L'avventura del Ciclope (Odissea, canto IX°):

-UNO STUDIO TEMATICO E LESSICALE SU ODISSEA, CANTO IX°-

All'inizio del canto, Odisseo si trova alla corte di Alcinoo, re dei Feaci, e si appresta a raccontare le avventure travagliate del suo viaggio di ritorno ad Itaca.

Nel verso 12 è scritto esattamente ἐμὰ κήδεα στονόεντα che personalmente tradurrei con "le mie luttuose afflizioni".

Sempre all'inizio del IX° canto, il protagonista si presenta in questo modo al sovrano dell'isola ospitante (vv.19-20): "εἴμ' Ὀδυσεὺς Λαερτιάδης, ὃς πᾶσι δόλοισιν/ἀνθρώποισι μέλω, καί μευ κλέος οὐρανὸν ἵκει".

La traduzione letterale sarebbe: "Sono Odisseo, figlio di Laerte, che per tutte le astuzie sono conosciuto tra gli uomini e la mia fama va verso il cielo".

Nella cultura greca, presentarsi permette di instaurare un solido legame di fraternità, garanzia anche di un futuro eventuale ricambio, tra coloro che ospitano e coloro che vengono ospitati.

δόλοισιν è dativo plurale di δόλος (dolus in latino), "inganno" nel senso di "macchinazione pratica. 

In greco antico ci sono altri due termini appartenenti alla sfera semantica dell'inganno: uno è ἀπάτη, cioè "frode, inganno perpetrato con le parole" e l'altro è μηχανή, più affine al senso di "progetto ingannevole".

Se nei poemi omerici κλέος si riferisce alla fama gloriosa di un eroe, nelle Storie di Erodoto è presente questa espressione del dialetto ionico ἔργα μεγάλα τε καὶ θωμαστά ovvero, "imprese grandi e meravigliose".

C'è un altra parola sulla quale vorrei soffermarmi, appartenente a questi due versi appena riportati: ἀνθρώποισι, dativo plurale di ἄνθρωπος, vocabolo che corrisponde all'idea di uomo in senso generico ("essere umano", il cui corrispondente latino è homo, hominis).

La parola ἀνήρ è più specifica dato che è riconducibile all'uomo adulto anche nei panni di marito, amante, padre, dunque, è sovrapponibile al latino vir.

Nei passaggi successivi noi lettori appuriamo che Itaca è parte di un arcipelago nel quale è compresa anche l'isola di Zacinto detta "selvosa".

Le attuali isole Ionie:


Una delle molte attività che potrei ideare nell'eventualità in cui mi capitasse l'area storico-geografica in una seconda media il prossimo autunno sarebbe questa: proiettare alla LIM una cartina geografica fisica del continente europeo e far trovare ai ragazzi gli arcipelaghi, ovvero, i gruppi di isole che appartengono al nostro continente, al fine di individuare sia la loro latitudine che la loro distanza dal meridiano di Greenwich. 

Così diverrebbe innanzitutto un'attività di ragionamento anche sulle fasce climatiche dell'Europa e, forse in un secondo momento, un punto di partenza per lo studio del ruolo commerciale delle Isole Canarie nell'epoca delle scoperte geografiche (Prima Età Moderna).  

Coerentemente con un'unità didattica sull'Europa sud-orientale, potrei pensare anche ad un lavoro di attento confronto tra immagini di paesaggi della Grecia continentale e fotografie relative alla natura delle isole greche, sia Ionie che Cicladi.

Odisseo elenca a re Alcinoo le tappe che hanno preceduto il suo approdo all'Isola dei Feaci. 

La prima consiste nella battaglia contro i Cìconi, popolazione della Tracia che, nell'Iliade, era citata come alleata dei Troiani.

La seconda tappa riguarda invece la terra dei mangiatori di loto: sebbene questo fiore venga offerto amichevolmente ai compagni di Odisseo, toglie loro il desiderio di ritornare a casa. 

Per questo motivo vengono imbarcati in modo coatto sulle navi.

La terza tappa consiste esattamente nell'approdo alla Terra dei Ciclopi.  

Qui vi riporto un passo del testo originale con una traduzione d'autore:

- ἔνθεν δὲ προτέρω πλέομεν ἀκαχήμενοι ἦτορ.

Κυκλώπων δ' ἐς γαῖαν ὑπερφιάλων ἀθεμίστων

ἱκόμεθ', οἵ ῥα θεοῖσι πεποιθότες ἀθανάτοισιν

οὔτε φυτεύουσιν χερσὶν φυτὸν οὔτ' ἀρόωσιν,

ἀλλὰ τά γ' ἄσπαρτα καὶ ἀνήροτα πάντα φύονται,

 110πυροὶ καὶ κριθαὶ ἠδ' ἄμπελοι, αἵ τε φέρουσιν

οἶνον ἐριστάφυλον, καί σφιν Διὸς ὄμβρος ἀέξει.

τοῖσιν δ' οὔτ' ἀγοραὶ βουληφόροι οὔτε θέμιστες,

ἀλλ' οἵ γ' ὑψηλῶν ὀρέων ναίουσι κάρηνα

ἐν σπέσσι γλαφυροῖσι, θεμιστεύει δὲ ἕκαστος

 115παίδων ἠδ' ἀλόχων, οὐδ' ἀλλήλων ἀλέγουσι.


"Di là navigammo avanti, sconvolti nel cuore,

e dei Ciclopi alla terra, violenti e ingiusti,
giungemmo, i quali affidandosi ai Numi immortali:
non piantano pianta di loro mano, non arano;
ma inseminato e non arato là tutto nasce:

grano, orzo, viti che portano il vino
nei grappoli; e a loro li gonfia la pioggia di Zeus.
Essi non hanno assemblee di consiglio né leggi;
ma degli eccelsi monti dimorano sopra le cime,
in grotte profonde: fa legge ciascuno
ai figli e alle mogli; non si curano gli uni degli altri".



In questo passaggio si ripetono alcune parole appartenenti a due sfere semantiche molto diverse tra loro: quella della giustizia, anche con aggettivi contenenti l'alfa privativo (ἀθεμίστων, "ingiusti", θέμιστες, "leggi" e θεμιστεύει "legifera, fa legge")    e quella delle coltivazione (φυτεύουσιν, "piantano", φυτὸν, "pianta" e φύονται, "crescono"). 


Notate che, nelle opinioni di un Odisseo narratore giudicante, emerge un'alterità negativa e straniante relativa ai Ciclopi. 

Il protagonista, infatti, li definisce "violenti e ingiusti" e asserisce inoltre che non piantano, non seminano e non coltivano campi visto che si affidano troppo agli dei. 

Ma come può presumere che si affidino così ciecamente agli dei?


I Ciclopi non conoscono né l'agricoltura né le leggi e vivono isolati ognuno con il proprio nucleo familiare.


I versi appena enunciati mi ricordano quel che lo storico Ammiano Marcellino scrive, nel IV° secolo, a proposito dei Germani. 

Ho fatto ricorso agli estratti delle sue Storie ogni tanto in una prima media. Ad esempio, ho letto alcuni estratti sul tragico esito, per l'esercito imperiale romano, della Battaglia di Adrianopoli.


"Umani d'aspetto, anche se bruttissimi, vivono in modo primitivo e selvaggio. Ignorano l'uso di ripararsi sotto un tetto, vivono invece errando per monti e per selve, avvezzi fin dalla nascita a sopportare la fame, il vento, il gelo. Sono nomadi ed errano per il mondo senza casa, senza legge. (...) Simili a bestie prive di ragione, non sanno cosa sia il bene o il male ma ardono di un'immensa avidità d'oro".


L'opinione, molto negativa e scaturita in parte da pregiudizi, che Ammiano Marcellino ha degli Unni deriva non soltanto dalla paura che le loro incursioni suscitavano ma anche da una presunta superiorità culturale, politica e giuridica dei romani.

La concezione di arretratezza rispetto ai latini, attribuita a queste popolazioni, permaneva anche dopo l'integrazione di una parte di loro all'interno dell'esercito imperiale.

Emerge, oltre a ciò, la diversità delle tradizioni e delle attività economiche: i Germani erano semi-nomadi, dediti alla caccia, all'allevamento di bestiame e abili soprattutto a combattere a cavallo. 

Praticavano l'agricoltura itinerante per coprire bisogni alimentari immediati: sfruttavano un terreno per un determinato periodo di tempo.

Una pratica fondamentale per "farsi giustizia" era la faida ("fehan" in germanico antico significava "odiare"), ovvero, il diritto-dovere di un clan familiare di praticare una vendetta violenta nei confronti di chi aveva arrecato loro un'offesa o, comunque, di chi aveva ucciso un loro membro.


Comunque, Odisseo e compagni arrivano inizialmente su un'isola vicina abitata da capre e non da uomini: qui non vi sono case né capanne né città. Vi giungono in una notte nebbiosa, senza luna.

All'alba gli ex guerrieri Achei cacciano e si nutrono di capre. Poi si imbarcano nuovamente, raggiungono la vicina isola dei Ciclopi e si imbattono presto nella tana di Polifemo.


ἔνθα δ' ἀνὴρ ἐνίαυε πελώριος, ὅς ῥα τὰ μῆλα

οἶος ποιμαίνεσκεν ἀπόπροθεν· οὐδὲ μετ' ἄλλους

πωλεῖτ', ἀλλ' ἀπάνευθεν ἐὼν ἀθεμίστια ᾔδη.

 190καὶ γὰρ θαῦμ' ἐτέτυκτο πελώριον, οὐδὲ ἐῴκει

ἀνδρί γε σιτοφάγῳ, ἀλλὰ ῥίῳ ὑλήεντι

ὑψηλῶν ὀρέων, ὅ τε φαίνεται οἶον ἀπ' ἄλλων.


"Qui un uomo aveva tana, un mostro, che greggi

pasceva, solo, in disparte, e con gli altri non si mischiava, ma solo viveva, aveva animo ingiusto.

Era un mostro gigante e non somigliava

a un uomo mangiatore di pane, ma a picco selvoso

d'eccelsi monti che appare isolato dagli altri".


Questo passaggio mette ben in evidenza l'estremo isolamento del ciclope Polifemo, che non ha famiglia ed è alto come la cima di una montagna

L'aggettivo al quale si ricorre è οἶος, "solo, isolato". Il suo sinonimo μόνος implica anche l'accezione di "unico".


Odisseo e dodici dei suoi compagni esplorano la terra dei Ciclopi e, quando giungono nella caverna di Polifemo, non lo trovano. Vedono soltanto depositi di latte, formaggi e recinti di capre e di pecore.

I compagni del protagonista del poema supplicano la loro guida di ritornare alle navi.

Tuttavia, per assecondare la sua insaziabile voglia di conoscenza, Odisseo decide di rimanere, con la speranza che il Ciclope lo ospiti e gli regali dei doni (ξένια).


In questo canto dell'Odissea risulta interessante considerare le diverse funzioni che assume l'elemento del fuoco.

Mentre gli uomini attendono l'arrivo di un Ciclope, sacrificano offerte agli dei.


v.231: πῦρ κήαντες ἐθύσαμεν= "dopo aver acceso il fuoco facemmo offerte sacrificali".


In questo caso l'elemento naturale è strettamente connesso alla sfera religiosa.


Alla sua prima apparizione, Polifemo non viene descritto dal punto di vista dell'aspetto fisico, bensì mediante il terrore che suscita negli esseri umani: porta un carico di legna secca e, gettandolo, suscita molta paura negli Achei.

Il Ciclope chiude inoltre l'apertura dell'antro con un masso enorme, intrappolando così Odisseo e compagni, i quali prendono atto della loro condizione fisica di inferiorità.

Polifemo si accorge degli umani rannicchiati in fondo all'angolo solo nel momento in cui accende il fuoco per prepararsi la cena. 


v.252: πῦρ ἀνέκαιε= "accese il fuoco".


Il fuoco è, in questo passaggio, uno strumento indispensabile per garantirsi un pasto.

Comunque, in questo punto del canto inizia il dialogo tra Odisseo e Polifemo.


L'eroe riferisce al bestione sia l'esito della guerra di Troia sia tutte le sue peregrinazioni e conclude in questo modo il suo racconto: "e ora noi alle tue ginocchia veniamo supplici se un dono ospitale ci dessi i se ci regalassi qualcosa. Questa infatti è la regola per gli ospiti. Rispetta i Numi; siamo i tuoi supplici. E Zeus è il vendicatore degli stranieri e dei supplici, Zeus ospitale, che i venerandi ospiti accompagna".


Polifemo ribatte che i Ciclopi sono più forti di qualsiasi dio. Anzi, io direi, non temono alcuna divinità. 

Dopodiché mangia due uomini e si assopisce:


"(...) ma con un balzo suoi miei compagni le mani gettava

e afferrandone due, come cuccioli a terra,

li sbatteva, scorreva fuori il cervello e bagnava la terra. 

E fattili a pezzi, si preparava la cena;

li maciullava come leone montano, non lasciò indietro

né interiora, né carni, né ossa o midollo."


Il giorno seguente, Polifemo ritorna a pascere le greggi intrappolando gli uomini nell'antro. A quel punto Odisseo, con altri quattro compagni, progetta di accecare il "mostro" con un tronco verde d'ulivo la cui punta viene fatta indurire nel fuoco acceso. 

v.328: ἐπυράκτεον ἐν πυρὶ κηλέῳ= "feci arroventare (la punta del tronco) nel fuoco ardente".


In questo passaggio il fuoco è un mezzo utile per affinare un'arma a danno di un nemico.


Polifemo ritorna nella caverna al tramonto del sole e mangia altri due uomini per cena, con la stessa ammirevole finezza della sera precedente.

A quel punto Odisseo decide di offrire al Ciclope del vino:


"Ciclope, bevi il vino dopo che carne umana hai mangiato,

perché tu senta che vino è questo che la mia nave portava.

Per te l'avevo recato come un'offerta, se avendo pietà,

m'avessi lasciato partire; invece tu fai crudeltà intollerabili,

pazzo! Come in futuro potrà venire qualcun altro tra gli uomini a trovarti? Tu non agisci secondo giustizia."


Io constato un inutile moralismo da parte dell'eroe Itacense in queste frasi: a cosa serve minacciare Polifemo di isolamento se, di fatto, è già un isolato? 

Oltre a ciò: per un qualsiasi essere umano sarebbe proprio così edificante e conveniente far visita ad una creatura orribile come Polifemo?

Dopo aver ricavato un immenso piacere dal vino, il Ciclope dice chiaramente che il suo dono ospitale consisterà nel mangiare per ultimo il suo interlocutore. Non si tratta di una beffa: per Polifemo questa è una reale concessione di  prolungamento di vita. 

Quando il mostro ad un solo occhio gli chiede il nome, Odisseo risponde astutamente di chiamarsi "Nessuno" (Οὖτις ἐμοί γ' ὄνομα).

Questo è un nome sintatticamente equivoco che impedirà a Polifemo di ricorrere all'aiuto degli altri Ciclopi una volta accecato.

Quella stessa notte, con alcuni compagni, Odisseo acceca il Ciclope antropofago che, per reazione, geme paurosamente. 



I compagni di Odisseo vengono da lui legati ad un gruppo di tre montoni e il protagonista si aggrappa alla lana di un solo montone mentre esce dalla grotta per ultimo.

Eccovi un passaggio del poema che ha sempre suscitato in me, dico davvero, una profonda malinconia:


"Caro montone, perché esci così dall'antro per ultimo?

Di solito tu non vai dietro alle pecore, ma primissimo pasci i teneri fiori dell'erba, a gran balzi, per primo raggiungi le correnti dei fiumi, per primo alla stalla vuoi tornare impaziente a sera; adesso sei l'ultimo. Forse del tuo padrone piangi l'occhio, che un malvagio accecò con i suoi tristi compagni vinta la mia mente con il vino, Nessuno, il quale non credo che scamperà dalla morte."


Polifemo presuppone che il montone, a cui si è aggrappato Odisseo, partecipi emotivamente al suo dramma. Tuttavia, in queste frasi non può trovare altro che l'eco della propria sofferenza. 

Quando si trovano abbastanza lontani dall'antro, gli ex guerrieri Achei raggiungono le navi dopo essersi legati ai montoni. 

A quel punto, Odisseo provoca l'ira di Polifemo (che lancia un enorme masso di pietra nel mare) e gli rivela il suo vero nome.


A quel punto Polifemo ricorda un'infausta profezia dell'indovino Telemaco Eurimide, relativa proprio al suo accecamento.

Infine, il Ciclope invoca Poseidone in tal modo:


"Ascolta, Poseidone criniera scura che circondi la terra:

se davvero sono tuo e mio padre ti consideri,

fa in modo che in patria non torni Odisseo distruttore di rocche, il figlio di Laerte, che Itaca ha casa.

Ma se è destino che egli riveda gli amici e che torni

alla solida casa e alla terra dei padri,

tardi, male ci arrivi, perduti tutti i compagni,

su nave altrui, trovi in casa sciagure".


L'espressione Ποσείδαον γαιήοχε κυανοχαῖτα per me è molto suggestiva "Poseidone criniera scura che circondi la terra".


Ho un'ultima, piccola nota lessicale: l'avverbio οἴκαδε, "in patria", rimanda ad οἰκία, "casa in quanto edificio fisico" e ad οἶκος, "nucleo familiare".



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