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29 maggio 2021

"La disciplina di Penelope", G. Carofiglio:

Domani Gianrico Carofiglio compirà 60 anni. Per questo ho voluto scrivere e pubblicare, come ultimo post di questo mese, la recensione del suo più recente romanzo, uscito nel gennaio di quest'anno.

Spesso mi dicono che scrivo gialli 

ma io non mi sono mai davvero riconosciuto 

in questa definizione.

(Gianrico Carofiglio)

 

La disciplina di Penelope è romanzo che appartiene un po' al genere poliziesco e un po' al thriller.

Milano, autunno 2017

Il libro inizia con il risveglio di Penelope, la protagonista, nella stanza della casa di un uomo conosciuto la sera prima. È mattino e se ne va via silenziosa, rendendosi conto di aver appena vissuto una notte sprecata:

Scivolai con cautela fuori dal letto, attenta a non svegliare l'uomo. Come si chiamava? Alberto, forse, ma non ero sicura, il volume della musica era troppo alto quando c'erano state le presentazioni. Raccolsi le mie cose, sparse fra una poltrona e il pavimento, e raggiunsi il bagno. Feci scorrere l'acqua in un filo, per non fare rumore. Lo stretto necessario. Poi a casa avrei fatto la doccia e cancellato anche questa esperienza. Esperienza? Attenta alle parole. Esperienza è quando impari qualcosa, quando sei presente in una situazione e questa situazione ti lascia una traccia, un segno. Non proprio quello che era successo poco prima.

Ad ogni modo, Penelope ha un rapporto problematico con l'altro sesso: più avanti infatti apprendiamo che ha avuto per lo più avventure casuali e di natura sessuale con gli uomini. Anni prima, quando era decisamente più giovane, ha tradito l'unico ragazzo che la amava per davvero e che avrebbe voluto condividere una vita intera con lei.

Più di una volta, nel corso della lettura, viene naturale chiedersi: ma quanti anni ha la dottoressa Penelope Spada? Non viene mai precisato, ma si suppone, o almeno, io suppongo, che sia poco sotto i 40.

La donna risulta un personaggio piuttosto enigmatico: il suo passato emerge in modo abbastanza frammentario. Sappiamo soltanto che, alcuni anni prima, esercitava il ruolo di Pubblico Ministero. 

Ma, a causa di un incidente che non viene mai né ricordato dai personaggi né  raccontato dal narratore, ha dovuto lasciare questo prestigioso incarico e limitarsi ad essere un avvocato addetto a questioni e litigi familiari. 

All'inizio del libro, la vita di Penny è dunque piuttosto monotona e insulsa. 

Finché una mattina conosce Mario Rossi, un uomo e un padre che, un anno prima, era stato sospettato di aver assassinato la moglie Giuliana. Per alcuni mesi era stato l'unico indiziato, dal momento che non sembrava possibile né realistico considerare altre piste nel corso dell'indagine. 

Tutti sapevano che il matrimonio fra Mario e Giuliana non era felice. Più volte lei lo aveva tradito e, durante uno dei colloqui con Penny, Mario ammette:

Mi ha sposato per ripiego, ero a portata di mano, lei usciva da una brutta storia, ha voluto subito fare un figlio per questioni di orologio biologico.

Mario chiede quindi a Penelope di occuparsi, praticamente in veste di investigatrice privata, del caso della moglie in modo tale da poter cancellare i sospetti su di lui e soprattutto, in modo tale da poter dire chiaramente alla figlia, una volta divenuta adulta, come è morta la madre e chi l'ha uccisa. La figlia di Mario Rossi ha soltanto sette anni.

Agli occhi di Penelope Mario appare una persona tranquilla, pacata, che sa controllare perfettamente angoscia, dispiacere e dolore:

Usava espressioni molto appropriate, cercava la parola più adatta per dire quello che doveva. "Area incolta", per esempio. L'eccessiva accuratezza linguistica di un teste che dovrebbe essere emotivamente coinvolto in quello che racconta è sempre un fattore da annotare- ma non per trarne in modo automatico la conseguenza che sta mentendo. Bisogna stare attenti alle intuizioni investigative; bisogna stare attenti a non saltare subito alle conclusioni attraverso gli indicatori linguistici (...)

Mario si era laureato in Lettere (=quando c'era ancora l'ordinamento quadriennale) ma poi aveva preferito continuare a lavorare nell'Agenzia Immobiliare di proprietà del padre.

È opinione comune che la mia laurea e la mia specializzazione siano inutili se poi non le si esercitano attraverso l'insegnamento e/o la scrittura. 

In parte concordo: se, alla fine degli studi, si intraprendono scelte lavorative che portano a percorrere strade molto diverse da quella dell'ambito didattico-educativo, inevitabilmente un po' ci si dimentica del nostro meraviglioso patrimonio letterario nazionale e della storia della nostra lingua... D'altra parte, quando questo settore dell'italianistica non lo si trasmette, finisce in buona parte nel dimenticatoio con il passare degli anni. 

Però, d'altro canto, bisogna ammettere che la precisione linguistica e la buona conoscenza delle sfumature di significati fra le parole rimane nel corso della vita, soprattutto se in facoltà sei stato/a un ottimo studente motivato/a. 

Noi studiamo obbligatoriamente anche linguistica e glottologia (se non si hanno almeno 12 cfu in questo settore non è possibile nemmeno prendere supplenze e incarichi annuali. Io ne ho esattamente 18: 12 di "Introduzione allo studio del linguaggio" + 6 di "Glottologia, livello progredito"). Senza contare che, con l'introduzione delle lauree magistrali, assolutamente indispensabili per l'insegnamento, ci sono anche corsi di metrica (italiana e latina), approfondimenti monografici della durata di un mese e mezzo su un autore specifico, storia dell'italiano letterario... Questi sono tutti fattori che contribuiscono a maturare, nello studente universitario, innanzitutto la consapevolezza dei fenomeni sintattici e lessicali tipici del parlato; e sicuramente permettono anche sia di sviluppare un linguaggio preciso e controllato nello scritto, sia di acquisire una chiarissima coscienza della storia culturale italiana ed europea.

All'inizio Penelope rifiuta di occuparsi del caso di Giuliana ma viene in seguito convinta da Zanardi, un amico giornalista di cronaca nera.

Inizia allora "l'indagine clandestina": dapprima Penny si fa consegnare, tramite chiavetta, gli atti dell'inchiesta da Mario, con il quale nel frattempo continua a mantenere un rapporto professionale. Grazie al vedovo infatti, l'ex P.M. scopre che Giuliana negli ultimi tempi aveva rivisto Aurora, una vecchia amica del periodo del liceo. Penelope riesce ad incontrare questa signora, divenuta proprietaria di una botique in un quartiere di Milano. 

Dopo il primo colloquio con Aurora, tutto fa pensare, al lettore e alla stessa Penny, che dalle parti di Porta Genova Giuliana avesse un amante. Emergono dei dettagli accattivanti, come ad esempio un anello a forma di serpente (segnale di amore passionale) che la moglie di Mario indossava quando passava a salutare Aurora in negozio, prima di incontrare qualcuno di veramente "speciale". 

Scoprire la verità risulta però, sin dall'inizio, molto difficile: i tabulati telefonici non rivelano i contenuti dei messaggi Whatsapp, fondamentali per la soluzione del caso,  che è tutt'altro che banale. 

È facile pensare ad un amante-assassino geloso, possessivo e "malato". Forse troppo facile, per Carofiglio. Del romanzo ho apprezzato anche questo aspetto, oltre all'intelligenza della protagonista. Un carattere difficile e pungente, ma comunque dotata di un cervello notevole e fuori dal comune. 

Ultime due cose qui sotto (= la seconda mi fa di nuovo onore, visto che valorizza ancora una volta l'importanza della conoscenza chiara e approfondita della nostra lingua).


PER QUALE MOTIVO L'AUTORE CHIAMA "PENELOPE" LA PROTAGONISTA?

Strano che una donna ancora relativamente giovane porti quel nome così antico e insolito. D'altra parte, anche la nonna della protagonista si chiamava così.

Nell'Odissea, Penelope è la fedele moglie di Ulisse (o se preferite, Odisseo alla greca). Lo attende ad Itaca per 20 anni, mentre decine di proci, i pretendenti per l'appunto, si propongono a lei.

Penelope di giorno tesse il sudario per il suocero Laerte, ma di notte lo disfa. Così rimanda all'anno del mai la scelta di uno dei proci: in effetti aveva detto loro che si sarebbe risposata una volta finito di tessere quella tela.


La Penelope di Carofiglio in un certo senso è astuta come quella mitologica: non sa cucire né tessere, presumo, ma indaga in modo astuto e acuto, raccoglie dettagli, informazioni, indizi... Giorno per giorno scopre e sa sempre qualcosina in più. Fino a completare, nel corso del tempo, una sorta di puzzle nel quale è contenuta la verità. O se preferite, fino a concludere in bellezza la tessitura di una tela particolarmente pregiata e impegnativa. E nella soluzione del caso, tutti i fili della tela, e dunque tutti gli elementi, sono ben cuciti e ordinati.

"DARE UN NOME ALLE PROPRIE EMOZIONI":

La psichiatra diceva che per affrontare i miei problemi e in particolare la rabbia fuori controllo dovevo imparare a dare un nome ai sentimenti, alle emozioni. «Vede Penelope» mi aveva detto una volta,«per superare il disagio o addirittura la malattia mentale, un passaggio decisivo sta nel costruirsi un vocabolario preciso per descrivere le proprie sensazioni interiori. Se uno dice indifferentemente: felice o entusiasta; oppure triste e infelice; oppure se dice sono arrabbiato e invece è triste; o viceversa se dice sono triste e invece è solo molto arrabbiato, non potrà mai sottrarsi all'influenza occulta di quelle emozioni e di quei sentimenti che non sa riconoscere. Il più potente degli psicofarmaci è un buon vocabolario.

   



22 maggio 2021

Alcune poesie di Vittorio Sereni:

 ...Prima di scrivere qui ho aspettato che si addormentassero le margherite di campo...

Vi presento qui alcune poesie tratte da Frontiera e da Diario d'Algeria, raccolte che il mese scorso ho letto integralmente.

A) POESIE TRATTE DA "FRONTIERA":

A1) CONCERTO IN GIARDINO:

A quest’ora
innaffiano i giardini in tutta Europa.

Tromba di spruzzi roca

raduna bambini guerrieri,

echeggia in suono d’acque

sino a quest’ombra di panca.
 

Ai bambini in guerra sulle aiole
sventaglia, si fa vortice;

suono sospeso in gocce

istante

ti specchi in verde ombrato;

siluri bianchi e rossi

battono gli asfalti dell’Avus,

filano treni a sud-est

tra campi di rose.

Da quest’ombra di panca
ascolto i ringhi della tromba d’acqua:

a ritmi di gocce 

il mio tempo s’accorda.
    

Ma fischiano treni d’arrivi.  

S’e’ strozzato nel caldo
il concerto della vita che svaria

in estreme girandole d’acqua.
   

A quest'ora/ innaffiano i giardini di tutta Europa. = il componimento inizia con un quadrisillabo e un endecasillabo. Il poeta qui intende il tardo pomeriggio.

Tromba di spruzzi roca/raduna bambini guerrieri= Terzo e quarto verso affascinano per la presenza di due figure retoriche: l'allitterazione della polivibrante (r) e la metafora, decisamente particolare, secondo la quale la pompa d'acqua è assimilata ad una tromba. Questo espediente metaforico rinvia certamente al mondo militare. Ma teniamo presente che, in molti dei dialetti regionali lombardi (Vittorio Sereni era di Luino), l'idraulico è il trombèe.

Ai bambini in guerra sulle aiole/ sventaglia, si fa vortice;/suono sospeso in gocce= La pompa sventaglia perché crea dei mulinelli d'acqua. I bambini stanno giocando, è vero, ma... la poesia è stata scritta nel '38, anno in cui in tutta Europa aleggiavano già venti feroci di guerra.  Nella terza strofa si dirà che la tromba "ringhia", come se il suo suono fosse minaccioso.

Cos'era l'Avus? Sigla che stava per Automobil Verkeherns und Uebungs Strasse, ovvero, il circuito berlinese per i treni dell'Orient Express.

filano treni a sud-est/tra campi di rose= C'è qui, almeno a mio avviso, la nozione, attualissima nel nostro tempo e soprattutto alle periferie cittadine, di "terrain vague", quindi, di terreno incolto che tempo prima era stato sede di campi coltivati ma che ora attende la costruzione di edifici. 

Da quest’ombra di panca/ascolto i ringhi della tromba d’acqua:/a ritmi di gocce /il mio tempo s’accorda.= Georgia Fioroni, dottoranda presso l'Università di Genova nel 2015, ritiene che in questa strofa il poeta esprima il suo desiderio d'armonia con il mondo esterno, visto che compare "ascolto", unico verbo alla prima persona singolare.

I fischi dei treni ricordano la quarta brevissima lirica di Ungaretti intitolata NotteTutto si è esteso, si è attenuato, si è confuso./Fischi di treni partiti.

A2) CAPO D'ANNO:

Aggiorna sul nevaio.
Ad altro dosso di monte
un ignoto paese
mormorando mi va primavera
dalle sue rosse fontane,
da rivi scaturiti a giorno chiaro;
dove uscirono donne sulla neve
e ora cantano al sole.


Aggiorna sul nevaio= Questa è la luminosità del giorno sulla neve. Penso a Zanzotto, che in Sovrimpressioni e, più precisamente, nel quinto componimento delle Sere del dì di festa, scriveva: campi di inenarrabili candori/ dai campi incanti. Ma il contesto è diverso: in Zanzotto è sera e un'automobile rossa percorre delle strade in salita. Siamo nel mese di gennaio e i campi sono coperti dalla neve.

rosse fontane= Perché rosse? Sono di terracotta? Oppure sono arrossate alla luce del sole?

Questa è una lirica nella quale si concentrano le speranze di Sereni nell'arrivo della stagione primaverile. La poesia si conclude con l'immagine lieta delle donne che cantano nel sole invernale. Anche qui mi chiedo: perché delle donne e non dei bambini o dei ragazzi o degli uomini? Forse perché noi donne siamo più legate alla fertilità e quindi alla vita che nasce. Queste donne di Sereni mi ricordano le donne di Pascoli in Lavandare: e cadenzato dalla gora viene/lo sciabordare delle lavandare/con tonfi spessi e lunghe cantilene.

A3) TERRE ROSSE:

Il tuono spazia un rumore
di cavalli lanciati sui monti;
sui muri degli orti
tempo d’acqua che torna,
randagio.
Il sonno intorba i pagliai,
il silenzio cresce nel petto.

Dopo lo scroscio la terra è rossa
nei dorsi di rupe
il sasso si stria.
E il fango è un tramonto
che tutto l'anno ci dura negli occhi.

Due strofe.  C'è la furia del temporale ma anche l'atmosfera dopo la tempesta. Nel primo verso, l'eco del tuono ricorda il bubbolìo lontano di Temporale di Pascoli ma anche, sempre dello stesso poeta, il fragor d'arduo dirupo che frana. 
Per Sereni, il temporale è randagio nel senso che è imprevedibile.

E il fango è un tramonto/che tutto l'anno ci dura negli occhi.= Il dolore piomba in tutte le nostre vite. Il fango forse qui è simbolo di fragilità, di sfiducia nella vita e negli altri, di "morte interiore". Il fango ci dura negli occhi tutto l'anno. Non si guarisce dal dolore: si impara a conviverci.

B) POESIE TRATTE DA "DIARIO D'ALGERIA":

B1) DIMITRIOS:

Alla tenda sʼ accosta

il piccolo nemico

Dimitrios e mi sorprende,

dʼ uccello tenue strido

sul vetro del meriggio.

Non torce la bocca pura

la grazia che chiede pane,

non si vela di pianto

lo sguardo che fame e paura

stempera nel cielo dʼ infanzia.

E' già lontano,

arguto mulinello

che sʼ annulla nellʼafa,

Dimitrios su lande avare

appena credibile, appena

vivo sussulto

di me, della mia vita

esitante sul mare.


La poesia è stata dedicata alla figlia Maria Teresa, nata nel luglio del '41, quando il padre era già un soldato italiano appena catturato dagli inglesi.

Dimitrios, il "piccolo nemico", è un bambino greco che si accosta alle tende dei prigionieri per un pezzo di pane. 

dʼ uccello tenue strido= Anastrofe che allude probabilmente alla delicatezza e alla purezza dell'infanzia.

lo sguardo che fame e paura/stempera nel cielo dʼ infanzia= Quella di Dimitrios è una fanciullezza difficile, segnata da fame e guerra (come per i bambini siriani in questi ultimi 10 anni, d'altronde). Eppure è un'infanzia che non soltanto non perde la sua grazia, ma che non distingue fra "amici" e "nemici" dal momento che vede soltanto uomini, sotto lo stesso cielo di incertezze.

su lande avare= La Grecia, soprattutto in estate, è una terra calda e assolata. Dice Sereni in uno dei brevi testi in prosa contenuti nella raccolta Diario d'Algeria: sono vestito di polvere e di sole. Dimitrios risulta una presenza appena credibile, appena credibile nella drammaticità del momento storico.


B2) VILLA PARADISO:

Ultima poesia che presento, brevissima.

Avvilite delizie non meglio del filo
di brezza che nel mattino
di glicine
s'inoltra sulla costa bombardata.

Nella sua analisi, Georgia Fioroni specifica che Villa Paradiso era un fastoso edificio circondato da bei giardini molto ampi che si trovava (e forse c'è tuttora) a Paceco in provincia di Trapani.
Durante la seconda guerra mondiale era divenuta uno degli edifici di comando militare degli italiani. 
Questo è stato l'effetto di uno dei primi bombardamenti anglo-americani a Paceco.
Ma, in questo scenario straziante di distruzione, c'è comunque il profumo del glicine, diffuso dalla brezza.






14 maggio 2021

"Gattaca- la porta dell'Universo":

Prima di iniziare a recensire il film vorrei proporvi un indovinello letterario, le cui soluzioni si trovano alla fine del post. Funziona così: ora qui sotto io inserisco alcuni versi di alcune poesie, tutte appartenenti alla letteratura italiana dell'Otto-Novecento. Si tratta di poesie che la maggior parte di voi non conosce e che piuttosto spesso non vengono trattate nemmeno nei corsi della mia facoltà. Tra parentesi ho menzionato soltanto il cognome dell'autore del componimento. Dopo la lettura di quei pochi versi dovreste indovinare il tema o il messaggio principale, senza l'aiuto della tecnologia. Com'è che ho un'idea del genere?! Perché per la fine della prossima settimana prevedo di inserire un post di poesia italiana del secolo scorso e perché mi manca veramente tanto l'analisi tematica, specie, dopo mesi che sto lavorando su una tesi sperimentale di analisi sintattica, lessicale e retorica di tre romanzi della Ginzburg.

1) Non potevi dormire, non dormivi/Gridasti: soffoco.../ Nel viso tuo scomparso già nel teschio/ gli occhi, che erano ancora luminosi/ solo un attimo fa,/ gli occhi si dilatarono... si persero. (Ungaretti)

2) Ti vedo sorridere, mesta/ tra i tocchi di un'Avemaria/ sorride il tuo gracile viso/ né trova, il tuo dolce sorriso/ nessuno (Pascoli)

3)il lago un poco/ si ritira da noi, scopre una spiaggia/d'aride cose,/di remi infranti, di reti strappate. E il vento che illumina le vigne/già volge ai giorni fermi queste plaghe (Sereni)

4) Pietà della sera, ombre/ riaccese sopra l'erba così verde,/bellissime nel fuoco della luna!/ Memoria vi concede breve sonno;/ ora, destatevi. (Quasimodo)

5) (...) per terrazzi di sogni e soprassogni/non sempre soleggiati/ ma non sempre piovosi e sdrucciolevoli/e pur sempre di nevi consapevoli/ a te salgo talvolta/ a te che il minimo e birichino/ sonno concedi ai bambini incattiviti, ai neonati bisbetici (Zanzotto)

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GATTACA: TRAMA

Gattaca è un film del '97. La prima scena viene preceduta da due scritte: una citazione e una sorta di "previsione". Vorrei qui dare la precedenza alla "previsione" che dice: in un futuro non troppo lontano...

Preciso che si tratta di un film appartenente al genere distopico-fantascientifico. In questa società del futuro è possibile far nascere degli esseri umani con un corredo genetico ben preciso, selezionato dai genitori. Attraverso questo processo si possono scegliere e prevedere le future condizioni fisiche dei bambini. 

Ma in questo sistema genetico-sociale sono ammesse soltanto le fecondazioni artificiali? 

No, dal momento che la società appare divisa in due categorie: i validi, concepiti in provetta e gli invalidi, detti anche "figli di Dio", nati in seguito ad un atto d'amore.

E proprio all'inizio la didascalia diceva: in un futuro non troppo lontano. Dal momento che non ho le competenze necessarie, né scientifiche né etiche per poter trattare un argomento così controverso come quello delle fecondazioni artificiali, mi limito a confidarvi qualcosa di particolare: da pre-adolescente leggevo i libri sull'affettività che il mio bravissimo pediatra, che mi ha salvato la pelle quando avevo 6 anni, mi aveva regalato. Uno si intitolava: Alla scoperta delle relazioni e diceva anche qualcosa che mi era piaciuto e che mi piace molto tuttora: la sessualità non consiste soltanto nell'atto del procreare ma anche in valori condivisi. Cioè, la sessualità è anche cultura: cultura di abitudini condivise, complementarietà fra maschile e femminile. Ve lo sto riportando con termini da persona adulta quale sono, ma questo era il senso. Eppure, in quel piccolo libretto si accennava anche alle fecondazioni artificiali, già praticate negli Stati Uniti e sperimentate nel Nord Europa. E anche qui si diceva che, attraverso le fecondazioni artificiali, due genitori avevano addirittura la possibilità di decidere diverse caratteristiche fisiche di un figlio. Eugenetica, per l'appunto. In un futuro non troppo lontano, e infatti, era il 2007. Avevo 12 anni e tutto ciò che sapevo fare era pensare (=come anche adesso) e, con un vago desiderio di libertà, tenere un aquilone che si innalzava verso le nuvole. 

Il protagonista della storia è Vincent, concepito in modo naturale. Alla nascita gli viene diagnosticata una cardiopatia e gli viene assegnata un'aspettativa di vita di 30 anni. Suo fratello Anthony invece nasce attraverso l'intervento della scienza.


Fin da bambino Vincent sogna di diventare un astronauta, per poter poi entrare a Gattaca, cittadina aerospaziale responsabile delle missioni interplanetarie. Per poterci entrare, però, oltre a superare un esame di ammissione, è necessario superare il test sull'analisi genetica del sangue. Vincent è stato catalogato come "non valido". Inizialmente Vincent entra a Gattaca come uomo delle pulizie. Ma, ben presto, per poter realizzare il suo sogno, diviene un pirata genetico: ruba l'identità a un valido, Jerome Morrow, atleta divenuto paraplegico a causa di un incidente.

In accordo con lo stesso Jerome, Vincent, si sottopone ad una serie di interventi chirurgici per potergli assomigliare. Riesce ad entrare a Gattaca presentando le analisi del sangue di Jerome. 

Quindi entra a far parte di una missione spaziale ma, poco prima di partire, il direttore di volo viene assassinato. Il film diviene anche, a partire da qui, una sorta di thriller-noir. Vicino al cadavere viene trovato un ciglio che appartiene a Vincent. Ad un passo dalla realizzazione del suo sogno.

A questo punto, come fa Vincent/Jerome a imbarcarsi?

Reperire il film per scoprirlo! 

CONTENUTI E RIFLESSIONI SUL FILM:

Ve li riassumo per punti e a mo' di provocazioni.

1) Ecco quale era l'altra scritta a inizio film: consider God's handwork, who can straighten what he had made crooked? (Ecclesiaste, 7:13)

"Considera l'opera di Dio: chi può raddrizzare ciò che Egli ha fatto storto?"

E già da questa citazione si comprende che Andrew Niccol, il regista, si dimostra contrario agli interventi della scienza su concepimenti e nascite. 

Io a questo punto vi riporto una parte del Salmo 8, il mio preferito:

Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita,
la luna e le stelle che tu hai fissate,
che cosa è l'uomo perché te ne ricordi
e il figlio dell'uomo perché te ne curi?
Eppure l'hai fatto poco meno degli angeli,
di gloria e di onore lo hai coronato:
gli hai dato potere sulle opere delle tue mani,
tutto hai posto sotto i suoi piedi

Lo hai fatto poco meno degli angeli. Eppure è cattivo, insensibile, pettegolo, guerrafondaio. Perché gli hai dato il libero arbitrio. 

2) Gattaca è un film sui limiti della scienza: Anthony è davvero più sano di Vincent? Non direi: durante una nuotata in mare, perde energia e, mi sembra, è sul punto di svenire. Scienza non equivale a perfezione. La scienza ha migliorato le nostre vite, notevolmente nell'ultimo secolo, ma è anch'essa fatta di limiti, di imprecisioni, di inesattezze. 

3) L'identità: il protagonista, per potersi avvicinare al suo obiettivo, cambia aspetto, cambia nome, imbroglia su urine e sangue... Ma non cambia idea. Si può dire che abbia una volontà di ferro. Si trova costretto a "modificarsi", a nascondere il suo vero passato e il suo vero nome persino alla donna di cui si innamora, ricambiato.

4) Viene accennato anche al rapporto fra genitori e figli: inizialmente, i genitori risultano apprensivi nei confronti di Vincent. Poi però, con l'arrivo di Anthony, il loro primogenito passa in secondo piano. Fra Vincent e Anthony c'è un rapporto di competizione. E i genitori incoraggiano molto di più Anthony nel raggiungimento degli obiettivi. 

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SOLUZIONI:

A) Il titolo di quella poesia di Ungaretti è Gridasti: soffoco! Riguarda la morte del figlio Antonio, morto a 9 anni a causa di un'appendicite mal curata. alla fine degli anni '30 succedeva purtroppo anche questo. Qui il tema è l'agonia, l'ultima notte di vita del bambino e dunque la sua sofferenza.

B) Il titolo di quella poesia di Pascoli è Maria. Non la Madonna ma la sorella. Si esprime qui l'affetto per una sorella che è una spalla su cui appoggiarsi sempre.

C) Sereni descrive la natura in pieno settembre, quando arriva l'autunno, stagione dal carattere dolce e malinconico. Il titolo è proprio Settembre.

D) Pensate che questa poesia di Quasimodo è stata il mio tema all'esame di maturità (15/15, perché in italiano ero e sono forte). Il titolo è Ride la gazza, nera sugli aranci. Premesso e ammesso che Quasimodo non è mai facile, nel componimento due sono i temi portanti: la nostalgia per la sua Sicilia e la memoria, anche la memoria dell'infanzia, fidatevi di me che l'ho analizzata tutta, che si riaccende la sera, di fronte alle ombre degli alberi e sotto la luce della luna. Bravissimi se avete intuito anche soltanto uno dei due temi.

E) Il titolo di quella poesia di Zanzotto è in dialetto trevigiano: San Gal sora la Sòn. Zanzotto, nell'evocare le sue passeggiate attraverso i sentieri che conducono presso l'eremo di San Gallo (sotto il comune di Soligo) rievoca anche una leggenda popolare: si racconta infatti che gli abitanti di Soligo, di Pieve di Soligo e di Farra di Soligo, portassero a San Gallo i bambini che facevano fatica ad addormentarsi.  Anch'io da piccola ero così. Adesso invece dormo eccome! 

Questa, ad ogni modo, è stata una delle poesie oggetto del mio esame orale di "Poesia italiana del Novecento"- 28 gennaio 2020. Nove del mattino. 30/30. Quando ancora si poteva uscire di casa senza le mascherine.


7 maggio 2021

"Café society," Woody Allen:

Ho 25 anni. Vi prego di non invidiare la mia età, perché è sempre stata, in ogni epoca storica, un'età in cui un giovane e una giovane sono chiamati a compiere delle scelte cruciali che siano possibilmente  conformi ai loro desideri di vita. La mia è un'età nella quale non ci si può più permettere di essere superficiali, fragili e inermi. Perché un errore compiuto a 25 anni può rovinare la vita. 

Se non avete idea di cosa intendo dire, eccovi alcuni esempi di "vite rovinate" a 25 anni:

1) Buttarsi a capofitto in un'esperienza sentimentale (una delle prime) che poi sfocia in un matrimonio o una convivenza con il compagno "assolutamente sbagliato", cioè con un uomo che si manifesta poi aggressivo e violento, rovina la vita.

2) Interrompere il percorso universitario a tre o a due esami dalla laurea è un errore non rimediabile, che ti rende arrabbiato/a con te stesso una volta che ti rendi conto di averlo fatto.

3) Essere intrappolati in una professione che non piace e non sentirsi abbastanza forti né per poter cambiare progetti e prospettive né per poter pensare che la vita non è soltanto il lavoro che facciamo.

4) Fidanzarsi, convivere e sposarsi con qualcuno che in realtà non si ama per davvero, per la gran paura di restare soli. In questo caso sì che il matrimonio diventa una gabbia, che, una volta divenuti ancora più adulti e una volta separati, fa pensare a cose di questo genere: "Avevo ancora 20 anni, avevo ancora abbastanza tempo".

5) Fare un figlio in condizioni di ragazza madre, senza aiuti. Poi tutti ti giudicano. In molti momenti magari ti senti sola e incompresa come un cane randagio. Per stare bene, in questo caso, devi trovare qualcuno che ti accolga veramente, che ti copra le spalle dalle sferzate di vento gelido. Qualcuno che ti ama e che ti amerà sempre, non qualcuno che ti abbandona o ti inganna.

A) TRAMA:

Stati Uniti, anni '30. Bobby Dorfman, giovane venticinquenne di famiglia ebrea, lascia il suo posto di lavoro presso il negozio del padre, a Brooklyn, per trasferirsi a Los Angeles dallo zio Phil, agente di star. 

Sebbene sia sposato da anni, Phil ha una relazione con la sua segretaria Vonnie (diminutivo di Veronica), esatta coetanea di Bobby.

Anche Bobby finisce per innamorarsi di lei e, nella sera in cui Vonnie viene lasciata da Phil, sente accendersi una speranza. I due giovani iniziano a frequentarsi quasi quotidianamente: vanno al cinema e fanno passeggiate sul lungomare. 


Per alcuni mesi Bobby si sente felice, vorrebbe sposare Vonnie ma... nel frattempo, per complicare gli eventi della storia, ritorna Phil, che ha lasciato la moglie per poter ricostruire la sua relazione con la ragazza. Stavolta sembra disposto a stare con lei per il resto della vita.

Vonnie ha attratto due uomini profondamente diversi: Bobby è giovane, pulito, onesto, semplice, genuino, ingenuo. Mi ha ricordato più o meno il modo di essere di mio cugino Chicco. 

Phil invece ha il doppio degli anni di Bobby, è molto ricco e divorziato.

Bobby, un po' inquieto e angosciato, un giorno la mette alle strette: chi vuoi sposare, me o mio zio Phil? E lei sceglie Phil. 

Dopo l'amara delusione, Phil ritorna a New York. Nel giro di uno o due anni si arricchisce in modo significativo, divenendo, insieme al fratello Ben, proprietario di un locale. 

Incontra un'altra donna che è poco più grande di lui e che, ironia della sorte, si chiama Veronica. Con lei si sposa e ha una figlia. 

Ma mai riesce a dimenticarsi della prima Veronica, che nel frattempo è cambiata, sia nelle abitudini di vita sia nel modo di comportarsi: appare infatti pettegola, viziata e frivola, proprio come le donne che, pochissimi anni prima, criticava. 

Phil e Vonnie, una sera, durante un loro viaggio, sostano proprio a New York e cenano presso il locale di Phil. 

All'inizio Bobby rimane disgustato nel constatare il cambiamento della ragazza che amava. Ma, nonostante ciò, qualche giorno dopo accetta di accompagnarla per una visita a New York, mentre Phil è occupato. 

Malinconica è la nottata che i due giovani trascorrono presso il Central Park. Proprio qui, alle prime luci dell'alba, si scambiano un bacio, pur sapendo di non poter più ritornare indietro.


Alcuni mesi dopo, a capodanno, Phil e Vonnie sono lontani fra loro... Vicini ai loro rispettivi coniugi, mostrano alla cinepresa uno sguardo assente e malinconico. 
Dice Phil a Vonnie: hai gli occhi assenti e sognanti. E così si chiude il film, ma io qui ho caricato una delle ultime scene, di pochi secondi:


Vivi ogni giorno come se fosse l'ultimo e ci azzeccherai... Siete d'accordo?

Non è un film recentissimo... Ricordo di averlo visto per la prima volta con un paio di miei compagni di corso un venerdì sera, nel periodo in cui eravamo nel pieno dei nostri percorsi triennali. Allora questo film mi aveva trasmesso un senso di profonda malinconia e amarezza. 

Dal momento che ho sempre avuto fiducia nelle doti artistiche di Woody Allen, avevo soltanto pensato: qui Allen ha voluto criticare "l'America bene" del secolo scorso, anzi, del primo dopoguerra. Un'America fatta di superficialità, di arrivismo e di cinismo. Preferivo "Midnight in Paris".

L'ho visto per la seconda volta recentemente e stavolta sono riuscita ad apprezzarlo di più. Perché ho più conoscenze, forse anche un po' più di cervello e quindi perché posso stabilire più confronti, che spiego nel successivi paragrafi.


B) LA LEGGENDA GIAPPONESE DEL FILO ROSSO DEL DESTINO:

E' una leggenda da "prendere con le pinze". Però in alcuni casi e nelle vicende di qualcuno corrisponde alla realtà.

Il filo rosso del destino è un qualcosa di invisibile e di indistruttibile che, sin dalla nascita è legato al nostro mignolo sinistro. Ci legherebbe a quella che è la nostra anima gemella, a quella persona verso la quale dovremmo istintivamente provare un'attrazione forte, come se fosse parte di noi.



B1) PAULO COELHO E "I DUE AMORI" DELLE NOSTRE VITE:

Coelho conosceva questa leggenda giapponese. 

E ci aveva riflettuto sopra, per poi esprimersi in un modo un po' diverso. Vorrei precisare che anche questo breve scritto è da "prendere con le pinze":

Durante tutta la nostra vita abbiamo due grandi amori: uno è quello con cui ci si sposa e si vive per sempre, e che forse sarà il padre o la madre dei nostri figli … Quella persona con la quale si ha la massima compenetrazione e si desidera passare il resto della vita …
E dicono che esista un secondo grande amore, una persona che perderemo sempre.
Qualcuno al quale siamo legati dalla nascita, talmente legati che le forze della chimica sfuggendo alla ragione gli impediranno, sempre, di avere un lieto fine. Finché un giorno, entrambi smettono di provarci … 
Si libereranno di lui o di lei, smetteranno di soffrire, riusciranno a trovare la pace (la sostituiranno con la calma), ma non passerà giorno che non desiderino che sia al loro fianco.
 Perché, a volte, si libera più energia litigando con qualcuno che ami,
piuttosto che facendo l’amore con qualcuno che apprezzi”.

Non ci credo molto, eppure di tanto in tanto, in alcune vite, succede. Sull'ultima frase non mi trovo d'accordo per niente. Basta soltanto apprezzare qualcuno per sposarlo? Per me occorre molto altro. 

Ad ogni modo, in Café Society accade questo: Bobby prova un amore forte e appassionato per Vonnie, ma alla fine la perde, per una scelta sbagliata di lei. Nei confronti della seconda Vonnie prova stima e tenerezza, ma è un sentimento che non ha nulla a che fare con la passione e che ha poco di romantico- sentimentale. Pensate ad esempio all'episodio in cui, dopo aver trascorso un'intera giornata con la sua ex per le vie di New York, Bobby porta alla moglie un mazzo di rose e lei, più che essere contenta, si stupisce dicendogli: Da quanto tempo non mi porti dei fiori! Di che cosa vuoi farti perdonare? Non è che hai un'altra?


B2) "LA FAMIGLIA", ETTORE SCOLA:

Anche questo film è ambientato, almeno in buona parte, nella prima metà del secolo scorso. 

Il protagonista Carlo, brillante docente universitario di letteratura italiana, sin dai tempi del suo anno accademico di laureando prossimo al dottorato, ha a che fare con dei sentimenti per due donne, due sorelle tra l'altro: Beatrice, ragazza umile, modesta, riservata, gentile e Adriana, una giovane pianista, intelligente, originale, forte, di idee femministe.


Di chi è veramente innamorato Carlo? 

Per Adriana prova qualcosa di travolgente, quasi la idealizza. Ma finisce per non scegliere Adriana. Sposa Beatrice, per la quale prova comunque un profondo affetto.

Carlo e Adriana da giovani continuano a litigare. I loro incontri terminano sempre con dei litigi e delle discussioni. Finché lei un giorno, arrabbiata e piangente, decide di partire per Parigi per perfezionare, attraverso dei corsi, la sua tecnica pianistica. Adriana non avrà mai figli, si sposerà verso i 50 anni.

Con Beatrice invece, Carlo vive una quotidianità piuttosto ripetitiva, caratterizzata da un profondo rispetto, da supporto reciproco, da lealtà (Carlo di fatto non la tradisce mai, anche se per diversi anni penserà piuttosto spesso con fitte di malinconia ad Adriana, che di tanto in tanto, anche se abbastanza di rado, compare nella sua vita).