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29 settembre 2023

"Una sera tra amici a Jinbocho", S. Yagisawa:

 "Continua a prenderti cura della libreria Morisaki. Quel posto è la prova tangibile che noi due insieme siamo esistiti. So bene quanto lo ami, ma stai certo che a me non è meno cara. Mi sarebbe piaciuto poterti vedere ancora un po' dietro quel bancone. Perché da nessun'altra parte ti ho visto brillare come nella tua libreria."

Eccovelo, il seguito dei Miei giorni alla libreria Morisaki, introdotto da una citazione tratta dal capitolo più toccante del romanzo!

Anche Una sera tra amici a Jinbocho è un romanzo pieno di citazioni letterarie.

A) CONTENUTI ROMANZO:

Takako ha ora 28 anni ed ha appena iniziato una relazione con Akita Wada, un giovane conosciuto negli ultimissimi capitoli del romanzo precedente.

Lo zio Satoru continua, con la moglie Momoko, ad occuparsi della libreria Morisaki e, di tanto in tanto, quando è libera dagli impegni lavorativi, Takako si unisce a loro per alcuni turni da libraia. D'altronde, il suo impiego in una ditta grafica è un incarico part-time che consiste in un orario lavorativo prevalentemente mattutino.

Trovo che Yagisawa sia stato precisissimo e abilissimo nell'instaurare un raccordo tra il primo e il secondo romanzo: in questo seguito infatti richiama molto bene e molto chiaramente alla memoria dei lettori la situazione di Takako tre anni prima. Oltre a ciò, ci fa vedere l'evoluzione psicologica della sua protagonista femminile e la sua capacità di recepire significative lezioni di vita:

La mia prima visita alla libreria risaliva a tre anni prima. All'epoca mio zio mi offrì ospitalità nell'appartamento al primo piano della libreria, dicendomi che sarei potuta restare finché lo desideravo. Ricordo ancora alla perfezione la mia vita alla libreria. In quel periodo mi ero lasciata andare per motivi- lo capisco solo adesso- assolutamente insignificanti. All'inizio scaricavo tutta la mia frustrazione sullo zio e me ne stavo rintanata in camera a piangere come un'eroina tragica. Lo zio si armò di pazienza e riuscì a starmi vicino, rivolgendomi parole gentili ogni volta che ci vedevamo. E mi ha fatto capire che la lettura può essere un'esperienza sconvolgente, e che nella vita una delle cose più importanti è affrontare i propri sentimenti.

A Jinbocho, Takako si è rifatta infatti una vita sociale: oltre al fidanzato Akita Wada, la ragazza mantiene i rapporti con Tomo, la migliore amica, e con Takano, "l'eterno spasimante" di quest'ultima.

Come segno di gratitudine, Takako decide di regalare agli zii un viaggio verso una località termale: sarà lei, in quei tre giorni di assenza degli zii, ad occuparsi della libreria, essendo riuscita a far coincidere quei trenta giorni con le sue ferie dalla ditta grafica.

Ma... in questo secondo romanzo di Yagisawa va tutto così a gonfie vele? Non direi: al ritorno dal soggiorno nella località termale, lo zio Satoru sembra buio e pensieroso. 

Nel frattempo, Takako scopre che Akita, una sera, è uscito con quella che era la sua ex fidanzata. Ma perché?

Che cosa nascondono queste due figure maschili? Akita è davvero l'uomo giusto per Takako?

B) LA LETTURA CHE COINVOLGE:

Anche questo secondo romanzo vede l'importanza della lettura come uno dei temi centrali.

Takako e lo zio Satoru si confrontano molto su autori e temi letterari. 

Zio e nipote hanno instaurato un ottimo rapporto. O meglio, lo avevano quando lei era bambina. Poi si sono persi per anni e si sono ritrovati. Anche in Una sera tra amici a Jinbocho ritornano i ricordi più felici dell'infanzia di Takako:

Proprio io che a scuola ero sempre remissiva, quando stavo con lo zio Satoru mi sentivo forte, e quasi non mi riconoscevo. Ripensandoci, quei momenti con lo zio avevano il calore della luce che filtra attraverso le foglie.

Riporto ora alcune frasi che fanno parte di una conversazione tra zio e nipote sul senso della letteratura:

(Takako) "Riflettendoci, tutti gli autori di questi libri ormai non ci sono più. Devo dire che mi fa uno strano effetto. Ci hanno lasciato tutte queste opere che noi leggiamo continuando ad emozionarci".

(zio Satoru) "E' vero, hanno dato forma ai loro pensieri e ce li hanno lasciati in eredità: non trovi che sia fantastico? E non mi riferisco solo agli scrittori, ma agli artisti in generale. E' grazie a loro se possiamo imparare così tanto dalla generazioni che ci hanno preceduto".

C'è un libro di poesie che emoziona particolarmente Takako. Si tratta del Ritratto di Chieko, opera del poeta Takamura Kotaro e parte dei programmi scolastici delle scuole superiori del Giappone. Un pochino quindi, la nostra protagonista lo conosce già ma, da adulta, legge questo libro di poesie integralmente e si emoziona. Chieko è la donna che Kotaro ha amato e con la quale ha condiviso buona parte della propria vita:

Ma quando lo avevo riletto dall'inizio ero rimasta profondamente colpita dalla sua intensità. Il loro primo incontro, il matrimonio, il progredire della malattia, la morte... E poi la vita quotidiana insieme a Chieko, la gioia del loro amore, l'ansia, la tristezza, il dolore: tutte queste emozioni, divenute parole, si univano a formare poesie in grado di emanare una luce abbagliante.

C) TOMO:

In questo secondo romanzo si approfondisce maggiormente la figura di Tomo e il suo drammatico vissuto familiare. 

Se nei Miei giorni alla libreria Morisaki Tomo era una brillantissima studentessa universitaria nel pieno degli studi, ora è divenuta una dottoranda.

Tomo è una lettrice ancor più accanita di Takako e ancora più introversa di lei. E ancora più malinconica perché non ha mai superato il lutto per la morte di sua sorella maggiore, morta non molti anni prima che Tomo e Takako si conoscessero. E, oltre al lutto, ha un forte senso di colpa perché il ragazzo che era fidanzato con la sorella piaceva molto anche a lei. 

Tomo chiede a Takako e a Takano di cercare, durante l'evento della "fiera del libro" a Jinbocho, un libro che si intitola Un sogno dorato.

Ma i due giovani, pur mettendoci il massimo del loro impegno, non lo trovano. 

Takako allora organizza una festa di compleanno per l'amica Tomo e, proprio durante quella cena, quest'ultima rivela ai due amici che ha i motivi per cui cerca quel romanzo introvabile: poche settimane prima di morire a causa di un incidente stradale, la sorella di Tomo e il suo ragazzo avevano letto un'opera intitolata Un tramonto lungo un istante. 

Questo libro, scritto e pubblicato nel pieno del Novecento, non aveva avuto molto successo, dal momento che la critica letteraria lo considerava "troppo melenso". 

Ad ogni modo, in Un tramonto lungo un istante, un vecchio cieco che sta per morire prende al proprio servizio una donna che possa leggergli dei romanzi e dei racconti. Un sogno dorato è il titolo dell'ultimo romanzo che la signora legge al vecchio:

Era stata mia sorella a parlarmi dell'esistenza di "Un sogno dorato". Mi aveva detto che era un libro meraviglioso e che dovevo assolutamente leggerlo. Tutto questo risale a circa sei mesi prima dell'incidente. Io credevo a qualsiasi cosa lei mi raccontasse. E così mi misi alla ricerca spasmodica del libro. Libro che, in realtà, non esisteva.

Ora che ho terminato entrambe le recensioni vi dico tutta la verità.

Ho adorato entrambi i libri di Yagisawa anche perché, nell'indole di Takako, vedo diversi aspetti di me stessa: anch'io figlia unica, anch'io introversa, da bambina godevo in molti momenti della compagnia degli zii, in particolare, dello zio Attilio che per me è più o meno come lo zio Satoru. Mio zio non è libraio, è sacerdote. 

Eppure, soprattutto nella mia infanzia, nel mio periodo universitario e immediatamente post-universitario, abbiamo condiviso molti momenti felici e molte giornate che la mia memoria ha incamerato in modo lucido.

Mi permetto di concludere il post esprimendo un'opinione che ad una parte di voi non piacerà affatto. 

Non molto tempo fa è morta Michela Murgia a causa di una malattia incurabile e devastante.  In questo libro, "Una sera tra amici a Jinbocho", c'è anche la vicenda di una donna che si ammala gravemente e che quindi sa bene di avere la vita "in scadenza". Eppure appare serena, grata alla vita e alle persone che ha amato e che la amano e soprattutto, umile e saggia. Queste due qualità non appartenevano affatto alla Murgia, alla quale avrebbe forse giovato la lettura dei due romanzi di Yagisawa. I modi di porsi della Murgia erano arroganti, villani ed egocentrici, ovvero, non ammettevano l'accettazione di opinioni diverse dalle sue. Anche negli ultimi mesi della sua vita,  seppur malata, non si è mai tolta di dosso quel sorrisetto saccente, sprezzante e prepotente, quel sorrisetto che poco ha a che fare con il politicamente corretto. Eppure viene lodata, persino dalla Santa Chiesa Cattolica Apostolica Romana, come fosse stata una santa d'altare.  La paladina del femminismo ha creato divisioni e ha fatto nascere altre polemiche dalle sue polemiche. Ecco come Michela Murgia ha impiegato il suo tempus vitae.

Se in questa recensione non ho rivelato i contenuti in modo dettagliato  è perché vorrei che voi leggeste entrambi questi libri, tanto non sono nemmeno lunghi e, al di là del numero delle pagine, sono emozionanti e significativi.

23 settembre 2023

"I miei giorni alla libreria Morisaki", S. Yagisawa:

Gli ultimi post di questo mese saranno dedicati alle recensioni dei due libri di Satoshi Yagisawa.

Mi sono piaciuti moltissimo entrambi e ve li consiglio dal momento che, meritatamente, sono divenuti dei casi editoriali. Magari, in un futuro non troppo lontano, verranno tratti dei film!

Si tratta di due romanzi di attualità in cui si intrecciano le storie di vita di alcuni personaggi, vicende caratterizzate dalla voglia di trovare un proprio posto nel mondo ma anche da dolore e incomunicabilità.

Oggi parto dal primo.

Che significa guardare?

Significa trasferire su un oggetto parte della nostra anima,

se non la sua totalità.

(citazione tratta "Paesaggio di un'anima", opera della letteratura giapponese di K. Motojiro)

I miei giorni alla libreria Morisaki è un romanzo pieno di citazioni letterarie appartenenti al patrimonio culturale giapponese ed è suddiviso in due parti: la prima porta lo stesso titolo dell'intero libro, la seconda invece è Il ritorno di Momoko.

In questo post mi concentrerò soprattutto sui due personaggi principali della narrazione: Takako e suo zio Satoru, anche perché avrò modo di farvi conoscere meglio le altre figure un po' più marginali nel prossimo post. 

In effetti, il romanzo intitolato Una sera tra amici a Jinbocho è il seguito.

A) TAKAKO:

L'autore si cala nel punto di vista di questa giovane protagonista che, a inizio romanzo, ha 25 anni e non è una grande lettrice, mentre invece a 27 lo è diventata, dal momento che, nel corso della storia, compie un significativo percorso di formazione letteraria e umana. 

La storia d'amore di Takako con Hideaki termina, dopo quasi un anno, in modo drammatico: lei scopre che il suo presunto fidanzato sta per sposarsi con un'altra e che quindi, per circa un anno, ha mantenuto due storie parallele con due ragazze diverse. Vi assicuro che Hideaki, già a metà di questo libro, pagherà caro questo comportamento maturo e ineccepibile!

Alla nostra protagonista crolla il mondo addosso: si licenzia dalla ditta in cui lavora e inizia a trascorrere gran parte delle sue giornate dormendo. 

Finché improvvisamente una mattina lo zio Satoru, proprietario e gestore di una libreria situata a Jinbocho, quartiere di Tokyo, le telefona proponendole di trasferirsi in una stanza al di sopra del suo negozio in cambio di alcune ore di lavoro. Takako accetta abbastanza malvolentieri e, per la prima volta, approda in quel quartiere particolare di Tokyo in cui vive uno zio che non vedeva da circa dieci anni ma con il quale da bambina aveva molta sintonia:

Su entrambi i lati della strada (lo zio mi aveva detto che si chiamava Yasukuni-dori) si vedevano solo librerie, sia a destra che a sinistra. Di solito è già tanto se lungo una strada ce n'è una, invece lì erano oltre la metà dei negozi. Alcune librerie erano pià grandi, come la Sanseido o la Shosen, saltavano immediatamente all'occhio, ma quelle veramente particolari erano le più piccole, che sembravano sfidare spavalde gli edifici più imponenti.

Le librerie del quartiere di Jinbocho sono circa 170, ciascuna "specializzata" alla vendita di determinati tipi di libri: ci sono infatti librerie di testi scolastici, librerie di gialli, librerie di fumetti, librerie dedicate esclusivamente alle raccolte poetiche, librerie riservate agli spartiti musicali... La libreria Morisaki è dedicata alla letteratura giapponese degli ultimi due secoli.

Dicevo poco prima che Takako, a inizio libro, non è una lettrice. 

Ancora depressa e abbattuta per aver perduto l'uomo più serio e più affidabile della Via Lattea, nei primi due mesi di permanenza a Jinbocho svolge controvoglia il suo lavoro di libraia part-time e con lo zio è un po' malmostosa e acida. D'altro canto, lo zio Satoru, uomo veramente meraviglioso oltre che colto e appassionato del suo lavoro, si impegna a fondo e con pazienza per guadagnarsi la stima della nipote e per ravvivare l'affetto che c'era tempo prima.

Una mattina, Satoru costringe bonariamente Takako ad alzarsi dal letto per farle conoscere un bar gradevole e accogliente del quartiere di Jinbocho. Proprio in questo locale, la ragazza conosce Tomo, studentessa universitaria di letteratura e Takano, un timido barista. Sono due giovani molto vicini alla sua età e appassionati di libri.

A questo punto del romanzo, anche la nostra protagonista inizia a cogliere nella lettura un'opportunità per riflettere sulla vita reale e sulla propria vita. Quindi inizia a leggere, anche romanzi piuttosto complessi, e diviene, a poco a poco, ciò che in realtà è: una donna interiormente ricca perché si dimostra altamente sensibile e dotata di una vera intelligenza emotiva e interpretativo-letteraria, oltre che molto portata per le relazioni.

Cominciai a leggere senza troppe aspettative, alla luce fioca dell'abat-jour, avvolta nel futon. Pensavo che mi sarei annoiata, e quindi addormentata, nell'arco di pochi minuti. E invece cosa mi stava capitando? Un'ora dopo ero completamente rapita dal libro. Lo stile era difficile, pieno di parole complicate, ma parlava della psiche di un personaggio instabile, che suscitò in me un forte interesse.

(...) Le circostanze inattese ci aprono porte che neanche immaginavamo. Era proprio così che mi sentivo. E infatti, da quel momento in poi, cominciai a leggere un libro dopo l'altro. Era come se la sete di lettura, da tempo sopita dentro di me, fosse esplosa all'improvviso.

Ai lettori di questo blog a cui piace molto leggere: come è nata la vostra passione per la lettura? 

Quando, dopo sei mesi, la sofferenza per la vicenda con Hideaki è ormai superata, la ragazza decide di trovare un nuovo lavoro come impiegata in uno studio grafico e di lasciare dunque la libreria.

Questa sua scelta è la prova del fatto che suo zio aveva ragione quando, alcuni mesi prima, le diceva: A volte bisogna anche fermarsi. E' come una sosta in un lungo viaggio. Immagina di aver gettato l'ancora in una piccola baia. Riposerai per un poco e poi la tua nave ripartirà.


Avete già vissuto momenti del genere nel corso della vostra vita? Credete che lo zio Satoru abbia ragione?

B) ZIO SATORU:

Zio Satoru è stato sposato con Momoko, figura femminile introdotta nella seconda parte del libro. 

Si tratta di una donna allegra e gioviale solo di facciata. Dentro di sé soffre di un dolore enorme: prima di incontrare Satoru ha avuto una relazione con un uomo che poi ha scoperto essere coniugato con figli. Rimasta incinta, aveva deciso di abortire senza dire nulla a nessuno. In seguito, questa decisione ha provocato in lei un tremendo rimorso. 

Momoko e Satoru sono stati sposati per dieci anni: Satoru desiderava molto un figlio ma, il triste frutto del loro amore è consistito in una gravidanza finita con un aborto naturale. Da qui la decisione di Momoko di abbandonare il marito e di ritornare improvvisamente alla libreria dopo circa cinque anni di vagabondaggio. 

Nella seconda parte del libro a Takako tocca tornare a Jinbocho per fare da intermediaria tra lo zio e Momoko: la giovane riesce gradualmente ad instaurare un rapporto di confidenza con quella zia acquisita che, quando era ragazzina, non le era mai piaciuta pur conoscendola poco. 

La ex moglie di Satoru regala a Takako due giorni di vacanza in alta montagna, alla fine di settembre.

Durante questa gita autunnale in montagna "tra donne", Momoko le rivela le dinamiche della relazione coniugale con Satoru e, in quel momento, Takako empatizza con lei in maniera vera e sincera.

Ed è proprio la grande umanità di Takako a ricucire le profonde fratture di incomunicabilità della coppia Satoru-Momoko.

Ora mi concentrerò un po' di più sulla giovinezza di Satoru. E' lo zio stesso a narrarla alla nipote una sera, mentre condividono una cena:

Quando avevo poco meno di vent'anni conducevo un'esistenza apatica e senza scopo. Mi sentivo fuori posto a scuola come a casa, ed ero sempre chiuso nel mio guscio. Ero troppo sensibile e questo mi portava a pretendere troppo dagli altri e da me stesso e al contempo, forse proprio per questo, avevo la sensazione di essere totalmente vuoto. Ero fatto così. Pensavo che al mondo non ci fosse un posto adatto a me.

Ma, con la nascita di Takako, nella vita di Satoru si accende una scintilla: quando il giovanissimo zio la vede per la prima volta scoppia a piangere.

Forse per l'emozione di trovarmi di fronte al mistero più profondo della vita. (...) All'improvviso il mio cuore spezzato si riempì di una luce calda. Un barlume soffuso, che però fece nascere in me una fortissima volontà.

E così Satoru inizia a leggere molti libri e a compiere qualche viaggio anche in Europa. 

Fino al punto in cui non comprende che il suo posto nel mondo è a Jinbocho, alla libreria Morisaki ereditata dal padre:

Ovunque mi fossi trovato, in compagnia di chiunque, il mio posto sarebbe stato quello in cui ero certo di non stare mentendo al mio cuore. Quando l'ho capito, si è conclusa una fase della mia vita.


17 settembre 2023

"Il mio vicino Tòtoro", film animato sull'armonia tra uomo e natura:

Personalmente questo lungometraggio animato mi è piaciuto di più rispetto alla Città incantata.

Vorrei iniziare la recensione con il commento, per una volta molto positivo, del Dizionario Mereghetti, che a questo film, uscito in Giappone nel 1988, assegna per valutazione un otto.

Al suo quarto lungometraggio, Miyazaki (anche sceneggiatore), esplora i temi che gli sono più cari: l'armonia tra uomo e natura, l'animismo shintoista, la fragile magia dell'infanzia che scopre le durezze della vita; e crea un racconto pieno di prodigi e di immediatezza disarmante che riesce a parlare a spettatori di tutte le età facendo sciogliere anche i cuori più duri.

Il talento pittorico del regista tocca vertici insuperati nella storia dell'animazione, rendendo miracolosi i gesti quotidiani più semplici: da antologia la scena alla fermata dell'autobus sotto la pioggia con le bambine che prestano un ombrello a Tòtoro.

Rendetevi conto... il Mereghetti dà 10/10 solo ed esclusivamente ai film di Hitchcock! Pochissime volte scrive in modo così entusiastico di un cartone animato che, a quanto pare, ha "sciolto i cuori iper-critici" di molti critici del cinema.

Ma di che cosa parla esattamente questo bel capolavoro di Miyazaki?

PERSONAGGI E CONTENUTI:

Giappone, fine anni Cinquanta.

Le sorelle Satsuki e Mei Kusakabe si trasferiscono con il padre in una casa di campagna non troppo lontana da Matsu No Go, piccolo villaggio circondato da campi, risaie e foreste.

Mei è una bambina di quattro anni vivace e allegra, mentre la "sorellona" Satsuki è una pre-adolescente responsabile e coscienziosa. Chissà voi mie lettrici a chi eravate più simili da piccole... Io senza ombra di dubbio a Satsuki.

Nota dolente della storia: la madre delle due bambine è ricoverata in ospedale a causa di una lunga e seria malattia.

Satsuki, Mei e i loro genitori provengono da una realtà cittadina che il film non mostra mai dal momento che è tutto ambientato in campagna.

Una mattina, dopo che Satsuki è andata a scuola e il padre si trova nel suo studio, Mei si inoltra da sola nella foresta che fa da confine tra il giardino della nuova casa e i campi verdi intorno. All'interno di un alto albero di cànfora, la piccola si imbatte in Tòtoro, il Buon Spirito dei Boschi, una grassa e gigante creatura grigia simile a un procione. 

Da più di trent'anni Tòtoro è il simbolo dello studio Ghibli e uno dei peluches più venduti in Giappone.

E' interessante inoltre rilevare che il termine giapponese "tororu", corrispondente al "troll" nord-europeo, viene storpiato da Mei in "tòtoro".


A questo proposito vorrei soffermarmi sul fatto che i troll, figure tipiche delle tradizioni fiabesche scandinava e islandese, sono personaggi altissimi e longevi che abitano o in montagna oppure nel cuore delle foreste e vivono di notte mentre di giorno stanno nascosti all'interno di grotte buie.

I troll della tradizione islandese sono enormi e deformi, molto brutti, che vivono nelle grotte oppure nella lava dei vulcani. Sono ladri di bestiame e cannibali.

Alcune leggende norvegesi affermano che soltanto i bambini possono vedere i troll. Per la mitologia norvegese i troll sono creature antropomorfe dotati di poteri magici, non sempre negativi e pericolosi.

Per la letteratura infantile giapponese invece, i troll vivono nelle foreste vicine alle campagne giapponesi e assumono un aspetto zoomorfo che ricorda o quello degli orsi oppure i procioni. E vale anche qui il prodigio: soltanto i bambini riescono a vederli e a interagire con loro.

Per quel che concerne la linguistica è piuttosto probabile che troll e tororu non abbiano una radice comune, semplicemente per il fatto che norvegese, svedese, danese, islandese appartengono al gruppo delle lingue germaniche settentrionali, mentre l'origine del giapponese è tuttora ignota, non sappiamo a quale famiglia linguistica appartenga. Tuttavia la tesi di Fujioka inizia, ultimamente, ad essere presa in considerazione con le sue valide argomentazioni.

Per Fujioka il giapponese appartiene alla famiglia uralo-altaica dal momento che nel giapponese, come in tutte le lingue uralo-altaiche (tra cui il finlandese), mancano gli articoli, mancano i generi maschile e femminile, le flessioni verbali vengono realizzate con suffissi, l'ordine delle parole in una frase è tendenzialmente soggetto, oggetto, verbo.

Ritorniamo al film.

Notevole e simpatica risulta anche la figura del Gattobus che ricorda lo Stregatto di Alice nel paese delle meraviglie

Il Gattobus di Miyazaki ha ben dodici zampe. In una delle ultime scene del film è proprio questa particolarissima figura a portare le due bambine di fronte alla finestra della stanza d'ospedale in cui è ricoverata la loro madre. 

C'è infatti un momento particolarmente drammatico in cui arriva a casa delle bambine una lettera in cui si dice che i medici hanno rimandato le dimissioni della loro mamma a causa di un raffreddore.

Se vi capiterà di vedere o di rivedere questo capolavoro noterete senza troppa difficoltà che Tòtoro appare alle sorelle quando sono in difficoltà, ad esempio quando in una sera buia e piovosa, sono da sole alla fermata dell'autobus e aspettano che il padre torni dall'Università cittadina dove svolge il ruolo di ricercatore. Solo Satsuki e Mei vedono Tòtoro e anche questo aspetto fa riflettere... può riferirsi al fatto che la fantasia infantile, capace di inventare abbastanza spesso degli amici immaginari, è consolante durante un periodo di difficoltà e di sofferenze?

Indubbiamente in questo lungometraggio animato il quotidiano si interseca con il fantastico.

Ora vorrei soffermarmi per qualche minuto su Tatsuo Kusakabe, il padre delle bambine, scrittore ed esperto di archeologia.

Per quanto possa sembrare un po' distratto, sbadato e con la testa tra le nuvole, soprattutto quando non si accorge che Mei si è inoltrata nella foresta, risulta a mio avviso una figura nel complesso positiva. Il rapporto con le due figlie in effetti è molto buono: con loro è comprensivo, solare, in sintonia. Gioca con le due bambine e asseconda con piacere le loro fantasie ogni volta che può. 

E, soprattutto, il signor Kusakabe si fa portatore, nel corso del film, di temi ecologici, soprattutto quando dice alle figlie: In tempi passati uomini e alberi erano amici.

In molte civiltà antiche uomo e natura erano in armonia.

Ribadisco che il film è ambientato alla fine degli anni Cinquanta, periodo in cui anche il Giappone, pur con il dramma e il trauma recente dei bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, si stava industrializzando. Questa industrializzazione ha comportato un massiccio sviluppo dell'edilizia, proseguito soprattutto negli anni '80 e '90, proprio come in Europa e in Italia. 

COMPONENTE AUTOBIOGRAFICA:

Chi, tra voi lettori, conosce questo film, forse non sa che c'è una componente autobiografica.

La madre di Miyazaki ha sofferto, negli anni Cinquanta, di tubercolosi spinale e per questo, durante l'adolescenza di Hayao e dei suoi fratelli, si trovava costretta a stare per lunghi periodi in ospedale.

Anche se non viene mai rivelato (ma gli spettatori possono intuirlo), la madre di Satsuki e Mei soffre di tubercolosi.

Nella prima stesura della sceneggiatura del film Il mio vicino Tòtoro, la protagonista era una sola bambina. Ma, durante una fase di profonda revisione, Miyazaki aveva deciso di mettere due e non una protagonista. Pensate che i due nomi hanno lo stesso significato: "mei" in giapponese contemporaneo è "maggio", "satsuki" è invece un termine del giapponese antico, ma indica comunque lo stesso mese. 

Per i disegni paesaggistici che persino il Mereghetti ammira, vi informo che Miyazaki si è fatto ispirare dalle colline di Sayama, luogo in cui crescono anche molti papaveri.

(Mi sono fatta l'idea che il Giappone debba essere una terra meravigliosa soprattutto in primavera e in autunno).

Mi piace molto come si parla in questo video del Mio vicino Tòtoro.

10 settembre 2023

"Orizzonti in verticale", Sandra Manzella:

Sandra Manzella è stata la mia insegnante di inglese alle medie. 

Che piacere e che sorpresa inaspettata trovare questo suo libro, ancora a inizio estate, nella cassetta della post!

La professoressa Manzella vive a Mantova e si occupa da anni di dialogo inter-religioso all'interno della sua diocesi. Ha intrapreso alcuni viaggi in Medio Oriente per approfondire temi storico-sociali.

Vorrei ora soffermarmi sulla copertina di questa raccolta di racconti:


In copertina c'è un dipinto di Giuseppe Manzella, padre dell'autrice al quale è dedicato il libro suddiviso in due parti: nella prima, denominata Terre nel sole, ci sono racconti ambientati o in Africa o in Medio Oriente, mentre nella seconda parte intitolata Diagonali si trovano soprattutto storie edificanti della nostra contemporaneità ma anche una storia che è un mix tra noir e horror.

2) BREVE RIFLESSIONE SUL TITOLO:

La raccolta di racconti porta un titolo apparentemente contraddittorio. 
Eppure, credo di interpretarlo piuttosto bene se penso che, con la parola "orizzonti", la mia ex prof. si riferisca a mondi, culture e tradizioni diverse dall'Italia oltre che agli orizzonti di vita di persone che hanno vissuto esperienze un po' particolari e insolite agli occhi di molti dei lettori, come ad esempio lavorare in Africa come meccanico alla fine degli anni Sessanta oppure far parte di un gruppo di trekker che, percorrendo i selvaggi panorami ugandesi, incontrano i muzungu e i mamba.

Questi "orizzonti" di cui si narra, finalizzati ad aprire la mente dei fruitori, vengono proposti e delineati in formato A5 verticale.

Potere trovare Orizzonti in Verticale sicuramente a questo link: 


Il libro è reperibile anche nei punti vendita Feltrinelli:


3) CINQUE RACCONTI DI "TERRE NEL SOLE":
 
Ho deciso di presentarvi i cinque racconti della prima parte che mi sono piaciuti di più.

-Matrimoni e rivoluzioni:

Questo racconto è ambientato al Cairo la sera del 25 gennaio 2011.
Centrale, in questa vicenda, è un matrimonio grandioso che sta per essere celebrato tra Nadine, una ragazza francese e Amr, un giovane egiziano, entrambi di famiglie cristiane cattoliche ed entrambi cresciuti in due famiglie alto-borghesi.
Tuttavia, l'autrice si proietta nei pensieri dell'orgogliosa Chantelle, la madre della sposa.

Per Nadine non avevano badato a spese, con il rito nella splendida basilica cattolica di Notre Dame nel quartiere di Heliopolis, vicino al palazzo presidenziale, non in una chiesetta qualunque. Il responsabile del conservatorio aveva accettato di dirigere trenta cantori in una messa a otto voci, quasi un concerto. Il matrimonio di sua figlia sarebbe passato alla storia.

Chantelle ha finito di prepararsi e di agghindarsi per "l'evento del secolo" e attende soltanto di uscire dalla stanza del lussuoso albergo di cui è ospite.
Tuttavia c'è qualcosa di strano nell'atmosfera, qualcosa che scoccia questa signora, infastidita per tutti questi motivi: le limousine non arrivano, il celebrante risulta telefonicamente irraggiungibile, in reception non c'è nessuno, le saracinesche dei negozi delle vie vicine sono chiuse.

In questa storia emerge il rapporto problematico tra ricchi e poveri, tematica sociale e letteraria di ogni tempo: i benestanti considerano i poveri con fastidio e o con sufficienza oppure, nel corso della loro vita, preferiscono ignorarli e non preoccuparsi per loro.

A due anni di distanza, Chantelle ancora rabbrividiva al ricordo di tre terribili, lunghissimi mesi, quando Nadine sosteneva di amare quell'Alaa, spiantato e musulmano, per giunta. La sua preziosa Nadine in un condominio fatiscente a Shoubra, con suocera vedova e sette cognati, in quattro stanze! (...)
Chantelle l'aveva fatta ragionare. Vuoi tu, Nadine, rinunciare alle borse di Michael Kors, alle vacanze in Costa Azzurra, ai tubini di Dolce e Gabbana per indossare un'abaya informe, destinata ad ingrassare e a fare figli? Di fronte a certe cose, non c'è amore che tenga.

Questo passaggio fa riflettere: che cosa vale di più nella vita, la ricchezza o la felicità? A Chantelle sta davvero a cuore la felicità di Nadine? Il matrimonio in chiesa con il rito cattolico è una priorità per Nadine?

Alla fine del racconto, Chantelle apprende che al Cairo è iniziata una rivoluzione!

La Rivoluzione egiziana, iniziata la sera del 25 gennaio 2011 in piazza Tahrir, al centro del Cairo, ha visto il coinvolgimento di circa 25.000 manifestanti contro il governo di Mubarak e contro le forze dell'ordine. Molti giovani hanno aderito a queste proteste dal momento che desideravano un rinnovamento politico per il loro paese.
A Suez le proteste sono risultate più violente visto che i manifestanti hanno dato fuoco al palazzo del governo.
Nel febbraio 2011 Mubarak ha annunciato le sue dimissioni ma questo evento non ha comportato la nascita di una democrazia solida e popolare: nel 2013 il militare Abdel Fattah Al-Sisi, con un golpe, ha rovesciato il governo di Mohammed Morsi per instaurare una dittatura ancora più oppressiva di quella di Mubarak.

Per Ulisse:

Meraviglioso racconto in cui l'autrice si mette nei panni di Penelope e in un contesto epico immaginario, post-Odissea: dopo il ritorno ad Itaca Ulisse è ripartito ancora.

E' il tuo destino, l'ho imparato negli anni. Itaca, seppure desiderata, non è più parte del tuo futuro. Il tempo del necessario riposo è terminato. Hai sentito di nuovo il richiamo del mare.

Ma dove è andato l'amato sposo di Penelope? Che cosa desidera davvero in cuor suo?

Penelope lo vede salpare una mattina all'alba e non tenta di fermarlo. 
In questo testo la professoressa Manzella crea una figura femminile piena di spirito di gratuità, profondamente rispettosa dei desideri e delle inquietudini dell'altro.

Al momento di salpare, il vociare dei rematori è divenuto sempre più remoto, trasformato in un'eco, fuso al rumore della risacca. Ti ho seguito con gli occhi bruciati dal primo sole, finché la tua nave è scomparsa oltre il promontorio, veleggiando verso est. Tu, in piedi, a poppa, mi hai guardata fino al giro di rocce. Di te è rimasta solo l'assenza.

Mondi:

Gerusalemme, primavera 1976.
Francesca Guirlandi si trova presso l'Archivio Storico di Yad Vashem. Proprio qui scopre le sue vere origini:

Yztach Cohen e Chana Frankland. Avigayil Cohen, figlia, nata a Berlino, 12 dicembre 1936. Il suo vero nome emergeva, non più perso in una lunga lista di altri nomi diligentemente scritti in quel modo esile, senza nessun presagio di quello che sarebbe accaduto in seguito. Appoggiò le mani sul tavolo, inspirò profondamente e chiuse gli occhi, ma non servì.  Le lettere si muovevano nella sua mente, cambiavano posizione, si riunivano come danzatori al suono di un violino. Riaprì gli occhi. Le lettere erano ancora fissate sulla pagina, ma la musica era vera: proveniva da fuori ed entrava nel mondo ovattato dell'Archivio attraverso la finestra aperta. Una melodia dolce e mesta diffusa nell'aria.

Di fronte all'evidente prova delle sue origini ebraiche, la protagonista di questo racconto è attonita, sconcertata, sbalordita, disorientata.

Con quale nome doveva pensare a sé, ora? Francesca, decise. In fin dei conti era il suo nome da quarant'anni. Uscì dall'Archivio: i viali dell'Ente Nazionale per la Memoria della Shoah erano affollati da visitatori arrivati per capire la tragedia delle tragedie, lo sterminio di sei milioni di persone massacrate soltanto per essere quello che erano, ebrei. Francesca barcollò e si appoggiò a un muro. Toccò la tasca della giacca in cui aveva riposto la busta: come poteva un pezzo di carta essere così pensante da sbilanciarle l'incedere?

Francesca torna in hotel dove casualmente conosce i Frankland, una famiglia il cui figlio sta per festeggiare il Bar Mitzvah (Bat Mitzvah per le ragazze), celebrazione secondo la quale, per le tradizioni ebraiche, un bambino ha raggiunto l'età nella quale è ritenuto capace di distinguere il bene dal male e responsabile per se stesso di fronte alla legge ebraica. Per i maschi la cerimonia del Bar Mitzvah consiste in canti, lettura di un brano della Torah e interpretazione da parte del ragazzo (un'interpretazione che si deve aver studiato prima). 
Per le femmine invece, il Bat Mitzvah consiste in una sorta di interrogazione che il Rabbino rivolge alla ragazzina sui doveri sociali delle donne ebree.
In lingua ebraica il termine "Bar Mitzvah" è tradotto letteralmente come "figlio del precetto": בר מצווה

Dopo un incidente volontario ai danni del vestito di Francesca, accade che Peter Frankland inviti anche lei alla cerimonia del giorno seguente.

Dalla terrazza:

Le dinamiche di questo racconto ricordano il film Lemon Tree, in italiano, Il giardino dei limoni:
 

Ibrahim è palestinese, Avraham è ebreo. Sono due mariti e due padri di famiglia che si trovano ad essere vicini di casa, o meglio, dirimpettai.

Bellissimo, al termine del racconto, risulta il gesto del giovane Khaled, il figlio maggiore di Ibrahim, che aiuta Avraham a scaricare delle casse d'acqua da un pick-up:

Ibrahim stava per commentare, piacevolmente sorpreso, ma non disse una parola. Sorrise, si sedette e riprese a fumare. Dalla terrazze si vedono cose che non si sarebbe pensato di vedere.

Ibrahim viene presentato come un uomo sinceramente religioso ma non come un musulmano fondamentalista o integralista. Apprezzo molto: trovo intelligente l'idea dell'autrice di presentare, in uno dei racconti, delle figura di fedeli musulmani positivi.

C'erano perfino gruppi di musulmani che credevano di conquistarsi il paradiso e schiere di urì, una volta morti per la gloria dell'Islam.

Questa frase fa riferimento alla leggenda delle Hurì che, per il Corano, sono ragazze con occhi bellissimi.
Tuttavia, le leggende care agli integralisti islamici aggiungono delle "celestiali" caratteristiche per queste ragazze: hanno la pelle diafana, hanno perennemente 33 anni, vivono in Paradiso in splendidi padiglioni e non sono soggette a ciclo mestruale e dunque risultano prive della capacità di generare.
Ritengo utile e doveroso specificare che nel Corano non viene mai rivelato il numero esatto di Hurì che spetta a chi è destinato al Paradiso.

Codex:

E' uno dei racconti più lunghi, l'ultimo della prima sezione.
Vengono narrati gli studi biblico-filologici di Theodor Von Tischendorf.
Si tratta di un racconto basato su ricerche realmente fatte e su studi realmente effettuati.

In Codex infatti si racconta la più grande scoperta nel Monastero di Santa Caterina sul Monte Sinai, luogo in cui Tischendorf è approdato per la prima volta nel 1844. 
 
Si entra nel vivo delle emozioni di questo geniale studioso:

(...) Tischendorf si lasciò cadere sulla sedia. Restò a lungo alla scrivania, contemplando il codice senza toccarlo, fino a quando le lacrime gli annebbiarono la vista. Non poteva permetterlo. La scoperta doveva essere resa pubblica, il codice studiato e pubblicato. I suoi colleghi di paleografia biblica, i credenti, tutto il mondo...  tutti, insomma, dovevano conoscere l'esistenza del "Codex Sinaiticus".

Secondo il racconto che la scrittrice ci propone, lo studioso ha trovato le pergamene vergate di greco onciale in un cesto destinato ad alimentare un fuoco!
Nel 1862 Theodor Von Tischendorf ha pubblicato il Codex in onore del millesimo anniversario della monarchia russa.

All'interno di questo racconto vengono delineate tutte le fasi dello studio delle pergamene, fino ad arrivare al 2009, con l'edizione digitale del "Codex Sinaiticus".

5 settembre 2023

Pupi Avati: un "Jane Austen" per il cinema italiano?

 BIOGRAFIA:

Giuseppe Avati, nato a Bologna nel 1938, era figlio di un antiquario borghese di origini meridionali. Da giovane voleva intraprendere una carriera musicale e per questo faceva parte della "Doctor Dixie Jazz Band" come clarinettista. Ma a questo sogno ha rinunciato dopo l'ingresso di Lucio Dalla nella Band.

Dopo aver concluso gli studi di "Scienze Politiche" presso l'Università di Firenze e dopo aver lavorato per quattro anni presso la Findus ha deciso di intraprendere la carriera del cinema, affascinato dalla figura e dal percorso di Federico Fellini e, in particolar modo, dal suo film "Otto e mezzo".

Il suo esordio nel mondo del cinema inizia con la produzione di lungometraggi come ad esempio "La casa delle finestre che ridono", ambientato a Comacchio e, alla fine degli anni '70, diventa famoso grazie alla messa in onda sulla Rai di "Jazz Band", una miniserie televisiva che rievoca la sua giovanile passione per la musica.

La sua produzione cinematografica è spesso legata all'Emilia Romagna e ai suoi paesaggi.

Nel 2000 è stato nominato presidente di "Cinecittà Holding".

Ecco a voi la mia recensione di quattro dei suoi film:

IL TESTIMONE DELLO SPOSO:

Campagne emiliane, dicembre 1899. 

Si tratta a mio avviso di un film anti-maschilista che rivede con occhio molto critico e  contrariato le convenzioni e i formalismi della borghesia e del clero di fine XIX° secolo.

La protagonista è Francesca Romana Babini, una ragazza che rifiuta il matrimonio combinato da suo padre con Edgardo, un rozzo quarantenne. Quest'ultimo ha scelto come testimone di nozze Angelo, un compaesano rientrato da un lungo viaggio negli Stati Uniti. Nella giornata del matrimonio Francesca si innamora a prima vista di lui e questo le costa l'allontanamento dal paese di origine e il rifiuto della famiglia.

In questo film Avati mette bene in luce quella che era la condizione femminile di poco più di cent'anni fa: la donna aveva prevalentemente un ruolo passivo e doveva essere una moglie remissiva e obbediente. La protagonista di questo film è un'eccezione perché non ha paura né di rifiutare di consumare il matrimonio con qualcuno che non ama affatto né di dichiararsi ad Angelo proprio durante quella che dovrebbe essere la festa di nozze. Verso la fine del film la ragazza cambia volentieri vita diventando maestra.

Credo che la pellicola sia eccellente dal punto di vista descrittivo e fotografico, oltre che narrativo.

Non condivido la critica del Mereghetti dato che per me la psicologia dei personaggi risulta piuttosto sviluppata, soprattutto per quel che riguarda la protagonista e i familiari di lei, presi da rabbia e delusione, più o meno come il volgarotto borioso Edgardo che, nel corso di quella che dovrebbe essere la serena giornata delle sue nozze, diviene un uomo dall'orgoglio ferito. Forse la figura psicologicamente meno sviluppata è quella di Angelo, figura maschile un po' scialba ma, nel complesso, genuina e sincera, soprattutto quando rivela a Francesca che i suoi fratelli hanno fatto fortuna in America, non lui.

La Chiesa in quanto istituzione risulta  negativa nel caso della figura del sacerdote celebrante il matrimonio che pronuncia battute giudicanti nei confronti di entrambi gli sposi. 

Una figura religiosa positiva risulta invece l'umile parroco di campagna che ospita Francesca nella sua piccola parrocchia la quale, a osservare bene le immagini, è probabile che si trovi vicina al Delta del Po'.

IL CUORE GRANDE DELLE RAGAZZE:

Protagoniste di questo film sono le singolari dinamiche, raccontate dai temi di un bambino di scuola primaria, di due famiglie molto diverse l'una dall'altra: gli Osti sono borghesi e abbastanza benestanti, i Vigetti invece sono contadini piuttosto poveri.

Siamo nell'Emilia degli anni Trenta.

Carlo, interpretato da Cesare Cremonini, risulta una figura piuttosto centrale: praticamente analfabeta, è il donnaiolo del paesino, attraente soprattutto per il suo alito profumato di biancospino.

Carlo Vigetti avrebbe dovuto scegliere di sposare o Maria o Amabile Osti... e invece si infatua di Francesca, l'affascinante, colta sorella più giovane delle altre due che ha appena terminato gli studi presso un collegio paritario cattolico, interpretata da una giovanissima boccolosa Micaela Ramazzotti.

Ma... Carlo maturerà per davvero e riuscirà a perdere il vizio di incappare in "avventurette" occasionali con altre donne?

Per me Il cuore grande delle ragazze è una commedia cinematografica abbastanza ben riuscita su una società dotata di vedute strette, indubbiamente maschilista, portata a vedere le donne come creature che nella loro vita sono tenute a realizzarsi esclusivamente in un modo: sposandosi. Ma non è l'unico obiettivo che una donna deve o può porsi.

IL BAMBINO CATTIVO:

E' un film di attualità.
Risulta un film dai contenuti molto drammatici, direi anche tragici per buona parte della storia, ma molto realistici. Ad ogni modo, il messaggio fondamentale è questo: il disagio adolescenziale e giovanile proviene da famiglie disastrate e incuranti del bene dei figli.

Brando, il protagonista, è un pre-adolescente. Dopo il divorzio dei genitori, la sua quotidianità viene totalmente destabilizzata: la madre sprofonda in una cupa depressione e viene portata in una clinica, il padre si fa la storiella con un'altra donna e non intende affatto occuparsi del figlio, i nonni materni non accettano il ragazzino. L'unica che vuole veramente bene a Brando e che si mostra disposta ad accoglierlo è la nonna paterna che, tuttavia, poco tempo dopo si rivela incapace di provvedere al nipote (infatti manifesta serie avvisaglie di demenza senile).

Dichiarato abbandonato da un tribunale, molto sofferente e arrabbiato per la situazione, Brando viene prima inserito in una casa famiglia e poi affidato ad una coppia.

Situazioni di disagi familiari non identiche ma simili le ho già incontrate durante le mie prime esperienze scolastiche "al di là della cattedra". Capita che i ragazzi provenienti da queste realtà, in particolar modo in terza media,  insultino l'insegnante supplente (non rispettano nemmeno i titolari comunque). In ogni caso è necessario tener conto del fatto che sperimentano sulla loro pelle l'egoismo dei loro genitori e un totale disinteresse nei loro confronti da parte delle famiglie e dunque non sono cattivi, sono molto problematici, è diverso. Hanno una corazza di rabbia, durezza, forte diffidenza nei confronti del mondo adulto e maleducazione per proteggere il loro sé ferito. O meglio: si sentono traditi dagli adulti.

Brando è definito dalla madre un "bambino cattivo", visto che è convinta che il figlioletto abbia favorito l'ex marito nella relazione con l'altra donna.

In un'intervista divenuta virale, Pupi Avati si è espresso così a proposito del film:

Ho scoperto che una persona anziana contiene tutte le età della vita. Una persona è simultaneamente vecchia ma anche bambino ma anche giovane ma anche adulto. Questo impadronirsi di tutte le età che accade ai vecchi ha fatto sì che abbia potuto scrivere la riflessione che Brando Ducci compie nei riguardi della deflagrazione del contesto familiare.

Credo che il regista si riferisca al commento di Brando nel momento in cui la coppia lo prende in affido: "Ci vengo a vivere con voi, ma non pretendete che io sostituisca il figlio che vi è appena morto".

LA SECONDA NOTTE DI NOZZE:

Ambientato pochissimo tempo dopo il secondo dopoguerra, il film vede coinvolti prestigiosi attori italiani tra cui Neri Marcorè nei panni di Nino, giovane ladro figlio della vedova Liliana Vespero, interpretata da Katia Ricciarelli e nipote di Giordano, interpretato da Antonio Albanese.

Nino viene scoperto a rubare l'argenteria dalla casa della sua promessa sposa. Poi ruba un'auto e convince la madre a raggiungere le campagne pugliesi in cui vive zio Giordano, personaggio fragile, mezzo esaurito (lo si vede prima di tutto quando sparpaglia l'insalata sulla tovaglia durante un pranzo) ma buono e generoso: trova un lavoro al nipote presso lo studio di un notaio.

Giordano era stato internato in manicomio. Per gran parte della giornata quest'uomo si occupa di disinnescare gli ordigni inesplosi che la guerra ha lasciato nelle campagne.

Quel che mi chiedo da quando conosco questo film: ma per Nino, scapestrato, disonesto e approfittatore (soprattutto quando seduce la figlia del notaio e ruba il denaro della cassa cambiali) è possibile pensare, alla fine del film, a una prospettiva di cambiamento in positivo?

Le ostili antagoniste dell'umile Liliana sono le zie di Giordano, Suntina ed Eugenia: da sempre considerano questa donna una poco di buono visto che ha sposato il nipote Edgardo, fratello di Giordano caduto in guerra, quando era già incinta. Naturalmente la colpa, nella prima metà del secolo scorso, era sempre e comunque della donna.

Alcuni contesti filmici di Pupi Avati possono aiutare a capire che, nonostante anche questo sia un periodo storico sociale fatto di violenze e di poca umanità nei rapporti interpersonali, su certi aspetti abbiamo fatto qualche progresso a distanza di una manciatina di decenni. 

Sembriamo appartenere a due generazioni che non hanno praticamente nulla da spartire.

Eppure basta pensare, riflettere per costruire ponti di relazione, di comprensione, di dialogo, di ascolto e di benevolenza tra anziani e giovani.

Pupi Avati è riuscito a conquistarsi un'estimatrice under trenta. Gli auguro ancora molta salute e molta serenità! 

Mi piacerebbe concludere il post con altre due piccole osservazioni: c'è della piacevole poesia malinconica in questo film, anche nella colonna sonora.

Sia all'inizio che alla fine della Seconda notte di nozze, il regista dedica, sempre poeticamente, questa narrazione a tutti i bambini che sono diventati luce e quindi a tutti i bambini rimasti vittime di esplosioni e bombardamenti. 

Alla luce delle trame che ho esposto in questo lungo post, a vostro parere, Pupi Avati potrebbe essere definito un "Jane Austen" dal momento che le tematiche dei suoi film sono: i matrimoni, i fidanzamenti, il ruolo sociale e familiare della donna, le dinamiche familiari? Più o meno tutti i romanzi della Austen si basano su matrimoni, fidanzamenti e dinamiche familiari.

Oppure può essere considerato un "Jane Austen" solo nella fase più matura della sua carriera con queste commedie sentimentali e familiari? 

Personalmente propendo più per quest'ultima ipotesi perché "La casa delle finestre che ridono" è un giallo, "Jazz Band" è autobiografico, "Bordella" è un film satirico, "Magnificat" è un film storico-drammatico. Se fate una ricerca scoprite che tutti questi titoli risalgono a prima dell'anno 1995 e appartengono ad altri generi di narrativa cinematografica rispetto ai quattro film che ho recensito qui.

Altro punto di forza e di merito di Pupi Avati: essersi dimostrato alquanto versatile nei generi.