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30 aprile 2021

"Addio", Honoré de Balzac:

 "Addio" è un breve romanzo di Balzac pubblicato nel 1830 e suddiviso in tre capitoli. Devo candidamente ammettere che, pur non essendo rimasta affatto suggestionata del contenuto (=che in realtà trovo abbastanza assurdo), lo stile e la lingua sono decisamente raffinati e suggestivi.

CAP.1- GLI UOMINI BUONI:

È una nuvolosa giornata di settembre. Monsieur D'Alban e monsieur De Sucy sono due ottimi amici che, dopo aver condiviso insieme una giornata dedicata alla caccia nella foresta dell'Isle-Adam, giungono nei pressi di un'abbazia. Seppure fatiscente, l'edificio sembra comunque presentare un proprio fascino, soprattutto quando viene illuminato dai raggi del sole. 

Riporto qui sotto la traduzione in italiano del testo, accompagnato da qualche espressione in francese che ho messo fra parentesi:

(...) era come un luogo funesto abbandonato dagli uomini. L'edera aveva ovunque diramato i suoi nervi tortuosi e disteso i suoi ricchi mantelli (=ses riches manteaux). Muschi bruni, verdastri, gialli e rossi spandevano le loro tinte romantiche sugli alberi (=repandaient leurs teintes romantiques sur les pierres). Le finestre tarlate erano consumate dalla pioggia, scavate dal tempo (=creusèes par le temps), i balconi erano spezzati, le terrazze fatiscenti. Alcune persiane erano rette da un solo ganghero. Carichi di lucidi ciuffi di vischio (=chargèes des touffes luisantes du gui), i rami dei negletti alberi da frutto si propagavano senza dare raccolto. Alte erbe crescevano nei viali.

Ecco invece come l'abbazia appare quando viene illuminata da un sole di fine estate che fa capolino tra le nubi:

A un tratto, qualche raggio di sole penetrò attraverso le fenditure delle nuvole, illuminò con getti di mille colori quella scena quasi selvaggia (= illuminerènt par des jets de mille couleurs cette scène à demi sauvage). Le tegole scure risplendettero, i muschi brillarono (=les mousses brillèrent), ombre bizzarre si agitarono sui prati (= des ombres fantastiques s'agitèrent sur les près), i colori smorti si ravvivarono, acute opposizioni si scontrarono, i fogliami si frastagliarono attraversati dalla luce (=le feuillages se decoupérent dans la clarté).

Ad ogni modo, in questo luogo appare ai due uomini una donna che continua a ripetere la parola "addio!". Questa giovane donna è assistita da Genevieve, una contadina; e in lei, Philippe De Sucy crede di riconoscere Stephanie, una ragazza con la quale sette anni prima aveva avuto una storia d'amore. L'emozione provocata da questa impressione è talmente potente che Philippe perde i sensi.

Pochi giorni dopo, Philippe si ristabilisce e chiede al marchese D'Albon di ritornare in quell'abbazia per verificare meglio l'identità della donna che gridava "addio!".

CAP.2- IL PASSAGGIO DELLA BERESINA:

D'Albon ha qui la conferma del fatto che è proprio Stephanie a vivere in quell'abbazia diroccata. 

Da qui si inizia a narrare la storia d'amore fra Stephanie e il marchese De Sucy: si torna indietro nel tempo, al 1812, anno della campagna di Russia; e ad un triangolo amoroso: Stephanie, giovane contessa sposata con il generale Vandiéres era però al contempo l'amante di Philippe, amico di lunga data di Vandiéres.

"Beresina" è il nome di un fiume russo, nei pressi del villaggio di Studzianka. 

Qui, una notte, avviene una battaglia sanguinosa nella quale il generale Vendiéres perde la vita. In alcune pagine l'autore si sofferma sia sulle diaboliche abilità militari e strategiche dei russi sia sulle sofferenze dei soldati francesi, che patiscono il freddo e la fame e che sono lontani dalla loro patria e dalle loro famiglie. 

In quella notte, De Sucy riesce a salvare la vita a  Stephanie, perché riesce ad "imbarcarla" su una grande zattera lungo la Beresina con altri loro connazionali francesi, in modo tale che possa ritornare in patria. Al momento della loro separazione, Stephanie gli grida più volte: "Addio!".

CAP.3-LA GUARIGIONE:

Stephanie negli ultimi anni è diventata folle, alla stregua di un animale: si arrampica sugli alberi, si rotola in mezzo ai prati, mangia soltanto zollette di zucchero, cattura gli uccellini... 

Si insomma, dai, tra lei e Fumino c'è poca differenza:

Rendendosi conto dello stato pietoso nel quale si trova la sua ex-amante, Philippe cerca di convincere il dottor Fanjat a curarla per farla rinsavire, magari attraverso uno shock emotivo: il medico e Philipe cercano di ricreare il momento del loro addio lungo le rive della Beresina. 

La memoria e il senno ritornano in Stephanie, ma ritornano in modo talmente traumatico e improvviso da farla morire.

Dieci anni dopo, appena divenuto uno dei generali dell'esercito francese, Philippe si suicida.


COSA HO TROVATO ASSURDO:

-Che due donne possano vivere in un'abbazia, anche se si tratta di due secoli fa... Nel XIX° secolo, più o meno come adesso, le abbazie o erano/sono spesso chiuse (divengono accessibili alle persone soltanto per matrimoni e visite guidate), o sono quasi sempre aperte (perché vi si celebrano funzioni liturgiche). Ma nessuno viveva o vive all'interno di un'abbazia, nemmeno i preti (che da secoli vengono sistemati nelle canoniche) e i frati (che semmai vivono in un monastero vicinissimo all'abbazia).

Non credo sia legale vivere in un luogo sacro... Cioè, non ho studiato Giurisprudenza, ho studiato tutt'altro, ma forse c'è addirittura una legge che esplicitamente non consentirebbe a nessuno di vivere in luoghi sacri o in luoghi pubblici.

-Che una giovane impazzisca del tutto una volta che la sua strada di vita si separa da quella dell'amante. Non fraintendetemi: posso capire il dolore, posso capire l'enorme malinconia di un addio forzato da circostanze difficili ma... nel 1812 Stephanie e Philippe avevano 23 anni. E quindi a 23 anni una ragazza non sarebbe assolutamente in grado di risollevarsi da una separazione? Assurdo. Illogico. Dopo un po' razionalizza e trovatene un altro. 

-Che certe forme di follia arrivino addirittura a far sembrare un animale chi ne è affetto. (?)

-Che dopo sette anni si possano ricreare il luoghi e momenti del passato. Balzac specifica anche in che modo Philippe e il dottor Fanjat lo fanno ma non me lo ricordo. Perdonatemi, ho letto questo libro quattro mesi fa, l'ho restituito alla biblioteca a inizio anno e ora sto scrivendo basandomi su degli appunti piuttosto sintetici.

Comunque, Balzac corrisponde più o meno al Manzoni italiano: cioè, è più o meno il "manzoni francese". Devo leggere "Papà Goriot" prima o poi, che è di un Balzac più maturo, più realista e meno romantico-tragico.

           

25 aprile 2021

"Far from the madding crowd":

 "Far from the madding crowd", in italiano, "Lontano dalla pazza folla", è un romanzo di Thomas Hardy pubblicato nel 1874. L'ho letto in lingua, come ho letto in lingua anche "Addio" di Balzac (che però era in francese).

Dal momento che la trama è piuttosto complessa, mi limiterò qui ad indicare, anche attraverso delle citazioni, i personaggi principali del tempo della storia, che ha una durata di circa 2 anni. Ci sono due figure femminili e tre maschili che sono da ritenere importanti. 

Eccole:


A) GABRIEL OAK:

When Farmer Oak smiled, the corners of his mouth spread till they were nearly at his ears, and the lines around his eyes looked like a picture of the rising sun. Gabriel Oak was twenty eight, tall and broad-shouldered, but he had a humble way of walking and standing, as if he didn't want to frighten anyone.

Così inizia questo libro. All'inizio della storia Gabriel Oak (Gabriele Quercia) è, per essere precisi, un pastore (a shepherd). Successivamente diviene un agricoltore a servizio di Bathsheba.

Mentre leggevo ho appreso alcuni termini concernenti il campo dell'agricoltura e qui ve li elenco:

- Barley: orzo

-Oat: avena

-Wheat: grano

-Hay: fieno

-Straw: paglia

-Rick: pagliaio

-Harvest: raccolto o mietitura del grano.

Si tratta in effetti di un romanzo ambientato prevalentemente nelle campagne inglesi del Dorset (A sud-est del Regno Unito). Si tratta di campagne vicine a Weatherbury, nome di un piccolo paese che sulle carte geografiche si chiama in realtà Puddletown (1500 abitanti circa tutt'oggi).


Ad ogni modo, Gabriel è il miglior personaggio del romanzo, perché è umile, semplice, sensibile, sincero e gratuito nei suoi sentimenti: pur amando per davvero Bathsheba ("I shall do one thing in this life- one thing certain- that is love you andwait for you and keep wanting you till I die") non la costringe ad una relazione né insiste nel volerla costruire. 

Nell'inglese del XIX° secolo si formava il futuro semplice sia con "will" sia con il modale "shall", soppiantato ora da "will". Adesso "shall" è utilizzato soltanto con "I" e "we" per formulare proposte.

Nella seconda parte del primo capitolo Bathsheba non soltanto rifiuta la proposta di matrimonio di Gabriel ma si rifiuta persino di conoscerlo meglio. Ecco l'estratto:

"I'm only being honest"- he said- "I can't do what I think would be wise. Bathsheba, may I visit you in the evenings sometimes, or walk with you on a Sunday?"            

"No. I don't love you. I would be ridiculous.", she laughed.                                                 

Ma il rapporto fra Bathsheba e Gabriel cambia nel corso delle vicende. Bathsheba, diversi mesi dopo, finisce con lo sposare il sergente Troy, ma non è affatto un matrimonio felice. A Frank Troy in realtà, come vedremo dopo, non interessano né la ragazza né l'amministrazione della tenuta. Quando, una sera di fine agosto, Troy festeggia con i contadini la fine del tempo della mietitura del grano, Gabriel avvisa Bathsheba di un grosso rischio economico: nel cielo ci sono i segni del temporale e se piove, si rovinano i raccolti e i pagliai. Soltanto Gabriel e Bathsheba, nel corso di quella sera, sistemano appena in tempo il raccolto dentro i ripostigli, mentre i contadini bevono, incitati dal sergente. Da qui inizia a nascere una bella amicizia fra loro due che, diversi mesi dopo diviene fidanzamento (engagement) e poi ancora matrimonio e vita condivisa.

D'altra parte, teniamo presente che se a inizio libro non ci fosse il rifiuto di Bathsheba di impegnarsi con Gabriel al fine di sposarlo non ci sarebbero nemmeno tutte le vicende che si susseguono dopo.


B) BATHSHEBA:

Si tratta di una figura che divide i critici della letteratura inglese: donna libera e indipendente oppure vanitosa e un po' insensibile??

Entrambe, direi io, anche se nei primi capitoli l'ho odiata perché gioca con i sentimenti degli altri. O meglio: Gabriel è rifiutato a priori, mentre Mr. Boldwood viene illuso e poi ferito. All'inizio la definivo "hurtful, silly and vain" (tagliente, sciocca e vanitosa). Ma nel corso della storia compie un percorso di maturazione che le fa perdere la voglia di essere dura ed egoista.

Bathsheba dice all'inizio del romanzo: I hate the thought of being some man's property. 

Sostanzialmente, detesta l'idea di essere di proprietà del marito. Ma com'erano i matrimoni borghesi nell'epoca vittoriana?! Quasi tutti combinati dai genitori e dai familiari della futura giovane coppia, tanto per cominciare. Prima del matrimonio non ci si doveva toccare mai, né abbracciare. Si poteva recarsi ai balli di società oppure si poteva passeggiare e chiacchierare, sempre in presenza di un altro membro di una delle famiglie (cosa adesso assolutamente inconcepibile). E poi? Poi  i beni e il denaro della donna (la dote= dowry) appartenevano al marito ed era impossibile, soprattutto per una signora, divorziare: il divorzio era troppo costoso e comunque, due secoli fa una divorziata non era accettata né nella società inglese né in quella americana né in quella europea in generale. Assoluto potere maschile!

C) SERGEANT TROY:

Questo personaggio compare più o meno al quinto capitolo del romanzo. Sicuro di sé, un pochino arrogante, amante del bere e fiero della sua professione militare, in pochissimo tempo diviene il fidanzato e il marito di Bathsheba che per un breve periodo ne è attratta. Ma Frank Troy non l'ha mai amata veramente.

"You are nothing to me. A ceremony in a church doesn't make a marriage", le dice davanti alla bara di Fanny Robin, giovane ragazza che egli amava profondamente.

Ma siete d'accordo sul fatto che una cerimonia religiosa non "faccia un matrimonio"?

"This woman is more to me than you ever were, or will be. If I hadn't met you, I would have married her. But it is all too late. I deserve a lifetime of suffering for this.". He turned to Fanny in the coffin. "Don't worry, darling. In the eyes of God and Heaven, you are my true wife!"

Perché allora lui e Fanny non si sono sposati? Perché, la mattina nella quale avrebbe dovuto essere celebrato il loro matrimonio, Fanny si reca nella chiesa sbagliata. Come in "Tess of D'Ubervilles", romanzo scritto circa 20 anni dopo, anche qui troviamo dei momenti in cui il destino è a sfavore dei personaggi e non si realizzano degli eventi programmati. Anzi, c'è di più: i personaggi di "Far from the madding crowd" sono vittime di errori banali, proprio come Fanny, che in questo romanzo è mite come un agnellino.

Comunque, Frank Troy non lo si può definire cattivo:

He had left the house as soon as the sun was up. First, he went to Casterbridge to buy a beautiful tombstone, using the money that Bathsheba had given him. Then he bought a huge basket of flowers to plant on Fanny's grave. Troy worked all night on that grave, making it into a beautiful garden for Fanny. Finally, he fell asleep in the porch, just outside the entrance to the church.


D) FANNY ROBIN:

Il vero grande amore di Troy. Praticamente: è povera, senza famiglia e sola. All'inizio del romanzo lavora nella tenuta che Bathsheba ha ereditato dallo zio ma poi fugge per poter sposare il sergente. Soltanto al momento della sua morte si scopre che portava dentro di sé il figlio concepito con Troy.


Ma esattamente dove trascorre i suoi ultimi giorni di vita Fanny? In una workhouse, cioè, in un ospizio. Probabilmente avrete presente che l'epoca vittoriana (1837-1901) è di poco successiva alle guerre napoleoniche. In quest'epoca però non c'è soltanto un'Inghilterra che amplia notevolmente il suo impero coloniale e che inizia ad investire sulle industrie per aumentare la sua produttività. C'è anche un'Inghilterra che deve far fronte ai problemi della povertà e della disoccupazione: i poveri finivano negli ospizi e, chi di loro era in salute (healthful) doveva lavorare circa 10 ore al giorno.

Fanny arriva nell'ospizio di Casterbridge già malata, si regge a stento in piedi (crawl infatti significa "gattonare"):

She was hungry, exhausted and in pain. Every step was difficult. How was she going to walk the three miles to Casterbridge alone? (...) Finally, she could see the lights of Casterbridge ahead, but she had lost all her strength. Fanny fell to her knees and crawled, until even this was too much for her. She lay down. "No further", she said, and close her eyes.

E) MR. BOLDWOOD:


In apparenza calmo e riservato, intimamente invece appassionato e ardente nei sentimenti, Mr. Boldwood è un ricco proprietario terriero. All'inizio ignora Bathsheba ma, dopo che lei gli invia per scherzo un biglietto d'amore nel giorno di San Valentino, inizia a notarla e ad innamorarsene. In una mite sera di fine maggio le chiede di sposarlo. Lei, pur non amandolo, gli promette di impegnarsi e di accettare la sua proposta di matrimonio ma, nelle settimane in cui Boldwood si trova a Casterbridge per affari, Bathsheba incontra Troy e per un breve periodo ne rimane affascinata e "cotta". Si sposa con il Sergente e Boldwood, una volta informato, inizia a provare un odio profondo per Frank Troy e un  risentimento addolorato per Bathsheba:

"You were nothing to me once, and I was contented. You are nothing to me again, but how different the second nothing is to the first!"

Verso la fine del romanzo Boldwood, in un momento di folle furore, uccide Troy. Non viene condannato a morte ma gli viene dato l'ergastolo.

Eliminato Troy e arrestato Boldwood, rimane soltanto Gabriel. Ma stavolta, la scelta di Bathsheba diviene consapevole e seria.

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Sapete cosa mi stupisce? Mi stupisce che Thomas Hardy abbia saputo delineare e descrivere bene uomini dai sentimenti forti e donne ora miti ora indipendenti al punto tale da non curarsi degli altri.

Thomas Hardy, da quel che so, non ha mai trattato benissimo la moglie Emma: non era violento ma ho letto che per anni l'ha trascurata, che per molto tempo sono vissuti separati sotto lo stesso tetto e non si parlavano praticamente mai. 

Quando è morta, cioè nel 1912 (e Hardy è morto a 88 anni), lo scrittore ha iniziato a provare un terribile rimorso per il suo comportamento e ha iniziato a sentire la mancanza della moglie. Così in quell'anno aveva composto una raccolta di poesie e i 3/4 di queste riguardano Emma.


14 aprile 2021

"Il grande cocomero":

 Ai medici, agli infermieri e agli operatori delle RSA di tutta Italia.

A tutti coloro che in questo momento soffrono di seri problemi di salute e ai loro parenti.

Ai familiari dei ricoverati Covid.

SONO CON VOI!

Roma, metà degli anni '90. Arturo è uno psichiatra infantile che svolge il suo lavoro con dedizione ed entusiasmo. Una mattina viene portata nel suo reparto Valentina (soprannominata Pippi), dodicenne che, piuttosto frequentemente, soffre di crisi epilettiche. 

Questa ragazzina non è affatto facile da trattare e lo si comprende sin dalle prime parole irritate, scortesi e scurrili che rivolge non soltanto ad Arturo ma a tutto il personale sanitario. Il punto è che le sue crisi epilettiche la indeboliscono molto, al punto tale da privarla, per un pochino di tempo, dell'energia necessaria per poter camminare.

Arturo vorrebbe tentare una terapia analitica con Pippi.


Ma come fa a conquistare la fiducia di questa preadolescente scontrosa, triste e polemica?

Una sera, questo medico psichiatra si reca a casa della "famiglia" di Valentina (chiamiamola "famiglia", in seguito capirete il motivo per cui ho messo il sostantivo fra virgolette). E le porta un regalo: un fumetto di Linus intitolato Il grande cocomero (=The Great Pumpkin). 

Nel suo studio mia zia ha ancora dei fumetti di Snoopy e di Linus: ne avevo letti alcuni da bambina ma non Il grande cocomero, che è in pratica uno spirito che Linus attende di vedere la notte di Halloween.


Mi fermerei qui con la trama della storia. Mi fermerei qui perché questo è un post in cui vorrei enunciare più che altro le tematiche del film.

A) PRENDERSI CURA DEGLI ALTRI:

Decisamente, si tratta di un film che accentua il suo carattere delicato e struggente soprattutto nelle scene in cui Pippi si prende cura di Marinella, bambina più piccola di lei affetta da una grave forma di distrofia muscolare. 

Valentina si prende cura di lei come se fosse una sorella maggiore (anche se in realtà, in famiglia, Pippi è figlia unica). Ma per Marinella non c'è molto da fare. 

Sapete, nel periodo in cui ero animatrice mi ero accorta di qualcosa di veramente molto significativo: alcuni adolescenti dai vissuti familiari complicati, ritenuti problematici e polemici e definiti con aggettivi molto peggiori dai miei colleghi e a volte anche dal don), nelle settimane di Grest estivo sapevano prendersi cura, con sincerità e benevolo disinteresse, o di un loro coetaneo introverso e particolarmente silenzioso, o di un ragazzino di uno, due o tre anni più giovane al quale volevano davvero bene. 

Io ho visto, ho sorriso. Se Dio veramente esiste dovrebbe aver visto, meglio di me, molto meglio degli altri educatori e responsabili del Grest. Stupendo!

Stupendo è stare dalla parte dei ragazzi, sempre. Perché non significa mettersi al loro livello, quanto piuttosto esserci, fare il loro bene e pensare al loro bene.

Ve lo assicuro: alla fine non esistono bambini e adolescenti cattivi. Esistono bambini e adolescenti resi tristi e a volte anche rabbiosi dai comportamenti degli adulti con i quali convivono in casa, tutto qui.

Confesso che di tanto in tanto, mentre vedevo Valentina e Marinella insieme, ho pensato a Braccialetti Rossi, la serie di Campiotti: uno dei lati positivi di questa serie televisiva è il forte senso di solidarietà e la forte amicizia (non priva di litigi e di rivalità) fra un gruppo di adolescenti fra i 13 e i 17 anni. 

Vorrei riportare qui sotto uno spezzone degli ultimi tre minuti di Braccialetti Rossi 2. (Come la penso io di questa serie? Braccialetti Rossi 1 è meraviglioso. Il 2 è più un melodramma che una mini-serie, perché ai ragazzi accade di tutto. Il terzo è inverosimile, fiabesco, assurdo. Potevano fermarsi alla scena che sto per caricare, secondo me, senza inventare e trasmettere mai il terzo).

Per chi non conoscesse o non ricordasse la trama e i contenuti: è la serie in cui Leo, il protagonista, scopre di avere un tumore al cervello. Ha appena 18 anni. Vorrebbe lasciarsi morire, vorrebbe prendere una canoa e remare in mare aperto. Tanto a che serve sottoporsi a delle cure e a delle terapie pesanti, quando hai l'8% di possibilità di sopravvivere?


B) I PROBLEMI SOCIO-SANITARI DELL'ITALIA:

Il film rappresenta piuttosto bene alcune problematiche ospedaliere che, da più di vent'anni, caratterizzano le strutture sanitarie del nostro paese.

Uno di questi è lo stipendio, piuttosto basso, e gli orari di lavoro, sempre lunghi e faticosi, degli infermieri. 

Un altro è la carenza di personale negli ospedali, soprattutto nei reparti di psichiatria: emblematica è la scena in cui ad un'infermiera, collega di Arturo e donna piuttosto avanti negli anni, viene un esaurimento nervoso, dopo due anni di lavoro senza mai una settimana di ferie.

E pare che anche la carenza dei posti letto sia ormai un guaio cronico: lo si è rilevato la primavera scorsa con l'inizio dell'emergenza Covid e dunque con i reparti ospedalieri delle rianimazioni e delle terapie intensive rapidamente e inesorabilmente riempiti; e con file di ambulanze davanti agli ospedali e per le strade.

C) LE PROBLEMATICHE RELAZIONALI DEGLI ADULTI:

La vita di Arturo non è rose e fiori. In effetti è tutto dedito al lavoro anche per un motivo personale: è divorziato e senza figli. 

La famiglia di Pippi può essere classificata come "famiglia disfunzionale": i due genitori si parlano raramente tra di loro e, in quelle poche volte in cui lo fanno, litigano piuttosto animatamente, anche davanti allo psichiatra della loro figlia. 

Il rapporto fra Valentina e suo padre è praticamente inesistente, per due motivi: il padre è molto spesso lontano da casa per lavoro e, quando c'è, non instaura confidenza con la figlia né le trasmette sicurezza. 

Quanto alla madre, a me non è piaciuta molto come figura: piuttosto superficiale, seppur consapevole dell'epilessia di sua figlia, piuttosto fragile e un po' troppo emotiva. La ragazzina ha in effetti un rapporto conflittuale con la figura materna.

Pippi sta meglio nel reparto ospedaliero con Arturo che non in famiglia. Almeno in ospedale qualcuno la ascolta e si interessa a lei.


D) LE MALATTIE DI NATURA NEUROLOGICA:

L'epilessia di Pippi è neurologica, non psichiatrica: è vero, è nata con una tendenza all'epilessia, visto che la prima crisi l'ha avuta a tre mesi, ma ha accentuato questa caratteristica crescendo in un ambiente che non le trasmette né fiducia né sicurezza.

L'epilessia è classificata come malattia neurologica. Si manifesta attraverso convulsioni, tremori, spasmi muscolari e, in alcuni casi, comporta la perdita di conoscenza. 

Negli anni '90 come oggi, risulta difficoltoso per neurologi e psichiatri individuare chiaramente le cause. Talvolta il tumore cerebrale porta ad episodi di epilessia. Non esistono forme di prevenzione, si possono prendere soltanto dei medicinali specifici. 

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*Vorrei poter scrivere un po' di più sul blog, ma la stesura della tesi mi sta impegnando parecchio. Si tratta di un lavoro stilistico e linguistico su alcuni romanzi di Natalia Ginzburg. Chi mi conosce di persona ormai lo sa. A proposito di famiglie disfunzionali e disgregate, eccovi sotto il link per potervi vedere gratuitamente un adattamento cinematografico di Caro Michele, romanzo semi-epistolare il cui contenuto è stato da me recensito nell'agosto 2020. 

Monicelli non ha cambiato praticamente nulla rispetto al libro. C'è un fotogramma che potrebbe dare fastidio.

https://youtu.be/5GWa7yju1qA


7 aprile 2021

"Una giornata particolare": una critica velata al maschilismo

Dovrei recensire un bel po' di bei film visti in queste tre settimane appena passate di zona rossa. 

Comincio con il più datato. Una giornata particolare è in effetti una pellicola del '77.

Roma, 6 maggio 1938. La capitale d'Italia è in fermento per la visita di Hitler a Mussolini. È organizzata una parata militare in onore del Führer. Siamo in pieno periodo fascista e ad un passo dall'inizio del devastante secondo conflitto mondiale.



Il film, che percorre l'arco di una giornata, è ambientato esclusivamente in un quartiere di Roma non lontano dal centro, dai condomini altissimi.

Antonietta, la protagonista della storia, è madre di sei figli e moglie di un impiegato ministeriale che è un convinto fascista. 

Il film inizia all'alba, quando il marito e i cinque figli si alzano, fanno colazione ed escono per assistere alla parata militare. Per alcuni minuti le strade di quel quartiere di Roma sono veramente affollate, brulicanti di persone di tutte le età che corrono in fretta verso il centro storico.

Antonietta rimane sola nell'appartamento. È l'unica a rimanere a casa.

Alla faccia di chi vanta dei prestigiosi titoli di studio e paragona questa grave emergenza sanitaria ed economica ad una dittatura fascista, dico che negli anni '30 tutti gli italiani erano praticamente obbligati ad assistere ad eventi pubblici e a parate militari. Tutti gli italiani dovevano urlare: "Viva il Duce!" anche se erano a lui contrari, tutti gli italiani, soprattutto i bambini, dovevano inserirsi all'interno di corporazioni dal carattere militaresco come "i Balilla" e "la Gioventù Italiana del Littorio". E si poteva benissimo denunciare alla polizia chi non andava.

La dittatura, signor Fusaro, anche la dittatura del Novecento, costringe le persone ad unirsi in corporazioni che indottrinano e inneggiano ad un'unica ideologia, obbliga ad aggregarsi a folle numerose e ad assembramenti per onorare e compiacere il dittatore. Lo testimoniano non soltanto alcuni manuali dettagliati di storia ma anche le testimonianze letterarie per ragazzi abbastanza recenti di Frediano Sessi e di Teresa Buongiorno (quest'ultima era proprio una bambina in epoca fascista). 

E, per di più, lo si legge abbastanza frequentemente nelle opere distopiche. Ad esempio, nel Mondo Nuovo di Huxley, Bernard è ritenuto un individuo pericoloso, è guardato male da quasi tutti, dal momento che non cerca i luoghi affollati e preferisce la propria solitudine e la propria identità a delle idee imposte alla collettività tutta mediante l'ipnopedia.

Signor Fusaro, lo dico per lei e per quelli come lei che si ostinano a non voler vedere la dura realtà: la dittatura indottrina le folle e le aggrega, l'epidemia (e non parlo dell'influenza ma di qualcosa di ben più grave!) le distanzia o perlomeno, costringe a compiere delle scelte politiche che limitino fortemente o annullino le occasioni sociali. Se non c'è salute non può esserci lavoro né vita sociale particolarmente attiva purtroppo. 

E poi vorrei chiederle, signor Fusaro: ma se lei è profondamente convinto che questa sia una dittatura e che Conte lo scorso anno sia stato l'autore di un colpo di stato, perché lei non si trova in carcere? Lo sa che un corpo di polizia statale che lavora per un dittatore arresta, imprigiona, picchia, tortura e a volte anche uccide gli oppositori del sistema? Perché a lei non è mai successo tutto questo?

Ma dai... un pochino di tatto e di rispetto per quei 110.000 morti, per chi si trova ricoverato in ospedale e per chi soffre in terapia intensiva !!!!!

Comunque, Antonietta resta sola in casa. Ad un tratto Rosmunda, il suo pappagallo femmina, vola via dalla finestra della cucina. E ad Antonietta non resta che chiedere aiuto al suo dirimpettaio, anche lui rimasto a casa. Si tratta di Gabriele, ex radio cronista dell'EIAR (Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche). Ha perso il lavoro a causa delle sue tendenze omosessuali.

Fino ad un attimo prima di conoscere la sua vicina, Gabriele meditava il suicidio. Improvvisamente, l'incontro e la conoscenza di Antonietta gli risollevano il morale (e qui penso al momento in cui ballano dei passi di rumba nell'appartamento di Gabriele). 

Succede a volte anche nelle nostre vite quotidiane, vero? Anche in periodi come questo, c'è sempre qualcuno, o a volte più di qualcuno, che ci risolleva l'animo, che, con il suo calore, ci fa stare bene nei momenti in cui siamo disanimati e privi di speranze.

Gabriele le regala I tre moschettieri di Dumas e prende il caffè nell'appartamento di Antonietta. Di tanto in tanto, fra un discorso e l'altro, bussa alla porta dell'appartamento di Antonietta la portinaia del palazzo che, sussurrando, le consiglia caldamente di non frequentare Gabriele: quello che so è che è un bisbetico, un cattivo soggetto, un antifascista... È un individuo pericoloso! 

Il film prosegue nel corso di quella giornata particolare, inquadrando Antonietta che raccoglie il bucato sul terrazzo del condominio e Gabriele che è con lei. 

... Per qualche istante, Antonietta si sente attratta da Gabriele che le dice ad un certo momento: l'uomo deve essere marito, padre e soldato. E io non sono nessuno dei tre. 

Questa era l'idea di uomo in epoca fascista: padre di famiglia, marito che sottomette (non necessariamente che ama) la moglie e combattente. Ma un uomo adulto vale veramente soltanto se è marito, padre e amante del mondo militare?! Non credo proprio! 

E poi prosegue: È così. Che ti aspettavi? Baci, mozzichi, palpate, mani sotto le vesti? È questo quello che ti aspettavi? È questo che si deve fare quando si resta soli con una donna?

Certo, sono frasi pronunciate da un omosessuale. Ma non dovrebbe valere per tutti coloro che hanno la tendenza opposta?! Da troppo tempo la donna è soprattutto un oggetto di desiderio sessuale. 

Si parla moltissimo del fenomeno del "cat-calling" negli ultimi giorni. L'inglese lo rende benissimo: vuol dire fischiare e chiamare una ragazza o una donna che passa per la strada come fosse il tuo animale domestico, non una creature alla quale il rispetto è dovuto. 

Dà veramente fastidio, io lo so bene perché l'ho vissuto sulla mia pelle più di una volta. C'è stato un periodo, quando ero adolescente, in cui pensavo: "Mi converrebbe girare per le strade con un coltello. Perché si devono sempre minimizzare i fischi degli str****? Io non esisto per farmi dire bella dagli uomini".

Questa è una storia in cui i due personaggi principali del film, pur essendo molto diversi l'uno dall'altra, trovano una sintonia bellissima.

Gabriele è un uomo colto, gentile, medio-borghese, antifascista, solitario, emarginato e per forza non sposato. 

Antonietta è una donna che dispone soltanto di un'istruzione elementare, è una piccolo-borghese che ha fatto molti figli, ha rare occasioni per poter restare da sola. Il suo non è un matrimonio felice: in effetti, al momento del pranzo, lei rivela a Gabriele che il marito la tradisce con un'insegnante che tra l'altro è più giovane di lei. 

Gabriele inizialmente è sorpreso da questa confidenza. Eppure, sono la sua mitezza e la sua gentilezza a confortare la nostra protagonista.

E poi arriva la sera. Il marito e i figli tornano, come anche Antonietta ritorna alla sua squallida e monotona vita di moglie-serva di un uomo che la vede soltanto come una macchina riproduttiva e che riferendosi al cibo le dice: È tutto freddo. Non hai voglia di fare un c****.

Ho scritto "macchina riproduttiva" perché, a quest'uomo gretto, meschino e mediocre interessa concepire il settimo figlio quella sera per ottenere un premio speciale dal Duce. 

Terminati i consueti mestieri senza l'aiuto di nessuno, Antonietta inizia a leggere I tre moschettieri. Due pagine soltanto, legge. Ma, leggendo costantemente due pagine al giorno, pian piano arriverà a raggiungere il finale. Nel momento in cui legge, due gerarchi fascisti entrano nell'appartamento di Gabriele per condurlo al confino, in Sardegna. 

È l'ultimo momento del film, ma è un momento decisamente toccante che mi ha profondamente commossa.


Significativa a mio avviso è quella melodia dal carattere marziale che fa da sottofondo soprattutto quando Gabriele esce dal suo appartamento accompagnato dai due gendarmi.


2 aprile 2021

"Elegia pasquale", A. Zanzotto:

A Don Marco.


Nelle tue sofferenze fisiche e spirituali 

di questi giorni ci stai pensando. Me lo sento.


ELEGIA PASQUALE:


Pasqua ventosa che sali ai crocifissi
con tutto il tuo pallore disperato,
dov'è il crudo preludio del sole?
e la rosa la vaga profezia?
Dagli orti di marmo
ecco l'agnello flagellato
a brucare scarsa primavera
e illumina i mali dei morti
pasqua ventosa che i mali fa più acuti


E se è vero che oppresso mi composero
a questo tempo vuoto
per l'esaltazione del domani,
ho tanto desiderato
questa ghirlanda di vento e di sale
queste pendici che lenirono
il mio corpo ferita di cristallo;
ho consumato purissimo pane


Discrete febbri screpolano la luce
di tutte le pendici della pasqua,
svenano il vino gelido dell'odio;
è mia questa inquieta
gerusalemme di residue nevi,
il belletto s'accumula nelle
stanze nelle gabbie spalancate
dove grandi uccelli covarono
colori d'uova e di rosei regali,
e il cielo e il mondo è l'indegno sacrario
dei propri lievi silenzi.


Crocifissa ai raggi ultimi è l'ombra
le bocche non sono che sangue
i cuori non sono che neve
le mani sono immagini
inferme della sera
che miti vittime cela nel seno.


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Siamo entrati nel triduo pasquale. 

Andrea Zanzotto aveva l'età di Don Marco quando ha scritto questa poesia: era la Pasqua del 1948. Zanzotto, in quel periodo, aveva appena concluso un'esperienza piuttosto lunga da insegnante supplente presso un collegio svizzero, a Losanna; ed era da poco rientrato nel suo paese natale, Pieve di Soligo. Qualche anno più tardi aveva superato il concorso per entrare, a tempo indeterminato, come docente di Lettere presso la scuola media di Conegliano.

Questa poesia è ricca di simboli e credo possa essere spiegata e gustata ricorrendo a richiami evangelici sin dai primi versi. Qui sotto dunque ho provato a legare alcune immagini create da Zanzotto con altre sue poesie e soprattutto con dei passi tratti dai Vangeli.

A) Pasqua ventosa che sali ai crocifissi/con tutto il tuo pallore disperato,/dov'è il crudo preludio del sole?

Proprio nell'incipit di questa poesia, ci accorgiamo che la Pasqua è personificata, umanizzata, come se fosse una ragazza un po' pallida e pensierosa che stesse percorrendo un sentiero collinare un po' in salita per arrivare presso una piccola chiesetta circondata da un paio di croci di legno o di pietra. La Pasqua, modestamente parlando, sembra me in questo periodo quando, nelle pause fra un'ora e l'altra di studio, cammino in campagna, poco distante da casa, sola, a volte anche con un piccolo quaderno in mano per poter scrivere ciò che sento. Cammino spesso sola per gustare il silenzio interiore e i suoni della natura. 
Tuttavia penso sia legittimo attribuire anche un altro significato a quei crocifissi di cui si parla. Potrebbero anche alludere al legno della croce di Cristo e dunque, potrebbero essere i rami e i tronchi degli alberi che, rimasti spogli e nudi per tutto l'inverno, stanno iniziando a rifiorire sotto il tepore del sole primaverile.
L'aggettivo crudo lo si trova anche in un altro componimento di Zanzotto, ma scritto da uno Zanzotto ormai sessantenne, presente nella raccolta Pasque e intitolato Subnarcosi. Vi riporto soltanto i primi tre versi di questa poesia difficile: uccelli/crudo infinito cinguettio/su un albero invernale. Qui, le rondini, i merli e i passeri volano e cantano, ma per gli alberi, per molti alberi, sembra essere ancora inverno, dal momento che non rifioriscono. Non rifioriscono perché sia l'inverno sia il mese di marzo sono stati dei mesi "secchi" in cui raramente è piovuto, proprio come in questo 2021. Con Pasque siamo verso la fine degli anni Settanta del secolo scorso, siamo dunque in un periodo in cui la civiltà contadina, durata per millenni con le sue tradizioni e i suoi valori comunitari, sta scomparendo. Forse Zanzotto in questo periodo già iniziava a intuire che l'industrializzazione e l'urbanizzazione avrebbero portato sia alla rovina di diversi paesaggi naturali sia all'inquinamento e dunque ai cambiamenti climatici. Questa preoccupazione del poeta, ad ogni modo, emerge in Meteo (1996), Sovrimpressioni (2001) e Conglomerati (2009), le sue ultime tre raccolte di poesie.

B) Dagli orti di marmo/ ecco l'agnello flagellato. 

Si legge in Isaia, 53, 7-9: 

Maltrattato, si lasciò umiliare
e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello,
come pecora muta di fronte ai suoi tosatori,
e non aprì la sua bocca.
Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo;
chi si affligge per la sua sorte?
Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi,
per l'iniquità del mio popolo fu percosso a morte.

L'orto degli ulivi, luogo in cui, secondo la tradizione e secondo le "Vie Crucis", Gesù prega angosciato mentre i discepoli, poco distanti da lui, dormono. Nei film sulla Passione, ma più in generale, nei film sulla vita di Gesù, il Getsemani è sempre presentato nello stesso modo: è notte ed è un giardino buio, fatto di muretti e ulivi grandi dalle chiome folte.

C) ho consumato purissimo pane. 

Si legge nel Vangelo di Marco, 14, 17-25:

Venuta la sera, egli giunse con i Dodici. Ora, mentre erano a mensa e mangiavano, Gesù disse: “In verità vi dico, uno di voi, colui che mangia con me, mi tradirà”. Allora cominciarono a rattristarsi e a dirgli uno dopo l’altro: “Sono forse io?”. Ed egli disse loro: “Uno dei Dodici, colui che intinge con me nel piatto. Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui, ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo è tradito! Bene per quell’uomo se non fosse mai nato!”.

Mentre mangiavano prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: “Prendete, questo è il mio corpo”. Poi prese il calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse: “Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza versato per molti. In verità vi dico che io non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio”.


D) il vino gelido dell'odio. 
Io avrei detto: il vino gelido del tradimento e del doloreIl Vangelo del 30 marzo, cioè, di questo martedì santo, era un passo preso dal Vangelo di Giovanni:

Giovanni, 13, 21-30:

Dette queste cose, Gesù si commosse profondamente e dichiarò: «In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà». I discepoli si guardarono gli uni gli altri, non sapendo di chi parlasse. Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. Simon Pietro gli fece un cenno e gli disse: «Di', chi è colui a cui si riferisce?». Ed egli reclinandosi così sul petto di Gesù, gli disse: «Signore, chi è?». Rispose allora Gesù: «È colui per il quale intingerò un boccone e glielo darò». E intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda Iscariota, figlio di Simone. E allora, dopo quel boccone, satana entrò in lui. Gesù quindi gli disse: «Quello che devi fare fallo al più presto». Nessuno dei commensali capì perché gli aveva detto questo;  alcuni infatti pensavano che, tenendo Giuda la cassa, Gesù gli avesse detto: «Compra quello che ci occorre per la festa», oppure che dovesse dare qualche cosa ai poveri. Preso il boccone, egli subito uscì. Ed era notte.

E) è mia questa inquieta/gerusalemme di residue nevi. Gerusalemme è in questa lirica con la lettera iniziale minuscola perché si tratta di Peive di Soligo, paesino trevigiano in alta collina in cui è possibile che, a fine marzo e quindi all'inizio della primavera, nei prati, alcune chiazze di neve e di ghiaccio convivano con la nascita dei primi fiori.

F) Crocifissa ai raggi ultimi è l'ombra. 

Si legge in Marco, 15, 25-37:

Erano le nove del mattino quando lo crocifissero. E l'iscrizione con il motivo della condanna diceva: Il re dei GiudeiCon lui crocifissero anche due ladroni, uno alla sua destra e uno alla sinistra. 
I passanti lo insultavano e, scuotendo il capo, esclamavano: «Tu che distruggi il tempio e lo riedifichi in tre giorni, salva te stesso scendendo dalla croce!». Ugualmente anche i sommi sacerdoti con gli scribi, facendosi beffe di lui, dicevano: «Ha salvato altri, non può salvare se stesso!  Il Cristo, il re d'Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo». E anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano.
Venuto mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Alle tre Gesù gridò con voce forte: Eloì, Eloì, lemà sabactàni?, che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonatoAlcuni dei presenti, udito ciò, dicevano: «Ecco, chiama Elia!». Uno corse a inzuppare di aceto una spugna e, postala su una canna, gli dava da bere, dicendo: «Aspettate, vediamo se viene Elia a toglierlo dalla croce». Ma Gesù, dando un forte grido, spirò.

Ad ogni modo, il verso crocifissa ai raggi ultimi è l'ombra mi richiamava proprio quel Venuto mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra

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Ho trovato, in questi giorni, un cortometraggio animato che a mio avviso riassume bene quello che è il senso del Cristianesimo. 

Perché vale la pena vivere pienamente l'esistenza precaria che ci è stata data? 
Per i contenuti che propone questo cartone!


E' una storia senza parole che dovrebbe insegnare soprattutto tre cose:

1) Imparare ad accogliere e a condividere i drammatici vissuti degli altri e i dolori che si portano dentro, quei dolori che nemmeno con un abbraccio potremmo guarire. Quei dolori però che noi potremmo lenire con la nostra sincera vicinanza verso chi soffre.

2) Il passato ce lo portiamo dentro per sempre. Forse non guariremo mai del tutto da alcuni nostri tristi vissuti di infanzia. L'importante però è sentire l'amore, il conforto e la tenerezza di quelle persone particolarmente significative che segnano positivamente il nostro sentiero di vita.

3) Noi stessi possiamo farci strumenti d'amore, di pace e di solidarietà verso il prossimo, cercando, quotidianamente, di oltrepassare quello che è il nostro "piccolo mondo" fatto anche di fragilità per tendere la mano a chi si trova in difficoltà.

Quest'autunno Don Marco mi ha fatto da guida spirituale: mi ha accompagnato, tutti i giorni con un colloquio, in un percorso di EVO (esercizi spirituali nella vita ordinaria). 
Ogni giorno per sei giorni mi aveva assegnato un brano tratto dai Vangeli o da San Paolo e io, nel leggerlo e nel pregarlo, dovevo riflettere e "sentire" dentro di me alcune frasi e poi riportare in una tabella pensieri e sentimenti sia positivi che negativi. 
Don Marco mi stava insegnando ad essere meno introspettiva nel pregare e più "universale": secondo lui ho una predisposizione per queste forme di preghiera ma mi consigliava di praticarla pensando a tutta l'umanità, non soltanto a me stessa e al mio presente.

Ormai sono passati sei mesi da quella nostra settimana di EVO, per cui  qualcosa posso dirvi: il quarto giorno di quella settimana dovevo meditare una parte della seconda lettera di San Paolo ai Corinzi, quel passo che dice: Mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze.
Dopo averlo fatto, il Don mi aveva invitata nel suo studio e gli avevo esposto una piccola perplessità che era sorta leggendo e rileggendo la frase: Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte.

Ricordo di avergli detto: "Questa frase mi mette tristezza, mi dà fastidio! Per qualche istante ho addirittura tremato di indignazione. E se gli altri non si accorgessero del nostro bisogno di amicizia e di sentirci accolti e accettati? E poi, c'è chi è e resta sempre solo, senza nessuno su cui poter contare. In questi casi dov'è la grazia di Dio?"

Il bello di Don Marco è che ti ascolta e ti fa vivere le domande, oltre a viverle con te. 

Se è vero che Dio agisce attraverso altre persone, Dio era in quel sorriso mite e accogliente che mi proponeva di inserirmi in un gruppo giovani appena formato. Dio era in quel giovane curato robusto che, il giorno del suo compleanno, l'estate scorsa, ci ha radunati nel cortile del Centro sociale per una serata di cinema all'aperto e ci ha offerto i ghiaccioli alla fine. 
Dio era forse anche seduto, in quell'afoso pomeriggio di agosto, sulla canoa, che si guardava intorno sorridente con una telecamera in mano, compiaciuto del fatto che ci stessimo divertendo. 
Dio era in quegli occhi non coperti da mascherina che si interessava ancora di più a me e ai miei stati d'animo quando mio zio Attilio ha avuto un incidente.
Dio era quel giovane uomo che, seduto su una poltrona della sua stanza, ascoltava i miei desideri, le mie ansie e le mie riflessioni. 
Dio dimorava e dimora in lui, in quella sua forza interiore, in quella volontà di starci sempre accanto, di esserci sempre, anche quando il clima tra noi giovani era meno sereno.

Dio ora è in un letto d'ospedale che patisce e ci manca molto.