la variante linguistica più diffusa è il bengali.
Sono tristissimi i momenti in cui Saroo chiama il fratello nel percorrere la grande stazione della metropoli indiana più conosciuta.

Devo dire che a Calcutta il bambino a un certo punto corre il grave rischio di essere venduto da una donna a un signore che molto probabilmente lo avrebbe avviato alla prostituzione maschile.
Chi legge e si informa un poco sa che non sono soltanto le bambine oggetti di mercificazione e di violenze sessuali!
In molti paesi africani e anche in stati asiatici come India, Pakistan, Myanmar purtroppo si fanno violenze di quel genere anche ai bambini maschi.
E a me questo fa orrore solo a pensarci!



Per me il bambino, anzi, ogni bambino, è un fiore profumato e delicato che deve essere innaffiato ogni giorno e accarezzato lievemente. Ogni bambino è un fiore che, di giorno in giorno, compie il lento ma bellissimo cammino della trasformazione in frutto. 
Non si possono rovinare i bambini!
Deve esistere l'inferno, deve; almeno per i pedofili e per i dittatori sanguinari!





Ad ogni modo, credo che i bambini abituati a vivere in condizioni di povertà sviluppino assai precocemente la percezione del pericolo perché, poco prima di essere venduto, Saroo riesce con successo a fuggire dall'appartamento della donna a contatto con i pedofili.

Rinchiuso pochi mesi dopo in un orfanotrofio, Saroo viene adottato da Sue e John, un coppia di australiani che si prendono cura anche di un altro bambino indiano, Mantosh.

Il film evidenzia molto bene i diversi atteggiamenti dei due bambini nei primi tempi dell'adozione:
Saroo è descritto dai due coniugi un "bambino tenerissimo" e in effetti, quando gli mostrano la cucina, la televisione, il divano e la vista sul mare dalla finestra del salotto, Saroo appare tranquillo e anche sorridente.

Mantosh invece, nel suo primo giorno in Australia, scoppia in una violenta crisi di nervi: urla, piange e si picchia da solo. Ecco, questa è una scena piuttosto impressionante. Nemmeno gli abbracci e le parole rassicuranti di Sue e di John riescono a calmarlo del tutto.

"Scegliendo di adottare noi, hai accettato anche di adottare il nostro passato", dice molto dopo un Saroo trentenne ad una madre dal colore della pelle diverso dal suo, che però lo ha amato e cresciuto per venticinque anni.

E infatti, i due diversi comportamenti dei bambini si spiegano secondo me con il vissuto della loro prima infanzia: Saroo, prima dell'orfanotrofio, era stato amato da una famiglia, povera sia economicamente che culturalmente, ma una famiglia vera.
Il film non dice nulla del passato di Mantosh, ma io ho immaginato le cose peggiori: orfano da sempre, cresciuto in strada per un po' di tempo, catturato magari dal padrone di una fabbrica e costretto a lavorare subendo violenze quotidiane di ogni genere. Fuggito di nascosto da quello schifo, portato in un orfanotrofio e infine, adottato dai due australiani.
Avrò pure le disgrazie a portata di pensieri, ma uno che tende spesso a picchiarsi da solo senza motivi può aver avuto, a mio avviso, un passato come questo o simile a questo.

Un'altro aspetto rilevante: Saroo arriva in Australia a sei anni, Mantosh ne dimostra almeno nove.
A sei anni è possibile che un bambino dimentichi dei particolari tristi del suo brevissimo vissuto, a nove anni no e in particolar modo se non sei mai stato amato veramente da nessuno!

Il film compie un notevole balzo avanti subito dopo l'adozione di Mantosh: ci porta negli anni '10 di questo secolo che stiamo vivendo.
Saroo adulto
I trent'anni di Saroo sono molto diversi dai trent'anni di Mantosh: Saroo ha terminato gli studi, ha un lavoro sicuro e gratificante, una fidanzata, alcuni amici e una casa di proprietà a Melbourne.
Mantosh è invece un tossicodipendente disoccupato che non ha la minima idea di cosa fare nella vita.

Saroo però non è sereno: proprio alle soglie dei trent'anni inizia a ricordarsi di provenire da un villaggio rurale a nord dell'India, Ganesh Talay, e non da Calcutta, come da molti anni credeva.

Allora, su Google Earth compie delle ricerche, determinato a ritrovare la sua vera famiglia.
Nel 2012, dopo due anni di pianti, angoscie e di crisi relazionali con i genitori adottivi e con la fidanzata, riesce a trovare su una mappa digitale dell'India il lungo tragitto che il treno aveva compiuto in quel lontano 12 febbraio 1986.

Insomma, nel finale mi sono scese un paio di lacrime, perché Saroo ritrova davvero la sua madre biologica.


Ho pensato subito alla penultima pagina di "Oliver Twist", quando Oliver, piangendo e allo stesso tempo ridendo di gioia, abbraccia commosso Rose, subito dopo aver scoperto che questa cara ragazza che lo ha adottato è in realtà la sorella minore di sua madre, o meglio, la sua "zia biologica".
Peccato che il film relativo a questo stupendo romanzo di Dickens non faccia accenno a Rose, che in realtà è una figura importante.
Il finale di "Lion" è una riscoperta delle proprie origini e di una parte della propria identità, come il finale di "Oliver Twist".

Un altro aspetto rilevante che una ragazza abbastanza vicina alla laurea in Lettere non può non notare: a cinque anni Saroo parla benissimo il suo idioma nativo, l'hindi.
La linguistica insegna che a quell'età, se il bambino non presenta particolari problemi psichici, ha ampiamente suprato la fase "telegrafica" dell'acquisizione del linguaggio, con tutte quelle frasi rudimentali come "Mamma bella" e "mela buona".
Saroo parla bene l'hindi tanto quanto la madre e il fratello.
Però, ci accorgiamo che una volta divenuto adulto, l'ha quasi dimenticata, sa soltanto pochissime parole. Perché?
Allora: la linguistica dice che, un bambino italiano, prima dei sei anni ha memorizzato migliaia di termini lessicali e non solo sa pronunciare bene quasi tutte le consonanti (fa fatica in alcuni casi soltanto con la erre) ma sa anche formare frasi principali e coordinate e... ha inoltre dimestichezza con il modo indicativo della nostra lingua.
Questo però vale anche per i bambini non italiani. 
E quindi è bastato trasportare il nostro protagonista in un altro continente per fargli dimenticare quasi del tutto la sua lingua madre?
Potreste pensare: quando uno non parla più la sua lingua di origine, per quanto bene l'abbia imparata nei suoi primi anni di vita, se la dimentica nel corso degli anni quando viene a contatto con un'altra lingua e con un'altra cultura per un lunghissimo periodo di tempo.
Ed è un'affermazione che potrei anche appoggiare e condividere.
Il punto è che la mente di un bambino di sei anni è talmente elastica che può permettersi di imparare benissimo e facilmente un'altra lingua diversa dalla sua (L2 = lingua due).
Poi, se le circostanze di vita esigono una pratica quotidiana di "lingua due" (in questo caso, l'inglese australiano) e soprattutto, fanno mancare contatti e relazioni con chi parla bene "lingua uno" (l'hindi, prima lingua appresa da Saroo)... ecco che allora gran parte del lessico della prima lingua può finire nel dimenticatoio.

Così è successo a Saroo.

I sottotitoli di coda (non perdeteli assolutamente se avete l'occasione di vederlo!) enunciano dapprima una tragedia: Guddu purtroppo è stato investito da un treno la notte stessa in cui Saroo si è perso (forse non ha mai saputo di aver perduto il fratellino o forse, poco dopo essersene accorto, durante la ricerca è stato inavvertitamente investito).
Poi si concentrano sul significato del nome "Saroo" che significa: "la strada verso casa".






13 maggio 2017

La critica alla società occidentale in Woody Allen e nelle serie animate di origini americane:


 
Ieri dalle mie parti infuriava un violento temporale. E quindi, seduta comodamente sul divano del salotto, mi sono vista "Match point", un film di Woody Allen.
Riconosco che è un film dai contenuti piuttosto scabrosi, eppure merita di essere visto almeno una volta. Io ho dovuto farlo perché è uno dei diversi compiti che mi sono stati assegnati per preparare l'esame di storia del cinema.

Ad ogni modo, lo scopo del post non è soltanto quello di delineare la trama del film ma anche quello di riflettere su quei prodotti culturali americani che, negli ultimi vent'anni, hanno voluto essere delle critiche alla società occidentale.





CONSIDERAZIONI INIZIALI:

Non vorrei mai che il mio docente di storia del cinema leggesse questo confronto, eppure mi sento di farlo: Woody Allen in un certo senso assomiglia sia a Matt Groening, l'inventore dei "Simpson", sia a Glenn Heichler, la creatrice del cartone animato "Daria " .

Per questo mi piace molto come regista.
Io che ho vent'anni devo ammettere di essere cresciuta, come d'altronde i miei coetanei, con le serie televisive animate provenienti dagli Stati Uniti e ambientate negli Stati Uniti stessi; tra queste,
"I Simpson" e "Daria".

La prima illustra in modo simpatico e intelligente la vita quotidiana di una famiglia di quattro componenti (che poi, con la nascita di Maggie diventano cinque). I membri della famiglia Simpson, nonostante le loro profonde differenze caratteriali e nonostante i loro differenti modi di vedere il mondo e i rapporti con le altre persone, cercano sempre di "ricomporre" un equilibrio familiare che è finalizzato a mantenere dei rapporti armonici e solidali.

Nella seconda serie invece, la protagonista è una liceale americana, Daria Morgendorrfer, intelligente, ironica, maliconica, che ha serie difficoltà a relazionarsi con i coetanei e che ha un pessimo rapporto con la sorella minore Quinn, ovvero, l'esatto contrario di lei.
Nel corso della serie Daria subisce, è vero, delle forti delusioni sentimentali (si innamora due volte!) ma troverà conforto e sollievo nella compagnia della cara amica Jane. Jane è molto diversa da Daria e i loro differenti talenti attitudinali emergono soprattutto a scuola, ma ad ogni modo, tra di loro nasce proprio un'amicizia forte.
Da adolescente assomigliavo per certi aspetti a Daria, devo ammetterlo.



Ad ogni modo ora cerco di spiegare ciò che intendevo dire poco sopra:

Ho l'impressione che negli ultimi film di Woody Allen, come in "Blue Jasmine" e in "Café Society" (oltre che in "Match Point" appunto) emerga in modo piuttosto netto una contestazione della società occidentale, o meglio, una critica dello stile di vita dell'alta e della media borghesia statunitense, i cui componenti appaiono spregiudicati, vuoti, privi di valori morali e... maledettamente soli. 
I tre film sopra citati trasmettono allo spettatore una sensazione di sconcerto, di disgusto e anche di sottile malinconia, perché in tutti e tre è evidente non soltanto la critica sia all'eccessiva ricchezza materiale sia alla mancanza di solidi valori morali.

Anche in "Daria" la contestazione alla società è evidente. Qui però non si contesta soltanto la borghesia americana e il suo ardente desiderio di guadagno e di ricchezza. 
Anche se Hellen, la nervosa e stacanovista madre di Daria, è uno degli emblemi di questa tematica, perché è un'avvocatessa che è sempre disposta a fare un sacco di ore straordinarie, trascurando marito e figlie e soprattutto, ignorando la grande interiorità della figlia maggiore.
A Hellen interessa moltissimo la ricchezza economica, mentre tutto il resto, ovvero i dialoghi in famiglia, i problemi adolescenziali, la malinconia... tutto il resto è fatto soltanto di sciocchezze, di perdite di tempo.
In "Daria" si criticano anche gli inopportuni metodi di insegnamento di alcuni docenti, la stupidità di adolescenti privi di solidi punti di riferimento, la logica consumistica tipica proprio dei veri "spreconi" e indotta dal capitalismo.


Eccola qui, la lucidità mentale di Daria nell'autovalutarsi di fronte all'amica Jane.


Nei "Simpson" invece, la critica è più velata.
In questo caso sarebbe più corretto parlare di "satira del quotidiano".
In effetti, se uno ascolta attentamente i dialoghi riesce a capire che il fine di Matt Groening è soprattutto quello di mettere in luce i disvalori della borghesia americana quali: il successo sociale di imprenditori economicamente ricchi ma poveri umanamente (vedi soprattutto l'episodio "Whiskey business", che è uno dei miei preferiti), la negligenza e la poca profondità psicologica dei padri di famiglia (elemento generalizzato che non è vero al 100% ma al 90% sì), l'eccessiva influenza dei mezzi di comunicazione sui singoli, la vuotezza mentale.
Homer Simpson, che in fin dei conti è il personaggio principale, fa ridere, d'accordo, e talvolta le sue trovate hanno addirittura un che di geniale (è "mi-ti-co!"), ma è sostanzialmente la caratterizzazione dell'uomo medio occidentale: pigro, distratto, teledipendente e in alcuni contesti decisamente imbranato.


                                       Questa merita davvero, alle medie mi faceva morire!! ;-)

Insomma, sia i due cartoni sia i film di Allen hanno in comune la critica ai difetti e ai lati negativi del modo di vita occidentale. 

Però, mentre Woody Allen si concentra principalmente su una fetta di società anglo-americana, cioè quella alto-borghese, Groening ed Heickler si estendono anche alla popolazione scolastica e al mondo giovanile-adolescenziale.



TRAMA DI "MATCH POINT":

Questa è la scena iniziale.
Brevi considerazioni tecniche: i primi circa quaranta secondi del film sono caratterizzati da un'inquadratura fissa (soltanto questi però): l'unico elemento che si muove è una pallina che rimbalza dai colpi di due racchette fuori campo (cioè al di fuori dello spazio filmato). Quindi in questa prima scena non c'è montaggio, non c'è concatenazione simultanea di inquadrature.
Eppure, in questi 37 secondi, è riassunta la concezione dell'esistenza del protagonista: la vita è questione di fortuna, non di talento.



Il protagonista delle vicende narrate è il giovane Chris Wilton, di modeste origini irlandesi.
All'inizio del film, dopo essere stato assunto come istruttore di tennis in un club esclusivo di Londra, instaura in breve tempo un sincero rapporto di amicizia con Tom Hewett, un suo allievo di famiglia molto ricca.
Notate bene che la loro amicizia nasce da interessi comuni come l'opera lirica, la letteratura e l'arte pittorica. Una sera, Tom invita all'opera Chris, il quale ha così modo di conoscere Chloe Hewett, la sorella di Tom e i genitori dei due giovani.
Pochi giorni dopo però Chris incontra anche Nola Rice, la fidanzata di Tom, giovane ragazza con delle velleità frustrate di attrice. Sebbene tra Chris e Chloe si già iniziato un legame affettivo, il giovane è più attratto da Nola, donna dalle "labbra seducenti".
Dal momento che Chris si sente frustrato nel suo lavoro di istruttore di tennis, viene aiutato dal padre di Chloe a trovare un posto da dirigente in un'azienda prestigiosa.

Non vi dirò molto altro a questo punto: soltanto che, la relazione "clandestina" tra Chris e Nola inizia addirittura poco prima del matrimonio con Chloe.
Successivamente, Tom e Nola si lasciano; ma la relazione tra Nola e Chris si fa più intensa.
Finché Nola non scopre di aspettare un figlio. Inizialmente Chris cerca di convincerla ad abortire, cosa che invece lei è risoluta a non fare (aveva già abortito altre due volte).
Anzi, Nola esige che il suo amante ottenga il divorzio.

Messo sempre di più alle strette, Chris, dapprima in preda all'angoscia, inizia a generare sospetti nella moglie e al tempo stesso a ingannare l'amante, raccontando di essere in viaggio.
E infine, dopo alcune settimane prende un fucile da caccia dalla villa del suocero, lo nasconde nella borsa da tennis, si reca nel condominio dell'amante.
Inscenando una rapina finita male nell'appartamento adiacente a quello di Nola, uccide dapprima l'anziana vicina di Nola, sottraendole i gioielli per rendere più credibile la messinscena, e subito dopo, mentre Nola apre la porta del suo appartamento, spara di nuovo.

Il regista ha adottato qui un espediente interessante per rendere la drammaticità dei due omicidi: per molti minuti si sente come sottofondo della musica classica dell'opera drammatica cantata dal tenore Caruso. E' una musica extra diegetica, cioè, al di fuori del racconto filmico.
Chris non la sente, ma la sentiamo noi spettatori e la associamo non soltanto alla tragedia imminente ma anche all'abiezione del personaggio il quale, nonostante ami l'opera lirica, è incapace di sensibilità verso la vita di Nola e di un figlio che sarebbe anche il suo.

Chris sarà mai scoperto e punito? Vedere per sapere! 


 RIFLESSIONI ETICHE SUL PROTAGONISTA:

In definitiva, Chris è un uomo malvagio, privo di sentimenti e anzi, incapace di provarne.

... Non me la sento di abbracciare completamente un'affermazione del genere, almeno, per come sono fatta io che tendo ad essere molto analitica e precisa anche nel cercare di definire i caratteri dei personaggi di libri e film.
Secondo me è abbastanza riduttiva. Io più che altro lo definirei decisamente "disturbato psicologicamente".
E' il re degli ipocriti ed è doppio: gentile e romantico con la moglie, molto formale e distinto al lavoro ma animalesco, impetuoso, bugiardo e vigliacco con Nola. Le parti che comprendono l'inizio degli atti sessuali tra i due hanno un qualcosa di decisamente poco umano secondo me, un qualcosa che è parecchio distante dalla tenerezza ed è invece corrispondente ad una "passione smodata".
Inoltre, pian piano il protagonista rivela la parte peggiore di sé, ovvero, quella dell'omicida spietato, dell'uomo torbido e amorale.

Sarebbe interessante far analizzare questo personaggio a uno psichiatra ma forse nemmeno lo psichiatra sarebbe sufficiente. Secondo me ci vorrebbe addirittura un medico neurologo: come li definiscono i neurologi atteggiamenti di questo genere? Si può parlare di "doppia personalità"?

Sicuramente è amorale. Non immorale. Immorali lo siamo tutti, a tutti capita di sbagliare qualcosa nei rapporti con gli altri, a tutti capita di assumere comportamenti non proprio giusti e corretti.
In amorale la a iniziale ha la funzione dell'alfa privativo e quindi indica colui che è privo di rettitudine.

Nola ha iniziato una relazione con Chris pur sapendo benissimo che era un uomo sposato.
Ecco come la penso io a riguardo: vuoi farti trattare come uno straccio? Diventa l'amante di un uomo sposato!
Non dite che la penso così perché sono cattolica, qui non sto parlando del principio del cattolicesimo sul valore indissolubile del matrimonio! Sto parlando di dignità personale, anzi, di dignità femminile.
Non voglio dire che i non sposati siano tutti rispettosi e galanti, ma l'uomo sposato che tradisce la moglie essenzialmente è (e qui ci vado giù pesante, vi avverto!):

A) Un disonesto inaffidabile: manca alla promessa fatta alla moglie nel giorno del matrimonio e non considera i sentimenti dei  loro eventuali figli.

B) Un codardo irresponsabile: spesso non riesce né a lasciare la moglie né ad assumersi le sue responsabilità quando mette incinta l'amante.