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26 febbraio 2023

"BRUTTE STORIE, BELLA GENTE", G. MATTERA:

L'autore di questo libro è un assistente sociale. Brutte storie, bella gente è suddiviso in quindici capitoli e, in ognuno di essi, ci vengono raccontate le vicende di persone in serie difficoltà che ricorrono al suo aiuto. Oltre a ciò, questo libro mostra in che modo sarebbe bene che si comportasse un assistente sociale.

Qui l'assistente sociale Alessandro Gatti, professionista che lavora in provincia di Trento, diventa sia l'alter ego dell'autore che il narratore di storie difficili, drammatiche e toccanti.

A costruire questo post mi hanno aiutata molto le considerazioni a matita di Matthias a fine libro (il mio ragazzo ha il dono della sintesi).

"Non risolvo i problemi. Almeno non da solo. Aiuto le persone a riconoscerli. Ad affrontarli. In modo appropriato. Per quel che mi riesce" dice Gianfranco Mattera durante una conferenza in università con alcuni studenti iscritti al corso di Scienze del servizio Sociale.

Propongo qui dei brevi riassunti, arricchiti di citazioni, di ogni capitolo:

1. LA SIGNORA ABEL:

La signora Abel, marocchina, è stata vittima di violenza domestica da parte del marito. Dopo averlo denunciato si è allontanata da casa, si è trovata un lavoro come addetta alle pulizie in una ditta e anche un appartamento.


Proviamo a stare in equilibrio con la signora Abel, a consolidare la scelta di ricostruire un progetto di vita indipendente, a non cedere al ricatto psicologico messo in atto dall'ex marito. A lui è intestata la casa di Ravina in cui vive con i figli, lui ha investito i risparmi, lui gestisce il conto cointestato con le Casse Rurali e trattiene i bancomat, lui manipola i figli, li costringe a non avere contatti con la madre nel tentativo di coartare la signora Abel e chiedergli di ritornare da lui, sotto il suo tetto, sottostando alla sua autorità. Per questo procedo con i colloqui ravvicinati: per sostenerla, per incoraggiarla, per non farla sentire sola.

Dopo più di un anno, i tre figli si riavvicinano alla signora Abel:

(...) i suoi figli le hanno chiesto di tornare a vivere con loro, con il papà, con l'uomo che l'ha malmenata e da cui è scappata. I suoi figli l'hanno pregata di mettere da parte il passato, di ritornare ad essere una famiglia. La signora Abel ha rifiutato. Ha pagato il caffè, ha baciato i suoi tre figli, li ha abbracciati ed è andata via. Prima di uscire dal bar ha detto loro di chiamarla se hanno desiderio di vederla, se hanno bisogno di parlare con lei, se vogliono un suo consiglio: lei per loro ci sarà sempre.

2. TASSENI:

Tasseni ha un passato di dipendenze. Sente delle voci:

Tasseni sostiene di ascoltare delle voci: giorno, notte. Uomini, donne, streghe, mostri, preti. A volte gli fanno compagnia, altre gli urlano cose spaventevoli, lo minacciano, gli danno ordini. Tasseni ha paura e non ha paura delle voci: sono il suo incubo, il suo piacere, la sostanza di cui non riesce a fare a meno. Per questo non prende le gocce che lo psichiatra gli ha prescritto: per sentirle ancora, per non disfarsene, per non lasciarle sfumare.

Tasseni vive in un monolocale che gli ha concesso la parrocchia di Povo ed è impegnato in lavori socialmente utili.

Ma all'assistente Gatti arriva una mail da parte del caposquadra di Tasseni che lo informa di uno scontro con un altro componente della squadra. Pur avendo un'indole tendenzialmente buona, se provocato, Tasseni può diventare violento.

Anche questo capitolo termina in modo positivo: la cooperativa sociale riforma le squadre di lavoro in modo tale che episodi di conflitto non si verifichino più e Tasseni, dopo essersi scusato per il suo scatto di rabbia con il caposquadra e i colleghi, si rende disponibile per iniziare un laboratorio di falegnameria.

Pazienza per le voci, se non riesce a staccarsene: che ci conviva pure! A chi fa del male? È questa la sua normalità, la sua lotta quotidiana, la stampella su cui si tiene in equilibrio.

3. ISMAIL:

Ismail è un adolescente che ha un rapporto conflittuale con il padre, il signor Bisaz, nordafricano in Italia da molti anni che svolge il lavoro di camionista.

Per regolare il figlio, il signor Bisaz ricorre all'assistente sociale sperando che quest'ultimo condivida l'idea di sistemarlo, per un certo periodo, in una struttura educativa:

Alza le mani al cielo, il signor Bisaz, maledice se stesso, la sua incapacità di padre. Da genitore comprendo lo smarrimento del signor Bisaz. È per lui inconcepibile il comportamento del figlio, non sta né in cielo né in terra. (...)

Considero che non è semplice gestire un adolescente, per lo più immigrato di seconda generazione, un ragazzino che si scontra con la cultura marocchina d'origine del padre e quella occidentale con cui si confronta ogni volta che mette il naso fuori di casa: due mondi opposti, due modelli contrastanti.

(...)

Spiego al signor Bisaz che collocare in una struttura educativa un ragazzino contro la sua volontà è una violenza, non serve a nulla, non è un progetto di vita, soprattutto non è la soluzione. E non è una soluzione delegare agli altri le proprie responsabilità di padre.

Così il narratore decide di divenire il mediatore di un incontro, presso il suo studio, tra padre e figlio. 

In questo modo il rapporto tra il signor Bisaz e Ismail inizia a migliorare: il signor Bisaz dà esplicitamente fiducia al figlio e Ismail inizia a comportarsi molto meglio e in maniera più responsabile.

4. ESTERINA:

Esterina è una novantenne che vive sola in un appartamento in Sardegna. Suo figlio vorrebbe che l'assistente sociale la convincesse a trasferirsi in una casa di riposo oppure ad accettare una badante o un'assistenza domiciliare.

Però è importante sottolineare che Esterina è autonoma e in salute per la maggior parte del racconto.

Quando accidentalmente la signora si rompe una gamba, il figlio Antonio se la prende con l'assistente Gatti e lo accusa di essersi fatto intortare dalla madre il giorno in cui è venuto a farle visita in Sardegna.

Alessandro Gatti suggerisce ad Antonio di ospitare la madre per un periodo a Trento, proposta la cui attuazione rende felice Esterina. 

5. TIZIANO:

Tiziano è un padre separato senza fissa dimora. Pur guadagnando un buon stipendio, deve sostenere il mutuo dell'appartamento in cui viveva e tutte le spese di mantenimento del figlio Roberto e della ex moglie Giulia.

In questo caso il ruolo di Alessandro Gatti consiste nell'indirizzare Tiziano presso un'associazione di padri separati e nel trovare un luogo per incontrare il bambino una volta alla settimana.

6. AFRIM:

Afrim risulta fortemente dipendente dall'alcol, al punto che, già alle nove del mattino, piomba ubriaco fradicio nello studio dell'assistente sociale, arrabbiatissimo perché gli viene respinta la domanda per l'assegnazione di un alloggio pubblico.

Il narratore cerca di convincerlo ad affrontare la realtà, mettendolo davanti allo specchio del bagno:

"Io vedo un uomo. Un uomo che non si cura più di se stesso. Che si è lasciato andare. Che è arrivato ad un punto di non ritorno. Che non ha il coraggio di riprendersi in mano il proprio destino" gli dice, proponendogli poco dopo di entrare in una comunità di cura.

"No assistente. Non è mia vita".

Eppure, anche in un caso umano del genere, Alessandro Gatti vede una piccola scintilla di luce:

"Tu no cattivo" dice, regalandomi il sorriso più sincero che abbia mai ricevuto. E' la seconda volta che quest'uomo mi sorprende. Che mi lascia senza parole. Con la sua umanità sconvolgente. Per me è ancora tempo d'imparare. Da un diseredato. Da Afrim. In tanto dolore: la bellezza di porsi per come realmente si è.

Questo capitolo mi ha inevitabilmente fatto ricordare un diseredato, più o meno nelle condizioni di Afrim, che per alcuni anni, tutte le estati si presentava ogni giorno nei locali vicini alla parrocchia di mio zio.

Come Afrim, era molto sporco e aveva il viso pieno di rughe. Come Afrim era solo, senza casa, senza lavoro. L'alcol gli aveva bruciato il cervello: accendeva senza scopo i rubinetti dell'acqua che sarebbe servita per innaffiare le aiuole della canonica. E l'acqua scorreva lungo il cemento vicino ai cancelli...

Che miserie! Non abbiamo mai saputo come si chiamasse... Girovagava nella zona del lago veronese più o meno tra il 2013 e il 2018. Poi non lo abbiamo più visto. Secondo me è morto uno degli inverni scorsi dormendo all'aperto oppure investito da un'auto. A pensarci provo parecchia malinconia.

E mi chiedo tuttora: ma come fa una persona a ridursi in quello stato?

Quel che è peggio è che sono da ritenere delle persone perse, impossibili da aiutare o da salvare perché manca loro la forza di volontà. Uomini come Afrim sono talmente lontani dalla vera libertà e dall'auto-consapevolezza che non riuscirebbero a resistere nemmeno un minuto in una comunità di disintossicazione dalle dipendenze.

7. GIORGIA:

Una mattina entra una coppia nello studio dell'assistente sociale: si tratta di Chiara e Matteo, genitori di Giorgia, quarantenne affetta da sindrome di down e anche da un esordio di Alzheimer precoce.

"Noi siamo vecchi. Stanchi. Ce la siamo cavata da soli. Io e mia moglie. Senza lamentarci, da buoni cristiani. Non abbiamo mai chiesto aiuto a nessuno. Ma ora che le forze vengono meno. Ora che il tempo per noi è agli sgoccioli, ora, per Giorgia, come si fa?"

Papà Matteo pone una questione etica enorme, che interroga l'intero sistema dei Servizi Sociali alla persona. Interroga la società civile, la politica, chi ci amministra, chi ci governa, chi fa le leggi, chi è chiamato ad attuarle.

Quel che può fare in questo caso un assistente sociale è indirizzare questa famiglia a contattare un centro residenziale che accoglie i disabili. Però è necessario trovare anche qualcuno che, dopo la morte di Chiara e Matteo, si occupi della tutela legale di Giorgia.

Questo capitolo si conclude con alcune considerazioni di Alessandro Gatti una volta che Chiara e Matteo sono usciti:

Mi è inevitabile pensare a mio figlio Luca, pormi delle domande. Da uomo. Da padre. Sarei stato capace di emulare mamma Chiara? Di rinunciare al lavoro, alle soddisfazioni, ai riconoscimenti professionali, alle amicizie, alle passioni... Quanto fortunato sono stato? Senza saperlo, senza sospettarlo.

8. IL SIGNOR OLIDE:

Già la prima volta che lo incontra il narratore sospetta che abbia una dipendenza dall'alcol: 

Potrei tranquillamente scambiarlo per uno dei senza tetto che bazzicano per i portici di via Pozzo, piazza Dante e la stazione...

Il signor Olide racconta di essere sposato con tre figli, di trovarsi un una condizione lavorativa precaria, di avere quattro mesi di affitto in arretrato oltre alle bollette della luce e del gas.

Chiede ai Servizi Sociali sostegno economico e alimentare, dopodiché sparisce:

E i suoi tre figli? Certo che mi pongo la domanda, ma non posso prendere delle informazioni a scuola o dal pediatra o dai vicini senza il consenso del signor Olide o di sua moglie. Non posso intervenire senza un mandato da parte della magistratura, non ho elementi per segnalare in Procura presso il Tribunale per i Minorenni un potenziale pregiudizio per i bambini.

9. DORIANA:

Doriana è un'infermiera che lavora in un reparto di chirurgia con due figli piccoli che il loro padre biologico non ha riconosciuto.

Si reca dall'assistente Gatti per mantenere i turni lavorativi soltanto la mattina. È  sola e, se lavorasse nei pomeriggi e nelle notti, non potrebbe permettersi una babysitter per i bambini. Quindi necessita di un documento da parte di un assistente sociale che attesti i suoi compiti di cura presso i figli.

10. IL SIGNOR LAKAR:

Si tratta di un giovane immigrato che vive in un quartiere di abitazioni popolari. È disoccupato e ha diversi mesi di affitto in arretrato.

Impiego più di mezz'ora nel tentativo di spiegare al signor Lakar che il Servizio Sociale non è l'agenzia del lavoro, non ha il potere di assegnare alloggi, non fa interventi economici senza approfondire le condizioni di vita delle persone, quelle dell'intera famiglia, la capacità lavorativa sua e della moglie.

11. ADELE:

Adele è una bambina cieca con i genitori separati: il padre ha abbandonato lei e la madre e per più di un anno non si è mai fatto sentire. Per questo il giudice gli ha sospeso la potestà genitoriale e ha voluto che gli incontri tra padre e figlia avvenissero in una spazio neutro, cioè, in una stanza in cui ci possa essere anche Federica, un'educatrice con cui Adele instaura un ottimo rapporto.

Naturalmente Alessandro si tiene costantemente in contatto con l'educatrice per informarsi sull'andamento degli incontri protetti:

Ad Adele serve la continuità nella relazione paterna: come reagirebbe ad un ennesimo tirarsi indietro da parte del padre? Dove troverebbe le forze per sopportare il peso di un nuovo abbandono?

Eppure, in più di vent'anni di professione, ho imparato che certi bambini sono in grado di scovare dal fondo dell'abisso in cui gli adulti li gettano energie e risorse inaspettate. Ho scoperto che i bambini sono in grado di perdonare, di tendere una mano, di dare una seconda possibilità...

In tutto questo c'è un serio problema: Fulvia, la madre di Adele, è contraria a questi incontri. Infatti dice ripetutamente che il suo ex marito è un irresponsabile incapace di tenere veramente fede ad un impegno. Ha le sue ragioni ed ha paura che Adele rimanga ferita e delusa di nuovo. Ma Alessandro Gatti le ricorda i bisogni più profondi della ragazzina:

(...) Non vuole che litighiate. Adele ha bisogno di una mamma comprensiva. Che non le vomiti addosso il suo malessere. Ha bisogno di un papà che l'accetti così com'è. Con il suo handicap. Ha bisogno che dialoghiate. Da persone civili. Per il suo bene.

12. CELESTINO:

Celestino è affetto da una malattia psichiatrica ed è internato a Villa Orizzonte, struttura con vista sul mare.

Celestino inventa storie di arpioni e baleniere, anche se è sempre vissuto in montagna. Eppure, la tendenza a crearsi un mondo fantastico è un modo per difendersi dalle barbarie dell'umanità.

Questa parte di libro termina con il suicidio di Celestino.

13. MANSURAH TANGWEY:

E' una donna nigeriana separata dal marito italiano e con due figli a carico. Sembra che il marito Bruno abbia lasciato il tetto coniugale dopo aver scoperto un tradimento da parte della moglie.

Mansurah ha un passato di prostituzione. Inoltre non è certo che Isaac e Miriane siano figli di Bruno.

Per permettere a Mansurah di sostenere le ingenti spese e per fare in modo che i suoi figli abbiano una vita dignitosa, Alessandro Gatti contatta il nonno paterno Alceste il quale, malgrado non stimi e non apprezzi Mansurah, accetta di aiutarla economicamente, ma in anonimato:

Con seicento euro al mese non ci si mette la mano sulla coscienza, non ci si redime dai peccati, non si scappa dalle proprie responsabilità. Stesso discorso per il figlio Bruno: non si mette la testa sotto la sabbia, non ci si rende irreperibili.

14. MARCELLA:

Questo è un caso seguito da Anita, la collega di Gatti.

Si tratta di una bambina figlia di due tossicodipendenti. Per questo, a soli tre mesi, è stata allontanata da loro e collocata in una struttura per minori.

Anita propone al Tribunale dei Minori una famiglia adottiva per la bambina, richiesta che le viene respinta. 

Non resta dunque che riorganizzare la ripresa degli incontri tra Marcella e i genitori, con la speranza che questi ultimi siano davvero in grado di dire addio alla droga.

15. MARIUCCIA:

E' l'ultima storia ma è anche la più toccante secondo noi due.

Mariuccia è sola: vive in un condominio e non ha marito né figli né parenti. Però con lei c'è Barabba, un cane che le tiene compagnia ogni minuto del giorno. 

Ma, a causa della morte del cane, Mariuccia cade in una depressione profonda, non ritira più i viveri, non vuole vedere nessuno, nemmeno Oreste, unico condominiale che con lei ha un po' di confidenza.

Ed è proprio Oreste che segnala lo stato disperato di Mariuccia all'assistente Gatti, che riesce ad entrare nell'appartamento della signora con carabinieri e vigili del fuoco.

Quando gli infermieri la portano in ospedale a causa della denutrizione e della disidratazione, il narratore ci consegna una riflessione pesante ma più vera che mai:

È una sconfitta della società civile quello a cui sto assistendo in questi istanti, una sconfitta della democrazia, delle politiche sociali, della mia professione di assistente sociale. Da oggi in avanti assocerò il sentimento della solitudine a Mariuccia, al suo sguardo spento, a quella sua mano protesa con disperazione nel vuoto della barella in cerca della zampa di un cane, e a Barabba, che ha terminato il suo compito, la sua missione: amare Mariuccia al posto delle persone.

16.  COSA PUO' APPRENDERE UN FUTURO ASSISTENTE SOCIALE CON QUESTA LETTURA?

Ho copiato questo paragrafo dalle annotazioni a matita di Matthias trascritte nella pagina finale riservata all'indice.

-Alessandro Gatti, più volte nel corso della narrazione di questi incontri con un'umanità sofferente alla ricerca di un appoggio e di solidarietà, ripensa alla sua personale situazione familiare e alle difficoltà nel rapportarsi con suo figlio Luca che non vuole più saperne di studiare ma allo stesso tempo evita di cercare lavoro.

-La professione di assistente sociale comporta notevoli carichi di lavoro. Le  agende sono piene di impegni: indagini socio-familiari, richieste di assistenza economica, visite domiciliari, riunioni con educatori delle comunità o delle strutture addette a minori e a disabili, pratiche amministrative.

-Il lavoro dell'assistente sociale, e questo è evidente in tutto il libro, implica il coinvolgimento delle risorse del territorio: contatti con associazioni caritatevoli, contatti con anche parroci  o associazioni religiose, rapporti con gli educatori e con chi si occupa di proteggere le donne dalla violenza domestica, il dovere di rispettare le decisioni dei giudici.

-Nel rispetto della sua professione, Alessandro Gatti viene incontro agli altri ma sempre seguendo il principio dell'autodeterminazione: non è sufficiente la nostra professionalità, sono le persone stesse a imporre dei limiti alle nostre azioni. Lavoriamo insieme, non possiamo sostituirci loro. Nostro scopo è perseguire la loro autodeterminazione, renderle soggetti attivi del proprio progetto di vita.

-Prima di risolvere una situazione di povertà, di solitudine, di precarietà lavorativa, di dipendenze da droghe o alcol è necessaria una volontà di cambiamento nel proprio stile di vita.

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Sulla base dei riassunti quale storia vi colpisce di più?


17 febbraio 2023

Due saggi di Maurizio Pallante:

 Le mie tre più grandi soddisfazioni degli ultimi due mesi!


(All'Ic "Provolo" sono stata anche la mattina del giorno stesso, per incontrare le quinte elementari).



Come vi scrivevo poco prima di Natale, il 4 dicembre 2022 ho avuto l'occasione di dialogare con il saggista Maurizio Pallante a proposito dei contenuti che ha espresso nel suo saggio più recente intitolato L'imbroglio dello sviluppo sostenibile.

In questo post vorrei presentarvi e riassumervi i contenuti di due suoi saggi.

1. BIOGRAFIA:

Laureato in Lettere a Roma, Maurizio Pallante si è trasferito a Torino dove è stato dapprima insegnante e poi preside.

Nel 1988 ha fondato, con il fisico Tullio Regge, il Comitato per l'uso razionale dell'energia.

Tra il 1990 e il 1995 è stato assessore all'energia e all'ecologia presso il comune di Rivoli (provincia di Torino).

Nel 2007 ha fondato il movimento per la decrescita felice.

E' autore di molti saggi: L'uso razionale dell'energia (1997), Ricchezza ecologica (2003), Decrescita e migrazioni (2009), Meno e meglio. Decrescere per progredire (2011), Monasteri del Terzo Millennio (2013), Sostenibilità, equità e solidarietà. Un manifesto politico e culturale (2018), Il diritto di non emigrare (2020), Spiritualità, dono del tempo, contemplazione (2021) e L'imbroglio dello sviluppo sostenibile (2022).

2. "L'IMBROGLIO DELLO SVILUPPO SOSTENIBILE":

Questo saggio è suddiviso in tre parti. 

Tuttavia vorrei riportare in questo paragrafo alcuni aspetti delle parti prima e terza.

Prima parte:

In un capitolo intitolato Wolves in sheep's clothing, si riferisce che i capi di Stato, prima di raggiungere Glasgow nel novembre 2021, si sono comportati come studenti in gita scolastica alla Fontana di Trevi, dove si erano messi in fila con le spalle rivolte all'acqua e avevano gettato una monetina nella vasca.

Durante la COP 21 di Glasgow era stata valutata la possibilità di sancire l'ingresso del nucleare pulito e del metano. 

Ma gli esperti hanno bocciato l'inserimento del nucleare perché, pur avendo emissioni pari quasi a zero, non rispetta il principio di "non nuocere significativamente". 

E comunque: 

(I delegati dei governi riuniti a Glasgow) erano davvero convinti che si potessero aumentare i consumi energetici per consentire all'economia di continuare a crescere, e ridurre al contempo le emissioni di Co2 sostituendo parzialmente il carbone e il petrolio con il metano e costruendo nuove centrali nucleari, che non forniranno nemmeno un chilowattora prima di quindici anni dall'autorizzazione a costruirle?

Ci vuole molto tempo per costruire centrali nucleari, quindi, considerando questo dato, risulta praticamente impossibile sperare di raggiungere la neutralità carbonica entro il 2050 confidando soprattutto nel nucleare pulito.

Per quali motivi i "potenti della Terra" non vogliono riconoscere che è necessario eliminare gli sprechi e soddisfare il fabbisogno residuo con le fonti rinnovabili?

Perché ci si concentra soprattutto sulla crescita del Pil. Ciò che conta è la crescita del prodotto interno lordo, considerato, soprattutto negli ultimi decenni, fattore determinante per indicare se un paese è industrializzato e sviluppato oppure è arretrato.

Si approfondiscono, poco dopo, le funzioni delle fonti rinnovabili:

E' opinione diffusa che le fonti rinnovabili siano necessarie, ma non sufficienti, a raggiungere l'obbiettivo, stabilito dall'Unione Europea, di ridurre le emissioni di gas climalteranti del 55% entro il 2030.

In realtà le fonti rinnovabili non sono pulite perché causano direttamente o indirettamente altre forme, sebbene localizzate e meno gravi, di impatto ambientale. Gli impatti diretti sono noti: le alterazioni apportate agli ecosistemi fluviali dalle dighe e dagli invasi delle centrali idroelettriche; l'impatto sul paesaggio di file di tralicci eolici alti fino a 150 metri installati sui crinali delle colline, i disboscamenti e gli stravolgimenti morfologici dei loro versanti per consentire il passaggio di enormi mezzi di trasporto; la competizione con la fotosintesi clorofilliana e l'agricoltura degli impianti fotovoltaici sui terreni agricoli. (...) Per ridurre il loro impatto ambientale occorre ridurre gli sprechi di energia e aumentare l'efficienza con cui si utilizza, in modo da installarne il minor numero possibile. Il patrimonio edilizio assorbe il 40% di tutta l'energia consumata in Italia.

Nel capitolo successivo si fa poi riferimento alla ristrutturazione energetica dell'edilizia. 

Nell'Umanità è nelle nostre mani il protagonista Elia è laureato in Ingegneria Ambientale e sta frequentando un Master di II° livello in Sicurezza Ambientale. Per questo sa bene che un edificio ad impatto zero ha buone prestazioni termiche e fa buon uso di fonti rinnovabili.

Sarebbe innanzitutto necessario, nelle case e nei condomini del mondo industrializzato, ridurre le dispersioni termiche degli edifici sostituendo le caldaie a gas con pompe di calore, diminuendo le perdite degli acquedotti, e incentivando, nelle città e nelle metropoli, i trasporti pubblici con mezzi che, per funzionare, si servono dell'energia elettrica.

La ristrutturazione energetica del patrimonio edilizio risulta quindi fondamentale per raggiungere l'obiettivo di azzerare le emissioni di gas climalteranti entro il 2050.

Secondo la Commissione Europea gli immobili assorbono il 40% dei consumi energetici globali e danno un contributo del 36% alle emissioni climalteranti.

Tuttavia mi chiedo: come diffondere ai paesi poveri le tecnologie per realizzare edifici a impatto zero? 

Che bello se i paesi ricchi diffondessero le nuove tecnologie edilizie ai paesi poveri; così verrebbe meno lo sfruttamento delle risorse agricole e minerarie di zone come l'Africa Subsahariana visto che, come scrive Pallante in una pagina della terza parte del saggio, l'equità è un obiettivo da perseguire nel contesto della sostenibilità.

 Terza parte:

In quest'ultima sezione del libro si illustra come la decrescita sia anche un fenomeno culturale, dal momento che significa innanzitutto prendere consapevolezza dei legami di interdipendenza tra le specie viventi per rendersi conto che la specie umana esercita violenza sugli ecosistemi con le sue attività produttive finalizzate alla crescita economica

Penso alla raccolta di Zanzotto intitolata Sovrimpressioni, dove ci sono soprattutto poesie che trattano di un progresso umano che distrugge la natura. 

Particolarmente significativo è l'esempio di alcuni versi del componimento Dirti natura:

Che grande fu

poterti chiamare Natura (...)

(...) ora travolta in visura di loschi affari

fatti da bulbi oculari

incendiati

dal re di denari.

Il poeta Andrea Zanzotto denuncia lo sfruttamento dei terreni causato dalla brama di investimenti economici e industriali poco salubri.

Come si conclude questo saggio, intitolato L'imbroglio dello sviluppo sostenibile?

L'autore asserisce che è necessario recuperare un tipo di spiritualità che implica il bisogno di un contatto fisico con la natura e anche il desiderio di relazioni umane fondate sulla solidarietà.

D'altra parte considero verissimo ciò che affermava Padre Marko Rupnik: l'eternità sono le relazioni. Le relazioni vere, instaurate con chi riesce ad accoglierti, a supportarti e a starti accanto anche nelle giornate grigie.

Questa citazione di Rupnik precede l'inizio del mio secondo libro.

3. "SPIRITUALITA', DONO DEL TEMPO, CONTEMPLAZIONE":

Si inizia qui con l'elencare le conseguenze, positive e negative, che derivano dalla crescita della mercificazione.

Effetti positivi:

-Il benessere materiale si è esteso anche agli strati sociali più poveri.

-Sono stati velocizzati i trasporti.

-E' aumentato il livello di istruzione e dunque è diminuito l'analfabetismo.

-Il denaro è stato destinato anche al progresso medico-scientifico e per questo sono state sconfitte malattie che, fino alla fine del XIX° secolo, erano incurabili.

Tuttavia, il fatto che l'economia di mercato abbia aumentato la produzione di beni materiali ha comportato anche effetti negativi come la riduzione della disponibilità di risorse non rinnovabili: da fine Ottocento le emissioni biodegradabili hanno iniziato a superare le capacità della biosfera di metabolizzarle. Inoltre, la bellezza di molti paesaggi è stata devastata da un'edilizia residenziale e industriale che ha intossicato l'aria e aumentato l'inquinamento. 

Come ho scritto poco fa, negli ultimi decenni tutte le energie sono concentrate a far crescere il PIL, considerato il principale indicatore di progresso. 

Eppure nel mondo c'è un'impressionante sovrabbondanza di denaro: la quantità di denaro esistente è 16 volte il valore del PIL mondiale (che è, per l'esattezza, 96,51 migliaia di miliardi di dollari).

Nelle società industriali la preoccupazione maggiore degli esseri umani è avere quantità sempre maggiori di denaro, non solo per accrescere il proprio potere d'acquisto ma come valore in sé.

La finalizzazione dell'economia alla crescita deriva dall'arroganza antropocentrica secondo la quale tutte le forme di vita devono rispondere alle esigenze umane.

Ma se non si ridarà alla spiritualità il suo giusto valore non si potrà capire che sono le relazioni con gli altri viventi a definire ontologicamente ogni individuo e a metterlo in connessione con il Tutto.

Sarebbe invece essenziale adottare l'ottica del biocentrismo che si basa sul rispetto per la vita di ogni creatura, umana, animale e vegetale. 

Quindi la superiorità degli esseri umani sugli altri viventi deriva da una responsabilità che può essere affidata solo agli esseri umani, perché si fonda sulla loro capacità di lavorare che gli altri animali non hanno e che gli esseri umani hanno perché sono stati fatti da Dio a Sua immagine e somiglianza.

Prendersi cura della terra con il lavoro è il ruolo che Dio ha assegnato alla specie umana.

Interessante è il capitolo dedicato a San Francesco d'Assisi, santo che ha influito nella formazione del sistema di valori di Pallante.

La missione religiosa di San Francesco è stata certamente caratterizzata da un rapporto di fratellanza con gli esseri umani e con i viventi non umani ma indubbiamente anche connotata da un assoluto rifiuto del denaro:

La Regola che dettò al suo Ordine non consentiva ai frati di ricevere denaro nemmeno in dono quando andavano alla questua. I frati potevano accettare in dono soltanto beni, che nelle campagne del XIII° secolo erano autoprodotti per autoconsumo, perché quei beni incorporano il tempo di lavoro che è stato necessario a produrli e non sono stati prodotti per essere scambiati con denaro ma per soddisfare un'esigenza di chi li ha prodotti. Non sono il dono di una cosa, ma di una parte della vita di chi li dona.

Maurizio Pallante dedica alcune pagine ai concetti latini di munus e donum. Sono sinonimi? O si deve tener conto di una sfumatura di differenza importante?

Spiritualità, dono del tempo, contemplazione è stato scritto nel 2020. 

Il 9 marzo 2020 è iniziato un lockdown totale durato più di due mesi: tutti i locali pubblici erano chiusi e inaccessibili, con l'eccezione delle farmacie e dei supermercati.

Tuttavia, in alcune province lombarde, le fabbriche sono andate avanti fino al 22 marzo:

A Bergamo l'associazione degli industriali ha utilizzato lo slogan "Bergamo is running", per tranquillizzare gli imprenditori esteri in relazioni commerciali con gli imprenditori locali. 
Il denaro ha avuto il
sopravvento sulla difesa delle vite umane, contribuendo a diffondere il contagio. L'immagine simbolo di questa tragedia è una colonna di camion militari che trasportano centinaia di bare dal cimitero di Bergamo, dove i forni crematori non erano sufficienti, ai cimiteri di altre città.

La produttività era più importante della salute... questo in effetti è sconvolgente.

Sembra un periodo ormai lontano questo del lockdowm primavera 2020, eppure sono passati appena tre anni.

Il dono del tempo non può essere confuso con il dono delle cose: quest'ultimo in effetti prevede la mediazione del denaro nei rapporti umani: 

Si pensi a quante feste tradizionali, finalizzate a valorizzare la spiritualità e la solidarietà, come il Natale cristiano, sono state trasformate in occasioni di consumismo insensato e di esaltazione dell'avidità.

C'è una pagina, nelle Avventure di una liceale invisibile, in cui la protagonista riflette proprio su questo aspetto:

Quei festoni già appesi a metà novembre mi rendono un po' perplessa. Il Natale è considerato, dai bambini, dai giovani e dagli adulti una "festa magica"... Anche nelle pubblicità di panettoni e pandori si sente frequentemente l'espressione "la magia del Natale". Ma si tratta soltanto di una sorta di incantesimo di inizio inverno oppure del ricordo della nascita di Gesù? Mi sembra che questa frenesia consumistica trascuri l'aspetto più importante del Natale pur di riuscire a vendere il più possibile della merce!

Nell'ultima parte del saggio si cerca di definire il concetto di "decrescita felice" che può essere realizzata soprattutto riducendo la produzione e il consumo di merci che non sono beni: gli sprechi. Per esempio: l'energia che si disperde dagli infissi, dal sottotetto e dalle pareti nel riscaldamento degli ambienti (almeno i 2/3); il cibo che si butta (almeno il due per cento del PIL); l'acqua potabile che si disperde nelle condutture idriche...

Segue poi una forte critica alla sintesi chimica: la biosfera non è in grado di metabolizzare prodotti che generano gravi forme di inquinamento, proprio come le enormi masse di plastica negli oceani.

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L'umanità è nelle nostre mani non sarà soltanto un libro sull'amicizia, sull'amore, sul dolore, sui momenti di solidarietà e sull'importanza nel credere in se stessi. 

Dovrà costituire anche una presa di coscienza a proposito dei cambiamenti climatici e sull'inquinamento.

«A proposito di mare e di pesci... conosci la Pacific Trash Vortex?».

«No, che cos’è?».

«La più grande chiazza di immondizia del Pacifico! (...)

«Si tratta un'isola fatta di materiali di plastica.

Di tonnellate di plastica».



 

10 febbraio 2023

"Abel- Il figlio del vento": film sulle le relazioni tra viventi

In ricordo di Fumino,

il mio gattino sparito un anno fa, in una notte d'inverno, nei campi.

Era un bellissimo gatto nero.

Era particolarmente intelligente.

Nessun altro gatto lo sostituirà mai.

Nero, il settimo capitolo del libro L'umanità è nelle nostre mani, è dedicato a Fumo e alle sue origini:*Marta, durante una passeggiata nel suo quartiere di periferia, lo trova rinchiuso in una scatola di cartone depositata in un cassonetto. Decide di portarlo a casa e di prendersene cura.

*(Marta è il secondo personaggio più importante della storia dopo Elia. Ma non è questa la sede per approfondire i ruoli di Elia, Marta, Laura e Carlo, le quattro figure giovanili di rilievo nell'Umanità è nelle nostre mani).

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Abel-Il figlio del vento è un docu-film uscito per le sale cinematografiche europee nel 2015. 

Il titolo originale è Wie Brüder im Wind.

E' una storia i cui valori possono far riflettere anche gli adulti, sebbene i contenuti proposti siano prima di tutto rivolti ad un pubblico di pre-adolescenti.

1.INIZIO FILM:

Tutto il film è ambientato in un paesaggio di montagna. I primi minuti inquadrano cime aguzze, rocciose e imponenti di montagne abbracciate da un folto manto di nubi.

La voce narrante non solo accompagna le azioni e le intenzioni dei personaggi ma, ad inizio film, introduce anche l'argomento delle vicende che si stanno per raccontare:

C'era una volta, sulle ali del vento, un'aquila. Questa è la sua storia e quella di un ragazzo. Io vi ho solo preso parte ma in qualche modo è anche la mia storia. Io sono Damzen, il guardiaboschi. Mi prendo cura di tutte le creature selvagge che chiamano queste montagne casa.

Il narratore, che in questo caso è uno dei personaggi della storia ma non coincide con il protagonista, si prefigge di narrare la vita di un'aquila, a partire dal momento della sua nascita.

Poco dopo infatti, la videocamera inquadra un uovo d'aquila che si rompe. Nasce un piccolo aquilotto bianco, in uno stretto spazio d'erba tra due rocce di montagna. E' il più piccolo dal momento che, in quel piccolo spazio di alta montagna, c'è già un altro aquilotto.


2.RAPPORTI GENITORI-FIGLI:

Lukas, figlio del cacciatore Keller, è un ragazzino affascinato dalle meraviglie della natura che lo circonda.

La madre del ragazzino è morta a seguito di un incendio. Questa tragedia ha deteriorato il rapporto di Lukas con la figura paterna.

Già nel film i dialoghi tra esseri umani sono pochi ma, per buona parte della storia, padre e figlio non dialogano, manca la confidenza.

Il guardiaboschi, che intuisce il dolore di entrambi e che vede la mancanza di dialogo, una sera dice a Lukas, a proposito del padre: Il fatto che non parli lo fa già arrabbiare abbastanza. Ma lui non sa riconoscere il suo stesso silenzio.

Keller è un padre che non si sente apprezzato e, una volta rimasto vedovo, si accorge, con un pizzico di rabbia, che suo figlio caratterialmente non gli somiglia e non ha i suoi stessi interessi.

Però sarebbe bene che tutti i genitori ricordassero che i figli non devono essere le loro copie più giovani, tantomeno quindi a loro perfetta immagine e somiglianza.

Probabilmente, nel caso di Lukas e Keller, la figura femminile che da viva era ottima sia come moglie che come madre, faceva da mediatrice tra padre e figlio ed era dunque una figura che promuoveva un clima sereno nel nucleo familiare.

Recentemente ho letto l'articolo di una psicoterapeuta. Le sue frasi mi hanno molto colpita, in particolare una: oggi più che mai sono necessarie donne che insegnino a molti uomini la capacità di narrare se stessi a se stessi.

Sembra uno scioglilingua. In realtà questo "aiutarli a narrarsi di più" significa creare occasioni di dialogo vero, significa sviluppare una ambiente empatico e una capacità di ascolto che possa favorire il desiderio di condividere anche degli aspetti più "scomodi" di sé: ricordi spiacevoli o traumatici, errori fatti con rimpianti annessi, delusione per rapporti di amicizia che non sono evoluti.

Il rapporto tra padre e figlio migliorerà prima della fine del film?

3. PRENDERSI CURA DEGLI ANIMALI:

Come fa Lukas a trovare l'aquilotto Abel? 

Ad un tratto, nel film si vedono i due aquilotti fratelli, non più cuccioli, che litigano nello stesso spazio di nido. L'aquilotto un po' più grande riesce a spingere giù dalla montagna il più giovane che si ritrova, zoppicante, nel bosco.

La mattina dopo Lukas ritrova il piccolo animale rannicchiato su un tappeto di foglie, lo copre con una piccola coperta e lo porta in una casa di legno dove gli costruisce un nido. 

Con la complicità di Damzen, ogni giorno lo nutre, di nascosto dal padre.


In seguito il ragazzino insegna all'aquilotto a volare. 

Ma potrà tenerlo sempre con sé una volta che Abel avrà imparato a spiccare il volo e a realizzarsi nella sua natura di volatile rapace?

Le parole di Damzen alla fine del film risultano molto significative: dare la libertà è essere liberi.

Ad ogni modo fa bene a chiunque prendersi cura di un animale. Penso che questa piccola esperienza faccia o abbia fatto parte di molti di voi che mi leggete.

Per me, prendermi cura di Fumo per una parte del mio percorso accademico magistrale (aveva appena 2 anni quando è scomparso), era anche un modo per sentire meno il peso della mancanza di amici. 

4.UN'ECO BIBLICA:

Una sera Lukas apre la Bibbia sull'episodio di rivalità tra Caino e Abele, i due figli di Adamo. 

Lo colpiscono soprattutto questi versetti:

Un giorno, mentre Caino e Abele stavano parlando insieme nei campi, Caino si scagliò contro Abele suo fratello e lo uccise.

Dopo la lettura di questo episodio, unita ad un'incredibile capacità di intuizione, Lukas decide di chiamare l'aquilotto Abel: in effetti pensa che Abel sia stato gettato da un nido di aquile situato in alta montagna in seguito ad una lotta tra fratelli.

Chi è esperto di ambienti montani sa che, in un nido d'aquila condiviso da almeno due aquilotti fratelli, prima o poi avviene una battaglia in cui l'aquilotto più forte caccia il/i più deboli o i più giovani.

5. DIFFERENZE CON "HATCHIKO-IL TUO MIGLIORE AMICO":

Abel- Il figlio del vento e Hatchiko-Il tuo migliore amico sono due film profondamente differenti, sebbene siano entrambi relativi al rapporto tra esseri umani e animali.

Insomma, il tema dei due film è lo stesso ma i personaggi e i luoghi sono molto diversi.

Hatchiko è un cane fedelissimo a Parker, docente universitario di musica, marito tenero e padre protettivo. Hatchi è così fedele che, per nove anni dopo la morte improvvisa e drammatica del padrone, tutti i giorni si reca al piazzale della stazione per attenderlo, in ogni stagione e con qualsiasi tempo, anche se ha capito che Parker non scenderà mai più dal treno.


Il giovanissimo Lukas è il protettore e l'insegnante di volo di Abel. 

Il film su Hatchiko, basato su una vicenda realmente accaduta, è ambientato negli Stati Uniti anche se, come potrete intuire riflettendo un minuto sul nome del cane, la storia vera è ambientata in Giappone, a Shibuya, nella prima metà del secolo scorso. 

Hatchi era infatti un cane di razza Akita, fedelissimo al padrone Hidesaburo Ueno, agronomo e professore universitario a Tokyo. 

Di fronte alla stazione di Shibuya c'è una statua dedicata ad Hatchi per onorare la sua fedeltà.

Abel-Il figlio del vento è ambientato in Austria. In questo film le immagini documentaristiche sono di alto livello, in particolare, quando inquadrano i paesaggi innevati.


2 febbraio 2023

"Ex Cathedra"- Lino Cattabianchi:

Lino, amico di famiglia e insegnante in pensione, ha finora pubblicato tre piccoli volumi che raccolgono tutti gli articoli scritti e pubblicati su Verona Fedele negli ultimi tre anni per due volte al mese.



Sto per recensire nove articoli tratti dal terzo volume di Ex Cathedra (anno 2022).

0- ALCUNE NOTIZIE BIOGRAFICHE DI LINO:

Da sempre cittadino di Pescantina, ha conseguito la maturità classica, ha frequentato la facoltà di Lettere a Padova dove si è laureato nel 1977 con una tesi in Letteratura Cristiana antica intitolata Povertà e ricchezza nel De Officiis di Sant'Ambrogio.

Nel maggio 1978 è iniziata la sua carriera di docente. Per otto anni è stato supplente alle scuole medie. Dopo aver superato il concorso e dopo aver insegnato per un anno in una scuola professionale si è stabilito per trent'anni all'ITC "Calabrese" di San Pietro in Cariano.

Dal 1994 collabora con alcune testate giornalistiche della provincia (L'Arena, Verona Fedele, Verona Sette, L'Altro Giornale).

Nel 2018, anno della pensione, è stato nominato Cavaliere della Repubblica dall'Onorevole Mattarella.

Tutti e tre gli Ex Cathedra contengono sia articoli autobiografici sia dei brevi resoconti su argomenti storici, letterari o della politica del passato.

Per ragioni di spazio e di chiarezza espositiva, in questo post riporterò alcune parti dei nove articoli che ho selezionato, accompagnate da alcune riflessioni personali e da qualche riferimento agli altri due Ex Cathedra.

1-PAOLINO:

Si chiamava Paolino e tra tutti i miei compagni di giochi era quello più riconoscibile. D'estate, con i pantaloncini corti le differenze erano evidenti: i suoi polpacci erano più rotondi dei nostri e anche il suo modo di camminare era diverso. A scatti, come in un corpo che segue degli impulsi elettrici.

(...) Non c'era ancora Telethon, la maratona televisiva lanciata nel 1965 da Jerry Lewis in America e poi là diffusasi nel mondo, che consentì una raccolta di fondi per la ricerca e permise alle famiglie di uscire allo scoperto, rivendicando il diritto alla salute e ad una vita dignitosa per i figli e le figlie. La prima di Telethon in Italia fu nel 1990, grazie a Susanna Agnelli. La ricerca progredì da allora e molti passi avanti hanno consentito un deciso allungamento e miglioramento delle condizioni di vita dei pazienti colpiti da distrofia muscolare. 

Tutto questo dopo che Paolino, ormai consumato dalla malattia, morisse senza aver vissuto. Senza che la sua giovinezza fosse piena, ricca di sogni, di progetti, di incontri come deve essere quella stagione irripetibile.

Questa conclusione dell'articolo mi riporta immediatamente al finale di A Silvia: all'apparir del vero tu misera cadesti. Teresa Fattorini da un lato, Paolino dall'altro. Due giovinezze stroncate da due malattie: nel primo caso la tubercolosi, nel secondo invece la distrofia muscolare.

Dopo aver letto integralmente l'articolo mi sono chiesta: dov'era la Chiesa? Quanto è stata vicina ai genitori di Paolino e a Paolino stesso? Tempo fa i sacerdoti erano più sensibili alle sofferenze di famiglie come questa?

Per caso ieri sera mi è capitato tra le mani il numero del dicembre 2022 di "Vita Pastorale". Ho letto con piacere due articoli piuttosto estesi che si riferivano alla Chiesa piemontese, in particolare, alla Chiesa della diocesi di Torino e di Cuneo, molto attente ai problemi sociali e al dialogo con poveri e giovani. Ma nel 95% dei casi povero e giovane sono sinonimi comunque. 

Ho pensato all'episodio del cieco nato. I discepoli, altamente condizionati dalla mentalità giudicante e "fariseista" dell'epoca, chiedono al maestro: Chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?

Tuttavia per Gesù non c'è consequenzialità fra malattia e peccato. C'è soltanto comprensione per il cieco nato.

2-DINO LIMONI:

Dino Limoni è stato il sindaco democristiano di Legnago dal 1951 al 1957, eletto poi  deputato della Repubblica Italiana dal 1958 al 1963 e senatore fino al luglio 1976.

Attraverso le frasi che sto per riportare, è chiaro come l'attività politica di Limoni sia stata sempre finalizzata al perseguire il bene comune attraverso importantissime iniziative edilizie, culturali e attraverso la promozione della sanità e della scuola.

Figura di spicco della politica legnaghese, Limoni si era formato
studiando al ginnasio-liceo "Cotta" (...). Ottenuta la licenza liceale si iscrisse alla Facoltà di Lettere all'Università di Padova nel 1933/34 e si laureò nel 1937. Contemporaneamente iniziò a insegnare presso l'Istituto Magistrale canossiano fino al 1940 quando passò al Cotta, docente in ruolo di materie letterarie. Due passioni che lo accompagnarono per tutta la vita: la carriera politica e l'insegnamento. Eletto sindaco nel 1951 fu alle prese coi gravissimi problemi della ricostruzione di Legnago, pesantemente colpita dai bombardamenti durante la guerra, "una città distrutta, prostrata, ridotta ad un allucinante cumulo di insanguinate macerie", sono parole sue.

Tra le opere di ricostruzione Lino ricorda la restaurazione e l'inaugurazione del teatro Salieri.

Si impegnò sempre per dotare Legnago, in piena espansione, di strutture adeguate e l'inaugurazione del nuovo ospedale, nel 1969...

Sul piano nazionale Limoni si impegnò, con una costante presenza sul territorio, per la scuola, contro il divorzio e la pornografia.

3- I RECUPERANTI DELL'UMANITA':

I recuperanti erano soprattutto uomini e bambini che erano partiti per raggiungere le montagne con picconi e badili in modo tale da recuperare materiali che potevano essere rivenduti, fusi o riutilizzati (rottami, rame, ferro).

Questo articolo risale all'aprile 2022, quando, a guerra iniziata (non è solo un conflitto fra ucraini e russi ma è una guerra internazionale), Lino decide di riprendere in mano la trilogia dell'Altipiano di una autore da lui conosciuto e molto apprezzato: Mario Rigoni Stern. 

Il terzo romanzo della trilogia si intitola Le stagioni di Giacomo. In quest'ultimo breve romanzo, che sposta il racconto fin verso gli anni della seconda guerra mondiale, Rigoni si ferma a constatare che l'economia dell'Altipiano fu pesantemente condizionata dalla guerra (la prima) con l'attività del recupero. (...) L'Italia aveva un gran bisogno di metalli per fabbricare armamenti. Quattro volte al giorno il trenino a cremagliera scendeva in pianura con tre vagoni scoperti carichi di rottami che nelle fonderie venivano rifusi per preparare altre armi, altre munizioni.

Qualche richiamo alla trilogia dell'Altipiano è presente anche in Ex Cathedra I, quando Lino rivela di aver avuto uno scambio epistolare con Rigoni Stern: 

La lettura di Rigoni Stern mi proiettava direttamente dentro il suo mondo in un rapporto intimo con la natura e la sua essenza profonda. Gli scrissi che i suoi cieli erano quelli di Puskin, della letteratura russa, che il suo era uno sguardo casto, puro sul mondo degli uomini e sul creato, un modo reale di conoscenza dell'Altro.

Bellissimo, ad ogni modo, è il finale di questo articolo: ai reduci di guerra non rimane che recuperare le tracce del passato, brandelli di un'umanità da ricostruire.

Istintivamente questa frase conclusiva mi riporta alla lontana estate 2009 quando, dopo il disastroso terremoto in Abruzzo, i cantanti italiani si sono riuniti per comporre e cantare Domani, come segno di solidarietà verso gli abruzzesi colpiti. Anche in questo caso c'erano "brandelli di umanità da ricostruire".

Ma domani, domani, domani lo so. Lo so che si passa il confine. E di nuovo la vita, sembra fatta per te e comincia domani.

4-GIOVANI E DISAGIO:

Ecco l'esordio di questo articolo: 

Non vogliono più vivere in una società fatta come questa: se si parte da qui, per quanto la cosa sia veramente ai limiti del possibile, si può cercare di capire perché dei ragazzi adolescenti, che vivono a Verona e in provincia, scelgano di auto-eliminarsi, come hanno raccontato le cronache recenti e dopo un intervento di un gruppo di docenti che hanno usato i social per attirare l'attenzione sul problema.

Un problema che è come un pugno nello stomaco e che, da educatore, per tanti anni tra i ragazzi, anch'io ho dovuto affrontare in qualche occasione.

Che genere di società è la nostra? Indubbiamente è frenetica, consumistica, globalizzata. E' sicuramente una società in cui di rado ci si rende conto del peso delle parole. E, tra i più giovani, è una società che genera diversi modi di reagire a un senso di forte insoddisfazione causata o dalla noia, o da un vuoto esistenziale oppure dall'ansia di vivere e di continuare a competere con gli altri: gli hikikomori, bardati tra le mura della cameretta tutto il giorno e 24/7, e, a mio avviso, i giovani e le giovani che accettando di arruolarsi volontari per combattere in Kurdistan per sposare la causa dei curdi contro l'ISIS.

5-BIBLIOTECA:

Questo articolo racconta come, nel maggio del '76, a Pescantina sia stata istituita la biblioteca comunale, con il sostegno sia dell'allora vicesindaco Angelo Marchiori sia di Lorenzo Calabrese, dapprima docente, poi assessore allo sport e alla pubblica istruzione e infine preside di una scuola media.

Lino ricorda con una sottile e intellettuale ironia il suo coinvolgimento in questo progetto:

Fu indetta una riunione, ci andai e, siccome tutti sapevano che ero iscritto a Lettere a Padova, mi ritrovai ad essere come il monello Franti della famosa pagina del libro "Cuore" di De Amicis... "Tutti si voltarono a guardar Franti. E quell'infame sorrise".

Bellissimo che un gruppo di persone di un paese abbia desiderio di realizzare un progetto di scambio culturale.

Un articolo che si sarebbe dovuto diffondere soprattutto tra i giovani in età universitaria o in fase di formazione accademica per ricordare loro che è fondamentale aderire ad occasioni di formazione umana, sociale e culturale.

6- NONNI A DISTANZA:

E qui Lino ci parla delle sue nipotine. 

Quindi per forza non mi resta che spiegarvi la multiculturalità della sua famiglia cosmopolita. Lino è sposato con Maria Teresa, maestra di matematica alle scuole primarie ora anche lei in pensione. 

Hanno avuto due figli: Laura vive in Francia con uno spagnolo, Guido invece vive a Los Angeles ed è sposato con Kelly, cittadina americana di origini sud-coreane. Guido e Kelly sono genitori di due bambine: 

Sono due bambine che ci hanno riempito la vita. Le nostre nipotine americane. Vivono a Los Angeles, a quasi 10mila Km di distanza. (...) ci vediamo alle quattro del pomeriggio, online, quando si svegliano per andare all'asilo. Sono due bimbe molto vivaci, hanno la forza e l'intelligenza per intuire che dietro lo schermo del pc o dello smartphone ci sono due persone ormai anziane che darebbero non si sa cosa per poterle abbracciare. Nonni a distanza: ecco, questa è la nostra condizione attuale. Non diversa, a quello che sento in giro, da quella di molti altri nonni che hanno figli all'estero e devono fari i conti con aerei, fusi orari, stagioni e tempi diversi dai nostri. (...) Il mondo virtuale non riempie la necessità del contatto: sembriamo ombre che si cercano, ma non arrivano a stringersi e quando questo potrebbe accadere, l'abbraccio, come nei racconti di Omero e Virgilio, cade nel vuoto.

In Ex Cathedra II la questione degli abbracci in tempo di pandemia e nelle relazioni a distanza è piuttosto rilevante ma gli abbracci negli affetti familiari compaiono in un articolo dedicato ai principali eroi dell'epica classica. Riporto soltanto alcune frasi:

Nell'Odissea, nell'XI° libro, Ulisse, sceso nel regno dei morti incontra la madre Anticlea che, dopo aver bevuto il sangue, gli rivela la sorte di Itaca, di Penelope, Telemaco e del padre Laerte... "Tre volte mi protesi in avanti, ad abbracciarla, ma mi spingeva il cuore, tre volte mi sfuggì dalle mani, simile ad un'ombra o a un sogno.


(...) Nel regno dei morti l'abbraccio non riesce, non si concretizza, le braccia, deluse, ricadono.

7- I "PROMESSI SPOSI", GRANDE TEATRO DELLA VITA:

Lino introduce il tema dell'articolo dichiarando come l'eredità di questo egregio autore della nostra tradizione letteraria sia contestata anche da personaggi di rilievo nel panorama del dibattito culturale del nostro secolo. Riporta dunque l'intervento del filosofo Galimberti: "Siamo stati educati malissimo. Io sono del parere per esempio che bisogna far smettere di leggere ai ragazzi i Promessi Sposi. Perché, cosa succede? E' un romanzo bellissimo, scritto in maniera folgorante, una grande letteratura, ma non puoi dare ad un ragazzo, ad un ginnasiale, il messaggio che quello che conta lo fa la Provvidenza e tu non conti un tubo. Ma che discorsi sono questi? Tu conti nella misura in cui agisci nel mondo e nella storia!".

Come controbatte Lino? Ammette prima di tutto che l'opera di Manzoni è complessa anche se combina elementi narrativi scontati come il rapimento di una ragazza. Ma, è la complessità del contesto il dato che rende unica la tessitura dei "Promessi Sposi", a buona ragione indicato come il romanzo fondativo della nostra letteratura.

Non si tratta di un romanzo soltanto imperniato di moralismo cattolico. 

Le azioni dei personaggi, per quanto semplici e individuali, sono connesse al contesto del loro ambiente e della loro realtà: nessuno agisce da solo, nemmeno Don Rodrigo, che morirà nella solitudine più cupa. La sua morte, nella complessità della peste e del mistero del male, è il suggello dei Promessi Sposi, la misura della tragicità della vita. Ne era ben consapevole il Manzoni che, dopo queste vicende, fa assumere alla storia un tono leggero, quasi da commedia, che riporta tutto a misura nel gran teatro della vita.

8- COMPAGNI DI SCUOLA:

In questo articolo si ripercorrono le esperienze di amicizia vissute nei vari cicli scolastici. D'altronde, che cos'è la vita se non un sentiero che incrocia altre strade?

Cominciamo dalla scuola materna, l'Asilo san Luigi, quello delle suore del Cottolengo, vista Adige (...) Col Fiamma e il Recia eravamo
inseparabili: mentre aspettavamo le nostre mamme alla fine dell'orario, le suore ci mandavano in soffitta a prendere la segatura  per le pulizie dei pavimenti. Era un segno di stima che ci valorizzava fin da piccoli: cooperare al bene comune, anche con un secchiello di segature.

Certo, si comincia da piccole azioni quotidiane per interiorizzare il senso civico.

Nel corso del testo Lino ricorda anche alcune figure di insegnanti che sono state particolarmente significative.

Molto positiva la figura della professoressa Giovanna Andreoli:  bravissima come poche, aristocratica nel tatto, finissima nel sentire: sapeva guardare oltre le nostre povere realtà.

Si tratta di una professoressa che scommette tecitamente sul futuro dei suoi allievi. 

9-EUGENIO CORTI:

Fu uno scrittore di successo, ma, di fatto, ignorato dalla critica ufficiale.

In effetti è un autore sconosciuto: non compare nelle antologie scolastiche o universitarie e non ho mai trovato i suoi romanzi in libreria.

Due sono le opere principali di questo autore ignorato dalla critica letteraria: Gli ultimi soldati del re e Il cavallo rosso.

Ho un po' approfondito i contenuti di quest'ultimo romanzo ambientato in Brianza. I personaggi principali sono i membri della famiglia Riva, Gerardo è il pater familias di indole simile al padre dell'autore. Questo libro comprende un arco temporale che va dalla seconda guerra mondiale al 1974, quando è stata introdotta la legge sul divorzio.

Lino ha conosciuto Eugenio Corti nel giugno 1994. Gli ha chiesto quali erano le linee fondamentali della sua narrativa e così si è sentito rispondere: Tendo al bene. (...) Il mio lavoro si sostiene tra due colonne: una è l'aderenza assoluta alla verità, l'altra è la bellezza. Ogni pagina, se possibile, dev'esserne traboccante."

C'è un romanzo, uscito nel 2004, che presenta a mio avviso un connubio tra verità e bellezza. E' After Dark di Haruki Murakami. E' l'unico romanzo bello di Murakami, l'unico degno di attenzione.

In After Dark, romanzo ambientato di notte in una società ormai globalizzata e digitale, la verità può anche essere cruda, come dimostra l'episodio dell'aggressione ad una prostituta cinese oppure drammatica, fatta di alienazione, di dipendenza da internet, da drammi di vissuto personale con i quali alcuni personaggi convivono.

Però in After Dark c'è anche la bellezza, rappresentata soprattutto dal giovane Takahashi, la figura più intelligente e più matura del romanzo. E la bellezza, commovente, dell'abbraccio finale, all'alba del nuovo giorno, tra Mari ed Eri, due sorelle in competizione da anni.

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Il 2023 per me si è aperto con la precarietà lavorativa, l'incertezza sul futuro e uno stato d'animo di leggera frustrazione. Ho come la sensazione che questo sarà un anno comunque intenso e impegnativo, soprattutto a partire dalla seconda metà.

Fa bene, in un periodo un po' complicato e incerto, caratterizzato anche da ansia, leggere e rileggere gli articoli di Lino, un uomo che ha fatto strada, dotato di una grande ricchezza umana e di una cultura vastissima, che si è realizzato sia affettivamente sia nella sua professione, svolta sempre con impegno, zelo e passione, proprio come hanno sottolineato alcuni suoi alunni: Tu per noi come Virgilio per Dante.