24 settembre 2026

"SENTIERI PARTIGIANI"- P. MALAGUTI (II):

Ci sono altri passaggi piuttosto interessanti all'interno di Sentieri partigiani.

4) LA FINE DI BENITO MUSSOLINI:

Nell'estate 2010, Paolo Malaguti e la moglie trascorrono un soggiorno nei pressi del lago di Como. I

n una stretta via del paese di Giulino, accanto al cancello di Villa Belmonte, entrambi scorgono una croce nera e una scritta dorata con la seguente dicitura: 

"BENITO MUSSOLINI- 28 aprile 1945".

Non ci sono fotografie d'epoca, né altri cartelli esplicativi, motivo per cui l'autore inizia a porsi diverse domande. 

Innanzitutto, per Malaguti, quella scritta è un segno che dice e non dice, considerando il fatto che persistono ancora opacità e incertezze relative al luogo esatto della morte del Duce e della sua amante:

(...) stando ad alcune ricostruzioni (Mussolini e Claretta Petacci) potrebbero essere stati uccisi qualche ora prima, a Bonzanigo, presso casa De Maria. Poi i cadaveri sarebbero stati trasportati fino a Giulino, per inscenare un'esecuzione pubblica, prima di portarli a Milano.

Due anni dopo Malaguti ritorna a Giulino e scorge qualche cambiamento, deliberato dall'ANPI locale, presso il muretto di Villa Belmonte: oltre alla croce e alla data di morte, è stata aggiunta una lapide simile ad un libro aperto con fotografie di Mussolini e della Petacci. Inoltre, sulla targa viene precisata l'ora esatta dell'esecuzione.


A partire da queste modifiche l'insegnante si chiede se non sia necessario creare, magari proprio a Giulino, un museo o un percorso della memoria che si concentri sugli ultimi momenti di vita del Duce tramite l'utilizzo di cartelli, fotografie e documenti: a suo modo di vedere questa iniziativa, senza giustificare la violenza del periodo della guerra civile italiana, costituirebbe un efficace antidoto al Fascismo.

Un'altra questione interessante relativa a questo problema storico è la seguente: quando finisce davvero il Fascismo? O non è ancora del tutto estinto?

A mio modo di vedere, alla fine di aprile del '45 in Italia termina la dittatura ma non certamente il Fascismo.

Una delle mie argomentazioni esplicative fa riferimento alla carriera politica di Giorgio Almirante, convinto collaborazionista dei Repubblichini. 

Alla fine degli anni Quaranta, Almirante è stato tra i fondatori del Movimento Sociale Italiano, formazione politica che nel 1972 ha ottenuto quasi il 9% nel corso delle elezioni politiche.

Nel nostro paese sono inoltre esistite le Brigate Nere, corpo paramilitare di ispirazione fascista fondate nel 1944 da Alessandro Pavolini e attive fino alla fine del 1945.

Oltre a ciò è molto importante tener presente che il terrorismo nero degli anni Settanta è stato responsabile di drammatiche stragi come quello di Piazza della Loggia a Brescia nel 1974 e, senza ombra di dubbio, anche dell'episodio di Bologna nel 1980.

Attualmente permangono e persistono alcuni movimenti di estrema destra neo-fascista come Casa Pound, attivo dal punto di vista culturale e sportivo, e Forza Nuova, fondata alla fine degli anni Novanta.

Entrambe le formazioni appoggiano fortemente iniziative e politiche anti-migratorie oltre alla nazionalizzazione delle autostrade. Le loro idee risultano inoltre fortemente e vergognosamente omofobe e anti-semite: d'altronde i rispettivi componenti dalle simpatie neo-naziste negano la Shoah.

Concludo il paragrafo richiamando ad un'altra informazione significativa che il mio collega Malaguti fornisce: il 28 aprile, a Dongo e a Giulino, si svolgono manifestazioni neofasciste.

5) COME AFFRONTARE LA RESISTENZA A SCUOLA?

Questa domanda ricorre più volte all'interno del libro.

Paolo Malaguti lamenta il fatto che, nelle scuole secondarie in generale, la Resistenza venga molto spesso trattata in modo riduttivo, sia dai docenti di Lingua e Letteratura italiana sia dai colleghi a cui viene assegnato il completamento del quadro orario con le discipline storico-geografiche: si elencano i fatti salienti relativi alla guerra civile e si tende a valorizzare soltanto la figura di partigiani-eroi torturati dai Repubblichini. 

Nella migliore delle ipotesi, il titolare delle ore di storia propone ai ragazzi la lettura e l'analisi di qualche fonte scritta o iconografica inerente l'argomento.

Tuttavia, secondo l'autore, queste strategie didattiche non incidono sulle coscienze di adolescenti che tendono a vedere il passato come un'appiattita sequenza di eventi lontani da loro.

Il mio collega ritiene un'azione pedagogica insufficiente anche quella finalizzata a commemorare il 25 aprile: dedicare alcune ore alla visione di un film o alla lettura di poesie e di alcuni estratti di romanzi.

Pur rispettando al massimo l'esperienza e la dedizione dell'autore nei confronti del miglior lavoro esistente sulla faccia della Terra, ritengo che, a mio avviso la scuola, non possa sobbarcarsi da sola qualsiasi responsabilità educativa.

Nel nostro meraviglioso e problematico paese sarebbe necessaria la fondazione di scuole civiche territoriali rivolte a tutte le fasce d'età.

Esiste una modalità, cortese ma sistematica, di coinvolgimento periodico di tutti gli italiani in cicli di formazione storica? 

In Sentieri Partigiani si cita tuttavia la scuola di Collegno, finalizzata ad istituire connessioni tra la lotta partigiana e il nostro presente.

Ho inoltre rilevato che Paolo Malaguti sembra abituato a pensare ad una suddivisione delle ore di discipline umanistiche tra due diversi insegnanti all'interno di una stessa classe.

D'altronde, con l'inesorabile calo demografico, ritengo che le suddivisioni qui di seguito riportate a proposito delle scuole secondarie saranno sempre più diffuse e davvero molto frequenti nei prossimi anni:

Qui mi riferisco all'area umanistico-letteraria moderna (classe di concorso A-12):

- Secondaria di primo grado: docente di lingua e letteratura italiana (6h settimanali)+ docente di storia e geografia (4h settimanali), dal primo al terzo anno compreso.

-Secondaria di secondo grado- primo biennio di tutti gli indirizzi: docente di lingua e letteratura italiana (4h settimanali)+ docente di storia e geografia (3h settimanali).

-Secondaria di secondo grado- triennio istituti tecnici: docente di lingua e letteratura italiana (4h settimanali)+ docente di storia (2h settimanali).

-Secondaria di secondo grado- triennio licei (questa è una suddivisione che esiste da più di dieci anni): docente di lingua e letteratura italiana (4h settimanali)+ docente di storia e filosofia (4h settimanali).

A mio modo di vedere questi orari spezzati comporterebbero più vantaggi che intoppi. 

Qui ne delineo le ragioni.

A) DOPPIO PUNTO DI RIFERIMENTO

Tutti i ragazzi, nella loro piena fase di crescita, potrebbero contare su due figure complementari: un insegnante si occuperebbe di sintassi, di arricchimento lessicale e della componente interpretativa che i testi letterari implicano. 

L'altro invece si focalizzerebbe sulla formazione del senso critico, della coscienza civica e dell'attenzione nei confronti di problematiche attuali, anche ambientali.

B) MODELLI DIDATTICO-EDUCATIVI DIVERSI

Gli alunni potrebbero individuare con spontaneità la figura più affine ai loro interessi scolastici e alle loro tensioni emotive. 

Se, da una parte, è vero che noi docenti non siamo affatto gli amici o gli psicologi dei nostri studenti, dall'altra non dobbiamo mai dimenticare che, nelle classi, portiamo anche parte della nostra personalità: per questo due modelli di insegnanti diversi per l'area umanistica costituiscono una risorsa.

C) VIENE FAVORITA LA DIDATTICA INTERDISCIPLINARE

Questa suddivisione oraria comporterebbe la presa di coscienza del fatto che "tutto si collega": se da un lato i testi letterari sono interpretabili, dall'altro implicano una stretta connessione non soltanto con la biografia di chi li ha scritti ma anche con le coordinate geografiche e con il contesto storico-sociale che hanno determinato una certa idea esistenziale nella mentalità dell'autore.

Questa idea di frammentazione delle discipline di area umanistica supera le esperienze che Malaguti racconta a proposito di litigi furibondi avvenuti tra "colleghi di Italiano" e i "colleghi di Storia" relativi alle modalità di trattare i totalitarismi del Novecento e le Foibe.

D) CONFRONTO FREQUENTE E SISTEMATICO CON I COLLEGHI DI SOSTEGNO

Entrambi gli insegnanti di area umanistica possono frequentemente e facilmente confrontarsi con il collega designato sul sostegno a proposito di comportamenti problematici, situazioni di fragilità, necessità educative ed efficacia di determinate strategie didattiche a breve e a lungo termine. Questo non soltanto per gli alunni con bisogni educativi speciali ma per tutti i componenti del gruppo classe.

Se dovessi incontrare il collega Malaguti gli proporrei una provocazione di questo genere: 

Immagini una classe terza media con due titolari diverse per le discipline di area umanistica, secondo la suddivisione 6h+4h. A me vengono assegnate le sei ore di italiano e ad un'altra insegnante, proveniente proprio dalla formazione in Scienze Storiche, le restanti quattro. 

Avendo presentato una tesi di Laurea magistrale in Linguistica italiana sull'analisi sintattica e lessicale di alcuni romanzi di Natalia Ginzburg, ho avuto modo di approfondire anche la figura del suo primo marito, Leone, deceduto a seguito di terribili torture da parte dei fascisti presso il carcere di Regina Coeli a Roma, nel febbraio del '44. Chi dovrebbe presentare a ragazzi fra i 13 e i 14 anni una figura di così alta levatura etica come Leone Ginzburg? Io o la mia collega, la quale sicuramente ha superato anche un esame corposo e molto approfondito di storia contemporanea? 

Leone è, di fatto, un personaggio storico, emblema di una cosciente e consapevole libertà politica e intellettuale. Per di più è anche stato un letterato, co-fondatore della casa editrice Einaudi e curatore di un'edizione dei "Canti" di Leopardi. Chi si è opposto al nazi-fascismo desiderava un avvenire migliore per le generazioni successive, come si evince dalle "Lettere dei condannati a morte della Resistenza Europea" raccolte da Zagrebelsky. Questo non dobbiamo dimenticarlo mai. Condivido solo in parte il timore di "sublimare", all'interno delle scuole, i partigiani. A mio avviso, una figura come Leone Ginzburg potrà suscitare l'ammirazione degli adolescenti soprattutto se verrà collegata strettamente a solidi valori quali la giustizia, il senso di integrità e la profondità umana. Infatti lo si potrebbe definire un anti-influencer dell'Italia fascista che ha perso la cattedra all'Università dopo essersi rifiutato di giurare fedeltà alla dittatura di Mussolini. Si potrebbe chiedere ai ragazzi: "Al posto di Leone, voi avreste rifiutato di appoggiare un governo autoritario accettando di perdere un lavoro coerente con i vostri studi e con le vostre passioni?".

Questa domanda conquisterebbe, a mio modo di vedere, anche ragazzi di quinta superiore.

Ritengo che la migliore soluzione per affrontare la Resistenza in classe consista prima di tutto in una stretta collaborazione tra umanisti, motivo per cui, tramite accordi e collaborazioni instaurate necessariamente all'inizio dell'anno scolastico, la Resistenza potrebbe essere approfondita con letture di Fenoglio, Calvino (Il sentiero dei nidi di ragno) e Pavese, senza tralasciare le contraddizioni di chi ha partecipato attivamente a questo movimento così fondamentale per la fondazione della democrazia.

Ad ogni modo e al di là del mio specifico percorso di studi di laurea magistrale, mi ritengo un po' più predisposta per l'insegnamento delle discipline storiche e geografiche: l'esperienza lavorativa dello scorso anno scolastico è stata molto significativa, mi ha fatta crescere sia professionalmente che umanamente, mi ha riconnessa con interessi e curiosità nate durante l'infanzia (storia medievale, mappamondi, cartine fisiche). 

Per la gioia del nostro attuale Presidente della Repubblica, sono un'insegnante che già dispone di una metodologia piuttosto forte, peraltro riconosciuta da colleghe con molti più anni di esperienza, per quel che concerne ragionamenti storici su fonti scritte/iconografiche, mappe concettuali, questioni cartografiche ed etico-ambientali.

6) LA QUESTIONE DI PIAZZALE LORETO E LE CONCLUSIONI FINALI DEL LIBRO:

Malaguti dedica una sezione anche a Piazzale Loreto, lamentando il fatto che, sul Piazzale, al posto di lapidi commemorative ci sia un McDonald.

Il tema del rapporto tra memoria storica e trasformazione urbana a Piazzale Loreto fa parte dello sviluppo della società italiana. Se da un lato le attività commerciali rischiano di appiattire la percezione dei luoghi, dall'altro la stratificazione storica di questo piazzale rimane indelebile.

Agosto 1944:

Nell'agosto 1944, dopo un attentato in Viale Abruzzi, quindici persone tra partigiani e anti-fascisti sono stati prelevati dal Carcere di San Vittore e fucilati dalla Legione Autonoma Mobile Ettore Muti. Si tratta di un'azione di rappresaglia avvenuta in un viale vicino al Piazzale. 

I corpi sono rimasti visibili ai civili per molte ore, al fine di terrorizzare la popolazione civile e di disincentivare forme di solidarietà alla Resistenza.

Aprile 1945:

Il 29 aprile del 1945,  i corpi di Benito Mussolini, di Claretta Petacci e di altri gerarchi fascisti sono stati portati a piazzale Loreto ed esposti.

Questo luogo è stato individuato dalle forze partigiane per contrapporre la fine del regime al luogo del martirio dei quindici antifascisti dell'anno precedente.

La memoria oggi:

I luoghi cambiano con il tempo e le tracce della memoria della Resistenza sono moltissime, soprattutto in Italia Settentrionale. La salvaguardia di questi spazi risulta fondamentale.

A Piazzale Loreto sorge una lapide in memoria dei quindici martiri, con un'epigrafe che ne ricorda i nomi e il sacrificio e, il 10 agosto di ogni anno, l'amministrazione comunale di Milano organizza cerimonie ufficiali e incontri dedicati alla memoria delle quindici persone uccise.

7) COME RENDERE ATTUALE IL CONCETTO DI RESISTENZA?

Negli ultimi anni ho sentito  molti adulti sparare a zero  contro i ragazzi che scelgono forme di lotta più o meno eclatanti per lanciare l'allarme sull'emergenza climatica.

Imbrattare con la zuppa un quadro famoso o incollarsi a una scultura sono azioni che talvolta suscitano condanne più indignate di quante ne ricevano azioni terroristiche  con vittime innocenti, o bombardamenti su civili inermi.

Credo che questa sia una forma di resistenza che alcuni giovani del mondo occidentale del XXI° secolo hanno scelto contro gli esponenti del vecchio mondo. Ancora una volta, come nel '43 o nel '68, un conflitto che ha una forte implicazione generazionale.

Non riesco a condannarli. 

Quindi le Brigate Rosse, che si definivano un Movimento di Resistenza, erano davvero tali? Malaguti cerca di rendere attuale il concetto di Resistenza con un paragone che a mio parere non regge.

La Resistenza era un movimento eterogeneo, costituito da comunisti, liberali, cattolici e monarchici che contrastava le forze occupanti e chi collaborava con loro, con lo scopo di restituire libertà e democrazia all'Italia.

Le Brigate Rosse invece erano attive in uno Stato democratico e costituzionale e ricorrevano al terrorismo, al sequestro e all'omicidio di magistrati, giornalisti, sindacalisti e uomini politici, tra cui Aldo Moro.

Gli ultimi movimenti di protesta non portano contributi costruttivi e non sensibilizzano su tematiche ambientali dato che sono trasportati da un'emotività distruttiva.

Se la Resistenza è stata una guerra di liberazione contro un oppressore, l'attivismo climatico odierno è provocatorio e aggressivo, senza proposte pragmatiche e concrete che possano suscitare l'interesse dell'opinione pubblica. 

... Pensate a come trascorrerò il giorno del mio trentunesimo compleanno: inclusa tra gli autori di un evento culturale poco lontano da casa!




18 settembre 2026

"SENTIERI PARTIGIANI"- P. MALAGUTI (I):

 "Se decidiamo di riconoscerci in quei principi di libertà e di lotta per la libertà dobbiamo accettare la sfida di non lasciare in silenzio anche le colpe, i limiti e le brutture di quella lotta".

"La Resistenza è esistita come fenomeno storico dal settembre 1943 all'aprile 1945, ma come tensione, come atteggiamento, come missione etica e civile continua ad esistere e non perde mai di senso".


Sentieri partigiani è il libro più recente di Paolo Malaguti, insegnante di Lettere in un liceo della provincia di Vicenza.
In quest'opera, l'autore coglie l'occasione per riflettere sulle contraddizioni e le ombre che presentano le fonti, le tracce e i monumenti dedicati alla Resistenza in alcune zone della pianura padana.
Le prime pagine sono dedicate ad alcune strade che Malaguti percorre in bicicletta sul Monte Grappa, tra le quali la Giardino, che include nel percorso un monumento al partigiano, e la Cadorna che porta al Sacrario fascista di Cima Grappa.

1) DUE TESTIMONIANZE STORICHE ANTITETICHE SUL GRAPPA:

... c'è l'elemento più visibile, la statua di Murer che rappresenta un uomo che leva al cielo le mani libere dalle corde spezzate che ancora gli legano i polsi. Ai piedi della statua, delle lapidi ricordano i nomi delle quattro brigate partigiane operanti sul massiccio... Infine, a fare da sfondo alla statua, una breve galleria nella quale, così ricorda un'altra lapide, sette partigiani vennero bruciati vivi dai lanciafiamme dei nazifascisti.

Il Sacrario invece è stato inaugurato durante il regime fascista.

Il sacrario fascista del Grappa può non piacere, può non piacere, può essere considerato un ecomostro ante litteram, può essere visto come un utilizzo cinico e intelligente dei morti in guerra a scopi ideologici. Ma non si può certo dire che non sia chiaro. È grandioso, solenne, massiccio, visibile, anzi, visibilissimo, fin dalla pianura. Ed è ossessivo nella ripetitività dei suoi messaggi, semplici e lineari: "Gloria a voi soldati del Grappa" è il motto che si legge in più punti.

Si tratta senza dubbio di due oggetti antitetici che ricordano episodi molto diversi della storia italiana del Novecento.
Il monumento al partigiano, poco frequentato, è stato inaugurato trent'anni dopo il rastrellamento e l'eccidio del Grappa mentre il Sacrario è stato inaugurato durante il regime fascista.

Malaguti poco dopo prosegue così:

... con l'avvento della democrazia sulle braci della Resistenza, le cose si complicano, la memoria si moltiplica, si fa caleidoscopica.
Qui credo si aprano due ordini di problemi: da un lato, i segni chiari e univoci della memoria fascista spesso continuano ad esistere e ad agire sul nostro immaginario, creando dei cortocircuiti ideologici interessanti da analizzare.
Dall'altro, la memoria frastagliata della Resistenza (ma leggi anche: degli anni di piombo, dello stragismo mafioso, della crisi della prima repubblica, del berlusconismo, anch'esso ormai storia!) sembra attuarsi in segni difficili, complicati da leggere, spesso divisivi o figli di una memoria divisa, accompagnati da code di polemiche che sembrano depotenziarne l'efficacia.

Certamente a partire dall'8 settembre 1943 il nostro paese era diviso in due, geograficamente e politicamente: a sud, l'Italia era sotto il controllo degli Alleati e sotto la giurisdizione del governo di Badoglio, a nord invece, i territori italiani erano compresi nella Repubblica di Salò, stato satellite della Germania hitleriana.
In queste pagine, Malaguti manifesta una notevole sensibilità a questa spaccatura, ben visibile nella sua storia familiare: da un lato il nonno paterno era un repubblichino, dall'altro invece, il nonno materno era una staffetta partigiana.

In realtà, già prima della Resistenza ci sono eventi che non possono essere interpretati focalizzandosi su una sola chiave di lettura. 
Tra questi, il Risorgimento, l'epoca della Controriforma, l'epoca delle Crociate e quella delle invasioni barbariche.

Pensiamo soprattutto al Risorgimento: la storiografia di fine Ottocento, di stampo liberal-democratico, promuoveva una visione che lo rendeva un successo diplomatico tra Camillo Benso di Cavour e i Savoia, mentre la lettura di Gramsci vede questo periodo storico come una "rivoluzione passiva": i borghesi con Cavour hanno unificato il Paese senza coinvolgere le masse contadine.
Infine, la lettura meridionalistica evidenzia il Risorgimento come un processo traumatico per il Regno delle Due Sicilie, assoggettato dal punto di vista economico e sociale, con una violenta repressione del fenomeno del brigantaggio, sostenuto da ufficiali borbonici.
Il brigantaggio sociale post-unitario è esistito anche al nord, ad esempio in zone delle pianure veronesi, soprattutto per ragioni dovute alla miseria contadina e alle carestie.

La storia è insidiosa dal momento che è costituita da segni complicati da leggere e, talvolta, non rispondenti a verità. 
Alcuni di questi sono rimasti misteriosi e non ancora decifrati, come la Lineare A che risale all'epoca cretese.
Anche la scrittura gotico-carolina è risultata difficile da decifrare, dato che manca la separazione tra le parole e la punteggiatura è assente.
D'altro canto è opportuno tener presente che sono esistiti documenti creati in epoche successive a quelle alle quali li si è voluti far risalire, come la Donazione di Costantino: nel testo, l'imperatore ringraziava Papa Silvestro I° per averlo guarito dalla lebbra e per averlo convertito al Cristianesimo; per questo motivo concedeva al Pontefice la sovranità su Roma e le insegne imperiali.
Nel Rinascimento, Lorenzo Valla ha identificato il lessico e la struttura sintattica di quel documento come appartenenti al latino medievale, non tardo-antico.
Oltre a ciò, ha individuato alcuni termini riferiti al periodo del Feudalesimo (IX° secolo). 
Si ritiene quindi probabile che la falsa Donazione di Costantino sia stata redatta per giustificare l'alleanza tra lo Stato della Chiesa e i Franchi.

2) I PARTIGIANI: MARTIRI O UOMINI VICINI A NOI?

Malaguti ritiene che equiparare i partigiani a dei martiri sia esatto da un punto di vista etimologico: μάρτυς significa infatti testimone.
I partecipanti alla Resistenza sarebbero stati testimoni, con la loro vita, dell'importanza della libertà e, nell'immaginario comune, conosciuti come vittime di una morte violenta a causa delle loro idee. Più o meno come i primi cristiani, i quali manifestavano una grande e ammirevole fermezza nella Fede.

Ad ogni modo, questo insegnante distingue i "martiri" dai "caduti": questi ultimi infatti sarebbero i morti in guerre e battaglie tradizionali.


L'Italia democratica e l'Europa libera dalle dittature militari sono fondate sul sacrificio dei partigiani italiani ed europei che, pur appartenendo a correnti politiche diverse, si sono organizzati in una lotta armata per liberare l'Italia dalla dittatura.
Un mosaico complesso di ideali, che ha visto convivere comunisti, azionisti, cattolici, liberali e monarchici in un’unica grande spinta liberatoria.

Certo, il mondo non è diviso in "bianco" e "nero". Se da un lato è bene una lettura critica dei monumenti e della memoria collettiva, come ribadisce più volte l'autore all'interno del libro, dall'altro occorre riconoscere che sia le sfaccettature della Resistenza sia le sue contraddizioni sia le violenze dell'immediato dopoguerra sono già state approfondite e studiate, almeno in ambito accademico, nel corso di questi ultimi decenni.
Infatti la ricerca scientifica ha ampiamente superato la retorica monumentale per restituire una memoria consapevole e sfaccettata.

Tuttavia, più e più volte il professor Malaguti si chiede in quali modalità risulterebbe più opportuno proporre in classe ad un pubblico di adolescenti l'argomento della Resistenza partigiana:

La Resistenza come atteggiamento trasversale alle società e alle epoche storiche- come critica al potere, come competenza del disubbidire, capacità di decidere quando opporre un "no"- è un valore che va mostrato nella drammatica normalità delle cose, nella precarietà, nella limitatezza umana di chi interpretò quel ruolo.

3) IL PARTIGIANO SCARPONE:

Durante un breve soggiorno dalle parti della bassa mantovana, Malaguti viene a conoscenza della storia drammatica del partigiano Scarpone (Alcide Garagnani).
Siamo a Gonzaga, zona nella quale i repubblichini eseguivano rastrellamenti molto frequenti.

Scarpone, così soprannominato per il suo spirito di iniziativa nelle operazioni di guerriglia tra la provincia di Mantova e quella di Modena, era divenuto comandante della 43° Brigata Garibaldi.

A sorpresa, nella notte tra il 19 e il 20 dicembre del 1944, circa duecento partigiani appartenenti alle Brigate Garibaldi assediano la caserma della Guardia Nazionale Repubblicana (GNR) e i presidi militari occupati dalle truppe tedesche della Wehrmacht.

In particolar modo, Scarpone fa fuoco ai soldati e ne uccide una quindicina, mentre altri partigiani sottraggono ai nazi-fascisti una discreta quantità di armi e di munizioni.
Tuttavia, Alcide Garagnani perde la vita proprio durante il combattimento.
Per ritorsione, nei giorni successivi, le forze tedesche hanno fucilato sette partigiani catturati tra il poligono di tiro di Gonzaga e Mantova.

Al fine di riconoscere l'audacia che ha dimostrato durante la guerra civile e, soprattutto, durante il suo ultimo combattimento, ad Alcide Garagnani è stata conferita la Medaglia d'Oro al Valor Militare alla memoria. 
Sia a Gonzaga che in alcuni comuni del Modenese si trovano alcuni monumenti che ricordano la figura di "Scarpone" e il suo sacrificio nella battaglia di Gonzaga.

Non sono per l'esaltazione del partigiano con il grilletto facile o per una mitizzazione della Resistenza ma non so se sia opportuno, come suggerisce Malaguti, istituire qualche monumento anche per i caduti repubblichini.
Bisogna prestare attenzione a questo aspetto: il rispetto umano nei confronti dei defunti e dei caduti è un conto, dedicare loro un monumento è tutt'altra cosa. 
Il rischio concreto e pericoloso è che, con la memoria ufficiale, si finisca involontariamente per legittimare l'ideologia fascista della Repubblica di Salò che arrestava, torturava e deportava.
Costruire un monumento vuol dire dedicare uno spazio pubblico a un valore che ha fondato una comunità. 
Non si deve equiparare chi ha combattuto per la libertà di tutti e chi ha preso le armi a favore di fascisti e nazisti. 

Io credo sia necessario considerare che i dubbi e le proposte di Malaguti non sorgono da una sorta di nostalgia per l'ideologia fascista, ma da una priorità pedagogica a proposito di questo capitolo della nostra storia che consiste nel drammatizzare e idealizzare meno e comprendere più a fondo gli stati d'animo e le idee di chi ha deciso di contrastare l'oppressione e l'occupazione di una parte dell'esercito hitleriano, oltre che le situazioni territoriali, diverse da regione a regione.

I partigiani sono stati esseri umani valorosi ma anche imperfetti e, tuttavia, precursori della nostra Costituzione italiana.

8 settembre 2026

LA POLVERIERA DI AVESA:

18) LA RESISTENZA NELL'ITALIA SETTENTRIONALE: TESTIMONIANZE SIGNIFICATIVE ANCORA POCO CONOSCIUTE

 -un docufilm su una catastrofe sfiorata-

A) STRUTTURA DELLA PROIEZIONE:

Il documentario La polveriera di Avesa, della durata di mezz'ora, alterna le immagini d'archivio in bianco e nero con le diverse testimonianze recenti di chi ha vissuto la liberazione di Verona dai nazisti.

È stato proiettato sia la sera del 24 aprile, al Teatro parrocchiale di Santa Maria Ausiliatrice, sia ai Giardini Bosio di Avesa il mese successivo, sia a fine giugno a Bussolengo e anche alla Festa dell'Unità di Quinzano il 25 luglio.

I residenti di Avesa hanno partecipato attivamente in veste di attori non professionisti e, tra le immagini, ci sono anche mappe storiche in cui è visibile la collocazione delle gallerie della polveriera.

La polveriera di Avesa non è soltanto un resto del passato con funzione militare ma anche una prova di avvenuta collaborazione tra compaesani.

Nelle immagini d'archivio i dialoghi risultano molto rari, infatti sono i movimenti e le azioni dei personaggi che contano.

B) L'INTERVENTO DI DON GRAZIANI:

Nel 1945 Don Giuseppe Graziani era curato di Avesa.

Alla fine di aprile, quando le truppe naziste si stavano ritirando dalle nostre zone, la polveriera di Avesa era piena di materiale esplosivo.

Nelle prime immagini del docu-film il curato era riuscito a negoziare in modo efficace e persuasivo con le autorità tedesche e ad ottenere quindi l'autorizzazione per far svuotare immediatamente il deposito.

Tra il 25 e il 26 aprile gli abitanti di Avesa di tutte le età si sono organizzati formando una catena umana silenziosa per trasportare, dalla polveriera ai campi, trentamila pesanti casse di tritolo e disperdere il materiale poco lontano da oliveti e vigneti.

Ecco quel che un testimone ricorda:

"Ci univamo in fila, nel buio pesto, passandoci le cassette di legno pesante. Sapevamo che se un solo soldato avesse sparato o se il tempo fosse scaduto, non sarebbe rimasto più nulla del nostro paese".

C) L'ESPLOSIONE:

La mattina del 26 aprile due soldati tedeschi hanno innescato le poche mine rimaste all'interno della polveriera.

Lo scoppio, descritto e raccontato come un rimbombo tremendo, da far tremare la terra e con fumo che sembrava un fungo atomico, ha provocato la morte di otto persone e danni ad edifici.

Una dei testimoni, a seguito dell'esplosione, da bambina ha perso la madre e il fratello minore. Con loro, mezza casa è stata sventrata.

La città di Verona invece, grazie all'operazione degli abitanti di Avesa, è stata quindi salvata da una distruzione totale: pur con la demolizione di quasi tutti i suoi ponti da parte dei tedeschi in ritirata, non ha subito le conseguenze dello scoppio del materiale esplosivo.


Alla fine della guerra faceva eccezione il Ponte della Ferrovia: la struttura centrale aveva reso comunque possibile il passaggio dei carri armati degli Alleati visto che era rimasta piuttosto integra, con l'eccezione di alcune parti.

Questo ponte, su Lungadige Galtarossa, costituiva una via d'accesso fondamentale per liberare Verona senza ricorrere alle navigazioni sull'Adige.

D) CHE COSA RIMANE DELLA POLVERIERA DI AVESA?

Questo è ciò che resta della polveriera ai giorni nostri:

L'area della polveriera, raggiungibile sia dal paese di Avesa sia da sentieri escursionistici, si trova in una zona collinare a nord di Verona, ai piedi del Monte Arzan.

In collaborazione con il Club Alpino Italiano è stato tracciato un sentiero naturalistico e storico che tocca la zona della polveriera.

Durante i lavori di ripristino dei sentieri attorno alla polveriera, gli esperti hanno reperito alcune mappe storiche risalenti al XVII secolo, che hanno consentito la verifica dell'esatta posizione di tre antiche sorgenti d'acqua montane che si credevano perdute.

Inoltre, recenti studi d'archivio legati alla Biblioteca Capitolare, hanno fatto emergere documenti che collegano la polveriera di Avesa e altri depositi limitrofi ai piani cartografici della Wehrmacht, che voleva trasformare Verona nell'ultimo baluardo difensivo prima del Brennero.

E) LE COLLINE DI AVESA:

Le colline di Avesa, la cui altitudine sul livello del mare si aggira intorno ai 300 metri, sono costituite da depositi calcarei, delimitano il passaggio tra la pianura di Verona e l'altopiano della Lessinia.

Il paesaggio, modellato da cave di tufo e da terrazzamenti finalizzati alla coltivazione di ulivi e vigne, è percorso dal torrente Lorì che nasce da una risorgiva nella parte alta del paese e attraversa le valli prima di confluire nell'Adige.

In passato il torrente era una risorsa per le lavandaie di Avesa che lavoravano alle dipendenze di alberghi e famiglie benestanti della zona prima del secondo conflitto mondiale e dell'esplosione della polveriera.



1 settembre 2026

Biografia di Costantino (II):

Proseguo la biografia di Costantino con una premessa accompagnata da una cartina geografica:

d) Il termine delle persecuzioni cristiane in Oriente e le premesse di un nuovo conflitto:

Le persecuzioni contro i cristiani in Oriente erano terminate nell'aprile del 311 con l'Editto di Serdica (attuale città di  Sofia e attuale Bulgaria), riportato da Eusebio di Cesarea nella Storia Ecclesiastica.

In questo documento non solo erano annullate le condanne a morte ma veniva riconosciuto inoltre il diritto ai cristiani di praticare liberamente in pubblico la loro fede.

Tuttavia, questo editto esortava i cristiani di pregare per la salute dell'imperatore e per il bene dell'Impero romano.

Galerio riconosceva, in maniera realistica e pragmatica, il fallimento della politica persecutoria di Diocleziano. 

Infatti, per sfuggire ad un destino di morte atroce, cruenta e sanguinosa, molti cristiani avevano smesso di praticare la loro fede in pubblico senza tuttavia ritornare al paganesimo, ragione per la quale i territori imperiali si trovavano privati della garanzia della protezione divina (pax deorum) dato che la maggior parte dei sudditi non pregava alcuna divinità. 

I successori di Galerio, cesare d'Oriente, sono Licinio, a cui veniva attribuito il governo delle province dell'Illiria e della Tracia, e Massimino Daia, che diveniva governatore titolare di Persia, Egitto e Armenia.

Nel frattempo, sempre nel 311, Diocleziano moriva nella sua residenza di Spalato, amareggiato per la constatata e rilevata fragilità del sistema tetrarchico.

In quell'anno gli equilibri dell'impero risultavano molto tesi: Costantino, da abile stratega politico, combinava un matrimonio tra Licinio e la sorella Costanza.

Non va dimenticato inoltre che Massenzio non era mai stato riconosciuto come princeps di Roma né da Galerio né dai suoi successori.

D'altro lato, Massenzio aveva radunato un contingente di truppe nelle zone dell'attuale nord Italia con il proposito di vendicare la morte del padre Massimiano, suicida dopo il fallimento di un complotto contro Costantino.

e) La battaglia di Ponte Milvio:

Nella primavera del 312 Costantino, con il suo esercito costituito da trentamila uomini, entra nel territorio italiano.

Dopo aver dapprima saccheggiato la Fortezza di Susa, oltrepassava Milano, dove veniva accolto da grandi manifestazioni di entusiasmo, e in seguito era giunto a Verona, città nella quale l'esercito di Massenzio era da Costantino pesantemente sconfitto.

Il 28 ottobre 312, Costantino raggiunge Ponte Milvio, nei pressi di Roma.

https://www.google.com/maps/place/Ponte+Milvio/@41.9355751,12.4653642,17z/data=!4m6!3m5!1s0x132f60c67a16df65:0x4913ac036a40106c!8m2!3d41.9357906!4d12.4668341!16zL20vMDdjeXg1?hl=it&entry=ttu&g_ep=EgoyMDI2MDgxOS4wIKXMDSoASAFQAw%3D%3D

Questa battaglia è sempre stata presentata dalle fonti cristiane come l'episodio culminante della guerra di religione tra Massenzio, che si faceva rappresentare dalle divinità pagane, e Costantino, ispirato dal vero Dio.

Ecco cosa riporta Lattanzio:

Nel sonno Costantino fu esortato a far contrassegnare gli scudi dei suoi soldati, con i segni celesti di Dio e a iniziare quindi la battaglia. Egli fece così e, girando e piegando su se stessa la punta superiore della lettera greca X, scrisse in forma abbreviata "Cristo" sugli scudi.

Non è possibile accertare se il futuro imperatore fosse effettivamente stato "contattato" in sogno da Dio.

Questa sua iniziativa di contrassegnare gli scudi dei suoi soldati potrebbe essere stata un accorgimento di natura pratica per distinguere il suo esercito da quello di Massenzio.

Tuttavia, Costantino era entrato a Roma il 29 ottobre 312 rinunciando a compiere il sacrificio di ringraziamento a Giove Ottimo Massimo sul Campidoglio. 

Questa sua scelta aveva comportato l'ostilità dei senatori pagani.

e1) Le fasi più importanti della storia del Ponte Milvio:

Ho svolto una breve ricerca su questo ponte e devo ammettere di aver trovato informazioni interessanti.

Ponte Milvio era stato costruito in legno nel III° secolo a.C. e in seguito era stato rifatto in muratura nel 220 a.C.

Sembra che al suo nome si possano attribuire diverse derivazioni:

-Dall'aggettivo latino mollis, e, ovvero, "cedevole".

-Dal nome di un magistrato romano, Molvius, che ne aveva autorizzato la costruzione.

-Dall'espressione popolare "ponte mollo", molto legata alla tradizione tardo antica e alto medievale che vedeva Ponte Milvio come una struttura protesa verso il basso, ovvero, verso le acque del fiume Tevere.

La restaurazione del ponte era stata predisposta in Età Moderna su esortazione di Papa Niccolò V° che ne aveva commissionato i lavori, ed era terminata otto anni dopo durante il pontificato di Callisto III° Borgia, che aveva fatto restaurare anche l'antica torre edificata all'epoca di Aureliano.

Nel 105, Papa Pio VII° fa riformare l'ingresso della torre di guardia rendendolo simile ad un arco, autorizzando i lavori dell'architetto Giuseppe Valadier.

e2) Il Tevere e l'isola Tiberina:

Si tratta del terzo fiume più lungo d'Italia.

Il Monte Fumaiolo, nell'appennino tosco-emiliano, è la sua sorgente.

Il fiume attraversa quattro regioni: Emilia-Romagna, Toscana, Umbria (dove si trova il Parco Fluviale del Tevere) e Lazio, dove sfocia nel Mar Tirreno e i suoi maggiori affluenti sono l'Aniene, il Nera e il Paglia.

Nel Medioevo erano stati costruiti alcuni mulini ad acqua ancorati all'Isola Tiberina, isoletta nei pressi del centro storico di Roma simile alla forma di una nave, lunga circa trecento metri e collegata alla terraferma da alcuni ponti (il Garibaldi, il Fabricio e il Cestio):

https://www.google.com/maps/place/Isola+Tiberina/@41.8907492,12.4758319,17z/data=!4m6!3m5!1s0x132f604994945227:0x38544a35ebc1f2cc!8m2!3d41.8904524!4d12.4777395!16zL20vMDVyYzY2?hl=it&entry=ttu&g_ep=EgoyMDI2MDgxOS4wIKXMDSoASAFQAw%3D%3D


Esiste una leggenda abbastanza curiosa (e inverosimile) sulla sua nascita.

Durante il regno di Tarquinio il Superbo, i cittadini romani, i quali provavano astio e risentimento per questo sovrano, avevano gettato nel fiume tutti i depositi di grano appartenenti al re e coltivati in Campo Marzio. 

Dal momento che la quantità di grano era enorme, si era spontaneamente ammassata sul fondo del fiume fondendosi con il fango e i detriti e dando quindi origine all'isola.

f) L'Editto di Milano:

Nel 313, con l'Editto di Milano, non solo il Cristianesimo diveniva ufficialmente religio licita su tutto il territorio dell'Impero romano, ma Costantino, garantiva esplicitamente la libertà di culto a tutti gli abitanti dell'Impero.

L'Impero romano non sceglieva ancora una religione ufficiale: durante il principato di Costantino ognuno era libero di aderire alla religione che voleva.

Solo con l'imperatore Teodosio, nel 380, il Cristianesimo (ortodosso) diveniva la religione ufficiale dell'Impero. 

In questo modo si condannava come eretica la corrente dell'arianesimo.

g) Il Concilio di Arles:

Tornando a Costantino, credo sia opportuno considerare le due lettere che questo imperatore aveva inviato ad Anullino, console dell'Africa Settentrionale, nel 314.

Le epistole ordinavano la restituzione alle chiese cristiane tutti i beni confiscati durante le persecuzioni.

In quegli anni la Chiesa africana era divisa tra cattolici, apòstati (cristiani che, per non farsi condannare a morte, erano apparentemente tornati al Paganesimo) e donatisti.

Questi ultimi, oltre a nutrire un forte sentimento anti-romano e anti-imperiale, non accettavano Ceciliano come vescovo di Cartagine dal momento che era stato un apòstata.

Con il Concilio di Arles, convocato proprio da Costantino, i donatisti venivano condannati oltre che costretti a ritenere validi i sacramenti impartiti dai vescovi che, anni prima, avevano abiurato la fede cristiana per scampare alle persecuzioni.

Il Concilio di Arles è fondamentale per un altro motivo: la data della Pasqua di Risurrezione diviene identica in tutto il mondo.

h) Eventi che precedono il Concilio di Nicea:

Ve li sintetizzo all'osso e punto per punto.

h1) I "tre successori bambini":

  • Nel 317, a Serdica, venivano proclamati i due Cesari che sarebbero dovuti essere i legittimi successori di Costantino: Crispo, che all'epoca aveva 12 anni, e Costantino II°, figlio di Fausta, di appena due anni. Il ruolo di futuro cesare d'Oriente invece sarebbe spettato a Liciniano, il figlio di Costanza e di Licinio, un altro bambino che aveva poco più di due anni.
h2) Viene riconosciuta la Domenica come giorno di riposo:
  • Nel 321 venivano vietate anche le attività giudiziarie nella giornata di domenica, ritenuta, a partire da quell'anno, "giorno di riposo" . Nessuno mette in dubbio il carattere filo-cristiano di questa legge.
h3) La sconfitta di Licinio:
  • Nel 324, le legioni di Costantino oltrepassavano i confini dei territori di Licinio per sconfiggere alcune invasioni barbariche. Ma, con la battaglia di Crisopoli, Licinio era stato sconfitto e ucciso. 
La violenta e drammatica scomparsa dell'Augusto d'Oriente unificava quindi i territori imperiali sotto il controllo di un'unica persona.

h4) La fondazione di Costantinopoli:

Costantinopoli è l'odierna Istanbul e, ad oggi, la cultura europea si incrocia con il mondo asiatico.

Si trova sul promontorio della riva settentrionale del Mar di Marmara ed era un'antica colonia greca affacciata, tra l'altro, di fronte alla costa asiatica e vicino alle rive del fiume Bosforo.

Analogamente a Roma, la città era edificata su sette colli, dei quali uno ospita la Basilica di Santa Sofia.

i) Il Concilio di Nicea:

Costantino aveva indetto e partecipato anche a questo Concilio, svoltosi vicino a Nicomedia, una delle sedi di un palazzo imperiale.

A questo Concilio avevano preso parte soprattutto i prelati orientali i quali si erano radunati per discutere sulla natura di Cristo.

La teoria del sacerdote Ario era stata contestata: l'arianesimo sosteneva che Gesù fosse una creatura creata, non co-eterna rispetto al Padre.

Eusebio di Cesarea aveva redatto un testo, tuttora recitato durante le messe cattoliche, in cui Cristo è definito "Dio da Dio, Luce da Luce (...) generato ma non creato".

l) Costantino era davvero credente?

Premetto che, nella prima parte di questo paragrafo, adotterò il principio del lecta refero, ovvero, "riferisco ciò che ho letto a riguardo".

Già Eusebio di Cesarea lo definiva un "vicario di Dio permeato da una fede sincera".

Tuttavia i giudizi di alcuni studiosi a proposito del rapporto di Costantino con la fede non sono sempre starti così positivi: vi riporto ad esempio il pensiero di Jakob Burckhardt il quale, due secoli fa, presentava la figura di Costantino come un ateo opportunista, un politico-stratega che, oltre a non credere affatto in un Dio fattosi uomo, si serviva cinicamente della religione per i propri fini di potere, senza mai sperimentare una conversione.

Anche Zosimo, intellettuale vissuto nel VI° secolo d.C., ritrae Costantino come un governante mediocre, un debole che non ha potenziato l'esercito di frontiera ( i milites limitanei) dato che si è fatto irretire dal fascino del Cristianesimo.

Tenete presente che il VI° secolo è stato un periodo molto buio per la penisola italiana a causa della lunghissima e logorante guerra greco-gotica che includeva conflitti tra Ostrogoti e Bizantini.

Gli illuministi del XVIII° secolo definivano l'imperatore Costantino un "deista", ovvero, come un sovrano che credeva in un unico dio creatore del mondo, dell'universo e regolatore delle leggi della natura ma non aveva fede nel Dio cristiano.

Secondo me Costantino potrebbe aver attraversato una fase molto simile al deismo, più che altro in età giovanile e negli anni in cui era tetrarca d'Occidente, prima di sconfiggere Massenzio. 

Può darsi che dapprima fosse semplicemente monoteista e si affidasse ancora ad un Dio-Sole nel momento in cui era stato promulgato l'Editto di Milano. 

Poi potrebbe aver intrapreso un percorso di fede lungo e graduale, influenzato senza ombra di dubbio dalla sua carriera politica.

"SENTIERI PARTIGIANI"- P. MALAGUTI (II):

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