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22 giugno 2018

"Siddharta" e il fluire del tempo:

E' un romanzo scritto da Herman Hesse, abbastanza bello ma piuttosto impegnativo e filosofico.
Nell'estate di quattro anni fa avevo iniziato a leggerlo ma poi, piuttosto annoiata dai contenuti, lo avevo accantonato.
A mio modesto avviso, per poter leggere un romanzo di formazione così profondo e ricco di significati, 19 anni  non bastano ancora.
Secondo me bisogna aver superato almeno il ventunesimo compleanno, essere verso la fine di un ciclo di studi accademici e avere le idee un po' più chiare sulla propria identità e sui propri desideri di avvenire.
Cioè, io non consiglierei la lettura di "Siddharta" a un neo-maturato, ma piuttosto, a quelli di alcuni anni più grandi dei diciannovenni che hanno avuto modo di accumulare un po' più di esperienze culturali, lavorative e relazionali. Allora sì che molti dei contenuti di questa particolare opera possono essere compresi meglio.

INFANZIA, ADOLESCENZA E GIOVINEZZA DI SIDDHARTA:

"Nell'ombra della casa, sulle rive soleggiate del fiume presso le barche, nell'ombra del bosco di Sal, all'ombra del fico crebbe Siddharta, il bel figlio del Brahmino, il giovane falco, insieme all'amico suo, Govinda, anch'egli figlio di Brahmino. Sulla riva del fiume, nei bagni, nelle sacre abluzioni, nei sacrifici votivi il sole bruniva le sue spalle lucenti."

Ho appena citato le prime righe dell'opera. Devo ammettere che Hesse ha la stessa grandiosa abilità del nostro Ugo Foscolo, autore delle Ultime lettere di Jacopo Ortis: entrambi descrivono talmente bene i paesaggi che al lettore sembra quasi di trovarsi in quei luoghi.
Qui sono già menzionati i due personaggi più importanti della storia: Siddharta e Govinda, ovviamente due figure maschili.
Anche in questo libro, le figure maschili sono indubbiamente prevalenti e quelle femminili, o insignificanti, o negative.
Siddharta è bello, intelligente, obbediente ai genitori, scrupoloso e zelante nell'adempimento degli studi e dei sacrifici agli dei... "ma egli, Siddharta, a se stesso non procurava piacere, non era di gioia a se stesso."
Questo senso di insoddisfazione di sé lo induce, in compagnia di Govinda, ad andarsene di casa quando è molto giovane per poter seguire lo stile di vita dei Samana, degli eremiti indiani che vivono nei boschi. Per tre anni Siddharta e Govinda conducono lo stile di vita dei Samana e assimilano il pensiero e la mentalità di quegli asceti, terribile a mio avviso:

"Una meta si proponeva Siddharta. Diventare vuoto, vuoto di sete, vuoto di desideri, vuoto di sogni, vuoto di gioia e di dolore. Morire a se stesso, non essere più lui, trovare la pace del cuore svuotato, nella spersonalizzazione del pensiero rimanere aperto al miracolo, questa era la sua meta. (...) Tacendo Siddharta restava in piedi sotto il sole a picco, ardendo di dolore, ardendo di sete, finché non sentisse più né dolore né sete. Tacendo stava in piedi sotto la pioggia; l'acqua gli cadeva dai capelli sulle spalle gelate, sui fianchi e sulle gambe gelate, e il penitente restava in piedi, finché spalle e gambe non fossero più gelate, ma tacessero e stessero chete."

Questo, con tutto il rispetto per certe correnti orientali di natura filosofico-religiosa, non lo considero un modus vivendi.
E' un continuo stordimento. E' l'apice del nichilismo nei confronti dell'esistenza umana.
Così facendo e così vivendo si vuole negare a se stessi di esistere, di essere soggetti a dei bisogni primari come la fame e la sete, di essere dotati anche di pensiero e di ragione.
Siddharta e Govinda si accorgono di ciò dopo tre anni; io l'ho capito dopo cinque minuti di lettura!

Qui è inevitabile il collegamento con gli "stordimenti" giovanili occidentali del nostro tempo: si beve oltre la sbronza, fino al coma etilico, ci si droga fino a perdere il controllo di se stessi, si è non solo e non tanto dei tele-dipendenti ma anche dei computer-dipendenti e degli smartphone-dipendenti.
Tutto questo per sfuggire al dolore della vita e anche al cosiddetto "tedio" esistenziale (leggete un po' di Pirandello, non può farvi altro che bene).
Capita che io passi delle mezze giornate davanti al computer o all'I-pad e nessuno di quelli della mia età è esente da questa abitudine.
L'alcool e i mezzi informatici, sempre nei casi in cui se ne fa un uso eccessivo o smodato, sono "degli effimeri stordimenti contro il dolore insensato della vita." (cit. Siddharta)
Ma è proprio così che un po' tutti diventiamo paurosi nelle relazioni con gli altri, considerando spesso il nostro piccolo mondo come prioritario a qualsiasi forma di interazione sociale.
Ma non siamo né isole né dei piccoli pianeti gravitanti su noi stessi.
Siamo dei "pezzettini" di un mondo-mosaico e siamo tutti importanti, tutti creati per renderlo più luminoso e più colorato.
Davanti a uno schermo sei solo (quest'anno hanno dato una bella traccia di tema di natura artistico-letteraria alla maturità, relativa alla solitudine) mentre, durante le riunioni con il gruppo animatori adolescenti no, per esempio! Lì ti vedono tutti i presenti, lì sei valutato da tutti (beninteso, nel senso che tutti si fanno delle opinioni su di te, positive e negative), lì a volte succede che le espressioni del tuo volto tradiscano il senso delle tue parole, che la tua opinione sia diversa da quella condivisa dalla maggioranza, che il tuo risentimento dopo un litigio possa sbollire immediatamente dopo una chiacchierata di fronte a una tazzina di caffé.
Le relazioni costituiscono la chiave del "mettersi in gioco" per comprendere che la vita ha un senso, cioè, che tu hai un senso come essere umano, che puoi fare qualcosa per lasciare alle generazioni future un mondo migliore di come tu lo hai trovato.

Ad ogni modo, dopo essersi separati dai Samana, i due ragazzi decidono di andare ad assistere  ad una predicazione del Buddha Gotama, alla cui dottrina Govinda decide di unirsi.
Siddharta però rimane solo, con un futuro tutto da costruire (aveva poco più di 20 anni al momento in cui aveva incontrato il Santo Buddha): "Il Buddha m'ha derubato, pensava Siddharta, m'ha derubato, eppure è ben più prezioso ciò ch'egli mi ha donato. M'ha derubato del mio amico, di colui che credeva in me ed ora crede in lui, che era la mia ombra e che ora è l'ombra di Gotama. Ma mi ha donato Siddharta, mi ha fatto dono di me stesso."

L'ESTATE DELLA VITA DI SIDDHARTA:

Il libro, ve lo dico ora, è suddiviso in due parti: la prima parte è relativa alla giovinezza di Siddharta, la seconda invece, comprende tutta la sua età adulta e la vecchiaia.
L'ultimo capitolo della prima parte è intitolato "Risveglio" e nell'approccio, il lettore giovane si sente addirittura invaso da quel fervente entusiasmo del protagonista, da quella voglia di vivere intensamente seguendo ciò che la forza di volontà stimola a fare.
Nel capitolo precedente Siddharta ha avuto un colloquio proprio con il Buddha, che accetta di buon grado anche le critiche del giovane sulla sua dottrina, augurandogli con benevolenza di riuscire a trovare la propria meta.
A seguito del dialogo con l'Illuminato, Siddharta si sente un "risvegliato", la cui principale priorità è conoscere se stesso prima di intraprendere delle scelte di vita.

"Da questo momento in cui il mondo circostante parve disciogliersi intorno a lui, in cui egli rimase abbandonato come in cielo una stella solitaria, da questo momento di gelo e di sgomento Siddharta emerse, più di prima sicuro del proprio Io, vigorosamente raccolto. Lo sentiva: questo era stato l'ultimo brivido del risveglio, l'ultimo spasimo del nascimento. E tosto riprese il suo cammino, mosse il passo rapido e impaziente, non più verso casa, non più verso il padre, non più indietro."

Vi faccio notare che Hesse, all'interno del libro, ricorre più volte ai nomi delle stagioni per indicare dei periodi della vita umana: l'autunno è la maturità che precede la vecchiaia e la morte, l'estate è invece il momento più opportuno per realizzare ciò che si è e ciò che si sogna, nel migliore dei modi possibili.
... E' stupendo sentirsi dei "risvegliati" che devono impegnarsi a comprendere quello che è dentro il loro animo per poter condurre una vita serena...
Ma io ho un'obiezione: per imparare a scorgere abbastanza nel profondo la nostra identità dobbiamo anche lasciarci guidare da coloro che incontriamo nel nostro cammino. Non possiamo trovare da soli la nostra strada, abbiamo bisogno di supporti esterni.
Siddharta è continuamente alla ricerca di se stesso. Però il suo cammino si volge verso vie strane, che egli mai immaginava di intraprendere.

Per più di 20 anni, Siddharta svolge la professione di commerciante: si arricchisce, viaggia molto, vende molta merce, annota conti e prezzi... Ma senza motivazione e senza entusiasmo.
Due cose principalmente divengono sue priorità quotidiane: soldi e sesso.

E' da mesi che vi dico che l'atto sessuale senza amore e senza tenerezza fa veramente schifo: è il caso del rapporto tra Siddharta e Kamala, una ricca cortigiana spregiudicata e arrogante che lo istruisce al "gioco dell'amore".
Peccato che l'amore non sia un gioco!
L'amore è sentimento e al contempo impegno. Immaginate che l'amore sia un complesso architettonico sorretto da due colonne chiamate fedeltà e tenerezza.
Senza fedeltà e senza tenerezza, l'amore non si reggerebbe in piedi. Cadrebbe in frantumi.
Kamala e Siddharta, in 20 anni di frequentazione, non hanno costruito nulla, si sono solo "divertiti" con i loro corpi.

A 40 anni, Siddharta si sente un fallito: si rende conto che la sua vita da ricco mercante dipende troppo da valori effimeri e mondani.
Sa bene che quel mestiere non gli è mai piaciuto veramente e sa bene di non nutrire alcun sentimento di vero amore verso Kamala.
E così fugge dalla fastosa casa in cui vive, abbandonando l'amante rimasta incinta.

Se io a 40 anni convivessi con un uomo che non amo e svolgessi una professione che non mi gratifica mi sentirei psicologicamente distrutta.
Infatti Siddharta appare oltremodo affranto e infelice, al punto tale che quando si ritrova solo in un bosco, di fronte alle rive di un fiume, medita il suicidio.
Ma mentre sta per gettarsi nel fiume, sente che il fiume stesso gli sussurra "Om", parola della cultura indiana che significa "perfezione". E così si addormenta. 
Poi si risveglia e avverte dentro di sè la voglia di ricominciare a vivere una vita diversa.
E così diviene barcaiolo.
Prima però di intraprendere questo nuovo impiego, è utile ricordare che al suo risveglio incontra Govinda, suo vecchio amico. Govinda è un monaco buddhista che trascorre le sue giornate a meditare in mezzo alla natura. Questa parte del loro dialogo è la più significativa:

(Govinda) "In nessun posto vado. Sempre siamo in cammino, noi monaci, solo che non piova, sempre in moto da un luogo all'altro, viviamo secondo la nostra regola, predichiamo la dottrina, raccogliamo elemosine e passiamo oltre. Sempre così. Ma tu, Siddharta, dove vai?"

(Siddharta) "Anch'io mi trovo in una condizione come la tua, amico. Non vado in nessun posto. Sono soltanto in cammino. Vado errando."

Questo dimostra che, a prescindere sia dall'età che si ha, sia dal numero dei successi e dal numero di fallimenti accumulati, ogni uomo è sempre in cammino, alla ricerca di se stesso.
Conoscere alcune qualità e alcuni difetti della propria personalità non significa conoscere se stessi nel profondo. Le qualità sono come una lingua straniera: la lingua straniera appresa va esercitata, per iscritto e oralmente, attraverso letture e traduzioni, altrimenti con il tempo si perdono le competenze.
Le proprie doti vanno impiegate e sfruttate durante il percorso dell'esistenza, altrimenti l'animo si inaridisce e forse va anche perduta la consapevolezza di averle.
Oltre a ciò, sottolineo che le relazioni con gli altri possono farle emergere e fiorire.

Passano gli anni. Siddharta impara ad ascoltare se stesso, gli altri e le acque del fiume.
Comprende che la sua precedente infelicità era dovuta al fatto di non aver saputo amare nulla e nessuno. 
E' questo l'enorme difetto che caratterizza non soltanto certi quarantenni, ma anche certi della mia età che ad esempio compiono un percorso di studi soltanto per accontentare i genitori e non perché hanno un preciso progetto di vita o una passione verso un determinato campo di sapere.
Non c'è proprio niente e nessuno che riesca a far scoppiare il cuore di gioia ad alcuni miei coetanei: nessuna passione lavorativa, culturale, sportiva e nessuna persona che riesca ad aprire loro il cuore e a convincerli a compiere un arricchente percorso interiore dove l'amore diviene anche sacrificio di sé.
Che brutto essere così amorfi da giovani!
Io spesso mi sento piena di energia e questo probabilmente è dovuto al fatto che lo studio non è stata l'unica esperienza di vita che ho fatto negli ultimi 8 anni (inclusi quelli del liceo ovviamente).

Il tempo, in questo punto del racconto, scorre come il fiume del bosco.
Qui ritengo opportuno riportare alcune frasi di un dialogo avvenuto tra Siddharta e Vasudeva, il barcaiolo "collega" di Siddharta:

(Vasudeva) "Questo è ciò che tu vuoi dire: che il fiume si trova dovunque in ogni istante, alle sorgenti e alla foce, alla cascata, al traghetto, alle rapide, nel mare, in montagna, dovunque in ogni istante, e che per lui non vi è che presente, neanche l'ombra del passato, neanche l'ombra dell'avvenire?"

(Siddharta) "Si, questo. E quando l'ebbi appreso, allora considerai la mia vita, e vidi che è anch'essa un fiume, vidi che soltanto ombre, ma nulla di reale, separano il ragazzo Siddharta dall'uomo Siddharta e dal vecchio Siddharta (...)"

La vita è un fiume perché in ogni istante il presente diviene sia passato che futuro.
Per essere ancora più chiara: il futuro accade in ogni momento, il passato si trova alle sue spalle e il presente è un continuo fluire, un tempo momentaneo.

Sono stata ad una festa di paese sabato scorso.
Proprio in questa occasione mi è capitata la gioia di incontrare una ragazza di un anno più grande di me che non vedevo da circa 10 anni.
La prima cosa che mi ha sorpresa è stato che mi abbia riconosciuta subito, nonostante l'Anna dodicenne sia stata profondamente diversa (fisicamente di sicuro!) da Anna ventiduenne.
Anch'io l'ho riconosciuta subito.
Robusta e carina come sempre, buona e generosa come quando era alle medie.
In lei gli elementi di continuità ci sono! E' in me che faccio più fatica a individuarli.
E' facile per me dire: "Alle medie ero diversa" ed elencare mentalmente tutte le differenze tra come ero e come sono ora.

Dopo la lettura di "Siddharta" ho pensato: forse gli altri sono più abili di noi a scorgere nel tempo che passa degli elementi di somiglianza tra ciò che eravamo e ciò che siamo, noi in noi stessi vediamo soprattutto le differenze, perché in prima persona abbiamo vissuto dei cambiamenti fisici e interiori.

Però su una cosa effettivamente do ragione ai '94: il cuore grande l'ho sempre avuto, ce l'ho anche adesso che sono cresciuta.

 LA MATURITA' DI SIDDHARTA:

Una sera giungono alla capanna di Siddharta e del barcaiolo Kamala e suo figlio, omonimo del protagonista delle vicende.
La ricca cortigiana è stata morsa da un serpente velenoso, per questo muore nella capanna.
La vita di Kamala ruotava intorno a giochetti sporchi venati di falsità.
Notate bene la differenza: Siddharta si è messo in cammino, sempre, ha fatto esperienza, risultava bravissimo in tutto ciò che faceva anche se non era in pace con se stesso, ma lei??
Lei no. Lei non si è mai fatta domande su se stessa, né è stata in grado di profonde riflessioni sull'esistenza. Ha fatto quella vita inutile e insensata, a mio avviso schifosa non soltanto per una vera donna ma per qualsiasi corpo femminile.

Improvvisamente, pur non avendolo mai visto né conosciuto prima, Siddharta si occupa con estrema dedizione del figlio dodicenne appena rimasto orfano di madre. Il problema è che il figlio non lo ricambia anzi, gli manca completamente di rispetto. E' pieno di rabbia, di tristezza, incapace di adattarsi alla vita semplice dei barcaioli.
Un giorno, prima di scomparire per sempre, il giovanissimo Siddharta urla al padre: "Ti odio, tu non sei mio padre, anche se fossi stato mille volte l'amante di mia madre".

Non ha tutti i torti, il ragazzino. Quale dodicenne accetterebbe volentieri un padre che fino al giorno prima della morte della madre non si era mai visto?
Siddharta vuole amarlo, ma si è perso tutto di suo figlio: ha perso i suoi primi passi, le sue prime parole, i suoi primi giochi... Il ragazzino ha trascorso l'infanzia intera senza padre quindi, per quale motivo dovrebbe ora accogliere un genitore che era assente in un momento particolarmente delicato della vita, in cui si è più fragili e più vulnerabili?

Quando il dodicenne scompare per sempre, Siddharta parte alla sua ricerca, ma non riesce più a incontrarlo di nuovo. Allora ecco che nel suo cuore si apre un'enorme ferita di nostalgia.

Io mi fermerei qui con la stesura della recensione della trama del romanzo.
Mi fermo a un passo dalla fine del libro, lo so, ma così non guasto la sorpresa a chi in futuro volesse leggerlo.


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