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17 ottobre 2019

"Il padrone", G. Parise- Letteratura industriale (parte A):

Prima ancora di iniziare la recensione vorrei darvi un link particolarmente interessante: 

https://www.lafeltrinelli.it/libri/anna-napponi/avventure-una-liceale-invisibile/9788832102116

Se ci cliccate sopra andrete direttamente al sito della Feltrinelli. Attenzione, però: confermo che il romanzo sarà in commercio a partire dal 4 novembre, quindi non è ancora disponibile (nel senso che non lo trovate né domani né la prossima settimana!!).
Potete comunque iniziare a prenotarlo.
Sotto al prezzo trovate il riassunto dei contenuti del romanzo.
Lettura praticamente da "bollino giallo", consigliata agli adolescenti dai 13 anni in su.
In futuro, dopo che lo avrete letto, non dimenticatevi di lasciare una recensione, positiva ma anche negativa. (Personalmente ci tengo).
Al silenzio, alla freddezza e all'invidia, da sempre preferisco dei riscontri polemici su quello che scrivo e che faccio. Perché comunque mi aiutano anche le critiche a capire che cosa migliorare.

Informazione soprattutto per chi vive in provincia di Verona: nei prossimi mesi sono comunque previste delle presentazioni delle Avventure di una liceale invisibile durante le quali potrete acquistare delle copie autografate dalla sottoscritta e avere anche gratuitamente un simpaticissimo segnalibro con l'illustrazione dell'immagine di copertina.
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"IL PADRONE", GOFFREDO PARISE:

Perché ho scritto "parte A" nel titolo? Perché i due romanzi relativi alla letteratura industriale che il mio docente di letterature comparate ha assegnato da leggere, li trovo entrambi molto belli e molto significativi, per cui ho deciso di riassumerli entrambi in questi giorni.
Alla fine, l'unico argomento che odio di quel corso è il Nouveau Roman degli anni '50 (che per me non è la poetica dell'oggetto, ma la poetica del nulla). Prossimamente ci sarà un post dedicato anche a questa corrente culturale, così capirete bene i motivi per cui sto disprezzando il Nouveau Roman.
Ieri sera mi sono confrontata con alcuni miei compagni di corso di questo libro di Parise, e mi ha fatto veramente molto bene!


1) AMBIENTAZIONE ROMANZO:

Qui ho fatto un errore io. Cioè, un mio compagno di studi, nel leggere Il padrone, ha riconosciuto la città di Milano, io invece, fino a ieri ero convinta che la vicenda fosse ambientata a Verona o comunque in un Veneto che, a metà degli anni '60, si stava notevolmente industrializzando (i figli dei contadini, tra cui mia mamma, per far fronte alla povertà e alle difficoltà di proseguire gli studi, cercavano lavoro nelle ditte sin da adolescenti).

All'interno del libro non viene mai specificato il nome della città nella quale il protagonista giunge.
Io sostanzialmente ho pensato a Verona perché Saturno, il padre del dottor Max, a p. 128 canta in dialetto veneto: "la gavea 'na gamba de legno". (Questa è esattamente la lingua in cui penso e dalla quale traduco i pensieri in italiano. Non si tratta certo del dialetto milanese!).

Cartolina sullo sviluppo edilizio e industriale a Milano negli anni '60

Però, quasi all'inizio del libro, c'è questa descrizione:

Non ricordo affatto l'itinerario di questa prima passeggiata,  ho visto molte cose, ma quelle che mi sono rimaste bene nella memoria sono una enorme cattedrale, una grande piazza circondata da edifici tappezzati di scritte luminose, un alto palazzo (molto più grande di quello della ditta) che sorgeva da uno specchio d'acqua da cui galleggiavano larghe foglie e ninfee, anch'esso interamente d'acciaio e cristallo, e illuminato: all'interno, fin dove poteva salire il mio sguardo, ho visto grandi sale di esposizione e vari oggetti di cristallo e acciaio in mostra sui banchi.

Dai, è vero... è Milano. Stavolta ho forse l'1% di possibilità di aver intuito bene. 
Ma i paroni del romanzo, ovvero i membri della famiglia del dottor Max sono di origine veneta? Non lo si chiarisce. 
Resta comunque la certezza che Goffredo Parise era vicentino.

2) L'INCIPIT:

Chiarito il "dilemma" geografico, proseguo con un confronto di incipit.

INIZIO DEL PADRONE- cap.1:

Questo è il mio primo giorno nella grande città dove ho trovato lavoro. Non posso negare di essere un poco emozionato, da oggi la mia vita muta radicalmente: fino a ieri ero un ragazzo di provincia, senza nulla in mano, che viveva alle spalle dei genitori. Oggi invece, sono un uomo che ha trovato lavoro e che d'ora in poi provvederà a se stesso, non solo, ma già comincia a pensare ad una famiglia propria e, quando sarà il momento, ad aiutare anche voi, cari genitori. Sono partito dalla nostra città con le cinquantamila lire che voi mi avete dato, le terrò con cura, non le butterò certo via e ricorderò sempre questo sacrificio che avete fatto per me. Cari mamma e papà, vi vedrò sempre più raramente, i capelli bianchi si infittiranno sul vostro capo e, di tempo in tempo, la vecchiaia apparirà sui vostri volti pieni di speranza in me.

A inizio romanzo, il protagonista-narratore, che non rivela mai il suo nome proprio, (al contrario della mia protagonista, che a fine primo capitolo, dice chiaramente nome e cognome al lettore: "Mi chiamo Zoe Trevi. Ho 17 anni e per i miei compagni di classe non esisto") confida ai fruitori della sua vicenda i suoi stati d'animo: "oh, che bello, che emozione, cambio vita, da semplice ragazzo di campagna divento un dipendente di una ditta, acquisisco autonomia economica, continuo a coltivare i miei sogni e i miei progetti per il futuro!"
Trovo comunque bellissima l'apostrofe ai genitori ("Cari mamma e papà"), come se il ragazzo, appena arrivato nella grande città, stesse loro scrivendo una lettera.
Li ricorda sì con affetto, ma anche con gratitudine, dal momento che entrambi ripongono molta stima in lui e nelle sue potenzialità.
Nel primo capitolo, il ragazzo protagonista ha 20 anni tondi tondi ed è vivo dentro, nel tredicesimo (penultimo), lo riscopriamo un ventiduenne passivo, soggiogato psicologicamente alle volontà del dottor Max e della madre di quest'ultimo e incapace di uscirne.

INIZIO DI DONNARUMMA ALL'ASSALTO-cap.1:

Donnarumma all'assalto è incluso nella parte B di questo blog, ancora dedicata alla letteratura industriale. Cioè, è la prossima opera di cui parlerò, a mio avviso anche più accattivante di questa.

Marzo-lunedì

Sono entrato per la prima volta, all'improvviso, nel laboratorio psicotecnico. C'erano i candidati, seduti ai banchi, e hanno alzato il capo dai figli dei test per osservarmi. Eccone un altro, pensavano, il nuovo, l'ultimo venuto. Che tipo è? Porta bene o male? Lo sanno che il nuovo impiegato arriva sul loro destino. Una luce forte fluiva dalle due pareti di vetro, d'angolo, ma subito mi sono tolto gli occhiali neri; tuttavia mi sono comportato freddamente, da funzionario indecifrabile, senza guardare nessuno. Ho salutato la signorina S., la mia collega, e mi sono dato a sfogliare le pratiche dei candidati sul tavolo accanto alla lavagna.

Donnarumma all'assalto è un romanzo di Ottiero Ottieri. E' ambientato in Campania, non al Nord.
E qui, il protagonista-narratore, non è un giovane che sta per divenire un dipendente, bensì un uomo maturo, un uomo di cultura che viene trasferito presso un nuovo stabilimento della Olivetti, nel Meridione, dalle parti di Napoli.
Insieme alla signorina S. è addetto alla selezione del personale della fabbrica. L'assunzione dei candidati avviene prima di tutto mediante dei test attitudinali, poi c'è la prova delle abilità meccaniche e infine il colloquio.
Anche il protagonista-narratore di Donnarumma all'assalto sembra non avere un nome proprio (non viene mai detto all'interno del libro). 
Sebbene lo stile, in tutto il libro, risulti oggettivo e ben ricco di precisazioni cronologiche di tipo diaristico (giorni esatto della settimana e mese), traspare, nel corso di tutta la vicenda, la profonda sensibilità del protagonista, soprattutto nelle circostanze dei colloqui con i candidati.

3) LA MORTE DEI SENTIMENTI DEL PROTAGONISTA-NARRATORE:

E' l'elemento più interessante ma allo stesso tempo più triste e più sconcertante di quest'opera.
Ma è il dispotismo del dottor Max che rovina il protagonista, che all'inizio è un bravissimo ragazzo.

C'è qualcosa di strano, di stranissimo: il ragazzo senza nome ha 20 anni, il dottor Max è quasi un suo coetaneo, perché si intuisce subito che è ancora molto giovane, che avrà al massimo 5 anni in più.
Lavorare alle dipendenze di un padrone che, per l'età che ha, potrebbe benissimo essere o tuo fratello o tuo amico, non è abbastanza anomalo?
E un qualcosa che nella realtà non dovrebbe succedere mai.
In effetti, la confidenza tra il dottor Max e il protagonista inizialmente è molta, perfino troppa. Si danno del lei, ma parlano troppo tra di loro.
4/5 anni di differenza non sono poi così tanti, e lo dico anche pensando alla mia situazione personale.
Cioè, io non la sento tanto, la diversità. Ho un pochino di esperienza in più, un pochino di università in più rispetto ai '99 e ai 2000, tutto qui.
Ma, logicamente, data l'appartenenza alla stessa generazione, non posso ricoprire alcun ruolo educativo né direttivo.
Quello che si è portati a chiedersi all'inizio è: come fa un giovane a imporsi su un altro giovane in un contesto di lavoro? Ci riesce?
Il dottor Max ci riesce eccome, perché è un manipolatore, di fatto un ragazzino viziato, collerico e prepotente, che pian piano rivela tutto il suo incredibile cinismo.
(Con uno come il dottor Max io non condividerei nemmeno un caffè a metà mattina!)
Perché dunque, nonostante la sua giovinezza, Max è diventato padrone e coordinatore della ditta commerciale? Il padre Saturno, effettivo titolare, non ha voglia di occuparsene. Va a pesca. Non ha voglia di lavorare.
Comunque, il dottor Max, che solo all'inizio del libro appare come un giovane dall'aria triste e romantica (credo sia un giudizio ironico), dice esattamente questo al suo nuovo dipendente:
"Lei è arrivato dalla provincia così, puro e intatto. Si conservi così come mostrano i suoi occhi."

E il dottor Max colloca il protagonista-narratore in un piccolo ufficio di fronte al suo (il suo ex gabinetto).
Attenti a quell'ultima affermazione sopra, perché in pratica segna la morte, futura e certa, dei sentimenti e della libertà individuale del ventenne pieno di entusiasmo e di aspettative.
Quell'ufficio è troppo, troppo vicino a quello del padrone corruttore. 
Dal giorno dopo, per il ragazzo di campagna inizia una routine quotidiana monotona, ripetitiva, priva di originalità: ogni giorno fa le stesse cose.
A poco a poco, gli svaghi che non hanno a che fare con la ditta, lo annoiano, non gli interessano più.
Diviene un alienato, una persona incapace non soltanto di apprezzare ma addirittura di scorgere una realtà oltre la ditta, all'interno della quale peraltro, non svolge nessuna effettiva mansione.
Il dottor Max è un manipolatore, l'ho detto anche prima. Relega il giovanissimo nuovo acquisto in una stanzetta piccola, lo paga poco e non lo fa lavorare. Ma non perché gli voglia bene.
Tra l'altro, basta che il ragazzo sollevi qualche piccola obiezione a qualche suo discorso per sentirsi insultare.
Lo tiene ai margini della propria ditta per "lavorarselo", sostanzialmente, per fargli perdere non soltanto il candore e l'ingenuità da "campagnolo", ma anche i legami con il suo passato e con la sua famiglia di origine.
Già al sesto capitolo, il ragazzo arriva a non provare più nulla per nulla:

Sono a casa, nella mia città. Ho chiesto al dottor max alcuni giorni di ferie che mi ha subito concesso.
(...)
Al tempo stesso in questi giorni ho dovuto ammettere, con ripugnanza, che più nulla mi lega a mio padre, a mia madre, a Maria e alla città dove sono nato. Non un sentimento, un ricordo, nulla. Quello che provo è invece un sentimento, se così si può chiamare, di insofferenza, di noia e persino di assurdità. Spesso, stando con i miei genitori o con la mia fidanzata, mi domando cosa faccio lì, con quella gente.  Mia madre mi pare una donna qualunque, mio padre un vecchio altrettanto qualunque, Maria una ragazza che non soltanto non amerò mai, ma che sono convinto di non aver mai amato. La casa mi pare una casa triste e funebre, il mio letto il letto di un estraneo, la città una città di provincia come tante altre, noiosa e sonnacchiosa.

Domanda-provocazione che vi faccio: che cos'è un uomo senza memoria? 

E' molto facile, anzi, direi naturale, collegare la memoria allo sforzo del ricordo. Ma il ricordo, indipendentemente dalla sua positività o negatività, cosa implica?
Implica la sfera degli stati d'animo (cosa si provava durante quell'avvenimento e cosa si prova nel presente nel ricordarlo) e la sfera del pensiero (semplicemente perché la memoria ricostruisce, ripensa alle immagini che nell'effettivo presente del momento in cui si ricorda non sono più).

Togli all'uomo la facoltà del ricordo, secondo me gli togli tutto: gli togli la sua storia, il suo vissuto, la sua personalità, i suoi pensieri. E' sostanzialmente questo il motivo principale per cui detesto non certamente la letteratura industriale, che riflette su problemi economici e psico-sociali, ma il Nouveau Roman, dove c'è l'esplicita intenzione di annullare psicologia e memoria.
Robbe-Grillet, il fondatore del Nouveau Roman, non è stato un uomo di grande cultura, ma un grande sciocco, permettetemi di dirlo, anche se non dovrei, anche se dovrei studiare per questo esame senza preoccuparmi troppo di dare dei giudizi di valore.

4) IL FINALE E L'IMMAGINE DEL BARATTOLO:

Eh lo so, è uno dei miei più grandi difetti: rivelarvi il finale di ogni libro di cui svolgo la recensione.

Ognuno desidera trasmettere nel figlio che lo continuerà i propri caratteri individuali. Spero dunque che non sia come me, ma felice come sua madre nella beatitudine pure dell'esistenza. Egli non userà la parola, ma nemmeno saprà mai cosa è morale e cosa è immorale.
Gli auguro una vita simile a quella del barattolo che in questo momento sua madre ha in mano, solo così nessuno potrà fargli del male.

Finale terribile!
Praticamente, la famiglia del dottor Max costringe il ragazzo a sposarsi con Zilietta, un'adolescente mongoloide (senza disprezzo, eh, è che il romanzo non specifica che tipo di disabilità sia, dice solo "mongoloide").
Non vi dico attraverso quali metodi viene costretto, anzi sì, ve lo rivelo: attraverso lettere di persuasione e di condizionamento, che il dottor Max indirizza al protagonista al fine di provocare in lui un vero senso di colpa già soltanto per aver avuto l'intenzione di disobbedirgli.

Sapete una cosa invece?
Io mi auguro che mio figlio sia intelligente, anche più intelligente di me, tremendamente intelligente.
In quest'epoca di globalizzazione e di elevate tecnologie, nella quale la gente non si incontra per davvero, non si parla per davvero, nella quale la gente è per lo più superficiale, vuota, arrogante e insensibile, io mi auguro di partorire dei figli molto intelligenti.
Ma non di intelligenza soltanto scolastico-accademica (quando i voti risultano tutti più che sufficienti, va benone). 
Mi auguro, in sostanza, che i miei figli, già da adolescenti, sappiano servirsi della facoltà critica del pensiero, per capire bene le loro inclinazioni e la loro strada di vita, per comprendere bene che non è tanto "quanto fai e ciò che hai" che definisce quello che sei. 
Mi auguro che i miei figli siano intelligenti, così intelligenti da comprendere presto che la vita è una sola e unica e che va vissuta certamente rispettando la Natura e gli altri, ma anche avendo cura di se stessi e della propria originalità.
... Perché gli intelligenti, oggi come oggi, soffrono l'invidia, la rabbia, l'immaturità e l'avversione altrui... ma trovano sempre la forza di stringere i denti e i pugni per dire a se stessi: "Io persevero. Io sono un progetto. E affronto tutto ciò che c'è da affrontare per realizzarmi. Anche se, abbastanza spesso, i giudizi altrui mi fanno male."


10 ottobre 2019

Ciao Nuvolina!!! :-°(

Lungo "Elogio funebre" alla migliore amica che io abbia mai avuto.
(Ho scarse speranze sul fatto che stavolta vi possa coinvolgere in qualche modo, non parteciperete, almeno credo, al mio dramma reale e sentito. Sicuramente riderete, almeno per questo post.)


Nuvolina (Nuvola): n. 22/04/'19- m. 10/10/'19
 agosto 2019
Cara piccola Nuvolina,
era da agosto che non crescevi più. In questa foto avevi quasi 4 mesi. Il 22 ottobre ne avresti compiuti 6, ma purtroppo, a causa di un probabile difetto genetico, non sei arrivata neanche a stasera.
Questa casa di campagna ora mi sembra triste senza di te. Il portico è vuoto; e gli scatoloni sui quali ti sedevi o ti addormentavi sono tornati a servire come ulteriori depositi di immondizie.
Non ho, anzi, in famiglia non abbiamo mai visto né avuto una gattina così bella. 
Che vuoi che abbia fatto oggi, per la maggior parte del tempo? Lacrime e giri a vuoto da una stanza all'altra sussurrando: "Nuvolina!". Mi sento un po' sola. 
Da domani dovrò veramente e seriamente imparare ad accettare il fatto che tu non ci sei più, altrimenti rischio di apparire scema e ridicola, cara amica mia. 
Eh ma, da una parte, devo ammettere di aver abbastanza perso la testa per te, per quei mesi che sei vissuta da me. E ammetto di averti viziata.
Sei stata un'ottima compagnia. 
Eri la mia "signorina" a quattro zampe: bellissima, innanzitutto. 
E poi anche buona, delicata, dagli occhi dolci. Ma eri anche grintosa e leggermente "carognetta" (me lo ricorderò bene, sai, quel graffiettino che un giorno mi hai fatto quando stavo per metterti delle gocce negli occhi! Ha sanguinato un po'. Dai, questo post in fin dei conti è il tuo funerale: diciamo allora che è stato un modo alternativo per ringraziarmi del mio servizio da infermiera! A te mancava soltanto la parola, bella Nuvolina!).

Per tutta la giornata ho pensato alle nostre belle e simpatiche avventure di quest'estate.

Il 7 giugno, tre giorni prima dell'esame di metrica italiana, sono venuta a casa di Maria, una ex-collega di mia mamma. 
E' lei che ti ha affidata a me, e con te, lo sai bene, c'era anche il tuo gemellino Macchia. 
Che belli che eravate insieme.
Che belli che eravate da fotografare, soprattutto!
luglio 2019
Quel che né io, né Maria, né mia mamma sapevamo (e nemmeno ora sappiamo con assoluta certezza), era che probabilmente covavate entrambi lo stesso virus letale e malefico. Forse avete ereditato i geni sbagliati da uno o da entrambi i gatti-genitori.
Giugno, ad ogni modo, è andato bene. Più per te e Macchia che per me, che ero sotto esami e che dovevo studiare e ripassare già con un clima piuttosto torrido.
Fino ai primi 10-12 giorni di luglio avete corso, saltato e giocato alla lotta. Mi seguivate dappertutto, mi consideravate una specie di guida. Una "gattona" a due zampe, senza pelo, senza baffi e senza coda. E per di più, grande 30 o 40 volte voi.
Il giorno esatto del mio anniversario di laurea (17 luglio), mi sono accorta di qualcosa di anomalo in Macchia. Tu, cara Nuvolina, in piena estate stavi ancora bene: hai superato bene sia la congiuntivite che la verminosi. 
A Macchia è andata decisamente peggio: ha cominciato a diventare sedentario, depresso. Non giocava più. Ha iniziato a mangiare pochissimo. La sua pancia si ingrossava mostruosamente, senza che mangiasse.
E il 4 agosto, sia tu che io sappiamo bene com'è finita: è morto, è morto male, con una moltitudine di mosche che gli giravano intorno. 



Credo che tu abbia intuito il significato della morte, ovvero, il significato del "non rivedersi mai più".
Quando ho simbolicamente messo dei fiori sulla fossa, tu mi sei corsa dietro, ti sei strofinata attorno alle mie caviglie e mi hai guardata con un'aria triste. Forse intuivi che triste lo ero anch'io.
Ti sei sentita sola. 


Subito dopo la morte di Macchia, e subito dopo il ritorno (mio e dei miei genitori) da un breve viaggio di 2 giorni a Molveno, io e te abbiamo legato ancora più di prima.
Tu ti sei affezionata ancora di più a me e io ho avuto occhi praticamente solo per te, che sei diventata la mia preferita tra tutti i gatti di casa, declassando anche quel bestione di Ciuffolo, una gattone che campa da anni, che è sopravvissuto a tutto.
Stavi bene, sei stata bene bene più o meno fino alla metà del mese scorso.
Attorcigliavo uno spago su una canna sottile e ti facevo correre per la corte. Le chiamavo le "esercitazioni di caccia". Ti ricordi?
"Nuvolina la futura cacciatrice!", dicevo, tutta contenta, perché, prima che il tuo male si manifestasse, eri sveglia, correvi e riuscivi sempre a prendere gli spaghi e a morderli di gusto!

E dicevo anche "Mamma Nuvolina!" quando ti vedevo insieme al piccolo Fumo.
Tre mesi meno di te. E in certi momenti te ne sei presa cura come fosse un figlioletto.


Mamma Nuvolina! Nuvolina la Cacciatrice! 
Avrei voluto che tu potessi diventare quello che con gioia esclamavo fino a 10 giorni fa circa.
Invece non ci sei più e non puoi più essere un c*zz*!
Ma sarò disperata (e anche un pochino rimbecillita)! Nemmeno il fondotinta e il fard riescono a nascondere che, mio malgrado, ho pianto per te anche stasera.
E adesso, chi si arrampicherà sulla porta della cucina per reclamare cibo e affetto?!

Eri anche "Nuvolina la Conquistatrice di esseri umani". 
Tutti, non solo io, dicevano che eri una bella gattina. Anche chi ci veniva a trovare, diceva con tenerezza, quando ti vedeva: "Ooh! Ma che bella!".
Hai conquistato persino mia zia Marcella, che tanto appassionata di gatti non è mai stata.
E hai conquistato il cuore di mio cugino Chicco, che ci ha fotografate più volte quando, domenica 28 settembre, abbiamo festeggiato il mio compleanno. Ha fatto in tempo a conoscerti e ad accarezzarti poco prima di veder degenerare la situazione. Già a fine settembre avevi una brutta patina violacea negli occhi, che probabilmente ti faceva vedere soltanto delle ombre.

Dei tuoi ultimi giorni non voglio parlare. Non reagivi alle cure, povera cara Nuvolina. Io e mia mamma pensavamo ad una cosa: "E' una gattina principessina. Non può guarire, può solo andare verso l'agonia. Di mosche attorno a dei cuccioli agonizzanti ne abbiamo abbastanza."
Stamattina, quando ti ho messa in gabbia per andare dal veterinario, ti ho detto: "Andiamo a farci un giretto in macchina, a cambiare aria." 
Ma era il tuo ultimo viaggio. Ciao Nuvolina! Ciao Nuvolina!
Ti ho fatta, ti abbiamo fatta uccidere per farti evitare il peggio. 
Eri ad un punto di non-ritorno, perché eri esattamente come era Macchia una settimana prima di morire: inappetente, sedentario, con gli occhi malati e senza controllo delle feci.
Ciao Nuvolina! Ti porterò sempre nel mio cuore.
Anche se ogni tanto ti insultavo con qualche parolaccia, tu capivi che lo facevo per affetto.
Nuvolina, sei vissuta poco, ma, ottobre a parte, sei stata felice con me.

Il paradiso dei gatti non credo esista. D'altra parte, ad essere del tutto sincera, non credo tanto nemmeno nel Regno ultraterreno umano.
La mia fede è debole. Io due anni fa ero entrata in parrocchia per due motivi (non certo per trovarmi il fidanzato! E' successo, lo scorso anno, che per un periodo mi sono trovata in particolare sintonia con una persona, e allora? Non può capitare a chiunque una roba del genere?): sentivo il bisogno di maturare questo aspetto della mia vita, la fede per l'appunto, e volevo fare qualcosa di utile per i ragazzi.
Sono stata umile, collaborativa, volonterosa, rispettosa. Non posso rimproverarmi nulla.
E molti ragazzi lo sanno. Sanno che valorizzavo chi di loro, durante una condivisione, faceva ragionamenti intelligenti o osservazioni serie, sanno che, di ognuno di loro, intravedevo e apprezzavo delle qualità.
Avevo bisogno di supporto, avevo bisogno di una vera guida spirituale, non di un prete che alla fine si è rivelato completamente cieco.

E' grave, continuare a frequentare la messa eppure dubitare spesso di uno dei principi fondamentali del Cristianesimo. 
A me le preghierine e i canti non bastano: voglio capire! Sento il bisogno di riflettere su un brano biblico ("che attualità ha? cosa mi comunica?")
Io volevo e vorrei capire, perché ambisco a interiorizzare, prima o poi, questa storia della risurrezione della carne, proprio come il Pereira di Tabucchi. Sarebbe meraviglioso averne la certezza.
Dopo una vita terrena di difficoltà, di travagli e di sofferenze ci aspetta veramente la vita eterna, la luce eterna, la gioia eterna???


7 ottobre 2019

NOTIZIA BELLA E IMPORTANTE!


Vedete che ora in basso compare anche il logo della mia casa editrice sulla copertina?
A partire dal *4 novembre*, Le avventure di una liceale invisibile diverrà un articolo in commercio e quindi sarà nelle librerie del Triveneto!
Fra un mesetto scarso potrete vederlo perfino presso le librerie Feltrinelli delle città del nord est!
Dipenderà dal riscontro delle vendite dei prossimi mesi la possibile comparsa del libro nei punti di vendita presso Milano, Roma e Firenze, questo me lo hanno sempre detto. 
Ma è principalmente nel Triveneto che il gruppo editoriale Cierre fa e mantiene dei contratti con i suoi distributori.
Stamattina sono andata in sede per le ultimissime correzioni e per poter scrivere con la grafica la scheda di presentazione del romanzo. 
Notate che il prezzo rimane identico (è esattamente lo stesso di quest'estate).
Ve la metto in allegato perché a mio avviso è venuta benissimo!



In alto c'è il riassunto dei contenuti, sotto invece la mia biografia. 
Le "parole chiave" che vedete in basso a sinistra sono state pensate da me e dalla grafica per facilitare nella ricerca online: fra un mese, se digiterete una di esse, il motore di ricerca dovrebbe indirizzarvi anche sulla famigerata liceale invisibile creata da una "(ex)ragazzina" del '95 che sta mettendo tutte le sue energie per costruirsi l'avvenire che vorrebbe.

Colori, foto e decorazioni della copertina rimangono identici. 
La copertina è uguale a quella che è stata stampata a fine maggio, anche sul retro (resta identico anche l'estratto). 
C'è qualcosina in più sull'aletta destra, cioè nel punto in cui sono riportati alcuni miei dati biografici: c'è l'indirizzo di questo blog. Stavolta lo abbiamo messo soprattutto per il pubblico degli adolescenti (anche per facilitarli con ricerche e compiti scolastici, oltre che a interessarli minimamente alla letteratura!).

4 novembre (per il commercio si sta già entrando in periodo pre-natalizio) è tra asterischi perché a partire da quel lunedì sarà altamente probabile trovare il libro tra gli scaffali delle librerie.
Le 1000 copie saranno tutte quante stampate fra 15 giorni. 
Però, tra il tempo di stampa, di asciugatura delle colle, tra i contratti da stipulare e da firmare con i distributori, sarà molto difficile che Le avventure di una liceale invisibile possa essere visibile nelle vetrine già fra 15 giorni. E in effetti la grafica lo ha registrato come "novità di novembre 2019", sicurissima di quello che scriveva.

Gli estratti del romanzo sono nell'altro post (al di sotto di questo). Ho dovuto separarli perché altrimenti il sistema di blogger mi faceva storie (poco comprensibili) sulle difficoltà di pubblicare tutto quanto (notizia ed estratti) in un colpo solo.
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"Le avventure di una liceale invisibile"- estratti:

 Con un senso di vera e propria soddisfazione vi metto qui alcuni estratti.
Sono parecchi, per farmi ancor più pubblicità, ma il libro è, direi, ancora di più di tutto questo (ci sono altri temi, diversi altri episodi forse ancora più interessanti e diversi altri spunti di riflessione, e non posso copiarli tutti quanto sui post del blog). Naturalmente in questo post non ci sono né l'ultimo capitolo (il n°54) né l'epilogo:

 CAP.1:


Ieri sera mi sono sentita piuttosto male.
Non solo non ho digerito la cena ma, per tutta la notte, sono stata perseguitata da un mal di testa feroce!
Per questo stamattina sono entrata a scuola con due ore in ritardo.
«Sei sicura di non voler rimanere a casa oggi?» mi ha chiesto mia mamma.
«No mamma, tranquilla! Non posso perdere l’ora di italiano» le ho detto io sorridendo.
Mia madre accosta davanti al cancello della scuola. Io scendo.
Ci salutiamo con un abbraccio. Sospiro.
È una nuvolosa giornata di fine ottobre.
Mentre percorro il cortile della mia scuola, vedo che le rondini volano veloci, come se volessero accarezzare quelle spumose nuvole grigie che accarezzano il cielo.
In questo momento vorrei trovarmi in Alaska, camminare sulla neve e sentire il gelido soffio della brezza che sfiora delicatamente le alte cime dei monti.
Proprio come aveva fatto Alex Supertramp nei suoi ultimi mesi di vita.
Into the wild è il mio film preferito e Alex è un grande!
In questo momento vorrei essere in mezzo alla natura selvaggia, lontana dal mondo abitato. Invece mi trovo a scuola.
Mentre percorro il corridoio, suona la campanella che annuncia la fine della prima ora di una mattina scolastica caratterizzata soprattutto da sonnolenza e apatia.
Salgo due rampe di scale ed entro in aula.
Il professor Giulio Venturi, ovvero, il mio prezioso e grandioso insegnante di letteratura italiana, deve ancora arrivare.
Saluto Valeria e Roberta, sedute in prima fila, intente a chiacchierare fittamente.
Non ricambiano. Chissà che cose interessanti si staranno raccontando!
Ad ogni modo, per me risulta sempre impossibile e impensabile interromperle!
Mi dirigo verso il mio banco, in seconda fila, vicino alla finestra.
Do un’occhiata generale alla classe più accogliente che sia mai esistita su questo pianeta: Sara e Laura saltellano ridendo fragorosamente, Jenny invece, esattamente dietro di me, è al telefono con un’amica.
Le sta raccontando ad alta voce e in modo particolareggiato le sue ultime prodezze compiute con un ragazzo molto più grande.
Sorrido e penso: viva il pudore!
Serena, Alice ed Emilia stanno sfogliando delle riviste gossip che parlano di alcuni triangoli amorosi tra modelle e famosi sportivi.
In fondo all’aula, in piedi e per lo più rasenti ai muri, ci sono tutti gli altri.
Non dicono nulla di interessante e spesso si lamentano dei bravi insegnanti.
Sono entrata. Sono una loro compagna di classe da più di tre anni, sono alta poco più di un metro e settanta, i miei capelli neri sono ricci e voluminosi.
Sarebbe facile accorgersi della mia presenza fisica, vero?
Ah, no: dimenticavo un piccolo ma fondamentale particolare: sono una liceale invisibile.

Mi chiamo Zoe Trevi. Un mese fa ho compiuto 17 anni. E per i miei compagni non esisto.


DAL CAP.5:

Sul mio banco è aperto il libro di letteratura inglese. Sto cercando, senza farmi notare troppo, di leggere un racconto di Edgar Allan Poe intitolato Eleonora, tutto in lingua originale.
Ma stamattina per me è impossibile rimanere concentrata nella lettura!! Sono troppo stanca e mi scoppia la testa!
Mentalmente, rimprovero me stessa per aver accettato l’invito di Marina, una ragazza del mio paese che proprio l’altra sera ha voluto festeggiare il suo diciassettesimo compleanno in un locale notturno.
Abbiamo aderito in molte alla sua proposta. Per arrivare alla discoteca, ci hanno dato un passaggio in auto dei ragazzi più grandi di noi, tutti studenti universitari che conosciamo poco più che di vista.
Quel posto era un locale buio, affollato, molto stretto.
Il volume della musica era altissimo, non si poteva nemmeno dire una parola perché non si riusciva a sentire nulla e per di più, delle colorate luci psichedeliche stordivano il senso della vista.

A momenti credevo che il cuore mi saltasse in gola!! Ogni tanto, il dj urlava al microfono delle parole volgari ed esortava i giovanotti a imbattersi in eccitanti avventure notturne con le ragazze.

(...)



Sono ritornata a casa alle tre del mattino, con grande sollievo di mia madre.
Eppure, nonostante ieri fosse domenica, non ho potuto riposare: dovevo esercitarmi per l’imminente compito scritto di greco e dovevo iniziare a studiare storia, in vista di una futura interrogazione dei prossimi giorni.
Ieri stranamente, nonostante una notte quasi in bianco, sono riuscita a mantenere la concentrazione in ciò che studiavo.

Ma in questo momento mi sta crollando proprio la stanchezza addosso!

(...)

Ma si può davvero parlare di divertimento?
Questa domanda che mi pongo mi fa pensare anche a quanto ieri ha bevuto Marina.
Penso al momento più terribile della nostra nottata, che è avvenuto quando Marina ha iniziato a sentirsi molto male.
Accorgendomi dal suo malessere, l’ho afferrata per un braccio; e siamo uscite rapidamente da quella stanza affollata e infernale per arrivare al cortile del locale.

Mentre Marina vomitava tutto il suo disagio e la sua grande insoddisfazione esistenziale, io mi chiedevo: ma che cosa significa divertirsi per i ragazzi della mia età? Possibile che non ci possano essere modalità alternative alle discoteche?

INIZIO CAP. 13:

È una grigia mattina di novembre. Piove a catinelle.
Dopo tre lunghe ore di lezione trascorse soprattutto a prendere appunti in modo molto diligente, esco dalla porta dell’aula.
Oggi sono stanca; e per di più infastidita per la ricomparsa dell’acne sulla guancia destra.

I brufoli sono gli amici più fedeli con i quali io abbia mai avuto a che fare in questi anni di liceo. Mi vogliono troppo bene per abbandonarmi. Il punto è che non mi rendono attraente per nessuno!

DAL CAP.16:

Assemblea di istituto delle classi quarte! Siamo tutti rannicchiati sui comodissimi spalti di legno dell’aula magna, intenti a vedere un film intitolato Come tu mi vuoi.
La protagonista, che all’inizio è una ragazza molto seria e bravissima negli studi, per farsi amare da un ragazzo che è l’opposto di lei, decide di cambiare comportamenti e abitudini quotidiane, diventando superficiale e disinibita.
In questo film c’è più di una scena di sesso.
I miei compagni ridono di gusto e di tanto in tanto da parte loro vengono pronunciati degli elogi verso la protagonista, la quale con grande zelo fa tutto il possibile per omologarsi.
I rappresentanti delle classi quarte, ovvero, gli organizzatori di questa assemblea, sono tutti seduti su delle poltroncine laterali, rasenti ai muri.
Anche loro guardano con grande interesse gli sviluppi del film.
Chissà per quale oscuro motivo lo hanno scelto, penso io, piuttosto annoiata.

(...)

... al termine della proiezione, uno dei rappresentanti spegne con il telecomando lo schermo della grande LIM e urla: «A noi rappresentanti è piaciuto un sacco questo film e così abbiamo pensato di proporvelo! Per tutto l’anno scolastico, faremo in modo che queste giornate di assemblea siano divertenti e piacevoli, non noiose e deprimenti come le solite mattine piene di lezioni e di verifiche!».

Molti allora iniziano ad applaudire e a urlare la loro approvazione.

(...)

Al suono della campanella, da me tanto agognato, esco da quella enorme aula.
Mentre percorro il corridoio, sento una voce che esclama: «Ma che schifoso film pornografico di m.... che ci hanno fatto vedere!».
Mi giro. Vedo Giorgio e Stefano, due miei coetanei che frequentano l’indirizzo scientifico di questo liceo e che ho conosciuto lo scorso anno durante una gita scolastica a Vienna. Noto che i loro volti sono piuttosto disgustati.
«Ma sì, dai! Come se non ci fosse stato nient’altro di meglio da farci vedere!» dice Giorgio, mentre con passi rapidi raggiunge l’uscita della scuola insieme all’amico.
In un battibaleno sono già scomparsi dalla mia vista.
Peccato, perché avrei tanto voluto dire loro che anche a me il film non è piaciuto per niente.

Ad ogni modo, grazie a loro oggi ho capito una cosa piuttosto importante: quando noi adolescenti siamo inseriti in un contesto di gruppo, di solito abbiamo paura di esprimere un’opinione diversa da quella della massa; mentre invece, se ci troviamo in compagnia di un amico o comunque di una persona di cui ci fidiamo, riusciamo facilmente a dire ciò che veramente pensiamo.

DAL CAP.  29:

Per i miei compagni le ore del prof. Marchesini sono una vera e propria pacchia: alcuni di loro prendono i libri di altre materie per studiare e arrivare decentemente preparati all’interrogazione dell’ora successiva, altri invece utilizzano i loro cellulari per inviarsi qualche selfie da un capo all’altro dell’aula.
I tentativi del prof di reclamare il silenzio sono sempre inutili e vani.
È timido e giovane il prof. Marchesini; potrebbe addirittura sembrare un nostro fratello maggiore.
Ed ora eccoci qui: mentre appoggia sconsolato i libri sulla cattedra, i miei compagni lo accolgono festosamente lanciando verso la cattedra delle palline di carta.
Il prof. sospira profondamente e poi, nel tentativo di spiegarci le tecniche pittoriche utilizzate da Tiziano Vecellio, proietta sulla LIM il dipinto della Venere di Urbino.
A quel punto parte dal fondo dell’aula un’ovazione da parte di alcuni miei compagni che urlano: «Ooooh! Ma che gran f…!».
«Silenzio, maleducati che non siete altro, silenzio!» urla il prof., rosso di rabbia in viso.
Se fossimo al di fuori del contesto scolastico io risponderei loro, con un sorrisetto beffardo: «Il prof. Marchesini è talmente affascinante che può permettersi di avere tutte le donne che vuole!».
«Carmen, portami il telecomando della LIM» ordina.
«No, lo tengo io» dice lei risoluta.
«Se non me lo dai subito ti metto una nota sul registro.»
«Quale regola d’istituto dice che il telecomando della LIM deve tenerlo soltanto il professor Marchesini?» dice Jenny alle mie spalle.

Il professore sospira profondamente, scuote la testa e riprende la sua spiegazione, accompagnata dalle continue e fastidiose chiacchiere dei miei compagni.

DAL CAP. 33:

Stamattina in aula magna è stato invitato il dottor Marco Zoccatelli, un giovane ricercatore universitario di storia contemporanea che ha spiegato a tutte le classi quarte il terribile dramma della guerra in Jugoslavia, durata dal 1991 al 1995.
(...) 
Tutti in assoluto silenzio, lo ascoltiamo raccontare tramite un sintetico power point dei bombardamenti a Sarajevo nel 1992, della distruzione del ponte di Mostar dell’anno successivo e dell’assurdo genocidio di Srebrenica del 1995, progettato e attuato dalle milizie del generale Mladic.
Il nostro eccellente relatore conclude la sua interessante conferenza con un video dalle immagini molto forti relative alle fucilazioni attuate su tutta la componente maschile della popolazione di Srebrenica.
Noto che nel video vengono uccisi molti ragazzi giovani, poco più grandi di me.
È soprattutto questo che mi impressiona.

(...)

Una ragazza che non conosco dice fra le lacrime ad una compagna: «Pensa che mio zio era nei caschi blu durante quella guerra!».

D’altro canto Carmen, una volta uscita dalla porta dell’aula magna, con un tono di voce abbastanza alto, sbuffa dicendo: «Ma che se ne torni da dove c… è venuto! Non ce ne frega un c… di questa roba che ha appena detto!»

...E' il capitolo in cui c'è, a mio avviso, la più bella poesia che io abbia mai scritto. Ero ancora un'adolescente quando mi è venuta così bene.

Cliccate qui per leggerla/rileggerla. E' la recensione del libro di Franco Di Mare, ma a fine post c'è anche la poesia:
https://riflessionianna.blogspot.com/2016/07/non-chiedere-perche-franco-di-mare.html

DAL CAP. 46:

«Zoe!».
Non è la voce di Maria questa.
Mi fermo e volgo lo sguardo verso laltro lato della strada. Cè un gruppetto nel quale sono inserite anche Jenny e Carmen, intente a fumare con grande piacere.
«Ciao, secchiona! Hai voglia di farti un tiro con noi?» mi urla Jenny.
Rimango allibita per qualche istante.
No, non è possibile che stia provando ad instaurare un qualche tipo di rapporto civile con me invitandomi a fumare con i suoi amici!
Rimango senza parole. Come mai le è venuta lidea di invitarmi a unirsi ai suoi cari e numerosi amici?
«Vuoi fumare, tonta?!».
Non cera assolutamente bisogno che Carmen chiarisse il concetto espresso poco prima dalla sua fedelissima compagna di sbandate.
Tra laltro, me lo sta chiedendo come se stesse parlando con una marziana venuta da chissà quale lontana galassia, che fatica a comprendere la lingua dei terrestri.
A quel punto reagisco: sorrido, le saluto calorosamente con alcuni cenni della mano destra e urlo, a mia volta: «Grazie per linvito ma io alla mia salute ci tengo parecchio!».

Accelero il passo, in modo tale da non poter sentire le loro fragorose e sguaiate risate.

DAL CAP. 47:

Stamattina in aula magna si sono radunate tutte le classi quarte, tra cui la mia ovviamente.
Stiamo ascoltando un signore, quasi sulla sessantina, che dovrebbe spiegarci educazione stradale, una materia le cui regole in Italia non vengono rispettate molto spesso.
Dico dovrebbe, perché in realtà, invece di affrontare argomenti e invece di illustrare il significato di alcuni segnali, continua a farci vedere video relativi a incidenti mortali.
Tra un video e laltro, ci rivolge con tono molto duro aspri e ingiusti rimproveri sulla nostra presunta imprudenza nella guida dei veicoli a motore.
(...)

Poco prima che suoni la campanella di inizio intervallo, il nostro relatore proietta sulla LIM della sala un filmato molto pesante relativo a un brutto incidente la cui vittima è un ragazzo di diciannove anni.
I medici in ambulanza non fanno in tempo a salvarlo e, a quel punto, il montaggio del video passa immediatamente a unimmagine del Paradiso in cui vediamo il ragazzo di nuovo sano, senza sangue né ferite, al cospetto di un Dio severissimo e inflessibile, che gli dice: «Stupido! Disgraziato! Per arrivare puntuale allappello desame ti sei giocato la vita».
A quel punto suona la campanella e io sono la prima ad alzarmi e ad uscire dal salone.
Sento un terribile nodo alla gola, come se qualcuno mi avesse costretta a ingoiare una pietra. Sento che sto per piangere e allora cammino in fretta per raggiungere il cortile, per sedermi da sola allombra di un albero.

Non penso proprio che Dio “accolga” in Paradiso con rimproveri così terribili e offensivi i ragazzi che hanno perso la vita facendo dei sorpassi azzardati oppure aumentando di molto la velocità di guida!

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