3 ottobre 2026

"I FIGLI DEGLI UOMINI": SEGREGAZIONE URBANA, STERILITÀ E BARLUMI DI SPERANZA

19) GEOGRAFIA DELLA  SEGREGAZIONE URBANA

I figli degli uomini (Children of men) è un film distopico uscito nel 2006 e diretto da Alfonso Cuaròn.

A) TRAMA:

Regno Unito, 2027.

Il film si apre con la notizia, trasmessa ai telegiornali, della tragica scomparsa dell'abitante più giovane del pianeta, il diciottenne Diego Riccardo.

Dal 2009 non nascono più bambini: tutta l'umanità si trova nel pieno di una gravissima crisi demografica, oltre che economica, a causa di un'inspiegabile infertilità femminile.

In passato il protagonista Theo era un attivista politico.

Nei momenti iniziali del film è un impiegato piuttosto disilluso di fronte al tristissimo e problematico contesto socio-politico nel quale si ritrova. 

Un giorno viene rintracciato dalla sua ex moglie Julian, partecipante attiva alle azioni di un gruppo terroristico rivoluzionario chiamato I Pesci, la quale lo coinvolge in una missione rischiosa: scortare fuori dal Regno Unito una giovane profuga all'ottavo mese di gravidanza.

In un contesto come quello del presente film caratterizzato da terrorismo, reclusione sistematica degli immigrati e atti di violenza frequenti da parte dell'esercito britannico e della polizia, la figlia di Kee rappresenta una possibilità di speranza per il futuro dell'umanità e di un pianeta arido, con poca vegetazione, che risente dell'inquinamento.

Naturalmente questa impresa comporta rischi reali di non riuscire ad affidare Kee e la neonata alla nave di un'organizzazione umanitaria chiamata Human Project.

Tuttavia continuo a chiedermi: a quale forma di governo Cuaròn ha fatto riferimento? Ad un sistema dittatoriale?

B) FORMA DI GOVERNO POLITICO NEL FILM:

Non mi sembra che venga mostrata una dittatura: anche gli stati democratici possono esercitare forme estremamente violente come già è avvenuto e avviene in alcuni contesti anche in Italia, ad esempio, nel 2001 durante il G8 di Genova.

Nel nostro paese si sono verificati anche alcuni episodi di violenza nei centri di detenzione che comprende sia la problematica del sovraffollamento sia episodi di torture da parte delle forze dell'ordine.

Oltre a questo, le condizioni di permanenza nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio sono degradanti per gli immigrati.

Children of men propone quindi un modello di democrazia realizzata che, secondo l'idea di Winston Churchill, è meno peggiore dei totalitarismi:

La democrazia è la peggiore forma di governo, ad eccezione di tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora.

C) STERILITÀ CULTURALE:

Il film simboleggia la sterilità culturale: il fatto che non nascano più bambini equivale alla mancanza di creatività e quindi di nuove idee e di nuovi concetti.

Per Fisher è a causa di quello che lui stesso definisce realismo capitalista: la cultura contemporanea rimane sterile per proprietà intrinseche del sistema, dato che i giovani-adulti provano un senso di rassegnazione di fronte al sistema socio-economico e si trovano immersi in una quotidianità fatta di burocrazia, moduli e regole, tutti finalizzati al profitto.

In una società che non riesce ad immaginare un'alternativa al realismo capitalista, la cultura è "bloccata" e alcune persone provano nostalgia per forme e movimenti letterari e artistici del passato. Gran parte loro però non fruisce né di opere caratterizzate da profondità riflessiva né di contenuti provocatori e inusuali.

Infatti la maggior parte della popolazione, ad oggi, non vuole contenuti profondi perché ai giorni nostri, grazie anche al web, tutto è facilmente a disposizione, in particolar modo, le forme di intrattenimento leggere e a basso sforzo cognitivo.

Si possono trovare dei modi per stimolare l'interesse? Probabilmente sì ma rimango comunque dell'idea che non si raggiunga la gran parte della popolazione.

Alla fine la bambina che nasce è figlia di una donna profuga e straniera, ad indicare che ciò che apporterà uno slancio vitale con nuovi stimoli alla cultura decadente e morente del mondo occidentale proverrà da culture straniere e marginali.


D) I SIMBOLISMI CHE HO CERCATO DI INTERPRETARE DURANTE LA MIA PRIMA VISIONE DEL FILM:

  • La nascita della figlia di Kee avviene in un clima d'odio, di sospetto, di conflitti, di chiusure mentali dato che emerge, in alcuni punti del film, una forte islamofobia. Questa nuova nascita può essere dunque una ragione per immaginare un avvenire meno problematico del presente mostrato dal regista. Mi ha molto colpito il passaggio in cui il pianto della neonata, mentre Theo e la neomamma scendono lentamente dalle scale di un edificio diroccato e semidistrutto, comporta una pausa dai combattimenti anche se solo per pochi minuti: sembra che i militari, mentre ammirano con stupore una nuova vita avvolta in una coperta come un fagottino, prendano consapevolezza della loro umana fragilità, forse alla maniera di Fratelli di Ungaretti. Qui, nell'aria fino a poco prima soffocata dagli spari, si sente la protesta non verbale di una bambina che reclama il suo diritto alla vita.
  • Nella scena finale il cielo è nuvoloso, piuttosto scuro e attraversato  da aerei militari mentre il mare è pieno di foschia. Theo, Kee e la bambina stanno raggiungendo la nave di salvataggio che porterà la nuova nata e la madre verso le Azzorre. Probabilmente riescono a farcela. La luce del faro vicino alla nave rappresenta una flebile speranza all'interno di un mondo logorato e semi-distrutto da conflitti e da violazioni dei diritti umani.

E) GEOGRAFIA DELL'ESCLUSIONE E SEGREGAZIONE URBANA:

Ho prestato più attenzione a questo aspetto quando ho rivisto Children of men.

Il Regno Unito rappresentato in questo film è un'economia per lo più povera nella quale i profughi vengono privati dei loro diritti, rinchiusi in gabbie e ghettizzati in campi in cui il degrado e i soprusi caratterizzano ogni minuto della loro vita, mentre i quartieri più centrali di Londra sono iper-sorvegliati e riservati ai nativi britannici.

In particolare, la Battersea Power Station, circondata da posti di blocco, include qualche testimonianza appartenente al patrimonio artistico europeo come il David di Michelangelo.

Le periferie cittadine e i boschi sono luoghi in cui avvengono conflitti armati tra piccoli gruppi di ribelli politici e organizzazioni militari, mentre i campi di internamento, recintati con fili spinati, risultano privi di servizi essenziali e caratterizzati da altissima densità abitativa.

A mio avviso, la Londra di Children of men è un luogo contestato secondo le teorie dei due geografi britannici Patrick Jess e Dooren Massey: da un lato infatti presenta pochi quartieri privilegiati e puliti per chi detiene il potere politico ed economico, dall'altro invece sono presenti spazi esterni al centro cittadino in cui avvengono scontri armati e metodi di segregazione umilianti per la dignità umana.

Una sola nascita e molte morti violente: nel mondo di Cuaròn, la bambina che viene alla luce non solo mette in risalto la pluralità della popolazione urbana ma rappresenta anche una ragione per ripristinare le connessioni globali.


24 settembre 2026

"SENTIERI PARTIGIANI"- P. MALAGUTI (II):

Ci sono altri passaggi piuttosto interessanti all'interno di Sentieri partigiani.

4) LA FINE DI BENITO MUSSOLINI:

Nell'estate 2010, Paolo Malaguti e la moglie trascorrono un soggiorno nei pressi del lago di Como. I

n una stretta via del paese di Giulino, accanto al cancello di Villa Belmonte, entrambi scorgono una croce nera e una scritta dorata con la seguente dicitura: 

"BENITO MUSSOLINI- 28 aprile 1945".

Non ci sono fotografie d'epoca, né altri cartelli esplicativi, motivo per cui l'autore inizia a porsi diverse domande. 

Innanzitutto, per Malaguti, quella scritta è un segno che dice e non dice, considerando il fatto che persistono ancora opacità e incertezze relative al luogo esatto della morte del Duce e della sua amante:

(...) stando ad alcune ricostruzioni (Mussolini e Claretta Petacci) potrebbero essere stati uccisi qualche ora prima, a Bonzanigo, presso casa De Maria. Poi i cadaveri sarebbero stati trasportati fino a Giulino, per inscenare un'esecuzione pubblica, prima di portarli a Milano.

Due anni dopo Malaguti ritorna a Giulino e scorge qualche cambiamento, deliberato dall'ANPI locale, presso il muretto di Villa Belmonte: oltre alla croce e alla data di morte, è stata aggiunta una lapide simile ad un libro aperto con fotografie di Mussolini e della Petacci. Inoltre, sulla targa viene precisata l'ora esatta dell'esecuzione.


A partire da queste modifiche l'insegnante si chiede se non sia necessario creare, magari proprio a Giulino, un museo o un percorso della memoria che si concentri sugli ultimi momenti di vita del Duce tramite l'utilizzo di cartelli, fotografie e documenti: a suo modo di vedere questa iniziativa, senza giustificare la violenza del periodo della guerra civile italiana, costituirebbe un efficace antidoto al Fascismo.

Un'altra questione interessante relativa a questo problema storico è la seguente: quando finisce davvero il Fascismo? O non è ancora del tutto estinto?

A mio modo di vedere, alla fine di aprile del '45 in Italia termina la dittatura ma non certamente il Fascismo.

Una delle mie argomentazioni esplicative fa riferimento alla carriera politica di Giorgio Almirante, convinto collaborazionista dei Repubblichini. 

Alla fine degli anni Quaranta, Almirante è stato tra i fondatori del Movimento Sociale Italiano, formazione politica che nel 1972 ha ottenuto quasi il 9% nel corso delle elezioni politiche.

Nel nostro paese sono inoltre esistite le Brigate Nere, corpo paramilitare di ispirazione fascista fondate nel 1944 da Alessandro Pavolini e attive fino alla fine del 1945.

Oltre a ciò è molto importante tener presente che il terrorismo nero degli anni Settanta è stato responsabile di drammatiche stragi come quello di Piazza della Loggia a Brescia nel 1974 e, senza ombra di dubbio, anche dell'episodio di Bologna nel 1980.

Attualmente permangono e persistono alcuni movimenti di estrema destra neo-fascista come Casa Pound, attivo dal punto di vista culturale e sportivo, e Forza Nuova, fondata alla fine degli anni Novanta.

Entrambe le formazioni appoggiano fortemente iniziative e politiche anti-migratorie oltre alla nazionalizzazione delle autostrade. Le loro idee risultano inoltre fortemente e vergognosamente omofobe e anti-semite: d'altronde i rispettivi componenti dalle simpatie neo-naziste negano la Shoah.

Concludo il paragrafo richiamando ad un'altra informazione significativa che il mio collega Malaguti fornisce: il 28 aprile, a Dongo e a Giulino, si svolgono manifestazioni neofasciste.

5) COME AFFRONTARE LA RESISTENZA A SCUOLA?

Questa domanda ricorre più volte all'interno del libro.

Paolo Malaguti lamenta il fatto che, nelle scuole secondarie in generale, la Resistenza venga molto spesso trattata in modo riduttivo, sia dai docenti di Lingua e Letteratura italiana sia dai colleghi a cui viene assegnato il completamento del quadro orario con le discipline storico-geografiche: si elencano i fatti salienti relativi alla guerra civile e si tende a valorizzare soltanto la figura di partigiani-eroi torturati dai Repubblichini. 

Nella migliore delle ipotesi, il titolare delle ore di storia propone ai ragazzi la lettura e l'analisi di qualche fonte scritta o iconografica inerente l'argomento.

Tuttavia, secondo l'autore, queste strategie didattiche non incidono sulle coscienze di adolescenti che tendono a vedere il passato come un'appiattita sequenza di eventi lontani da loro.

Il mio collega ritiene un'azione pedagogica insufficiente anche quella finalizzata a commemorare il 25 aprile: dedicare alcune ore alla visione di un film o alla lettura di poesie e di alcuni estratti di romanzi.

Pur rispettando al massimo l'esperienza e la dedizione dell'autore nei confronti del miglior lavoro esistente sulla faccia della Terra, ritengo che, a mio avviso la scuola, non possa sobbarcarsi da sola qualsiasi responsabilità educativa.

Nel nostro meraviglioso e problematico paese sarebbe necessaria la fondazione di scuole civiche territoriali rivolte a tutte le fasce d'età.

Esiste una modalità, cortese ma sistematica, di coinvolgimento periodico di tutti gli italiani in cicli di formazione storica? 

In Sentieri Partigiani si cita tuttavia la scuola di Collegno, finalizzata ad istituire connessioni tra la lotta partigiana e il nostro presente.

Ho inoltre rilevato che Paolo Malaguti sembra abituato a pensare ad una suddivisione delle ore di discipline umanistiche tra due diversi insegnanti all'interno di una stessa classe.

D'altronde, con l'inesorabile calo demografico, ritengo che le suddivisioni qui di seguito riportate a proposito delle scuole secondarie saranno sempre più diffuse e davvero molto frequenti nei prossimi anni:

Qui mi riferisco all'area umanistico-letteraria moderna (classe di concorso A-12):

- Secondaria di primo grado: docente di lingua e letteratura italiana (6h settimanali)+ docente di storia e geografia (4h settimanali), dal primo al terzo anno compreso.

-Secondaria di secondo grado- primo biennio di tutti gli indirizzi: docente di lingua e letteratura italiana (4h settimanali)+ docente di storia e geografia (3h settimanali).

-Secondaria di secondo grado- triennio istituti tecnici: docente di lingua e letteratura italiana (4h settimanali)+ docente di storia (2h settimanali).

-Secondaria di secondo grado- triennio licei (questa è una suddivisione che esiste da più di dieci anni): docente di lingua e letteratura italiana (4h settimanali)+ docente di storia e filosofia (4h settimanali).

A mio modo di vedere questi orari spezzati comporterebbero più vantaggi che intoppi. 

Qui ne delineo le ragioni.

A) DOPPIO PUNTO DI RIFERIMENTO

Tutti i ragazzi, nella loro piena fase di crescita, potrebbero contare su due figure complementari: un insegnante si occuperebbe di sintassi, di arricchimento lessicale e della componente interpretativa che i testi letterari implicano. 

L'altro invece si focalizzerebbe sulla formazione del senso critico, della coscienza civica e dell'attenzione nei confronti di problematiche attuali, anche ambientali.

B) MODELLI DIDATTICO-EDUCATIVI DIVERSI

Gli alunni potrebbero individuare con spontaneità la figura più affine ai loro interessi scolastici e alle loro tensioni emotive. 

Se, da una parte, è vero che noi docenti non siamo affatto gli amici o gli psicologi dei nostri studenti, dall'altra non dobbiamo mai dimenticare che, nelle classi, portiamo anche parte della nostra personalità: per questo due modelli di insegnanti diversi per l'area umanistica costituiscono una risorsa.

C) VIENE FAVORITA LA DIDATTICA INTERDISCIPLINARE

Questa suddivisione oraria comporterebbe la presa di coscienza del fatto che "tutto si collega": se da un lato i testi letterari sono interpretabili, dall'altro implicano una stretta connessione non soltanto con la biografia di chi li ha scritti ma anche con le coordinate geografiche e con il contesto storico-sociale che hanno determinato una certa idea esistenziale nella mentalità dell'autore.

Questa idea di frammentazione delle discipline di area umanistica supera le esperienze che Malaguti racconta a proposito di litigi furibondi avvenuti tra "colleghi di Italiano" e i "colleghi di Storia" relativi alle modalità di trattare i totalitarismi del Novecento e le Foibe.

D) CONFRONTO FREQUENTE E SISTEMATICO CON I COLLEGHI DI SOSTEGNO

Entrambi gli insegnanti di area umanistica possono frequentemente e facilmente confrontarsi con il collega designato sul sostegno a proposito di comportamenti problematici, situazioni di fragilità, necessità educative ed efficacia di determinate strategie didattiche a breve e a lungo termine. Questo non soltanto per gli alunni con bisogni educativi speciali ma per tutti i componenti del gruppo classe.

Se dovessi incontrare il collega Malaguti gli proporrei una provocazione di questo genere: 

Immagini una classe terza media con due titolari diverse per le discipline di area umanistica, secondo la suddivisione 6h+4h. A me vengono assegnate le sei ore di italiano e ad un'altra insegnante, proveniente proprio dalla formazione in Scienze Storiche, le restanti quattro. 

Avendo presentato una tesi di Laurea magistrale in Linguistica italiana sull'analisi sintattica e lessicale di alcuni romanzi di Natalia Ginzburg, ho avuto modo di approfondire anche la figura del suo primo marito, Leone, deceduto a seguito di terribili torture da parte dei fascisti presso il carcere di Regina Coeli a Roma, nel febbraio del '44. Chi dovrebbe presentare a ragazzi fra i 13 e i 14 anni una figura di così alta levatura etica come Leone Ginzburg? Io o la mia collega, la quale sicuramente ha superato anche un esame corposo e molto approfondito di storia contemporanea? 

Leone è, di fatto, un personaggio storico, emblema di una cosciente e consapevole libertà politica e intellettuale. Per di più è anche stato un letterato, co-fondatore della casa editrice Einaudi e curatore di un'edizione dei "Canti" di Leopardi. Chi si è opposto al nazi-fascismo desiderava un avvenire migliore per le generazioni successive, come si evince dalle "Lettere dei condannati a morte della Resistenza Europea" raccolte da Zagrebelsky. Questo non dobbiamo dimenticarlo mai. Condivido solo in parte il timore di "sublimare", all'interno delle scuole, i partigiani. A mio avviso, una figura come Leone Ginzburg potrà suscitare l'ammirazione degli adolescenti soprattutto se verrà collegata strettamente a solidi valori quali la giustizia, il senso di integrità e la profondità umana. Infatti lo si potrebbe definire un anti-influencer dell'Italia fascista che ha perso la cattedra all'Università dopo essersi rifiutato di giurare fedeltà alla dittatura di Mussolini. Si potrebbe chiedere ai ragazzi: "Al posto di Leone, voi avreste rifiutato di appoggiare un governo autoritario accettando di perdere un lavoro coerente con i vostri studi e con le vostre passioni?".

Questa domanda conquisterebbe, a mio modo di vedere, anche ragazzi di quinta superiore.

Ritengo che la migliore soluzione per affrontare la Resistenza in classe consista prima di tutto in una stretta collaborazione tra umanisti, motivo per cui, tramite accordi e collaborazioni instaurate necessariamente all'inizio dell'anno scolastico, la Resistenza potrebbe essere approfondita con letture di Fenoglio, Calvino (Il sentiero dei nidi di ragno) e Pavese, senza tralasciare le contraddizioni di chi ha partecipato attivamente a questo movimento così fondamentale per la fondazione della democrazia.

Ad ogni modo e al di là del mio specifico percorso di studi di laurea magistrale, mi ritengo un po' più predisposta per l'insegnamento delle discipline storiche e geografiche: l'esperienza lavorativa dello scorso anno scolastico è stata molto significativa, mi ha fatta crescere sia professionalmente che umanamente, mi ha riconnessa con interessi e curiosità nate durante l'infanzia (storia medievale, mappamondi, cartine fisiche). 

Per la gioia del nostro attuale Presidente della Repubblica, sono un'insegnante che già dispone di una metodologia piuttosto forte, peraltro riconosciuta da colleghe con molti più anni di esperienza, per quel che concerne ragionamenti storici su fonti scritte/iconografiche, mappe concettuali, questioni cartografiche ed etico-ambientali.

6) LA QUESTIONE DI PIAZZALE LORETO E LE CONCLUSIONI FINALI DEL LIBRO:

Malaguti dedica una sezione anche a Piazzale Loreto, lamentando il fatto che, sul Piazzale, al posto di lapidi commemorative ci sia un McDonald.

Il tema del rapporto tra memoria storica e trasformazione urbana a Piazzale Loreto fa parte dello sviluppo della società italiana. Se da un lato le attività commerciali rischiano di appiattire la percezione dei luoghi, dall'altro la stratificazione storica di questo piazzale rimane indelebile.

Agosto 1944:

Nell'agosto 1944, dopo un attentato in Viale Abruzzi, quindici persone tra partigiani e anti-fascisti sono stati prelevati dal Carcere di San Vittore e fucilati dalla Legione Autonoma Mobile Ettore Muti. Si tratta di un'azione di rappresaglia avvenuta in un viale vicino al Piazzale. 

I corpi sono rimasti visibili ai civili per molte ore, al fine di terrorizzare la popolazione civile e di disincentivare forme di solidarietà alla Resistenza.

Aprile 1945:

Il 29 aprile del 1945,  i corpi di Benito Mussolini, di Claretta Petacci e di altri gerarchi fascisti sono stati portati a piazzale Loreto ed esposti.

Questo luogo è stato individuato dalle forze partigiane per contrapporre la fine del regime al luogo del martirio dei quindici antifascisti dell'anno precedente.

La memoria oggi:

I luoghi cambiano con il tempo e le tracce della memoria della Resistenza sono moltissime, soprattutto in Italia Settentrionale. La salvaguardia di questi spazi risulta fondamentale.

A Piazzale Loreto sorge una lapide in memoria dei quindici martiri, con un'epigrafe che ne ricorda i nomi e il sacrificio e, il 10 agosto di ogni anno, l'amministrazione comunale di Milano organizza cerimonie ufficiali e incontri dedicati alla memoria delle quindici persone uccise.

7) COME RENDERE ATTUALE IL CONCETTO DI RESISTENZA?

Negli ultimi anni ho sentito  molti adulti sparare a zero  contro i ragazzi che scelgono forme di lotta più o meno eclatanti per lanciare l'allarme sull'emergenza climatica.

Imbrattare con la zuppa un quadro famoso o incollarsi a una scultura sono azioni che talvolta suscitano condanne più indignate di quante ne ricevano azioni terroristiche  con vittime innocenti, o bombardamenti su civili inermi.

Credo che questa sia una forma di resistenza che alcuni giovani del mondo occidentale del XXI° secolo hanno scelto contro gli esponenti del vecchio mondo. Ancora una volta, come nel '43 o nel '68, un conflitto che ha una forte implicazione generazionale.

Non riesco a condannarli. 

Quindi le Brigate Rosse, che si definivano un Movimento di Resistenza, erano davvero tali? Malaguti cerca di rendere attuale il concetto di Resistenza con un paragone che a mio parere non regge.

La Resistenza era un movimento eterogeneo, costituito da comunisti, liberali, cattolici e monarchici che contrastava le forze occupanti e chi collaborava con loro, con lo scopo di restituire libertà e democrazia all'Italia.

Le Brigate Rosse invece erano attive in uno Stato democratico e costituzionale e ricorrevano al terrorismo, al sequestro e all'omicidio di magistrati, giornalisti, sindacalisti e uomini politici, tra cui Aldo Moro.

Gli ultimi movimenti di protesta non portano contributi costruttivi e non sensibilizzano su tematiche ambientali dato che sono trasportati da un'emotività distruttiva.

Se la Resistenza è stata una guerra di liberazione contro un oppressore, l'attivismo climatico odierno è provocatorio e aggressivo, senza proposte pragmatiche e concrete che possano suscitare l'interesse dell'opinione pubblica. 

... Pensate a come trascorrerò il giorno del mio trentunesimo compleanno: inclusa tra gli autori di un evento culturale poco lontano da casa!




18 settembre 2026

"SENTIERI PARTIGIANI"- P. MALAGUTI (I):

 "Se decidiamo di riconoscerci in quei principi di libertà e di lotta per la libertà dobbiamo accettare la sfida di non lasciare in silenzio anche le colpe, i limiti e le brutture di quella lotta".

"La Resistenza è esistita come fenomeno storico dal settembre 1943 all'aprile 1945, ma come tensione, come atteggiamento, come missione etica e civile continua ad esistere e non perde mai di senso".


Sentieri partigiani è il libro più recente di Paolo Malaguti, insegnante di Lettere in un liceo della provincia di Vicenza.
In quest'opera, l'autore coglie l'occasione per riflettere sulle contraddizioni e le ombre che presentano le fonti, le tracce e i monumenti dedicati alla Resistenza in alcune zone della pianura padana.
Le prime pagine sono dedicate ad alcune strade che Malaguti percorre in bicicletta sul Monte Grappa, tra le quali la Giardino, che include nel percorso un monumento al partigiano, e la Cadorna che porta al Sacrario fascista di Cima Grappa.

1) DUE TESTIMONIANZE STORICHE ANTITETICHE SUL GRAPPA:

... c'è l'elemento più visibile, la statua di Murer che rappresenta un uomo che leva al cielo le mani libere dalle corde spezzate che ancora gli legano i polsi. Ai piedi della statua, delle lapidi ricordano i nomi delle quattro brigate partigiane operanti sul massiccio... Infine, a fare da sfondo alla statua, una breve galleria nella quale, così ricorda un'altra lapide, sette partigiani vennero bruciati vivi dai lanciafiamme dei nazifascisti.

Il Sacrario invece è stato inaugurato durante il regime fascista.

Il sacrario fascista del Grappa può non piacere, può non piacere, può essere considerato un ecomostro ante litteram, può essere visto come un utilizzo cinico e intelligente dei morti in guerra a scopi ideologici. Ma non si può certo dire che non sia chiaro. È grandioso, solenne, massiccio, visibile, anzi, visibilissimo, fin dalla pianura. Ed è ossessivo nella ripetitività dei suoi messaggi, semplici e lineari: "Gloria a voi soldati del Grappa" è il motto che si legge in più punti.

Si tratta senza dubbio di due oggetti antitetici che ricordano episodi molto diversi della storia italiana del Novecento.
Il monumento al partigiano, poco frequentato, è stato inaugurato trent'anni dopo il rastrellamento e l'eccidio del Grappa mentre il Sacrario è stato inaugurato durante il regime fascista.

Malaguti poco dopo prosegue così:

... con l'avvento della democrazia sulle braci della Resistenza, le cose si complicano, la memoria si moltiplica, si fa caleidoscopica.
Qui credo si aprano due ordini di problemi: da un lato, i segni chiari e univoci della memoria fascista spesso continuano ad esistere e ad agire sul nostro immaginario, creando dei cortocircuiti ideologici interessanti da analizzare.
Dall'altro, la memoria frastagliata della Resistenza (ma leggi anche: degli anni di piombo, dello stragismo mafioso, della crisi della prima repubblica, del berlusconismo, anch'esso ormai storia!) sembra attuarsi in segni difficili, complicati da leggere, spesso divisivi o figli di una memoria divisa, accompagnati da code di polemiche che sembrano depotenziarne l'efficacia.

Certamente a partire dall'8 settembre 1943 il nostro paese era diviso in due, geograficamente e politicamente: a sud, l'Italia era sotto il controllo degli Alleati e sotto la giurisdizione del governo di Badoglio, a nord invece, i territori italiani erano compresi nella Repubblica di Salò, stato satellite della Germania hitleriana.
In queste pagine, Malaguti manifesta una notevole sensibilità a questa spaccatura, ben visibile nella sua storia familiare: da un lato il nonno paterno era un repubblichino, dall'altro invece, il nonno materno era una staffetta partigiana.

In realtà, già prima della Resistenza ci sono eventi che non possono essere interpretati focalizzandosi su una sola chiave di lettura. 
Tra questi, il Risorgimento, l'epoca della Controriforma, l'epoca delle Crociate e quella delle invasioni barbariche.

Pensiamo soprattutto al Risorgimento: la storiografia di fine Ottocento, di stampo liberal-democratico, promuoveva una visione che lo rendeva un successo diplomatico tra Camillo Benso di Cavour e i Savoia, mentre la lettura di Gramsci vede questo periodo storico come una "rivoluzione passiva": i borghesi con Cavour hanno unificato il Paese senza coinvolgere le masse contadine.
Infine, la lettura meridionalistica evidenzia il Risorgimento come un processo traumatico per il Regno delle Due Sicilie, assoggettato dal punto di vista economico e sociale, con una violenta repressione del fenomeno del brigantaggio, sostenuto da ufficiali borbonici.
Il brigantaggio sociale post-unitario è esistito anche al nord, ad esempio in zone delle pianure veronesi, soprattutto per ragioni dovute alla miseria contadina e alle carestie.

La storia è insidiosa dal momento che è costituita da segni complicati da leggere e, talvolta, non rispondenti a verità. 
Alcuni di questi sono rimasti misteriosi e non ancora decifrati, come la Lineare A che risale all'epoca cretese.
Anche la scrittura gotico-carolina è risultata difficile da decifrare, dato che manca la separazione tra le parole e la punteggiatura è assente.
D'altro canto è opportuno tener presente che sono esistiti documenti creati in epoche successive a quelle alle quali li si è voluti far risalire, come la Donazione di Costantino: nel testo, l'imperatore ringraziava Papa Silvestro I° per averlo guarito dalla lebbra e per averlo convertito al Cristianesimo; per questo motivo concedeva al Pontefice la sovranità su Roma e le insegne imperiali.
Nel Rinascimento, Lorenzo Valla ha identificato il lessico e la struttura sintattica di quel documento come appartenenti al latino medievale, non tardo-antico.
Oltre a ciò, ha individuato alcuni termini riferiti al periodo del Feudalesimo (IX° secolo). 
Si ritiene quindi probabile che la falsa Donazione di Costantino sia stata redatta per giustificare l'alleanza tra lo Stato della Chiesa e i Franchi.

2) I PARTIGIANI: MARTIRI O UOMINI VICINI A NOI?

Malaguti ritiene che equiparare i partigiani a dei martiri sia esatto da un punto di vista etimologico: μάρτυς significa infatti testimone.
I partecipanti alla Resistenza sarebbero stati testimoni, con la loro vita, dell'importanza della libertà e, nell'immaginario comune, conosciuti come vittime di una morte violenta a causa delle loro idee. Più o meno come i primi cristiani, i quali manifestavano una grande e ammirevole fermezza nella Fede.

Ad ogni modo, questo insegnante distingue i "martiri" dai "caduti": questi ultimi infatti sarebbero i morti in guerre e battaglie tradizionali.


L'Italia democratica e l'Europa libera dalle dittature militari sono fondate sul sacrificio dei partigiani italiani ed europei che, pur appartenendo a correnti politiche diverse, si sono organizzati in una lotta armata per liberare l'Italia dalla dittatura.
Un mosaico complesso di ideali, che ha visto convivere comunisti, azionisti, cattolici, liberali e monarchici in un’unica grande spinta liberatoria.

Certo, il mondo non è diviso in "bianco" e "nero". Se da un lato è bene una lettura critica dei monumenti e della memoria collettiva, come ribadisce più volte l'autore all'interno del libro, dall'altro occorre riconoscere che sia le sfaccettature della Resistenza sia le sue contraddizioni sia le violenze dell'immediato dopoguerra sono già state approfondite e studiate, almeno in ambito accademico, nel corso di questi ultimi decenni.
Infatti la ricerca scientifica ha ampiamente superato la retorica monumentale per restituire una memoria consapevole e sfaccettata.

Tuttavia, più e più volte il professor Malaguti si chiede in quali modalità risulterebbe più opportuno proporre in classe ad un pubblico di adolescenti l'argomento della Resistenza partigiana:

La Resistenza come atteggiamento trasversale alle società e alle epoche storiche- come critica al potere, come competenza del disubbidire, capacità di decidere quando opporre un "no"- è un valore che va mostrato nella drammatica normalità delle cose, nella precarietà, nella limitatezza umana di chi interpretò quel ruolo.

3) IL PARTIGIANO SCARPONE:

Durante un breve soggiorno dalle parti della bassa mantovana, Malaguti viene a conoscenza della storia drammatica del partigiano Scarpone (Alcide Garagnani).
Siamo a Gonzaga, zona nella quale i repubblichini eseguivano rastrellamenti molto frequenti.

Scarpone, così soprannominato per il suo spirito di iniziativa nelle operazioni di guerriglia tra la provincia di Mantova e quella di Modena, era divenuto comandante della 43° Brigata Garibaldi.

A sorpresa, nella notte tra il 19 e il 20 dicembre del 1944, circa duecento partigiani appartenenti alle Brigate Garibaldi assediano la caserma della Guardia Nazionale Repubblicana (GNR) e i presidi militari occupati dalle truppe tedesche della Wehrmacht.

In particolar modo, Scarpone fa fuoco ai soldati e ne uccide una quindicina, mentre altri partigiani sottraggono ai nazi-fascisti una discreta quantità di armi e di munizioni.
Tuttavia, Alcide Garagnani perde la vita proprio durante il combattimento.
Per ritorsione, nei giorni successivi, le forze tedesche hanno fucilato sette partigiani catturati tra il poligono di tiro di Gonzaga e Mantova.

Al fine di riconoscere l'audacia che ha dimostrato durante la guerra civile e, soprattutto, durante il suo ultimo combattimento, ad Alcide Garagnani è stata conferita la Medaglia d'Oro al Valor Militare alla memoria. 
Sia a Gonzaga che in alcuni comuni del Modenese si trovano alcuni monumenti che ricordano la figura di "Scarpone" e il suo sacrificio nella battaglia di Gonzaga.

Non sono per l'esaltazione del partigiano con il grilletto facile o per una mitizzazione della Resistenza ma non so se sia opportuno, come suggerisce Malaguti, istituire qualche monumento anche per i caduti repubblichini.
Bisogna prestare attenzione a questo aspetto: il rispetto umano nei confronti dei defunti e dei caduti è un conto, dedicare loro un monumento è tutt'altra cosa. 
Il rischio concreto e pericoloso è che, con la memoria ufficiale, si finisca involontariamente per legittimare l'ideologia fascista della Repubblica di Salò che arrestava, torturava e deportava.
Costruire un monumento vuol dire dedicare uno spazio pubblico a un valore che ha fondato una comunità. 
Non si deve equiparare chi ha combattuto per la libertà di tutti e chi ha preso le armi a favore di fascisti e nazisti. 

Io credo sia necessario considerare che i dubbi e le proposte di Malaguti non sorgono da una sorta di nostalgia per l'ideologia fascista, ma da una priorità pedagogica a proposito di questo capitolo della nostra storia che consiste nel drammatizzare e idealizzare meno e comprendere più a fondo gli stati d'animo e le idee di chi ha deciso di contrastare l'oppressione e l'occupazione di una parte dell'esercito hitleriano, oltre che le situazioni territoriali, diverse da regione a regione.

I partigiani sono stati esseri umani valorosi ma anche imperfetti e, tuttavia, precursori della nostra Costituzione italiana.

8 settembre 2026

LA POLVERIERA DI AVESA:

18) LA RESISTENZA NELL'ITALIA SETTENTRIONALE: TESTIMONIANZE SIGNIFICATIVE ANCORA POCO CONOSCIUTE

 -un docufilm su una catastrofe sfiorata-

A) STRUTTURA DELLA PROIEZIONE:

Il documentario La polveriera di Avesa, della durata di mezz'ora, alterna le immagini d'archivio in bianco e nero con le diverse testimonianze recenti di chi ha vissuto la liberazione di Verona dai nazisti.

È stato proiettato sia la sera del 24 aprile, al Teatro parrocchiale di Santa Maria Ausiliatrice, sia ai Giardini Bosio di Avesa il mese successivo, sia a fine giugno a Bussolengo e anche alla Festa dell'Unità di Quinzano il 25 luglio.

I residenti di Avesa hanno partecipato attivamente in veste di attori non professionisti e, tra le immagini, ci sono anche mappe storiche in cui è visibile la collocazione delle gallerie della polveriera.

La polveriera di Avesa non è soltanto un resto del passato con funzione militare ma anche una prova di avvenuta collaborazione tra compaesani.

Nelle immagini d'archivio i dialoghi risultano molto rari, infatti sono i movimenti e le azioni dei personaggi che contano.

B) L'INTERVENTO DI DON GRAZIANI:

Nel 1945 Don Giuseppe Graziani era curato di Avesa.

Alla fine di aprile, quando le truppe naziste si stavano ritirando dalle nostre zone, la polveriera di Avesa era piena di materiale esplosivo.

Nelle prime immagini del docu-film il curato era riuscito a negoziare in modo efficace e persuasivo con le autorità tedesche e ad ottenere quindi l'autorizzazione per far svuotare immediatamente il deposito.

Tra il 25 e il 26 aprile gli abitanti di Avesa di tutte le età si sono organizzati formando una catena umana silenziosa per trasportare, dalla polveriera ai campi, trentamila pesanti casse di tritolo e disperdere il materiale poco lontano da oliveti e vigneti.

Ecco quel che un testimone ricorda:

"Ci univamo in fila, nel buio pesto, passandoci le cassette di legno pesante. Sapevamo che se un solo soldato avesse sparato o se il tempo fosse scaduto, non sarebbe rimasto più nulla del nostro paese".

C) L'ESPLOSIONE:

La mattina del 26 aprile due soldati tedeschi hanno innescato le poche mine rimaste all'interno della polveriera.

Lo scoppio, descritto e raccontato come un rimbombo tremendo, da far tremare la terra e con fumo che sembrava un fungo atomico, ha provocato la morte di otto persone e danni ad edifici.

Una dei testimoni, a seguito dell'esplosione, da bambina ha perso la madre e il fratello minore. Con loro, mezza casa è stata sventrata.

La città di Verona invece, grazie all'operazione degli abitanti di Avesa, è stata quindi salvata da una distruzione totale: pur con la demolizione di quasi tutti i suoi ponti da parte dei tedeschi in ritirata, non ha subito le conseguenze dello scoppio del materiale esplosivo.


Alla fine della guerra faceva eccezione il Ponte della Ferrovia: la struttura centrale aveva reso comunque possibile il passaggio dei carri armati degli Alleati visto che era rimasta piuttosto integra, con l'eccezione di alcune parti.

Questo ponte, su Lungadige Galtarossa, costituiva una via d'accesso fondamentale per liberare Verona senza ricorrere alle navigazioni sull'Adige.

D) CHE COSA RIMANE DELLA POLVERIERA DI AVESA?

Questo è ciò che resta della polveriera ai giorni nostri:

L'area della polveriera, raggiungibile sia dal paese di Avesa sia da sentieri escursionistici, si trova in una zona collinare a nord di Verona, ai piedi del Monte Arzan.

In collaborazione con il Club Alpino Italiano è stato tracciato un sentiero naturalistico e storico che tocca la zona della polveriera.

Durante i lavori di ripristino dei sentieri attorno alla polveriera, gli esperti hanno reperito alcune mappe storiche risalenti al XVII secolo, che hanno consentito la verifica dell'esatta posizione di tre antiche sorgenti d'acqua montane che si credevano perdute.

Inoltre, recenti studi d'archivio legati alla Biblioteca Capitolare, hanno fatto emergere documenti che collegano la polveriera di Avesa e altri depositi limitrofi ai piani cartografici della Wehrmacht, che voleva trasformare Verona nell'ultimo baluardo difensivo prima del Brennero.

E) LE COLLINE DI AVESA:

Le colline di Avesa, la cui altitudine sul livello del mare si aggira intorno ai 300 metri, sono costituite da depositi calcarei, delimitano il passaggio tra la pianura di Verona e l'altopiano della Lessinia.

Il paesaggio, modellato da cave di tufo e da terrazzamenti finalizzati alla coltivazione di ulivi e vigne, è percorso dal torrente Lorì che nasce da una risorgiva nella parte alta del paese e attraversa le valli prima di confluire nell'Adige.

In passato il torrente era una risorsa per le lavandaie di Avesa che lavoravano alle dipendenze di alberghi e famiglie benestanti della zona prima del secondo conflitto mondiale e dell'esplosione della polveriera.



"I FIGLI DEGLI UOMINI": SEGREGAZIONE URBANA, STERILITÀ E BARLUMI DI SPERANZA

19) GEOGRAFIA DELLA  SEGREGAZIONE URBANA I figli degli uomini (Children of men)   è un film distopico uscito nel 2006 e diretto da Alfonso C...