1 febbraio 2015

"La valigia di Hana", Karen Levine



"La valigia di Hana" è una storia realmente accaduta che lega tra loro tre continenti diversi e abbraccia un periodo di circa settant'anni. Questo libro unisce le vite di una ragazzina di nome Hana Brady e della sua famiglia nella Cecoslovacchia degli anni Trenta e Quaranta a quelle, dei giorni nostri, di una donna giapponese residente a Tokyo e di un uomo anziano che vive in Canada.
Ho "divorato" il romanzo nel giro di poche ore, perché, a mio parere, è davvero molto avvincente.
 

Nelle prime pagine del libro, si racconta che, nel marzo del 2000, una vecchia valigia giunge in un piccolo museo dell'Olocausto di Tokyo, in Giappone. Sulla valigia sono vergate queste parole con la vernice bianca: "Hana Brady, 16 Mai 1931, waisenkind"= "Hana Brady, 16 maggio 1931, orfana."
A Fumiko, giovane curatrice del museo, sorgono mille domande: "Chi era Hana Brady? Da dove veniva? Dove stava andando? Come era diventata orfana?" E così, desiderosa di scoprire che cosa è accaduto a quella ragazzina ebrea, parte per un avventuroso viaggio in Europa e arriva a Praga.

E da questo punto in avanti, l'autrice racconta l'interessante storia della bambina.
 
Hana viveva con i due genitori e il fratello George a Nove Mesto, cittadina circondata dalle colline. Suo padre era proprietario di un negozio e, oltre a ciò, era anche un appassionato di sport e di teatro.  "La casa della famiglia Brady era aperta ad artisti di ogni genere: musicisti, pittori, poeti e attori. Quando avevano fame, trovavano sempre un pasto caldo preparato da Boshka, cameriera e cuoca di famiglia. E le loro doti artistiche incontravano l'apprezzamento di un pubblico entusiasta, che naturalmente comprendeva anche i due monelli, Hana e George. "
Hana è descritta come una bambina vivace, serena, in ottimi rapporti con il fratello George, di tre anni più grande. "Hana aveva i capelli biondi, gli occhi azzurri e un visino tondo molto grazioso. Di tanto in tanto si azzuffava con George, al solo scopo di mettere in mostra i muscoli. (...) Ma il più delle volte i due fratelli giocavano e si divertivano insieme. Durante l'estate, nel ruscello dietro casa, facevano finta di essere nella marina. Si arrampicavano dentro una vecchia tinozza di legno e solcavano le acque finché uno dei due non toglieva il tappo al centro e cominciavano ad affondare, ridendo e schizzandosi a vicenda."
La madre di Hana, donna molto generosa e solare, preparava, una volta alla settimana, un fagotto contenente cibo e abiti, che sua figlia portava alla povera gente dei sobborghi della città. 

Ma... "I Brady erano ebrei. Non erano una famiglia particolarmente religiosa, ma la madre e il padre volevano che i figli conoscessero la loro cultura. Una volta la settimana, mentre i loro compagni erano in chiesa, i due fratelli facevano lezione con un insegnante speciale, che spiegava loro le festività e la storia ebraica. C'erano altre famiglie a Nove Mesto, ma Hana e George erano gli unici bambini ebrei della città. Nei loro primi anni di vita questa differenza era passata inosservata (...)"

 
Il 15 marzo del 1939, quando le truppe naziste invadono la Cecoslovacchia, la vita della famiglia Brady cambia drasticamente e tragicamente. ...E con il passare delle settimane, il mondo di Hana e George si fa sempre più stretto: i due ragazzini infatti, non possono più frequentare molti luoghi pubblici, quali cinema, piste di pattinaggio e palestre, devono indossare sempre la stella gialla di David che porta la scritta "jude"= "ebreo", perdono tutti i loro amici e non godono nemmeno più del diritto di andare a scuola.
Hana Brady a 9 anni: (la bambina si firmava con 
una enne sola)...


A questo proposito è molto bello il punto in cui George, accorgendosi dell'enorme tristezza della sorellina, le propone di scrivere su dei fogli di carta, (arrotolati e infilati poi in una bottiglia) non soltanto tutto ciò che la fa soffrire e arrabbiare ma anche tutte le cose che lei avrebbe voluto fare in futuro, quando quel brutto periodo di antisemitismo fosse passato.
 
Ma la situazione peggiora sempre di più... perché nel marzo del 1941 la madre dei due ragazzini viene arrestata dalla Gestapo... e i suoi figli non la rivedranno mai più. Nel settembre dello stesso anno, anche il padre viene catturato da un ufficiale nazista.
Fortunatamente, dopo questo terribile evento, il loro zio materno, lo zio Ludvik, decide di prendere con sé Hana e George. 

Però questo periodo di relativa felicità dura pochi mesi: "Un giorno fu recapitato un messaggio a casa dello zio Ludvik. Hana e George Brady dovevano presentarsi in un centro di deportazione, a Trebic, a cinquanta chilometri da Nove Mesto, il 14 maggio 1942."  E così, anche i due ragazzini vengono deportati in un campo di concentramento a Terezin insieme a molti altri ebrei. In quel luogo entrambi riescono ad instaurare sinceri rapporti di amicizia con i loro rispettivi coetanei ma, come tutti gli internati nei campi di concentramento, subiscono le angherie e le cattiverie degli ufficiali nazisti, che li fanno vivere in pessime condizioni igieniche e danno loro scadenti razioni di cibo. Come se non bastasse, convivono quotidianamente con il terrore di poter essere deportati ad Auschwitz, luogo in cui avvengono stermini di massa.
 
In un triste giorno del 1944, George, insieme ad altri duemila uomini, viene trasferito ad Auschwitz.
L'autrice descrive l'ultimo incontro tra Hana e George:
"...'Domani parto. Ora più che mai, devi cercare di mangiare più che puoi. (...) Devi essere forte. Prendi la mia ultima razione e mangiala fino all'ultima briciola.' - George strinse Hana in un caldissimo abbraccio e le spostò delicatamente i capelli dagli occhi. -'Ho promesso ai nostri genitori che ti avrei riportata a casa sana e salva, in modo da poter riunire di nuovo la nostra famiglia. Non voglio infrangere quella promessa.' Poi si sentì il fischio che annunciava il coprifuoco e George se ne andò. Hana cadde in uno stato di prostrazione. Non riusciva a sopportare la separazione dal fratello. Prima se n'erano andati i suoi genitori, e ora anche George. Si sentiva così sola al mondo (...)"

 Alcuni mesi dopo, anche Hana viene trasferita ad Auschwitz, poco dopo il suo tredicesimo compleanno. Per lei, viaggiare verso est significa ritrovare il fratello: "Voglio essere carina quando rivedrò mio fratello. Voglio dimostrargli che mi sono presa cura di me stessa.", e quindi, la sera prima di partire, si lava, si pettina i capelli e prepara la valigia, anche se non ha molti oggetti da mettere dentro. 

Il mattino seguente, molte ragazze ebree salgono su un treno diretto ad Auschwitz. Il viaggio verso quell'inferno dura un giorno e una notte. Una volta arrivate, "Hana e le sue vecchie compagne di stanza furono condotte al di là di un cancello di ferro battuto sotto gli sguardi attenti di cani inferociti e degli uomini in uniforme. (...) Attraversarono immense camerate, dove videro i volti scheletrici dei prigionieri con la divisa a righe che sbirciavano dalle porte. Ricevettero l'ordine di entrare in un grande edificio. Le porte si richiusero dietro di loro con un tonfo spaventoso."


... IL SEGUITO DELLA STORIA...

Hana venne uccisa in una camera a gas ad Auschwitz il giorno stesso in cui arrivò lì.
Suo fratello invece riuscì a sopravvivere all'Olocausto. Nel gennaio del 1945, quando anche Auschwitz venne liberata, George era un ragazzo di 17 anni.
Poco tempo dopo la fine della guerra, il giovane venne informato sia della morte di entrambi i genitori sia della tragica fine che aveva fatto la sorellina. Nonostante questo atroce dolore, egli decise di ricostruirsi una nuova vita: si trasferì a Toronto in Canada dove aprì con un altro sopravvissuto dell'Olocausto un'impresa idraulica e dove si sposò.
Dopo molte e faticose ricerche, Fumiko riuscì a rintracciare George, il quale accettò di raccontare la sua storia e quella di Hana ai bambini giapponesi frequentatori del museo.
La valigia della ragazzina


Vorrei concludere questo post con un'ultima, significativa citazione:
"... all'improvviso (George) fu assalito da una tristezza quasi insopportabile. Davanti a lui c'era la valigia che era appartenuta a sua sorella. Sopra c'era scritto il suo nome: 'Hana Brady'. Era morta così giovane e in un modo tanto terribile. George abbassò il capo e lasciò che le lacrime scorressero libere. Ma qualche minuto dopo, quando alzò lo sguardo, vide Fumiko, che si era data tanto da fare per trovarlo e per conoscere la storia di Hana, e le facce speranzose di tutti quei bambini giapponesi per i quali Hana eran divenuta così reale, così importante. George si rese conto che uno dei sogni di Hana si era avverato: sua sorella era diventata un'insegnante. Grazie a lei, centinaia di bambini giapponesi stavano imparando quelli che George aveva sempre considerato valori molto importanti: la tolleranza, il rispetto e la compassione. (...)"

27 gennaio 2015

L'importanza del ricordo


 Il ricordo svolge un ruolo fondamentale nella vita di ogni persona. Esso infatti non consiste soltanto nel rievocare eventi del passato sotto forma di cronaca, ma implica soprattutto un coinvolgimento emotivo da parte nostra ogni volta che pensiamo ad avvenimenti vissuti in prima persona o raccontati da altri.

Il ricordo delle vittime della Shoah, ovvero, dei sei milioni di ebrei che durante la Seconda Guerra Mondiale vennero sterminati per mano dei nazisti nei campi di concentramento, ricorre il 27 gennaio.
La memoria di eventi terribili come questo dovrebbe essere quotidianamente viva in ognuno di noi, soprattutto nelle nuove generazioni, affinché comprendano che il razzismo può sfociare in atti eclatanti e orribili che annullano la dignità altrui e violano i valori della giustizia e della solidarietà.
Nel suo libro, intitolato: "Dopo il fumo", L.Millu afferma: "Quando, alla fine degli anni Cinquanta, si cominciò a parlare di "letteratura dell'Olocausto" e poi della "Shoah", l'imperativo a cui critici, scrittori, sociologi e storici della letteratura cercavano di rispondere, era ricordare. Ricordare nel senso più ampio di quest'accezione: ricordare per la propria salvezza e per quella degli altri." Il ricordo dunque, è utile sia per la propria salvezza morale sia per l'incolumità altrui.
L'importanza di ricordare gli eventi del passato è espressa anche nel romanzo: "Se questo è un uomo", in cui Primo Levi descrive con parole molto efficaci la miserabile condizione degli ebrei nei campi di sterminio: "Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case, voi che trovate a sera il cibo caldo e visi amici, considerate se questo è un uomo, che lavora nel fango, che non conosce pace, che lotta per mezzo pane, che muore per un sì o per un no. Considerate se questa è una donna, senza capelli e senza nome, senza più forza di ricordare, vuoti gli occhi e freddo il grembo, come una rana d'inverno. Meditate che questo è stato: vi comando queste parole." Con queste frasi, Levi invita il lettore a porsi una domanda: gli ebrei, durante la prigionia nei campi di concentramento, hanno mantenuto la dignità di esseri umani? Sicuramente i nazisti non riconoscevano la loro umanità, anzi, li consideravano dei "microbi" da estirpare. Ma gli stessi ebrei, poiché costretti a lavori forzati e vittime di sevizie atroci, perdevano sia la consapevolezza della loro umanità sia la loro dignità umana, essendo privati del diritto di vivere in decenti condizioni igieniche, strappati con violenza dai loro familiari, troppo stanchi e troppo deboli per pensare. E' dunque indispensabile ricordare le atrocità subite dalle vittime dell'Olocausto al fine di comprendere che talvolta i pericolosi pregiudizi nei confronti del diverso possono indurre l'uomo a compiere atti crudeli e terribili.
Camera a gas
Tuttavia al cune persone, quando menzionano l'evento della Shoah, tendono a minimizzare le ideologie razziste di Hitler. A questo proposito, nella sua opera "Auschwitz e il fallimento del pensiero", M. Milli asserisce: "Ogni parola che spendiamo per diminuire la dimensione della tragedia è una pallottola che carichiamo nella pistola degli assassini." Questa frase molto forte ci stimola a "immedesimarci" nelle tremende sofferenze patite dalle vittime. Milli invita anche a pesare bene le parole quando si parla di tragedie così grandi.
Come reagire quindi agli orrori della storia? E' conveniente stimolare al ricordo coloro che hanno vissuto questa tragedia? Sempre L. Millu, in "Dopo il fumo", riflette su questa tematica: "Ammettiamo che un certo grado di orrore sia insostenibile. Davanti a questo orrore, io reagisco, voi reagite con l'indignazione, lo spavento, l'urlo, oppure con la fuga, la fuga nel silenzio... Molte persone che hanno vissuto certi avvenimenti sono arrivate all'inaridimento... Eppure, solo quelli che hanno passato questa soglia hanno la possibilità di trasmetterci, nel modo più accettabile, più adatto, il resoconto dell'orrore." Alcune persone ritengono che la giornata della Memoria sia dannosa dal momento che ravviva il dolore del popolo ebraico. Questo è indubbiamente vero, ma si devono valorizzare le testimonianze, sia scritte che orali, di chi, con coraggio e con determinazione, rifiuta di chiudersi nel proprio dolore e racconta le angherie sofferte perché desidera gridare al mondo l'ingiustizia subita e vuole instillare nell'animo dei lettori e degli ascoltatori la voglia di progettare un mondo migliore.

...Reagire di fronte alle atrocità del passato con sentimenti di indignazione e di paura non basta. E' invece doveroso ricordare gli orrori della storia per invitare se stessi a coltivare la mitezza, la sensibilità e la lungimiranza, in modo tale che episodi simili non accadano più.



PROPONGO INOLTRE UNA POESIA SCRITTA DA UN EBREO DEPORTATO AD AUSCHWITZ:

Notte su Birkenau

Un’altra notte. Torvo, il cielo si chiude ancora
sul silenzio mortale volteggiando come un avvoltoio.
Simile ad una bestia acquattata, la luna cala sul campo —
pallida come un cadavere.
E' come uno scudo abbandonato nella battaglia,
il blu Orione — fra le stelle perduto.
I trasporti ringhiano nell’oscurità
e fiammeggiano gli occhi del crematorio.
È umido, soffocante. Il sonno è una tomba.
Il mio respiro è un rantolo in gola.
Questo piede di piombo che m’opprime il petto
è il silenzio di tre milioni di morti.
Notte, notte senza fine. Nessuna alba.
I miei occhi sono avvelenati dal sonno.
La nebbia cala su Birkenau,
come il giudizio divino sul cadavere della terra.

(Tadeusz Borowski)







21 gennaio 2015

I meravigliosi occhi di un bambino e il suo sorriso luminoso


Domenica 11 gennaio, nella Chiesa della parrocchia del Beato Andrea a Peschiera del Garda, è stato battezzato il figlio di una cugina di mia mamma. Questa nostra parente si è sposata nel 2013 e ora vive a Peschiera con il marito e il figlio di pochi mesi, che ha chiamato Giovanni. 
Giovanni è nato l'estate scorsa, in agosto. Di tanto in tanto, quest'autunno lo vedevo tra le braccia dei suoi genitori, tranquillo e sorridente.
Giovanni sorride sempre, qualsiasi cosa tu gli dica. Io, nella maggior parte dei casi, gli faccio qualche carezza e gli prendo la mano. Il punto è che questo splendido bambino stringe sempre, con la sua piccola manina, il mio indice lungo e magro... E i suoi occhi fissano i miei con intensità. Ho notato che le sue pupille si dilatano ogni volta che mi vede.
Se penso che domenica in chiesa non ha mai strillato... anzi, addirittura dormiva quando mio zio Attilio lo ha battezzato. Poi però, alla fine della celebrazione, era circondato da zii, nonni, cugini... e si godeva tutte le attenzioni che noi grandi gli riservavamo.
Ad ogni modo, se ora vi sto raccontando questo evento a distanza di undici giorni, è perché di tanto in tanto, tra una ripassata e l'altra (fra pochi giorni darò i miei primi esami universitari!!) mi ritorna in mente il suo bel visino, i suoi occhioni brillanti come i colori dell'arcobaleno, il suo sorriso luminoso come la luna piena...
Ho provato a immaginare il futuro di Giovanni; provo a pensare a come potrebbe essere da ragazzo e poi ancora da uomo adulto.
Vorrei che diventasse un ragazzo sensibile, generoso, sveglio... un ragazzo che, con il suo vivace sorriso, sappia infondere speranza e gioia nei cuori tristi, stanchi della solitudine e prostrati dalle frustrazioni quotidiane.
E mi auguro anche che, una volta diventato adulto, riesca sia a trovare un lavoro conforme alle sue aspirazioni sia a realizzare il sogno di una bella famiglia felice.

...E mentre domenica lo accarezzavo, mi ero ricordata anche di una breve lirica scritta dal poeta greco Anacreonte:

"ὦ παῖ, παρθένιον βλὲπων,
δίζημαί σε, σύ γ' ού κλύειϛ
οὐκ εἰδώϛ ὅτι τῆς εμῆς
ψυχῆϛ ἡνιοχεύεις
."

"Bimbo d'occhi femminei,
cerco te: tu non senti. E non sai
che tieni le redini di quest'anima mia."

"... e non sai che tieni le redini di quest'anima mia"- Certo, è vero, Anancreonte è il poeta dell'amore pederotico, ma questa è anche la frase che una mamma potrebbe dire al suo piccolo bambino... io credo che questa sia la lirica più suggestiva di Anacreonte. L'ultima frase risveglia, a mio parere, una sensazione di tenerezza nell'animo del lettore.
..."tenere le redini dell'anima"... quando una persona tiene le redini della tua anima, significa che è in grado di dare un senso profondo alla tua vita, che è in grado di renderti felice...





11 gennaio 2015

"La febbre dell'oro"



Un altro capolavoro cinematografico che ho apprezzato molto!

"La febbre dell'oro" é un film muto prodotto e interpretato da Charlie Chaplin negli anni Venti.
Tuttavia, per adeguare l'opera al nuovo pubblico del sonoro, Chaplin aveva sostituito gli intertitoli con dei commenti da parte di una voce narrante e, per la riedizione del 1942, aveva anche aggiunto una traccia orchestrale.
...A volte, quando sono sola in casa o sotto la doccia, mi capita di canticchiare la colonna sonora di questo film.

Il protagonista della storia è un omino vagabondo e solitario che percorre gli impervi sentieri montuosi dell'Alaska, sfidando il gelido vento del nord.
Lungo il cammino egli incontra molti cercatori d'oro.
Un giorno, per trovare riparo da una violenta tempesta di neve, l'omino si rifugia nella capanna di Black Larson, un ricercato dalla legge che lo accoglie malvolentieri. Qui incontra anche Giacomone (Big Jim nella versione anglo-americana), un uomo molto alto e grosso, alla ricerca di preziose pepite d'oro.
I tre uomini soffrono il freddo e la fame... Allora Black Larson esce per cercare cibo, ma, lungo il cammino, incontra gli uomini della legge, li uccide a colpi di pistola e si impadronisce dei loro viveri.
Poco dopo, "preso nel vortice delle sue cattive azioni, Black Larson fu spazzato via dal destino inesorabile", ovvero, precipita in un burrone per il distacco di uno spuntone di montagna.

 Intanto, tra Giacomone e l'omino si instaura un buon rapporto di convivenza. Alla vigilia di Natale, per placare i morsi della fame, l'omino cuoce in pentola una scarpa e la condivide con Giacomone.
(Fa sorridere il punto in cui Charlie Chaplin, che interpreta l'omino, arrotola i lacci della scarpa con una forchetta, come se fossero spaghetti!)
 Il giorno dopo, l'inaspettata comparsa di un orso e la sua cattura soddisfano il loro desiderio di cibo e, alla fine del lauto pranzo, le strade dei due uomini si separano.
A questo punto, nel film compare la descrizione di un altro luogo importante, nel quale si svolgeranno le vicende più significative della seconda parte del film.
 "... In quel deserto di ghiaccio, nacque dal sogno una città e gli esseri umani la riscaldavano con la loro vita, i loro amori, i loro desideri".

Dopo molte ore di cammino, il protagonista della nostra storia entra nel Tabarin di quel villaggio,
"...venne l'omino verso il Tabarin, verso quel faro del piacere, del ritiro di sogni perduti".
 Inizialmente si limita ad osservare le persone che ballano, cantano e bevono, ma poi... i suoi occhi si fermano, ammaliati, su Georgia, una giovane ballerina molto avvenente, che disdegna la corte di molti uomini, in particolare, le avances di Jack, giovane orgoglioso e arrogante. L'omino si innamora a prima vista della ragazza.
Durante la sua permanenza al villaggio, l'omino conosce l'ingegnere minerario Curtis, il quale, prima di partire per una lunga spedizione, gli affida la sua capanna, dandogli il compito di tenerla in ordine.
Una mattina, durante una piacevole passeggiata, Giorgia e alcune sue amiche si ritrovano davanti alla capanna di Curtis e vengono accolte con entusiasmo dall'omino. Tuttavia le ragazze, avendo intuito il sincero sentimento dell'amico verso Giorgia, gli sorridono e lo accarezzano in modo civettuolo e malizioso.
In seguito, le ragazze escono dalla capanna con la promessa di ritornare a cena per l'ultimo dell'anno.
Nei giorni seguenti, l'omino cerca di guadagnarsi qualche soldo spalando la neve (in realtà, la butta davanti alle case vicine per poi farsi pagare anche dai vicini, almeno fin quando non accumula la neve per sbaglio davanti alla prigione).

La notte di capodanno viene organizzata una festa al Tabarin, alla quale partecipa anche Giorgia. Nella capanna però, l'omino prepara la cena e la tavola imbandita e attende invano le sue giovani ospiti.
Nell'attesa però, l'omino si addormenta. Si risveglia a notte fonda, proprio nel momento in cui gli ospiti del Tabarin stanno gioiosamente brindando in occasione della mezzanotte. Allora egli esce dalla capanna, si reca al Tabarin ma, invece di entrare, spia le persone dalla finestra. Ad un tratto, a Giorgia torna in mente la promessa fatta all'omino.
La ragazza dunque si reca verso la capanna, entra, si accorge della tavola imbandita e viene presa dal rimorso. Il giorno seguente gli scrive una breve lettera:
"Mi perdoni di non essere venuta a cena. Vorrei incontrarLa per spiegarLe."

Nel frattempo, giunge al villaggio anche Giacomone, che coinvolge l'omino nella ricerca di preziose pepite d'oro nelle vicinanze della vecchia capanna.

I due uomini preparano una mappa per trovare la miniera. Poi entrambi si addormentano all'interno della vecchia capanna; ma...  
"Il destino è sempre il destino e giocò loro un piccolo scherzo e gli elementi si scatenarono ancora tuonando e ruggendo, mentre i nostri eroi dormivano profondamente..."

 Infatti, nella notte, una violenta bufera di neve sposta la loro capanna di legno, portandola in bilico sull'orlo di un precipizio.
Si svegliano entrambi all'alba e, camminando avanti e indietro per la baracca, notano che questa si inclina paurosamente, fino a rovesciarsi quasi del tutto. L'omino e Giacomone afferrano entrambi due grosse corde miracolosamente agganciate ad alcune rocce e riescono a salvarsi la vita pochi secondi prima che la capanna precipiti nel burrone.
Poco dopo, trovano la miniera d'oro che cercavano, diventano milionari e si imbarcano su un piroscafo."Diretti in patria, lasciavano le fatiche dell'Alaska per andare a vivere nel paese del latte e del miele, per ridere, vivere e godere del lusso. Erano famosi e assediati dalla stampa." 
Anche Giorgia è sul piroscafo, ignara dell'enorme fortuna che è toccata al suo spasimante...

Riusciranno a incontrarsi e a riconoscersi?... io stavolta non vi svelerò il finale della storia. E' una mia tendenza farlo quando svolgo le recensioni di libri, racconti e film, ma stavolta vorrei riuscire a suscitare in voi lettori una maggiore curiosità, ammesso che questa vicenda vi sia piaciuta...


ALTRE CONSIDERAZIONI:

Il film non è totalmente svincolato dalla storia degli Stati Uniti, dal momento che rivisita il mito americano della frontiera, in un racconto che concilia aspetti comici e poetici.
L'omino vagabondo, vero protagonista del film, uomo umile, puro, sensibile, affronta diverse avventure e travagli prima di diventare milionario.
Ritengo straordinaria la ripresa con i modelli in miniatura della capanna in bilico sul burrone che oscilla pericolosamente non appena Giacomone e l'omino fanno un minimo movimento.
E' interessante sapere che la famosissima scena in cui l'omino Chaplin cucina e mangia uno scarpone aveva riservato all'attore stesso una spiacevole conseguenza: un'indisposizione per l'effetto lassativo della liquirizia di cui era composto lo scarpone. La liquirizia venne consumata in grande quantità dato che la scena era stata ripetuta più volte.


RICONOSCIMENTI: 

Nel 1943, il film ricevette il primo premio Oscar e, nel 2000, l'American Film Institute lo ha inserito al venticinquesimo posto nella lista delle migliori cento commedie americane.


1 gennaio 2015

Capodanno 2015: costruiamo la pace!!


Ed è arrivato anche il 1° gennaio 2015.  Nell'aria limpida si diffonde il gioioso canto del vento. Gli uccelli si rincorrono e la neve brilla alla luce di un sole luminoso che splende alto nel cielo.
E' una bellissima giornata, ma fa molto freddo, ovviamente.


Ieri è stata una giornata particolarmente significativa per me: ho partecipato alla 47° marcia per la pace che quest'anno è stata organizzata a Vicenza dall'associazione cattolica "Pax Christi". Ho condiviso questa esperienza con una ragazza che negli ultimi mesi si sta rivelando un'amica davvero molto sincera per me.
La marcia è iniziata di fronte alla basilica di Monte Berico, suggestiva località collinare. In questa prima tappa, abbiamo recitato una preghiera scritta da Papa Francesco, un pensiero che invita noi cristiani ad adottare sentimenti di solidarietà e di fraternità nei confronti del diverso. Le frasi che mi sono rimaste impresse nella mente sono state:
"(...) Tieni accesa in noi la fiamma della speranza per compiere con paziente perseveranza scelte di dialogo e di riconciliazione, perché vinca finalmente la pace. E che dal cuore di ogni uomo siano bandite queste parole: divisione, odio, guerra! Signore, disarma la lingua e le mani, rinnova i cuori e le menti..."
Subito dopo, è stato letto un passo dall' "Elogio della follia" di Erasmo da Rotterdam. Vorrei riportarlo tutto, perché lo ritengo molto profondo:
"Quale preghiera, vorrei sapere, recitano i soldati durante le messe? Il "Pater noster"?  Faccia di bronzo! Osi chiamarlo "padre", tu che vuoi tagliare la gola al tuo fratello? "Sia santificato il tuo nome". Che cosa c’è che disonori il nome di Dio più che queste vostre risse?  "Venga il tuo Regno". Preghi così tu, che con tanto sangue hai edificato la tua tirannide?  "Sia fatta la tua volontà così in cielo come in terra". Lui vuole la pace e tu prepari la guerra? "Dacci il nostro pane quotidiano". Chiedi al Padre comune il pane quotidiano tu, che incendi le messi del fratello e preferisci morire di fame tu stesso, piuttosto che egli se ne giovi? Con che fronte pronunci queste parole:  "E rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori", tu, che ti appresti alla strage fraterna?  "E non ci indurre in tentazione". Scongiuri il pericolo della tentazione tu, che con tuo rischio provochi il rischio del tuo fratello? "Ma liberaci dal male". Chiedi di essere liberato dal male tu, che dal male sei ispirato a ordire il male estremo del tuo fratello?"

Naturalmente è stato ricordato anche il centesimo anniversario dall'inizio della Prima Guerra Mondiale, drammatico evento e "inutile strage" (come diceva Benedetto XV).
Sentivo che mio cuore batteva più velocemente quando è stata letta anche la poesia "Veglia" di Ungaretti.

    "Un’intera nottata
           buttato vicino
         a un compagno
          massacrato
       con la sua bocca
           digrignata
     volta al plenilunio
     con la congestione
       delle sue mani
           penetrata
        nel mio silenzio
             ho scritto
     lettere piene d’amore

       Non sono mai stato
              tanto
       attaccato alla vita"


 Proprio negli ultimi due versi è racchiuso il messaggio che l'autore vuole trasmettere: solo il dolore più estremo può suscitare un profondo attaccamento alla vita. Ungaretti infatti, scrive "lettere piene d'amore", rinnovando dunque il suo desiderio di vivere e di amare e comprendendo che egli deve continuare a vivere non soltanto per se stesso ma anche per tutti i suoi compagni morti durante la guerra.

La seconda tappa si è svolta a Campo Marzo, parco che si trova nelle vicinanze della stazione ferroviaria. Per me e per la mia amica questa seconda fase della marcia è stata la più divertente, innanzitutto per il fatto che ci è stata consegnata una lunga fiaccola (con la sua fiamma accesa davanti ai nostri occhi abbiamo attraversato tutto il parco) e poi anche perché abbiamo pregato cantando:
"Quante volte i cannoni dovranno sparar e quando la pace verrà? Quanti bimbi innocenti dovranno morir e senza sapere perché? Quanto giovane sangue versato sarà finché un'alba nuova verrà? -Risposta non c'é, o forse chi lo sa, perduta nel vento sarà.-".
Sono le domande che negli ultimi tempi mi sto facendo anch'io: quanti bambini innocenti moriranno ingiustamente a causa dei bombardamenti provocati dall'odio e dalla violenza? Quanti giovani ragazzi dovranno perire a causa della cattiveria?
Naturalmente vi sarà facile intuire che ho ripensato alla Strage di Srebrenica del 1995. Io sono nata in uno degli anni più bui della Storia Europea. E non ne vado fiera. Nel luglio del 1995 mia mamma era al settimo mese di gravidanza e mio zio Vincenzo si era laureato in teologia. Nella nostra famiglia regnava la felicità... e dall'altra parte dell'Adriatico dominava l'orrore, dal momento che si stava attuando un gravissimo massacro, a causa del quale si erano spente molte giovani vite.

"Addio ragazzo!
Le tue braccia
non potranno
mai più
stringere
le persone che ami.
 (...)
Addio ragazzo!
Del tuo limpido sorriso
non godrà più
la brillante luna
 che risvegliava
i tuoi innocenti desideri."

Ho recitato mentalmente due delle strofe che compongono la mia poesia "Addio ragazzo!", premiata ad un concorso letterario e pubblicata su questo blog proprio l'11 luglio 2014. L'ho composta con le lacrime agli occhi. L'ho letta diverse volte, silenziosamente, con le lacrime agli occhi. Sono una poetessa dilettante che cerca di esprimere i suoi stati d'animo e i suoi sentimenti con i versi, non sono una critica letteraria e non pretendo di diventarlo; anche se credo che siano soprattutto gli avverbi "mai più" e la correlazione "non...più" a conferire drammaticità al mio componimento.

Poi, nella mia mente ho formulato una specie di equazione: odio=guerra=violenza=dolore. L'odio è la principale causa della guerra. La violenza è generata dalla guerra. In un certo senso, è figlia della guerra. E violenza significa dolore.

Di fronte al "Busto di Gandhi" di Campo Marzo abbiamo ascoltato il famosissimo brano della Genesi che narra l'omicidio di Abele.
A seguire: una sosta nel Tempio di San Lorenzo, un'altra presso il Seminario Diocesano e infine la messa in Cattedrale.
E' stato il miglior  31 dicembre che abbia mai trascorso! Anche se, ad essere sincera, non ho partecipato alla messa in Cattedrale (anche se mi sarebbe piaciuto moltissimo!!!) perché dovevamo prendere il treno prima di mezzanotte.
Ma l'anno prossimo, se il Presidente di "Pax Christi" deciderà di organizzare la 48° marcia per la pace al di fuori del Veneto, ci fermeremo in un albergo per una notte!


... Un buon 2015 a tutti i miei lettori!!



24 dicembre 2014

Il Santo Natale: il valore della solidarietà


"Cammino su un silenzioso sentiero di campagna, mentre delicati fiocchi di neve scendono dal cielo e si posano sui rami spogli e sulle foglie accartocciate e appassite. I fiocchi di neve accarezzano le mie palpebre che si aprono e si chiudono di fronte al loro silenzioso cadere. Cammino tranquilla. I miei passi lasciano le loro effimere impronte nel candore della neve. Giungo dinanzi ad un fiume dalle acque gelide e immobili. Osservo la mia immagine riflessa.
Ad un tratto però, sento un timido singhiozzo alle mie spalle. Mi volto e vedo un ragazzo seduto accanto ad un abete. Mi avvicino lentamente. I battiti del mio cuore si fanno sempre più veloci, sempre più forti. Continuo ad avvicinarmi. Mi accorgo che le guance del ragazzo sono rigate di lacrime. Mi siedo accanto a lui. Freno l'impulso di abbracciarlo e mi limito a sussurrargli un tenero "Ciao". I suoi occhi disperati mi fissano con intensità mentre mormora: "Sono solo. Non ho più nessuno al mondo. Sono solo". Il mio cuore batte sempre più forte... il mio respiro si fa affannoso. La mia mano tremante afferra la sua e la stringe. E con una voce che tradisce la mia voglia di piangere, gli dico: "Ma se vuoi ci sono io!".  "Grazie". La sua voce è dolce e triste allo stesso tempo. ... e io gli sorrido con le lacrime agli occhi..."


Praticamente vi ho appena raccontato un sogno che negli ultimi anni mi capita di fare poco prima del 25 dicembre. Davvero, è sempre la stessa scena: la neve che cade, io che cammino fino alle rive del ruscello, il ragazzo che piange, io che gli stringo la mano... Credo che questo sogno esprima il mio  forte desiderio di accogliere gli altri, di ascoltarli, di prestare loro solidarietà e vicinanza nei momenti più bui della vita. Il Natale è una festività che ci invita a divenire più solidali verso chi soffre, ci stimola a rinnovare la parte migliore di noi stessi.
Anche quest'anno è già Natale... Sono seduta accanto al presepe che io e mia mamma abbiamo accuratamente allestito circa due settimane fa. Avvicino il mio sguardo alla Madonna che tiene tra le braccia Suo Figlio. Incredibile! Noi cristiani abbiamo fede in un Dio che si fa bambino, in un Dio che diviene uomo e che condivide le sofferenze dell'umanità! Mi sorprende sempre il fatto che il Salvatore del mondo sia nato in un'umile capanna e non nelle stanze di un palazzo reale! Il Figlio Unigenito di Dio, venuto ad abitare in mezzo a noi per insegnarci la carità fraterna, giace in una mangiatoia!! Il protagonista del Natale è un umile bambino visitato dai pastori!
Un brano di San Paolo dice così: "Cristo Gesù, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini. Apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte di croce (...)".
Chiudo gli occhi, per cercare di immaginare il cammino dei pastori verso la stalla: vedo una stella più luminosa del sole che percorre velocemente le vie del cielo per posarsi poi sul tetto della capanna, mentre miriadi di angeli volano e cantano: "Gloria a Dio nell'alto dei cieli! E pace sulla Terra".
Da bambina avrei voluto essere uno dei pastori; avrei voluto raggiungere la capanna saltellando e cantando gioiosamente lungo il tragitto per poter dare una carezza a Gesù bambino e per poter regalare un sorriso a Maria e Giuseppe.  " Purtroppo sono nata duemila anni dopo!", dicevo sconsolata. Davvero, anni fa mi sarebbe piaciuto vivere nell'epoca della nascita di Cristo.

Ora invece, riapro gli occhi e seguo il flusso dei miei pensieri.

"Natività", Gherardo delle Notti, 1620, olio su tela
Vorrei che questo Natale portasse il caldo vento della solidarietà per sciogliere il gelido ghiaccio presente nei cuori egoisti.
Vorrei che questo Natale facesse brillare nel cielo la parola "Pace" .
Vorrei che questo Natale spegnesse le dannose fiamme dell'odio e della violenza.
Vorrei che questo Natale spargesse semi di speranza nei cuori lacerati dal dolore, dalla solitudine, dalla malinconia.
Vorrei che questo Natale regalasse la forza di sorridere alle persone ammalate, provate da sofferenze fisiche e piscologiche.

Io... in questi giorni vorrei poter stare vicina alle persone che soffrono, vorrei poter donare loro la forza di credere in se stessi e in un futuro migliore.
Ogni volta che arriva il Natale, si rinnova dentro di me la voglia di compiere del bene per l'umanità.



BUON NATALE A TUTTI VOI!





20 dicembre 2014

Il quarto re magio: il riflesso della grazia di Dio in una stella


Oggi sono triste... E' appena morta un'anziana signora che mi voleva molto bene e alla quale anch'io volevo molto bene. Era un'amica di famiglia, era molto buona, generosa e profondamente credente...
 A lei dedico questo racconto di Natale, intitolato: "Il quarto re magio":

"Tanto tempo fa, in una terra lontana, svettava un'altissima torre. Un giorno, mentre il sole stava scendendo sull'orizzonte e le mura della torre risplendevano dorate nella calda luce del tramonto, i magi presero a correre su per le scale. Una volta giunti in cima, sul terrazzo della torre, l'oscurità ormai li avvolgeva. Si guardarono intorno e sopra di loro, nella volta celeste, videro brillare migliaia di stelle. "Ah!", sospirò uno, "Sono così belle!".  "Ziba!", lo rimproverò un altro, "Non siamo venuti qui per ammirare le stelle, siamo qui per studiarle... Per comprendere la loro nascita e la loro struttura, per comprenderne schemi e spostamenti, per indagarne i misteri e scoprire i loro significati nascosti." "Certo che sì, Baldassarre", rispose Ziba, cercando di risultare più coscienzioso di quanto non fosse. Ziba si rivolse poi a Melchiorre, dicendo:"quella stella ad est è davvero luminosa... Non ricordo di averne mai vista una così luminosa in quella parte del cielo...". 
"Melchiorre, penso che sia un primo avvistamento," disse il terzo, il cui nome era Gaspare, "E' una stella davvero insolita e credo che si stia muovendo. Riesci a vedere la sua coda luminosa?" I quattro uomini si misero ad osservare il cielo. Si trattava certamente di una nuova stella, non avevano dubbi. Ma perché era apparsa? Qual era il suo significato?
Fu solo quando il cielo fu rischiarato dalle luci dell'alba che gli uomini trovarono la loro risposta.
"E' il segno della nascita di un nuovo re", disse Baldassarre dopo aver consultato le sue preziose scritture. "Un re per la nazione dei Giudei".
"Un re per cui Dio stesso ha posto una stella in cielo", sospirò Ziba, "E' davvero sorprendente!! So che dobbiamo fare le nostre analisi con cautela, ma ogni tanto non vi viene da esclamare "ooooh" per la meraviglia?". Baldassarre inclinò il capo: "Non credo di aver mai avuto una reazione simile."
Mentre i magi discutevano della stella e del nuovo re, decisero di intraprendere un viaggio.
"Dobbiamo seguire la stella dovunque ci porti", dissero. "Dobbiamo trovare il nuovo re e portargli dei doni che gli rendano omaggio". Partirono più in fretta che poterono. Viaggiare di notte veniva loro naturale, poiché erano abituati a orientarsi osservando le stelle. Sembrava che la stella che stavano seguendo li volesse condurre da qualche parte a ovest.
Sulla strada, Ziba affiancò Baldassarre.
"Che regalo hai scelto per il nuovo re?" gli chiese.
"Uno scrigno d'oro.", rispose Baldassare, "L'oro è l'emblema del potere regale, e all'occorrenza può essere mutuato in monete."
I due cavalcarono affiancati in silenzio per un po'.
"E tu hai trovato il tuo 'sbalorditivo' regalo?", chiese Baldassarre.
Ziba percepì il sarcasmo della domanda.
"Non ancora", disse poi, "anche se l'oro è una scelta a dir poco abbagliante, devo dire."
La sera seguente Ziba parlò con Melchiorre. "Qual'è il tuo omaggio per il re?", chiese Ziba.
"Sapevo fin da subito cosa portare," rispose Melchiorre, "La mia città natale è famosa per la produzione di incenso. Gli Ebrei utilizzano spesso questo eccezionale prodotto. Lo bruciano, come saprai, all'interno del loro tempio. Mentre i sacerdoti parlano, il fumo dell'incenso si alza come le preghiere s'innalzano fino al cielo. Il re dei Giudei sarà sicuramente il loro sacerdote più sommo. "
"Davvero appropriato", disse Ziba. "Significativo, e poi che bella idea quella di pensare ad un prodotto locale". La terza sera del viaggio, Ziba andò da Gaspare per domandare anche a lui che cosa avesse scelto come regalo. Gaspare sorrise. "Se questo re realizzerà i sogni di questa gente, allora dovrà essere un guaritore", disse. "Gli porterò della mirra, nota per avere dei poteri curativi. Inoltre la metterò in un vaso di alabastro... So che è soltanto la confezione, ma sai com'è... dà un tocco in più!" Poi continuò:"Temevo che tu potessi avere la mia stessa idea, conoscendo la tua passione per certe cose. Sono sollevato che non sia così. Perciò dimmi, che regalo hai scelto?". Ziba si morse il labbro inferiore. "Io... ci sto ancora pensando", disse, "temevo di poter scegliere il tuo stesso regalo ma sono certo che l'ispirazione arriverà". Ma anche se il viaggio durò parecchi giorni, Ziba non riuscì a pensare a nessun regalo che fosse all'altezza. Dopo parecchi kilometri, gli uomini raggiunsero Betlemme. La stella che avevano visto ad Est brillava su una piccola casa a poche centinaia di metri di distanza. Quando si avvicinarono, sentirono l'inconfondibile pianto di un neonato. "E' lì", disse Baldassarre, "Devo portargli l'oro". Smontò dal cammello e cominciò ad aprire una delle sue bisacce. "L'incenso è arrivato integro."disse Melchiorre.
"Presenterò questo bel vaso con la mirra avvolto in un panno di raffinato lino. Credo proprio che sia grazie alla cura con cui si impacchettano i doni che si dimostra il proprio interesse." disse Gaspare.
"E tu, Ziba?" "Sono desolato" disse il quarto re magio. "Non ho ancora un dono. Lasciatemi qui fuori, andrò a prendere l'acqua per i cammelli."
Ziba osservò i suoi tre compagni di viaggio entrare in casa. Poi trovò un secchio e lo calò nel pozzo. Quando lo sollevò vide il riflesso della stella che avevano seguito fin lì.
"Ooooh!" sospirò. "Riflessa nell'acqua è ancora più bella, più luminosa, più scintillante! E pensare che una stella così grande possa entrare in questo secchio arrugginito."
Poi, senza pensare, corse dentro la casa, portando con sé il secchio. "Ho pensato che il bambino volesse vedere la stella che Dio ha posto in cielo per lui," disse. Poi si fermò. "Ma non è che un riflesso, che sciocco che sono." La madre del bambino sorrise. Portò il bambino davanti al secchio. Poi Ziba assisté ad un miracolo: la stella era ancora lì, e portava al bambino lo scintillio del cielo."


Addio, Gemma! Ora sei una stella che brilla nel cielo. Per favore, pensami anche da lassù e proteggi i tuoi cari! Ricordati di tutti noi quando canterai con gli angeli!


 ...ricordate il post che ho scritto il giorno del mio diciannovesimo compleanno, ormai tre mesi fa?...
Ad un certo punto, menzionavo l'esperienza di una veglia pre-natalizia e dicevo che i catechisti, durante quell'incontro, avevano insegnato a noi ragazzi una canzone stupenda, "della quale ricordo ancora a memoria ogni parola". Ogni singola parola.
Qui sotto la riporto:

"SENTIERI PARTIGIANI"- P. MALAGUTI (II):

Ci sono altri passaggi piuttosto interessanti all'interno di Sentieri partigiani. 4) LA FINE DI BENITO MUSSOLINI: Nell'estate 2010,...