7 ottobre 2019

"Le avventure di una liceale invisibile"- estratti:

 Con un senso di vera e propria soddisfazione vi metto qui alcuni estratti.
Sono parecchi, per farmi ancor più pubblicità, ma il libro è, direi, ancora di più di tutto questo (ci sono altri temi, diversi altri episodi forse ancora più interessanti e diversi altri spunti di riflessione, e non posso copiarli tutti quanto sui post del blog). Naturalmente in questo post non ci sono né l'ultimo capitolo (il n°54) né l'epilogo:

 CAP.1:


Ieri sera mi sono sentita piuttosto male.
Non solo non ho digerito la cena ma, per tutta la notte, sono stata perseguitata da un mal di testa feroce!
Per questo stamattina sono entrata a scuola con due ore in ritardo.
«Sei sicura di non voler rimanere a casa oggi?» mi ha chiesto mia mamma.
«No mamma, tranquilla! Non posso perdere l’ora di italiano» le ho detto io sorridendo.
Mia madre accosta davanti al cancello della scuola. Io scendo.
Ci salutiamo con un abbraccio. Sospiro.
È una nuvolosa giornata di fine ottobre.
Mentre percorro il cortile della mia scuola, vedo che le rondini volano veloci, come se volessero accarezzare quelle spumose nuvole grigie che accarezzano il cielo.
In questo momento vorrei trovarmi in Alaska, camminare sulla neve e sentire il gelido soffio della brezza che sfiora delicatamente le alte cime dei monti.
Proprio come aveva fatto Alex Supertramp nei suoi ultimi mesi di vita.
Into the wild è il mio film preferito e Alex è un grande!
In questo momento vorrei essere in mezzo alla natura selvaggia, lontana dal mondo abitato. Invece mi trovo a scuola.
Mentre percorro il corridoio, suona la campanella che annuncia la fine della prima ora di una mattina scolastica caratterizzata soprattutto da sonnolenza e apatia.
Salgo due rampe di scale ed entro in aula.
Il professor Giulio Venturi, ovvero, il mio prezioso e grandioso insegnante di letteratura italiana, deve ancora arrivare.
Saluto Valeria e Roberta, sedute in prima fila, intente a chiacchierare fittamente.
Non ricambiano. Chissà che cose interessanti si staranno raccontando!
Ad ogni modo, per me risulta sempre impossibile e impensabile interromperle!
Mi dirigo verso il mio banco, in seconda fila, vicino alla finestra.
Do un’occhiata generale alla classe più accogliente che sia mai esistita su questo pianeta: Sara e Laura saltellano ridendo fragorosamente, Jenny invece, esattamente dietro di me, è al telefono con un’amica.
Le sta raccontando ad alta voce e in modo particolareggiato le sue ultime prodezze compiute con un ragazzo molto più grande.
Sorrido e penso: viva il pudore!
Serena, Alice ed Emilia stanno sfogliando delle riviste gossip che parlano di alcuni triangoli amorosi tra modelle e famosi sportivi.
In fondo all’aula, in piedi e per lo più rasenti ai muri, ci sono tutti gli altri.
Non dicono nulla di interessante e spesso si lamentano dei bravi insegnanti.
Sono entrata. Sono una loro compagna di classe da più di tre anni, sono alta poco più di un metro e settanta, i miei capelli neri sono ricci e voluminosi.
Sarebbe facile accorgersi della mia presenza fisica, vero?
Ah, no: dimenticavo un piccolo ma fondamentale particolare: sono una liceale invisibile.

Mi chiamo Zoe Trevi. Un mese fa ho compiuto 17 anni. E per i miei compagni non esisto.


DAL CAP.5:

Sul mio banco è aperto il libro di letteratura inglese. Sto cercando, senza farmi notare troppo, di leggere un racconto di Edgar Allan Poe intitolato Eleonora, tutto in lingua originale.
Ma stamattina per me è impossibile rimanere concentrata nella lettura!! Sono troppo stanca e mi scoppia la testa!
Mentalmente, rimprovero me stessa per aver accettato l’invito di Marina, una ragazza del mio paese che proprio l’altra sera ha voluto festeggiare il suo diciassettesimo compleanno in un locale notturno.
Abbiamo aderito in molte alla sua proposta. Per arrivare alla discoteca, ci hanno dato un passaggio in auto dei ragazzi più grandi di noi, tutti studenti universitari che conosciamo poco più che di vista.
Quel posto era un locale buio, affollato, molto stretto.
Il volume della musica era altissimo, non si poteva nemmeno dire una parola perché non si riusciva a sentire nulla e per di più, delle colorate luci psichedeliche stordivano il senso della vista.

A momenti credevo che il cuore mi saltasse in gola!! Ogni tanto, il dj urlava al microfono delle parole volgari ed esortava i giovanotti a imbattersi in eccitanti avventure notturne con le ragazze.

(...)



Sono ritornata a casa alle tre del mattino, con grande sollievo di mia madre.
Eppure, nonostante ieri fosse domenica, non ho potuto riposare: dovevo esercitarmi per l’imminente compito scritto di greco e dovevo iniziare a studiare storia, in vista di una futura interrogazione dei prossimi giorni.
Ieri stranamente, nonostante una notte quasi in bianco, sono riuscita a mantenere la concentrazione in ciò che studiavo.

Ma in questo momento mi sta crollando proprio la stanchezza addosso!

(...)

Ma si può davvero parlare di divertimento?
Questa domanda che mi pongo mi fa pensare anche a quanto ieri ha bevuto Marina.
Penso al momento più terribile della nostra nottata, che è avvenuto quando Marina ha iniziato a sentirsi molto male.
Accorgendomi dal suo malessere, l’ho afferrata per un braccio; e siamo uscite rapidamente da quella stanza affollata e infernale per arrivare al cortile del locale.

Mentre Marina vomitava tutto il suo disagio e la sua grande insoddisfazione esistenziale, io mi chiedevo: ma che cosa significa divertirsi per i ragazzi della mia età? Possibile che non ci possano essere modalità alternative alle discoteche?

INIZIO CAP. 13:

È una grigia mattina di novembre. Piove a catinelle.
Dopo tre lunghe ore di lezione trascorse soprattutto a prendere appunti in modo molto diligente, esco dalla porta dell’aula.
Oggi sono stanca; e per di più infastidita per la ricomparsa dell’acne sulla guancia destra.

I brufoli sono gli amici più fedeli con i quali io abbia mai avuto a che fare in questi anni di liceo. Mi vogliono troppo bene per abbandonarmi. Il punto è che non mi rendono attraente per nessuno!

DAL CAP.16:

Assemblea di istituto delle classi quarte! Siamo tutti rannicchiati sui comodissimi spalti di legno dell’aula magna, intenti a vedere un film intitolato Come tu mi vuoi.
La protagonista, che all’inizio è una ragazza molto seria e bravissima negli studi, per farsi amare da un ragazzo che è l’opposto di lei, decide di cambiare comportamenti e abitudini quotidiane, diventando superficiale e disinibita.
In questo film c’è più di una scena di sesso.
I miei compagni ridono di gusto e di tanto in tanto da parte loro vengono pronunciati degli elogi verso la protagonista, la quale con grande zelo fa tutto il possibile per omologarsi.
I rappresentanti delle classi quarte, ovvero, gli organizzatori di questa assemblea, sono tutti seduti su delle poltroncine laterali, rasenti ai muri.
Anche loro guardano con grande interesse gli sviluppi del film.
Chissà per quale oscuro motivo lo hanno scelto, penso io, piuttosto annoiata.

(...)

... al termine della proiezione, uno dei rappresentanti spegne con il telecomando lo schermo della grande LIM e urla: «A noi rappresentanti è piaciuto un sacco questo film e così abbiamo pensato di proporvelo! Per tutto l’anno scolastico, faremo in modo che queste giornate di assemblea siano divertenti e piacevoli, non noiose e deprimenti come le solite mattine piene di lezioni e di verifiche!».

Molti allora iniziano ad applaudire e a urlare la loro approvazione.

(...)

Al suono della campanella, da me tanto agognato, esco da quella enorme aula.
Mentre percorro il corridoio, sento una voce che esclama: «Ma che schifoso film pornografico di m.... che ci hanno fatto vedere!».
Mi giro. Vedo Giorgio e Stefano, due miei coetanei che frequentano l’indirizzo scientifico di questo liceo e che ho conosciuto lo scorso anno durante una gita scolastica a Vienna. Noto che i loro volti sono piuttosto disgustati.
«Ma sì, dai! Come se non ci fosse stato nient’altro di meglio da farci vedere!» dice Giorgio, mentre con passi rapidi raggiunge l’uscita della scuola insieme all’amico.
In un battibaleno sono già scomparsi dalla mia vista.
Peccato, perché avrei tanto voluto dire loro che anche a me il film non è piaciuto per niente.

Ad ogni modo, grazie a loro oggi ho capito una cosa piuttosto importante: quando noi adolescenti siamo inseriti in un contesto di gruppo, di solito abbiamo paura di esprimere un’opinione diversa da quella della massa; mentre invece, se ci troviamo in compagnia di un amico o comunque di una persona di cui ci fidiamo, riusciamo facilmente a dire ciò che veramente pensiamo.

DAL CAP.  29:

Per i miei compagni le ore del prof. Marchesini sono una vera e propria pacchia: alcuni di loro prendono i libri di altre materie per studiare e arrivare decentemente preparati all’interrogazione dell’ora successiva, altri invece utilizzano i loro cellulari per inviarsi qualche selfie da un capo all’altro dell’aula.
I tentativi del prof di reclamare il silenzio sono sempre inutili e vani.
È timido e giovane il prof. Marchesini; potrebbe addirittura sembrare un nostro fratello maggiore.
Ed ora eccoci qui: mentre appoggia sconsolato i libri sulla cattedra, i miei compagni lo accolgono festosamente lanciando verso la cattedra delle palline di carta.
Il prof. sospira profondamente e poi, nel tentativo di spiegarci le tecniche pittoriche utilizzate da Tiziano Vecellio, proietta sulla LIM il dipinto della Venere di Urbino.
A quel punto parte dal fondo dell’aula un’ovazione da parte di alcuni miei compagni che urlano: «Ooooh! Ma che gran f…!».
«Silenzio, maleducati che non siete altro, silenzio!» urla il prof., rosso di rabbia in viso.
Se fossimo al di fuori del contesto scolastico io risponderei loro, con un sorrisetto beffardo: «Il prof. Marchesini è talmente affascinante che può permettersi di avere tutte le donne che vuole!».
«Carmen, portami il telecomando della LIM» ordina.
«No, lo tengo io» dice lei risoluta.
«Se non me lo dai subito ti metto una nota sul registro.»
«Quale regola d’istituto dice che il telecomando della LIM deve tenerlo soltanto il professor Marchesini?» dice Jenny alle mie spalle.

Il professore sospira profondamente, scuote la testa e riprende la sua spiegazione, accompagnata dalle continue e fastidiose chiacchiere dei miei compagni.

DAL CAP. 33:

Stamattina in aula magna è stato invitato il dottor Marco Zoccatelli, un giovane ricercatore universitario di storia contemporanea che ha spiegato a tutte le classi quarte il terribile dramma della guerra in Jugoslavia, durata dal 1991 al 1995.
(...) 
Tutti in assoluto silenzio, lo ascoltiamo raccontare tramite un sintetico power point dei bombardamenti a Sarajevo nel 1992, della distruzione del ponte di Mostar dell’anno successivo e dell’assurdo genocidio di Srebrenica del 1995, progettato e attuato dalle milizie del generale Mladic.
Il nostro eccellente relatore conclude la sua interessante conferenza con un video dalle immagini molto forti relative alle fucilazioni attuate su tutta la componente maschile della popolazione di Srebrenica.
Noto che nel video vengono uccisi molti ragazzi giovani, poco più grandi di me.
È soprattutto questo che mi impressiona.

(...)

Una ragazza che non conosco dice fra le lacrime ad una compagna: «Pensa che mio zio era nei caschi blu durante quella guerra!».

D’altro canto Carmen, una volta uscita dalla porta dell’aula magna, con un tono di voce abbastanza alto, sbuffa dicendo: «Ma che se ne torni da dove c… è venuto! Non ce ne frega un c… di questa roba che ha appena detto!»

...E' il capitolo in cui c'è, a mio avviso, la più bella poesia che io abbia mai scritto. Ero ancora un'adolescente quando mi è venuta così bene.

Cliccate qui per leggerla/rileggerla. E' la recensione del libro di Franco Di Mare, ma a fine post c'è anche la poesia:
https://riflessionianna.blogspot.com/2016/07/non-chiedere-perche-franco-di-mare.html

DAL CAP. 46:

«Zoe!».
Non è la voce di Maria questa.
Mi fermo e volgo lo sguardo verso l’altro lato della strada. C’è un gruppetto nel quale sono inserite anche Jenny e Carmen, intente a fumare con grande piacere.
«Ciao, secchiona! Hai voglia di farti un tiro con noi?» mi urla Jenny.
Rimango allibita per qualche istante.
No, non è possibile che stia provando ad instaurare un qualche tipo di rapporto civile con me invitandomi a fumare con i suoi amici!
Rimango senza parole. Come mai le è venuta l’idea di invitarmi a unirsi ai suoi cari e numerosi amici?
«Vuoi fumare, tonta?!».
Non c’era assolutamente bisogno che Carmen chiarisse il concetto espresso poco prima dalla sua fedelissima compagna di sbandate.
Tra l’altro, me lo sta chiedendo come se stesse parlando con una marziana venuta da chissà quale lontana galassia, che fatica a comprendere la lingua dei terrestri.
A quel punto reagisco: sorrido, le saluto calorosamente con alcuni cenni della mano destra e urlo, a mia volta: «Grazie per l’invito ma io alla mia salute ci tengo parecchio!».

Accelero il passo, in modo tale da non poter sentire le loro fragorose e sguaiate risate.

DAL CAP. 47:

Stamattina in aula magna si sono radunate tutte le classi quarte, tra cui la mia ovviamente.
Stiamo ascoltando un signore, quasi sulla sessantina, che dovrebbe spiegarci educazione stradale, una materia le cui regole in Italia non vengono rispettate molto spesso.
Dico dovrebbe, perché in realtà, invece di affrontare argomenti e invece di illustrare il significato di alcuni segnali, continua a farci vedere video relativi a incidenti mortali.
Tra un video e l’altro, ci rivolge con tono molto duro aspri e ingiusti rimproveri sulla nostra presunta imprudenza nella guida dei veicoli a motore.
(...)

Poco prima che suoni la campanella di inizio intervallo, il nostro relatore proietta sulla LIM della sala un filmato molto pesante relativo a un brutto incidente la cui vittima è un ragazzo di diciannove anni.
I medici in ambulanza non fanno in tempo a salvarlo e, a quel punto, il montaggio del video passa immediatamente a un’immagine del Paradiso in cui vediamo il ragazzo di nuovo sano, senza sangue né ferite, al cospetto di un Dio severissimo e inflessibile, che gli dice: «Stupido! Disgraziato! Per arrivare puntuale all’appello d’esame ti sei giocato la vita».
A quel punto suona la campanella e io sono la prima ad alzarmi e ad uscire dal salone.
Sento un terribile nodo alla gola, come se qualcuno mi avesse costretta a ingoiare una pietra. Sento che sto per piangere e allora cammino in fretta per raggiungere il cortile, per sedermi da sola all’ombra di un albero.

Non penso proprio che Dio “accolga” in Paradiso con rimproveri così terribili e offensivi i ragazzi che hanno perso la vita facendo dei sorpassi azzardati oppure aumentando di molto la velocità di guida!

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2 ottobre 2019

La figura di Federigo Borromeo:

Questo sabato sarò fuori Verona. Vado a visitare Arona e le Isole Borromee, con la speranza che il tempo sia discreto e che quindi la pioggia non mi rovini il fine settimana.
Colgo l'occasione per presentarvi ciò che nel grande romanzo di Manzoni si dice a proposito del Cardinal Federigo Borromeo. 
Quasi tutto il ventiduesimo capitolo dei Promessi Sposi è dedicato alla biografia di questa figura particolarmente positiva.

INTRODUZIONE:

Però è più che giusto richiamare a ciò che viene prima.
Nel capitolo appena precedente, con una straordinaria abilità narrativa, Manzoni descrive il conflitto interiore di un Innominato che, una volta incontrata Lucia e una volta rinchiusosi in camera, si trova di fronte a se stesso e ad una vita piena di crimini e di violenze.
Compaiono forti rimorsi e, per qualche istante, persino l'intenzione di suicidarsi... Fino al punto in cui si chiede (ve lo riporto con parole mie): "Ma se ci fosse davvero l'altra vita, la vita eterna della quale mi parlavano quando ero un ragazzino? Se ci fosse davvero, perché morire?".
E allora, posa la pistola, ricordandosi della frase di Lucia che, mi raccomando, è la "scintilla", non la causa vera e propria della conversione: "Dio perdona tante cose, per un'opera di misericordia!"
A questo punto, l'Innominato vuole concretizzare il proposito di liberarla, perché, in fin dei conti, chi è veramente Don Rodrigo? 
Un nobilotto di scarsa importanza, il tiranno della semplice e banale Pescarenico che vive in un palazzotto dalle imposte sconnesse e che  un po' più avanti nella narrazione incapperà tra l'altro nella disgrazia della peste bubbonica.
Poi sopraggiunge l'alba. Giù, per le strade, c'è un clima di festa. Suonano le campane e una moltitudine di persone di tutte le età affolla le vie.
Che diavolo hanno costoro?
Sono gioiosi ed esultanti perché è giunto l'arcivescovo di Milano, il cardinal Borromeo.
Ma cos'ha di così particolare quest'uomo, per rendere così allegra tutta questa gente? Voglio parlargli anch'io!
Sono questi gli ultimi pensieri dell'Innominato, prima di scendere in paese e prima di un incontro toccante, tra due uomini, ognuno con le proprie fragilità, ognuno con i propri sentimenti. 

"LA SUA VITA E' COME UN RUSCELLO":

Federigo Borromeo, nato nel 1564, fu degli uomini rari in qualunque tempo, che abbiano impiegato un ingegno egregio, tutti i mezzi d’una grand’opulenza, tutti i vantaggi d’una condizione privilegiata, un intento continuo, nella ricerca e nell’esercizio del meglio. La sua vita è come un ruscello che, scaturito limpido dalla roccia, senza ristagnare né intorbidarsi mai, in un lungo corso per diversi terreni, va limpido a gettarsi nel fiume.


* la sua vita è come un ruscello è indubbiamente una similitudine che richiama una vita pura e retta, sicuramente avvantaggiata sin dalla nascita da un fattore come la buona famiglia (buona sia in senso economico che in senso morale).
Non dimentichiamo che Federigo è il cugino di San Carlo Borromeo, per cui certamente la sua è una famiglia eccellente.
Ed è un ruscello limpido che si mantiene limpido nel corso degli eventi e delle circostanze della vita.
Con quest'immagine, Alessandro Manzoni intendeva evidenziare che Borromeo è una figura molto lontana dalla corruzione e da tutte quelle mondanità che distolgono dalla saggezza, dal buon senso e dall'atto del dedicarsi sinceramente a Dio.

Quest'immagine che Luigi Russo definisce "rugiadosa" e che per me è veramente affascinante, mi fa pensare anche al fatto che Federigo Borromeo è sempre stato fedele a se stesso, è sempre stato se stesso, nonostante le difficoltà, gli ostacoli e i giudizi della gente. 
Parallelismo azzardato, ma in un certo senso vero, proprio come Zoe Trevi, la mia liceale invisibile... io, sostanzialmente io, visto che la componente autobiografica è piuttosto forte.
Certo, Zoe è nata alle soglie del terzo millennio e appartiene ad un'epoca completamente diversa, però da adolescente accetta una sfida difficile, che comporta anche sofferenza:  rimanere fedele ai suoi ideali e ai suoi sogni, malgrado le critiche e malgrado l'emarginazione e le contestazioni delle coetanee.

Tra gli agi e le pompe, badò fin dalla puerizia a quelle parole d’annegazione e d’umiltà, a quelle massime intorno alla vanità de’ piaceri, all’ingiustizia dell’orgoglio, alla vera dignità e a’ veri beni, che, sentite o non sentite ne’ cuori, vengono trasmesse da una generazione all’altra, nel più elementare insegnamento della religione. Badò, dico, a quelle parole, a quelle massime, le prese sul serio, le gustò, le trovò vere; vide che non potevan dunque esser vere altre parole e altre massime opposte, che pure si trasmettono di generazione in generazione, con la stessa sicurezza, e talora dalle stesse labbra; e propose di prender per norma dell’azioni e de’ pensieri quelle che erano il vero. Persuaso che la 
vita non è già destinata ad essere un peso per molti, e una festa per alcuni, ma per tutti un impiego, del quale ognuno renderà conto, cominciò da fanciullo a pensare come potesse render la sua utile o santa.


Così commenta questo paragrafo di testo Luigi Russo: "Vi sono qui alcune massime della morale cattolica, contratte e simboleggiate in un uomo. Queste caratteristiche possono essere del cardinale Federigo ma anche di qualsiasi altro grande cattolico. In questo, l'agiografia si distingue dall'arte e dalla storia: l'arte individualizza e la storia umanizza, mentre l'agiografia si accontenta di simboleggiare in termini generali."

Anche qui: cos'è per voi l'arte e cos'è per voi la storia?
Ci si potrebbe discutere per ore secondo me.
L'agiografia, dal greco ἅγιος (àghios) + γράϕω (gràfo) è, letteralmente, la "scrittura di cose sante). Spesso trattava le vite dei santi. In particolare nel Medioevo, l'ho studiato recentemente in Filologia Romanza, l'agiografia era un genere letterario con l'intento di edificare il pubblico che poteva fruirne attraverso la conoscenza di buoni esempi dal punto di vista della fede e della rettitudine morale.

Dal mio punto di vista, l'arte è tutto ciò che riguarda la manifestazione di un notevole talento individuale, che sia musicale, pittorico o poetico...
E chi è dotato di uno di questi talenti è in grado di creare; di creare cultura e di trasmettere emozioni. L'artista è forse colui che è può essere più vicino alle vite degli altri...
La storia... la storia non è soltanto un susseguirsi di eventi. E' anche questo, ma non si limita soltanto a questo. E', secondo me, anche uno studio e una riflessione sui fatti stessi, e non soltanto su guerre, armistizi, trattati di pace. Fare storia vuol dire anche soffermarsi sulle organizzazioni politiche, sull'economia di una civiltà, sulle sue tradizioni religiose, sulle credenze, sul suo patrimonio di miti e di cultura.

Oltre a ciò aggiungo che il valore, o meglio, il proposito che più caratterizza la vita di Federigo, sin dall'infanzia, è l'umiltà.
L'umiltà (lat. "humilis, e") è relativa a tutti quei pensieri e a tutti quegli atteggiamenti che rendono un uomo o una donna consapevoli dei propri limiti. L'umile è per forza un individuo costruttivo, perché sa bene che la sua vita è un intenso cammino dal quale può e deve sempre apprendere qualcosa, con il tempo e con le esperienze.
Essere umili non significa mortificarsi, ma semplicemente, aggiungo io, essere molto lucidi e realisti a proposito della propria condizione umana.
L'arrogante  invece si sente, a torto, già arrivato e superiore a chiunque altro. La ragione, secondo la sua visione distorta, sta sempre dalla sua parte, anche nei casi in cui ha torto marcio. L'arrogante non apprende nulla nell'interazione con gli altri, proprio perché si sente sempre una specie di cigno in mezzo alle anatre.
Sapete da dove deriva, tra l'altro, la parola arrogante? Dal verbo latino "arrogo", o meglio, dal suo participio presente che fa "arrogans, arrogantis". In ogni tempo e in ogni modo verbale, comunque, il significato è "chiedere con prepotenza". "Multum sibi arrogare" è "presumere molto di sé".
La presunzione è qualcosa di simile, è orgoglio smisurato, è credersi molto più validi e molto più importanti di ciò che realmente si è.
(Aspettate che finisca la magistrale e che diventi insegnante e vedrete quanto sfrutterò questo romanzo per far fare ai miei studenti delle riflessioni sia sul lessico italiano sia sulle situazioni della vita!).

 ABITUDINI DI VITA:

Il testo prosegue con una data che serve da precisazione: il 1580. 
Nel 1580, Federigo, proprio come il cugino Carlo, sente la sua vocazione verso il ministero ecclesiastico ed entra quindi in un collegio a Pavia.


Volle una tavola piuttosto povera che frugale, usò un vestiario piuttosto povero che semplice; la conformità di questo, tutto il tenore della vita e il contegno. Né credette mai 
di doverlo mutare, per quanto alcuni congiunti gridassero e si lamentassero che avvilisse così la dignità della casa. Un’altra guerra ebbe a sostenere con gl’istitutori, i quali, furtivamente e come per sorpresa, cercavano di mettergli davanti, addosso, intorno, qualche suppellettile più signorile, qualcosa che lo facesse distinguer dagli altri, e figurare come il principe del luogo (...) 


Fedele a se stesso, come dicevo poco fa.
Anche una volta divenuto arcivescovo, Federigo badava di non ismettere un vestito prima che fosse logoro affatto.
Verso la fine del capitolo, Manzoni sottolinea ancora una volta l'immensa umanità di Federigo con queste frasi: La carità inesausta di quest’uomo, non meno che nel dare, spiccava in tutto il suo contegno. Di facile abbordo con tutti, credeva di dovere specialmente a quelli che si chiamano di bassa condizione, un viso gioviale, una cortesia affettuosa; tanto più, quanto ne trovan meno nel mondo. 

Permettetemi un'esclamazione che deriva in parte anche dalle mie più recenti esperienze di servizio e di formazione: ce ne fossero, di ecclesiastici e di sacerdoti così! 
Sì certamente, qui ci si riferisce ad una vera e propria predisposizione a trattare con i poveri e con i bisognosi, ma ogni persona, indipendentemente dalla sua condizione economico-sociale, indipendentemente dal suo modo di essere, ha bisogno di essere ascoltata, ha bisogno di umanità.
A volte mi chiedo: dov'è l'umanità nella chiesa?
Non sto generalizzando in negativo, d'altra parte come potrei, ho uno zio parroco.
E' sufficiente un'ottima preparazione teologica per essere considerato un buon sacerdote? 
Io credo ci sia anche dell'altro, tipo il saperci fare con le persone. Che, forse, è un ambito più difficile dello studio della Bibbia, ma è comunque fondamentale... Il sacerdozio, come anche il monachesimo e il matrimonio, sono prima di tutto una missione. Una missione che esige un lato umano.



23 settembre 2019

"I lauri senza fronde":


I LAURI SENZA FRONDE:

E' un romanzo pubblicato nel 1887; il suo autore è Edouard Dujardin, praticamente, un "dandy" francese della Bèlle Epoque, ritenuto il precursore della tecnica del monologo interiore, perfezionato poi da Joyce nell'Ulisse.

CONTENUTI:

Il protagonista del romanzo è il giovane universitario Daniel Prince. 

I°= Sono le sei di sera. Siamo a Parigi, è una sera chiara di aprile:

"Una sera di sole al tramonto, di aria lontana, di cieli profondi; e folle confuse; rumori, ombre, moltitudini; spazi estesi all'infinito; una vaga sera... E sotto il caos delle apparenze, tra le durate e i luoghi, nell'illusione delle cose che nascono e si generano, uno tra gli altri, uno come gli altri, distinto dagli altri, simile agli altri, uno stesso e uno in più, dall'infinito delle esistenze possibili, io sorgo; ed ecco che il tempo e il luogo si precisano; è l'oggi, è il qui; l'ora che suona e, attorno a me, la vita; l'ora, il luogo, una sera d'aprile, Parigi, una sera chiara di sole al tramonto, i monotoni rumori, le case bianche, le foglie d'ombra; la sera più dolce, e una gioia di essere qualcuno, di andare: le strade e le moltitudini, e nell'aria estesa in lontananza, il cielo; Parigi intorno canta e, nella bruma delle forme inavvertite, mollemente incornicia l'idea."

Daniel sta camminando lungo le vie di Parigi per raggiungere la dimora dell'amico Lucien Chavainne. Con Lucien, è detto poco dopo, Daniel si confiderà a proposito della sua relazione con Lèa, attrice di teatro con la quale deve incontrarsi quella sera stessa dopo cena.
Ciò che, già a questo punto del racconto, mette la pulce nell'orecchio al lettore sono i dialoghi tra i due amici e i giudizi che Lucien esprime a proposito del rapporto tra Daniel e Lèa: 

"-Conosce quella ragazza da tre mesi.
-Vado a casa sua da tre mesi; eppure sa bene che sono più di quattro mesi che la conosco.
-E sia. Da quattro mesi lei si rovina invano.
-Lei si burla di me, caro Lucien.
-Prima ancora di averle rivolto la parola le ha dato, per mezzo della cameriera, cinquecento franchi.
Cinquecento franchi? No, trecento. Ma è vero, ho detto a Chavainne cinquecento."

II°= Le strade di Lucien e di Daniel si dividono, ad un certo punto. Lucien si reca a teatro, Daniel invece al Café Oriental, dove fa una lauta cena (brodo, sogliola, pollo, formaggi, gelato al caffè). Intanto, avvista una bella donna in compagnia del procuratore, seduta al tavolo accanto al suo.
Pensa di scriverle un biglietto di invito, di fatto lo scrive ma poi lo strappa. Quando la donna e il procuratore escono dal locale, anche Daniel, frettolosamente e senza aver veramente finito la sua cena, paga il conto ed esce per seguire la signora, che si dirige all'Opera.

III°= Sono le 7 e 30 della sera. Nella prima parte del capitolo, il protagonista fantastica di ereditare improvvisamente una fortuna e di sistemarsi in un appartamento con giardinetto e anche di donare a Lèa una villa in cui abitare. Nella seconda parte invece, Daniel incontra un altro amico, o meglio, un conoscente di vecchia data: Paul Henart.
Henart appare felice, dal momento che annuncia il suo matrimonio:

"-Ho conosciuto una ragazza dal cuore profondo; una ragazza seria, di animo onesto, di poche parole, dallo sguardo fermo, una vera donna. (...)
-E questo dura da sei mesi?
-Da circa cinque, sei mesi. Una sera ci siamo ripromessi che ci saremmo sposati; lei era tutta in bianco, seduta su una poltrona; io accanto a lei, su una sediolina; eravamo in un angolo del loro salotto (...)"

A fine capitolo, dal mio punto di vista è bene notare un paio di elementi:

A) Quando Paul chiede a Daniel: "Non ha nessuno nel cuore? scommetterei il contrario...", Daniel replica: "Oh! Sciocchezze. Buonasera, Paul."
Se da questa relazione egli potesse trarre qualche gioia e qualche sicurezza, sicuramente la sua risposta sarebbe diversa.

B) Dopo che si sono congedati, con il pensiero, Daniel invidia Paul e contesta il modo dell'amico di intendere e di provare l'amore. Dice tra se e se qualcosa come: "Ma figuriamoci!! Ma come si fa a innamorarsi di una ragazza che si è visto una volta in un giardino pubblico? E' un illuso. Ma dai, non è questo il vero amore! I veri amori non capitano così e non nascono così! Il vero amore è il mio, il mio, il mio!"

IV°= Daniel torna a casa per cambiarsi e lavarsi prima di incontrare Lèa. In quest'altro capitolo non c'è null'altro di particolare, se non che la cameriera consegna a Daniel due biglietti: uno di un amico (Jules de Rivare), che lo invita a pranzo il giorno dopo, e l'altro di Lèa, che annuncia un cambio di programma: "Non venire a prendermi a teatro stasera alle 9 ma a casa mia verso le 10".

V°= Daniel ha ancora un po' di tempo per riposarsi e pensare a come comportarsi con Lèa quella sera. Pensa di scrivere qualcosa per mettere in ordine le idee ma, quando apre il cassetto, scorre tutte le lettere e tutti i biglietti che lui e Lèa si sono inviati in 4 mesi di relazione. Ed è qui, a metà romanzo circa, che il lettore inizia a capire che tipo è veramente lei: un'attricetta spesso fuori città, sfuggente, volubile di idee, non dotata di vera capacità di amare. Vuole soltanto dei soldi da Daniel.

VI°= E' buio fuori. Daniel esce, osserva tutto ciò che vede lungo le strade che percorre: i lampioni, le ruote di carri e carrozze sul selciato, bambini silenziosi sui cigli delle strade...



VII°= Daniel è giunto a casa di Lèa, in rue Stevens. Inizialmente, entrambi si assopiscono sul divano del salotto (e, in quel breve sonno, Daniel sogna di fare un pic-nic nel boschetto con i genitori di Lèa). Al loro risveglio, decidono di uscire di casa per un giro in carrozza verso gli Champs-Elyseès.

VIII°= Daniel e Lèa escono in città a bordo di una carrozza. 

"Nelle vie la carrozza in marcia... Uno nella folla illimitata delle esistenze, così percorro la mia strada, uno definitivamente tra gli altri; così si sono in me creati l'oggi, il qui, l'ora, la vita; un'anima che vola verso sogni di abbracci; è questo; è un sogno femminile, l'oggi; è una carne femminile che tocco, il mio qui; la mia ora, è una donna alla quale mi avvicino; ed ecco dove va la mia vita, questa ragazza in questa sera... E mormorano le strada, i boulevard, i rumori assopiti, la carrozza che avanza, le scosse, le ruote sul selciato, la sera chiara, noi seduti nella carrozza, il rumore e le scosse che rotolano, le cose che ci sfilano davanti, la notte deliziosa..."

Lèa non è per niente calorosa e comprensiva: appare, nel dialogo come nella gestualità, capricciosa, scostante e sarcastica. E, anche in questo caso, nell'invitare Daniel ad una festa all'Hotel Continental, riesce subito a fargli intuire di aver bisogno di soldi per pagarsi pizzi e grembiuli.

IX°= Rientrano a casa. Mentre Lèa è in camera a prepararsi per la notte, Daniel sogna di fermarsi tutta la notte da Lèa e, fantasticando l'amore, l'attende con trepidazione in salotto... Ma, ovviamente, non finisce così... Daniel non rimane in quella casa, ma se ne va, visto che lei gli dà appuntamento tre giorni dopo.

STILE E ANDAMENTO DELLA NARRAZIONE:

Lo stile è fatto di frasi brevi e spezzate. La punteggiatura scandisce la simultaneità del pensiero.
Dujardin, fin dalle prime righe, catapulta il direttamente il lettore nel pensiero del personaggio principale.
Si potrebbe affermare che, in linea di massima, il tempo della storia coincide con il tempo del racconto: il romanzo comprende un arco di tempo che va dalle 18 a mezzanotte e, in un arco di tempo simile, il lettore può fruire questo racconto... Il libro non è lunghissimo, ma io ho impiegato in realtà 2 giorni.
Anche se, una forma di analessi (però camuffata) sta nel V° capitolo, quando l'autore rende partecipe il lettore dei trascorsi "amorosi" della storia tra Lèa e Daniel attraverso la rilettura delle lettere.

LA CENTRALITÀ DELL'IO:

E' evidente sin dall'incipit, del quale ricopio solo una parte:

...E sotto il caos delle apparenze, tra le durate e i luoghi, nell'illusione delle cose che nascono e si generano, uno tra gli altri, uno come gli altri, distinto dagli altri, simile agli altri, uno stesso e uno in più, dall'infinito delle esistenze possibili, io sorgo...

Il sorgere dell'io avviene per demarcazione e separazione dall'altro: la presa di coscienza della propria soggettività delinea le coordinate spazio-temporali entro cui si muove il soggetto e, di riflesso, tutte le cose che si trovano intorno.
E' come se Dujardin avesse anticipato di circa 50 anni le teorie di Benveniste: quando l'individuo prende coscienza della propria irrimediabile individualità, allora può identificare e riconoscere il reale.

CONFRONTO FRA LE "COPPIE" DEL ROMANZO:

Daniel-Lèa= In realtà non li chiamerei proprio "coppia"... Ve ne siete resi conto anche voi, vero, dai miei riassunti? Non c'è reciprocità, ma puro interesse. Lèa si "serve" di Daniel per soddisfare capricci e pretese, Daniel... nemmeno Daniel è veramente innamorato. Oserei dire che sia più attratto dal sentimento dell'amore che non dalla ragazza stessa.
Uno veramente innamorato e impegnato non pensa a scrivere biglietti di inviti ad altre (poi è vero anche che non lo consegna, ma già dall'intenzione traspare il fatto che la relazione con Lèa, in fondo in fondo non soddisfa il protagonista). 

Daniel e Lèa appaiono dunque dei "lauri senza fronde", cioè "sterili" (secondo me questo titolo è metaforico): Lèa non è tenera anzi, come praticamente ho detto prima, è interessata, è concentrata a soddisfare soltanto se stessa, e la mente di Daniel invece è portata a idealizzare la ragazza, per gran parte del libro. Non la vede per com'è realmente, anzi, continua a darle tutto ciò che desidera, con la speranza di legarsi per davvero a lei e di legarla a sé.
Soltanto all'ultima pagina egli pensa: 
"no, non la rivedrò più, non devo più rivederla, perché dovrei rivederla?", in uno sconforto mascherato per non aver potuto farla sua. 

Paul-Elise= Loro sì che "funzionano"! Perché sono al di là dell'innamoramento. Il loro non è soltanto un sentimento, ma un legame che vuole diventare dono di sé con il matrimonio e con la creazione di una famiglia.





4 settembre 2019

"Quel che resta del giorno", Ishiguro:

Sono ritornata. Con la pelle "ambrata" ma con l'intestino pieno di tossine, perché nell'albergo in cui stavo non si mangiava proprio così bene, ma sono di nuovo qui.
L'estate sta veramente finendo; e io già vi preannuncio che questo per me sarà "l'autunno delle svolte", proprio come recentemente ho detto a mia cugina durante una telefonata.
Però aspetto ancora una settimana per comunicarvi notizie importanti: per ora mi sono state fatte soltanto delle proposte, che però si concretizzeranno presto in date.
Quando avrò tra le mani delle certezze, allora ve le comunicherò qui. 

QUEL CHE RESTA DEL GIORNO:

"Quel che resta del giorno" è uno dei romanzi di Kazuo Ishiguro, scrittore di origini giapponesi trasferitosi in Inghilterra quando era ancora bambino.
Premetto già che durante il mese scorso ho fatto un po' di fatica a leggerlo: lo stile è piuttosto articolato e pomposo e nemmeno i dialoghi riescono ad essere semplici e scorrevoli.
Dovrebbero anche aver fatto un film su questo romanzo...
Ad ogni modo, il succo del contenuto è questo: siamo nella seconda metà degli anni '50. Stevens, maggiordomo diligente e scrupoloso, si trova a servizio presso Mr John Farraday, aristocratico americano residente però nel Regno Unito. Un pomeriggio d'estate, Mr John propone al suo maggiordomo un breve periodo di riposo, ovvero, una vacanza di sei giorni nella campagna inglese.

"- Dico sul serio, Stevens. Credo proprio che dovresti prenderti un po' di riposo. La benzina la pago io. Sì, perché voialtri che ve ne state sempre chiusi in queste grandi case a lavorare, quando mai avete l'occasione di andarvene in giro a visitare questo vostro meraviglioso paese?"

Pur risultando un personaggio abbastanza marginale, dal momento che compare più che altro nel prologo del romanzo, Mr Farraday si rivela facilmente agli occhi dei lettori come un signore gioviale e ironico.

Ah sì, particolare importante: la struttura del racconto è suddivisa in giornate.

PRIMA GIORNATA- SALISBURY:

Stevens parte. Durante la mattinata, attraversa in automobile i tranquilli sentieri della campagna inglese. Ad un tratto si ferma, scende dal veicolo e viene avvicinato da uno sconosciuto che gli consiglia di percorrere un sentiero in salita che, una volta terminato alla sommità di una collina, regala ai camminatori un panorama stupendo.
Il maggiordomo segue il suggerimento e, in effetti, ciò che gli appare davanti agli occhi è un'immensa distesa di campi, circondati da alberi e siepi, che si dipanano perdendosi in lontananza.
Ecco le sensazioni che la sera, una volta giunto a Salisbury, Stevens riporta:

" (...) il panorama inglese, nelle sue espressioni più belle, racchiude in sé una qualità della quale i panorami di altre nazioni, per quanto a prima vista più spettacolari, immancabilmente risultano privi. Si tratta, io credo, di una qualità capace di designare il panorama inglese agli occhi di qualunque osservatore obiettivo, come il più profondamente appagante del mondo, una qualità questa che che è probabilmente meglio riassunta dal termine "grandezza". (...) Noi chiamiamo questa nostra terra Gran Bretagna, e vi saranno sicuramente coloro i quali ritengono si tratti di una abitudine in qualche modo presuntuosa. (...) Ma in che cosa consiste, precisamente, questa grandezza? (...) direi che è la mancanza stessa di drammaticità o di spettacolarità del genere più ovvio a consentire alla bellezza della nostra terra di distinguersi. Ciò che le è propria è la calma, insita in quella bellezza, la sensazione di riserbo che essa racchiude."

Fermi un momento.


Questo non è un paesaggio inglese, è un paesaggio collinare di campagna che si trova a circa un kilometro da casa mia. Sono le colline, i campi e i cipressi di Madonna di Monte. La chiesetta è di epoca medievale e, nel corso del XIII° secolo, alcuni religiosi vi avevano dimorato per praticare uno stile di vita conforme a quello proposto da San Francesco d'Assisi.
Pensate al fatto che nel 1630, durante quella terribile epidemia di peste della quale anche Manzoni tratta nel suo capolavoro, questo semplice edificio era diventato un lazzeretto per gli infetti.

Ad ogni modo, leggendo questo passo, mi è ritornato in mente sia Madonna di Monte, sia un'altra vista collinare a Sona, altro paesino molto vicino a casa mia.
Si tratta di due panorami non "sublimi", per dirlo alla maniera dei romantici, ma che mi hanno sempre trasmesso una sensazione di tranquillità. Non sono paesaggi di montagna mozzafiato del Monte Baldo o di Molveno, con le nubi che circondano le cime di monti che si affacciano su un lago.
Sono paesaggi collinari, semplici, eppure, belli. belli soprattutto quando c'è il sole.

E' proprio la bellezza del panorama visto quella mattina stessa a spingere Stevens a chiedersi: "Ma nella vita, in che cosa consiste la grandezza? Che cosa mi ha reso grande nel mio mestiere di maggiordomo?"

SECONDA GIORNATA- TRA SALISBURY E IL DORSET:

La mattinata si svolge nella stanza d'albergo a Salisbury. E' bene precisare a questo punto che "Quel che resta del giorno" è un romanzo psicologico, introspettivo fino alla nausea. Da qui in avanti, i paesaggi naturali e cittadini non vengono quasi più presi in considerazione per il loro fascino, perché il protagonista risulta fin troppo immerso nei ricordi del passato per poter godere appieno delle meraviglie della Gran Bretagna.

Ma esattamente cos'è che Stevens ricorda?
La figura di un padre, anch'egli maggiordomo, rigido, austero e anaffettivo, concentrato cioè soltanto nel suo lavoro e la figura di Lord Darlington, nobile filo-nazista presso il quale per molti anni Stevens aveva prestato servizio.
Lord Darlington, come avrete potuto già intuire, era un uomo di dubbia moralità e di pericolosi orientamenti ideologici: pensate soltanto al fatto che decine di pagine di questo capitolo vengono dedicate al convegno che egli stesso organizza nella sua villa, presso la quale sono invitati ufficiali e rappresentanti politici tedeschi, francesi e americani per ridefinire i rapporti del trattato di Versailles. Tenete presente che è tutto un flashback questo libro, per cui si oscilla tra anni '20 e anni '50, ovvero, tra passato e presente.
E la domanda risuona per tutto il giorno e per tutto il giorno dopo ancora: "Che cosa rende grande un maggiordomo?".

TERZA GIORNATA- TAUNTON, SOMERSET/ 
QUARTA GIORNATA- LITTLE COMPTON, CORNOVAGLIA:

Io i titoli dei capitoli li riporto così come sono. Anche se ripeto, dalla seconda giornata in avanti non si trova mai una descrizione sugli elementi naturali che caratterizzano questi luoghi.

Tra i ricordi di Stevens spicca in particolar modo Miss Kenton, la governante anch'essa a servizio di Lord Darlington.

Vi riassumo come sono andate le cose tra questi due: per parecchi anni, Miss Kenton aveva cercato di avvicinarsi a Stevens corteggiandolo, dandogli un sacco di attenzioni, trovando mille pretesti per potergli parlare. Per ricevere in cambio una freddezza sconcertante.
La frase che il maggiordomo le ripete spesso è: "Sono molto occupato, Miss Kenton. Mi lasci fare il mio lavoro".
Stevens è stato talmente assorto nelle sue mansioni da non accorgersi di quella che poteva essere la sua vera occasione d'amore.
Miss Kenton appare molto più umana di Stevens, basti pensare ad un episodio per poter mettere a confronto queste due personalità.
Una mattina, Lord Darlington comunica a Stevens di licenziare due cameriere ebree, perché "con i tempi che corrono, è sconveniente tenere in casa del personale ebreo".
Stevens accoglie la decisione senza batter ciglio, esegue cioè un ordine senza domandarsi se ciò che sta facendo è giusto o ingiusto. Al contrario, Miss Kenton appare molto indignata per questo fatto: protesta animatamente, piange per la perdita di due giovani e valide cameriere, protesta contro l'assurdità della decisione e rimprovera Stevens, che si limita a dirle qualcosa come: "Miss Kenton, Lord Darlington sa valutare certe circostanze molto meglio di noi. Non è il caso di fare polemiche."
Quasi un anno dopo, quando Lord Darlington si dichiara, di fronte a Stevens, dispiaciuto per quel licenziamento che lui stesso aveva ordinato, il suo maggiordomo cambia anch'egli idea sull'argomento: "Eh sì, è stato ingiusto. Farò in modo che cose simili non accadano mai più in questa casa."

Stevens è un servitore che non sa pensare con la propria testa, che non sa protestare o replicare. La sua mente si conforma a quella del signore che serve.

Il tempo passa e Miss Kenton nel frattempo si fidanza al di fuori dell'ambiente di lavoro. E intanto, le chiacchiere si diffondono: "Ha 34, quasi 35 anni, non è più così giovane. Eppure non è ancora troppo tardi per diventare madre."
(No, non è ancora troppo tardi, ma se si aspetta un altro pochino i capelli diventano grigi per l'inizio della mezza età!!)
Nel momento in cui Miss Kenton comunica a Stevens l'intenzione di licenziarsi per sposarsi e andare a vivere a Weymouth, l'unica cosa che il maggiordomo riesce a dirle è: "Felicitazioni, Miss Kenton."
"Possibile che non abbiate altro da dirmi?" (governante e maggiordomo si davano del "voi").
Indovinate un po' la risposta?!
"Sono molto occupato, Miss Kenton".
E Miss Kenton sale nella sua stanza e si mette a piangere. Sta per sposarsi, ma la verità è che ama Stevens. Sposa Mr Benn per "fargli un dispetto".
Ma come si fa a restare innamorate di un muro di cemento del genere? Di un saùgo del genere?
(No, non chiedetemi di tradurre questo aggettivo dello stretto dialetto veronese! E' difficile da rendere in italiano. Saùgo sarebbe in pratica un essere amorfo, insipido, incapace di pensare con la propria testa. Come chi, all'interno di un gruppo, sta sottomesso ai prepotenti per trascurare la grande umanità e il grande intelletto di una figura ECCEZIONALE, che merita amore, ascolto, comprensione, formazione. Comunque, non so se in romano o in napoletano ci sia un equivalente colorito più o meno come questo.)

Stevens appare senz'anima. Senza mente. Senza pensiero critico.
E' uno stupido automa imbalsamato, che ha vissuto la propria vita secondo i "sì, signore", "certo, signore", "prego, signore".

Da qui capite anche il significato metaforico del titolo "Quel che resta del giorno": praticamente, Stevens non ha vissuto, non ha amato, non ha pensato. 
Alle soglie della vecchiaia si accorge di questo e... quindi che gli rimane? Può ricominciare a vivere in modo radicalmente diverso?

Della quinta giornata non si dice nulla.

SESTA GIORNATA- WEYMOUTH, CORNOVAGLIA:

Ultimo giorno da riassumere, per grazia di Dio!
Stevens si trova sulle rive del mare, al tramonto del sole. Piange. La maggior parte della sua esistenza è andata via così, nell'obbedienza incondizionata e a-critica.
Nel frattempo, viene a sapere che il matrimonio di Miss Kenton è stato un legame di alti e bassi, e che Catherine, l'unica figlia, è in attesa di un bambino.
Oh, non crediate che sia andato a trovare Miss Kenton per "nostalgia". Ma solo per motivi professionali: essendo Mr Farraday un po' scarso di personale, a Stevens era venuta l'idea di richiamarla, con la speranza che il matrimonio fosse del tutto naufragato.

Che gli resta, dunque? Non gli resta che ritornare da Mr Farraday per continuare a servirlo fino alla fine dei suoi giorni.



Dovremmo tutti recuperare quei valori andati persi. Siamo la generazione più avanzata, con meno pregiudizi, più libera. Eppure abbiamo perso qualcosa. Dovremmo essere tutti più romantici, ecco. E non si parla soltanto d'amore, Dovremmo emozionarci di fronte alle cose della vita. Appassionarci davanti ad uno sguardo sincero, apprezzare la lealtà, essere veri.


cit. @mantico


"SENTIERI PARTIGIANI"- P. MALAGUTI (II):

Ci sono altri passaggi piuttosto interessanti all'interno di Sentieri partigiani. 4) LA FINE DI BENITO MUSSOLINI: Nell'estate 2010,...