27 agosto 2026

Biografia di Costantino (I)

17) L'IMPERATORE COSTANTINO: TRAME DI STORIA E MAPPE DI POTERE

In questo e nel prossimo post riassumerò le fasi di vita, gli episodi più significativi e i contenuti delle fonti inerenti al primo imperatore cristiano. 

Tuttavia non mancherò di proporvi alcune riflessioni storiche e qualche puntualizzazione geografica.

Ho desunto i contenuti della vita di questo imperatore dal libro di Arnaldo Marcone intitolato Costantino il Grande, un saggio storico piuttosto accattivante che conferisce alle cartine geografiche l'importanza che meritano.

A) Le umili origini:

Costantino era figlio di Costanzo Cloro, ufficiale romano, e di un'ostessa di nome Elena.

Nel IV° secolo Sant'Ambrogio, all'epoca vescovo di Milano, scriveva che Elena era una stabularia, ovvero, un'inserviente addetta alle stalle nei luoghi in cui si facevano sostare i cavalli.

A lei Ambrogio attribuiva anche il ritrovamento di una croce durante un viaggio in Terrasanta.

Sempre nello stesso secolo, lo storico Eutropio affermava che la madre di Costantino sarebbe nata intorno al 248 d.C. a Drepanum, una piccola città della regione chiamata Bitinia, a nord-ovest della Turchia.

Drepanum costituiva uno scalo portuale abbastanza importante nell'età romana imperiale.

La cittadina era poi stata denominata Helenopolis in onore della madre. 

Attualmente, questo centro abitato è identificabile con Izmit (40°N-30°E), poco lontano da Istanbul.

Il seguente link di Google Earth vi fa accedere ad una mappa dettagliata delle strade e dei monumenti della Izmit contemporanea:

https://earth.google.com/web/search/IZMIT/@40.7737478,29.94935323,34.32988761a,7678.81728631d,35y,-0h,0t,0r/data=CnQaRhJACiUweDE0Y2I0ZjY2NjQ0YmZiOWQ6MHg4MjY5MGVlNzU4NmI3ZWI5GRWD0fb5YURAISZJIdrY8D1AKgVJWk1JVBgBIAEiJgokCR41GM8ZhzNAER81GM8ZhzPAGXoPGaVlKUlAIXsPGaVlKUnAQgIIAToDCgEwQgIIAEoNCP___________wEQAA

L'antica Drepanum era affacciata sul Golfo di Nicomedia che fa parte del Mar di Marmara, compreso fra la Tracia e la penisola anatolica. 

Questo mare, la cui superficie misura circa undici chilometri quadrati, prende il nome dall'isola di Marmara, situata al suo interno e celebre per le cave di marmo bianco.


Ad ogni modo, l'unione tra Elena e Costanzo Cloro non era mai stata legalizzata.

Si tramanda che il padre del futuro imperatore fosse da un lato un soldato onesto e leale con i superiori, dall'altro invece molto severo con i suoi sottoposti.

Ammirevole risultava inoltre la sua ascesa sociale, molto difficoltosa per chiunque in un periodo travagliato e caotico come il III° secolo d.C.

Costanzo invece era dapprima divenuto protector presso il quartier generale dell'imperatore, poi governatore della Dalmazia e, nel 288, prefetto del pretorio.

Si è supposta la nascita del figlio Costantino nel febbraio del 272, in Illiria, l'attuale zona balcanica.

Abbiamo pochissime notizie sulla sua infanzia e anche sulla sua adolescenza.

Una fonte posteriore ci ha trasmesso un soprannome non proprio lusinghiero a lui affibiato, ovvero, trachala, "collo di toro". 

Per quali ragioni? Alcuni storici collegano questo termine con alcuni tratti che potrebbero essere appartenuti alla personalità di Costantino fin da giovanissimo, ovvero, la tendenza alla collera e ad una rabbia talvolta spropositata, oppure la notevole forza fisica.

Tuttavia, credo sia opportuno ricordare che Costantino non è stato l'unico imperatore ad aver avuto origini modeste e non aristocratiche.

Penso a Massimio il Trace, figlio di un Goto e di una donna proveniente dalla popolazione Alana (iranica), divenuto imperatore tra il 235 e il 238.

Nell'Historia Augusta, fonte tardo-antica, Massimino risulta il primo imperatore soldato eletto nel pieno del III° secolo d.C. con il consenso delle legioni.

Dopo aver ottenuto notevoli successi militari sul Reno e sul Danubio, sconfiggendo sia i Sarmati sia gli Alemanni, aveva imposto una durissima pressione fiscale per finanziare l'esercito, inimicandosi il Senato romano.

Massimino il Trace era stato assassinato ad Aquileia, probabilmente dai soldati della legione Partica.

B) La situazione dell'Impero durante il governo di Diocleziano:

Con la tetrarchia, ideata da Diocleziano negli ultimi anni del III° secolo, i titolari del potere imperiale risultavano quattro persone: due augusti, Diocleziano e Massimiano, e due cesari, Costanzo Cloro e Galerio.

Tutti loro avevano fatto carriera nell'esercito. 

Ecco le suddivisioni dei territori:

Nel 296 d.C. Costanzo Cloro aveva riconquistato la regione della Britannia.

Poco tempo dopo, con un decreto, Diocleziano faceva perseguitare i cristiani, vent'anni dopo la sua salita al trono. 

Per quale motivo non si è occupato subito di far emanare decreti contro i cristiani?

L'ipotesi più accreditata sembra la priorità dell'impegno di questo imperatore nel voler sconfiggere prima di tutto i nemici esterni.

Nel 305 d.C. avviene l'abdicazione congiunta dei due augusti, a seguito di un giuramento nel tempio di Giove capitolino a Roma. Si ritiene probabile che Massimiano sia stato indotto dall'imperatore, il quale voleva verificare l'efficacia del sistema tetrarchico, a rinunciare al potere.

Così inizia un periodo di conflitti.

L'anno successivo avviene la morte di Costanzo Cloro a York e, prontamente, i soldati fino ad allora a lui fedeli e sottoposti, eleggono suo figlio Costantino. 

Quest'ultimo dimostra il suo valore militare respingendo le incursioni dei Pitti, antica popolazione celtica e all'epoca residente nell'attuale regione scozzese.

La Gallia diviene territorio alla base del potere di Costantino che, eletto tetrarca a 34 anni, ed era rimasto da poco vedovo di Minervina, la sua prima moglie morta di parto dopo aver dato alla luce il figlio Crispo.

La sua seconda coniuge era Fausta, figlia di Massimiano e sorella di Massenzio, suo futuro rivale. 

Questo secondo matrimonio era stato celebrato a Treviri, capoluogo della Gallia.

C) Panegirici, epifanie divine e tipi di propaganda prima del 312:

Nel Panegirico risalente al 310 di un autore anonimo si supponeva che Costanzo Cloro sarebbe stato figlio dell'imperatore Claudio il Gotico.

Questa ipotesi aveva contribuito in modo significativo alla diffusione della nuova ideologia politica costantiniana, dato che anche Costantino sembra un predestinato al trono imperiale.

All'interno di questo testo, il panegirista narrava l'episodio di un'epifania divina, fattore di rilievo nella costruzione delle ideologie imperiali.

Eccovi il riassunto della vicenda: mentre si allontanava da Marsiglia, Costantino aveva ricevuto la notizia della fine dell'insurrezione dei popoli barbari lungo il fiume Reno. 

Al momento dell'annuncio, la comitiva imperiale era vicina ad un famoso santuario di Apollo, dio del Sole in Gallia. 

Una volta raggiunto questo luogo, sarebbe apparso il dio accompagnato dall'allegoria della Vittoria che offriva a Costantino una corona d'alloro come presagio augurale.

All'interno del Panegirico del 310 si allude anche ad un'attività edilizia che ha coinvolto Treviri, capoluogo della regione gallica:  

Vedo il Circo Massimo che, mi sembra, compete con quello di Roma, vedo la basilica e il Foro, opere regali, e la sede della giustizia (aula palatina) innalzarsi così in alto da apparire degna delle stelle e del cielo e quasi vicina a loro.

Non siamo in grado di verificare l'attendibilità dell'affermazione sul Circo Massimo di Treviri. 

Tuttavia, sappiamo che le dimensioni della basilica erano imponenti e maestose. Oltre a ciò, lo erano anche quelle delle terme, nella parte meridionale dell'area intorno alla basilica, che si estendevano per circa duecentosessanta metri da est a ovest.

20 agosto 2026

"LE CITTÀ DI PIANURA"

Le città di pianura è un film molto recente. 

Nel corso di quest'estate ho voluto vederlo per ben due volte: la prima, a inizio luglio, quando l'ho trovato un film piuttosto noioso e finalizzato a diffondere un'immagine negativa e distorta della regione Veneto e dei miei corregionali.

La seconda, con Matthias, una settimana prima di Ferragosto. In questa occasione ho rivalutato la proiezione: i protagonisti mi stanno anche simpatici e, oltre a ciò, ho individuato qualche spunto di riflessione.

Le città di pianura non mi è dispiaciuto. A Matthias invece è piaciuto molto ed ha individuato molti più aspetti significativi rispetto a me.

  • Il contenuto del film è un insieme di storie reali raccontate che riguardano le generazioni precedenti alla nostra. Tra queste, una serie di azioni e di scelte, qualche volta illegali oltre che scorrette, come imbucarsi alle feste, raggiungere la Slovenia per acquistare e rivendere sigarette, frequentare le case chiuse in Austria, fondare un'attività illegale e poi scappare in Argentina per evitare processi e sanzioni pesanti, fingersi dei professionisti per scroccare alcol e sigarette ad uno sconosciuto benestante proprietario di una villa. 
  • Nella prima scena del film un dirigente d'azienda regala ad un dipendente storico un orologio d'oro in occasione del suo pensionamento. Fino a pochi anni fa anche questo, nella nostra regione, era una tradizione. In questa parte del film è ben presente anche l'immagine, spesso falsa, dell'azienda come una grande famiglia.
  • Alcune delle tematiche fondamentali dell'opera di Francesco Sossai sono la decadenza industriale del Veneto orientale, il problema, molto conosciuto, dell'alcolismo nella nostra regione, la nostalgia di un tempo che non c'è più (gli anni Novanta nel caso dei due protagonisti ultra-cinquantenni, Carlo Bianchi e Doriano) e la tendenza ad un'ottica costruttivista, ben visibile in questo dialogo con Giulio, studente in Architettura che incontrano ad una festa di laurea dove, una notte, si sono imbucati:

Carlo Bianchi: «Avevamo scoperto il segreto del mondo ma non ce lo ricordiamo.»

– Giulio: «Era il segreto del mondo? Del vostro mondo o del mondo?»

– Carlo Bianchi: «E che differenza fa?»

  • Con Giulio nasce un'amicizia spontanea. Doriano e Carlo, che sono  due ex operai, gli vogliono bene e, pur con i loro limiti e pur con una vita di fallimenti alle spalle, diventano delle guide per questo ragazzo timido, riservato e lontano da Napoli, la sua città d'origine e lontano dalla famiglia. Lo aiutano a diventare più sciolto, più sicuro di se stesso e a cogliere le opportunità del presente prendendo iniziative con Giulia Antonia, anche se innamorarsi di lei non è il massimo: alla sua festa di laurea la ragazza sniffa cocaina in bagno con un altro giovane. Comunque, questi due ex operai non sono esempi di vita: fino agli anni Duemila lavoravano in un'azienda di occhiali (la Lux Ottica probabilmente) di cui vendevano gli scarti illegalmente. Mentre il loro amico e complice Eugenio era fuggito in Argentina una volta scoperto, Carlo e Doriano hanno speso questi guadagni in automobili di lusso.
  • Carlo e Doriano vivono nel passato. Infatti in una scena, i paesi e le strade tracciati su una cartina rappresentano il tentativo di dare di nuovo un nome e un senso a un paesaggio dimenticato. I due uomini riescono a localizzare bene i bar, le trattorie, i ristoranti che fanno parte del loro mondo, ma confondono l'aeroporto di Mestre con quello di Treviso e, inoltre, non sanno nulla a proposito dei
    "luoghi di cultura" o di posti che hanno un certo simbolismo architettonico come il cimitero Brion. Giulio, grazie ai suoi studi, spiega loro il significato dei materiali impiegati per costruirlo: il cemento rappresenta la solidità del monumento mentre le vetrate e le decorazioni circolari rimandano alla leggerezza. Ho pensato che questi materiali rimandano sia ad un mondo che sta scomparendo e a cui i due ex operai si sono affezionati sia alla modalità narrativa del film che tratta temi amari e pesanti, fallimenti gravi, ma con una punta di umorismo che ammorbidisce l'atmosfera.
  • Il Veneto è conosciuto per le località marittime e montane. In questo film, durante una pubblicità di mobili, c'è un riferimento a San Donà di Piave, paese di pianura in provincia di Venezia ma non molto lontano dalla laguna. La pianura veneta è lo sfondo del viaggio in auto dei protagonisti e rappresenta i luoghi che hanno perso la spinta economica di 30 anni prima. 
  • Ho visto un'analogia con La Coscienza di Zeno. 
    L'ultima birra, l'ultimo bicchiere non è mai davvero l'ultimo per i personaggi principali, proprio come le sigarette per Zeno Cosini. Vivono così: da alcol-dipendenti, da disoccupati cronici senza prospettive e senza obiettivi. Da una parte, il personaggio di Svevo non sa scegliere ed è pieno di contraddizioni, dall'altra, Carlo e Doriano sono persone fragili che non sentono più il bisogno di dare un senso alla loro vita.
  • Sono ben presenti i pregiudizi verso Sud Italia: "è del Meridione ma è un gentiluomo" dicono i due veneti di Giulio, quando una notte, ubriachi fradici, vengono ospitati da una donna che dovrebbe essere o la madre o la sorella o comunque la parente di uno dei due. O anche nell'episodio in cui Carlo e Doriano, accompagnati da Giulio, si intrufolano nella villa di un conte, fingendosi architetti. Quando il ragazzo, l'unico davvero competente in materia di costruzioni, consiglia al conte di ricorrere al TAR, il proprietario della villa gli dice: "Bravo. Alla faccia del fatalismo del Meridione".
  • Nel finale i due protagonisti mangiano un gelato. Sembra che la stagione primaverile si sia avviata e, sullo sfondo, ci sono le catene montuose del bellunese. Forse si trovano a Feltre. Il gelato più piccolo doveva essere un cono al limone, gusto amaro, invece, il gelataio ha sbagliato, si è confuso con il fiordilatte, gusto dolce. Il gelato più grande, che sembra yogurt, cade a terra, sull'asfalto, investito dai veicoli che passano lungo la strada. I due gusti rappresentano sia l'amarezza di una vita di aspettative infrante  (il limone) sia quel tocco di dolcezza che Carlo e Doriano possono ancora vivere, con la loro amicizia (il fiordilatte).

13 agosto 2026

"Il marito di Elena", G. Verga:

 16) IL FALLIMENTO ESISTENZIALE

Il marito di Elena, scritto nel 1882, è un romanzo psicologico di poco posteriore ai Malavoglia.

A) INCIPIT:

Camilla picchiò all'uscio mentre i genitori stavano per andare a letto e disse: "Elena è fuggita".

Don Liborio rimase con lo stivaletto in mano, sbalordito. Poi andò ad aprire zoppicando, pallido come un morto. 

La figliuola, con la sua voce calma di ragazza clorotica, ripetè tranquillamente: "L'ho cercata dappertutto. Non c'è più".

Allora la mamma si rizzò a sedere sul letto e cominciò a strillare: "M'hanno rubata mia figlia!".

Ma chi è Elena? Per quale motivo è fuggita?

B) PERSONAGGI PRINCIPALI:

Napoli, fine XIX° secolo.

Elena e Camilla sono le figlie di Don Liborio, funzionario borbonico in pensione.

Le ragazze, appartenenti all'alta borghesia, sono state educate ad una vita di agi: è stata loro impartita una cultura letteraria e musicale. Oltretutto, in entrambe appare chiara anche la predisposizione al ricamo.

Dal momento che la loro condizione economica è molto agiata, non hanno necessità di trovare un lavoro, bensì dei mariti facoltosi.

Camilla è fidanzata da anni con Roberto. 

Si tratta di una coppia "tiepida": i due giovani sembrano non evolvere mai e il loro affetto reciproco sembra ridotto "a lumicino". 

Roberto infatti, pur frequentando da diversi anni la casa di Don Liborio, nel suo ambiente lavorativo non ottiene mai una promozione che comporterebbe la concretizzazione del matrimonio, oltre ad un significativo aumento di stipendio.

Elena e Cesare, invece, risultano attratti l'uno dall'altra sin dal primo istante in cui si incontrano. Hanno poco più di vent'anni e nessuno di loro due ha mai sperimentato relazioni profonde e autentiche.

Inoltre, né l'uno né l'altra sanno che cosa sia effettivamente l'amore vero: se da un lato la ragazza è sempre stata protetta tra le mura domestiche e ha goduto di precettori a domicilio, dall'altro, Cesare è stato spedito in un collegio per molti anni per volontà di uno zio sacerdote.

La fuga di Elena e Cesare è una reazione puramente emotiva ed istintiva, scaturita a seguito della scoperta da parte dei genitori di Elena di un segreto scambio epistolare tra i due giovani.

Prima del matrimonio i due ragazzi trascorrono molte ore da soli la notte, lungo le strade deserte di Napoli, lontani dalle rispettive famiglie. 

Solo in quel momento prendono atto sia della loro mancanza di mezzi economici che di prospettive concrete per il futuro. 

D'altronde, nei primi capitoli di quest'opera, Cesare Dorello è un neo-laureato in Legge senza lavoro che deve ancora iniziare un praticantato presso uno studio legale cittadino. 

Vorrei chiudere il paragrafo con il riferimento ad un dipinto impressionista di Silvestro Lega intitolato I fidanzati (1869).


Il quadro, ambientato nelle campagne fiorentine all'ora del crepuscolo, ritrae una coppia della media borghesia, scortata da una parente e da due bambine.
Nell'altro secolo infatti era ritenuto oltremodo sconveniente che due fidanzati o, comunque, un uomo e una donna entrambi giovani, trascorressero del tempo da soli senza la sorveglianza di qualche familiare o domestico.

Tra Elena e Cesare la differenza di classe sociale è evidente e influirà molto, nel corso dei successivi capitoli del romanzo, sulla qualità della loro relazione coniugale.

Già i lettori riescono ad intuirlo mediante le seguenti asserzioni dell'autore:

Da ragazzo (Cesare) era sempre vissuto in mezzo a quella miseria decente che stende una tinta grigia su tutti gli atti della vita e li regola con un calcolo implacabile, che dà un'enorme importanza alla ricchezza per il penoso e continuo contrasto tra l'essere e l'apparire.

C) IL MATRIMONIO TRA ELENA E CESARE:

Dopo le nozze, Elena e Cesare si stabiliscono presso la tenuta di Rosamarina, ad Altavilla.

In questa breve parte del romanzo, la ragazza sembra felice, spensierata, adorante verso il marito, ben inserita in un contesto di vita di campagna. 


Compaiono descrizioni simil-pittoriche di un idillio campestre:

All'alba correva nei campi velati dalla nebbia del mattino, in mezzo alle allodole che si levavano trillando verso il cielo color di madreperla, ancora spettinata, senza guanti, tenendo a due mani il lembo del vestito, respirando a pieni polmoni l'aria frizzante e imbalsamata di ramerino. Godeva in sentire la frescura della rugiada sotto i piedi. Le piaceva sdraiarsi sull'erba sempre verde, in mezzo al folto delle macchie, nelle ore calde del meriggio, supina, colle braccia in croce sotto l'occipite (...).

Elena era forse la sola che fosse orgogliosa di possedere quel paesaggio. Il sentimento della proprietà nasceva e si sviluppava in lei con alcunché di artistico e di raffinato. Quando il sole tramontava nella sua vigna, aveva là, e non altrove, quegli ultimi effetti di luce calda e dorata sulle foglie ingiallite, sul verde cupo dei roveti che imboscavano il vallone, sulla grigia montagna di granito tinta di roseo e di violetto pallido.

Tuttavia, questa beatitudine dura poco.

Cesare vive molto al di sopra delle proprie possibilità economiche per assecondare i desideri di sfarzo e di vita sociale intensa e dispendiosa di una moglie viziosa e viziata, senza mai dirle chiaramente di essere sommerso dai debiti.

Si tratta di una vita coniugale all'insegna dell'incomunicabilità!

E qui, per antitesi e per contrapposizione, vorrei ricordare in modo sommario i contenuti della canzone Mirrors di Justin Timberlake, uscita nella ormai lontana primavera del 2013:

"It's like you're my mirror, my mirror staring back at me / I'm looking right at the other half of me".

In quel periodo era il mio brano preferito e, a mio avviso, il migliore di quel cantante statunitense.

Il volto, gli occhi e l'interiorità della persona amata divengono uno specchio di ciò che si prova nelle relazioni in cui la nudità emotiva precede quella fisica e, soprattutto, se il dialogo è la modalità con cui due persone tengono viva la relazione.
Che ricordo che ho sbloccato... stavo terminando il penultimo anno di liceo e quelle parole mi facevano sognare oltre lo schifo e le ipocrisie del liceo.

Ad ogni modo, il passaggio che sto per citare è emblematico e chiarisce come il non detto diventi fonte di disagio e di imbarazzo per paura di perdere l'amore, l'affetto e la stima:

Cesare, nelle maggiori effusioni del suo affetto, subiva un inesplicabile imbarazzo vicino a lei; sembrava che una parte di quella donna, entrata a metà in tutta la sua esistenza, che faceva parte di sé, gli fosse rimasta estranea e sconosciuta. Allorché se la teneva fra le braccia, stretta, e non avrebbe voluto lasciarla più, sentiva una specie di sgomento (...).

Elena, a poco a poco, diventa insofferente e infastidita dal marito. 

Nel corso della storia lo tradisce più volte: la prima con Don Peppino, il figlio della baronessa del paese vicino alla loro villetta. 

Ho trovato curiosa la lettura di una similitudine che Verga attribuisce a quel che Don Peppino prova per Elena dato che lo definisce ossessionato da lei come un tredicenne.

Come un tredicenne... è quindi un amore profondo, equilibrato ed autentico? 

No, è una fissazione. 

Come le prime forti attrazioni che si provano all'inizio dell'adolescenza, in un'età, i tredici anni, nella quale il corpo è in pieno cambiamento, la corteccia pre-frontale in via di sviluppo e la sinaptogenesi ancora molto rapida, secondo la neuropsichiatra Sarah Blakemore.

Non molto tempo dopo la fine dell'attrazione tra lei e Don Peppino, Elena instaura una relazione che presto diviene un rapporto fatto di intensa fisicità con il giovane Cataldi. 

Ecco come l'autore ci presenta questa figura:

Cataldi era un giovanotto il quale spendeva pazzamente il denaro che non aveva, biondo e delicato come una fanciulla, bel giocatore carico di debiti, audace cogli uomini e impertinente con le signore. Elena sorrideva volentieri con quel pazzo (...)

Eppure, questo personaggio si dimostra estremamente lucido quando descrive il carattere di Elena:

"Ella non amerà mai altri che se stessa".

Alla giovane donna si rivolge così, in modo decisamente sfacciato:

"Voi avete tutti i miei difetti. Siete egoista, insensibile, vana. Voi non amerete mai".

Forse alcuni di voi si staranno chiedendo: ma è veramente innamorato di lei? L'ha mai amata davvero e con sincerità?

No! Prima la seduce e poi la abbandona, partendo per gli Stati Uniti.

Personalmente considero Cataldi un uomo sveglio, brillante ed intraprendente. Tuttavia, la sua gran dose di cinismo e di narcisismo trasforma la sua schiettezza in maleducata sfacciataggine, non rendendolo capace di rispettare gli altri né di volere il loro bene.

Infine, degno di menzione è anche il Duca Aragno che, durante i ricevimenti, le dedica addirittura delle poesie con la finalità di esaltarla. Anche questo: che personaggio penoso!

Cesare come reagisce pur sapendo?

Si mostra quasi sempre taciturno, cupo e geloso, dato che Elena è molto più a suo agio la sera in società che non in sua compagnia.

Quando, ad esempio, scopre il tradimento della moglie con Cataldi, non riesce ad affrontare l'argomento, pur soffrendo moltissimo.

A mio modesto avviso, quando ci si accorge di un episodio così grave come l'infedeltà da parte dell'altro coniuge, meglio litigare urlando con il pianto in gola piuttosto che allontanarsi da casa, camminare ore e ore in strada, cenare tardi, con le lacrime che scendono copiose e da soli con una minestrina e avvicinarsi al letto coniugale accarezzando i capelli alla moglie. 

Questa, di fatto, è la debolissima e un po' contraddittoria reazione di Cesare. 

Si tratta di un uomo avvilito per due ragioni:

  • la sua vita coniugale è un vero disastro. A causa di questa stessa deve far fronte ad un sacco di debiti, motivo per cui continua a chiedere soldi allo zio parroco e agli amici.
  • Si rende conto che la strada per emergere nel suo settore professionale è molto ardua.

Dopo diversi anni in veste di avvocato che non vince mai una causa in tribunale, Cesare diviene procuratore legale, posizione che suscita giudizi piuttosto pesanti da parte del suocero Don Liborio, il quale lo vorrebbe meno fragile, più ambizioso e più combattivo.

Per buona parte della lettura di questo romanzo ho pensato che, entrambi i protagonisti di questa drammatica storia, si trovino soli con i propri limiti.

Un altra tematica abbastanza significativa all'interno di questo romanzo è la solitudine. Elena e Cesare sembrano due pezzi di puzzle di cartone rovinati o rotti; e lo dimostra il fatto che quasi ogni sera, nella terrazza della loro residenza di campagna, non riescono a dirsi una parola.

Nemmeno la maternità di Elena migliora il loro rapporto.

In effetti un figlio è un dono, non il manager di un'agenzia psicologica finalizzata a risolvere gravi e tossiche problematiche coniugali.

Elena esibisce un affetto "teatrale" per la piccola Barbara.

D) L'IPOCRISIA SOCIALE NEL ROMANZO:

La domestica di Cesare ed Elena pronuncia un discorso che fa letteralmente raddrizzare le orecchie:

"Le ragazze maritate... so io quello che fanno! E le padrone anche! Se dicessi tutto quel che ho visto in questo mondo! Molte di quelle signore che portano la veste di seta non son degne di leccarmi queste ciabatte qui!".

La società italiana (ed europea) di fine Ottocento era inficiata di ipocrisie: sa da un lato era ritenuta scandalosa la fuga clandestina di due giovani superficialmente attratti l'uno dall'altra, dall'altro i tradimenti coniugali erano sopportati e, soprattutto, taciuti.

E) UNA NOTA LINGUISTICA:

In alcuni dialoghi e discorsi diretti ho notato la presenza, ancor più frequente nei romanzi del Novecento, del "che polivalente".

In questo romanzo è più ricorrente il "che polivalente" con valore causale.

Eccovi alcuni esempi:

1) Non gridare così, che (=poiché/perché altrimenti) i vicini sentono!

2) Ora dormite, che (=dal momento che) ne riparleremo domattina.

3) A Natale, che (=quando) Messero Nunzio non aveva mandati i denari del vino...

4) Ma cosa hai fatto, che (=dal momento che) non puoi tornare a casa?

5) Aspettate, che (=poiché/dal momento che) voglio accompagnarvi alla stazione.

6) Aspettate, che (=poiché/dal momento che) voglio accompagnarvi per un altro po'.

7) Quanto a perdonare, perdono, che (=dal momento che/visto che) devo andare a celebrare messa domani.

F) SIMILITUDINI SUGGESTIVE:

Ho rilevato la presenza di due similitudini di carattere spettrale, relative ad alcuni personaggi.

  • Elena è, più di qualche volta, bianca come un fantasma, paragone che allude alla sua mancanza di profondità etica e psicologica. Infatti si tratta di una figura evanescente che rappresenta inoltre un ideale femminile non affatto corrispondente alla realtà della vita coniugale.

  • Don Peppino compare sull'alto cavallo pugliese come un fantasma nero", presagio di un primo tradimento coniugale di Elena.

G) RIMANDI ALLA CLASSICITA':

  •  "... aspettava l'ultima pennellata un acquerello rappresentante una cascata argentina (...) sotto un cielo oltremare che i due viandanti, maschio e femmina, osservavano dall'alto della rupe, tenendosi per mano, quasi avessero voluto fare il salto di Leucade".
Qui ci troviamo ancora nelle prime pagine del libro. 
L'autore si sofferma su un piccolo dipinto nel salotto della casa di Don Liborio, in cui vi sono due figure umane che sembra abbiano intenzione di compiere un'azione rischiosa. Come, d'altronde, è stato rischioso e avventato, per Cesare ed Elena, fuggire una notte.
Ad ogni modo, la rupe di Leucade è un luogo mitologico dal quale la poetessa Saffo si sarebbe gettata a causa di un amore non corrisposto. 
  • "Don Liborio, rigido come un Bruto".
Don Liborio, ancora oltremodo arrabbiato con i due giovani, è apparentemente rigido ed inflessibile in questo passaggio perché alla fine non solo dà il suo consenso al matrimonio tra Cesare ed Elena ma permette alla moglie di lasciare corredo e abiti alla figlia.

Qui il riferimento è proprio a Marco Giunio Bruto, nipote di Catone Uticense governatore della Gallia Cisalpina nel 47 a.C. e uno dei celebri partecipanti alla congiura contro Giulio Cesare.



7 agosto 2026

L'avventura del Ciclope (Odissea, canto IX°):

-UNO STUDIO TEMATICO E LESSICALE SU ODISSEA, CANTO IX°-

All'inizio del canto, Odisseo si trova alla corte di Alcinoo, re dei Feaci, e si appresta a raccontare le avventure travagliate del suo viaggio di ritorno ad Itaca.

Nel verso 12 è scritto esattamente ἐμὰ κήδεα στονόεντα che personalmente tradurrei con "le mie luttuose afflizioni".

Sempre all'inizio del IX° canto, il protagonista si presenta in questo modo al sovrano dell'isola ospitante (vv.19-20): "εἴμ' Ὀδυσεὺς Λαερτιάδης, ὃς πᾶσι δόλοισιν/ἀνθρώποισι μέλω, καί μευ κλέος οὐρανὸν ἵκει".

La traduzione letterale sarebbe: "Sono Odisseo, figlio di Laerte, che per tutte le astuzie sono conosciuto tra gli uomini e la mia fama va verso il cielo".

Nella cultura greca, presentarsi permette di instaurare un solido legame di fraternità, garanzia anche di un futuro eventuale ricambio, tra coloro che ospitano e coloro che vengono ospitati.

δόλοισιν è dativo plurale di δόλος (dolus in latino), "inganno" nel senso di "macchinazione pratica. 

In greco antico ci sono altri due termini appartenenti alla sfera semantica dell'inganno: uno è ἀπάτη, cioè "frode, inganno perpetrato con le parole" e l'altro è μηχανή, più affine al senso di "progetto ingannevole".

Se nei poemi omerici κλέος si riferisce alla fama gloriosa di un eroe, nelle Storie di Erodoto è presente questa espressione del dialetto ionico ἔργα μεγάλα τε καὶ θωμαστά ovvero, "imprese grandi e meravigliose".

C'è un altra parola sulla quale vorrei soffermarmi, appartenente a questi due versi appena riportati: ἀνθρώποισι, dativo plurale di ἄνθρωπος, vocabolo che corrisponde all'idea di uomo in senso generico ("essere umano", il cui corrispondente latino è homo, hominis).

La parola ἀνήρ è più specifica dato che è riconducibile all'uomo adulto anche nei panni di marito, amante, padre, dunque, è sovrapponibile al latino vir.

Nei passaggi successivi noi lettori appuriamo che Itaca è parte di un arcipelago nel quale è compresa anche l'isola di Zacinto detta "selvosa".

Le attuali isole Ionie:


Una delle molte attività che potrei ideare nell'eventualità in cui mi capitasse l'area storico-geografica in una seconda media il prossimo autunno sarebbe questa: proiettare alla LIM una cartina geografica fisica del continente europeo e far trovare ai ragazzi gli arcipelaghi, ovvero, i gruppi di isole che appartengono al nostro continente, al fine di individuare sia la loro latitudine che la loro distanza dal meridiano di Greenwich. 

Così diverrebbe innanzitutto un'attività di ragionamento anche sulle fasce climatiche dell'Europa e, forse in un secondo momento, un punto di partenza per lo studio del ruolo commerciale delle Isole Canarie nell'epoca delle scoperte geografiche (Prima Età Moderna).  

Coerentemente con un'unità didattica sull'Europa sud-orientale, potrei pensare anche ad un lavoro di attento confronto tra immagini di paesaggi della Grecia continentale e fotografie relative alla natura delle isole greche, sia Ionie che Cicladi.

Odisseo elenca a re Alcinoo le tappe che hanno preceduto il suo approdo all'Isola dei Feaci. 

La prima consiste nella battaglia contro i Cìconi, popolazione della Tracia che, nell'Iliade, era citata come alleata dei Troiani.

La seconda tappa riguarda invece la terra dei mangiatori di loto: sebbene questo fiore venga offerto amichevolmente ai compagni di Odisseo, toglie loro il desiderio di ritornare a casa. 

Per questo motivo vengono imbarcati in modo coatto sulle navi.

La terza tappa consiste esattamente nell'approdo alla Terra dei Ciclopi.  

Qui vi riporto un passo del testo originale con una traduzione d'autore:

- ἔνθεν δὲ προτέρω πλέομεν ἀκαχήμενοι ἦτορ.

Κυκλώπων δ' ἐς γαῖαν ὑπερφιάλων ἀθεμίστων

ἱκόμεθ', οἵ ῥα θεοῖσι πεποιθότες ἀθανάτοισιν

οὔτε φυτεύουσιν χερσὶν φυτὸν οὔτ' ἀρόωσιν,

ἀλλὰ τά γ' ἄσπαρτα καὶ ἀνήροτα πάντα φύονται,

 110πυροὶ καὶ κριθαὶ ἠδ' ἄμπελοι, αἵ τε φέρουσιν

οἶνον ἐριστάφυλον, καί σφιν Διὸς ὄμβρος ἀέξει.

τοῖσιν δ' οὔτ' ἀγοραὶ βουληφόροι οὔτε θέμιστες,

ἀλλ' οἵ γ' ὑψηλῶν ὀρέων ναίουσι κάρηνα

ἐν σπέσσι γλαφυροῖσι, θεμιστεύει δὲ ἕκαστος

 115παίδων ἠδ' ἀλόχων, οὐδ' ἀλλήλων ἀλέγουσι.


"Di là navigammo avanti, sconvolti nel cuore,

e dei Ciclopi alla terra, violenti e ingiusti,
giungemmo, i quali affidandosi ai Numi immortali:
non piantano pianta di loro mano, non arano;
ma inseminato e non arato là tutto nasce:

grano, orzo, viti che portano il vino
nei grappoli; e a loro li gonfia la pioggia di Zeus.
Essi non hanno assemblee di consiglio né leggi;
ma degli eccelsi monti dimorano sopra le cime,
in grotte profonde: fa legge ciascuno
ai figli e alle mogli; non si curano gli uni degli altri".



In questo passaggio si ripetono alcune parole appartenenti a due sfere semantiche molto diverse tra loro: quella della giustizia, anche con aggettivi contenenti l'alfa privativo (ἀθεμίστων, "ingiusti", θέμιστες, "leggi" e θεμιστεύει "legifera, fa legge")    e quella delle coltivazione (φυτεύουσιν, "piantano", φυτὸν, "pianta" e φύονται, "crescono"). 


Notate che, nelle opinioni di un Odisseo narratore giudicante, emerge un'alterità negativa e straniante relativa ai Ciclopi. 

Il protagonista, infatti, li definisce "violenti e ingiusti" e asserisce inoltre che non piantano, non seminano e non coltivano campi visto che si affidano troppo agli dei. 

Ma come può presumere che si affidino così ciecamente agli dei?


I Ciclopi non conoscono né l'agricoltura né le leggi e vivono isolati ognuno con il proprio nucleo familiare.


I versi appena enunciati mi ricordano quel che lo storico Ammiano Marcellino scrive, nel IV° secolo, a proposito dei Germani. 

Ho fatto ricorso agli estratti delle sue Storie ogni tanto in una prima media. Ad esempio, ho letto alcuni estratti sul tragico esito, per l'esercito imperiale romano, della Battaglia di Adrianopoli.


"Umani d'aspetto, anche se bruttissimi, vivono in modo primitivo e selvaggio. Ignorano l'uso di ripararsi sotto un tetto, vivono invece errando per monti e per selve, avvezzi fin dalla nascita a sopportare la fame, il vento, il gelo. Sono nomadi ed errano per il mondo senza casa, senza legge. (...) Simili a bestie prive di ragione, non sanno cosa sia il bene o il male ma ardono di un'immensa avidità d'oro".


L'opinione, molto negativa e scaturita in parte da pregiudizi, che Ammiano Marcellino ha degli Unni deriva non soltanto dalla paura che le loro incursioni suscitavano ma anche da una presunta superiorità culturale, politica e giuridica dei romani.

La concezione di arretratezza rispetto ai latini, attribuita a queste popolazioni, permaneva anche dopo l'integrazione di una parte di loro all'interno dell'esercito imperiale.

Emerge, oltre a ciò, la diversità delle tradizioni e delle attività economiche: i Germani erano semi-nomadi, dediti alla caccia, all'allevamento di bestiame e abili soprattutto a combattere a cavallo. 

Praticavano l'agricoltura itinerante per coprire bisogni alimentari immediati: sfruttavano un terreno per un determinato periodo di tempo.

Una pratica fondamentale per "farsi giustizia" era la faida ("fehan" in germanico antico significava "odiare"), ovvero, il diritto-dovere di un clan familiare di praticare una vendetta violenta nei confronti di chi aveva arrecato loro un'offesa o, comunque, di chi aveva ucciso un loro membro.


Comunque, Odisseo e compagni arrivano inizialmente su un'isola vicina abitata da capre e non da uomini: qui non vi sono case né capanne né città. Vi giungono in una notte nebbiosa, senza luna.

All'alba gli ex guerrieri Achei cacciano e si nutrono di capre. Poi si imbarcano nuovamente, raggiungono la vicina isola dei Ciclopi e si imbattono presto nella tana di Polifemo.


ἔνθα δ' ἀνὴρ ἐνίαυε πελώριος, ὅς ῥα τὰ μῆλα

οἶος ποιμαίνεσκεν ἀπόπροθεν· οὐδὲ μετ' ἄλλους

πωλεῖτ', ἀλλ' ἀπάνευθεν ἐὼν ἀθεμίστια ᾔδη.

 190καὶ γὰρ θαῦμ' ἐτέτυκτο πελώριον, οὐδὲ ἐῴκει

ἀνδρί γε σιτοφάγῳ, ἀλλὰ ῥίῳ ὑλήεντι

ὑψηλῶν ὀρέων, ὅ τε φαίνεται οἶον ἀπ' ἄλλων.


"Qui un uomo aveva tana, un mostro, che greggi

pasceva, solo, in disparte, e con gli altri non si mischiava, ma solo viveva, aveva animo ingiusto.

Era un mostro gigante e non somigliava

a un uomo mangiatore di pane, ma a picco selvoso

d'eccelsi monti che appare isolato dagli altri".


Questo passaggio mette ben in evidenza l'estremo isolamento del ciclope Polifemo, che non ha famiglia ed è alto come la cima di una montagna. 

L'aggettivo al quale si ricorre è οἶος, "solo, isolato". Il suo sinonimo μόνος implica anche l'accezione di "unico".


Odisseo e dodici dei suoi compagni esplorano la terra dei Ciclopi e, quando giungono nella caverna di Polifemo, non lo trovano. Vedono soltanto depositi di latte, formaggi e recinti di capre e di pecore.

I compagni del protagonista del poema supplicano la loro guida di ritornare alle navi.

Tuttavia, per assecondare la sua insaziabile voglia di conoscenza, Odisseo decide di rimanere, con la speranza che il Ciclope lo ospiti e gli regali dei doni (ξένια).


In questo canto dell'Odissea risulta interessante considerare le diverse funzioni che assume l'elemento del fuoco.

Mentre gli uomini attendono l'arrivo di un Ciclope, sacrificano offerte agli dei.


v.231: πῦρ κήαντες ἐθύσαμεν= "dopo aver acceso il fuoco facemmo offerte sacrificali".


In questo caso l'elemento naturale è strettamente connesso alla sfera religiosa.


Alla sua prima apparizione, Polifemo non viene descritto dal punto di vista dell'aspetto fisico, bensì mediante il terrore che suscita negli esseri umani: porta un carico di legna secca e, gettandolo, suscita molta paura negli Achei.

Il Ciclope chiude inoltre l'apertura dell'antro con un masso enorme, intrappolando così Odisseo e compagni, i quali prendono atto della loro condizione fisica di inferiorità.

Polifemo si accorge degli umani rannicchiati in fondo all'angolo solo nel momento in cui accende il fuoco per prepararsi la cena. 


v.252: πῦρ ἀνέκαιε= "accese il fuoco".


Il fuoco è, in questo passaggio, uno strumento indispensabile per garantirsi un pasto.

Comunque, in questo punto del canto inizia il dialogo tra Odisseo e Polifemo.


L'eroe riferisce al bestione sia l'esito della guerra di Troia sia tutte le sue peregrinazioni e conclude in questo modo il suo racconto: "e ora noi alle tue ginocchia veniamo supplici se un dono ospitale ci dessi i se ci regalassi qualcosa. Questa infatti è la regola per gli ospiti. Rispetta i Numi; siamo i tuoi supplici. E Zeus è il vendicatore degli stranieri e dei supplici, Zeus ospitale, che i venerandi ospiti accompagna".


Polifemo ribatte che i Ciclopi sono più forti di qualsiasi dio. Anzi, io direi, non temono alcuna divinità. 

Dopodiché mangia due uomini e si assopisce:


"(...) ma con un balzo suoi miei compagni le mani gettava

e afferrandone due, come cuccioli a terra,

li sbatteva, scorreva fuori il cervello e bagnava la terra. 

E fattili a pezzi, si preparava la cena;

li maciullava come leone montano, non lasciò indietro

né interiora, né carni, né ossa o midollo."


Il giorno seguente, Polifemo ritorna a pascere le greggi intrappolando gli uomini nell'antro. A quel punto Odisseo, con altri quattro compagni, progetta di accecare il "mostro" con un tronco verde d'ulivo la cui punta viene fatta indurire nel fuoco acceso. 

v.328: ἐπυράκτεον ἐν πυρὶ κηλέῳ= "feci arroventare (la punta del tronco) nel fuoco ardente".


In questo passaggio il fuoco è un mezzo utile per affinare un'arma a danno di un nemico.


Polifemo ritorna nella caverna al tramonto del sole e mangia altri due uomini per cena, con la stessa ammirevole finezza della sera precedente.

A quel punto Odisseo decide di offrire al Ciclope del vino:


"Ciclope, bevi il vino dopo che carne umana hai mangiato,

perché tu senta che vino è questo che la mia nave portava.

Per te l'avevo recato come un'offerta, se avendo pietà,

m'avessi lasciato partire; invece tu fai crudeltà intollerabili,

pazzo! Come in futuro potrà venire qualcun altro tra gli uomini a trovarti? Tu non agisci secondo giustizia."


Io constato un inutile moralismo da parte dell'eroe Itacense in queste frasi: a cosa serve minacciare Polifemo di isolamento se, di fatto, è già un isolato? 

Oltre a ciò: per un qualsiasi essere umano sarebbe proprio così edificante e conveniente far visita ad una creatura orribile come Polifemo?

Dopo aver ricavato un immenso piacere dal vino, il Ciclope dice chiaramente che il suo dono ospitale consisterà nel mangiare per ultimo il suo interlocutore. Non si tratta di una beffa: per Polifemo questa è una reale concessione di  prolungamento di vita. 

Quando il mostro ad un solo occhio gli chiede il nome, Odisseo risponde astutamente di chiamarsi "Nessuno" (Οὖτις ἐμοί γ' ὄνομα).

Questo è un nome sintatticamente equivoco che impedirà a Polifemo di ricorrere all'aiuto degli altri Ciclopi una volta accecato.

Quella stessa notte, con alcuni compagni, Odisseo acceca il Ciclope antropofago che, per reazione, geme paurosamente. 



I compagni di Odisseo vengono da lui legati ad un gruppo di tre montoni e il protagonista si aggrappa alla lana di un solo montone mentre esce dalla grotta per ultimo.

Eccovi un passaggio del poema che ha sempre suscitato in me, dico davvero, una profonda malinconia:


"Caro montone, perché esci così dall'antro per ultimo?

Di solito tu non vai dietro alle pecore, ma primissimo pasci i teneri fiori dell'erba, a gran balzi, per primo raggiungi le correnti dei fiumi, per primo alla stalla vuoi tornare impaziente a sera; adesso sei l'ultimo. Forse del tuo padrone piangi l'occhio, che un malvagio accecò con i suoi tristi compagni vinta la mia mente con il vino, Nessuno, il quale non credo che scamperà dalla morte."


Polifemo presuppone che il montone, a cui si è aggrappato Odisseo, partecipi emotivamente al suo dramma. Tuttavia, in queste frasi non può trovare altro che l'eco della propria sofferenza. 

Quando si trovano abbastanza lontani dall'antro, gli ex guerrieri Achei raggiungono le navi dopo essersi legati ai montoni. 

A quel punto, Odisseo provoca l'ira di Polifemo (che lancia un enorme masso di pietra nel mare) e gli rivela il suo vero nome.


A quel punto Polifemo ricorda un'infausta profezia dell'indovino Telemaco Eurimide, relativa proprio al suo accecamento.

Infine, il Ciclope invoca Poseidone in tal modo:


"Ascolta, Poseidone criniera scura che circondi la terra:

se davvero sono tuo e mio padre ti consideri,

fa in modo che in patria non torni Odisseo distruttore di rocche, il figlio di Laerte, che Itaca ha casa.

Ma se è destino che egli riveda gli amici e che torni

alla solida casa e alla terra dei padri,

tardi, male ci arrivi, perduti tutti i compagni,

su nave altrui, trovi in casa sciagure".


L'espressione Ποσείδαον γαιήοχε κυανοχαῖτα per me è molto suggestiva "Poseidone criniera scura che circondi la terra".


Ho un'ultima, piccola nota lessicale: l'avverbio οἴκαδε, "in patria", rimanda ad οἰκία, "casa in quanto edificio fisico" e ad οἶκος, "nucleo familiare".



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