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30 novembre 2019

Sant'Andrea/Andrea Zanzotto:

Sommacampagna, VR,
Chiesa dedicata a Sant'Andrea apostolo, chiesa del cimitero
Ogni 30 novembre ricorre Sant'Andrea. Io me lo ricordo bene, perché è il patrono del mio paese.
Tra l'altro, noi abbiamo anche una pieve romanica (XI° secolo) dedicata a Sant'Andrea.
E' la prima volta che, in questo blog, riservo un post dedicato prima di tutto a questo apostolo e poi ad alcuni accenni alla figura di Andrea Zanzotto, poeta e intellettuale del Novecento italiano già citato nel post della settimana scorsa.
Tra l'altro, su Zanzotto sto preparando un lavoro da esporre in aula durante una lezione di metà dicembre. E' un confronto Zanzotto-Pasolini, ma certamente ve lo risparmio per ora. Probabilmente però ve lo esporrò qui nel 2020.
Sia chiaro, lo sto facendo prima di tutto per me stessa e per il lavoro (l'insegnante di Lettere) che andrò a fare, che tra l'altro era la stessa professione di Zanzotto.
Oggi in fin dei conti è stata una bella giornata abbastanza limpida di inizio inverno... e non c'era poi così freddo, visto che il termometro raggiunge gli 8-9°C sopra lo zero.
i 30 novembre di quando ero bambina ( più che altro il periodo 2000-2006) non erano esattamente così, da quel che ricordo! Mi ricordo che un anno, ed ero alle elementari, Sant'Andrea era caduto di domenica e, approfittando di quei 20 centimetri di neve che erano caduti la mattina presto, ero uscita per costruire un pupazzo di neve.

BIOGRAFIA DELL'APOSTOLO ANDREA:


Andrea era nato a Betsaida, cittadina al nord del lago di Tiberiade. Dapprima è stato discepolo di Giovanni Battista, poi di Cristo.

Era il fratello di Simon Pietro: 

Passando lungo il mare della Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori.
                                                                               (Mc 1, 16)

Però già qui mi sorge un piccolo ma serio dubbio: Simone è un nome di origine ebraica; ed ha la stessa origine etimologica tra l'altro di Samuele. Vale a dire che entrambi hanno a che fare con "l'atto di ascoltare".
Per gli studi che ho fatto so bene che Andrea è invece di origine greca, da ἀνδρεία (=andrèia), cioè, "valore" e "virilità". 
Per cui, come mai un nome di derivazione greca per un uomo che doveva essere stato nativo della terra d'Israele? 
Ma, tornando a ciò che sappiamo della sua biografia, Andrea e Pietro erano entrambi pescatori. Ed entrambi erano stati chiamati da Gesù per divenire "pescatori di uomini", traducibile anche con "pescatori di anime":

Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini
(Mc 1, 17)

Eusebio di Cesarea, vescovo e consigliere dell'imperatore Costantino, nella sua opera intitolata Origini scrive che Andrea aveva viaggiato in Asia Minore e lungo il mar Nero.

Andrea aveva indicato a Gesù il ragazzo che portava la cesta con i pesci e il pane.

Secondo la tradizione, dopo la Pentecoste Andrea aveva predicato in diverse regioni. E' stato crocifisso in Grecia a Patrasso (città dell'antica Acaia), intorno al 60 d.C., durante il regno di Nerone.
Sant'Andrea è anche patrono di Patrasso e addirittura patrono della Russia e della Romania, visto che, un'agiografia del XII° secolo, lo descrive come viaggiatore delle terre del Volga e dei territori della Dacia (attuale Romania).
La tradizione vuole che Andrea sia stato crocifisso su una croce decussata (cioè a forma di "X"), per una sua scelta, dal momento che non aveva voluto uguagliare il martirio di Gesù.


ANDREA ZANZOTTO- POESIE E PARTI DI POESIE CON BREVI ANALISI:

"NEI CIMITERI FONTI":
(dalle "Poesie giovanili", 1938-1942)

Nei cimiteri fonti
dell'acqua e del verde
il paese riposa,
benigne erbe pascono
l'antica sera
e grave autunno 
nei laghi si trasfigura.

Alle affannate vendemmie 
gelide stelle donano conforto,
le ignare selvaggine
perirono tra i solchi
e tra i giardini
delle case gentili;
sotto i ponti e i confini
il silenzio muta e conforma
a sé l'oro dei climi in rovina,
di rosse bacche si macchia il vento
dei prati settentrionali.

Semplici colli corsi
dai fanciulli
valli innocenti dove odora il sonno
delle selve.

Ora denso di bene
è il sangue,
cibo santo ai suoi dolori
s'offre la terra.

Andrea Zanzotto avrà avuto 18-19 anni quando ha scritto questo componimento.
L'ambientazione è autunnale, settembre, per essere precisi, visto che si parla di "vendemmie". Siamo a inizio autunno e il nono mese dell'anno implica molto lavoro per i contadini: bisogna raccogliere i grappoli d'uva dalle viti, bisogna iniziare a conciliare in maniera intelligente il tempo della fatica con il tempo del riposo, visto che le giornate si accorciano e visto che quelle gelide stelle stanno ad indicare che le notti, in quel periodo dell'anno, non sono più calde o afose, ma molto fresche. 
Con l'inizio dell'autunno c'è anche l'inizio della caccia e il vento, immagine bellissima, sembra macchiarsi del colore rosso delle bacche. 
E le selve dormono. E' una personificazione questa, figura retorica che io adoro visto che mi riporta all'infanzia, ovvero, a quel mio sentimento animistico di fronte agli elementi della natura. Ero convinta che foglie, alberi, fili d'erba e fiori avessero un'anima e provassero dei sentimenti e che stelle e nuvole fossero in grado di ridere, piangere e pensare. Devo aver scritto qualcosa di simile quando ho scritto, un pochino di tempo fa, un post su Città vecchia di Saba.
I colli e le valli sembrano qui delle entità edeniche, in cui i bambini giocano e si rincorrono.
Il sangue (del poeta), che in realtà si riferisce alla sua voglia di vivere, assimila il bene e la bellezza del paesaggio.
la terra si offre come dono all'io poetico, e gli dà ristoro.

Mi sono resa conto di essere partita dalla seconda strofa... nella prima comunque, ci sono due immagini notevoli:
Soligo

1) Nei cimiteri fonti/dell'acqua e del verde= I cimiteri sono fonte d'acqua e del verde. Questo significa che dal ricordo dei suoi morti e dalla comunione con i suoi morti, il paese di Soligo trae vita. La presenza dei cimiteri non è dunque affatto negativa, visto che da essi pare sgorgare la vita, e nel legame con i morti, la serenità dei vivi.

2) benigne erbe pascono= Zanzotto, già intorno ai 17-18 anni, aveva letto (cercando di imparare il tedesco letterario da autodidatta) le poesie di Holderlin. Un verso di una poesia di questo romantico tedesco diceva: "pascono/ i greggi del cielo".

La metrica? Si tratta di versi di più tipi e sciolti, cioè senza rima.
Le strofe sono decisamente eterometriche: di diversa lunghezza e formate da versi di più tipi.
Tanto per farvi un esempio:
secondo la metrica italiana, che è l'aspetto matematico della letteratura, la terza strofa è formata da un settenario+ un quadrisillabo+un endecasillabo+un quadrisillabo.

PALPEBRA ALZATA
(da "IX Ecloghe", 1962)

Riporto soltanto i versi 23-31, perché proprio questi contengono un'immagine che mi piace un sacco.

(...)
mia terra, tu di crisantemi
folta, tu che scemi
in un circolo esile di sogni
e di sospiri,

del tuo latte mi sazi, mai sazio,
e mi riarmi di tutto il tuo spazio
cui giustamente dà fiore la luna
nota, e l'altra che ora
di sé svelata le menti innamora.

In questo componimento, l'io, anche qui lontano da ogni egocentrismo e tutto proteso verso ciò che gli offre la natura, si sente all'interno di un paesaggio madre che lo avvolge e lo nutre maternamente. E' culla della sua infanzia e della sua adolescenza. 

LE CASE CHE CAMMINANO SULLE ACQUE
(da "Dietro il paesaggio", 1951)

Le case che camminano sulle acque
e che vogliono dirmi
benvenuto, se scendo dalla sera,
le case che camminano sulle acque:
o tu che accetti la stretta dolce dei canali
e che ti lasci guardare
in tutte le tue nude grazie
fin che il mio pianto ti veli
fin che l’amor mio non ti renda
primavera delle mie parole
Mi dicevano ieri
che c’era posto anche per me
nella barca dal più bel tragitto
nel fiume dal più bel mantello;
ch’ero guarito coi capelli a bosco
d’un cielo azzurro e prossimo,
con le correnti intrecciate alle dita;
mi dicevano ieri
che dalla morte mi rieducavi
Le case che mi chiamano dalle acque:
forse un invito mi sarà
qui concesso, e forse il sonno;
vedrò tutta la mia fiducia
tutto lo spazio colmarsi di rive,
di fiumi come celeri conquiste,
d’acqua immenso vigore e moto adulto
Sono andato laggiù col fiume,
in un momento di noia le barche
le reti si sono lasciate toccare,
ho toccato la riva con la mano.
Anche qui si inizia con una personificazione: le case sembrano delle donne che camminano sulle acque.
E già da qui capiamo che si sta riferendo alla splendida Venezia.
E sta raccontando in versi di una giornata che ha trascorso a Venezia.
Anch'io ci sono andata recentemente (il 6 novembre, in un giorno di pausa dalle lezioni, sono andata a trovare mio cugino che ha la mia stessa età e che studia architettura allo IUAV).
Effettivamente, le vie strette e suggestive di Venezia, soprattutto in certi scorci sui ponticelli, danno come l'impressione che gli edifici siano costruiti sull'acqua.
Venezia, lo sapeva bene anche Zanzotto, è una città molto ricca di arte e di storia, ma dagli equilibri fragili (gli eventi di questo mese lo dimostrano).


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PER QUEL CHE RIGUARDA LE AVVENTURE DI UNA LICEALE INVISIBILE,  HO UN PO' DI NOVITA':

1) Al momento, il libro è reperibile off-line, presso: l'edicola di Giorgio Castioni (Sommacampagna, VR, Via Gidino, 1),  l'edicola di Sergio Castioni (Lugagnano, VR, Via Cao del Prà, 30), l'edicola "L'Arena" (Verona città, Via Leoni, 15), la libreria "Elephantsbooks" (Caselle, VR, Via Roma, 106), la libreria "L'Aquilone" (Verona città, Via Stella, 2).
Se vivete più o meno dalle mie parti, al momento il mio romanzo è presso queste sedi.
(Vi aggiornerò su ulteriori punti vendita nelle prossime settimane, magari per agevolarvi con eventuali regali di compleanno o di Natale. Il libro resta comunque ordinabile anche presso il sito della Feltrinelli.)

2) Punti vendita on-line:

https://www.ibs.it/avventure-di-liceale-invisibile-libro-anna-napponi/e/9788832102116

3) Martedì 10 dicembre, alle 16, presso la Sala conferenze della biblioteca comunale di Peschiera del Garda, ci sarà una presentazione da parte mia.

4) E' possibile che io riesca a fare una presentazione del libro anche alla sede della Feltrinelli di Verona, la città in cui studio. La sede Feltrinelli di Via Quattro spade, intendo, cioè quella in centro storico. Però in primavera. Anche qui, a febbraio vi saprò dire qualcosa di più preciso. Per il momento c'è solo un'intenzione appoggiata dal personale della libreria. Vedremo se si concretizzerà, spero di sì perché sarebbe qualcosa di veramente importante ed estremamente gratificante per me.


24 novembre 2019

Amore e morte ne "Il codice di Perelà":

La scorsa settimana ho dimenticato di spiegarvi una storia, inserita in quest'opera di Palazzeschi, nella quale sono riuscita a scorgere sia quasi tutta la tradizione letteraria italiana sia qualcosa in comune con la tradizione letteraria del Nord Europa!
Lo avevo proprio dimenticato... perdonatemi, ma credo siano le prime avvisaglie della demenza senile!! ;-)

A) IL THE':

Avevo detto che l'utero nero è il titolo del primo capitolo del Codice di Perelà. 
Il Thè, ovvero, il nome dato al secondo capitolo, include il momento in cui Perelà si trova a corte e, con le dame del regno, prende il thé di metà pomeriggio.
Anche in questo caso, Perelà non proferisce quasi parola, ma tutte le dame gli raccontano la loro storia di vita: le loro avventure, i loro viaggi e i loro amori spesso contrastati. 
Una di loro è la principessa Bianca Delfino Bicco Delle Catene che, nel ricordare il passato, confida il forte sentimento che nutriva per un giovane ammalato.

B) CONTENUTI DEL RACCONTO DI BIANCA:


La trama di ciò che l'aristocratica narra è sostanzialmente questa: la giovane Bianca, una ragazza orfana che prestava servizio presso una Corte, era disgustata dagli uomini.

Di animo sensibile, delicato e appassionato, si era innamorata più di una volta, e più di una volta era stata respinta o trattata con indifferenza. Per questo aveva deciso di vivere sola in una villa non lontana dalla Corte, suo "luogo di lavoro". La malinconica Bianca traeva un po' di conforto soltanto dalle visite, ogni sera, alla tomba della madre.
Ad un certo punto incrocia per la strada un giovane, "un ventenne, dolce figura dal portamento aristocratico e stanco, stanco da non potersi descrivere, di una spettrale magrezza, le guance infossate e bianche e gli occhi enormi in due profondità".
Per un po' di tempo, Bianca e il ragazzo si incontrano ogni sera. Ma... il giovane è ammalato.
"Il fanciullo (...) mi appariva più bianco ogni volta, e gli occhi sempre più neri (...)".
Una notte, all'interno del cimitero, entrambi si addormentano, ma soltanto Bianca si risveglia.
Disperata e piangente, si sente invadere da una strana forza fisica che la induce a prenderlo tra le braccia e a portarlo con lei, nella camera della sua villa. Ma poi ci ripensa: "il mio fanciullo era morto, era morto con me... per me... era morto davvero... laggiù... E io lo avevo portato via dal suo luogo... Perché lo avevo portato via?"
E così, con altrettanta energia, lo riporta all'esterno, nella natura, o meglio, al cimitero: "lo trascinai sul muro del cimitero e senza scomporlo, scansando le croci, le colonne mozzate, i cancellini, i cespugli, le piccole aiole, ritrovai il suo nido, il nostro (...)"

(*aiole nel toscano del primo Novecento, aiuole ai nostri giorni).

C) IL GUSTO GOTICO:


E' ancora novembre, mi raccomando. Il 24 di novembre. A Sant'Andrea mancano ancora 6 giorni. Questo è il mese della commemorazione dei defunti e degli alberi quasi spogli, non del "Natale alle porte", come la mentalità commerciale ci induce a credere! 

Ad ogni modo, a mio avviso c'è qualcosa di gotico in questo racconto. Il romanzo gotico è tipico più che altro delle tradizioni letterarie dell'Europa settentrionale, della letteratura anglosassone in particolare.
E' un genere che tra le caratteristiche principali prevede ambientazioni cupe, notturne ed inquietanti, conflitti interiori dei personaggi principali, presenze spaventose (mostri e fantasmi) e amori dall'esito infelice.
Il primo romanzo gotico, Il castello di Otranto di Horace Walpole , è uscito nel 1764. 
Poi vi inviterei a pensare ad un racconto del terrore di Edgar Allan Poe, cioè La caduta della casa degli Usher, dove assume un ruolo chiave la spaventosa apparizione del fantasma di Lady Madeleine, sorella di Roderick Usher. Altri elementi che rendono gotico questo racconto di Poe sono: il castello, tormentato da una violenta tempesta e la notte tormentosa durante la quale né il narratore né Roderick riescono ad addormentarsi.
Notate anche che nel romanzo gotico ricorre molto frequentemente il tema della morte.

Qui, in questa parentesi narrativa di questo benedetto anti-romanzo futurista, che cosa c'è di gotico?

- IL LUOGO E IL TEMPO: la sera e la notte, quando c'è buio, e il cimitero, spazio di sepoltura.

-L'AMORE INFELICE: La morte, prematura e drammatica, del ragazzo.

- IL CONFLITTO INTERIORE DI BIANCA SOPRAVVISSUTA: Era la mia ragione di vita e non è più vivo. Là fuori ho avuto paura che mi giudicassero un'assassina e così l'ho portato a casa mia, l'ho sdraiato sul mio letto ma... ho fatto bene? Perché l'ho privato di un ambiente che amava tanto? Ci incontravamo sempre di sera, al cimitero! Esco di nuovo, lo riporto là e staremo insieme almeno fino all'alba! Io l'ho ucciso! Con il mio amore.
(Per qualche attimo mi ci sono immedesimata!)

D) LA NOSTRA ESISTENZA E' UN PUNTO DI CONGIUNZIONE FRA LA VITA E LA MORTE:

Bianca inizia il suo racconto parlando dell'amore come un punto di congiunzione fra la vita e la morte.
Non solo l'amore è il punto di congiunzione fra la vita e la morte. Oserei affermare che la nostra intera esistenza è un punto di congiunzione fra la vita e la morte, perché gioia e sofferenza sono entrambe necessarie alla nostra formazione umana.
Nei momenti di gioia e nei periodi di serenità, sentiamo la vita pulsare e traboccare dentro di noi.
Nei momenti di sofferenza invece, sentiamo una sorta di privazione, una tristezza di nebbia, come dicevo io da bambina. 
Gioia e dolore, o compresenti o alternati. E' proprio questa la vita? Io credo di sì.
Nel dolore moriamo un po' dentro di noi, nella gioia viviamo, e il mondo stesso ci appare luminoso e ricco di vita.
E qui penso a Zanzotto, poeta trevigiano del Novecento, sul quale sto frequentando un corso di carattere quasi seminariale in facoltà. Nel suo saggio Luoghi e paesaggi, Zanzotto paragona il rapporto uomo-paesaggio a quello fra Pòros e Penìa del mito di Platone.
Eros è nato da Pòros (=ricchezza) e da Penìa (=povertà). Tra Pòros e Penìa c'è una mancanza, un senso di perdita. La loro unione ha a che fare con lo scambio. Anche tra l'io e il paesaggio avviene una sorta di scambio, dal momento che l'orizzonte psichico umano è limitato, è povero, e invece l'orizzonte paesistico è molto vasto, è inglobante e va ed andrà sempre al di là rispetto alle effettive potenzialità umane.

E) CHE COSA IN QUESTO RACCONTO RICORDA INVECE ALCUNI AUTORI DELLA CULTURA ITALIANA?

1) "La morte nel rigoglioso sbocciare di petali freddi". E' un'immagine riferita sia alla morte a 20 anni, sempre e comunque tragica, che alla "morte interiore" della Bianca giovane, che sopraggiungeva ad ogni rifiuto precedente all'incontro con il giovane nei pressi del cimitero. 

La giovinezza intesa come "primavera della vita" e accostata ai fiori è presente già in alcuni sonetti di Petrarca, come questo, che inizia con: "Tutta la mia fiorita et verde etade/passava" (=la vita del poeta inizia a declinare, dal momento che non è più poi così giovane).
La giovinezza paragonata ad un fiore c'è anche in Poliziano, seconda metà del Quattrocento, con il sintagma: "Cogliam la rosa" all'interno del componimento: I' mi trovai fanciulle, un bel mattino.
Vi ricordo che quel cogliere la rosa è riferito all'atto sessuale: siamo giovani ed energici... se non ora, quando altrimenti?
L'accostamento giovinezza=fiore compare sicuramente anche in Foscolo, nel sonetto In morte del fratello Giovanni: "gemendo/ il fior de' tuoi gentili anni caduto (ipallage + anastrofe)".


2) "Ci guardavamo come ci si guarda dentro lo specchio", dice Bianca, nel momento in cui rivela il primo incontro e le prime occhiate con il suo amato.
Io, da "romanticona", credo che ogni amante porti con sé il riflesso della persona amata.
Qui ho pensato sia a Torquato Accetto, Seicento italiano, epoca barocca, menzionato e un po' citato tra l'altro anche nel mio romanzo. C'è una poesia che inizia con: "Mirò lo specchio e di se stessa accorta/sospirò, gli occhi rivolgendo altrove/quella donna gentil che seco move/tutte le Grazie, e lieto Amor ne porta."
Ma in Accetto, ci sono soltanto lo specchio e la giovane donna, che sospira ricordando la transitorietà della propria "verde etade". Nel racconto di Bianca, l'incontro fra amante e amato è così intenso che i quattro occhi (=rispettivamente due ciascuno!!) divengono specchi nei quali riflettersi.
Non solo. 

Torquato Tasso e la sua famigerata Gerusalemme liberata. In altri post dedicati a questo poema l'ho detto: nel canto XVI° si trova l'idillio amoroso fra Rinaldo e Armida.

Sono abbracciati l'uno all'altra e Rinaldo tiene uno specchio, dove Armida contempla con piacere se stessa e lui, "con occhi accesi", si specchia negli occhi sorridenti di lei.
"L’uno di servitú, l’altra d’impero/ si gloria, ella in se stessa ed egli in lei./«Volgi,» dicea «deh volgi» il cavaliero/«a me quegli occhi onde beata bèi,/ché son, se tu no ‘l sai, ritratto vero/de le bellezze tue gli incendi miei;/la forma lor, la meraviglia a pieno/ piú che il cristallo tuo mostra il mio seno."

3) Non ho finito. " Era già cadavere quando Bianca lo incontrò la prima volta, quella notte di luna".

Cioè, era già malato, dice una dama, non appena Bianca si ferma con il racconto.

La luna qui, almeno a mio avviso, sembra una spettatrice delle sofferenze umane, delle sofferenze ingiuste, inspiegabili. Come quella di un ventenne malato.
La luna sorge nel cielo, ignara di tutto, ignara del male, ignara della precaria condizione umana.
Sembra una spettatrice di fronte al male, alle ingiustizie, al dolore e ad una tragedia troppo grande per poterle trovare una spiegazione razionale. E così forse è anche Dio: un debole spettatore lontano inafferrabile.
Quel che intendo dire è che questa luna potrebbe essere accostata alla luna leopardiana del Canto notturno di un pastore errante dell'Asia: "Intatta luna, tale/ è lo stato mortale. /Ma tu mortal non sei,/e forse del mio dir poco ti cale."

Ve l'ho detto, qui c'è quasi tutta la nostra letteratura! Palazzeschi è stato colto e poetico in questo punto del Codice di Perelà, è stato finissimo e coltissimo in questo passaggio e probabilmente, quando era in vita, non sapeva nemmeno di esserlo stato!
Credeva di aver scritto solamente un libro "leggero" e in contrapposizione con Marinetti!

15 novembre 2019

"Il codice di Perelà", Palazzeschi:

"è la mia favola più aerea, il punto più elevato della mia fantasia"
(A. Palazzeschi)
Edizione più recente della Oscar Mondadori
Il codice di Perelà è uscito nel 1911 e si presta ad una serie di riflessioni e di interpretazioni.
E' leggero, beffardo, leggermente onirico, leggermente cristologico.
L'ho letto in un periodo (=la fine di settembre) in cui avevo proprio bisogno di sorridere, in un periodo in cui le mie frustrazioni relazionali mi pesavano parecchio. 
Ho dedicato i miei anni di volontariato completamente al bene altrui. L'ho fatto con entusiasmo perché credevo fermamente nell'atto di poter dare una testimonianza di vita come animatrice, perché credevo di poter crescere nella fede (= e invece mi ritrovo più indietro di prima), perché credevo di poter trovare un po' di calore umano, di rispetto e di ascolto.
Comunque: 267 pagine divorate nel giro di due giorni! Eh sì: il Codice di Perelà non è brevissimo, ma mi ha anche un po' divertita.

0. RIMANDI:

Venerdì scorso ho accennato al Codice di Perelà. Anzi, ho messo in evidenza le forti differenze che intercorrono con After dark. 
Qui vi rimando al link nel quale potrete eventualmente rileggerle: 

1. LO STILE DEL CODICE DI PERELA':

Sembra quasi di leggere un testo teatrale, visto che quest'opera è piena di dialoghi. 
Il discorso diretto lo si trova praticamente in ogni pagina. L'autore riporta tutto ciò che la gente dice a proposito di Perelà, che è diverso dagli altri uomini proprio perché è fatto di fumo.
Vi dico già da subito che Perelà non parla quasi mai all'interno della storia. E' un semplice ascoltatore. Ascolta le dame presso la corte del re, i loro tormenti amorosi e i loro vissuti, ascolta i divertenti bisticci della gente, ascolta le considerazioni che gli altri hanno di lui.
Perelà dice soltanto: Io sono leggero, come ad intendere che, per 33 anni della sua vita, non è mai stato a conoscenza del male, che rende pesanti.
L'essere fatto di fumo in effetti, lo rende inizialmente agli occhi degli altri un essere straordinario, lontano da ogni corruzione morale.
Perché ho scritto 33 anni? Perché per 33 anni Perelà è nato all'interno di un camino, da dove poteva ascoltare i discorsi di tre vecchie che ogni giorno si sedevano lì vicine: Pena, Rete, Lama.
Aggiungo un'ultima cosa prima di caricare delle foto che ho fatto ad alcune pagine del romanzo: le virgolette basse, abbastanza rare tra l'altro all'interno del libro, introducono i pensieri e i ricordi di Perelà (=che a dire il vero, anche questi sono pochi all'interno del racconto, ma non perché Perelà sia irriflessivo, quanto piuttosto perché si pone l'accento sui pensieri e sulle opinioni condivise della gente su di lui):
p.7

p.8

p. 9
p.10

2. CONTENUTI GENERALI DEL LIBRO:

Dicevo che la folla del regno sconosciuto in cui è ambientata la storia accoglie benevolmente e con entusiasmo Perelà, entità curiosa e vergine in tutti i sensi. 

1) E' di fumo, non di carne. A differenza di qualsiasi altro uomo, Perelà non è stato concepito durante un atto sessuale, ma è nato (stranamente) dal fumo accumulatosi in un camino otturatosi nella sua sommità. Quel camino che è chiamato utero nero.
Perelà non è nato dal sesso e, nella sua permanenza in quel regno, non può né innamorarsi né provare attrazione sessuale per alcuna donna. E' leggero, è asessuato.

2) Vede per la prima volta il mondo a 33 anni. E lo osserva con occhi vergini. Appare una creatura di materia evanescente, inconsistente, che non è in grado di comprendere falsità, cattiverie, menzogne, invidie, stoltezze, follie.
Improvvisamente, un giorno ha perso la sua immobilità all'interno del camino ed è uscito a conoscere il mondo e ad esplorarlo. Ma mai Perelà ha preteso di essere un protagonista, mai ha preteso di essere al centro dell'attenzione della gente.

Ad ogni modo, Perelà viene portato a corte, dove conosce una serie di ministri e di signore altolocate. Tutti lo ammirano, tutti lo trattano, come diciamo noi ai nostri giorni, "con i guanti di velluto".
Viene addirittura incaricato di redigere un nuovo Codice di leggi che sia in grado di risolvere questioni lasciate irrisolte dalle leggi precedenti, ritenute decrepite e grinzose.
 "Da lui possiamo attenderci solo opere di purezza e di equilibrio",  dice il sovrano del regno.
Perelà prende i tè con le signore, partecipa alle feste di ballo, visita alcuni luoghi del regno (tra cui i villaggi Delfo e Dori, separati da un fiume, e il prato dell'amore, costeggiato da un viale di ippocastani nel quale le coppie passeggiano fino a sera).
Tutto va benone finché Alloro, fedelissimo servitore del re, non viene trovato impiccato e carbonizzato nei sotterranei di corte. Al vedere lo scabroso spettacolo, Perelà dice:" Voleva divenire leggero".
Ed ecco che subito viene accusato di cinismo, di indifferenza. Il Consiglio di Stato si riunisce in sua assenza, per giudicarlo colpevole della morte di Alloro.
L'atteggiamento verso Perelà cambia radicalmente: "E' il figlio di Belzebù!", "Proviene dall'Inferno!", "Ha ingannato l'opinione pubblica!".
Da una parte dei sudditi è ritenuto persino colpevole di omicidio.
Subisce anche un pestaggio da parte dei bambini (pestare un uomo di fumo... come si fa??).
Ecco allora che arriva il momento del processo, durante il quale Perelà viene ingiustamente calunniato. Tutte le accuse che gli rivolgono sono infondate, ma quasi tutti sono d'accordo: il popolo si lascia influenzare dai membri del Consiglio e le donne, quasi tutte tranne Oliva di Bellonda, marchesa realmente innamorata di Perelà, lo abbandonano e lo disprezzano. 
Oliva di Bellonda, con la sua sensibilità e la sua dolce malinconia, sostiene l'innocenza dell'omino di fumo. E' coetanea dell'omino di fumo. Segue i suoi veri sentimenti, segue il proprio pensiero, non quello della massa, e per questo viene emarginata e denigrata anche lei. Le altre dame la chiamano, in tono derisorio: la signora Perela'.
Perelà viene condannato alla prigione, o meglio, ad essere murato vivo sulla cima di un monte.
Ma vola via dalla prigione.
Per cui, di fatto, il Codice non lo scriverà mai.

3. MAFARKA IL FUTURISTA E PERELA':

In aula una volta abbiamo confrontato Perelà con Mafarka, il guerriero africano protagonista del romanzo di Marinetti, uscito un anno prima, cioè nel 1910, e successivamente condannato per oltraggio al pudore.
Guardate che, come ho fatto per i post su After Dark, Lauri senza fronde e i romanzi della nostra letteratura industriale, sto scrivendo a memoria tutto ciò che so.
Sto copiando soltanto le citazioni dal libro di testo. Direi che la media del 29 me la mantengo anche per questo secondo anno!
Eccovi qui una tabella che paragona i due "eroi":


MAFARKA
PERELA’
Stile roboante, pomposo. La dedica al romanzo sembra una chiamata alle armi dei compagni futuristi: “Grandi poeti incendiari! Fratelli miei futuristi! (e li nomina)” Tra i nomi anche Palazzeschi.
Stile semplice, dialogico. La dedica in questo caso è: “a quel pubblico che ci copre di fischi, di frutti e di verdure. Noi lo ricopriremo di opere d’arte”.
Titolo primo capitolo: “Lo stupro delle negre”.
Dove si racconta come i soldati stuprano un gruppo di adolescenti africane, sulle rive di uno stagno.
Titolo primo capitolo: “L’utero nero”.
E’ un camino.
Non ha nulla a che fare con la violenza, anzi… spiega la natura innocente  di Perelà.
Odia le donne. Partorisce da solo il proprio figlio. (Ma… è un uomo o un organismo procariote??)
Non odia nessuno. Ma non può amare.
Prime tre parole del romanzo: “Cane! Scorpione! Vipera cornuta!”
Prime tre parole del romanzo: “Pena! Rete! Lama!”

* Partorisce da solo il proprio figlio, odia le donne... Ma che razza di stupido! Senza le donne non ci sarebbe l'umanità. Senza le donne vere non ci sarebbero valori, né tenerezza, né forza d'animo!

4. LE ORIGINI DEL NOME DI PERELA':


Chiamiamolo Perelà! dice una delle guardie del Regno, poco prima che l'omino di fumo entri alla corte reale.
Questo nome ha due origini:

A) PERELA' viene dalle prime sillabe di Pena, Rete, Lama.
B) PERELA' ha però anche una derivazione meno intuitiva: viene anche da un proverbio toscano, che fa: mezza pera, mezzo refe, mezzo topo, mezza lana è un paese di toscana.      

*Aldo Palazzeschi (alias Giurlani. Palazzeschi era il cognome della nonna materna) era fiorentino.     

5. ASPETTI CRISTOLOGICI:

Sinteticamente li segnalo qui sotto:

- Come Cristo, Perelà ha 33 anni.
-Come Cristo, Perelà viene processato, accusato ingiustamente. E condannato giustamente. Cristo però è condannato ad una morte infame, alla crocifissione. Perelà all'isolamento sulla sommità di un monte. Murato vivo.
-Come Cristo, Perelà non resta sconfitto dalla cattiveria delle folle. Cristo risorge, Perelà vola via. Sparisce. Entrambi divengono esseri non più presenti sulla terra.