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29 aprile 2018

Due nascite dolorose:


E' da molto tempo che nelle mie riflessioni letterarie non coinvolgo più delle poesie in lingua inglese. Dovrei farlo più spesso! Il tema della nascita però mi consente di farlo: partendo da un componimento del poeta londinese William Blake, vissuto a cavallo tra XVIII° e XIX° secolo, cerco qui di collegare anche l'opera di Leopardi, per poi chiudere con un'altra poesia di Blake dal tono decisamente più gioioso. 

INFANT SORROW:
"My mother groaned! my father wept.
Into the dangerous world I leapt,
Helpless, naked, piping loud;
Like a fiend hid in a cloud. 

Struggling in my father's hands,
Striving against my swaddling bands;
Bound and weary I thought best
To sulk upon my mother's breast."


"Mai madre gemette! Mio padre pianse,
io balzai in questo mondo pericoloso
indifeso, nudo, gridando forte
come un diavolo nascosto tra le nuvole.

Dimenandomi tra le mani di mio padre,
combattendo contro le mie fasce,
legato ed esausto, pensai che fosse meglio
essere scontroso sul petto di mia madre."




L'ho tradotta io, non ho voluto servirmi di altre traduzioni per poterla comprendere bene. 
Parto da una riflessione lessicale. 
Esistono diversi modi per indicare il "dolore" in inglese. Qui sotto li elenco cercando di spiegarne le significative differenze:
1) "ache": solitamente utilizzato per indicare un dolore costante in una parte del corpo. Esempi sono i composti: "headache" (mal di testa), "stomachache" (mal di stomaco) e le espressioni "arm ache" (mal di braccio) e "leg ache" (mal di gamba). 
 
2) "pain": questo vale sia per il dolore fisico che per quello psicologico. Un aggettivo piuttosto frequente che deriva dal presente sostantivo è "painful" ("doloroso"): "I'm having a terrible pain in my eye" ("Ho un dolore terribile all'occhio")/ "Eurydice's definitive loss was painful for Orpheus". ("La definitiva perdita di Euridice fu dolorosa per Orfeo").
3) "grief": Decisamente meno utilizzato rispetto agli altri due, indica nello specifico soltanto il dolore che si prova quando qualcuno se ne va per sempre. "My grandfather passed away six years ago. He was very ill, too ill. My grief was so strong that for almost one year I couldn't  help thinking about him without crying".
4) "sorrow": Questo termine, oltre che nella letteratura, si trova anche in alcune canzoni anglo-americane. E' sinonimo di "sadness", "tristezza". E' il dolore causato da un problema, da una situazione che rende tristi.
Una frase idonea a portare un esempio del suo impiego può essere quella della canzone "Miracle of love": "How many sorrows do you try to hide?" ("Quanti dispiaceri/eventi che ti hanno fatto diventare tristi, più che dolore al plurale, provi a nascondere?")
Il titolo di questa poesia è "Infant sorrow", ovvero "Dolore infantile". Il tormento del bambino appena nato è causato appunto dall'atto di nascere. Ma in questo contesto non è soltanto il bambino appena venuto al mondo a soffrire, ma sono anche i genitori: la madre, a causa delle doglie di un parto naturale, e il padre, che piange. Però quel "wept", passato di "weep", è a mio avviso piuttosto ambiguo. Piange in che senso, quando lo vede nascere? Non si piange soltanto perché si è tristi, ma a volte anche per sollievo o per gioia. Quindi, o questo neo-padre sta piangendo per un senso di sollievo (il bambino è totalmente uscito dal grembo materno, il travaglio del parto per la moglie è concluso), o per la gioia di una nuova vita (non è assurdo, ma all'interno di questo contesto lo trovo improbabile) oppure, cosa abbastanza possibile anche se propendo più per la mia prima ipotesi, perché assiste ad un evento che inevitabilmente fa soffrire la donna che ama compromettendone la vita (due secoli fa almeno era così: molte nascite erano motivo di pianti e di disperazioni per la morte della donna). In questo componimento la nascita, ovvero la "childbirth", è un momento di sofferenza umana, per tutti e tre i personaggi coinvolti.
Notate bene, almeno nella traduzione, che il neonato appare sia come creatura debole ("naked", "helpless"), ma anche come essere dotato di alcune caratteristiche di "forza": "piping loud", cioè il "gridare forte".
Mi dicono dalla regia che quando sono uscita dall'utero ho subito voluto far capire a medici e ostetrica che i miei polmoni e le mie corde vocali funzionavano perfettamente, perché ho urlato un sacco, proprio come William Blake. Però, non potevo stare con mia mamma: pur non essendo prematura, ero decisamente più piccola e più magra di quello che ci si aspettava, e quindi per qualche giorno sono stata nella stanza delle culle termiche.
E a proposito di temperatura, mi hanno sempre detto che il 26 settembre del '95 era stata una giornata calda, con sole e punte di 30° gradi, roba ancora da lungomare insomma. Due notti dopo la mia nascita, c'era stato un forte temporale. Scherzetti di settembre, di fine estate: le temperature calde ci sono ancora, ma non durature come quelle di luglio-agosto.
E' molto forte la similitudine : "come un diavolo nascosto in una nuvola". Penso che indichi lo spaesamento del bambino appena venuto alla luce, in un mondo enorme, pieno di pericoli e di insidie, in un mondo che sarà sempre e comunque troppo grande per lui, impossibile da conoscere interamente. E il petto della madre sembra il luogo più sicuro in cui stare. 
Io è da anni che mi faccio una domanda piuttosto delicata: se sei madre è automatico e spontaneo amare i tuoi figli? Più cresco più mi rendo conto che non sempre è un sentimento viscerale e "secondo le leggi della natura". Pensate alla situazione di Antoine Doinel nel film di Truffault, ad esempio. Ci sono certe st**z*e che non hanno e non avranno mai idea di cosa significa essere madri e crescere dei figli, crescerli non soltanto nel senso di dar loro cibo e un tetto dove abitare. Crescerli nel senso di ascoltarli, dar loro delle regole, renderli consapevoli dei propri limiti, amarli, impegnarsi e far del proprio meglio perché diventino delle buone persone. Non tutte le madri vogliono bene ai loro figli. Non è così scontato, purtroppo. Se lo fosse, credo che in questo mondo non esisterebbero freddezza, insicurezze, immaturità e odio. Cioè, se la cosa fosse ovvia, si vivrebbe in un mondo certamente migliore. Invece  purtroppo ci sono anche delle madri che se ne fregano altamente della loro prole.
Come affermava Pasolini, un grande intellettuale di vera sinistra, nei suoi "Scritti Corsari" (io lo cito indirettamente, secondo quello che ho assimilato per l'esame di Letteratura Italiana 3): "Il coito, che può comportare il concepimento, deve implicare un senso di responsabilità, perché abortire significa uccidere".
Il contenuto di questo breve poemetto mi ha richiamato alla mente la terza strofa del "Canto notturno di un pastore errante dell'Asia" di Leopardi. Praticamente, in questo componimento il narratore è, in prima persona, il pastore che, dopo una giornata di duro lavoro, la notte, davanti alle stelle e ad una luna che gli appare indifferente di fronte alle sofferenze umane, esprime il suo lamento.

TERZA STROFA, "CANTO NOTTURNO DI UN PASTORE ERRANTE DELL'ASIA" 
(vv 39-60):

"Nasce l'uomo a fatica,
Ed è rischio di morte il nascimento.
Prova pena e tormento
Per prima cosa; e in sul principio stesso
La madre e il genitore
Il prende a consolar dell'esser nato.
Poi che crescendo viene,
L'uno e l'altro il sostiene, e via pur sempre
Con atti e con parole
Studiasi fargli core,
E consolarlo dell'umano stato:
Altro ufficio più grato
Non si fa da parenti alla lor prole.
Ma perché dare al sole,
Perché reggere in vita
Chi poi di quella consolar convenga?
Se la vita è sventura,
Perché da noi si dura?
Intatta luna, tale
E' lo stato mortale.
Ma tu mortal non sei,
E forse del mio dir poco ti cale."

Anche Leopardi ammette che la nascita di ogni individuo avviene mediante un travaglio. E' un trauma, la nascita: da un piccolo mondo interno in cui si era protetti si passa a un mondo esterno. La natura ha un'enorme pretesa verso i bambini, della serie: "Bene, per nove mesi sei stato al sicuro e in stretta simbiosi con un genitore e ora esci, staccati e respira da solo".
Qui però, Leopardi, al contrario del poeta inglese, mette l'accento sull'importanza del ruolo genitoriale: coccolare, sostenere, consolare per alleggerire l'iniziale ed enorme peso dell'esistenza. La vita non è soltanto dolore, ci tengo a precisarlo ora: il nostro poeta vuol dire anche che madre e padre hanno il compito di valorizzare tutto ciò che di bello e di positivo esiste nella vita del loro figlio e di farglielo notare, di far diventare visibile "un essenziale che ci fa vivere".
Negli ultimi versi della strofa però, Leopardi cambia tono: perché si ritrova influenzato dalla sua esperienza di vita personale: madre anaffettiva, padre rigidissimo, spendaccione e probabilmente anche fedifrago. Varie esperienze al di fuori di Recanati, ma nessuna realmente gratificante, nessuno che abbia saputo valorizzarlo per il gran genio che era.
La luna è un elemento della natura che appare cieca e sorda di fronte alla miseria del mondo. Leopardi la definisce addirittura "intatta", vergine, quindi assolutamente ignara.
Non è più la "graziosa luna" dell'idillio "Alla luna", capace di accogliere la sua tristezza e di ascoltarlo. 
Concludo con un altro componimento di Blake, sempre relativo alla nascita, ma di tutt'altro tono:

" 'I have no name:
I am but two days old.’
What shall I call thee?
‘I happy am,
Joy is my name.’
Sweet joy befall !

Pretty joy!
Sweet joy, but two days old.
Sweet joy I call thee:
Thou smile,
I sing the while,
Sweet joy befall thee!"


Non ho alcun nome:
ho solo due giorni.”
Come vuoi che ti chiami?
Io sono felice,
Gioia è il mio nome.”
Dolce gioia ti tocchi!
Cara gioia!
Dolce gioia, ma di soli due giorni,
dolce gioia ti chiamo:
tu sorridi,
io canto ancora
dolce gioia ti tocchi."


Notate bene che, mentre la precedente poesia di Blake era piena di verbi al passato, questa potrebbe tranquillamente essere messa in musica, perché dotata di diverse ripetizioni di suoni e di parole: notate ad esempio l'anafora di "sweet joy" ai versi 8 e 9, "befall" alla fine sia della prima che della seconda strofa.

Questo testo contiene delle forme arcaiche: "thee" per "te", "thou" per "tu" e "dost" per "do", famigerato ausiliare frequentissimo, oggetto di parecchie verifiche di grammatica a scuola. Ma d'altra parte, non essere in grado di formare domande in inglese con "do" equivale più o meno a non saper utilizzare il presente indicativo italiano.
Si è evoluta di un bel po' anche la lingua inglese e, secondo me in meglio, perché si è semplificata. L'inglese del Trecento (brutto, ridondante e infatti è per questo che ho odiato Jeoffrey Chaucher ) è ben diverso da quello del Cinquecento e l'inglese del Settecento, per certi aspetti, è un po' lontano dall'inglese contemporaneo. Me ne sono resa conto quando preparavo il mio primo esame di linguistica.
Allora, differenza sostanziale rispetto all'altra poesia: qui non è narrato o ricordato il momento della nascita, qui il bambino ha già due giorni ed è gioioso, affamato di vita.
E' un componimento dal carattere arioso, è un dialogo tra il bambino piccolo e il poeta che condivide la sua gioia di esistere. 
Puntualizzando sul fatto che è impossibile che un bambino così piccolo parli, è utile spiegare che non si tratta di una creatura precocemente sviluppata che il poeta ha incontrato nella vita reale. Blake vive proprio nel periodo in cui nasce il movimento culturale del Romanticismo, diffusosi dapprima in Europa settentrionale, ovvero, in Inghilterra e in Germania. I poeti e gli artisti romantici odiavano le convenzioni sociali e amavano, oltre che la libertà dell'arte creativa, l'anticonformismo nei comportamenti, la trasgressione delle norme sociali , avvertite come pesanti e opprimenti. 
E' probabile quindi che questo bambino, chiamato "gioia", sia felice perché libero e ancora incosciente delle convenzioni e delle strutture sociali.
"Dolce gioia ti tocchi" è un augurio stupendo. D'altra parte, soltanto coloro che veramente ci amano possono augurarci una vita serena, costellata di gioie e di soddisfazioni.

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