3 ottobre 2015

Le bellezze (e i difetti) dell'Expo:


Giovedì 24 settembre sono andata all'Expo di Milano con i miei zii.
Questa enorme esposizione potrebbe essere considerata una città nella città, dal momento che comprende un'area di 1,1 milioni di metri quadri della zona nord-ovest di Milano e ospita i padiglioni di circa 150 paesi.

Per dar vita a tutto ciò è stato ovviamente necessario il contributo di architetti di fama internazionale che hanno configurato questo centro espositivo alla maniera delle città dell'antica Roma, basate su cardo e decumano, due strade perpendicolari sulle quali si affacciano non soltanto i padiglioni dei paesi partecipanti ma anche aree dedicate alla ristorazione.
Padiglione Italia
I padiglioni nazionali sono stati costruiti a spese dei paesi partecipanti, molti dei quali hanno anche pensato a costruire dei complessi architettonici fedeli a criteri di efficienza energetica: tra questi, è importante considerare il padiglione italiano, ispirato ad una foresta urbana e ricoperto da pannelli fotovoltaici inseriti nel vetro che lo rendono un edificio ad emissioni quasi zero. Inoltre, il cemento bianco di questo palazzo cattura lo smog perché le particelle sporche dell'aria, una volta attratte, vengono depurate chimicamente.

Il Padiglione Zero ospita le Nazioni Unite e racconta la storia dell'umanità attraverso il suo rapporto con il cibo. Il Parco della Biodiversità invece è un grande giardino in cui è riprodotta la varietà degli ecosistemi del nostro Pianeta.
Albero della vita
Ci sono anche degli spazi riservati ai bambini, in modo tale che anche loro possano conoscere le tematiche dell'Expo 2015.
L'Expo di Milano comprende circa 12 mila alberi. Una delle zone che a mio avviso esercitano un particolare fascino sui visitatori è il Lago Arena, con "l'albero della vita" che si erge al centro. Molto suggestivi sono i giochi d'acqua di questa zona.

Lo slogan dell'iniziativa è "Nutrire la vita, energia per il Pianeta". Dunque, l'Expo 2015 rappresenterebbe un'ottima occasione per riflettere sulle contraddizioni che caratterizzano il nostro mondo: se da una parte in molte zone dell'Africa e dell'Asia i bambini sono denutriti perché soffrono la fame, dall'altra, in Europa e negli Stati Uniti, l'obesità è in vertiginoso aumento tra i bambini e i giovani, a causa del troppo cibo. Senza contare che ogni anno vengono sprecate circa 2 miliardi di tonnellate di cibo.
Io ritengo che l'Expo 2015 sia molto più di una vetrina in cui i paesi del mondo mostrano le proprie tecnologie e le proprie risorse agricole.
L'Expo di Milano è soprattutto una piattaforma di confronto tra paesi che, pur coltivando tradizioni alimentari molto diverse, si prefiggono di promuovere innovazioni per un futuro sostenibile e di pensare a delle soluzioni che attenuino il grande divario tra paesi ricchi e paesi poveri.
Ogni paese partecipante interpreta lo slogan di questa manifestazione. C'è però chi lo interpreta bene e chi lo interpreta male, c'é chi ci ha messo l'anima per realizzare il proprio padiglione e chi invece si è impegnato molto poco...
Il Padiglione argentino per esempio, è stata una delusione: un'enorme architettura all'interno della quale nulla era inerente al tema dell'alimentazione: un bar, musica ad altissimo volume e alcuni ballerini di tango; nient'altro.
Carino invece il Padiglione francese, pieno di oggetti da cucina. Proprio qui ho avuto l'occasione di assaggiare anche un antipasto parigino con filadelfia, erba cipollina e chicchi d'uva. Devo ammettere che inizialmente ero piuttosto scettica di fronte a questa singolare combinazione, poi però l'ho davvero apprezzata.
Consiglio anche il Padiglione del Nepal: esso è esteticamente meraviglioso ed elaborato, dal momento che gli intagliatori hanno scolpito a mano le colonne dell'edificio. Oltre alla statua d'oro del Buddha che si trova al centro di una piccola stanza dalle pareti di legno, c'è anche la possibilità di gustare piatti tipicamente nepalesi.
Ghana e Costa d'Avorio invece concentrano la propria attenzione sulle piante di cacao (d'altra parte, non dimentichiamo che la Costa d'Avorio è il secondo produttore mondiale di cacao).
Oggetti da cucina, all'interno del padiglione del Qatar
Meritano moltissimo anche i padiglioni del Qatar e dell'Israele: oltre ad essere dei bei complessi architettonici, hanno anche una particolare funzione didattica, dal momento che al loro interno
vengono spiegati in modo davvero esauriente sia il processo di desalinizzazione delle acque del mare sia i significativi miglioramenti che hanno subito le tecniche agricole qataresi e israeliane.




Ad ogni modo, il mio preferito è il Padiglione cinese: al suo interno vengono spiegate anche le proprietà benefiche dei vari tipi di thé:
-il thé scuro ha proprietà digestive e antitumorali.
Padiglione Cinese
-il thé nero, oltre a rafforzare le ossa, previene le sensazioni di freddo e di stanchezza.
-il thé verde regola il livello di colesterolo nel sangue e protegge dai tumori della pelle.
-il thé giallo ha molte vitamine (A, B2, C e P) e, se assunto alla sera, aumenta la sensazione di relax.
-il thé bianco, oltre a prevenire malattie cardiovascolari, contrasta tutti quei batteri del cavo orale che danno origine a placca e carie.

Ho letto e fotografato tutti i cartellini che descrivevano i benefici del thé: ne farò tesoro, anche perché io sono solita berne moltissimo (arrivo anche a 5 tazze al giorno!) nel periodo novembre-aprile.
E, dopo l'elenco di tutte queste proprietà benefiche non mi resta che dire: "Sono fiera di essere una teinomane"!
Mi sono piaciute anche le statue in argilla e terracotta che mostravano la lavorazione e la cottura dell'anatra.
Poi, all'interno di una grande sala, abbiamo visto un video relativo a una famiglia di poveri contadini delle campagne cinesi che coltivavano con grande impegno delle risaie e che alla sera si riunivano tutti a tavola, esausti ma contenti. Tutto questo mi ha fatto pensare ai "Mangiatori di patate" di Van Gogh, uno dei dipinti che ho dovuto studiare e memorizzare lo scorso anno per un esame di storia dell'arte: anche qui, una famiglia di umili contadini si raduna attorno a un tavolo per godere degli esiti dei propri raccolti. E il messaggio è molto chiaro: la condivisione di quel poco che si possiede genera un clima sereno e alimenta sentimenti di affetto e di devozione verso la famiglia. E questa analogia mi ha commossa.
"Ma da quando in qua si va all'Expo per commuoversi??!" si domanderanno alcuni di voi.
Sono fatta così, ho le lacrime abbastanza facili. E i lettori che mi seguono da un bel po' di tempo ormai lo sanno bene!

Non ho fatto in tempo a visitare il Padiglione dell'Italia, e mi è dispiaciuto molto perché c'era una coda lunga kilometri, prova evidente del fatto che il mondo conosce e apprezza la cucina italiana. Comunque in un'intera giornata non c'è il tempo materiale per poter entrare in tutti i complessi architettonici.

Per concludere, vi confido un aspetto che non mi è piaciuto affatto: la presenza di un ristorante McDonald's vicino al padiglione del Qatar, tra l'altro gremìto di gente!!
Anzi, a dire il vero, McDonald's è uno degli sponsor dell'Expo... Non è un'enorme contraddizione questa??
Dunque, l'Expo mira a valorizzare tematiche quali l'equilibrio alimentare, l'importanza di una vita sana e il rispetto della natura che ci circonda. Invece, la famigerata multinazionale McDonald's prepara un cibo scadente e di pessima qualità, e lo dico per esperienza personale: in un week-end di maggio con un'amica sono stata al McDonald's di Verona in Corso Porta Nuova e, una volta tornata a casa, io sono stata male tutta la notte e anche la mattina del giorno seguente. Il pane, oltre ad essere insipido, aveva l'aspetto delle spugne che si utilizzano per lavare i piatti!
Mai come allora ho rimpianto la cucina dei ristoranti pugliesi!
Credo che la cucina pugliese sia la migliore del mondo. Dieci volte meglio anche di quella veronese (noi veronesi siamo bravi soprattutto nella preparazione di risotti e tortellini).
All'Expo c'é anche l'occasione di gustare prodotti pugliesi: approfittatene; io per esempio ho ordinato una pizza che era la fine del mondo!!

Riporto le parole di Carlo Petrini, presidente di "Slow Food": "Expo sembra trasformarsi sempre più in un campo di battaglia. In un luogo dove i due volti del cibo-il sistema di produzione, distribuzione e consumo industriale e l'agricoltura familiare, i produttori di quel cibo che è davvero in grado di nutrire il mondo-saranno faccia a faccia, l'uno davanti all'altro. Expo 2015 si è posta un obiettivo ambizioso come pochi: interrogarsi su un tema cruciale: come nutrire il Pianeta in futuro. In quest'ottica, la presenza di McDonald's suona più come un autogoal clamoroso che non come un'affermazione del diritto di confrontare liberamente le varie tesi, che Expo vorrebbe garantire".



Padiglione del Qatar

Padiglione del Turkmenistan

Padiglione Ecuador

Padiglione Nepal-una parte della struttura
Padiglione Stati Uniti

Orti verticali-Padiglione degli Stati Uniti

26 settembre 2015

Ho 20 anni... incredibile ma vero!!


20 Anni= quattro lustri= un quinto di secolo! 

Mi sono fatta ben due regali: giovedì ho visitato l'Expo a Milano e ieri notte sono stata in Lessinia: una giovane ed energica istruttrice della palestra che frequento ha organizzato un'uscita in montagna, nei pressi di Erbezzo. La luna, quasi piena, illuminava il sentiero sassoso; le stelle brillavano lontane e alcune innocue nuvolette passeggiavano per le immense vie del cielo. Inutile dire che anche la compagnia era fantastica!!
Abbiamo camminato per un po', abbiamo cenato in un rifugio caldo e accogliente e siamo ripartiti molto tardi. Sono tornata a casa contenta: la compagnia di persone buone, gentili, generose e solari mi gratifica sempre!
Ieri sera alla malga...
Mi sono alzata tardissimo e ho aiutato mia mamma a svolgere alcune faccende domestiche. Subito dopo pranzo: ciambella farcita con il cioccolato, cucinata dalla mia fantastica zia Marcella!! E poi... un sacco di telefonate, di messaggi, di post su Fb che sinceramente non avrei mai pensato di ricevere... ma sono contenta ancora una volta: questa è la dimostrazione del fatto che non sono sola e che molte persone mi pensano, mi vogliono bene e mi portano nel loro cuore!
Appena venuta al mondo!!
A questo proposito, vorrei condividere con voi lettori (e soprattutto con i miei lettori più affezionati e più sensibili, ovvero, con quelli che apprezzano per davvero ciò che scrivo e non nutrono alcuna invidia e alcuna malizia nei miei confronti) alcune parti di una lettera d'auguri scritta da mia madre:
"Carissima Anna, come scordare le 2 e 54 del 26 settembre 1995?? Hai fatto il tuo ingresso solenne nel mondo con grande chiasso e protesta. (sì perché in effetti dicono che quando sono uscita dal grembo materno mi sono messa a strillare come un'aquila e ho svegliato praticamente mezzo ospedale!!) Come scordare il tuo irto ciuffo nero e il tuo visino rosso paonazzo per il dispetto? Quel tuo arrivo nel mondo ha causato sofferenza anche a te ma è bastato accarezzarti e metterti sulla mia pancia e sul cuore per calmarti: hai subito capito di essere stata accolta ed amata. Questa nascita è come la vita: occorre amare, essere amati, saper staccarsi e ritrovarsi, emozionarsi e sentire che su noi genitori e su chi ti ama potrai sempre contare. (...) La mia bimba è ora una ragazza determinata che si impegna e crede nel futuro e sa anche che non tutto è roseo e perfetto. (...)

... che il mondo sia contento della tua presenza!! (...)"

Ah, le mamme... le mamme ricordano sempre con grande entusiasmo il giorno in cui hanno partorito i loro figli e li hanno presi tra le braccia per la prima volta!!!

Oggi c'è un bel sole che mi accarezza il viso. Alcune farfalle volano tra i delicati fili d'erba del mio giardino.

Ho 20 anni... incredibile ma vero!!!
Mi sento carica di energie e di aspettative verso il futuro! Ho una vita piuttosto piena e continuo a studiare con passione: più passa il tempo e più sono convinta di aver fatto bene a iscrivermi a Lettere. Permettetemi di affermare che la letteratura è lo specchio della vita e che alcuni grandi autori del passato come Mimnermo, Saffo, Alceo, Orazio, Petrarca, Tasso e Leopardi trattano tematiche molto attuali.
Prendete il mitico Petrarca (1304-1374), vissuto nel pieno del XIV secolo: "solo et pensoso i più deserti campi, /vo mesurando a passi tardi e lenti/ e li occhi porto per fuggire intenti/ ove vestigio uman l'arena stampi"... Petrarca cerca luoghi solitari per poter riflettere sul proprio stato d'animo tormentato, rifugge la compagnia di qualsiasi essere umano... ecco, a volte questo non capita anche a voi nella vita reale quando c'è qualcosa che vi tormenta o che vi angoscia? Oppure quando trascorrete quasi un'intera giornata con la persona che amate? Vi tremano le gambe ma nel cuore è vivo un fuoco scoppiettante... insomma, provate dei sentimenti talmente forti che, alla fine della giornata, avete bisogno di meditare su ciò che è accaduto e avete bisogno di farlo da soli in un posto poco frequentato.

Ad ogni modo, negli ultimi mesi ho ripensato spesso al mio breve passato.
Non ho nostalgia dell'adolescenza, perché credo di averla vissuta pienamente: ho sfruttato soprattutto le mie energie mentali, ho sviluppato un buon senso critico, ho partecipato a diverse iniziative culturali organizzate dal mio liceo e ho scoperto la mia passione per la poesia. Ho scritto molte poesie, soprattutto sul tema della natura.
Di tanto in tanto però, penso alla mia infanzia con le lacrime agli occhi: ultimamente ricordo anche alcuni eventi che sono accaduti prima dei miei cinque anni; per esempio quando, durante una passeggiata in montagna con alcuni amici di famiglia, mio padre mi portava sulle spalle e io stringevo una margherita tra le mani. Di questo ho un ricordo abbastanza nitido; e avrò avuto circa tre anni. Nelle ultime settimane ho sfogliato molto spesso gli album fotografici di famiglia. Ho sorriso quando mi sono vista travestita da regina nel carnevale del 1999: mio zio Vincenzo mi teneva per mano. Stavamo passeggiando lungo le rive dell'Adige, vicino al Ponte Pietra.

Ho già vent'anni. Vent'anni vissuti in una casa circondata da sette campi, con una famiglia meravigliosa che mi ha sempre sostenuta nei momenti di ansia, di malinconia e di sconforto.
Vent'anni carichi di esperienze significative, di ricordi ora piacevoli ora dolorosi, di attimi di felicità e di momenti tristi e difficili. Alcune persone sono entrate nella mia vita in modo significativo e si sono comportate in modo estremamente leale con me, perché sono sempre state disposte ad ascoltarmi con i loro dolci sorrisi sulle labbra. Devo moltissimo anche a loro.



22 settembre 2015

"Diario di un killer sentimentale":


Altro romanzo intrigante e curioso, scritto da Sepulveda, un autore sudamericano praticamente contemporaneo a Garcìa Marquez. Solo che Garcìa Marquez era colombiano, Sepulveda invece era cileno. 

Il killer sentimentale di cui si tratta è uno scrupoloso professionista dell'assassinio, molto abile nell'eseguire gli incarichi, molto richiesto e molto ben pagato.
La narrazione, in prima persona, è organizzata in una forma molto simile a quella diaristica, dal momento che invece dei capitoli, si trovano le diciture: "Prima giornata", "Seconda giornata", "Terza giornata" e così via, fino a narrare gli avvenimenti che accadono in un'intera settimana. Però, mentre le pagine di un diario sono sempre corredate da una data o comunque da indicazioni temporali ben precise, il "diario" di questo killer non contiene alcuna annotazione cronologico-temporale. In compenso, sono piuttosto precise le indicazioni relative ai luoghi.

L'inizio della vicenda si svolge a Madrid, città in cui il nostro protagonista, di cui i lettori non sapranno mai il nome, atterra. Una volta giunto all'albergo, riceve una busta: "Dentro c'era la foto di un tipo che non mi piacque: giovane, sui trentacinque anni, snello, belle presenza, seduto davanti a un lungo tavolo in compagnia di altri cinque tizi che gli assomigliavano. (...) Un minimo di etica professionale vieta di chiedere cosa hanno combinato i tipi che uno deve liquidare, ma guardando la foto provai della curiosità e la cosa mi dette fastidio. Nella busta non c'era altro e andava bene così. Dovevo prendere familiarità con quel viso, osservare i dettagli che ne avrebbero rivelato la forza o la debolezza."
Per la prima volta nella sua brillante carriera di assassino, il protagonista, solitamente abituato a passare da un incarico all'altro senza alcun indugio e senza porsi domande, arriva a chiedersi il motivo per cui dovrebbe assassinare l'uomo che vede nella fotografia.
Pochi istanti dopo, una rapida occhiata all'orologio della sua stanza d'albergo gli ricorda che mancano poche ore all'atterraggio dell'aereo proveniente dal Messico sul quale si è imbarcata la sua amante. E qui, la sua mente ritorna un po' indietro nel tempo: viene descritto infatti il loro primo incontro e anche gli sviluppi della loro relazione. Ne riporto alcune parti:
"Voleva diventare una traduttrice e come tutte le intellettuali era abbastanza ingenua da bersi qualunque storia, per cui non feci alcuna fatica a convincerla che ero il rappresentante di una società aeronautica e che perciò dovevo viaggiare molto." 

"(...) io violai varie regole sulla sicurezza, soprattutto quelle che si basano sulla solitudine e sull'anonimato, sul restare uno sconosciuto, sul non essere altro che un'ombra. E così l'appartamento dei contatti divenne l'ufficio dove dovevo andare ogni giorno, mentre il pomeriggio e la sera ne dividevamo un altro che iniziò a puzzare di casa borghese perché venivano i suoi amici e si facevano feste. In quei tre anni portai a termine vari incarichi in Asia e in America e credo addirittura di aver superato me stesso come professionista perché agivo alla svelta per tornare da lei."

Ma, colpo di scena, la sua amante, che egli chiama e continuerà a chiamare "la mia gran figa francese", gli invia un fax che si rivela scioccante:"Non mi aspettare. Mi dispiace ma non verrò. Ho conosciuto un uomo che mi ha fatto vedere il mondo in maniera completamente diversa. Ti voglio bene, ma credo di essermi innamorata di lui. Resterò in Messico per altre due settimane prima di entrare a Parigi. Là parleremo di tutto. (...)"
Questa rivelazione lo sconvolge, al punto tale che il killer cade in uno stato di prostrazione: cerca conforto nell'alcool, nei rapporti con delle prostitute, nei lunghi dialoghi sia tra se stesso e il suo doppio, sia tra se stesso e la foto della sua futura vittima, il cui nome è Victor Mujica. Addirittura arriva a dire al Mujica fotografato: "Non so che cosa hai combinato, ma sei fottuto. Forse ti consolerà il fatto che verrai ucciso da uno non meno fottuto di te e la cosa più strana è che ti invidio perché non appena ti avrò ficcato in corpo un paio di pallottole di piombo per te sarà tutto finito, mentre io, dovrò continuare a vivere."

Il "killer sentimentale" è profondamente angosciato. Proprio i sentimenti negativi che nutre nell'animo saranno la causa dei suoi molti sbagli professionali che mettono in pericolo la riuscita
dell’omicidio, di questo incarico particolarmente difficile che lo costringe a continui spostamenti geografici: uno degli errori più gravi che commette è quando, in una caffetteria di Istanbul, gli rivela di avere l'ordine di ucciderlo.
Tutti questi errori portano il suo capo, denominato anche come: "l'uomo degli incarichi" a decidere di mandarlo in pensione in anticipo. Prima però, il killer dovrà assassinare Victor Mujica.
Prima di congedarlo, "l'uomo degli incarichi" gli rivela anche che Mujica collabora con varie organizzazioni di trafficanti di droga negli Stati Uniti, motivo per cui deve essere eliminato dalla faccia della Terra.

Colpo di scena in finale: il nostro killer giunge a Città del Messico e, all'interno della sede dell'organizzazione del traffico di eroina di cui la sua vittima fa parte, trova il suo "incarico"
in compagnia della sua ex fidanzata!

Lo stile del romanzo è piuttosto ironico e la conclusione, in quanto inaspettata, coglie il lettore di sorpresa. Ad ogni modo, ciò che rende interessante il romanzo è proprio l'indole del killer, abile assassino razionale e calcolatore ma al contempo anche vulnerabile, sensibile alle sofferenze d'amore.


 "Il volto umano non mente mai: è l'unica cartina che segna tutti i territori in cui abbiamo vissuto."

A mio parere, questa è una frase molto significativa. E mi trovo d'accordo! Intanto, ho pensato ai volti delle persone anziane: le rughe, le macchie, le occhiaie sembrano quasi tracciare una mappa della loro vita, del loro lungo passato caratterizzato da gioie, da momenti di serenità, da speranze giovanili, da rimorsi... Io nel volto di mia nonna vedo tutto questo. Quando osservo bene le sue rughe e i suoi occhi, mi rendo conto di quanto lei abbia lavorato in gioventù per garantire una vita dignitosa a se stessa e ai propri figli, di quanto abbia sofferto, durante la guerra, la lontananza del fidanzato e del fratello.
Marc Levy, scrittore francese dei giorni nostri, scrive:
"Le rughe della vecchiaia formano le più belle scritture della vita, quelle sulle quali i bambini imparano a leggere i loro sogni."

La prima parte della frase comunque riguarda tutti e non soltanto i più anziani: soprattutto gli occhi rivelano il vero stato d'animo di un individuo... quando vedi piangere la persona che ami, logicamente ti rattristi e le chiedi che cosa c'é che non va. E anche se lei, magari per non farti preoccupare troppo, ti dice: "Sto bene, è tutto a posto", tu comunque capisci che non è affatto così, perché ti accorgi che dai suoi occhi traspare sofferenza, malinconia, senso di delusione.
Se ami davvero qualcuno, allora sei anche perfettamente in grado di comprendere quello che i suoi occhi esprimono. Il bello è che quando vedi piangere la persona che ami, non solo ti assale il desiderio di stringerla forte, ma addirittura vorresti proteggerla dal male e dal dolore del mondo. Però ti rendi conto che questo è impossibile, perché la vita di ogni essere umano non è un cielo senza nuvole. E quindi non ti resta che amarla e starle vicino.

Penso ad un aforisma di Nietsche, che mi è rimasto impresso:"Si può mentire con la bocca: ma con l'espressione che si ha in quel momento si dice pur sempre la verità."




15 settembre 2015

La tematica dell'alba in alcuni componimenti poetici:


Molto spesso in letteratura vengono delineati o evocati suggestivi paesaggi naturali. Il sorgere del sole affascina molti poeti.
In questo post vorrei proprio riflettere su alcuni componimenti relativi alla tematica dell'alba.


TORQUATO TASSO:
 (Madrigale n°143)

"Ecco mormorar l'onde
e tremolar le fronde
a l'aura mattutina e gli arboscelli,
e sopra i verdi rami i vaghi augelli
cantar soavemente
e rider l'oriente:
ecco già l'alba appare
e si specchia nel mare,
e rasserena il cielo,
e le campagne imperla il dolce gelo, e gli alti monti indora.
O bella e vaga aurora,
l'aura è tua messaggera, e tu de l'aura
ch'ogni arso cor restaura."


Torquato Tasso, noto soprattutto per il suo poema "La Gerusalemme Liberata", è stato anche un abile compositore di madrigali. Egli ha saputo infatti sfruttare pienamente le potenzialità espressive di questo genere poetico, dal momento che ha dimostrato di saper rappresentare in modo suggestivo non soltanto i paesaggi naturali ma anche i suoi stati d'animo.
In questo componimento, gli elementi naturali vengono colti in rapida successione.
A me sembra un quadro idilliaco: si ode il sussurro delle onde del mare, i rami degli alberi tremano al soffio della brezza mattutina, il dolce canto degli uccelli si diffonde nell'aria limpida... e ad oriente brilla la luce. Anzi, sembra proprio che, alla venuta dell'alba, il cielo sorrida lieto. Ricordo alcuni versi di un altro madrigale di Tasso intitolato "Ore, fermate il volo", dove è presente l'espressione "lucido oriente" che allude proprio ad un cielo limpido, rischiarato dalla prima luce del mattino.
Molto efficaci anche i versi: "e le campagne imperla il dolce gelo/e gli alti monti indora". Con sincero stupore lirico, Tasso ammira gli effetti che i raggi del sole generano sugli elementi naturali: le gocce di rugiada ("dolce gelo") brillano come perle e i profili dei monti si addolciscono, divengono dorati.


Negli ultimi tre versi, il poeta evoca la donna amata con il termine "l'aura" che allude al nome di Laura Peperara, arpista mantovana di nobile famiglia con la quale egli aveva avuto una breve relazione sentimentale. Su questo aspetto però egli non è per nulla originale: due secoli prima, Petrarca scriveva: "Erano i capei d'oro a l'aura sparsi", e anche qui,"l'aura" evoca il nome dell'amata. L'ultima parte del componimento fa pensare inoltre a un concetto espresso in "Ore, fermate il volo": "E voi, Aure veloci/portate i miei sospiri/là dove Laura spiri/e riportate a me sue chiare voci/sì che l'ascolti io solo". Qui Tasso chiede ai venticelli (="aure veloci") di far arrivare i suoi sospiri a Laura e di riportargli la sua bella voce cristallina.


  VITTORIA COLONNA:
 
  "Quando ’l gran lume appar ne l'oriente,
  che ’l nero manto della notte sgombra,
  e 'l freddo gel ch'alor la terra ingombra
  dissolve e scaccia col suo raggio ardente,
 
 de l'usate mie pene alquanto lente,
 per l’ inganno del sonno, me ringombra,
  ond’ ogni mio piacer risolve in ombra,
   alor che'n ciascun lato ha l’ altre spente.

  Oh viver mio noioso, oh aversa sorte!
  Cerco l’ oscurità, fuggo la luce,
  odio la vita, ognor bramo la morte.
 

Quel ch’ agli occhi altrui nuoce, a’ miei riluce,
  perché chiudendo lor s’apron le porte
a la cagion, ch’ al mio Sol mi conduce."


Vittoria Colonna era una nobile napoletana vissuta nel Cinquecento, una delle poche ad aver avuto la possibilità di accedere alla cultura letteraria. Questo sonetto è dedicato al defunto marito Ferrante d'Avalos.
L'arrivo del giorno scaccia il "nero manto della notte" e illumina la terra con il suo "raggio ardente", ma alimenta un forte sentimento di dolore nell'animo della donna. Mentre il sonno e la notte affievolivano le sue sofferenze, il sorgere del sole le provoca una sensazione di disagio che la induce a cercare l'oscurità, la morte.
I versi "cerco l'oscurità, fuggo la luce/ odio la vita, ognor bramo (=desidero continuamente) la morte" esprimono un sincero dolore esistenziale e una profonda nostalgia per il marito. Qui probabilmente Vittoria Colonna si è ispirata al sonetto di Petrarca "Pace non trovo et non ò da far guerra": anche Petrarca, per esprimere la sua angoscia, ricorre all'accostamento di termini dal significato molto diverso, come in questi versi:  
"(v. 2): "et temo, et spero; et ardo, et son un ghiaccio/et ò in odio me stesso, et amo altrui (v.11)."

Nell'ultima terzina, l'autrice invoca le tenebre affinché queste, inducendola a riposare, le permettano di vedere Ferrante in sogno.

Sebbene avesse sposato Ferrante per ragioni di convenienza economica e politica; dopo essere rimasta vedova, Vittoria Colonna ha dedicato tutta la sua produzione poetica alla memoria del marito. All'epoca quasi tutti i matrimoni tra i nobili erano combinati, ma poteva davvero capitare che sentimenti di affetto vivo e profondo per il coniuge nascessero durante la vita matrimoniale e non prima del matrimonio?
Ad ogni modo, a proposito di innamoramento, ultimamente sono restia a credere nei "colpi di fulmine". 
Quelli accadono soltanto nei film e nelle storie romantiche, ma nella vita reale, le attrazioni immediate e fatali sono solo illusioni.
Anzi, credo che sia proprio con il tempo che si impara ad amare davvero una persona.
Man mano che il tempo scorre, ci si accorge che la luce dei suoi occhi e la dolcezza del suo sorriso sono ciò che rendono meravigliosa la nostra vita.


TAGORE:
(Canto n°10)

"Oh, rendi nitida la mia anima 
nella cascata della luce mattutina,
detergi la polvere che mi copre e mi nasconde,
impigliata nella rete del sonno.
Tocca dolcemente con la verga d'oro 
la fronte della prima
aurora.
Il vento soffia dal cuore dell'Universo,
il pazzo vento della vita, carico di canto.
Fa' che il mio cuore risuoni al suo tocco delicato."



Non poteva mancare nemmeno Tagore, il poeta indiano al quale ho dedicato un post alcuni mesi fa!
All'inizio del componimento, Tagore sembra supplicare l'alba affinché la suggestiva luce del sole mattutino renda limpido il suo animo. Credo che in questa poesia l'alba sia garante di una sorta di purificazione interiore: la suggestiva luce del mattino invita il poeta non soltanto a rinnovare il proprio inno alla vita e ma anche a compiere buone azioni nel corso della giornata.
Nei primi quattro versi del canto è possibile notare la contrapposizione tra la luce mattutina, simbolo di gioia e il sonno, elemento strettamente legato alla pigrizia, alla malinconia e forse anche al peccato.

Infine, Tagore augura a se stesso di venire inondato dal vento della vita, un vento che proviene dal cuore dell'Universo, entità che sembra emanare energia vitale. E qui, il poeta manifesta il desiderio di sentirsi in armonia con il creato. In un certo senso, questo concetto mi ricorda i versi 29-31 della poesia "Fiumi" di Ungaretti: "mi sono riconosciuto/una docile fibra/dell’Universo"
In quasi tutta la produzione poetica di Ungaretti vi è la consapevolezza della fragilità della vita umana, sottoposta all'imprevedibilità del destino e a molte sofferenze. Ma nonostante il dolore, la guerra, la morte improvvisa e violenta dei suoi commilitoni, Ungaretti avverte un sentimento di profonda fraternità con la natura e si sente parte del Creato. Ed è proprio questa sensazione di armonia con l'immensità dell'Universo che lo stimola a vivere intensamente e a scrivere, in altre liriche, parole come: "La morte/si sconta/vivendo" ("Sono una creatura"-5 Agosto 1916).


7 settembre 2015

"L'uomo che guardava passare i treni", Georges Simenon:


Ho appena terminato la lettura di questo interessante romanzo che, a mio avviso, offre ai lettori diversi spunti di riflessione.

Inizialmente, la vicenda è ambientata a Groninga, una cittadina che si trova oggi nella parte settentrionale dei Paesi Bassi.
Kees Popinga, esponente dell'alta borghesia olandese, lavora orgogliosamente come impiegato presso la "Julius de Coster en Zoon", una ditta di forniture navali. Ha un'alta opinione di sé e vive con la moglie e i due figli nella villa più elegante del quartiere. Tuttavia, sin dall'inizio il lettore comprende che il signor Popinga non dialoga né con la moglie né con i figli e non manifesta loro alcun segno di affetto.
E' importante notare che Simenon, nel corso del libro, insiste piuttosto spesso sul fatto che Kees non riesca e non sia mai riuscito a comprendere la personalità della figlia Frida, strana ragazza dagli "occhioni scuri che non si capiva quel che volessero esprimere".
Tra l'altro, la vita quotidiana della famiglia Popinga, perfettamente ancorata agli ideali della borghesia dell'epoca, è monotona e malinconica.

Una sera, dopo aver cenato, Kees esce di casa e incontra in un'osteria Julius de Coster, direttore della ditta in cui lavora. Quest'ultimo, mezzo ubriaco, oltre a rivelargli che l'azienda è fallita per bancarotta fraudolenta, lo tratta con cinismo e con sarcasmo:"Prego, vuoti il bicchiere (...) Beva caro signor Popinga, e si convinca che le resterà sempre questa consolazione (...)" 
"Per parte mia, devo aggiungere che ogni settimana andavo ad Amsterdam da Pamela. Si ricorda Pamela signor Popinga? Io la mantenevo ad Amsterdam (...). Comincia a capire, signor Popinga? Non è ancora abbastanza ubriaco per capire quanto le dico? Approfitti dell'occasione, la supplico. Domani, quando penserà a tutto questo, diventerà un altro uomo e magari combinerà qualcosa nella vita." 
"Lei ha conseguito il brevetto di capitano di lungo corso, del quale va fiero... La ditta de Coster possiede cinque clipper di cui è suo compito specifico occuparsi... bene, le è sfuggito che uno di questi ha sempre e solo praticato il contrabbando e un altro è stato affondato su mio ordine in vista del premio di assicurazione! Beva signor Popinga, alla sua salute e alla sua felicità!" 
Dunque, per poter mantenere l'amante, De Coster amministrava con disonestà la ditta navale! Per Kees Popinga, la notizia del fallimento dell'azienda per la quale lavorava da anni è un duro colpo, perché all'improvviso egli sente l'incombente minaccia di un tracollo finanziario.
Così, senza spiegare nulla alla moglie e ai figli, prende un treno diretto ad Amsterdam per poter conquistare, o meglio possedere Pamela, la quale reagisce con una risata isterica alle avances di Kees. Innervosito dalla risata della giovane donna, Popinga finisce per strangolarla con un asciugamano.

Dopo il delitto, a notte fonda, il nostro protagonista fugge a Parigi, dove inizia la sua nuova vita, un'esistenza ancora più infelice e squallida della quotidianità borghese che aveva vissuto fino a poco prima. Kees infatti, ricercato dalla polizia per il delitto commesso, passa le sue giornate a girovagare per i quartieri della capitale francese. Nei suoi dieci giorni da fuggiasco, Popinga viene a contatto con una piccola banda di malviventi, frequenta osterie e alberghi dove sente molto spesso il bisogno di dormire con una donna, senza tuttavia consumare rapporti.
E' singolare notare che Popinga, orgoglioso e desideroso di celebrità, acquista ogni giorno molti giornali per poter leggere ciò che si scrive di lui e del suo tranquillo passato di borghese. Addirittura arriva a sfidare i redattori di alcuni giornali scrivendo loro delle lunghissime lettere che contestano le notizie, come questa (ne riporto soltanto alcune parti):
" Non sono di ottima famiglia. Ma lei capirà che a mia moglie, il cui padre era borgomastro, preme di raccontare queste cose ai giornalisti. Mia madre era levatrice e mio padre architetto. Solo che toccava a mia madre mandare avanti la baracca. Mio padre infatti, quando andava a trovare i clienti si tratteneva a chiacchierare e a bere, troppo allegro e socievole com'era per natura. Poi dimenticava di fissare il prezzo (...)  Lei vede bene, signor caporedattore, che mia moglie non ha detto la verità. (...) Conobbi mia moglie proprio quando terminai gli studi. Lei ora afferma, perché è più dignitoso, che il nostro è stato un matrimonio d'amore. Non è vero. Mia moglie abitava in un piccolo paese (...) e voleva vivere in una grande città come Groninga. Per parte mia, mi lusingava sposare la figlia di un uomo ricco e stimato (...) Pare, sempre in base alla signora Popinga, che per sedici anni io sia stato un buon marito e un buon padre. Non è più vero di tutto il resto. Se non ho mai tradito mia moglie è perché a Groninga si verrebbe subito a saperlo e la signora Popinga mia avrebbe reso la vita impossibile. (...) Quanto ad essere un buon padre, non lo credo. Non ho mai detestato i miei figli. Quando sono nati, ho detto che erano belli per compiacere maman, ma li trovavo orrendi. Si dice che mia figlia Frida è intelligente perché non parla mai, ma se non parla è perché, ne sono convinto, non ha niente da dire. Quanto al ragazzo, sono incline a pensare che non combinerà niente di buono nella vita."
Il romanzo, piuttosto lungo e impegnativo, è permeato da un pungente sarcasmo, che più di una volta induce il lettore a ridere amaramente.
Fanno inoltre sorridere le definizioni che i giornali danno di Popinga... eccone alcune:
"Il satiro di Amsterdam", "Il folle d'Olanda".

 Dopo essere stato derubato da un abile borseggiatore americano dei suoi milleduecento franchi, Kees pensa di suicidarsi sdraiandosi sui binari della stazione di Parigi, dove però viene riconosciuto e arrestato da alcuni agenti. Ma non finisce in carcere.
Infatti, dal momento che tutti, giornalisti, psichiatri e membri della polizia, lo avevano ritenuto o pazzo o paranoico, viene internato in un manicomio ad Amsterdam.
Il tempo scorre... Ma, ogni settimana, Popinga riceve le visite della moglie che lo informa a proposito dei successi scolastici e professionali dei loro due figli: Frida, oltre a divenire una giornalista affermata,  diviene anche la promessa sposa di un ragazzo sensibile e di ottima famiglia, il figlio minore Carl invece, vince una borsa di studio ed entra in una rinomata Accademia Navale.


INTERPRETAZIONE DELLA TRAMA DEL ROMANZO:

La trama è molto più complessa di come l'ho scritta io qui sopra. Ad ogni modo, mi premeva soprattutto enunciarne i contenuti fondamentali per poi approdare alla parte interpretativa.
Io sono propensa a vedere la singolare vicenda di Kees Popinga in questo modo: all'inizio del romanzo, il protagonista ha un lavoro redditizio, conduce una vita agiata ed ha molta, forse troppa, fiducia nei propri mezzi e nella sua intelligenza. E' proprio l'immagine del borghese dell'ottocento (e Popinga in effetti è un borghese del XIX secolo): ottimista, orgoglioso, fiducioso nella scienza e nei progressi della tecnica.
Ad un tratto però, il direttore della ditta in cui lavora, gli rivela di aver praticato affari loschi e, una volta informato a proposito del fallimento dell'azienda per la quale lavorava, Popinga sente che il mondo gli sta crollando addosso e allora vengono meno anche tutti quei principi in cui aveva creduto e sperato.
Reagisce quindi in modo abnorme: diviene un assassino, un insensibile e un diabolico fuggiasco. Perché il termine più adatto per poter definire Kees Popinga secondo me è diabolico, non pazzo. Se fosse pazzo, non avrebbe nemmeno la capacità di riflettere su che cosa fare e su dove andare per non farsi beccare. Invece Popinga è lucido, lucido e diabolico. E anche privo di rimorsi per il delitto che ha commesso. Diviene un vagabondo per le vie di Parigi. Il suo continuo girovagare senza una meta mi fa pensare all'infelice stato d'animo degli uomini del Secondo Novecento. Essi, dopo due sanguinose guerre mondiali, hanno compreso che:
A) I totalitarismi (nazismo, fascismo e comunismo) non promuovono né la libertà né il progresso; semmai distruggono il mondo con i pregiudizi razziali, con l'odio, con la violenza, con la soppressione della libertà di stampa e di opinione.
B) La scienza non è sempre sinonimo di progresso, anzi... durante le due guerre mondiali le camere a gas sono servite a sterminare milioni di ebrei, zingari, omosessuali e diversamente abili. La bomba atomica inoltre, progettata da alcuni fisici americani, ha provocato gravissimi danni al popolo giapponese, danni le cui conseguenze si riflettono ancora oggi a distanza di molti decenni, sull'ambiente e sulle generazioni.
C) Neppure la democrazia è una perfetta forma di governo e non garantisce mai l'uguaglianza sostanziale tra gli individui. Anche in uno stato democratico le disuguaglianze economiche e culturali possono essere ben accentuate, soprattutto negli ambienti cittadini.
D) A proposito di economia: il capitalismo, già molto competitivo in sé, genera spesso e inevitabilmente oppressione e dispotismi.

Per questi motivi dunque, gli uomini del Secondo Novecento appaiono angosciati, privi di solide ideologie e di validi punti di riferimento, schiacciati dall'orrore della storia ma al contempo consapevoli di esserne in parte responsabili. Come Popinga è in parte responsabile della rovina della sua azienda.


GLI OCCHIONI DI FRIDA:
Frida come la immagino io

Frida, la figlia incompresa dal proprio padre. Frida, forse l'unico personaggio veramente positivo di questo libro. Kees la sottovaluta molto, ma non a caso la pensa spesso durante i suoi vagabondaggi. Julius de Coster definisce gli occhi di Frida "languidi" che "piangono senza piangere". Languidi come quelli di un artista, di un poeta, di un intellettuale pienamente consapevole del dolore del mondo. Gli occhi languidi indicano solitamente una personalità sensibile, profonda, malinconica ma attenta alla realtà e alla sofferenza che pervade il pianeta. Frida è altro da Kees. E' la sua primogenita ma è altro da lui perché non è cinica né superba.
Frida svolge probabilmente il ruolo dell'intellettuale che osserva l'egoismo e la brama di potere degli altri uomini con occhi attenti e tutt'altro che inespressivi.


INTERPRETAZIONE DEL TITOLO DEL ROMANZO:

Anche il titolo è  curioso! E contiene un messaggio piuttosto importante, dal valore universale. Si riferisce soprattutto allo stile di vita borghese di Popinga.
Nel corso del primo capitolo si dice: "Non si sarebbe mai permesso di pensare ufficialmente che al mondo possa esistere un luogo più dolce del proprio focolare. Appunto per questo arrossiva quando gli capitava di udire un treno passare e si scopriva una strana angoscia che poteva far pensare ad una nostalgia."

Il protagonista osserva il passaggio dei treni. In questo caso forse i treni rappresentano le occasioni che la vita quotidiana offre a Popinga, delle occasioni che gli potrebbero permettere sia di ripensare alla propria esistenza sia di migliorare il rapporto con la moglie e con i figli.
Ma Popinga le osserva, quasi spaventato, e non le coglie. Così la sua vita è monotona e fredda, priva di calore umano.
Popinga prende il treno da Groninga ad Amsterdam, certamente, ma per realizzare un suo desiderio, ovvero, per poter sparire lasciando nei guai la moglie e i figli. Non dico che il nostro protagonista non sia in grado di scegliere; affermo però che egli sceglie pensando solo a se stesso, senza preoccuparsi degli stati d'animo dei suoi familiari e dei suoi conoscenti.



28 agosto 2015

"Io sono Lì"-la determinazione di una madre cinese nell'Italia immobile della Laguna


"Io sono Lì" è un film del 2011 diretto da Andrea Segre, regista che si sta focalizzando sui temi dell'immigrazione, del dialogo interculturale e della solidarietà sociale.

La protagonista della pellicola è Shun Lì, una donna cinese che lavora a Roma come operaia in una fabbrica tessile per saldare i suoi debiti e per ottenere i documenti necessari che permetteranno a suo figlio, un bambino di otto anni, di raggiungerla in Italia per poter vivere con lei.
Lì scrive delle lettere a suo figlio, per fargli capire che lo pensa spesso e che continua ad amarlo nonostante sia molto lontana. Eccone una: "Figlio mio, come stai? Mi manchi tanto. Come sta il nonno? Come va la scuola? Quando il capo mi chiede di cucire trenta camicie al giorno, io ne faccio dieci in più, e queste dieci sono per te. Tutti i lavori che farò li farò per te, per farti arrivare il prima possibile. Devi solo avere pazienza e vedrai che torneremo insieme."

E' molto importante rilevare che la prima scena del film riguarda il culto del poeta Qu Yuan,
che viene praticato da Lì e da un'altra donna cinese all'interno di uno squallido appartamento nella periferia di Roma. Qu Yuan è il poeta più importante dell'antica tradizione letteraria cinese e in Cina viene celebrato facendo galleggiare candele e lanterne sulle acque dei fiumi, in modo tale da poter proteggere la sua anima che naviga attraverso le acque. In quell'occasione però, Lì fa galleggiare delle piccole candele rotonde nella vasca da bagno e dice: "Che il poeta Qu Yuan ci aiuti ad affrontare un nuovo anno di vita e ci protegga in questa terra lontana."

Improvvisamente, Lì viene trasferita dal suo capo a Chioggia, la graziosa cittadina lagunare  
vicinissima a Venezia, per occuparsi della gestione di un'osteria frequentata soprattutto da anziani pescatori. Lì parla poco l'italiano e conosce ancor meno il dialetto veneziano: per questo inizialmente viene derisa dai frequentatori del locale, molti dei quali la congedano senza pagare gli arretrati delle ordinazioni.
Tuttavia, Lì rimane suggestionata dal paesaggio marittimo della cittadina. Così scrive al suo bambino: 
"Ciao figlio mio, come stai? Mi manchi molto. Il mare qui è molto bello. Non so perché ma sembra più piccolo del nostro. Forse perché ha due nomi: uno è mare, l'altro è laguna. Chiamarlo mare o laguna dipende dalla distanza. In italiano la laguna è femminile, calma, misteriosa. Invece il mare è maschile, non riposa mai, sempre in balia del vento e delle onde. A me il vento piace, perché mi porta da te, figlio mio."

Fino al giorno in cui fa la conoscenza di Bepi, un pescatore di origini croate, residente a Chioggia da circa trent'anni. Bepi è soprannominato "il poeta" dagli altri pescatori grazie alla sua versatilità nel comporre rime e piccole liriche.
A poco a poco, tra Lì e l'anziano pescatore nasce un rapporto che, a mio avviso, non è esattamente un'amicizia, come dicono invece altre recensioni su questo film che potete trovare altrove. Non è assolutamente un amore erotico ma non è nemmeno una relazione di amicizia. E' semmai un rapporto caratterizzato da una profonda tenerezza, come in teoria dovrebbe essere un rapporto padre-figlia.
Bepi, oltre ad essere dotato di una grande sensibilità, sa ascoltare e sa comprendere la malinconia di Lì e la sua nostalgia per Fucho, la sua città natale. Egli dialoga con Lì; le fa domande a proposito del poeta Qu Yuan, si commuove per la nostalgia che lei prova per suo figlio e soffre nel vedere a quali dure condizioni di lavoro è sottoposta.
Il sincero dialogo con Bepi, improntato su un profondo rispetto reciproco, è un conforto per Lì.
In una limpida mattinata di marzo, Bepi la invita a fare un giro in barca.

"Bepi: «Lì? Quanto tempo rimani ancora a Chioggia?»
 Lì: «Non lo so. Io aspetto la notizia.»
 Bepi: «La notizia?»
 Lì: «Si. E' difficile spiegare. Io lavoro e aspetto. Lavoro e così pago. E un giorno il capo farà venire mio figlio, ma non so quando. Decidono loro quando.»

E, al delicato suono delle placide onde del mare, Bepi le accarezza dolcemente il viso e la abbraccia. Questa uscita in barca si rivela una fonte di ispirazione per il vecchio pescatore, che compone una poesia per Lì:
"Tutti i fiumi
scendono al mare
senza poterlo riempire.
C'è un vento freddo
ma scalda il cuore,
fa sorridere Lì
come un piccolo fiore".

Che cos'è che rende "Io sono Lì" un film malinconico e drammatico? Proprio il fatto che, l'ottimo rapporto tra la barista cinese e il vecchio pescatore diventa oggetto di pettegolezzi e di calunnie proprio da parte degli amici di Bepi, i quali sono convinti non soltanto che quest'ultimo sia attratto sessualmente da Lì, ma anche che lei lo voglia sposare al solo scopo di rubargli l'eredità. Ma quale eredità?? Bepi è in realtà molto povero perché possiede soltanto una barca e un vecchio casone sul mare.
In questa pellicola cinematografica, Segre illustra tutti gli assurdi pregiudizi  sugli stranieri. I pettegolezzi e le malelingue degli altri pescatori si diffondono in tutta la cittadina, fino al punto in cui giungono alle orecchie del capo di Shun Lì, che una sera la convoca per parlarle in privato e per dirle: "A Chioggia girano troppe voci su di noi, per colpa tua. Gli italiani parlano male dei cinesi. Tu non devi frequentare Bepi, il poeta. Altrimenti dovremo mandarti via e dovrai ricominciare da capo. Dovrai ripagare tutti i debiti dall'inizio. Non gli devi più parlare, a parte le ordinazioni."

Si interrompe così il meraviglioso rapporto tra Bepi e Lì. Per la protagonista della vicenda, rimane un unico ma prezioso conforto: quello della sua compagna di stanza Lian, la quale vive una vita simile alla sua. Lian le dice: "Hai mai visto come fa l'acqua? Va dal mare alla laguna e poi torna indietro. Ma non ritorna tutta al mare. C'è dell'acqua che non riesce più ad uscire e rimane intrappolata nella laguna."
E' un'immagine bellissima e, a mio avviso, se ci si riflette un po', si riesce anche a trovare un significato metaforico. Il mare è immenso e diviene un meraviglioso specchio d'acqua quando il sole, nel sorgere e nel tramontare, lascia i suoi riflessi rosei e aranciati in superficie. Però, alba e tramonto a parte, il mare è anche una monotona distesa d'acqua, dove le onde sembrano tutte uguali (e questo soprattutto quando è calmo o poco mosso). Per questo il mare mi affascina ma mi mette sempre inevitabilmente anche un po' di malinconia; perché le onde compiono sempre gli stessi movimenti: dal mare aperto giungono a riva, dove si infrangono, e poi "ritornano indietro", secondo il fenomeno della risacca.  Così è la vita di Lì in Italia: monotona e triste, molto povera di affetti, caratterizzata da numerose ore di lavoro al giorno e da una forte e dolorosa nostalgia per la sua famiglia e per il suo paese natale, al quale lei è molto affezionata. La compagnia di Bepi dava un po' di colore alla quotidianità di Lì. Bepi in un certo senso rappresenta quei riflessi luminosi del sole di cui parlavo poche righe sopra. Quei riflessi di cui Lì è stata ingiustamente privata...
E quella quantità d'acqua che rimane intrappolata nella laguna è quel sentimento di oppressione che Lì e Lian provano nel dover sottoporsi alla volontà di un capo che ha a cuore soltanto i guadagni economici e che ignora completamente la sfera dei sentimenti e delle relazioni, al punto tale che controvoglia concede a Lì una mezza giornata libera affinché lei possa acquistare un regalo di compleanno da mandare al figlio.

Poco tempo dopo, Lì viene trasferita nuovamente in un'altra città del nord Italia per lavorare in un grande magazzino.
Passa un altro anno di duro lavoro, le stagioni scorrono veloci; da una primavera soleggiata e vivace si passa ad un altro inverno. Fino al giorno in cui il suo capo si reca a farle visita portando con sé il figlio della donna. Pur essendo colma di gioia, Lì si chiede chi abbia pagato tutti i debiti al posto suo.

Il finale della storia è molto significativo: Lì ritorna a Chioggia per poter incontrare di nuovo Bepi, ma apprende che il poeta pescatore è morto e che le ha lasciato una lettera in cui dichiara di lasciarle in eredità il suo vecchio casone. La lettera si conclude così: "Mi piacerebbe che un giorno mi regalassi un funerale come quello del vostro poeta". ... Nell'ultima scena, il regista ci lascia con una breve lirica del poeta Qu Yuan, recitata mentalmente da Lì, che dice:
"Chiedo al guardiano del cielo di aprirmi. Appoggiato alla porta lui mi scruta. Un turbine di vento si raccoglie con il saluto di nubi e arcobaleni".

Il film merita, davvero. E' poetico, malinconico, delicato, sentimentale. Rivela tutto il fascino di Chioggia e dimostra come certi pregiudizi alimentano la paura nei confronti del diverso.
La colonna sonora è caratterizzata esclusivamente da melodie lente, dolci, languide, espressive al punto tale che toccano le corde più profonde dell'anima.


25 agosto 2015

"Cronaca di una morte annunciata": l'inevitabilità di sfuggire ad un destino crudele


Dopo una piacevole settimana di vacanza in cui i miei occhi hanno ammirato spettacolari paesaggi di montagna, riprendo a scrivere con un pizzico di nostalgia per il mio caro e dolce Sudtirol...

"Cronaca di una morte annunciata" è un breve e intrigante romanzo scritto dal celebre autore colombiano Gabriel Garcia Marquez.
Il protagonista della vicenda narrata è il giovane Santiago Nasar, ventenne di origini arabe che trascorre una vita tranquilla e piuttosto agiata; oltre ad essere il proprietario di una fattoria è anche un appassionato di cavalli e di armi da fuoco.
Il narratore, interno alla vicenda, non svela mai al lettore il suo nome nel corso della storia; si limita soltanto a dichiararsi uno degli amici di Santiago che, a distanza di molti anni dalla morte di quest'ultimo, intraprende una sorta di inchiesta e scrive la “cronaca” con l’intenzione di fare chiarezza su ciò che è accaduto.
"Il giorno che l'avrebbero ucciso, Santiago Nasar si alzò alle 5,30 del mattino per andare ad aspettare il bastimento con cui arrivava il vescovo. Aveva sognato di attraversare un bosco di higuerones (alberi tropicali di legno duro) sotto una pioggerella tenera, e per un istante fu felice dentro il sogno, ma nel ridestarsi si sentì inzaccherato da capo a piedi di cacca di uccelli", sin da queste prime righe l'autore cerca di esporre nel modo più dettagliato possibile le azioni, le sensazioni e gli avvenimenti che caratterizzano le ultime ore di vita del protagonista.
Sin dall'inizio però, si avverte la reale difficoltà di rendere precisi diversi dettagli: uno di questi è il tempo meteorologico: "Molti coincidevano nel ricordare che era una mattina scintillante percorsa da una brezza marina che arrivava attraverso i bananeti, come era da supporre dovesse essere in un perfetto febbraio di quell'epoca. Ma i più erano concordi nel dire che era un tempo funereo, con un cielo torbido e basso e un denso odore d'acque stagnanti, e che nel momento della disgrazia veniva giù una pioggerellina minuta come quella che aveva visto Santiago Nasar nel bosco del suo sogno".

Una delle tematiche predominanti di questo romanzo è la fatalità: Placida Linero, la madre di Santiago, pur godendo della fama di abile interpretatrice dei sogni, non è in grado di avvertire il benché minimo presagio di morte nel sogno del figlio.
Tra l'altro, Santiago è incapace di sfuggire alla sua tragica sorte dal momento che è vittima di coincidenze sfortunate:
"Nel salotto, dove continuava a pulire pavimenti, Divina Flor vide allo stesso tempo che Santiago Nasar entrava dalla porta della piazza e saliva per le scale da nave delle camere da letto. (...) Tanto che quando Placida Linero le chiese di lui, Divina Flor la tranquillizzò: «E' salito in camera un minuto fa», le disse . (...) Attraverso la porta (Placida Linero) vide i fratelli Vicario che venivano di corsa verso la casa con i coltelli sguainati. Dal punto in cui lei si trovava poteva vederli, ma non riusciva a vedere suo figlio che correva da un altro angolo verso la porta. « Pensai che volessero introdursi in casa per ucciderlo là dentro» mi disse. Allora corse verso la porta e la chiuse di colpo. Stava tirando la spranga quando udì le grida di Santiago Nasar e sentì i pugni di terrore sulla porta, ma credette che egli fosse di sopra, insultando i fratelli Vicario dal balcone della sua camera da letto."

I Vicario, artefici del delitto, erano due gemelli pressoché identici nell'aspetto fisico, ma, nel corso della loro adolescenza, avevano ricevuto una formazione professionale molto diversa l'uno dall'altro: Pedro, il più sanguigno, era stato addestrato nell'esercito, Pablo invece aveva appreso il mestiere dell'orefice nell'officina del padre. I fratelli Vicario erano definiti dei giovani dall'indole mite e mansueta... aggettivi che, se utilizzati per definire due assassini che squartano vivo un ragazzo sotto casa, suonerebbero, oltre che fuori luogo, anche ridicoli.
Soltanto all'inizio del secondo capitolo l'autore rivela che Pedro e Pablo vogliono uccidere Santiago per una questione d'onore che riguarda la loro sorella Angela, ripudiata dal marito alla prima notte di nozze dal momento che quest'ultimo aveva scoperto che la sua novella sposa non era vergine.
Questo è un romanzo incentrato proprio sul delitto d'onore, tematica che influenzava profondamente la mentalità del secolo scorso e in particolar modo le civiltà rurali come quelle dell'America Meridionale.
Fino a circa sessant'anni fa, la difesa dell'onore giustificava qualsiasi azione violenta mirata a ristabilire l'ordine della morale collettiva. Proprio per questo i fratelli Vicario continuano a dichiararsi innocenti durante il processo.
A dire il vero, tutti i personaggi del romanzo hanno una relazione diretta con la morte di Santiago.
E non fanno nulla per impedirla. Nessuno interviene per salvare la vita del giovane; sia perché all'epoca c'era la convinzione che le questioni d’onore dovessero essere risolte dai diretti interessati, sia perché gli abitanti del piccolo paese in cui si svolge la vicenda sono sopraffatti o da codardia, o da una forte invidia nei confronti di un ragazzo giovane, bello e ricco, o da una totale indifferenza, oppure sono convinti del fatto che Santiago sia già stato informato a proposito delle intenzioni omicide dei due fratelli. Senza contare che alcuni banalizzano le intenzioni dei Vicario: "Faustino Santos non seppe spiegarsi quello che era accaduto: «Vennero ad affilare un'altra volta i coltelli e di nuovo gridarono perché tutti sentissero che avrebbero sventrato Santiago Nasar, tanto che credetti che ci stavano sfottendo."
"«Pensammo che erano fanfaronate da ubriachi», dichiararono diversi macellai, così come Victoria Guzman e molti altri che li videro più tardi."

Un altra figura molto curiosa è Angela Vicario. Nella prima parte del libro, appare una ragazza debole, decisamente sottomessa al volere della famiglia (come la maggior parte delle giovani dell'epoca):
Dall'omonimo film di Francesco Rosi
" (...) Angela Vicario non dimenticò mai l'orrore della sera in cui i suoi genitori e le sorelle maggiori con i rispettivi mariti, riuniti nel salotto di casa, la obbligarono a sposarsi con un uomo che aveva visto appena. (...) Angela Vicario s'azzardò appena a insinuare l'inconveniente della mancanza d'amore, ma sua madre lo demolì con una sola frase: «Anche l'amore si impara» (...) . «Una sola cosa imploravo da Dio, che mi desse il coraggio di uccidermi. Ma non me lo diede» mi disse Angela Vicario."

Nella seconda parte del libro, invece, si dimostra forte e determinata nel suo intento di riconquistare
il marito:
"Nessuno avrebbe mai sospettato, fino a quando ella si decise a raccontarmelo, che Bayardo San Roman si era insediato per sempre nella sua vita dal momento in cui l'aveva ricondotta a casa sua. (...) Le bastava chiudere gli occhi per vederlo, lo udiva respirare nel mare, la svegliava a mezzanotte l'ardore del suo corpo nel letto. Alla fine di quella settimana gli scrisse la prima lettera. (...) Attese invano una risposta. Al termine di due mesi, stanca di aspettare, gli mandò un'altra lettera. Sei mesi dopo aveva scritto sei lettere senza risposta, ma si accontentò di constatare che egli le stava ricevendo. Padrona per la prima volta del proprio destino, Angela Vicario scoprì allora che l'odio e l'amore sono passioni reciproche. Tante più lettere spediva quanto più si accendevano le braci della sua febbre (...). Divenne lucida, decisa, maestra della propria volontà e non riconobbe altra autorità che la propria né altra schiavitù che quella della sua ossessione."
La donna riesce nel suo intento: diciassette anni dopo, Bayardo ritorna da lei con due valigie: una contiene tutti i suoi capi di abbigliamento, l'altra invece è piena delle duemila lettere scritte da Angela.

Ad ogni modo, nel romanzo viene denunciata l'impossibilità di scoprire tutta la verità sui fatti accaduti: è davvero Santiago Nasar il ragazzo che ha disonorato Angela?
Io credo che sia improbabile, sostanzialmente per due motivi: in uno dei primi capitoli, il narratore ricorda che Santiago non era per nulla attratto da Angela e non aveva mai avuto l'intenzione di sedurla, sebbene lei fosse considerata la ragazza più bella del paese. Anzi, a dire il vero la considerava "un'oca già pronta per essere appesa a stendere sul filo dei panni". Insomma, tra Santiago e Angela non era mai nata una relazione sentimentale.
Inoltre, verso la fine si legge che alcuni abitanti del paese pensavano che Angela, nel voler proteggere qualcuno, avesse scelto il nome di Santiago Nasar credendo che i suoi fratelli, in quanto amici della vittima, non avrebbero mai osato fargli del male... e invece lo svolgimento della "cronaca" dimostra proprio il contrario.

L'AVVENIMENTO REALE:

Nella realizzazione di quest'opera, lo scrittore si è ispirato a un evento accaduto il 22 gennaio 1951. Mercedes, che all'epoca era la sua fidanzata, gli aveva fatto recapitare un biglietto che lo informava a proposito dell'assassinio di Cayetano Gentile, giovane di origini italiane che era stato un grande amico di infanzia per entrambi.
Cayetano era un giovane studente di medicina e abitava a Sucre, capitale della Bolivia, città in cui
era molto diffusa la criminalità.
Gli autori della carneficina in questo caso erano i due fratelli di Margarita Chica, l'ex fidanzata di Cayetano che provava verso quest'ultimo un forte risentimento e che lo aveva accusato di essere il responsabile della  perdita della sua verginità prima del matrimonio con Miguel Palencia.
I fratelli di Margarita, proprio come i fratelli Vicario, avevano dapprima atteso Cayetano in un bar di fronte a casa sua, poi, quando lo avevano visto correre verso casa, lo avevano inseguito. La madre di Cayetano, convinta che il figlio fosse già rientrato, aveva sprangato la porta d’ingresso. Ma il giovane ragazzo era stato squartato vivo con dei lunghi e affilati coltelli proprio sotto casa.

Nella mente dell’autore allora, era iniziata a maturare l’idea di scrivere un romanzo sui temi della morte, della fatalità e della verità.


"SENTIERI PARTIGIANI"- P. MALAGUTI (I):

  "Se decidiamo di riconoscerci in quei principi di libertà e di lotta per la libertà dobbiamo accettare la sfida di non lasciare in si...