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24 agosto 2019

Una notte sotto le stelle del campo giovanissimi di AC di Vittorio Veneto:

Sì, lo so, qualche tre giorni fa avevo detto che ero sul punto di partire. 
E' vero, parto domani, ma vorrei lasciarvi con questo articolo che è stato pubblicato recentemente anche su un numero di Avvenire di questo mese. 
Si tratta di uno scritto che mi ha appena passato mio zio Attilio.
L'ho trovato molto toccante: si tratta di una vera e propria fitta al cuore.
Lo metto con la speranza che il prossimo anno pastorale possa essere per me un anno decisamente migliore di quello che è appena passato.
Lo metto per chiedervi, stasera, di fare un piccolo pensiero per tutti quegli adolescenti e quei giovani che soffrono indicibilmente, che sulle loro spalle e dentro i loro cuori portano un dolore e un vuoto che forse mai nulla riuscirà a colmare.


21 agosto 2019

Le sfumature del giudizio:

Probabilmente questo sarà l'ultimo post di agosto, visto che ormai è ora anche per me di fare la valigia vera e propria per 10 giorni di ferie. 
Il giudizio non è un argomento facile sul quale riflettere, me ne rendo conto, ma se stasera sono davanti allo schermo con il mal di testa e con i boccoli "sfatti" è perché ci tengo.
Forse non tratterò l'argomento in maniera totalmente esauriente, forse vi annoierò già con le etimologie, ma servirmi delle lingue e delle parole a volte è l'unico modo che ho di "chiarirmi" argomenti abbastanza complessi e delicati. 

A) LE LINGUE CLASSICHE:

Devo ammettere che le lingue classiche mi hanno aiutata molto.

Per voi il "giudizio" ha soprattutto un'accezione negativa? 
E' possibile vivere immuni e lontani dai giudizi della gente? 

Quando penso al nostro verbo italiano "giudicare" mi vengono in mente alcune parole antiche, sia greche che latine. 
Dico la verità ma, per via degli studi che ho fatto, ultimamente fatico a concepire greco e latino come due discipline a sé stanti, senza possibilità di collegamenti.

Il nostro "giudicare" deriva dal latino "iudico". Tuttavia, questo non è l'unico modo che la lingua latina ha di esprimere il concetto e l'azione del "giudicare". C'è anche il verbo deponente "reor".
Che differenza c'è tra i due? 

"Iudico", che ha dato origine al termine italiano, nella maggior parte dei casi veniva utilizzato in riferimento alle sentenze dei magistrati, ed effettivamente sui dizionari compaiono espressioni fatte riconducibili alla sfera politico-giudiziaria, del tipo: "aliquem hostem iudicare"="giudicare qualcuno un nemico pubblico"/ "aliquem exulem iudicare"= "condannare qualcuno all'esilio"/ "alicui capitis pecuniae iudicare"= "richiedere un'ammenda al posto della pena di morte".

"Reor" è invece, nella sua precisa sfumatura di significato, molto simile a "existimo"(=ritenere), dal momento che ingloba i significati di giudicare, valutare, credere. 

E in greco? In greco c'è κρίνω
E' dal primo mese della prima liceo che ho una particolare simpatia per questo lemma, che racchiude diversi significati affascinanti oltre al "giudicare", ovvero: distinguere, scegliere, pensare. Da questo stesso verbo deriva l'aggettivo "κριτικός", cioè: "capace di discernere".

A questo punto mi è venuto naturale domandarmi: ma giudicare è sempre sentenziare oppure anche valutare per poi compiere delle scelte?

B) IL PREGIUDIZIO:

A questo punto ho pensato al pregiudizio. Chi di noi non ha mai avuto dei pregiudizi?
Il pregiudizio, lo dice la parola stessa, è "giudicare prima di conoscere".
E' parlare di qualcuno o di qualcosa senza conoscerlo a fondo. 
In una società come la nostra, nella quale la superficialità regna sovrana, i pregiudizi sono all'ordine del giorno.

A volte, il pregiudizio si riesce a sconfiggere, nei casi in cui si facciano esperienze significative o si instaurino rapporti umani particolarmente profondi.
Ma diverse volte, rappresenta un vero e proprio ostacolo nemico del dialogo e persino del rispetto che si dovrebbe avere per gli altri.
Il pregiudizio può essere, realisticamente nella nostra vita quotidiana, una barriera, un muro che atrofizza il nostro cervello, la nostra abilità di pensiero critico e la nostra capacità di  umanità e di accoglienza. 

So che sto per affermare qualcosa di piuttosto banale e di risaputo, ma i pregiudizi sono molto frequenti tra i popoli del mondo che formulano giudizi basati su stereotipi largamente condivisi.
Già non è per nulla facile l'impatto dell'incontro tra italiani settentrionali e italiani meridionali! Lo dico anche pensando al mio vissuto, e vi cito ora un esempio tratto dalla mia vita.

Qualche tempo fa ho aderito a un campo di volontariato di "Libera". Ero a Campolongo  Maggiore (provincia di Venezia, 10 km circa di distanza da Dolo). Per certi versi non è stata proprio un'esperienza "fantastica". Il responsabile del campo era un calabrese "trapiantato" in Veneto per motivi di lavoro. Non appena ha saputo da dove venivo, ha subito detto che i veronesi sono tutti dei razzisti, degli egoisti pieni di soldi e dei "chiusi" nei confronti della gente del Sud. Mi ha catalogata come quella che "era lì soltanto per poi potersi vantare con gli amici di aver fatto un'esperienza con Libera subito dopo il suo ritorno".
Al di là del fatto che mi ha ferita... è un pregiudizio senza senso e stupido, questo. 
Intanto, dovrebbe venire per un po' a Verona città e in provincia per capire quante iniziative di solidarietà ci sono verso i poveri e verso gli stranieri, sia a livello laico che a livello religioso.
Le vanterie sono molto ma molto lontane dal mio modo di essere.
Noi come famiglia, staremo anche economicamente bene, ma mia mamma è decisamente una donna che, oltre ad avere cultura accademica, ha anche una cultura economica del buonsenso. Sapete che ho fatto un incidente in auto quest'inverno, una settimana prima dell'esame sulla "Gerusalemme Liberata"? A me non è successo nulla (e questa era la cosa più importante), ma sulla vernice color crema della panda c'è qualche graffio (devo dire, invisibile a molti) su una delle parti laterali. Abbiamo deciso di tenerci la macchina così com'è, perché dovevamo affrontare già diverse spese: le mie rate universitarie, le bollette, alcuni libri di testo, il frigorifero nuovo, il forno nuovo e i condizionatori nelle nostre camere per l'estate. 
"Non ghemo mia i tacquini che i par fisarmoniche", è stato il nostro pensiero.

C) GIUDIZIO ED EQUILIBRIO:

Io credo che nella vita sia importante acquisire equilibrio. 
Occhio però: per equilibrio non intendo "cancellare qualsiasi sentimento". 
E non intendo nemmeno "l'essere impassibili di fronte alle vicende della vita".
Nella mia ottica, "equilibrio" significa "ascoltare attentamente gli altri per cercare di comprendere". Conoscere per formarsi certamente un'opinione, ma non per dare giudizi impietosi e lapidari (quelli lasciamoli agli adolescenti, che sono nel pieno della crescita).
E' chiaro che tutti noi ci facciamo delle opinioni, positive o negative, sulle persone che incontriamo nel nostro cammino. 
Ma questo non è necessariamente sinonimo di "giudizio" o di "stereotipo". 
Sarebbe l'ideale riuscire a capire bene "di che pasta sono fatti gli altri". Ma non in veste di giudici indelicati, quanto piuttosto in qualità di umili viandanti di passaggio.
La capacità di equilibrio è tener presente che tutti coloro che conosciamo hanno una storia, un vissuto alle loro spalle, fatto anche di momenti bui, in certi casi di veri e propri drammi.
La capacità di equilibrio comprende anche una specie di "empatia" che implica lo sforzo di immedesimarsi mentalmente nelle situazioni altrui: "Fossimo stati al loro posto, come avremmo reagito? Che cosa avremmo fatto?

D) GIUDIZIO E SCELTA:

Con la considerazione di quest'ultimo paragrafo chiudo il post.
Se, sia in greco che in latino, alcuni verbi portano i significati di giudicare nel senso di "pensare", "ritenere", è importante rilevare che le scelte che ognuno di noi compie nel corso della vita sono dettate da nostri pensieri, stati d'animo e inclinazioni.
Fare una scelta, proprio come ci rimanda il greco antico, significa sostanzialmente riflettere su se stessi, giudicare con un'analisi di coscienza le proprie risorse, valutare vantaggi e svantaggi che comportano determinate decisioni e poi decidere, imboccare una via, possibilmente, quella che porta al nostro bene e al bene di chi ci sta intorno.

Dunque, è bene giudicare nel senso di discernere, controproducente è invece costruire dei muri, che a poco a poco divengono invalicabili, con dei preconcetti che ci rendono ignoranti e forse anche abbastanza "impauriti" di fronte a ciò che è altro e diverso da noi.


15 agosto 2019

"Con il sole negli occhi": il dramma dell'immigrazione e la rivalutazione della maternità

"Con il sole negli occhi" è una storia d'amore. 
Dal mio punto di vista, è il percorso di maturazione spirituale di una donna che, dopo anni di vanità, riscopre sia il dolore della solitudine sia la bellezza del dono di sé.

CONTENUTO FILM:

La protagonista è Carla Astrei, una donna di circa 50 anni che vive e lavora a Roma come legale.
All'inizio appare una "superficialona". Capirete fra un attimo il motivo.
Carla è sposata da 21 anni con Giorgio. Sono una coppia senza figli. Durante la loro festa di anniversario, condivisa con molti amici a casa dei due coniugi, Carla dice ad un'amica di vecchia data: "Le coppie senza figli sono quelle più stabili, lo ha detto anche una statistica. Io e Giorgio stiamo benissimo così, siamo completi e felici così".
"Ma dove sono finite tutte le tue teorie di ragazza, quando dicevi che senza figli la vita di una donna non vale nulla?", le chiede stupefatta la sua interlocutrice.
Altro importante dettaglio: mentre le due amiche parlano, di sottofondo ci sono le immagini degli sbarchi degli immigrati a Lampedusa e le voci dei giornalisti che parlano di bambini annegati o morti di fame e di freddo. 
Né Carla né il marito né alcuno tra gli invitati sembra farci caso.
... Giorgio e Carla sono talmente stabili che, il giorno dopo la festa, tutto il loro percorso coniugale si sfalda, in seguito ad una rivelazione, grave e importante, da parte del marito.
Mi sono rimaste parecchio impresse le parole di Giorgio: "Carla, in che cosa siamo diventati migliori in tutti questi anni di matrimonio? Non siamo maturati. Abbiamo continuato le nostre vite pensando solo a noi stessi. E' da tempo che ho un'altra. Ormai mi sembrava giusto e corretto dirtelo, non voglio più continuare a ingannarti."

...21 anni andati "inaspettatamente" in fumo... 

Tristissima e traumatizzata, Carla decide di allontanarsi subito dalla loro casa, per tornare a vivere in una zona di periferia romana, la stessa zona nella quale aveva abitato da ragazza.
Durante una sosta, mentre si fa fare il pieno di benzina, nota che vicino al distributore c'è una rete e, dietro di essa, un bambino che tiene in mano una fotografia e le indica due ragazzini ritratti, poco più grandi di lui e con le pupille ristrette a causa del sole negli occhi. Immediatamente, il benzinaio le rivela che il piccolo si trova in un centro di accoglienza per profughi minorenni e, per "liberarsi" di una presenza chissà per quale oscuro motivo scomoda, direziona il getto d'acqua di una gomma da giardinaggio in faccia al bambino... che schifezza! Io non faccio così neanche con i miei gatti... Non mi passerebbe nemmeno per l'anticamera del cervello farlo con un profugo di circa 7 anni!
Ad ogni modo, a Carla si apre improvvisamente il cuore: visita il centro di accoglienza, all'interno del quale incontra dei volontari ben motivati e, per loro natura, generosi. 
Grazie a loro, la protagonista di questa vicenda viene informata del fatto che il bambino è siriano ed è scampato miracolosamente ad un tragico naufragio, che aveva due fratelli (gli altri due bambini della foto) risultati dispersi e che si è sempre rifiutato di rivelare il proprio nome. L'unica parola che gli avevano sentito pronunciare una volta arrivato era stata: "Marhaba", che in arabo significa "benvenuto".
Carla diviene ben presto una dei volontari del centro, abbandona la sua carriera di avvocato e scopre che il piccolo siriano soffre di un dolore lacerante, che lo rende sia un isolato dagli altri bambini sia un elemento che manifesta comportamenti talmente problematici che nessuno dei volontari riesce ad arginare. Soltanto Carla, con la sua inaspettata dolcezza e pazienza,  conquista la sua fiducia. La donna inoltre, si impegna a trovare i suoi fratelli più grandi: va a Lampedusa a cercare notizie. Sull'isola le rivelano che i due bambini della foto sono morti.
Ritornata a Roma, Carla ragiona in questo modo: "E' orfano. Ora sono sicura che quel bambino non ha nessuno al mondo. Al centro di accoglienza si sono impegnati per poterlo rendere felice, ma senza risultati. Potrei chiedere intanto l'affido temporaneo."

E lo ottiene!


Felice di essere riuscita a dare un senso alla propria vita, Carla rende la sua casa un luogo molto confortevole per un bambino, e finalmente il bambino inizia a sorridere e a interagire con lei, soprattutto attraverso gesti d'affetto.
E Carla riscopre la grandezza di ciò che prima di allora non aveva mai voluto avere. Diventa una vera mamma adottiva: cambia il suo sguardo e cambia anche il suo modo di vedere la vita, perché mentre prima i soldi erano la sua priorità, ora lo diventa una relazione che può essere l'inizio di una storia meravigliosa.
Proprio nel periodo in cui l'affido va di bene in meglio, Carla viene contattata dalla comunità siriana di Roma: i due fratelli del bambino probabilmente sono vivi e si trovano a Berlino, in Germania, adottati da una coppia tedesca e benestante.
Se questa buona probabilità fosse una certezza, il bambino deve lasciare Carla per ricongiungersi con quel che rimane della sua famiglia di origine.
A Carla crolla di nuovo il mondo addosso.
E in effetti, la probabilità si trasforma, alla fine del film, in una verità.

Carla ritorna sola da Berlino, con un senso di profonda malinconia, ma anche di gratitudine verso un bambino: "Gli sono e gli sarò sempre riconoscente per aver dato un senso alla mia vita. Il nostro incontro è stato per me una parentesi indimenticabile".
Così, nelle ultime battute del film, non le resta che chiedere ad una dei volontari del centro: "Vi serve ancora aiuto? Se volete io posso continuare a darvi una mano."
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Da un regista come Pupi Avati ci si aspettano soprattutto film profondi e di valore.
Questo film è del 2015. Ecco come, quattro anni fa, il regista stesso ha spiegato la scelta del soggetto:

"Mi sono reso conto che il dramma dei migranti, di un mar Mediterraneo pieno di persone che non ce l’hanno fatta, aveva bisogno di essere raccontato in modo diverso da quanto hanno fatto finora i media. Si parla di numeri che ci sembrano estranei, lontani da noi. Per questo ho scelto di raccontare la storia di uno di questi migranti”.

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AYLAN:


Ve lo ricordate tutti, vero?
Era siriano e aveva soltanto tre anni quando è morto.
Scappava, insieme alla sua famiglia e ad altri suoi connazionali, dalla guerra civile e dagli attacchi terroristici dell'ISIS.
I genitori di Aylan volevano ricongiungersi con altri parenti che erano a Vancouver, in Canada. 
La zia del bambino, già trasferita in Canada, aveva presentato una domanda di sponsorizzazione per i rifugiati, che era stata respinta sia dal Dipartimento di Immigrazione e Cittadinanza del Canada, sia perché la domanda di asilo risultava incompleta sia perché le autorità turche impedivano l'espatrio della famiglia.

Il 2 settembre 2015, Aylan , i genitori e circa un'altra ventina di migranti erano partiti comunque da Bodrum (Turchia)  con un gommone che si era capovolto nel giro di pochi minuti. 

La guerra. I bombardamenti. L'espatrio fatto di nascosto e con mezzi decisamente inadeguati. Una famiglia estinta dalle crudeli e implacabili onde del mare. Un bambino piccolo al quale è stato sottratto per sempre il futuro.


Fa bene a tutti noi ricordare ogni tanto la tragica fine di questo piccolo migrante, diventato il simbolo di uno dei drammi più rilevanti del nostro secolo.

2 agosto 2019

La tematica della paura:

"L'animatore nel suo servizio non deve abbandonare i ragazzi a loro stessi"
(cit. Alessandro)

Un breve percorso artistico e letterario su questo stato d'animo comune a tutti gli uomini.

1-JUMANJI:



Parto proprio dalla trama del film dal quale i responsabili del Grest del mio paese hanno tratto la storia, realizzata in brevi momenti di scenografie.

Nel 1869, al buio e sotto una pioggia torrenziale, due ragazzi seppelliscono una cassa in un bosco.

Cent'anni dopo, Alan Parrish, ragazzino tormentato dai bulli, sente tra gli scavi di un'impresa edile uno strano battito di tamburi, e ritrova la cassa. Al suo interno c'è uno strano gioco da tavolo chiamato "Jumanji".
Alan decide di portarlo a casa e, la sera stessa del ritrovamento, inizia a giocare una partita con l'amica Sarah. 
Quello che a prima vista sembra un semplicissimo gioco in scatola appare in realtà un oggetto pieno di sorprese inquietanti. Quando, sia Sarah che Alan, tirano i dadi, le conseguenze appaiono terrificanti: Sarah fugge dalla casa dei Parrish inseguita da uno stormo di pipistrelli africani e Alan invece viene risucchiato dal gioco secondo la formula rimata: "nella giungla dovrai stare finché un cinque o un otto non compare".

Ventisei anni dopo, nel 1995, la vecchia villa dei Parrish diviene proprietà di Nora e dei suoi due nipoti Judy e Peter, rimasti orfani a causa di un incidente d'auto dei genitori.
E' l'autunno del 1995. Prima di uscire di casa per prendere l'autobus e per raggiungere la scuola, Judy e Peter, attirati dal suono dei tamburi, raggiungono la soffitta. Lì trovano il famigerato gioco in scatola e iniziano una partita. Ben presto, anche loro si rendono conto di essersi imbattuti in qualcosa di molto pericoloso: dal gioco infatti scaturiscono scimmie, zanzare, leoni, mandrie tipiche delle praterie africane, tempeste violente, ragni enormi, piante carnivore, un cacciatore che con il suo fucile spara a chiunque... 
Ma un aspetto positivo, in tutte queste comparse, c'è: Peter riesce a far uscire "5" come risultato durante un tiro e quindi ricompare Alan, un Alan adulto vestito di fogliame della giungla.


Alan è un personaggio determinante per Judy e Peter, dal momento che li aiuta ad affrontare la paura di animali ed elementi naturali più grandi e più potenti di loro.
Oltre a ciò, Alan riesce a coinvolgere di nuovo Sarah, che appare ancora molto traumatizzata dagli eventi accaduti 26 anni prima.

Alan vince la partita e, nel pronunciare la parola "Jumanji", fa scomparire tutto ciò che era fuoriuscito dal gioco. 
Animali esotici, piante carnivore e nuvole da forti tempeste vengono risucchiati dal gioco e il tempo ritorna indietro al 1969, all'abbraccio tra Sarah e Alan.



Negli ultimi minuti del film, si piomba invece alla vigilia di Natale del 1994, dove si vedono Sarah e Alan che stanno per diventare genitori e che hanno allestito una cena a casa loro, dove sono invitati anche Judy, Peter, i loro genitori e la zia Nora.


La trama è complicata. I nostri responsabili sono stati molto bravi a renderla con le varie scenette quotidiane e anche a trasmetterla.

Il principale messaggio del film è che le paure vanno affrontate e che una vita passata a stare sdraiati sul divano senza mai prendere decisioni è in realtà una non-vita. Bisogna scegliere, rischiare, affrontare timori e difficoltà e mettersi in gioco per vivere veramente!

Sapete che discorsi mi fanno piuttosto spesso negli ultimi periodi? Eccoli qui: "Ma non hai paura di diventare un'insegnante? Proprio nelle scuole secondarie andresti con i tuoi titoli di studio? Avrai soprattutto alunni oppositori, incivili, maleducati!"
Sembrerò matta ma io in realtà ho fiducia nei ragazzini e negli adolescenti. 
Perché semplicemente li rispetto come persone che possono aver subito anche dei vissuti decisamente drammatici. 

Una delle sfide più grandi e più complesse della mia futura carriera di insegnante sarà quella di cercare di far comprendere, soprattutto agli adolescenti che provengono da contesti familiari tragici e molto gravi, che la vita non è solo schifo, paura di adulti cattivi e abusanti, dolore e violenza. C'è una bellezza e una positività che, inizialmente con fatica, possono e devono cercare prima di tutto dentro di loro. Solo dopo che l'avranno scoperta (e per scoprirla servono degli adulti che si mettano pazientemente in cammino con loro) potranno divenire persone estremamente significative per molti, anche per me.

2-L'URLO DI MUNCH:



Quel che colpisce subito è proprio quel volto in primo piano, simile al cranio di uno scheletro. 
Quel volto dagli occhi piccoli, tondi e sbarrati che sembra gridare con angoscia la propria solitudine e il proprio sgomento.
Notate inoltre le due figure sullo sfondo: esse camminano l'una vicina all'altra e si allontanano incuranti del dolore e dell'angoscia dell'individuo, il cui malessere non sembra interessarli.

A mio avviso, questo è un dipinto che, se osservato profondamente, inviterebbe ad essere un po' più umani, a mettere da parte l'egoismo e l'indifferenza per creare ponti di empatia.
In fin dei conti, quella creatura vestita di nero, senza capelli e dalle guance scavate vuole dire questo: l'insensibilità e l'individualismo fanno paura. Sono atteggiamenti che purtroppo tutti subiamo e che ci fanno provare un senso di solitudine opprimente, una solitudine che deriva proprio dalla paura di essere e di rimanere non amati e incompresi. 

Un'ultima cosa: il paesaggio oltre il ponte è quello dei fiordi norvegesi, blu scuri, curvi e ondulati come le tinte arancioni, rosse e del cielo.

In una sua pagina di diario, Munch stesso delinea le circostanze (autobiografiche) che lo hanno portato alla creazione di questo quadro:

Una sera passeggiavo per un sentiero, da una parte stava la città e sotto di me il fiordo. (...) Mi fermai e guardai al di là del fiordo, il sole stava tramontando, le nuvole erano tinte di rosso sangue. Sentii un urlo attraversare la natura: mi sembrò quasi di udirlo. Dipinsi questo quadro, dipinsi le nuvole come sangue vero. I colori stavano urlando. Questo è diventato "L'urlo".

3- UNGARETTI, "FRATELLI":
Nella letteratura, tutti lo sappiamo, il brano in prosa che più di altri ha come tematica la paura è il primo capitolo dei "Promessi sposi", nel punto in cui Don Abbondio incontra i due bravi di Don Rodrigo. 
Dal momento che è un esempio troppo ovvio, ometto il dialogo fra questi tre personaggi del capolavoro manzoniano per proporvi invece due poesie di Ungaretti scritte in tempo di guerra, nelle quali si può scorgere anche la tematica della paura.


Mariano, 15 luglio 1916

Di che reggimento siete

fratelli?


Parola tremante

nella notte

Foglia appena nata
Nell'aria spasimante
involontaria rivolta
dell'uomo presente alla sua
fragilità

Fratelli



La brevità di Ungaretti non è sempre facile da decifrare.
Questa lirica è stata composta a Mariano del Friuli (località attualmente in provincia di Gorizia).
In questo testo, "fratelli" è una parola-chiave, che collega tra loro espressioni suggestive ma non di immediata comprensione come: "parola tremante", "foglia appena nata",  "aria spasimante", "involontaria rivolta".
Le tematiche proposte in questa poesia sono due: la paura, legata alla realtà della guerra che mette ogni soldato di fronte alla fragilità della condizione umana, e la fratellanza, valore positivo che due reggimenti diversi provano ad instaurare in una notte di terrore.

Qui sotto, in una tabella, ho riassunto le espressioni più significative collegate sia alla paura che alla fragilità.
  

PAURA

FRAGILITA’
 "parola tremante": rimanda alla paura di morire da un momento all'altro.

 "foglia appena nata": immagine del mondo naturale finalizzata ad indicare la fragilità dell'esistenza.
 "aria spasimante": si sentono spari di fucile in lontananza. Il clima è pesante, l'atmosfera è pesante perché contiene tutti gli spasimi di vita e di amore di soldati che si trovano a combattere una guerra sanguinosa.
 "uomo presente alla sua fragilità": è un momento decisamente cupo, ma i soldati, con la domanda: "di che reggimento siete, fratelli?" cercano la fratellanza nell'angoscia. Compiono una sorta di "timida ribellione pacifica".


Un'altra lirica di Ungaretti che ricorda la condizione estremamente fragile e precaria dei combattenti della Grande Guerra è sicuramente "Soldati":


Si sta come 
d'autunno
sugli alberi
le foglie.
Questa è tutta una similitudine che mette a confronto la condizione dei soldati con quella delle foglie degli alberi in pieno autunno: in ogni istante della guerra c'è il pericolo della morte e dunque costante è la paura di dover chiudere gli occhi per sempre.

4- SENECA E LA MORTE COME ESPERIENZA QUOTIDIANA:

Premetto che, mentre a mio avviso, la letteratura latina arcaica è una copia sbiadita della invece grandiosa letteratura greca, soprattutto per quel che riguarda i generi della commedia e della tragedia, la letteratura latina di età imperiale (da Ottaviano Augusto in poi) è decisamente più interessante, perché compaiono finalmente delle figure di filosofi che riflettono sul valore del tempo e sulla paura della morte. Uno di questi è Seneca, nato nella penisola iberica il 4 a.C.

Seneca, Epistulae ad Lucilium, 24, 20:


"Cotidie morimur; cotidie enim demitur aliqua pars vitae, et tunc quoque cum crescimus vita decrescit. Infantiam amisimus, deinde pueritiam, deinde adulescentiam. Usque ad hesternum quidquid transit temporis perit; hunc ipsum quem agimus diem cum morte dividimus. Quemadmodum clepsydram non extremum stilicidium exhaurit sed quidquid ante defluxit, sic ultima hora qua esse desinimus non sola mortem facit sed sola consummat; tunc ad illam pervenimus, sed diu venimus."


AVVERTENZA!= La mia è una traduzione praticamente istantanea e senza dizionario. Lessicalmente parlando, potrebbe non essere perfetta. Il senso globale c'è, comunque.


"Ogni giorno moriamo, quotidianamente infatti ci viene sottratta una parte della vita, e allora anche quando cresciamo (o avanziamo negli anni) la vita decresce. Perdiamo l'infanzia, poi la fanciullezza, poi l'adolescenza. Si va morendo fino alla fine per tutto il tempo che si attraversa, questo stesso giorno che trascorriamo lo dividiamo con la morte. Allo stesso modo in cui l'ultima goccia non esaurisce la clessidra ma qualsiasi (goccia) è defluita prima, così l'ultimo istante in cui noi smettiamo di esistere non è la sola cosa che provoca la morte ma la sola che la testimonia; allora a quella giungiamo ma siamo giunti a lungo."

E', a mio avviso, uno dei passi più significativi delle lettere al discepolo Lucilio. Ed è la pura verità: ogni fase della nostra crescita è anche una diminuzione graduale dei giorni che ci restano da vivere. Quotidianamente il nostro tempo va quindi incontro alla morte. Per Seneca la morte è una delle leggi supreme dell'Universo e, ovviamente, è inevitabile.
Per questo bisogna "bene vivere".
In più opere egli sente il bisogno di placare il suo timore e il timore degli uomini verso la morte. Coraggiosa, sempre da parte di Seneca, è l'affermazione (non ricordo più da quale opera): "Che cos'è la morte, se non fine o passaggio?".
Penso inoltre ad un'altra opera di cui invece ricordo bene il titolo, che è la Consolatio ad Polibium, dove Seneca, nel consolare Polibio che aveva appena perduto per sempre il suo amato fratello, dice che i morti hanno la possibilità di contemplare l'ordine del cosmo.


Credo che la vera morte non consista tanto nella fine biologica e naturale della vita, quanto piuttosto nell'assenza di amore, di pace, di entusiasmo.
(cit. Anna, agosto 2019)