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26 luglio 2021

"Lo Hobbit", J.R.R. Tolkien, pt.2 + una riflessione iniziale sul film "Il Ritorno del re":

Prima di continuare a trattare le creature presenti in questo romanzo di Tolkien vorrei esporvi una breve riflessione sul terzo film della saga del Signore degli Anelli

Vi rimando qui sotto al link che riguarda la prima parte della recensione dello Hobbit:

https://riflessionianna.blogspot.com/2021/07/lo-hobbit-j-rr-tolkien-pt1-una.html

Avevo concluso la prima parte con Gollum e ora, grazie al Ritorno del re, riparto da Gollum per poi continuare con il popolo degli elfi silvani, Smaug e Thorin.

"IL RITORNO DEL RE":

Questo terzo film è, a mio avviso, una mezza via tra il fantasy e l'horror. Si parte proprio con la storia di Smeagol/Gollum. 
Per impossessarsi dell'anello Smeagol ha ucciso. E, proprio come Caino nell'Antico Testamento, viene maledetto e dimentica, con il passare del tempo, tutto ciò che conta per davvero, persino la sua identità originaria. Si imbruttisce, è completamente solo, trascorre i secoli nelle profondità di una caverna fredda e scura. E si sviluppa la sua doppia personalità... Doppia senza ombra di dubbio, ma Gollum, che è la parte avida, viscida, infida e malvagia riesce sempre ad avere la meglio su Smeagol. 

Quando vedo Gollum penso ad una frase che Dio rivolge a Caino, poco prima che quest'ultimo uccida Abele: se non agisci bene, il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo istinto, ma tu dòminalo. (Genesi, 4, 7)


Ritornerò su questa frase in un futuro prossimo quando svolgerò la recensione di un romanzo di Forster intitolato Passaggio in India. Io lo sto terminando in lingua originale senza problemi: d'altra parte sono al livello B2 riconosciuto da un insegnante di madrelingua inglese. 
Secondo me una buona traduzione in italiano di Passaggio in India sarebbe una lettura adatta a Don Diego, alla sua immensa sensibilità e alla sua vasta cultura. Magari lo ha già letto o magari ha visto il film (io non riesco a reperire il film, neanche in streaming. Secondo certi siti sarei troppo esigente visto che cerco un film "vecchio" della metà degli anni '80. Vecchio... Diciamo non recente).  
In questo romanzo di Forster ci sono delle tematiche complesse: l'India multiculturale, il rapporto fra britannici e indiani, l'amicizia, la questione del male, la fede in Dio, il contrasto male/bene. C'è anche una valenza simbolica del paesaggio. Ma vi illustrerò tutto questo fra una dozzina di giorni circa.

Tornando a Gollum: Gollum si fa irretìre dal male. E, nel terzo film della saga, divide in modo diabolico Sam da Frodo: tanto per cominciare non li porta verso Mordor ma li fa arrampicare faticosamente su una montagna rocciosa e scura, nella quale dimorano ragni giganti e velenosi. Si può affermare che li porta in malora. Una notte, mentre i due hobbit dormono, Gollum sparge le briciole del pane elfico sul cappotto di Sam e butta giù i panini dalla rupe, per poi convincere Frodo che Sam "ha mangiato tutto il pane mentre tu dormivi". Gollum riesce a separare per un po' i due grandi amici. 
Ve l'ho scritto anche poco prima della metà di questo mese: Gollum purtroppo è intelligente. Certo, non ha l'intelligenza dei laureati magistrali in Fisica, ma ha l'intelligenza dell'insidia: per questo non è assolutamente possibile redimerlo. Ed è cattivo fino alla fine, quando gode nel vedere Frodo intrappolato in una ragnatela filamentosa e quando, arrivati sulla cima del Monte Fato, cerca di strappare a Frodo l'anello. Ma Frodo vince la lotta e, nella lava incandescente ci finiscono proprio Gollum e l'anello. 
Il giovane hobbit, sfinito e ferito, ha compiuto la sua missione


Sapeste quante parodie (anche grossolane) sono state fatte su Youtube a proposito di Gollum... Sapeste quanto è preso in giro, lo scheletro ambulante. 
...Lo hanno preso parecchio in giro anche dopo le mie scenette al minigrest, veramente... Bambini e animatori compresi.
Come fa un personaggio fantastico di una trilogia a farmi schifo e al contempo pena??! Credo di essermi data la risposta: per poco più di cinque secoli è solo, al buio, al freddo e senza possibilità di interazioni esterne. La sua è una maledizione e una condanna: interagisce soltanto con se stesso, con il suo doppio, e rigira tra le mani un anello, lodandolo continuamente come un tesoro di sua esclusiva proprietà. Ma che razza di vita è mai questa??

Frodo adotta i miei stessi comportamenti nei momenti difficili e di "stress psico-fisico": si fida di chi non dovrebbe fidarsi, si fa qualche paranoia sulle persone che gli vogliono veramente bene, si ostina a vedere il buono e il positivo laddove non ci sono, talvolta manifesta delle punte di fragilità, di individualismo e di orgoglio nel suo modo di parlare: arrivati in cima al Monte Fato, Sam lo incita a buttare il pericoloso anello e come risposta riceve un "l'anello è mio". Poi però arriva Gollum. Nel lottare con l'homo habilis tolkieniano, Frodo si rende conto di dover assolutamente gettare via l'anello. 
Quando l'anello sprofonda nella lava, la lotta delle forze del bene contro Sauron (=che è simbolo del male assoluto) termina. 

Il potere di Sauron è debellato e inizia una nuova Era, nella quale i tre amici hobbit di Frodo continuano a vivere. Frodo no, non riesce, dopo l'indicibile fatica, a godere della vita quotidiana e tranquilla. Osserva le vite degli altri, senza esser più capace di aderire e di partecipare appieno alla sua. E io? Osservare e pensare è sempre stato il mio forte. Osservo tutto ciò che viene a contatto con i miei occhi, interiorizzo tutto. Interiorizzare è una risorsa: rende sensibili, empatici, riflessivi. Ma al contempo è un limite: significa proteggere la componente emotiva con una corazza fatta di ragione, timidezza, introversione, isolamento. È la "corazza del non detto", come la chiamo io. Potrò mai guarire da qualcosa che è la mia più grande risorsa ma al contempo il mio principale limite?

Io ho l'impressione che, mentre per Sam, Merry e Pipino il viaggio al di fuori delle Contee hobbit sia stato un percorso di formazione dal quale ritornare più svegli, più maturi e più consapevoli delle proprie risorse interiori, per Frodo invece, portatore dell'anello, il viaggio a Mordor è consistito non soltanto nello scampare ai pericoli (=più volte il nipote di Bilbo vede la morte in faccia) ma anche nel resistere alla tentazione del male e nel non cedere ai desideri mondani di potere, ricchezza, gloria. Potere, ricchezza: di questo l'anello è simbolo. 
Toccante è il momento in cui Frodo parte verso l'Occidente con Bilbo e Gandalf dalla Terra di Mezzo, con una nave. Credo sia una specie di morte con conseguente viaggio nell'Aldilà, per questo Sam piange come una fontana quando lo vede partire, dal momento che intuisce che non lo rivedrà più. 


Ma ora ritorniamo allo Hobbit e, precisamente, agli Elfi e al Bosco Atro. Nel primo post mi ero focalizzata su Bilbo, i Troll e Gollum. Queste figure si trovano nei primi cinque capitoli dell'opera. Il Bosco Atro e gli Elfi riguardano invece l'ottavo capitolo. Poco prima di addentrarsi nel bosco, Bilbo e i nani incontrano Beorn, un solitario che sa trasformarsi in orso e che si rivela di grande aiuto per i nostri protagonisti, visto che li mette in guardia dai pericoli del Bosco Atro.
Soltanto questo appunto etimologico vorrei segnalarvi a proposito di Beorn: che in epoca medievale "beorn" significava "uomo". Tuttavia, il nome di questo personaggio rimanda anche all'inglese contemporaneo bear, "orso", e all'antico norvegese björn.

4) IL BOSCO ATRO E GLI ELFI: 

Il Bosco Atro è un luogo buio, triste. I sentieri sono molto stretti. Ed è decisamente un luogo inquietante, dove le ragnatele si estendono da un albero all'altro, dove gli scoiattoli corrono impauriti, dove alcuni alberi presentano delle foglie annerite.

Benché non facesse ancora freddo, di notte provarono ad accendere fuochi, ma ben presto vi rinunciarono. Sembrava che attirassero centinaia e centinaia di occhi tutt'intorno a loro, sebbene quegli esseri, qualunque cosa fossero, badassero a non mostrare i loro corpi alla luce tremolante delle fiamme. 
(...)
Andò avanti così per un periodo che allo hobbit sembrò durare all'infinito; tra l'altro aveva sempre fame, perché erano molto cauti con le provviste. Nonostante ciò, con il passare dei giorni e la foresta che pareva sempre identica, cominciarono a preoccuparsi.


Nelle Due Torri ci sono gli alberi parlanti e ambulanti che aiutano elfi, nani e uomini a sconfiggere Saroman, una specie di Bolsonaro della fantasia di Tolkien, visto che distrugge la natura e le foreste.

Ma, uno degli aspetti più interessanti e più affascinanti di questo capitolo dello Hobbit è proprio il ruscello Incantato:

Avevano anche sete, perché nessuno aveva molta acqua e per tutto quel tempo non avevano visto né una fonte né un ruscello. Era questo il loro stato quando un giorno trovarono il sentiero interrotto da un corso d'acqua. Scorreva veloce e turbinoso; ma non era molto largo; era nero, o tale appariva nella penombra.

Bombur, uno dei tredici nani della spedizione, cade accidentalmente in acqua e rimane addormentato per giorni:

Quando lo distesero al suolo era già profondamente addormentato, e una mano stringeva la corda con tanta forza che non riuscirono a strappargliela via; e profondamente addormentato rimase nonostante tutti i loro tentativi di svegliarlo.

Nelle leggende celtiche il Fiume Incantato è molto comune: nella storia irlandese di San Brendano (scritta probabilmente nel V secolo d. C.), quando il santo e i suoi frati approdano su un'isola mediante una barca, trovano un fiume che attraversa quel piccolo pezzetto di terra. Tutti bevono le sue acque tranne Brendano. I frati cadono addormentati o intorpiditi dal sonno.


Una volta superato l'ostacolo del Fiume Incantato, i nani e Bilbo continuano a percorrere la foresta fino a raggiungere una radura ricavata dall'abbattimento di alcuni alberi. Proprio lì si tiene un banchetto elfico:

Nella radure c'era una gran folla- elfi, a giudicare dall'aspetto: tutti vestiti di verde e marrone, seduti in un gran cerchio su sedili ricavati da tronchi segati. C'era un fuoco nel mezzo, e torce erano assicurate agli alberi tutt'intorno, ma la cosa più bella da vedere era che mangiavano, bevevano e ridevano allegramente. Il profumo degli arrosti era così incantatore che, senza aspettare di consultarsi tra loro, Bilbo e i nani balzarono verso il cerchio, col solo proposito di elemosinare cibo. Ma appena ebbero messo piede nella radura, tutte le luci si spensero come per magia. (...) Improvvisamente sperduti in un'oscurità totale, per un certo tempo non riuscirono nemmeno a trovarsi l'un l'altro.

La scena appena delineata da Tolkien rimanda ad una poesia, scritta da Francis Thompson alla fine del XIX° secolo, che si intitola Sister Songs: an Offering to Two Sisters":  in questo caso il poeta vede prima un solo Elfo in una radure e poi sciami di Elfi che cantano e ballano ma, non appena l'autore genera un rumore, gli Elfi fuggono. Da studente presso l'Università di Oxford, Tolkien nutriva grande ammirazione per i componimenti di Thompson, ricordato soprattutto per poesie di argomento mistico o religioso.
Nell'ottavo capitolo si narra anche la battaglia fra Bilbo e i ragni giganti che imprigionano, con i fili delle loro ragnatele, i nani. Pensate che Michael, primogenito di Tolkien, aveva un vero e proprio terrore dei ragni. 

I nani però vengono imprigionati dagli Elfi Silvani, mentre si avvicinano ad un altro miraggio dei loro banchetti. Bilbo non viene catturato: indossa l'anello che lo rende invisibile. Grazie alla sua invisibilità trova le chiavi delle prigioni, libera Thorin e i nani e suggerisce loro di nascondersi in alcune botti vuote in modo tale da percorrere un fiume che li porta alla Città del Lago, città degli uomini. Bilbo e i nani vengono accolti molto cordialmente presso questa città, dal momento che gli uomini sperano in un aiuto per poter sconfiggere il drago Smaug.

5) LA MONTAGNA SOLITARIA E SMAUG:

Facciamo un salto al dodicesimo capitolo. Smaug dimora all'interno della Montagna Solitaria. Bilbo entra all'interno della Montagna e trova Smaug addormentato sopra una montagna d'oro. In cima alla montagna c'è l'Arkengemma, gioiello per il quale Thorin impazzisce. Ad ogni modo, Bilbo riesce a rubare una coppa mentre Smaug dorme:

Rimase a fissarlo per quello che gli parve un secolo, poi, quasi contro il proprio volere, cominciò a strisciar fuori dall'ombra della porta, lungo il pavimento e fino al bordo più vicino dei mucchi del tesoro. Sopra di lui giaceva il drago addormentato, atroce minaccia persino nel sonno. Bilbo afferrò una coppa a due manici, la più pesante che potesse portare, e lanciò un'occhiata timorosa verso l'alto. Smaug scosse un'ala, aprì un artiglio, il rombo del suo russare cambiò di tono. Bilbo fuggì. Ma il drago non si svegliò; non ancora: scivolò in altri sogni di avidità e violenza (...)

Da dove Tolkien ha tratto ispirazione per questo episodio del furto della coppa? Da una poema alto-medievale in antico inglese intitolato Beowulf. Anche nel Beowulf c'è un drago che per trecento anni ha fatto la guardia ad un immenso tesoro. Un uomo che cerca di guadagnarsi la stima del Signore per il quale è a servizio ruba una coppa d'oro dal tesoro del drago. Il punto è che questo drago, proprio come Smaug, quando si risveglia si accorge di essere stato in parte derubato e, nottetempo, sputa fiamme sulla città del Signore e uccide un gran numero di persone. All'alba ritorna al suo posto di guardia.

Tolkien era attratto dai draghi. La sua prima storia fantastica, scritta quando aveva 7 anni, parlava di un drago verde. A metà degli anni '60, in un'intervista, aveva dichiarato:

I draghi mi hanno sempre attirato come elemento mitologico. Mi sembravano in grado di riunire in se stessi tanto straordinariamente bene la bestialità e la malevolenza umana e anche una specie di perversa saggezza e di sagacia...

Due capitoli dopo il furto di Bilbo, Smaug plana sulla città degli uomini. Sono al punto che precede la Battaglia delle Cinque Armate:

Il drago planò ancora una volta e, mentre virava e si tuffava giù, il suo ventre brillò di luce bianca per lo scintillìo delle gemme sotto la luna, tranne che in un punto. Il grande arco vibrò. La freccia nera schizzò via dalla corda, puntando dritta all'incavo scoperto sulla sinistra del petto, dove la zampa anteriore si era scostata dal corpo. Lì si conficcò e penetrò tutt'intera, punta, asta e piuma, tanto violento era il suo impeto. (...) Cadde tutt'intero sulla città. I suoi ultimi spasmi la ridussero ad un cumulo di scintille e braci roventi. Il lago la invase ruggendo. Un'enorme massa d'acqua si sollevò, bianca nell'improvviso buio sotto la luna. Ci fu un sibilo, un vortice ribollente, e poi silenzio.

*planò= il verbo to glide significa "volare planando" e deriva dall'inglese medievale glida.
*braci roventi= Nel romanzo di Tolkien c'è un arcaismo per questa espressione italiana, ovvero, glede, che in origine significava "carbone, tizzone ardente". Glede appare più volte nel Beowulf.

Alcune somiglianze e differenze tra libro e film:

-In entrambi c'è Gollum con la conseguente gara degli indovinelli.
-In entrambi i casi compare Beorn.
-Nel libro c'è la battaglia tra gli enormi ragni e Bilbo, che riesce infine a liberare Thorin e i nani catturati e legati dai ragni. Nel film Un viaggio inaspettato la battaglia dei ragni è omessa, perché la si trova, a quanto pare, nel secondo film La desolazione di Smaug.
-Galadriel, dama elfica, è assente nello Hobbit, ma c'è invece nel film Un viaggio inaspettato ed è portatrice di un messaggio edificante e universale. Galadriel è presente anche nella saga del Signore degli Anelli.
-I contenuti del film Un viaggio inaspettato non prevedono i "miraggi" dei banchetti elfici.
-Nel film, largo spazio viene dato ai Lupi Mannari e agli Orchi, sia ai Goblin sia agli orchi comandati dal perfido Azog.
-In Un viaggio inaspettato Smaug viene soltanto menzionato. Non compaiono né l'episodio del furto della coppa né il successivo dialogo fra Bilbo e Smaug.
-Nel romanzo, Beorn ricompare, trasformato in orso, per terrorizzare gli Orchi nella Battaglia delle Cinque Armate. Non ricordo questo particolare nel film. Forse c'è, forse no, potrei sbagliare.

6) LA BATTAGLIA DELLE CINQUE ARMATE:

La Battaglia delle Cinque Armate consiste in due schieramenti: da una parte ci sono Uomini, Elfi e Nani, aiutati da Gandalf e dal guerriero Bard, dall'altra invece gli Orchi e i Lupi Mannari.
È un qualcosa che mi ricorda gli schieramenti del secondo conflitto mondiale (Tolkien è sopravvissuto ad entrambe le guerre, ma questo lo vedrete nel prossimo post, quando tratterò la vita di questo geniale intellettuale inglese): da una parte inglesi, russi, francesi e americani, dall'altra gli eserciti di Hitler e di Mussolini. 
Uomini, Elfi e Nani sono creature molto diverse le une dalle altre. Come i Sovietici di Stalin eran profondamente diversi dagli americani e dagli inglesi. Eppure, alleandosi, riescono a sconfiggere quello che all'epoca era il male terrificante e spaventoso: il nazismo.

Thorin però, in seguito ai combattimenti, rimane in fin di vita. Thorin non è sempre così positivo, né nel romanzo né nel film. Nel film mi è parso un po' brontolone a dire il vero. 
In fin dei conti, la sua dose di rabbia Thorin ce l'ha, ha un desiderio di vendetta verso Smaug che ha sottratto il tesoro e le ricchezze al popolo dei Nani. 
Senza contare che, almeno nel romanzo, Thorin è molto esigente con Bilbo (nel film lo critica tutte le volte che può). Sopporta poco le sue reticenze e le sue naturali paure. Ragiona così Thorin: "Vai tu dentro la montagna, devi andare tu perché sei tu lo scassinatore della compagnia! Se ci vai tu ti ricompenserò. Per te è questo il momento di guadagnarti la mia stima e le mie ricompense!".
Come scrive Tolkien: i nani non sono eroi, bensì una razza calcolatrice con un gran concetto del valore del denaro.

Dopo la vittoria delle forze del bene sugli orchi, Gandalf conduce Bilbo presso l'accampamento di Thorin. Riporto una parte del discorso che Thorin rivolge a Bilbo:

"Addio, buon ladro"- disse. "Sto per raggiungere i miei avi, nelle vaste sale dove essi attendono il rigenerarsi del mondo. (...)"


Nell'escatologia di Tolkien della Terra di Mezzo gli spiriti degli Elfi morti raggiungono un luogo dove devono rimanere fino alla fine del mondo. Anche gli spiriti degli Uomini, dopo la morte, devono attendere la fine del mondo e un destino ignoto. Ma il destino dei Nani dopo la morte non è mai stato chiarito dall'autore.
Io, arrivata a questo punto della lettura, ho pensato al credo cattolico che si recita sempre dopo l'omelia (il niceno-costantinopolitano, per l'esattezza).
Credo nella risurrezione della carne e nella vita eterna, si dice alla fine. Ma quando avverrà la nostra risurrezione della carne? Avviene subito dopo lasciato il mondo terreno oppure avverrà fra molto tempo, alla fine della storia dell'umanità (fra molto tempo? Io non credo che manchi molto in realtà. Stiamo danneggiando gli ecosistemi e il pianeta, stiamo facendo diventare la nostra civiltà sempre più abituata all'ausilio di tecnologie e robot. Siamo disumani, aridi, non sappiamo più cosa significhi avere relazioni sane, rispettose. Quasi quasi è meglio che il Covid evolva in una variante mortale e recidiva ai vaccini.) Devo ammetterlo: è difficile immaginare la risurrezione della carne con la mente umana. Da qualche anno a questa parte ci sto più attenta al Credo. Rendendomi conto che capisco forse un 55% delle frasi che recito a messa.

Concludo con altri due passaggi del racconto, entrambi presenti nell'ultimo capitolo:

A) Morto Thorin, tra i nani spicca l'astuto Balin, che dice a Bilbo: "Arrivederci e buona fortuna, dovunque tu vada! Se mai tornerai a visitarci quando le nostre sale saranno tornate belle come un tempo, i festeggiamenti saranno splendidi!"
E Bilbo gli risponde: "Se mai passerete dalle mie parti non esistate a bussare! Il té è servito alle quattro; ma tutti voi siete i benvenuti a qualsiasi ora!"

Quel che ho voluto valorizzare, anche quando ho costruito le scenette per il minigrest parrocchiale, è stata anche l'amicizia che si è creata fra Bilbo e i nani e fra Bilbo e gli Elfi governati da Elrond. Ovviamente semplificando le cose più che potevo, visto che si trattava di bambini di 7 anni, 8 al massimo.

B)Accompagnato da Gandalf, Bilbo impiega dei mesi per ritornare presso la sua Contea. Perché i suoi parenti, convinti che non ritornasse mai più, hanno messo all'asta il suo comodo buco hobbit. E quindi, tornato da un'avventura intensa ed estenuante, si trova ad aver a che fare con "rogne giudiziarie". Questo nel film non c'è.

Con questo link che vi porta sul mio Drive e, precisamente, sulla cartella chiamata "Lo Hobbit: adattamento" trovate proprio la mia riduzione per bambini. Pochi episodi, ma diversi messaggi positivi da trasmettere e da far ricordare. Tanto ormai posso caricarlo, fra quattro giorni il Grest parrocchiale finisce e noi, dediti alla fascia d'età 6-8 anni, potremmo riprenderlo forse molto presto, per non perdere l'intera settimana, se tutti i nostri tamponi risultano negativi. 
Io ora sono proprio a casa, un po' isolata dalla famiglia ma non spaventata: a parte me, che mi sono vaccinata il 16 per la prima volta con una dose di Moderna contro il Covid, qui in famiglia hanno tutti la doppia dose o di Pfizer o di AstraZeneca. Al momento continuo a stare bene e a stare a casa.

20 luglio 2021

La fine del mio percorso accademico magistrale:

Esattamente due settimane fa venivo proclamata "Dottoressa magistrale in Lettere" dal Presidente di quella Commissione che poco prima aveva ascoltato la mia esposizione della tesi.

110! Ho preso il massimo dei voti e la mia media degli esami era 28,86.

Non giudicatemi e non arrabbiatevi se non ho scritto prima un post dedicato al mio giorno di laurea. Questo per me è stato ed è un periodo complesso e intenso dal punto di vista familiare, sociale, emotivo.  Ho pensato: "Un post sulla mia discussione di tesi e sul mio 110 dovrò assolutamente scriverlo, ma lo farò non appena me la sentirò".

*La seconda parte della recensione sullo Hobbit può anche aspettare.

BREVE CRONACA SUL 6 LUGLIO 2021:

Ero la prima candidata del pomeriggio. Prima di partire per raggiungere la sede della mia facoltà non sono quasi riuscita a pranzare, tanta era la tensione. 

Poi entro. Con piacere ho rivisto non soltanto la mia relatrice, che ho sentitamente ringraziato ai primi di giugno con una mail, ma anche il mio docente di Storia del romanzo italiano, il primo esame magistrale che ho dato, a inizio 2019, con qualche linea di febbre ma con un 30. Se mi seguite e mi leggete da un bel po' di tempo sapete che quasi tre anni fa ho dedicato diversi post ai Promessi Sposi e alla figura dell'Innominato.

Mi hanno lasciato parlare liberamente degli argomenti della mia tesi per alcuni minuti.  Io ho praticamente esposto quel che avevo scritto nelle conclusioni della tesi, dove riassumevo i contenuti e dove confrontavo lo stile della Ginzburg con quello del neorealismo. La Ginzburg non è neorealista!! Anche questo mi premeva spiegare e chiarire, e ci sono riuscita.

Risulta infatti impossibile inscriverla in un movimento o in una corrente letteraria novecentesca.


Mi ero messa in testa che il mio contro-relatore mi riferisse delle critiche o, perlomeno, mi facesse notare i punti deboli della mia tesi. Invece no! Quando si è espresso ha fatto un'osservazione molto intelligente: i fenomeni sintattici tipici del parlato sono molto frequenti in Lessico e in Caro Michele ma compaiono in misure minore nelle Piccole virtù che non è un romanzo ma è una raccolta di 12 brani.  Alcuni di essi sono racconti autobiografici, altri invece sono saggi nei quali la Ginzburg espone delle riflessioni sulla vita, sul tempo e sull'esistenza umana, oltre che sull'educazione dei figli. Lei infatti afferma che bisogna indirizzare i figli a ricercare e a praticare non le piccole virtù, come il risparmio, la diplomazia e il successo, ma le grandi virtù, come la generosità, l'amore per la verità e la sobrietà. Le Piccole Virtù sono quindi anche un saggio di pedagogia.

Ad ogni modo, se Natalia Ginzburg fosse stata spagnola sarebbe stata denominata "costumbrista", dal momento che è evidente la sua tendenza a rifiutare il fantastico e l'invenzione per raccontare invece vicende di vita quotidiana contornate da un po' di storia del Novecento. Ma il costumbrismo è un movimento culturale soltanto spagnolo.

I CONTENUTI DELLA MIA TESI:

Vi ricordo che la mia era una tesi sperimentale di linguistica italiana, una tesi "tecnica", non tematica. A Natalia Ginzburg sono stati dedicati alcuni studi biografici e diversi saggi sulle tematiche da lei proposte nei romanzi e nelle commedie, ma pochissimo è stato scritto del suo stile e del suo modo di organizzare la sintassi.

La mia tesi verte su lingua e stile di tre opere dell'autrice: Le piccole virtù, Lessico famigliare e Caro Michele. 

Settantadue pagine e cinque capitoli: il primo è sulla biografia, dolorosa e toccante, dell'autrice, il secondo sulla sintassi dei tre libri, il terzo sulle figure retoriche di ripetizione particolarmente ricorrenti nella Ginzburg, il quarto sul linguaggio figurato e sui suoi effetti, spesso umoristici, all'interno di dialoghi, lettere e parti narrate, il quinto sul lessico e, in parte significativa, sui dialettismi. E infine ci sono tre pagine di conclusioni e tre pagine di bibliografia.

Costruire e argomentare l'ultimo capitolo non è stato affatto semplice: per buona parte del mese di maggio su Google Books ho consultato e ricercato dizionari (quasi tutti redatti nel XIX° secolo) sui dialetti settentrionali italiani, proprio per sostenere e verificare le origini di alcune parole e di alcune espressioni particolarmente ricorrenti nel modo di esprimersi dei componenti della famiglia di origine di Natalia. 

I paragrafi degli altri capitoli sono invece stati organizzati in altro modo: laddove ho spiegato i fenomeni sintattici, tutti tipici della lingua italiana parlata, ho valorizzato la definizione di un singolo fenomeno e ho inserito degli esempi per dimostrare quanto ad esempio, in ognuno dei tre libri, il "che polivalente", le dislocazioni, il "mica", i periodi ipotetici misti fossero frequenti e significativi.

Il terzo capitolo, che risulta piuttosto noioso a chi, al contrario di me, non è "del mestiere", cioè non ha approfondito le mie discipline, verte su anafore, epifore, polittoti, anadiplosi, figure etimologiche. Anche qui, importante da parte mia è stato interpretare la funzione di ognuna di queste figure, oltre che specificare quanto ciascuna di esse fosse frequente nelle tre opere. Sono tutte quante frequenti comunque.

Il quarto capitolo è decisamente affascinante. Anche la mia relatrice, in fase di correzione, mi ha detto che, tra i cinque, era quello scritto e organizzato meglio. Ci sono soltanto due paragrafi: il primo è sulle similitudini e sulle metafore appartenenti al mondo animale, frequentissime in Lessico e in Caro Michele, un po' meno nelle Piccole Virtù. Mentre lo scrivevo provavo un'immensa soddisfazione. E qui vi spiego il motivo: sono partita da un articolo di circa 12 pagine del professor Jen Wienstein che trattava la simbologia animale nelle commedie di questa autrice. A dire la pura verità c'era, in questo scritto, anche una parte in cui venivano menzionate quelle due/tre metafore animali più ricorrenti in Lessico e in Caro Michele. Sono partita da qui per svolgere una ricerca, più approfondita rispetto a quella di Wienstein, di similitudini e metafore nelle tre opere.

Il secondo paragrafo è invece su metafore e similitudini appartenenti alla sfera umana, naturale e chimica (=i metalli, ad esempio quando gli abitanti di Pozzuoli vedono Natalia che porta i bimbi piccoli a fare le passeggiate per il paese e dicono che i figli della signora Ginzburg sono puliti come l'oro).

E nel quinto mi sono dedicata al lessico. Prima alle parole in dialetto e ai dialettismi, poi ai pochi forestierismi (l'inglese nelle Piccole Virtù, il francese in Lessico famigliare e lo spagnolo maccheronico presente in qualche lettera di Caro Michele).

La mia relatrice non mi ha detto di documentare i forestierismi con i vocabolari, perché a suo avviso, si trattava di parole e frasi semplici in lingue straniere. "Si limiti a riportarli non in ordine di pagina ma in ordine alfabetico. Non è necessario tradurli o spiegarli." mi ha detto durante un colloquio via zoom.

Vi auguro di trovare come relatori, se siete studenti universitari, qualcuno come lei, che ci tiene agli studenti, che li considera non numeri ma persone, che mi ha seguita attentamente e scrupolosamente ogni settimana. Senza di lei la mia non sarebbe una tesi di "alto livello" letterario.

SENSAZIONI ACCOMPAGNATE ALLA DISCUSSIONE E ALLA PROCLAMAZIONE:

Ho deciso: invio la mia tesi al concorso nazionale della biblioteca comunale di Bolzano! Nei prossimi giorni devo pensare a far stampare e rilegare un'altra copia per la giuria.

A fine giornata, alcune ore dopo la discussione, ero così: stanchissima.


Devo confidarvi che per circa una settimana ho pianto: la proclamazione è stata una "botta" che mi ha detto: "Il tuo periodo universitario, lungo, intenso, stimolante, arricchente è finito, Anna. Sei cresciuta molto dal punto di vista culturale, hai dedicato il tuo tempo anche ad approfondire alcuni autori, alcune opere e alcune tematiche attraverso delle ricerche proposte dai tuoi insegnanti. Sei un'appassionata, indubbiamente. Ma ora per te questo deve iniziare a far parte del passato, visto che si apre un altro capitolo: quello della (possibilmente) crescita sociale e umana e non solo in ambito lavorativo." 

Dormivo male, ho pianto già di nostalgia del mondo universitario dopo appena un giorno, fino a metà della scorsa settimana. Solo ora inizio ad essere contenta del traguardo raggiunto. Solo ora inizio a pensare al futuro con meno apprensione.

E poi sì, c'è anche un altro motivo per cui "lacrimavo"... Pur riconoscendo di avere i miei limiti in ambito relazionale, non mi piace perdere, tutto qui. Vorrei provare a farmi amico un ragazzo intelligente e con le sue belle risorse umane conosciuto in tempo di pandemia. Vorrei provarci, un'altra volta. Lui non è ciò che esterna agli altri. E' un "falso superficiale"  ed è per questo che a volte piango dal nervoso boia che mi viene quando ci penso. E' un "falso stupido", ma in realtà è praticamente l'unico giovane che riesce a "tenermi testa" quando si discute della vita umana. Ovvio che lui non mi deve nulla, nemmeno l'amicizia. Ma sento che devo riprovare.

Mi sono informata presso i sindacati e presso alcune segretarie su come entrare nelle scuole. Non posso iscrivermi in graduatoria, perché sono appena appena laureata e perché non ho esperienze lavorative nel mondo scolastico. Potrò farlo però il prossimo anno e, a quanto sembra, il 110 influirà sul punteggio. Mi limiterò a compilare e inviare le MAD (le messe a disposizione). E' l'unica cosa che mi conviene fare quest'anno. Con la speranza che il governo riesca a garantire l'istruzione in presenza il più possibile anche ai ragazzi delle superiori

Io me ne sono resa conto dando delle ripetizioni, ma guardate che, scritto fuori dalle unghie della tastiera, il livello grammaticale e di capacità di scrittura degli adolescenti era già basso in periodo pre-pandemico. Figuriamoci quest'autunno. Ma io insegnerò dal momento che vengo pagata non per fare schifo ma per fare il bene dei ragazzi. 

Sto pensando che, per certi autori, posso creare io delle mini-antologie. Ad esempio se voglio spiegare la Ginzburg in una classe di primo biennio posso selezionare per i ragazzi cinque brani su dodici e trarre degli spunti di riflessione sia di antologia sia di grammatica. Oppure del Sistema Periodico di Levi, romanzo di racconti, posso soffermarmi in classe soltanto su Ferro, Mercurio e Cerio e farlo leggere a casa. Sì... farlo leggere e dire loro: ora sceglietene voi altri tre da riassumere. Oltre al riassunto però, metteteci un commento personale: per quali motivi vi è piaciuto quel racconto? C'è un personaggio o una situazione che vi hanno colpiti?

Sto leggendo e studiando anche dei libri di pedagogia che dicono  che, a noi insegnanti di Lettere, spetta il compito di "rendere viva" la letteratura, cioè, di renderla attuale, anche raccontando le nostre esperienze che possono servire da spunti o da esempi per persone in piena fase di crescita.



14 luglio 2021

"Lo hobbit", J. R.R. Tolkien, pt.1+ una riflessione su Gollum

Svolgo la recensione del libro soffermandomi su sei punti principali. Tre verranno approfonditi stasera, gli altri tre a data da destinarsi, non ho tempo per star dietro a tutto.

Ad ogni modo, Lo hobbit è un fantasy proprio come il Signore degli Anelli.

*A fine Grest, quindi a fine luglio, caricherò sul Drive il mio testo teatrale adattato per bambini sul quale sto lavorando. Devo mettere a posto la quarta settimana e, cavolicchio santissimo, siamo  quasi alla fine della seconda. Lo carico in pdf il mio adattamento. Si tratta proprio di un racconto facilmente fruibile nel quale ho valorizzato più il bene e più i personaggi positivi che il male. 

Oggi ho corso quasi tutta la mattina: abbiamo rappresentato il racconto, ho aiutato le signore durante i laboratori, ho pulito i pavimenti di alcune stanze del secondo piano del centro, ho aiutato a distribuire le merende, ho pensato con una mia fidatissima collaboratrice e corresponsabile a costruire la scenografia per la prossima settimana visto che dobbiamo rappresentare il Bosco Atro con la natura malata e sofferente... Mi sarò seduta soltanto per appena due minuti.

1) BILBO BAGGINS:

In un buco della terra viveva uno hobbit. Non era un buco brutto, sudicio e umido, pieno di vermi e intriso di puzza, e nemmeno un buco spoglio, arido e secco, senza niente su cui sedersi né da mangiare: era un buco- hobbit, vale a dire comodo. Aveva una porta perfettamente rotonda come un oblò, dipinta di verde, con un lucido pomello d'ottone proprio nel mezzo.

Questo appena citato è il paragrafo di apertura del romanzo. La prima frase è stata tradotta in molte lingue, eccone alcune:

-Francese: Dans un trou vivait un hobbit.

-Tedesco: In einer Höble in der Herde, da lebte ein Hobbit.

-Spagnolo: En un agujero en el suelo vivìa un hobbit.

-Svedese: In en hala under jorden boddle en hobbit.

Dunque, Bilbo Baggins è uno hobbit... Ma chi sono gli hobbit? Lo spiega l'autore alla pagina successiva:

Gli hobbit sono (o erano) gente piccola, alta all'incirca la metà di noi, e più bassa dei barbuti nani. Gli hobbit non hanno barba. In loro c'è poco o niente di magico, a parte quella magia di tipo comune e quotidiano che li aiuta a sparire silenziosi e rapidi quando persone ingombranti e stupide come me e voi gli capitano intorno, con un rumore da elefante che essi sono in grado di sentire a un miglio di distanza. Tendono a metter su un po' di pancia, vestono di colori vivaci (soprattutto verde e giallo); non portano scarpe, perché i loro piedi sviluppano piante naturalmente coriacee nonché una fitta e calda peluria castana simile alla roba che hanno in testa (che è riccioluta); hanno lunghe dita abili e scure, facce gioviali, e le loro risate sono profonde e pastose (soprattutto dopo il pranzo, che consumano due volte al giorno quando ci riescono).

Un filologo inglese ha notato che "Baggins", il cognome del protagonista, deriva probabilmente dal verbo bagging, utilizzato prevalentemente a nord del Regno Unito soltanto per indicare cibo mangiato tra un pasto principale e l'altro. Si tratta del tè pomeridiano, che Bilbo prende ogni giorno alle 16.

Recentemente un'ex collega di mia mamma, insegnante di Lettere presso una scuola media, mi ha regalato Lo hobbit annotato e mi ha anche inviato il link di una conferenza che si è svolta, in periodo pre-pandemico, presso la Facoltà di Lingue e Lettere dell'Università di Perugia. Uno dei docenti ad un certo punto ha detto qualcosa di molto interessante: gli hobbit siamo noi. 

Intendeva dire che noi siamo simili agli hobbit per due motivi sostanzialmente: come loro siamo longevi: diverse persone ormai superano i 90 anni e alcuni arrivano oltre i 100. Bilbo ha 111 anni. 


E poi, come Bilbo Baggins all'inizio di questa storia, noi non viviamo per davvero. Non ci mettiamo seriamente in gioco nella vita reale: ci nutriamo (al di là della pandemia) di relazioni prevalentemente virtuali, le nostre case sono piene di schermi (televisore, computer, smarthphone). Ma siamo veramente disposti ad uscire dalla comoda porta di casa per affrontare la ricchezza, l'imprevedibilità, il dolore e la varietà del mondo esterno?! Quante volte vinciamo la tentazione di spegnere gli schermi per affrontare invece faccia a faccia le persone?!

Stare a casa farebbe comodo. Ma vivere è anche rischiare. Sebbene soltanto il tempo presente, tempo che scorre ad ogni istante, ci appartenga. 

Bilbo Baggins nel primo capitolo è un "comodone": non vuole avventure, crea gli anelli di fumo con la sua pipa all'ingresso di casa sua. Ma un giorno, il buon stregone Gandalf con Thorin, re dei nani e altri 13 nani irrompono a sorpresa a casa sua. Thorin vuole ritornare in possesso di un prezioso tesoro che si trova all'interno della Montagna Solitaria. L'enorme ricchezza è custodita dal terribile drago Smaug che, tempo prima, aveva incendiato Conca, la città degli uomini. Smaug si era in seguito impadronito di tutti i beni dei nani, dopo aver incendiato con il suo fuoco i loro territori, al tempo del re Thror, nonno di Thorin.

Gandalf sceglie Bilbo come accompagnatore dei nani e di Thror: In te c'è molto più di quanto tu creda, gli dice. Così lo convince a partire, in un mattino di primavera, per l'avventurosa e pericolosa spedizione.

2) I TROLL:

Bilbo, Gandalf, Thorin e i nani attraversano le terre degli hobbit e quelle degli uomini, si arrampicano lungo tortuosi sentieri di montagna, con qualsiasi tempo.

Finché una notte non si imbattono nei troll, che li imprigionano. Anzi, prima legano Bilbo, che avanza davanti a tutti, poi gli altri nani.

Spesso nelle favole i Troll vengono raffigurati con molte teste. In una nota della mia edizione si dice che l'approccio di Bilbo ai tre Troll (rispettivamente: Berto, Maso e Guglielmo) che stanno cucinando della carne di montone alla brace rievoca una scena della fiaba L'esperto cacciatore dei fratelli Grimm. In questo racconto, un abile cacciatore si addentra nella foresta e, nel vedere il debole chiarore di un fuoco in lontananza vi si dirige. Nell'avvicinarsi scopre tre giganti che stanno arrostendo un bue.

I tre Troll di Tolkien rimandano sicuramente ad una ricerca filologica che Helen Buckhurst, sua collega all'Università, aveva svolto a proposito delle leggende popolari delle saghe islandesi. Secondo il folklore islandese infatti, i Troll sono creature enormi, deformi, che vivono in montagna, per lo più in caverne. Tuttavia, i Troll hanno potere soltanto nelle ore della notte, quando scendono nelle fattorie per rapire animali, uomini, donne e bambini. Di giorno devono rimanere nascosti nel buio di grotte e caverne, dal momento che la luce del sole li rende pietre.

Chi salva Bilbo e i nani? Gandalf che, con un incantesimo, fa apparire le luci dell'alba dietro la collina: L'alba vi prenda tutti e sia di pietra per voi!, esclama.

Che cosa rappresentano i Troll? Probabilmente il "male non studiato e non premeditato". I Troll non sanno pensare né riflettere. Sono grezzi, rozzi. E imbecilli.

3) GOLLUM:

Eccolo qui, l'incrocio fra l'homo habilis e l'urlo di Munch. Ecco il viscido scheletro ambulante. 

Ecco il corrotto.


Dai, la smetto con il sarcasmo. Ad ogni modo, per essere vecchio è vecchio: ha 500 anni e non muore mai!

Gollum vive in una galleria scura sotterranea:

Qui, nel profondo presso l'acqua scura, viveva il vecchio Gollum, un essere piccolo e viscido. (...) Era Gollum, scuro come l'oscurità stessa, eccezion fatta per due grandi occhi rotondi e pallidi nel viso scarno. Aveva una barchetta e silenziosamente la spingeva sul lago; perché di un lago si trattava, profondo e terribilmente freddo. Come remi egli usava i suoi larghi piedi, che spenzolavano fuori dal bordo, ma non produceva mai un'increspatura. Coi suoi pallidi occhi cercava pesci ciechi che afferrava con le lunghe dita, veloci come il pensiero.

Pensate che nell'edizione svedese illustrata del 1947 Gollum era stato realizzato come una roccia scura e grande il quadruplo di Bilbo, nell'edizione portoghese del '62 Gollum è una figura barbuta grande il doppio del nostro hobbit e, nell'edizione giapponese del '66, Gollum è un enorme rettile. Interessante, veramente.

Gollum è insidioso e subdolo come un serpente. Almeno nello Hobbit.

Altri due appunti culturali interessanti:

A) Il nome "Gollum" sembra latino, ma deriva in realtà dallo svedese antico "goll", che porta due significati: "tesoro" e "anello". Gollum rappresenta tutte quelle persone che, in ogni epoca storica, sono rimaste affascinate dal male, dal potere, dalla ricchezza e quindi dai beni materiali. Gollum è l'emblema di tutti coloro che, preoccupandosi di "avere" e di "accumulare", sono rimasti soli e sono divenuti infelici. Perché hanno perso di vista ciò che conta per davvero; l'amicizia, la fedeltà, l'amore, l'onestà, la semplicità. Questo vuol dire essere veri e autentici.

Aggiungo inoltre anche che Gollum non soltanto è affascinato dal male ma lo compie: di tanto in tanto assale gli orchi nel sonno. Nel film Un viaggio inaspettato, Gollum è presentato come una figura deleteria sin dai primi istanti in cui compare, prima ancora di incontrare Bilbo, visto che assale un orco dormiente all'interno della caverna e lo mangia.

B) Gollum chiama se stesso "mio tesoro", o meglio: "mio tesssoro"! My precious, nell'inglese di Tolkien. A Bilbo tocca affrontare Gollum in quell'oscura caverna. Deve batterlo in una gare di indovinelli se vuole uscire da quell'ambiente freddo e squallido e se vuole ritrovare i nani. Se leggete il romanzo e se andate a cercare il film vi accorgerete che Gollum non sa instaurare un rapporto con chi ha di fronte. Si rivolge sempre a se stesso in prima persona plurale (ma sì, che razza di miserie). Non dice mai "tu" a Bilbo, come qui ad esempio:

"Indovina cosssì facilmente? Deve fare a gara con noi, mio tesssoro! Se il tesoro domanda e lui non risponde, lo mangiamo, mio tessoro. Se lui domanda e noi non rispondiamo, allora facciamo quello che vuole, eh? Noi gli faremo vedere la via d'uscita, sì!"

Fino a poco fa, dopo aver visto il film e dopo aver letto il capitolo sulla gara di indovinelli fra Bilbo e Gollum io per Gollum provavo soprattutto disprezzo.

Ora non lo detesto più: fa abbastanza pena persino a me. 

Mi è stata data in prestito l'intera saga del Signore degli Anelli: ho tutti e tre i film. Quello che mi piace di più è Le due torri, perché è lì che risulta chiara la doppia personalità di Gollum che parla con se stesso. In passato Gollum non era Gollum ma Smeagol, una creatura pura, ingenua e incontaminata dal male, simile ad uno hobbit. Il potere e il fascino dell'anello lo ha rovinato fino a renderlo una creatura orribile, falsa e insidiosa. Ma comunque intelligente (purtroppo). 

Nelle Due torri Gollum fa pena: tutti lo trattano malissimo, fa schifo a chiunque. Soltanto Frodo crede di poterlo "salvare" dal suo doppio. Io sono fresca della visione del film, quindi posso porvi una domanda, anzi due?

-In una scena Smeagol/Gollum è nello stagno del territorio di Faramir. Sta cercando di catturare dei pesci e canticchia. L'esercito di Faramir sta per massacrarlo con dei colpi di freccia (e Frodo, già prigioniero di quell'esercito, li convince a non uccidere Gollum). Però Smeagol/Gollum viene arrestato e un pochino pestato. D'altra parte, Faramir lo odia a morte. In quella creatura scheletrica rannicchiata in un angolo che per qualche minuto piagnucola non vi sembra di vedere lontanamente gli adolescenti in questi quasi due anni di pandemia: soli a casa, impossibilitati a imparare bene le discipline scolastiche, e sempre più immersi in depressione, dipendenza da social e mondo virtuale? Oppure non vi sembra di scorgere, in uno Smeagol/Gollum avvilito, quel povero o quel lavoratore calpestati nella loro dignità?

Gollum è indubbiamente il male subdolo che si nasconde dietro sussurri fini a se stessi e dietro il fascino del potere. Tuttavia, porta con sé e dentro di sé una storia, che soltanto Frodo e Gandalf rispettano e comprendono.

Frodo mi somiglia. Somiglia a quello che sono diventata io da qualche anno a questa parte: abbastanza spesso mi astengo dal giudicare reazioni e comportamenti, soprattutto se conosco i vissuti di alcuni. A tavola o in qualche altra occasione, quando mia mamma tende a giudicare in modo piuttosto duro qualcuno con me presente io tendo a replicare: "Mamma dai... Sai che quella persona ha la sua storia. Del passato non ci liberiamo mai del tutto. Certi comportamenti sono il riflesso di ciò che abbiamo sperimentato e subìto".

Come prosegue la narrazione?

Bilbo deve affrontare una gara di indovinelli contro Gollum e la vince. Più o meno la vince: Gollum non ha saputo indovinare che cosa avesse in tasca. Ma, pochi istanti dopo, intuisce che in tasca Bilbo ha il preziosissimo anello, "il suo tesssoro". E si dispera. Lo rincorre per ucciderlo ma Bilbo si salva: mette l'anello al dito e diviene momentaneamente invisibile mentre cerca di uscire dalla grotta. Potrebbe uccidere Gollum che non lo vede, ma non lo fa perché è mosso da compassione e da misericordia. Si chiede: "ma chi sono io per decidere della vita di un altro?". Se lo chiede perché vede la solitudine e la miseria morale di Gollum.

Ad ogni modo, gli anelli dell'invisibilità li troviamo anche nella Repubblica di Platone (Tolkien conosceva bene il greco antico): è un aneddoto in cui si dice che un anello d'oro rende invisibile chi lo indossa soltanto quando il castone è girato verso l'interno della mano. Si ritorna visibili soltanto se lo si gira all'esterno.

*Altro appunto culturale: le tradizioni delle gare degli indovinelli risalgono all'epoca anglosassone. Nel The Exeter Book, compilato dal cardinal Leofric nel 1072, ci sono circa 100 indovinelli. Si tratta di una delle più grandi raccolte di indovinelli sopravvissute fino ai giorni nostri. Ma, molti degli indovinelli che Bilbo e Gollum pronunciano sono in rima, al contrario di quelli dell'Exeter Book.

TEMI PER I RAGAZZI (TEMI DA PRIMO BIENNIO):

Dall'episodio della gara di indovinelli ho già tratto diverse tracce di temi:

1) Il potere e la ricchezza che logorano e corrompono gli uomini: collegamento con la favola del Pesciolino d'oro e con il Vangelo di Luca: "Anima mia, hai molti beni a disposizione: mangia, bevi, divertiti".

2)I giovani e i mali del nostro tempo (abuso di alcolici, droghe, pornografia): per quali motivi i giovani e gli adolescenti sono attratti da queste forme di male? 

(Perché si sceglie ciò che è facile e a portata di voglie e di click, non ciò che è giusto: è più semplice andare su Pornhub o Pornalia e godere lì piuttosto che provare a invitare una volta la ragazza che ti piace/ è più facile aderire ad un binge drinking con gli amici piuttosto che affrontare dolore e difficoltà quotidiane. Il binge i problemi te li cancella per alcune ore, a prezzo di sboccate poi. Ma non te li risolve.

3) Cos'è la compassione? C'è differenza fra empatia, compassione e pietà? (Etimologie delle tre parole + confronto con la sezione dei Promessi Sposi di Manzoni dedicata all'Innominato e alla cattura di Lucia).

4) Che cosa nella vita quotidiana è "vero bene"? I soldi, le auto? Oppure i rapporti umani? (Confronto con il saggio della Ginzburg I rapporti umani).



2 luglio 2021

"Le voci della sera", N. Ginzburg:

Mai letta una cosa così, piemontese da far piangere. (Italo Calvino)

Martedì mi laureo. 

Buona parte di voi si starà chiedendo, immagino, come mi sento. Vado a momenti. A momenti ho paura della discussione e dico a me stessa: "Avrei potuto scrivere un elaborato migliore. Troveranno soprattutto i difetti mentre la esporrò, e avranno ragione." Altre volte invece dico: "L'esame di laurea non è la vita". Altre volte penso: "L'ho scritta io, è dalla fine dell'autunno che ci lavoro, quindi so bene di che cosa si tratta".


Ad ogni modo ho fatto bene a leggere, poche settimane prima della discussione, un altro romanzo dell'autrice sulla quale ho lavorato in quest'ultimo anno accademico. Le voci della sera è stato scritto nel 1961, un anno prima delle Piccole virtù. Lo stile è praticamente identico a quello dei tre romanzi che ho analizzato: ripetizioni, lessico poco più che basilare, dialettismi e fenomeni del parlato (e non soltanto nei dialoghi dei personaggi). Quindi questa lettura è stata utile per il mio ripasso.

1) I PERSONAGGI DELLE VOCI DELLA SERA:

Vi elenco qui i personaggi principali, cercando di delineare le loro vicende di vita.

La voce narrante è Elsa, ventisettenne laureata in Lettere che, come molte giovani medio-borghesi del secolo scorso, non lavora e dunque non esercita il suo titolo di studio perché attende l'uomo ricco come marito. Negli anni '50 e '60, un ragazzo o una ragazza di quell'età che non erano né sposati né fidanzati, erano sospettati, dai loro compaesani più adulti, di comportamenti poco seri e immorali, anche se questo non sempre coincideva con la verità. 

Ad ogni modo, Elsa racconta sia la storia della sua famiglia sia le vicende di persone e di anziani che ruotano attorno alla sua famiglia. La giovane narratrice ha una sorella più grande, sposata con un colonnello americano a Johannesburg, in Sudafrica, e un fratello più giovane che lavora in Venezuela.

A inizio libro compare il personaggio del Balotta, proprietario di una fabbrica di Castello, il paese in cui vive la protagonista. Con la moglie Cecilia ha avuto cinque figli:

Gemma è la primogenita. Per un lungo periodo aveva frequentato l'ingegner Nebbia, senza essere ricambiata nel suo sentimento. Il Nebbia viene ucciso dai nazi-fascisti, durante la guerra di liberazione, in quanto partigiano.

Poi c'è Vincenzino, ricciuto come un agnello. Ed ecco che anche qui compaiono similitudini che legano una caratteristica di un personaggio con il mondo animale. Sono gli espedienti più efficaci nella retorica della Ginzburg e, abbastanza spesso, creano effetti umoristici, come ad esempio in Caro Michele, quando l'editore Colarosa viene paragonato da Mara ad un pellicano a causa del suo grosso naso.

Vincenzino riesce a laurearsi in Economia e Commercio. Il suo errore è stato quello di sposare Cate, una ragazza mai amata (in effetti dopo tre figli e dopo la guerra divorziano). Vincenzino va in guerra sul fronte greco e viene catturato e fatto prigioniero in India.

Mario è il terzo figlio. Agli antipodi del Vincenzino come indole, è vivace e disinvolto, ama il poker e il tennis e conosce a Monaco una pittrice russa, Xenia, che sembra abituata a vivere nel lusso e negli agi. Si pensi ad esempio alla quantità di camerieri e servitori da lei assunti a Villa Rondine, dove va a vivere con Mario, alla sua attrazione per i bagni turchi e all'acquisto di una grande automobile nera. Xenia però rimane presto vedova, visto che Mario, dopo essere ritornato dalla guerra, torna gravemente ammalato.

Rimangono il Tommasino e Raffaella. Raffaella contrae delle nozze precoci con Fausto, detto il Purillo per il suo berretto a purillo, che la tradirà continuamente. 

Tommasino è invece iscritto alla facoltà di Agraria. (Ma si laurea in seguito? Noi lettori non lo sappiamo ma veniamo ad apprendere, soprattutto nelle ultime 50 pagine di libro, che è un giovane ricco, squallido, perdigiorno, che non sa vivere).

2) CONFRONTO CON LESSICO FAMIGLIARE:

Nella famiglia Balotta ci sono 5 figli, come nella famiglia Levi. Il Balotta è socialista, Giuseppe Levi, padre dell'autrice di entrambi i romanzi, ha simpatie verso il socialismo. 

La famiglia di origine di Natalia Ginzburg condivide un lessico, forgiato soprattutto dalla figura paterna e dalle sue origini giudaico-triestine. I termini più ricorrenti sono "sempio, sempiezzi" (sciocchezze). Poi ce ne sono altri, un po' triestini e un po' sefarditi, come "fufignezzi" (segreti), "negrigura" (questo sostantivo è sefardita e indica qualcosa di sconveniente o un comportamento impacciato), "sbrodeghezzi" (scarabocchi), "babare" (chiacchierare spettegolando).

Anche nella famiglia di Cate ci sono dei termini, di origine dialettale, nei quali i componenti si riconoscono, come ad esempio "marzuppia" (madama) e "bergianna" (noiosa).

Si dice che Xenia, moglie del terzogenito Mario, sia un impiastro. Anche Miranda, moglie di Alberto, terzogenito di Giuseppe Levi e di Lidia Tanzi, è giudicata un impiastro dal genero!

Ad ogni modo, nelle Voci della sera il capofamiglia, cioè il Balotta, muore. Giuseppe Levi no, c'è in tutte le 200 pagine di Lessico famigliare, e non manca mai con i suoi giudizi lapidari e di espressioni colorite.

Cecilia, moglie del Balotta, appare come una donna semplice, di poche parole, onesta. Ma, come Lidia Tanzi, ama le rose del suo giardino. Lidia è più vivace, più svampita, e ha una netta preferenza verso la figlia Paola. (Natalia è l'ultima figlia, tra lei i i primi quattro figli c'è una notevole differenza anagrafica. Era "la gravidanza inaspettata" e, come rivelano alcune biografie, forse per questo non è mai stata tanto voluta e valorizzata dalla figura materna).


3) ALCUNE FIGURE RETORICHE RICORRENTI:

Ve ne riporto alcune con qualche esempio:

-Abitiamo nel paese da molti anni. Mio padre è il notaio della fabbrica. L'avvocato Bottiglia è l'amministratore della fabbrica. Tutto il paese vive in funzione della fabbrica. (Epifora di "fabbrica", p.17).

-Il Barba Tommaso e la Magna Maria erano ammalati alle Pietre, con la febbre. -Febbre di paura,- disse il vecchio Balotta. (Anadiplosi di "febbre", p.24: la parola finale di una frase è anche la prima parola di una frase successiva).

-La balia non me la leva nessuno. La balia sta con me e guai a chi me la tocca. (Anafora di "balia", p.36 + dislocazione a sinistra nella prima frase).

-Avevano una nurse svizzera, col velo azzurro. Avevano anche una balia veneta. (Anafora di "avevano", p.59 + anglicismo).

-Come stai? Stai bene? (Anadiplosi, p.65).

-Che bella camicia,- diceva il Vincenzino, venendo anche lui a spogliarsi. Lei diceva: -Quando ero ragazza, mia madre mi faceva portare certe camicie di flanella a fiori, con le maniche lunghe, che io non le potevo soffrire. (Polittoto del sostantivo "camicia", p.67: muta la morfologia dal singolare al plurale a breve distanza + "che" polivalente nell'ultima parte: "dal momento che io non le potevo soffrire").

4) IL TOMMASINO:

Per un periodo lui ed Elsa si frequentano in città, di nascosto dai genitori di lei, due volte la settimana. Si può chiamare relazione sentimentale la loro? Non c'è calore. Non c'è interesse a progettare un futuro insieme, soprattutto da parte del Tommasino. 
O meglio, il Tommasino risulta molto ambiguo, incostante: un giorno si mostra protettivo e apprensivo verso Elsa, come quando un mercoledì pomeriggio arriva in ritardo ad un loro appuntamento, un altro giorno invece la ammonisce con la solita esclamazione: "Guarda che non ti voglio sposare!", come per dire: "Tu mi frequenti ma non farti illusioni perché non ho voglia di diventare adulto. Sono un involuto, un immaturo, un infantile, un egoista sotto la maschera di ragazzo perbene, maschera che affascina la gente più adulta di noi". 

Il Tommasino vive un eterno presente: va a spasso, va al cinema, si fa servire dalle domestiche della casa in cui vive solo. Ha più o meno l'età di Elsa, forse un paio d'anni di meno, ma è vuoto e senza ideali e, in fondo in fondo, è incapace di provare qualcosa di vero e di autentico. 
Certo, è vero che non è un violento né uno stupratore. Ma a mio avviso è comunque classificabile come "personalità pericolosa": vuole e non vuole, è adulto ma non sa prendere alcun tipo di decisioni, è praticamente indifferente verso i sentimenti di chi gli sta davanti. Vuole Elsa perché ne ha bisogno, perché non ha amici, non ha nessuno. Non l'ha mai amata né ricambiata. Ad un certo punto decide di sposarla soltanto per far contenta lei e i suoi genitori. Ma, tre settimane prima del matrimonio, le dice:

Prima mi veniva da dirti tutto quello che mi passava per la testa. Ora non più. Ora mi è sparita la voglia di raccontarti le cose. Quello che vado pensando, lo racconto un poco a me stesso, e poi lo sotterro. Poi, poco a poco, non racconterò più niente nemmeno a me stesso. Sotterrerò tutto subito, ogni vago pensiero, prima ancora che prenda forma.

Ecco la parafrasi del discorso: Ti sposerò per accontentarti, per assecondarti. Ma non sarò mai felice con te. Io in realtà sto bene così con te, in un'eterna inerzia senza evoluzione: ci vediamo mercoledì e sabato. Tu mi fai comodo perché in quei due giorni mi fai visita, per qualche ora, nel mio appartamento di città. Tu vuoi le responsabilità, io le fuggo. Tu mi metti davanti alla mia età adulta e a delle scelte importanti, ma io non voglio aver a che fare con lavoro, matrimonio e famiglia.