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30 maggio 2023

"LA CITTA' INCANTATA"- FILM MULTITEMATICO DI MIYAZAKI:

Prima di riportarvi le nostre riflessioni preferirei riscrivere la trama di questo lungometraggio animato piuttosto complesso dal punto di vista narrativo e semantico.

DATE E CONTESTO INTERNAZIONALE DEI PRIMI ANNI DUEMILA:

"La città incantata" ha vinto un premio come miglior film d'animazione nel 2003.

Tuttavia, Miyazaki si è rifiutato di raggiungere gli Stati Uniti per partecipare alla cerimonia di consegna del premio, oltremodo indignato a causa dello scoppio della guerra in Iraq.

Oggi è certo ed è chiaro a tutti che questa guerra, durata otto anni, ha provocato morti, distruzioni e odio per un futile pretesto: 

Colin Powell, in quel periodo segretario di Stato, nel febbraio 2003 aveva esibito in Parlamento una fialetta di polvere di antrace, composto chimico potente che crea contaminazioni mortali. Questa fialetta è stata una messa in scena per legittimare l'operazione degli Stati Uniti in Iraq contro il terrorismo. In realtà né il governo iracheno né i terroristi di questo stato possedevano l'antrace.

TRAMA:

Chihiro ha 10 anni. Si sta trasferendo con i genitori in un'altra città ma, ad un tratto, il padre della bambina prende una strada sbagliata e invece di raggiungere la nuova casa arriva di fronte ad un tunnel nel quale la famiglia entra. Dopo alcuni passi sbucano in una radura, superano il letto di un fiume in secca e giungono in una città composta soltanto da ristoranti e locali. Entrano in uno di questi e, su un bancone, trovano un ricco buffet. I genitori di Chihiro si siedono e cominciano a mangiare mentre la figlia esplora la zona circostante e trova un grande complesso termale. Ma proprio qui viene avvistata da Haku, un giovane ragazzo, che le ordina di andarsene immediatamente.

Chihiro scopre che i genitori sono diventati maiali e, angosciata, non riesce ad attraversare il fiume ormai in piena. E' notte ormai e numerosi spiriti cominciano ad affollare le vie, mentre Chihiro si rende conto che sta lentamente diventando invisibile. Haku la ritrova e le fa mangiare una bacca proveniente dal mondo degli spiriti che permette a Chihiro di rimanere viva anche all'interno del complesso magico. 

Haku le spiega anche che l'unico modo per evitare di essere trasformata in maiale da Yubaba, la potente strega che dirige il complesso, è quello di trovarsi un lavoro all'interno dell'impianto. 

Grazie all'aiuto di Kamagi e di Lin, due operai del centro termale della città incantanta, la bambina riesce ad ottenere un colloquio con Yubaba il cui potere è distratto solo dalla sua cura iper-protettiva per il figlio Bō. 

Per stipulare il contratto di lavoro Chihiro viene privata del suo nome e rinominata Sen. Questo espediente viene usato dalla strega poiché la mancanza del nome la rende incapace di abbandonare la città.

Sen durante il primo giorno di lavoro fa entrare nel centro termale una misteriosa creatura mascherata, chiamata Senza-Volto. Il primo cliente di Sen è uno spirito dal cattivo odore e proviene da un fiume inquinato. Successivamente Senza-Volto tenta un inserviente con dell'oro e lo divora. Comincia a chiedere cibo e ad elargire oro a manciate agli abitanti della città. Intanto Sen si accorge che degli shikigami (spiriti) di carta stanno attaccando un drago: si tratta della trasformazione di Haku. 

Quando il drago si schianta nelle stanze di Yubaba, Sen lo raggiunge e da uno shikigami attaccato dietro le sue spalle appare Zeniba, la sorella gemella di Yubaba. Zeniba trasforma Bō in un topo e crea un bebè fantoccio, poi rivela a Sen che  Haku ha rubato un prezioso sigillo da casa sua. Intanto il drago taglia in due lo shikigami di carta facendola svanire. Haku sta sempre peggio, crolla nella stanza delle caldaie e Sen gli fa mangiare metà di una bacca, facendogli vomitare il sigillo insieme a un mostriciattolo nero che Sen schiaccia sotto al piede.

Decidendo di incontrare Zeniba per riportare indietro il sigillo, Sen affronta Senza-Volto per fargli mangiare il resto della bacca. 

Il cibo lo fa vomitare e lo spirito infuriato insegue la bambina.

Sen, Senza-Volto e Bō trasformato in topo decidono allora di prendere il treno per andare da Zeniba. Intanto Yubaba è infuriata con Sen dal momento che sa che è stata lei ad aver fatto entrare Senza-Volto.

Quando Haku le fa notare l'assenza di Bō, la strega accetta di liberare Sen e i genitori come ricompensa per riportarle il figlio.

Intanto Sen e i suoi due singolari compagni di viaggio arrivano alla dimora di Zeniba e le restituiscono il sigillo, mentre la strega asserisce che l'amore di Sen per Haku ha spezzato la maledizione. 


Mentre sono a casa della maga, Haku si presenta in forma di drago e riporta indietro Sen e Bō, mentre Senza-Volto decide di restare con Zeniba. 

Lungo la via del ritorno, mentre la protagonista si trova sulla groppa del drago Haku ricorda di essere scivolata dentro un fiume quando era piccola e di essere sopravvissuta perché la corrente l'aveva miracolosamente portata a riva. 


Era stata infatti salvata dallo spirito di quel fiume, il cui nome era Kohaku ma che in seguito è stato interrato per edificare palazzi. Dopo aver ricordato ciò, Sen rivela all'amico che il suo vero nome è Kohaku, e in questo modo lo libera dal controllo della maga Yubaba.

Quando arrivano ai bagni termali la strega ha ancora una prova per Sen e le chiede di riconoscere i suoi genitori tra un gruppo di maiali. Se indovinerà, potrà con loro lasciare il mondo degli spiriti. La protagonista risponde che nessuno dei maiali esposti è uno dei suoi genitori e spezza l'incantesimo, tornando a essere Chihiro. Haku accompagna l'amica al fiume in secca e i due si promettono di rivedersi un giorno. Quindi la bambina attraversa il fiume e si ricongiunge con i suoi genitori, tornati normali. 

Usciti dal mondo magico, i suoi genitori non ricordano nulla della vicenda, ma constatano sorpresi che è passato molto più tempo di quello che pensavano. I tre salgono in macchina e si allontanano.

ALCUNE MIE BREVI RIFLESSIONI:

Innanzitutto direi che la protagonista Chihiro/Sen affronta una sorta di percorso di formazione: piena di paure e impacciata all'inizio, nel corso del film diviene in grado di mostrare il meglio di sé durante le esperienze lavorative più dure e più difficili. Cresce e diventa coraggiosa per amore. Chihiro dimostra come dovremmo evolvere tutti noi: soprattutto al lavoro e a stretto contatto con l'altro da noi e con le dinamiche sociali può trasparire il meglio di noi stessi per la collaborazione sociale e per il bene comune.

Ci sono poi altre due figure che mi colpiscono: Haku fino a circa metà del film è doppio negli atteggiamenti e nel ruolo. Aiutante di Chihiro ma al contempo collaboratore di Yubaba, è quasi temuto dagli altri lavoratori delle terme e dei ristoranti della città incantata ed è denominato "Padron Haku". E' giunto nella città incantata per imparare le arti magiche e diventare uno stregone. Tuttavia è divenuto schiavo di Yubaba che rappresenta il male.

Senza Volto è degno di nota: è nero con una maschera. E' senza volto e non autentico per l'appunto, privo di relazioni. Attira l'attenzione degli abitanti della cittadina perché sa produrre pepite d'oro e viene ammirato e riverito per questo talento.

Quanto ai rifiuti che escono dal corpo dello spirito di un fiume che va a lavarsi alle terme, sono convinta sia un monito agli spettatori a proposito dell'inquinamento ambientale.


Poi credo che in questo film di Miyazaki ci sia anche un'allusione allo sfruttamento delle persone sul lavoro e, più esattamente, al lavoro minorile: sebbene Chihiro sia magra e gracile, come altre coetanee, pulisce il pavimento di una stanza termale spingendo uno straccio con le mani e Yubaba, che rappresenta i capitalisti che traggono profitti dallo sfruttamento dei bambini, ci gode!


ANALISI DI MATTHIAS SULLE TEMATICHE:

Ho ritrovato, tra le tematiche del film, l'iper-protezionismo materno, il non giudicare dalle apparenze e la dinamica del dare per non sentirsi soli che però non crea relazioni autentiche. Ma alla fine il denaro che viene da Senza Volto può tramutarsi in fango.

E la crescita di Chihiro che, nonostante all'inizio sia considerata stupida e imbranata poi grazie alla sua gentilezza, buona volontà e coraggio riesce a ingraziarsi tutti. Infatti non c'è un vero e proprio scontro con l'antagonista Yubaba per cui viene naturale chiedermi: i conflitti si possono risolvere senza violenza?

Titoli e nomi:

Il titolo originale in giapponese è "La sparizione di Sen e Chihiro".

Chihiro significa "grande raggiungimento" e Sen invece "semplicemente mille". Il primo nome è legato allo sviluppo del personaggio visto che con la sua crescita riottiene il suo nome.

Senza Volto:

Mi ha colpito molto Senza Volto perché Miyazaki è riuscito a mostrare la disperazione di coloro che si sentono soli. Chihiro è l'unica, inizialmente, a mostrarsi gentile con lui (se fosse stato per gli altri non lo avrebbero nemmeno fatto entrare nella struttura). Solo che Senza Volto scambia atti di gentilezza come prove di una relazione speciale che in realtà vede solo lui. Infatti le priorità di Chihiro sono altre e quando lei lascia la casa di Zeniba i suoi saluti sono più concentrati verso la maga. Chihiro, rifiutando l'oro, rifiuta di conseguenza anche Senza Volto provocando una reazione aggressiva e violenta. Per questo tra Chihiro e Senza Volto vedo le dinamiche del femminicidio: l'uomo respinto uccide o aggredisce la donna perché la considera sua.

Yubaba:

Non la vedo come il male assoluto. E' una strega egoista, ama in maniera malata: si basa sull'esteriorità e non riesce a riconoscere il figlio quando è trasformato in topo: da bambino grosso e viziato diventa un topolino che prima è sempre trasportato e poi si muove in autonomia. Yubaba ama finché la arricchisci ma quando diventi inutile lei non si fa problemi a sbarazzarsi di te. E' molto attaccata al denaro: quando le dicono  che le hanno tolto una cosa preziosa pensa prima all'oro e poi al figlio.

Critica all'Occidente e affinità con l'Europa:

Il film è una critica al mondo occidentale e al Giappone che è stato influenzato da Europa e Stati Uniti. L'abito di Yubaba è il tipico vestito da signora vittoriana e la sua casa richiama le regge del XIX° secolo. Anche i genitori di Chihiro sono vestiti in modo occidentale e la loro automobile è un'Audi.

Riferimento all'ambiente:

Haku è stato spinto ad andare da Yubaba: hanno interrato il suo fiume per fare appartamenti. Quindi emerge qui il tema dello sviluppo dell'edilizia promosso da chi non si preoccupa delle conseguenze ambientali.

Critica al mondo degli adulti:

Infine c'è qui una critica al mondo degli adulti la cui principale attività è mangiare (critica al consumismo) e non si accorgono dell'amore e delle cose importanti che succedono intorno a loro.



27 maggio 2023

"Le sorelle Lacroix": una famiglia fondata sull'odio

Si tratta di un romanzo di Simenon dai contenuti terrificanti. Tuttavia lo stile invita qualsiasi lettore a divorare questo libro! 

D'altra parte, la famiglia della quale si narrano le dinamiche, tiene molti scheletri nell'armadio. Indubbiamente si tratta di un'opera inclusa nel genere del noir.

1.ALBERI GENEALOGICI "SMENTITI" GIA' A META' ROMANZO:

Siamo a Bayeux nel pieno dell'Ottocento e questo lo si desume dal fatto che si parla di lampade ad olio per illuminare gli interni di notte. L'elettricità arriva negli anni ottanta del XIX° secolo.

Il primo capitolo inizia con Geneviève, la più giovane della famiglia, che prega in chiesa. E sentite che preghiere le vengono alla mente di fronte alla statua della Madonna:

"Fa' che sia io a morire per prima! O che moriamo tutti insieme, mia madre, mio padre, Jacques..."

"Santa e bella Madonnina! Fa' che la situazione a casa cambi... fa' che zia Poldine e mamma la smettano di odiare tanto papà e di odiarsi a vicenda...fa' che papà e mio fratello Jacques riescano ad andare d'accordo..."

Dopo queste felici e spensierate preghiere, Viève esce e torna a casa. Ma, durante la cena, la ragazza ha un collasso e sviene. Da quel momento diviene "l'inferma di casa": non si alza più dal letto e quel che desidera è soltanto andarsene per sempre.

Da quanti membri è formata la famiglia Lacroix?

Ci sono due sorelle: Mathilde, sposata con Emmanuel e madre di Viève e di Jacques; e Poldine, madre dell'irruente Sophie. Inizialmente Simenon rivela che Poldine, poco meno di 20 anni prima, era stata sposata con Roland Desborniaux, uomo di salute cagionevole che, poco dopo il matrimonio, è dovuto trasferirsi in un sanatorio svizzero per potersi curare e da lì non era più ritornato.

Ai lettori risulta spontaneo credere che Sophie sia figlia di Roland. Tra l'altro, fino ai primi cinque capitoli, il lettore crede che soltanto Jacques e Viève siano figli di Emmanuel...

Ma date un'occhiata all'albero genealogico che ho schematizzato mentre leggevo il romanzo:


Poco prima che Geneviève nascesse, Emmanuel aveva avuto una relazione extra coniugale con la cognata. Lo scabroso e infelice triangolo tra Emmanuel e le due sorelle è divenuto un pretesto d'odio e un'arma di ricatto nella quotidianità.

Osservate bene la riformulazione dell'albero genealogico; quello che prevede la linea tratteggiata tra Emmanuel e Poldine... 

Quel trattino ci rivela che:
  • Sophie è la sorellastra di Viève e di Jacques, non la cugina.
  • Emmanuel Vernes in realtà ha tre figli e non due.
  • Desborniaux è davvero andato in un sanatorio? O sapeva della relazione quasi incestuosa tra Poldine ed Emmanuel?
  • Quando Mathilde era in attesa di Geneviève, Emmanuel aveva Poldine per amante.
2) TENTATIVO DI AVVELENAMENTO:

Un pomeriggio Poldine si reca a Le Havre da un farmacista per fargli analizzare il contenuto della zuppa servita la sera prima a cena. 

Eccovi il dialogo tra zia Poldine e il farmacista:

"Immagino che se mi ha chiesto di analizzare questa zuppa è perché ha dei sospetti..." (...)

Poldine lo rimise tranquillamente in riga: "ha i risultati dell'analisi?"

"Be', per l'appunto, ho rilevato tracce di arsenico... Ma non mi fraintenda, non mi faccia dire cose che non ho detto... Sono soltanto tracce... E' chiaro? Tracce."

"Quanto basta per avvelenare qualcuno?" chiese lei senza scomporsi.

"Assolutamente no! La quantità è troppo scarsa! Anzi, credo addirittura che, se qualcuno avesse mangiato questa zuppa, non avrebbe avuto alcun fastidio. Forse solo un leggero malessere... Ma non è detto!... Però ,naturalmente, alla lunga..."

"Vuole dire che a forza di mangiare zuppa avvelenata..."

"Una cosa del genere è successa una decina d'anni fa a Falaise, dove una donna ci ha messo più di sei mesi per uccidere il marito..."

Chi ha tentato di avvelenare Poldine? 

Tra l'altro, la cucina in casa Lacroix risulta molto originale: la zuppa è servita tutte le sere!

3) CLIMA MOLTO PESANTE IN FAMIGLIA:

Mathilde non rivolge più la parola al marito da quando ha colto in flagrante Emmanuel e Poldine.

Oltre a ciò, Poldine e Mathilde si spiano a vicenda, più volte al giorno.

Ogni gesto dell'una diviene sospetto e malsana curiosità agli occhi dell'altra.

Alla fine si risolse (Mathilde): aprì la porta. E Poldine, che era di spalle, in piedi davanti al camino, ruotò su se stessa, colta talmente alla sprovvista da lasciar cadere un oggetto di vetro che andò a frantumarsi sul pavimento. 

"Che vuoi?" esclamò.

"Scusami...ero venuta per dirti..." Ma anche lei era rimasta sorpresa quanto sua sorella e non riuscì a continuare. POldine si era chinata. Mathilde fece per chinarsi a sua volta a raccogliere le schegge di vetro.

"Vattene!"

"Non lo sapevo, te lo giuro".

(...)

Aveva avuto il tempo, quando la sorella si era girata, di riconoscere l'oggetto che teneva in mano: era una provetta (...). La provetta non era vuota. Mathilde era sicura che il liquido contenuto all'interno fosse trasparente, con una leggera sfumatura giallina. (...)

"Che stavi facendo?"

Poldine, non riuscendo più a contenere la rabbia, esplose: "E tu, che sei venuta a fare qui? Che altro volevi spiare?"

"Poldine, ti assicuro che... non sapevo nemmeno..."

"Cos'è che non sapevi?"

Mathilde indietreggiò. Non si era preparata ad affrontare una situazione simile e, quando fu sulla soglia, Poldine sbattè la porta con violenza e diede un giro di chiave.

Cosa ci faceva Poldine con quella fiala? Tentava di avvelenare qualcuno?

4) CARATTERIZZAZIONE DELLE TRE PRINCIPALI FIGURE ADULTE:

Sarò breve, dedicherò poche frasi a ciascuno di loro giusto per darvi l'idea delle loro distorte personalità.

Poldine è la leader negativa della famiglia. E' la più autoritaria, spia soprattutto i nipoti e la sorella e, quando può, rivolge frecciatine a doppio senso ad Emmanuel. Vuole tenere tutto sotto controllo, ha il cuore di pietra, è totalmente incapace di umanità. E non ama nessuno. Ma è Poldine che gestisce gli affari economici di famiglia.

Emmanuel Vernes è una figura molto silenziosa e, quel che è ancora peggio, molto insulsa. Non ha alcun legame affettivo né con la moglie né con i figli: risulta un padre insignificante ed emotivamente assente. Trascorre le sue giornate nell'atelier a dipingere sempre lo stesso soggetto: 153 quadri che raffigurano i tetti delle case vicine alla sua. Lo fa, da quel che si intuisce, alla maniera di Monet, sfruttando più momenti della stessa giornata per catturare i contrasti luce-ombra.

Mathilde è incredibilmente infelice e sottomessa alla sorella. E' una donna spenta, anaffettiva. Nemmeno lei ama i figli. Non versa nemmeno una lacrima quando Geneviève muore, né parole di dispiacere o di sentimento di mancanza. Anzi, si potrebbe dire che si incattivisce e cerca ogni minimo pretesto per discutere e litigare con Poldine.

5) LA "RIPICCA" DI GENEVIEVE:

In casa Lacroix ogni gesto ha il sapore di vendetta: persino la morte di Geneviève prima dell'inizio dell'estate.

Eccovi un dialogo tra Viève e il dottore:

"Perchè si ostina a non camminare?" Aveva pronunciato quelle parole d'un fiato, con uno sguardo feroce, e Geneviève aveva sorriso dietro ai capelli.

"Risponda!"

"Non mi ostino".

"Va bene: quando ha deciso di non camminare più?"

(...)

"Se scoppiasse un incendio in casa camminerebbe?"

"Non lo so... Non credo che scoppierà un incendio prima del 25 maggio."

"Perché il 25 maggio?"

"Perché il 25 maggio me ne andrò..."

"Dove?"

"Per sempre!" ammise lei guardando il soffitto.

In effetti Geneviève muore proprio nella notte tra il 24 e il 25 maggio, nel giorno del suo diciottesimo compleanno.

Interessante è il fatto che, durante quel colloquio con il medico, Geneviève ricorda che Odile, sorella di Marthe, un'amica di infanzia, era morta a 18 anni e nel giorno del suo compleanno.

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Concludo il post affermando che nessuno dei personaggi è del tutto positivo o comunque "sano di mente": se i tre adulti descritti brevemente nel precedente paragrafo sono figure negative, Jacques, dopo aver sedotto Blanche, figlia di un notaio dal quale lavora come praticante, si trasferisce al piano terra di casa Lacroix e decide di non intraprendere nessuna professione giuridica o notarile: semplicemente si fa mantenere dalla madre e dalla zia, proprio come Emmanuel!

E Geneviève... da alcuni critici è considerata la martire della famiglia, in realtà io, da ragazza adulta del XXI° secolo, la considero una "Madonnina vittimista". Oltre a ciò, non mi sono mai piaciuti troppo i personaggi che hanno "il pallino della preveggenza o della predizione".

Certo, Simone, il ragazzino di Golding nel Signore delle Mosche ha doti spirituali e di preveggenza... Ma Geneviève per i miei gusti è troppo santa e troppo fanatica di preghiera!


16 maggio 2023

"Barabba", Par Lagerkvist:


Questo romanzo è stato pubblicato nel 1950, ha ricevuto il Premio Nobel nel 1951 e, nel 1962, è stato tratto un film.

Par Lagerkvist, l'autore, è stato un drammaturgo e romanziere svedese di fede luterana pietista.

In questo romanzo, che considero tra i libri più avvincenti e più significativi letti finora, si narra che cosa, secondo lo scrittore, è accaduto nella vita di Barabba dopo la morte e la Risurrezione di Gesù.

Nei Vangeli Barabba è soltanto una comparsa. Per questo a volte verrebbe da chiedersi: ma che fine avrà fatto quel brigante scampato alla crocifissione? Sarà mai arrivato alla fede? 

Questo libro è tutt'altro che una boiata. 

E' il miglior libro che ho letto in questi primi cinque mesi di 2023. 

Ecco come lo commentano alcuni editori:

"Con i suoi dubbi, il suo animo contraddittorio e tormentato, il suo intimo conflitto tra aspirazione al bene e impulso verso il male, Barabba ci si fa incontro quale incisiva rappresentazione dell'uomo moderno".

A) IL "VENERDì SANTO" E LE SUE CONSEGUENZE SULLO STATO D'ANIMO DI BARABBA:

Tutti sanno come egli venne appeso là, su quella croce, e conoscono quelli che stavano raccolti intorno a lui: Maria sua madre e Maria di Màgdala, Veronica e Simone da Cirene, che ha portato la croce, e Giuseppe d'Arimatea, che poi lo ravvolse nel lenzuolo.

Ma, un tratto più in giù, sul pendìo, un po' in disparte, stava un uomo che guardava continuamente colui che era appeso lassù e moriva, e ne seguì l'agonia dal principio fino alla fine. Il suo nome era Barabba.

Che ci piaccia o meno, il primissimo uomo che Gesù ha salvato con il Suo sacrificio è stato un coetaneo brigante assassino.

Barabba, liberato alcune ore prima, assiste alla scena da lontano. Non sa praticamente nulla di Gesù, lo ha visto soltanto nel momento in cui è stato liberato dal carcere al suo posto, per marcio volere dei Giudei.

Barabba è, in questa parte di libro, un uomo intorno ai 30 anni, robusto, con i capelli neri, gli occhi infossati ed una cicatrice profonda sul viso derivata da una lite violenta.

Ma, improvvisamente, su tutto il colle si fece buio, come se il sole avesse perduto il suo splendore; l'oscurità divenne quasi completa e lassù, nella tenebra, il crocifisso esclamò ad alta voce: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?".

E credo che questa domanda sia la frase più umana che Gesù, nella sua profonda solitudine e sofferenza, abbia mai pronunciato.

Poco dopo la morte di Gesù, a Barabba sembra che lo sguardo di Maria, rivolto verso di lui mentre la folla scende dal Golgota, sia pieno di rimprovero.

E si tratta di uno sguardo di rimprovero che rimarrà per sempre nella memoria di Barabba.

A partire dal giorno seguente, Barabba ascolta le testimonianze che i credenti in Cristo di Gerusalemme raccontano ogni giorno sotto i portici della città. Al contempo però, Barabba continua a frequentare prostitute e a compiere, anche se con meno entusiasmo di prima, altri atti delinquenziali.

B) LA FAMIGLIA D'ORIGINE E GLI AFFETTI DI BARABBA:

Ma di chi è figlio Barabba?

Era un bambino non amato, nato da una relazione occasionale tra:

* Elihau, un uomo violento e iroso stile Michelangelo Merisi

e

* Una prostituta della terra di Mohab morta poco dopo averlo partorito.

Sua amante, a detta di Lagerkvist, è stata una donna (anonima nel corso della narrazione) dal labbro leporino, seguace di Gesù Cristo, che viene uccisa a causa della sua fede con il metodo della lapidazione. Barabba assiste a questa morte e, quando un uomo lancia la prima pietra contro di lei, lo accoltella rapido e veloce e fugge, convinto di odiare un Dio responsabile della morte di chi ama.

Con questa donna Barabba ha concepito un figlio che poi è nato morto. A notte fonda, il brigante scende nella fossa della lapidazione, raccoglie il cadavere straziato della "Leporina", percorre il deserto e la seppellisce accanto alla tomba del piccolo.

Se non altro è l'unico che le riserva un atto di pietà.

C) LE PARTI DEL ROMANZO:

A mio avviso è possibile suddividere questo romanzo in tre parti, qui descritte e denominate con titoli:

* dal cap. I° al cap. XIII°La non fede di Barabba.

Barabba ha 30 anni quando Gesù muore e risorge. Il suo (ancora breve) passato è peccaminoso, buio, assolutamente immorale. 

Malgrado ciò, vicino a lui vi sono molte figure fedeli a Gesù Cristo: la donna dal labbro leporino citata poco fa, Simon Pietro (a inizio romanzo), pentito di aver disconosciuto Gesù ma fiducioso nella sua Risurrezione e Lazzaro, fratello di Marta e Maria, che alcuni discepoli fanno conoscere a Barabba.

Ecco che cosa Lazzaro spiega al brigante liberato:

... spiegò in verità che Egli era stato morto, ma che lo aveva richiamato in vita il Rabbi di Galilea, il loro Maestro. Per quattro giorni era giaciuto nel sepolcro, ma le forze del suo corpo e della sua anima erano le stesse di prima; nulla in riguardo ad esse si era mutato. Il Maestro aveva così rivelato la sua potenza e la sua grandezza e mostrato di essere il figlio di Dio. (...) "...Egli ha risuscitato me dai morti perché io possa testimoniare per lui".

Ma Barabba non solo non crede alla Risurrezione dai morti. Non gli piace proprio "un dio che soffre per amore nei confronti dell'umanità".

dal cap. XIV° al cap. XVII°Sahak, il "santo di Dio".

Sono passati 20 anni dalla Risurrezione di Gesù.

Barabba ha 50 anni e lavora come schiavo nelle miniere italiche di rame dell'Impero romano. 

E' legato in catene (come i cani!) con Sahak, schiavo armeno pieno di fede.

Sahak e Barabba sono di carattere completamente diverso, eppure, la loro miserabile condizione li ha resi inseparabili l'uno dall'altro. 

Ma per quali motivi sono ridotti in schiavitù?

L'autore non lo sa ma noi lettori possiamo immaginare e ipotizzare qualcosa:

- Barabba può essere diventato schiavo per punizione in seguito ad un furto o a una rissa o ad un omicidio.

- Sahak è schiavo forse a causa di debiti, oppure perché è stato dato alla luce da una schiava oppure perché era prigioniero di guerra.

Sahak ha una fede profonda, autentica. Sulla sua piastra servile è inciso il simbolo di Cristo. Siamo in una fase del romanzo in cui a Barabba piacerebbe credere ma, di fronte alla sofferenza e, in particolare, di fronte ai maltrattamenti riservati a Sahak, non ci riesce: è vero, una sera, contagiato dall'entusiasmo di fede del compagno, si fa incidere il simbolo di Cristo sulla piastra. Ma questo non basta per essere davvero cristiani. 

Una volta, nel buio delle miniere, Sahak e Barabba pregano inginocchiati ma il padrone li scopre e li frusta fino a far perdere loro i sensi. In particolare, si accanisce di più su Sahak, di corporatura più esile e fragile. 

Dopo questo episodio Barabba decide di non voler più avere a che fare con Gesù e con la fede in Cristo. 

Così si apre un divario tra lui e Sahak. Ma c'è poco da fare: l'ex brigante ebreo non se la sente più di pregare un Dio che procura sofferenze e morte.

Dopo qualche tempo, i due schiavi vengono portati a lavorare prima nei campi e poi alle macine dei mulini. E' estate. 

Sahak si fa presto conoscere per la sua grande fede in Gesù Cristo. Per questo un giorno, lui con Barabba, viene convocato dal governatore della zona.

E qui emerge chiarissima la differenza: Sahak dichiara di "appartenere al Signore Dio", Barabba invece dice: "Desideravo di credere. Ma io non ho dio".

L'attenzione del governatore si concentra a questo punto tutta su Sahak:

"(...) Ma dimmi: perché porti il suo nome sulla piastra da schiavo?"

"Perché io gli appartengo" rispose Sahak e ancora tremò un poco.

"Davvero? Gli appartieni? Come puoi far questo? Non appartieni tu allo stato? Non sei tu uno schiavo dello stato? ... Appartieni allo stato? Dimmi questo."

"Io appartengo al Signore mio Dio".

(...)

"Se tu rinunci alla tua fede non ti sarà fatto alcun male".

"Non posso rinnegare il mio Dio".

"Ma se tu non rinunci a codesto tuo dio, nulla ti potrà salvare. Tu perderai la vita."

"Non potrò perdere il Signore mio Dio".

Il governatore condanna Sahak alla crocifissione e cancella sulla piastra di Barabba la croce con la scritta Jesùs Christòs, promuovendolo a libèrto: "E' inutile, perché tanto tu non ci credi".

Prima di essere appeso alla croce Sahak viene brutalmente torturato:

... sul petto, dove chiaramente si distingueva ogni costola, erano state segnate a fuoco le insegne dello stato. La collina del supplizio era una modesta altura fuori dalla città, al cui piede crescevano qua e là frutici e cespugli. E, dietro ad uno di questo, se ne stava Barabba. All'infuori di lui e di quelli che eseguivano la crocifissione non c'era anima viva; nessuno si dava la briga di assistere alla morte di Sahak. (A chi importa della crocifissione di uno schiavo?).

Barabba assiste alla sua crocifissione da lontano ed è l'unico che si accorge dell'istante in cui l'armeno non respira più:

...quando comprese che era finita, emise un gemito e cadde in ginocchio come se pregasse. Sebbene Barabba fosse in ginocchio in realtà non pregava. Perché non aveva nessuno cui pregava. Restò soltanto prostrato un momento. Dopo, nascose il suo volto devastato, grigio ed irsuto tra le mani e certamente pianse.

In questo momento del romanzo, Barabba ancora non sa che il prossimo a morire così sarà proprio lui.

Ma come, si converte anche Barabba? 

E' la morte del suo compagno schiavo a farlo convertire?

Come Barabba arriva alla fede in Cristo Gesù?

Bisognerebbe incentivare l'acquisto e la lettura di questo libro che io ho scoperto per caso in salotto e che ho salvato da una destinazione infelice: lo scatolone dei rifiuti. 

* dal cap. XVIII° al cap. XX°= La solitudine e "una luce lontana".

Si tratta dell'ultimo periodo della vita di Barabba.

Queste pagine finali sono molto suggestive, sostanzialmente per due motivi:

- Il rapporto tra Barabba e Sahak in qualche modo continua. Dubito che fossero legati soltanto da una catena. Sorprendentemente il loro legame è un qualcosa che va oltre la morte. Una notte Barabba sogna Sahak inginocchiato al buio, in atto di preghiera. "A che ti serve pregare?" gli chiede. E l'altro, senza girarsi, gli risponde: "Prego per te".

Al risveglio, Barabba si mette a piangere. Senza Sahak, che per anni era stato legato a lui con catene di ferro, gli manca una parte di sé. 

Nella vita si possono incontrare veri cristiani che ci mostrano una fede autentica, genuina. A volte, come nella mia esperienza di vita, accade proprio di convivere nella stessa casa con una persona così. Nei miei sogni notturni compare mia nonna alcune volte. E compare sempre serena e sorridente, come se i suoi ultimi quattro mesi di vita, caratterizzati dalla malattia e dalla sofferenza, non fossero mai esistiti. L'altra notte l'ho sognata ed era in ottima salute. È stato un sogno senza dialoghi. Sentivo una voce profonda e severa che mi diceva: "Non è mai veramente morta".

- Una sera, dopo il lavoro, Barabba ha una visione: uno schiavo nell'ombra gli indica la strada per raggiungere una catacomba nella quale si raduna un gruppo di cristiani.

Quindi esce e cammina lungo la Via Appia per trovarla. Riesce a raggiungere la meta, ma, una volta entratovi, brancola a lungo nel buio in cerca degli oranti. Tutto in quella catacomba sa di morte. Ad un tratto il protagonista vede una luce fioca in fondo alla galleria, la insegue ma, in quel mentre, il lume flebile si spegne inspiegabilmente. Di nuovo, vede una luce ancora più luminosa. Ma, non appena si affretta a raggiungerla, la luce scompare.

Questo per me può essere un segno di Sahak dal cielo, che vuole comunicare a Barabba qualcosa del genere: "Ogni volta che sei stato a contatto con un vero cristiano non sei stato capace di accogliere quanto era in grado di amare e di amarti".

Mentre tornava in città per la Via Appia nella notte, Barabba si sentiva molto solo. Lo era sempre stato, ma non lo aveva mai capito come ora. Camminava nell'oscurità, come se vi fosse sepolto, camminava con la cicatrice sul suo vecchio volto solitario. E sul suo vecchio petto grinzoso pendeva, tra il petto grigio, la sua piastra servile con il nome di Dio cancellato da un segno di croce. Si, era solo in cielo e sulla terra. Ed era chiuso dentro di sé, nel suo regno della morte. Come avrebbe potuto evaderne?

La morte! L'aveva sempre dentro di sé, l'aveva avuta dentro di sé per quanto aveva vissuto.

E quindi? Si è avvicinato alla fede dopo questo flop nella catacomba o no?! Come ha fatto Barabba a morire in croce? 

Sicuramente quella sera Barabba comprende un aspetto fondamentale del cristianesimo perché dice tra sé: "I cristiani pregano in comunità e, anche se sono al buio, non hanno paura della morte."

Il nostro protagonista arriva addirittura a pregare con affidamento a Dio mentre è inchiodato ad una croce.

Non ho visto il film, ad ogni modo, dalla lettura del riassunto delle scene, non mi pare dia al personaggio di Sahak l'importanza che merita. E questo non vuol essere un giudizio duro da parte mia quanto piuttosto la constatazione di un grave difetto che probabilmente c'è nell'adattamento cinematografico.

Ho preso per caso dagli scaffali di mio papà questo libro (a casa abbiamo l'edizione del 1993 che ha per immagine di copertina la Crocifissione di Antonello da Messina, non quella dell'Iperborea). E mai avrei immaginato di annoverarlo tra le migliori letture, praticamente al pari del Mondo Nuovo di Huxley e del Deserto dei Tartari di Buzzati, due romanzi "senza Dio".

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Proprio vent'anni fa venivo dichiarata completamente guarita e salva dalle possibili conseguenze di una seria malattia che, l'anno precedente, aveva comportato la frequenza irregolare a scuola in un anno delicato (la prima elementare). 

Nella primavera 2002, appena uscita dalla sala operatoria, ero bianca come un morto e respiravo appena.


10 maggio 2023

"Lemon tree"- film sulla difesa della terra e delle proprie radici:

"Lemon tree", in italiano "Il giardino di limoni" e in ebraico "Etz Limon" (עץ לימון), è un film del 2008 relativo non soltanto ad una battaglia legale ma anche ad una storica e cronica situazione di conflitto tra due popoli.

TRAMA:

Salma Zidane è una donna palestinese che vive sola nella casa di famiglia, ai confini tra Israele e Cisgiordania. E' vedova e il figlio studia all'estero, negli Stati Uniti. 

Da una vita, Salma coltiva con passione il giardino di limoni, eredità paterna e luogo dei suoi ricordi più felici d'infanzia.

Tuttavia, quando Israel Navon, ministro israeliano della difesa, si trasferisce accanto alla proprietà di Salma divenendo dunque il suo vicino, decide che gli alberi di limoni, peraltro molto rigogliosi, devono essere abbattuti quanto prima visto che potrebbero fornire una schermatura ai terroristi islamici.

Salma, determinata a difendere ad ogni costo il suo terreno, ricorre ad un avvocato, porta la causa in tribunale e si appella anche alla Corte Suprema. 

Il decreto del ministro costituisce per lei un'enorme sofferenza, non soltanto dal momento che quel giardino di limoni è un mezzo di sussistenza ma anche per un fatto emotivo: in quella casa e in quel campo la protagonista della vicenda, insieme alla sua famiglia, ha vissuto praticamente tutte le epoche della sua vita.

Dopo la prima udienza in tribunale il governo israeliano ordina di far recintare il giardino di Salma con un recinto di ferro, telecamere e una torretta di osservazione che è sempre occupata da un militare dell'esercito. Alla signora Zidane viene fatto divieto di entrare nel giardino, anche se più volte, la donna valica il confine per prendersi cura del limoneto.

Salma è difesa da Ziad Daud, un avvocato che è affascinato dalla sua assistita. Nel corso del film c'è un flirt tra i due. Tuttavia Ziad si rivela un giovane superficiale, carrierista e opportunista. 

Non crede veramente nella causa di Salma: una volta che lei è diventata famosa a livello internazionale per la sua incredibile forza di volontà nel difendere il giardino, l'avvocato è orgoglioso di poter comparire sempre più spesso nelle interviste televisive e per acquisire maggior notorietà.

Verso la fine del film la signora Zidane si accorge della vera indole del suo difensore: quando Ziad, prima di accompagnarla alla Corte suprema per la decisione finale suo caso, sta per baciarla, lei gli dice: Non facciamo cose di cui in seguito potremmo pentirci.

I palestinesi residenti nello stesso villaggio di Salma, invece di prestarle la loro solidarietà, la giudicano e la criticano: la ritengono testarda visto che sta intentando una causa contro il governo israeliano. 

Oltretutto sanno che l'avvocato ha un debole per lei, per questo le dicono: "Ma non ti vergogni? Potrebbe essere tuo figlio! Se ci fosse tuo marito sarebbe furioso".

Ma è proprio completamente sola la nostra protagonista? 

Non direi: Mira, la moglie del Ministro, riesce facilmente ad empatizzare con la vicina cisgiordana e, fin da subito, comprende appieno le sue ragioni ("Si è appellata alla Corte suprema? Nei suoi panni lo avrei fatto anch'io!" dice al marito irritato e contrariato). 

Durante la festa di capodanno a casa del Ministro, Mira non riesce a divertirsi: osserva il recinto al di qua del giardino dei limoni e scoppia a piangere.

Probabilmente è superfluo rivelarlo ma, alla fine, Salma perde la causa. 

Il film termina con la separazione dei signori Navon: nella penultima scena Mira esce di casa con le valigie, triste ma decisa. 

D'altronde il suo era un matrimonio infelice: Israel spesso le urlava contro e di tanto in tanto la insultava stizzito.

E, nell'ultima scena, Salma cammina lungo un giardino i cui tronchi degli alberi sono stati tagliati a metà, in modo tale che non possano più ricrescere. 

SOGGETTO DEL FILM:

Quest'opera cinematografica è ispirata ad una vicenda reale che ha visto come protagonista il Ministro israeliano Shaul Mofaz che, con il pretesto di prevenire atti terroristici, ha stabilito di far tagliare i tronchi degli alberi di limone in un campo appartenente ad un'agricoltrice cisgiordana.

Ad ogni modo, la componente maschile che il film ci presenta è affamata di potere e di prestigio oltre che caratterizzata da egoismo e da un'indubbia superficialità. 

Mentre invece le donne appaiono vittime e al contempo testimoni di un conflitto che sembra tuttora non prevedere una fine o una via di conciliazione.

Vorrei porvi due domande per concludere il post. Si tratta di due questioni per le quali non è facile pensare ad una risposta:

-Secondo voi che cos'è la testardaggine? E' sempre e comunque un atteggiamento negativo?

-Che cosa è più importante per voi, la tutela di un terreno che rappresenta il proprio vissuto e che è inoltre un mezzo per vivere oppure la difesa contro eventuali attacchi terroristici?


2 maggio 2023

"Il mugnaio urlante", Arto Paasilinna:

Auguri Matthias, meraviglioso neo-trentenne!

Partirei proprio dalla citazione dell'episodio che richiama alla Croce di Cristo:

Huttunen portò la sua legna all'interno della chiesa e si mise a preparare il fuoco nella navata centrale, giusto davanti all'altare. Accovacciandosi, urtò con il calcio del fucile contro il pavimento, facendo echeggiare tutta la chiesa. Quando il fuoco fu pronto per essere acceso, Huttunen si alzò in piedi per prendere i fiammiferi dalla tasca. 

Gettò sguardi furiosi e vendicativi sull'immensa navata che lo circondava. L'occhio si posò sulla pala d'altare raffigurante Gesù in croce. Huttunen gli mostrò il pugno. "E tu, bello mio, dovevi proprio fare di me un pazzo?". 

Sembrò che il Cristo della pala d'altare guardasse l'eremita dritto negli occhi. Il volto sofferente del Salvatore si fece dapprima meravigliato, poi benevolmente divertito. Infine aprì bocca: "Non bestemmiare, Huttunen. In linea di massima, la tua mente non dovrebbe essere più squilibrata di altre. Hai avuto buoni voti dall'Istituto Corsi per Corrispondenza. Sei più intelligente di Vittavaara e Siponen messi insieme, e molto più del pastore di questa parrocchia (...)".

Huttunen ascoltò trasecolato. Stava diventando completamente matto o la pala d'altare gli parlava? Gesù continuò con voce dolce ma chiara: "Ognuno di noi deve portare la sua croce, Huttunen... tu come me".

"Ma non stanno un po' esagerando con me? Mi braccano senza pietà da quasi sei mesi! Mi sono mezzo congelato stando qui nei boschi per intere settimane e prima ancora mi hanno spedito all'ospedale di Oulu... non sarebbe possibile cavarsela un po' più a buon mercato?".

Gesù annuì con aria comprensiva. (...) "Le tue difficoltà sono piccole, Huttunen, se paragonate a quello che gli uomini mi hanno fatto subire". 

Il volto di Cristo si fece teso al ricordo della propria esistenza terrena. "Mi hanno perseguitato tutta la vita... e infine mi hanno inchiodato vivo su una croce. Ho dovuto sopportarne tante, Huttunen. Non puoi immaginare il dolore tremendo che si prova quando ti piantano nelle palme e nelle piante dei piedi chiodi di rame da cinque pollici. Mi hanno ficcato sulle tempie una corona di spine e hanno drizzato la croce. La cosa più terribile è stata poi rimanerci appeso. Nessuno può capire l'intensità di quel dolore se non è stato inchiodato a una croce."

A mio avviso questo episodio è centrale nel libro dal momento che, nel corso del dialogo tra il protagonista e il Crocifisso, è ben presente il tema della sofferenza, esperienza che fa parte della vita di ciascuno di noi. 

Emerge in questo passaggio sia la sofferenza fisica e spirituale di Gesù che ricorda di essere stato incompreso e mal interpretato da scribi e da farisei formalisti e ipocriti, sia la sofferenza psicologica di Huttunen che, dopo aver scoperto di non poter più né ipotecare né vendere i suoi beni a causa di un'interdizione del comune in cui vive, in un momento di forte rabbia decide di recarsi alla nuova chiesa per incendiarla.

Huttunen è il cognome, il nome è Gunnar, uomo solo, emarginato e rifiutato dalla società. 

I motivi per cui il personaggio principale di quest'opera letteraria si trova in tali condizioni li approfondisco nel prossimo paragrafo. 

Ora ritorniamo, cari lettori, al dialogo introduttivo alla recensione del Mugnaio Urlante. 

Le frasi che si scambiano Huttunen e il Crocifisso mi ricordano innanzitutto un meeting quaresimale vicariale avvenuto nella lontana primavera 2009 e destinato alle terze medie della vicaria di Villafranca veronese. 

Ricordo soprattutto che il contenuto chiave era il significato del "portare la propria croce quotidiana", ovvero, saper riconoscere i propri limiti e imparare ad accettare delusioni, piccole sconfitte, imprevisti spiacevoli, periodi difficili che arriveranno. 

In questo punto del romanzo è chiamato in causa inoltre il modello pittorico del Christus Patiens, ovvero, il "Cristo sofferente" inchiodato alla Croce. 

Eccovi un altro esempio recente di questa tradizione storico-iconografica:


Questa è la Crocifissione bianca di Marc Chagall, realizzata nel 1938. 

Il colore predominante è il bianco, tonalità che rimanda sia al freddo e all'inverno sia alla vulnerabilità.

Il quadro è stato realizzato proprio nell'anno in cui in Germania le sinagoghe sono state bruciate durante un pogrom notturno. Qui il Croficisso non è raffigurato come un Salvatore ma come simbolo di un ebreo sofferente e perseguitato, con il tallit ai fianchi (drappo) e il candelabro posto ai piedi della Croce.

Ai lati ci sono immagini di incendi, di distruzioni, di fuga.

Indubbiamente si tratta di una crocifissione che rimanda alle discriminazioni del nazi-fascismo nei confronti degli ebrei d'Europa: il popolo ebraico è il servo sofferente di Dio, è perseguitato a causa della propria identità.

1) LUOGHI, TEMPO E LINEE PRINCIPALI DELLA TRAMA:

Siamo nella Finlandia del nord, non distanti da Rovaniemi, nella prima metà dagli anni Cinquanta e quindi nel triennio della Guerra di Corea (1950-1953) che influisce sui commerci di legname dei contadini finlandesi.

In un villaggio sulle rive del Kemijoki arriva, dopo la fine della seconda guerra mondiale, il singolare Gunnar (Kunnari in svedese secondo il bilinguismo svedese/finlandese dello stato) Huttunen. Quest'uomo proviene dal sud della Finlandia. Non appena arriva al nord, Gunnar decide di acquistare il Mulino delle Rapide della Foce, abbandonato negli anni '30 e in pessime condizioni. 

Già questo è un motivo valido per deriderlo e per considerarlo matto, almeno secondo i suoi nuovi compaesani.

2) GUNNAR HUTTUNEN:

Ricopio alcune parti dei primo capitolo che descrivono Huttunen:

Gunnar Huttunen misurava quasi un metro e novanta. Aveva capelli castani ispidi, la testa angolosa: mento grande, naso lungo, occhi infossati sotto una fronte alta e dritta. Gli zigomi erano sporgenti, il volto affilato. Le orecchie, anche se grandi, non erano a sventola ma strettamente incollate alla testa. (...) Quando gli fu chiesto perché si fosse trasferito al Nord, il mugnaio rispose che il mulino che aveva al Sud si era incendiato, e con il mulino era bruciata anche la moglie. L'assicurazione non l'aveva risarcito né per l'uno né per l'altra. 

Dopo aver raccolto le ossa di sua moglie tra le macerie annerite dal mulino e averle fatte seppellire al cimitero, Huttunen aveva venduto il terreno con le sue rovine, che gli erano diventate odiose, e aveva ceduto i diritti sulle acque delle rapide; poi aveva lasciato la regione. Fortunatamente aveva trovato un discreto mulino qui al Nord e, sebbene non fosse ancora in funzione, i proventi della segheria per assicelle bastavano a mantenere un uomo solo.

Gunnar non è, in sé, un personaggio negativo. 

E' indubbiamente un grande lavoratore: da solo aggiusta la sega per assicelle adiacente al mulino, ripara inoltre la ruota per macinare il grano e produrre farina e segale e, successivamente, dipinge le mura esterne del mulino di rosso, lavoro che svolge anche nelle notti di primavera.

Tuttavia Gunnar è decisamente umorale, soggetto a profonde crisi depressive. 

Ha la strana tendenza ad imitare i versi degli animali e ulula sia quando è in preda a forti emozioni sia quando è sopraffatto da sentimenti di profonda malinconia. Emette ululati di notte e per questo motivo tiene svegli gli abitanti del villaggio.

A mio avviso Gunnar rappresenta il diverso, o meglio, l'artista incompreso. Ho pensato che Van Gogh dovesse essere dotato di un'indole simile: zelante nei lavori artistici e, in una fase giovanile, anche manuali, iper-sensibile e con tendenza a reagire in modo esagerato di fronte ad emozioni forti.

Quando Gunnar Huttunen viene provocato, deriso o pesantemente insultato, diviene irrazionale e manifesta reazioni violente, ma quasi mai è violento con le persone.

Tuttavia, per questi comportamenti ripetuti, una mattina Gunnar viene condotto a forza nel manicomio di Oulu da dove riesce a fuggire nottetempo.

Dopo questa fuga, Huttunen è costretto a vagare in vari punti della foresta attraversata dal fiume Kemi e a spostare continuamente il suo accampamento per non farsi scoprire.

Tuttavia il mugnaio urlante non sarà privo di alleati. Ne ha tre, in particolare.

Eccoveli a partire dal paragrafo tre.

3) SANELMA KAYRAMO:

Vi fornisco l'identikit di questa bellissima figura femminile del romanzo. 

Ha quasi 30 anni ed è una consulente orticola. 

E' la donna di cui Gunnar si innamora, ricambiato, già nella prima parte del romanzo, quando lei gli insegna come coltivare un orto.

Sanelma è prima di tutto empatica e questo lo si evince da un dialogo con Huttunen:

(...) "Sembra poi che tu imiti diversi animali... e prendi in giro gli abitanti del villaggio, Siponen, Vittavaara e l'insegnante e il bottegaio... E' vero anche questo?"

Huttunen spiegò che provava solo la sensazione, a volte, di dover fare qualcosa di speciale. "Come se la mia testa fosse in stato di shock. Ma non sono davvero pericoloso." 

La consulente orticola rimase a lungo in silenzio. Era triste e osservava commossa il mugnaio seduto di fronte a lei con il suo caffé. "Se solo potessi aiutarti", disse infine prendendo le mani di Huttunen tra le sue. "Trovo terribile che uno ululi tutto solo".

Tra la Kayramo e Huttunen si instaura, nel corso della storia, una relazione romantica, rispettosa, fondata su ascolto, solidarietà e forti strette di mano. 

Da lettrice per me è stato facile collegare Sanelma con una frase evangelica: Beati i puri di cuore perché vedranno Dio.

Per "puri di cuore" si intende i semplici che non sanno odiare. I puri di cuore sono persone che hanno volti, non maschere, hanno comprensione, non pregiudizi.

Indubbiamente Sanelma è sensibile. 

Tuttavia nel penultimo capitolo il commissario Jaatila, ovvero, il peggior antagonista di Huttunen, dirà alla giovane: "Le donne innamorate dei matti sono peggiori delle p..."

4) PIITTISJARVI:

E' il postino del paese. 

Come Gunnar è privo di amici, solo e vedovo senza figli.

Nonostante gli piaccia particolarmente l'acquavite è lui, soprattutto nella seconda parte del romanzo, il miglior aiutante di Gunnar.

Il postino aiuta Kunnari a costruire un accampamento ad ovest del Kemijoki, gli fabbrica una piccola cassetta della posta accanto ad un abete e gli consegna tutti i sabati due giornali e le lettere appassionate e sincere di Sanelma.

Inoltre l'umile postino, settimanalmente, accompagna Sanelma da Huttunen, in modo tale che, almeno per una giornata intera, i due innamorati possano vedersi.

Tuttavia gli abitanti del villaggio scoprono, dopo alcune settimane, che Piittisjarvi sta aiutando Huttunen. 

Una volta arrestato e incarcerato dal commissario, il postino, pur di non rivelare dove si nasconde Gunnar, sopporta persino gli schiaffi e le manganellate. Per questo Piittisjarvi è l'emblema dell'amico fedele e fidato. 

Tanto l'ultimo capitolo del romanzo si conclude con Huttunen che, in manette, dopo aver ululato, sale sul treno che lo porta al manicomio di Oulu. 

5) PORTIMO:

E' un poliziotto municipale che riconosce le ottime qualità di Gunnar, sia come mugnaio che come carpentiere.

Ma, sebbene sia costretto a dargli la caccia, sebbene gli si presentino varie occasioni per arrestarlo e riportarlo ad Oulu, preferisce aiutare Huttunen: quando, in un pomeriggio di fine estate, Portimo intravede Gunnar nella foresta, nascosto dietro alcuni cespugli, fa finta di non vederlo e quando scopre che è scappato dal manicomio si reca al mulino per consigliargli di rifugiarsi nei punti più distanti possibili del villaggio e di progettare una fuga all'estero.


Portimo è buono e rappresenta coloro che vivono il contrasto tra LEGGE e UMANITA'. 
Non sempre i decreti legislativi coincidono con ciò che è umanamente giusto e con atteggiamenti comprensivi.

La legge dice, anzi, ordina a Portimo di fermare la latitanza di Huttunen, dal momento che una persona considerata pazza e socialmente pericolosa non può vivere nella società civile e dev'essere curata. 

L'umanità fa intuire alla guardia municipale che i manicomi non sono luoghi che si preoccupano di far guarire gli squilibrati mentali ma sono strutture squallide e deprimenti che alimentano l'apatia e la depressione di chi vi è dentro.

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I medici in questo libro purtroppo fanno una pessima figura sia dal punto di vista professionale che dal punto di vista umano: tanto per cominciare maltrattano, anche con pugni, gli internati in manicomio. 

Il medico di base del villaggio in cui si è trasferito Huttunen fa la figura del cretino: quando Gunnar, prima di venire condotto ad Oulu, si reca da lui per farsi visitare e per capire come eliminare la tendenza ad ululare, il dottore, invece di occuparsi di questi problemi, parla delle sue battute di caccia.

Questo romanzo mostra la sfiducia del suo autore nei confronti delle istituzioni finlandesi degli anni Cinquanta e anche la sua concezione, per lo più negativa, di umanità: l'uomo si rivela, spesso, un essere cinico, insensibile e superficiale. 

Esempi di queste caratteristiche negative sono i modi di essere e i comportamenti dell'agricoltore Vittavaara che deride e insulta Gunnar e del commissario Jaatila che considera il mugnaio un "delinquente" e disprezza Portimo visto che lo ritiene un incapace di svolgere i suoi compiti e doveri.

Jaatila riesce a intrappolare Huttunen con l'inganno: gli scrive una lettera in cui dichiara di non volerlo portare in manicomio e di reintegrarlo nella quotidianità del villaggio e poi costringe il postino, già arrestato e imprigionato, a portare questa lettera nella cassetta della posta del mugnaio.

Ma nonostante ciò, Paasilinna ritiene anche che, in questa umanità sofferente, alcune persone sensibili siano le uniche in grado di "colorare il mondo" con i loro gesti di aiuto e comprensione.