26 gennaio 2020

Guerra e violenza:

 Post di riflessione storica, lessicale e letteraria 
che precede la memoria della Shoah

1. QUANTE FORME DI VIOLENZA ESISTONO?
Le ho elencate su una tabella. Ho scritto tutto ciò che mi veniva in mente. Ho fatto un brain-storming.


TIPOLOGIE DI VIOLENZA
Violenza di guerra: bombardamenti che uccidono e che distruggono la storia e la cultura di alcuni popoli
Violenza da “genocidio etnico”: una nazione ne stermina un’altra per presunto senso di superiorità.
Violenza domestica: il marito sottopone la moglie a violenze fisiche e/o psicologiche, con l’intento di sottometterla e di umiliarla continuamente.
Violenza del bullismo: pestaggi, pettegolezzi, calunnie, fare la doppia faccia a qualcuno (=mi fingo tuo amico ma appena posso ti derido e ti metto in cattiva luce davanti agli altri). 
Violenza mafiosa: atti di prepotenza e di oppressione (=celati da paura e omertà) verso una popolazione e verso chi lotta per valori come la giustizia sociale e l’onestà.
Violenza sugli animali: annegare dei cuccioli in una vaschetta, abbandonarli in mezzo ad una strada o ai campi,
chiuderli in una scatola e mettere la scatola accanto ai bidoni della spazzatura sono atti di cattiveria. I gatti non hanno la facoltà di pensare, però hanno dei sentimenti. Questo ve l’assicuro. Come ci è finito a casa mia il gattino nero che vedete in copertina? E’ una storia lunga, che ha a che fare anche con l’insensibilità umana.
Violenza social: scrivere cattiverie inaudite su qualcuno che si conosce oppure su qualche personaggio famoso, approfittando del fatto che si è di fronte ad uno schermo, non di fronte alla vittima di offese. (e qui, oltre alla cattiveria e all'invidia, c'è anche una buona dose di codardia).





E poi, un'ultima parola vorrei tanto spenderla su di lei, una concorrente di "Amici", il talent show italiano più seguito da adolescenti e giovani. Poverina! So quanto fanno male l'ipocrisia, la stupidità e la superficialità altrui.

Seguo "Amici" da una vita. In quel programma si sono formati dei veri e propri talenti nel canto, tipo Irama, Giordana Angi, Federica Carta, Emma Marrone, Elodie, Deborah Iurato...
Permettetemi di essere schietta: per me quest'anno, l'unico vero talento è lei, Giulia Molino.
Può anche non piacere, d'accordo, ma a me il suo modo di cantare mette i brividi. Perché è evidente che ci mette tutta l'anima, tutti i suoi sentimenti e tutto il suo vissuto non facile (se le persone ascoltassero, cavolo, ascoltassero veramente la musica dei veri artisti, smetterebbero di giudicarli e di insultarli. Ascoltatevi "Va tutto bene". Quasi quasi veniva da piangere anche a me).
Non trovo giuste due cose: l'invidia e le pesanti e volgari derisioni che altri ragazzi le rivolgono alle spalle (e chi non ride e chi non la denigra sta zitto, perché nemmeno ha le p*ll* per difenderla o per dire agli altri: "Finitela!") e i commentini cattivelli sui social su di lei, del tipo: "E' lì solo per la fama, non perché ha vero talento".
Sappiate che anche questa è una forma di violenza, eccome se lo è!
Non vi piace per come canta? Almeno siate civili ed educati.

2. ETIMOLOGIA DI VIOLENZA E CONFRONTI LINGUISTICI:


Parto con il citare lo storico Marco Bellabarba (docente presso l'Università di Trento): 
Le tragedie del Novecento hanno riportato sotto lo sguardo talvolta incredulo degli storici il tema della violenza. (...) La violenza non è un impulso irrazionale o una patologia, ma l'esito pressoché inevitabile delle dinamiche di un qualsiasi organismo sociale (...). Uno storico inglese ha proposto di definirla come un esercizio di forza fisica tale da infliggere una ferita o un danno a persone e proprietà. Se l'offesa intenzionale portata all'integrità fisica del corpo umano è comune a molte altre definizioni, è facile osservare che gli atti di violenza non sono mai delle cose in sé, ma azioni che a seconda dei contesti culturali e a seconda dei tempi, vengono giudicate intollerabili o meno. Prima di essere un gesto concreto, la violenza è quindi fatta di pensieri e di rappresentazioni collettive.

Violenza richiama indubbiamente il termine latino vis che racchiude diversi significati: energia, vigore, potenza ma anche prepotenza e violenza.
Il diritto romano distingueva la vis publica, corrispondente all'utilizzo della forza mediante le armi, e vis privata, ovvero, una violenza fatta da minacce e offese ma senza alcuna arma.
In greco antico invece abbiamo dei termini diversi: βία, (bìa, violenza), ὕβρις (ùbris, arroganza) e δύναμις (dùnamis, forza associata a movimento e dinamismo).
Interessante, dal punto di vista dei termini che designano "violenza e forza" è anche la lingua tedesca che, a partire dal tardo medioevo, presenta due termini: Macht, riferito al potere legittimo di un'autorità, e Gewalt, derivante dal verbo walten, che indica azioni illegittime e ostili.
Mi sento, al fine di arricchire il paragrafo, di menzionare i termini e i significati anche di altre due lingue: francese e inglese.
In francese il potere legittimo è pouvoir, il suo corrispondente inglese è power, visto che force è proprio "forza, vigore".

3. ETIMOLOGIA DI "GUERRA":

Riporto sinteticamente e attraverso alcuni punti i ragionamenti linguistico-lessicali dello storico austriaco Otto Brunner:
1) Il termine germanico Werra è giunto prima di tutto all'inglese war.
2) Nelle lingue neolatine, Werra diviene guerra.
3) Già a partire dall'epoca medievale, l'opposto di Werra è Friede, pace, da cui Freund e friend (amico, rispettivamente in tedesco e in inglese).

4. EVENTI STORICI DI GUERRA TRA MEDIOEVO E RINASCIMENTO:


Nel medioevo, periodo di crociate, la guerra santa era l'unica guerra che le istituzioni politiche e religiose non soltanto giustificavano ma anche incentivavano: recarsi a Gerusalemme per liberare il Santo Sepolcro di Cristo dagli islamici. La prima crociata (1096-1099) era stata indetta da Papa Urbano II, la seconda (1147-1150), era stata annunciata da Papa Eugenio III e guidata da sovrani d'Europa come Luigi VII di Francia, la terza (1189-1192), era stata un tentativo da parte dei sovrani europei di riconquistare Gerusalemme e di fermare l'espansione dei saraceni.
Alla fine del Quattrocento, in Europa cambia il modo di fare guerra: il numero dei soldati di un esercito aumenta considerevolmente (durante la Battaglia di Agnadello del 1509, Venezia aveva schierato 30.000 soldati), viene inventata la polvere da sparo, vengono ideati i primi cannoni (che potevano essere trasferiti sulle navi) e vengono costruite delle architetture difensive.
Da precisare inoltre che le architetture difensive inducevano i governi ad aumentare il numero di soldati da schierare e da mettere in campo durante gli assedi.


Inoltre i cannoni che si potevano trasferire sulle navi causavano effetti devastanti durante le battaglie marittime. Un valido esempio di ciò è proprio la battaglia di Lepanto del 1571, dove la Sacra Lega cattolica aveva sconfitto le navi ottomane, che erano in maggior numero, in virtù del numero di cannoni imbarcati.
E' fondamentale aggiungere inoltre che l'aristocrazia, durante tutto il Medioevo e tutta la cosiddetta "età moderna", è stata protagonista indiscussa della violenza.
Per gli aristocratici, il saper maneggiare le armi, alle quali venivano addestrati fin dalla prima adolescenza, era sia un privilegio che conferiva potere e autorità che un mezzo per difendere l'onore delle loro famiglie.
Molto frequenti, nel Quattro e nel Cinquecento, erano i duelli presso le vie delle città e le vendette individuali, al punto che, a Napoli nel 1540 e a Venezia nel 1541, erano stati emanati dei bandi che rendevano punibili tutti coloro che partecipavano a duelli o li provocavano.
Pochi anni dopo, anche a Parma e a Mantova erano stati presi provvedimenti simili. Tuttavia, episodi di violenze, duelli e faide continuavano comunque a verificarsi, proprio perché le leggi le faceva l'aristocrazia, unica detentrice di armi. Re e aristocratici, sia nel Rinascimento che nell'Ancien Regime, facevano bandi e leggi ma, per loro somma coerenza, non si ritenevano obbligati a rispettarle.

Esempi di scontri, duelli e guerre nella letteratura degli ultimi cinquecento anni:

5. DUELLI E VIOLENZA NELLA GERUSALEMME LIBERATA:


CANTO DICIANNOVESIMO, OTTAVE 2-5/OTTAVE 11-12:


II.
  Ma sovra ogni altro feritore infesto
Sovraggiunge Tancredi e lui percote.

Ben è il Circasso a riconoscer presto,
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Al portamento agli atti all’arme note,

Lui che pugnò già seco, e ’l giorno sesto

Tornar promise, e le promesse ir vote.
Onde gridò: così la fe, Tancredi,
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Mi servi tu? così alla pugna or riedi?

III.
  Tardi riedi, e non solo. Io non rifiuto
Però combatter teco, e riprovarmi;

Benchè non qual guerrier, ma quì venuto
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Quasi inventor di machine tu parmi.

Fatti scudo de’ tuoi: trova in aiuto

Novi ordigni di guerra, e insolite armi;
Chè non potrai dalle mie mani, o forte
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Delle donne uccisor, fuggir la morte.

IV.
     Sorrise il buon Tancredi un cotal riso
Di sdegno, e in detti alteri ebbe risposto:

Tardo è il ritorno mio; ma pur avviso
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Che frettoloso e’ ti parrà ben tosto:

E bramerai che te da me diviso

O l’alpe avesse, o fosse il mar frapposto;
E che del mio indugiar non fu cagione
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Tema o viltà, vedrai col paragone.

V.
Vienne in disparte pur, tu che omicida
Sei de’ giganti solo e degli eroi:

L’uccisor delle femmine ti sfida.
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Così gli dice: indi si volge ai suoi,

E fa ritrargli dall’offesa, e grida:

Cessate pur di molestarlo or voi:
Ch’è proprio mio più che comun nemico
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Questi, ed a lui mi stringe obbligo antico.



Tancredi e Argante riprendono il duello che era stato interrotto al canto VI°. Tancredi, dopo sei giorni, non ha mantenuto la promessa di riprendere il duello.
Prima di iniziare a combattere si offendono. Cioè, più che altro è Argante che offende Tancredi, cercando di ravvivargli il dolore di aver ucciso (seppure inconsapevolmente) Clorinda ("uccisor delle donne").
Argante è feroce ed è risentito, è rabbioso, perché Tancredi, alcuni canti prima, lo ha privato di un'amica e di una fedele compagna militare.


XI.
     È di corpo Tancredi agile e sciolto,
E di man velocissimo, e di piede.
Sovrasta a lui con l’alto capo, e molto
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Di grossezza di membra Argante eccede.

Girar Tancredi inchino, e in se raccolto

Per avventarsi, e sottentrar si vede:

E con la spada sua la spada trova
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Nemica, e in disviarla usa ogni prova.

XII.
   Ma disteso ed eretto il fero Argante
Dimostra arte simile, atto diverso.
Quanto egli può va col gran braccio innante:
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E cerca il ferro no, ma il corpo avverso;

Quel tenta aditi novi in ogni instante:

Questi gli ha il ferro al volto ogn’or converso.

Minaccia, e intento a proibirgli stassi
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Furtive entrate, e subiti trapassi.


Queste sono ottave che confrontano i due combattenti: Argante è più robusto, ma la tattica schermistica di Tancredi non è da meno della sua, benché diversa: Argante  ha sempre la spada rivolta contro il viso di Tancredi, Tancredi invece lo colpisce dal basso.
Ad ogni modo, Argante rappresenta la violenza, la rabbia, la ferocia, Tancredi invece la correttezza e la lealtà nelle tattiche schermistiche e l'abilità.
Il duello termina alcune ottave più avanti. Argante perde la vita, Tancredi è vivo ma gravemente ferito. Arriverà poi Erminia che se ne prenderà cura per poterlo guarire.

6. MANZONI, PROMESSI SPOSI, CAP.4:

Siamo nel pieno della digressione relativa al passato di Fra' Cristoforo (precedentemente Lodovico).
Lodovico, come sapete bene, è dotato di un'indole onesta ma al contempo violenta, è protettore degli oppressi e vendicatore dei torti. Odia gli arroganti e gli ingiusti.
Arriva ad uccidere un uomo, socialmente superiore a lui dal momento che si tratta di un nobile, per un motivo futile.

Ecco il punto esatto: 
Que’ due si venivano incontro, ristretti alla muraglia, come due figure di basso rilievo ambulanti. Quando si trovarono a viso a viso, il signor tale, squadrando Lodovico, a capo alto, col cipiglio imperioso, gli disse, in un tono corrispondente di voce: “fate luogo.” 
“Fate luogo voi,” rispose Lodovico. “La diritta è mia.”
“Co’ vostri pari, è sempre mia.”
“Sì, se l’arroganza de’ vostri pari fosse legge per i pari miei.” 
I bravi dell’uno e dell’altro eran rimasti fermi, ciascuno dietro il suo padrone, guardandosi in cagnesco, con le mani alle daghe, preparati alla battaglia. La gente che arrivava di qua e di là, si teneva in distanza, a osservare il fatto; e la presenza di quegli spettatori animava sempre più il puntiglio de’ contendenti.
“Nel mezzo, vile meccanico; o ch’io t’insegno una volta come si tratta co’ gentiluomini.”
“Voi mentite ch’io sia vile.”
“Tu menti ch’io abbia mentito.” Questa risposta era di prammatica. 
“E, se tu fossi cavaliere, come son io,” aggiunse quel signore, “ti vorrei far vedere, con la spada e con la cappa, che il mentitore sei tu.”
“E un buon pretesto per dispensarvi di sostener co’ fatti l’insolenza delle vostre parole.”
“Gettate nel fango questo ribaldo,” disse il gentiluomo, voltandosi a’ suoi.
“Vediamo!” disse Lodovico, dando subitamente un passo indietro, e mettendo mano alla spada.
“Temerario!” gridò l’altro, sfoderando la sua: “io spezzerò questa, quando sarà macchiata del tuo vil sangue.”
Così s’avventarono l’uno all’altro; i servitori delle due parti si slanciarono alla difesa de’ loro padroni.

Poi... penso ricordiate come finisce.
Lodovico, divenuto Fra' Cristoforo, decide di porgere le sue scuse al fratello dell'ucciso. Lo fa pubblicamente. E, quell'abbraccio con un aristocratico dal portamento solitamente fiero e superbo, sancisce per Cristoforo l'inizio di una nuova vita di frugalità, di umiltà e di aiuto verso il prossimo.

7. ZANZOTTO E LE POESIE DI GUERRA IN "DIETRO IL PAESAGGIO":

"Dietro il paesaggio", raccolta uscita nel '51, contiene anche delle liriche relative alla guerra, vissuta dal giovane Zanzotto.
Nel componinento "Notte di guerra a tramontana", permeato da un'atmosfera opprimente, sembra che tutto ferisca. E' un paesaggio buio, non certo arcadico e idilliaco, sfondo di esplosioni e di morti tragiche e ingiuste.



L'ombra del vento è "dentuta" e scava una luna che, più o meno come la luna del pastore errante dell'Asia di Leopardi, contempla dall'alto le sofferenze e le atrocità umane.
Difficile risulta chiarire sintagmi quali "lumache petali madidi" e "monti solitudini amorose". Potrebbero essere metafore, potrebbero essere, come il fiore in basso a destra in Guernica di Picasso, dei piccoli flebili segnali di bellezza e di voglia di credere nell'uomo, nonostante il clima di terrore e di angoscia provocato da una guerra terribile.
... Anche in Guernica le forme, degli umani e degli animali, sono dentellate e aguzze.


... Io, come voleva il nostro professore, ho l'edizione della Mondadori 2018 di tutte le poesie di Zanzotto. 
Ho provato nei giorni scorsi a leggere due raccolte dello Zanzotto maturo che in aula non abbiamo mai affrontato. Cioè, ho letto qualcosa di "Pasque" e di "Conglomerati". Non ho capito praticamente nulla, nessuna immagine mi è rimasta impressa.
Zanzotto è il primo poeta che mi risulta difficile analizzare e interpretare. 
Ad ogni modo, preferisco le sue prime raccolte. Secondo me, da "La Beltà" (1968) in avanti, la poesia di Zanzotto smette di esercitare fascino, attrattiva e comprensione nei lettori o meglio, nei comuni mortali.

18 gennaio 2020

La poesia di Anna Filippini:


La ragazza citata nel titolo di questo post è una poetessa arilicense (=di Peschiera del Garda, antica Arilica), tra l'altro mia omonima.

Poco prima di Natale ho partecipato alla presentazione della sua raccolta di poesie intitolata "Resta, come inchiostro sulla pelle".
Di questo libro vorrei riportare e interpretare alcune brevi liriche che mi sono piaciute.
Se, a fine post, avrete una mezza (o un'intera!) intenzione di acquistare la raccolta, trovate qui sotto il link di Amazon: 
https://www.amazon.it/s?k=resta+come+inchiostro+sulla+pelle&_mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&ref=nb_sb_noss_2

A)                               Odiami.
Perché se ami me
devi sapere che
è difficile sopravvivere in trincea.


D'istinto, ho pensato prima di tutto ad una canzone dei Modà, sono sincera. E' quella che fa: Odiami, odiami, odiami, con tutto il cuore odiami.
Cioè, i Modà non è che cantano qui. Urlano proprio.
E poco dopo, ho pensato anche ad una breve lirica di Anacreonte:

Eρέω τε δηùτε κοùκ έρέω,
καì μαίνομαι κοù μαίνομαι.

Amo e non amo
sono pazzo e non sono pazzo.

I sentimenti contrastanti che si possono provare in un rapporto emergono, prima ancora che in Catullo e in Petrarca, in Anacreonte.
Anche nella lirica di Anna ci si sta riferendo ad un amore problematico; e lo affermo senza voler giudicare le relazioni omosessuali.
Se mi ami sappi che è difficile sopravvivere in trincea. 
Questo concetto allude forse alla personalità contraddittoria dell'autrice? Oppure al fatto che sperimentare la convivenza e la relazione sentimentale con una persona dello stesso sesso è come vivere una quotidianità "battagliera"? 
Anna non ha spiegato proprio in modo chiaro quello che poteva essere il senso più "esatto" di questa lirica. Però forse non ha avuto proprio tutti i torti ad essere evasiva.
Il poeta crea delle immagini che si incastrano, si abbracciano e/o si contrastano... Le crea spesso secondo quelle che sono le sue percezioni visive, sentimentali, affettive e naturalmente anche secondo quelle che sono e che sono state le sue esperienze di vita. Poi però, anche i lettori devono compiere uno sforzo durante l'atto di fruizione: decifrare quei concetti e quelle immagini che le parole evocano e costruiscono. Devono cioè decifrare e interpretare una poesia secondo quella che può essere la loro esperienza di vita, e la loro vita e il loro vissuto possono benissimo differire da quelli degli autori che leggono.

Comunque, a dir la verità, io non riuscirei a starci nemmeno una settimana in casa con un'altra ragazza. O la scuoio o fuggo. 
Il rapporto con molte delle mie coetanee, per gran parte della mia vita (e chi ha letto "Le avventure di una liceale invisibile lo sa") è stato veramente difficile. 
Nei rapporti tra ragazze vi sono spesso due sentimenti/atteggiamenti negativi, anzi tre: l'invidia (dettata frequentemente da un inutile ma opprimente senso di inferiorità), la competizione (il continuare a mettersi a confronto), la gelosia.
Nei capitoli del mio romanzo, (Anna N.) -Zoe T. è vittima di invidia, di un'invidia che è praticamente odio. Le compagne la emarginano e la detestano per ciò che lei è.
Ammetto però candidamente che anche Anna N.-Zoe T., negli ultimissimi anni, non è immune dall'invidiare-odiare-paragonarsi a qualcuna. Di tanto in tanto lo fa anche lei, facendosi del male, perché gelosia e invidia fanno male.

B)                                                         Piangevi stelle
dai tuoi occhi stanchi,
finestre di galassie
sui tuoi sentimenti,
empatica sinfonia
inspiegabile complicità.


Questa, a mio avviso, è la poesia più suggestiva di "Resta, come inchiostro sulla pelle".
Chiunque la potrebbe dedicare a qualcuno che gli sta molto a cuore.
Le lacrime di mia madre mi sono sempre sembrate delle stelle, in quelle rare volte che le ho viste. E' una donna straordinaria, la amo con tutta me stessa e ciò che sono lo devo a lei, prima di tutto. 

Finestre di galassie sui tuoi sentimenti. 
Questa espressione mi ricorda lontanamente una breve lirica di Zanzotto. 
Si tratta di "Nautica celeste":
Vorrei renderti visita
nei tuoi regni longinqui
o tu che sempre
fida ritorni alla mia stanza
dai cieli, luna,
e, siccom'io, sai splendere
unicamente dell'altrui speranza.

Zanzotto vorrebbe visitare la luna, avvicinarsi ad essa (ha scritto questa poesia probabilmente alla fine degli anni '50, poco prima del famigerato 1969). "Longinqui" è un latinismo. 
Ma la luce lunare, fedelissima, sembra recare visita al poeta, trapassando con i suoi raggi, i vetri della finestra della camera da letto.
Bellissimo a mio avviso è il concetto di una luna che, nella sua luminosità, accoglie le speranze e i sogni degli uomini.
"Nautica celeste" fa parte della raccolta "IX Ecloghe", opera poetica nella quale troviamo piuttosto spesso l'immagine della finestra come simbolo di "apertura". Di apertura mentale, di apertura verso l'immensità e verso i tesori nascosti e misteriosi dell'Universo e apertura anche verso la vastità delle meraviglie della Natura.
In "IX Ecloghe", c'è anche una poesia dedicata ad una finestra che Zanzotto aveva fatto costruire nella sua nuova casa (si era sposato a 38 anni). Ve ne riporto alcune parti:

Brilla la finestra del verde lungamente
lungamente composto, sogno a sogno,
orti o prati non so; ma quanta brina
prima ch'io mi convinca, quanta neve.
(...)
tu, mia finestra, e tu, cielo, che porti
a me tra placidi astri gli squillanti satelliti
che il gioco umano ha lanciati, con lampi
di fantascienza...


Quel "finestre di galassie" di Anna potrebbe tranquillamente alludere ad una specie di apertura... Cioè, potrebbe benissimo essere un invito ad essere umani, il più possibile, prima di tutto con le persone che amiamo. A vedere la loro meraviglia anche nel pianto, a prendere atto delle innumerevoli sfaccettature delle loro personalità, anche di quelle che non riusciamo del tutto a capire.
La nostra personalità è un mosaico di piccolissimi tasselli.
E poi, spunta un pochino anche il lessico musicale "empatica sinfonia". 
Sarebbe bellissimo pensare e vivere i rapporti umani, o per lo meno, alcuni di loro, come "empatiche sinfonie", ovvero, come ascolto reciproco e vero dialogo. Ma vero dialogo.

C)                                              C'è una statua qui in vetrina,
due sagome si abbracciano
in un solo piedistallo.
E io, che di questo gesto
avrei assoluto bisogno
sto a guardare.
E non chiedo.

... Anch'io avrei bisogno di quello che tu, cara Anna, dici in questo componimento.
Avrei bisogno di ciò che non chiedo, che faccio fatica a chiedere. 
Maria Teresa, un'amica di lunga data di mia madre da poco diventata nonna, coltiva da anni la sua passione per la scultura. Ha organizzato e allestito mostre d'arte da noi a Somma ma anche a Castion, a San Zeno di Montagna e in alcune zone del Trentino.


Una delle sue creazioni più recenti è questa:

Agosto '19- Mostra di scultura alla fiera di Sommacampagna (VR)

Rappresenta una famiglia. Una famiglia tenuta unita da semicerchi di abbracci avvolgenti. E' la famiglia di suo figlio, che, nel novembre 2018, è divenuto padre di due gemelle.
Sono contenta per lui e per sua moglie, ma ammetto che un po' invidio la loro felicità. Certo, sono decisamente più adulti di me, soprattutto lui con i suoi 40 anni, ma vorrei esserlo io madre.
Credo che i figli siano una ricchezza inestimabile per chi li ha.
Siamo al mondo per impiegare al meglio le nostre qualità intellettive e umane e viviamo per donare amore. 

D)                                                 Torniamo bambini,
rannicchiati e inermi.
Negli angoli di adulte
delusioni,
stringiamo aspettative alle ginocchia;
altalena ritmica
di consapevolezza.


Inevitabilmente, dopo la lettura di questa poesia, ho ripensato a "Cose che nessuno sa" di D'Avenia e in particolare, al punto in cui Margherita, figura alla quale mi sono sempre sentita simile, dopo aver appreso che il padre è andato via con un'altra donna. corre in camera e si nasconde dentro l'armadio. O meglio, è rannicchiata dentro l'armadio dei vestiti. E' un'adolescente, ma certe sue reazioni al dolore assomigliano a quelle di una bambina, anche se non la rendono affatto immatura e infantile. Più semplicemente, la rendono arrabbiata con il mondo e delusa dal mondo. La ragazza, per gran parte del libro, appare chiusa nel suo dolore perché il nido familiare, nel quale credeva molto, è distrutto, è crollato in una mite e soleggiata giornata di metà settembre. Margherita effettivamente ha una personalità introversa e sensibile. E' lacerante per qualsiasi lettore che abbia un po' di cuore quella sua domanda alla madre: "Dove è finito il mondo che mi avevi promesso?". 
"Stringiamo aspettative alle ginocchia"... Le aspettative di cui volevamo e pretendevamo la realizzazione... 

E' dalle 9 di questa mattina che le parole di Don Giampaolo fanno eco nella mia mente.
Non le ricordo a memoria, ma il contenuto più importante della preghiera giovani diocesana di ieri sera era questo: bisogna saper andare oltre i fallimenti e oltre le arrabbiature. L'andare oltre significa avere fede in Dio, capire che lo Spirito Santo a volte vede molta più vita in percorsi diversi da quelli che noi avevamo creduto gratificanti.
E' soprattutto questo il significato del versetto degli Atti degli Apostoli: "Fecero il tentativo di recarsi in Bitinia, ma lo Spirito di Gesù non lo permise loro".
Pareva un discorso fatto apposta per me e per la situazione nella quale mi sono trovata a settembre.
Ho creduto moltissimo, come sapete tutti molto bene, nel mio servizio di animatrice adolescenti in parrocchia. Nessuno mi ha sostenuta, nemmeno chi per primo avrebbe dovuto sostenermi e comprendere i miei sforzi e il mio sincero entusiasmo (e sapete a chi alludo, ma non voglio più nemmeno nominarlo, ora men che mai, anche se è passato un po' di tempo dalla fine dell'estate).
Credo di non essermi mai sentita più fragile... 
Ho avuto un periodo, settembre-ottobre, che a volte piangevo, a volte avevo giornate in cui ero piena di rabbia. Ho detto un milione di parolacce.
Cosa mi ha permesso di riprendermi? I corsi all'Università, parecchio arricchenti, direi più affascinanti di quelli che ho seguito lo scorso anno; e anche il fatto che sto cambiando completamente il mio giro di amicizie... 
Alla fine riconosco solo ora che c'è più vita nelle chiacchierate e nei rapporti con alcuni dei miei compagni di corso (che sto imparando a conoscere bene) che non in un gruppo animatori dove nessuno è veramente amico di qualcun altro e dove nessuno ti apprezza per ciò che sei e per i contributi che porti.

E)                                                 Quando la prigione 
è dentro di te
sono alte le pareti.
Non si vede neanche il cielo.
Pianto di vittima
e carceriere.

Qui faccio una scelta: non spiego la lirica. Non vi dico a cosa sto pensando, ma vi propongo una semi-provocazione: che cosa ci imprigiona nella vita di ogni giorno? Cosa ci impedisce di gustare la vita? Quali sono/sono state le nostre più grandi sofferenze?


F)                                                       Ode agli amici

Amico caro,
che sopporti
le mie contraddizioni
le mie parole farsi lacrime
il mio mal di vivere d'amore.
Ascoltando sempre i miei passi
nonostante tutti gli errori
a tutte le ore,
so che ci sei:
paracadute per ossa fragili.


Efficace qui è proprio la metafora dell'ultimo verso, finalizzata per l'appunto a indicare la figura del vero amico: paracadute per ossa fragili.
Il vero amico è lì, si trova lì non soltanto quando ne hai bisogno, ma anche nei momenti di gioia.
Il vero amico è sincero, genuino e paziente. 
L'amicizia vera assomiglia alla carità di cui appunto parla San Paolo in una lettera ai Corinzi:
Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova.

La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.  La carità non avrà mai fine.

Questo brano biblico è abbastanza spesso scelto dalle coppie che preparano la loro liturgia matrimoniale. 
Ma a me viene anche da dire che l'amicizia vera, per alcuni aspetti, quali la pazienza, l'ascolto e la trasparenza, assomiglia all'amore. All'amore vero.


AVVISO FINALE: Mi auguro di riuscire a scrivere qualcosa anche la prossima settimana, ma non ve lo garantisco, per una serie di impegni che avrò. 
Il post relativo alla seconda guerra mondiale e alla Shoah sicuramente non verrà pubblicato il 27 gennaio, giorno esatto della commemorazione del genocidio ebraico, bensì alcuni giorni dopo. Perché lunedì 27 quest'anno per me coincide con la vigilia di un esame molto importante che deve andare non bene, ma benissimo.
Due discipline le ho già date questa settimana e ho portato a casa un 30 e un 28... Alla terza ci stiamo avvicinando pian piano: alcune cose, adesso come adesso, le so veramente bene, altre devo ripassarle e mi mancano un paio di argomenti che dovrò studiare oggi e domani, a partire dal momento in cui mi scollegherò da internet dopo aver pubblicato questo post.

12 gennaio 2020

Pensieri sparsi a ridosso di un'impegnativa sessione:

Il 2020 è iniziato... E, dal punto di vista di pensieri e di progetti da realizzare è già ora abbastanza denso.
Raramente faccio post di questo genere, cioè, post simili a delle chiacchierate. A differenza della gente della mia età, io preferirei parlare faccia a faccia con gli altri, non attraverso uno schermo! E su un blog di solito mi riservo soltanto il piacere e il diritto di affrontare letteratura e cinema.
Siamo più attaccati agli schermi (un po' tutti) dei nostri strumenti tecnologici che non alla vita stessa e alle opportunità off-line che questa ci offrirebbe. 
(Vi consiglio vivamente, soprattutto se siete giovani, di farvi un serio esame di coscienza su questo mio discorso).


IL SOGNO NELLA NOTTE TRA IL 2 E IL 3 GENNAIO:


Come dicevo in un post dell'estate 2016; per la precisione, il post dedicato a "Doppio sogno" di Arthur Schnitzler, talvolta appare difficile stabilire un netto confine tra sogno e realtà. A volte non coincidono affatto, altre volte invece, sogno e realtà si richiamano.
Alcuni miei compagni di corso mi guardano male quando dico loro che adoro il Surrealismo... Da una parte è vero che questa è un'avanguardia francese abbastanza assurda, visto che teatro, cinema e arte surrealista mirano al non-sense oltre che all'onirico e alle pulsioni sessuali. 
J. Mirò, "Il carnevale di Arlecchino"
Però io credo questo: Andrè Breton, con il Manifesto del Surrealismo del '24, vuole farci rendere conto di quanto il sogno rifletta i nostri lati nascosti, i desideri, le intenzioni, le paure e gli istinti che teniamo dentro di noi e che mai manifestiamo.
I Surrealisti criticano fortemente l'ipocrisia borghese. Anche per questo mi piacciono.

Sto per raccontarvi un sogno i cui contenuti rievocavano anche la realtà del mio vissuto. 
In questo sogno, mi era stata affidata una cattedra di Lettere in un liceo e mi frequentavo con un ragazzo... molto malato. Tumore osseo con metastasi.
Lo visitavo ogni giorno in una clinica grigia e con un grande e verde giardino, dopo le mie mattinate trascorse a scuola un'ora a spiegare dei brani tratti dalla Liberata di Tasso ad una classe quarta, un'altra ora lo Stilnovo ad una terza, un'altra ora ancora la fondazione del regno longobardo  in una classe seconda...
Dev'essere stato un sogno lungo, di cui ricordo due immagini in particolare: quella in cui, mentre il ragazzo si assopiva, io ero seduta dietro un tavolino accanto al suo letto e correggevo i temi e i compiti scritti dei ragazzi.
E poi l'altra, molto più bella: io che lo sorreggevo, cioè, che lo prendevo a braccetto mentre camminavamo per il giardino della clinica, che, almeno ai miei occhi, appariva sempre più grigia, angusta e orribile.
Quando era con me, il ragazzo non era più pallido e stanco: aveva un bel colorito roseo, gli occhi molto luminosi e... credeva davvero di poter migliorare in salute.
"Quando starai meglio, ti porterò via da qui. Verrai a vivere con me.", gli sussurravo, mettendogli una mano sulla guancia.
Poi il dramma terribile... Il medico, o meglio, l'oncologo che seguiva il ragazzo senza nome del mio sogno, era convinto, risoluto a fargli l'eutanasia. Il dialogo tra me e il medico me lo ricordo ancora benone.
"E' sempre peggio... Ogni millimetro del suo corpo è malato. Farlo sopravvivere non è nel suo interesse.", aveva detto, in un tono così risoluto e cinico da irritarmi.
"Ma quando è con me cammina! Le nostre passeggiate in giardino durano anche delle mezz'ore! Invece dell'iniezione mortale trovate un modo per farlo guarire! Quel ragazzo ha fame di vita! E poi è ancora giovanissimo... cioè, è più o meno come me, ha poco più di 20 anni" avevo replicato io.
A quella mia replica, aveva riso sguaiatamente... Fino a dirmi: "Anche tu a 6 anni eri malata!!". A quel punto gli oh dato uno schiaffo così forte da farlo cadere sul pavimento.
...Non abbastanza forte però per farlo svenire... A quel punto, il grande cinico insensibile si è rialzato ed è andato dritto dritto nella stanza del ragazzo, brandendo la siringa dalla tasca.
E io volevo strappargliela dalle mani, ma non riuscivo a correre... Non riuscivo a raggiungerlo, perché improvvisamente mi sono ritrovata imprigionata in una bolla di vetro senza porte né vie d'uscita.

Mi sono svegliata, avevo freddo, era abbastanza tardi, e le mie condizioni di salute erano queste... Avevo la febbre.

Eppure quel giorno ho fatto tutto quello che dovevo fare, dopo aver ingerito una tachipirina 1000 mg: ho continuato a prepararmi sull'esame di Poesia italiana del Novecento e ho ricevuto tutte le ragazzine a ripetizioni.
Dopo che era andata via da casa mia la ragazzina di latino, ho cominciato, davanti ad una tazza di tè e con un gran mal di testa (= ultimamente ho spesso mal di testa) a ripensare al sogno della notte.
In prima elementare non potevo andare a scuola regolarmente perché non stavo bene. Facevo la spola tra lo studio pediatrico del mio paese e l'Ospedale di Padova. 
Nessuno di voi saprà mai che malattia era la mia. Accontentatevi del fatto che sono completamente guarita e che il malanno che avevo non comparirà mai più nel corso della mia vita.
Eravamo nell'aprile 2002 quando sono stata operata e... i liquidi che mi sono stati somministrati durante l'operazione provenivano dagli Stati Uniti. 
Comunque, se anche in famiglia i miei 6 anni sono "tabù", nel senso che non se ne parla praticamente mai e soprattutto, nel senso che io non voglio ricordare quel periodo a voce alta anche se ha avuto un lieto fine, in sogno non ho permesso ad un medico di mezz'età di deridere quello che io e i miei genitori abbiamo passato tra il 2001 e il 2002 e di passarla liscia. Un bel manrovescio ci stava, forse anche due! Cosa c'è da ridere?

Dopo l'operazione mi hanno riportata a casa in carrozzina. Per alcuni giorni non dovevo camminare.
Però a me non è mai piaciuto stare ferma. Sapete come reagivo? Di nascosto, quando la sedia a rotelle era molto vicina a qualche mobile, mi alzavo e provavo a fare due o tre passi ben aggrappata alla superficie di un tavolo o di un mobile.
Ecco da dove vengono anche la mia tenacia e la mia volontà di ferro.
Anche se non sono fatta di ferro. Non sono fatta né di ferro né di acciaio. Sono fatta di carne. Sono fatta di sogni, di ansie, di progetti da attuare, di esperienze positive e negative, di giornate grigie.

"IL CIRCO DELLE MERAVIGLIE", COMMEDIA INTERPRETATA DAI GIOVANI DI VILLAFRANCA:

Devo ammettere innanzitutto che, nonostante io viva ad appena 10 km da Villafranca, non conosco bene questa città. 
Se mi dite: Chiesa di Madonna del Popolo, Via Quadrato, Corso Garibaldi, chiaro che so bene come arrivarci. 
Villafranca è l'attrattiva più vicina e più comoda da casa mia, anche un po' più del Garda e di Peschiera.
Non conosco gli ambienti e i gruppi di questa città... Non conosco chi fa parte della parrocchia e non so se i rapporti tra i ragazzi e i giovani siano sempre civili e sereni.
(Però, villafranchesi, tenetevi stretto Don Daniele, credetemi! Don Daniele prima di trasferirsi da voi era parroco a Ronco all'Adige, dove vivono i miei parenti, che hanno ancora un ottimo ricordo di lui. Anch'io ce l'ho, perché nel lontano 2012 ha celebrato il funerale di mio nonno e, nell'omelia, ha speso parole semplici ma al contempo significative. Mio nonno Francesco era proprio come lui lo aveva descritto).

Non ricordo esattamente tutti i nomi dei personaggi della storia che i giovani di Villafranca hanno rappresentato una settimana fa.
Innanzitutto mi sento di dire che, dalla parte del pubblico, ci si accorgeva benissimo del  lavoro e dell'impegno notevole che tutti, attori giovani e collaboratori adulti hanno impiegato nel mettere in scena molto bene la storia, credendo davvero nell'iniziativa e portando egregiamente avanti un gruppo teatrale parrocchiale che da loro esiste dal '91 o dal '92.
Sicuramente ogni tanto, in quei tre mesi di preparazione dello spettacolo, ci saranno stati litigi e discussioni ma... credo siano stati superati sia dalla voglia di confrontarsi per crescere insieme sia dal desiderio di dare alla comunità qualcosa di piacevole, che avesse un contenuto solido e reale.

La trama è più o meno questa: un giovane (Alex?) sta per essere promosso dal suo capo. Sogna l'avanzare della sua carriera ("una volta desideravo una famiglia e dei figli... ma una volta!") ma... un amico gli propone di andare ad assistere ad uno spettacolo di un circo.
Al giovane protagonista, la vita di chi lavora in un circo appare libera e piacevole. 
Gli stessi membri di quel circo sono convinti di essere liberi di poter manifestare il proprio essere ad un pubblico che li applaude ogni giorno ma in realtà non è esattamente così, visto che monsieur Marcel, il padrone del circo, li considera di sua proprietà.

Il messaggio che si ricava dal copione teatrale di questi giovani:

Affermare qualcosa come: "Tutti sono speciali", è come dire che nessuno lo è veramente. 
"Speciale" in effetti, sarebbe sempre meglio sostituirlo con "autentico".
I talenti particolari (ad esempio essere delle ottime equilibriste) non danno la felicità.
"Fare carriera" nel lavoro, magari trascurando le relazioni umane, non rende felici.
E' invece necessario essere autentici, comunque sia, in qualsiasi situazione ci troviamo. E' necessario essere coerenti con se stessi, essere veri, ora più che mai, in un mondo e in una società in cui tecnologie e cellulari condizionano la quotidianità.
Troveremo sicuramente chi non ci comprenderà e chi ci deriderà ma... teniamo i denti stretti, crediamo in noi stessi... prima o poi le nostre vite incroceranno altre vite che avranno voglia di confrontarsi con noi e di camminare insieme a noi.
C'è del Pirandello!
Pirandello, per capirci, è "l'autore delle maschere". Tiene molto, nei suoi romanzi e nelle sue opere teatrali, al tema dell'identità e dell'autenticità del singolo.
Noi siamo uno (=viviamo secondo ideali, abbiamo delle caratteristiche fisiche e psicologiche diverse dagli altri, e mai perfettamente identiche a quelle degli altri), centomila (=gli altri non ci  vedono come noi vorremmo ci vedessero e ognuno ha un'opinione diversa di noi) e quindi nessuno (l'identità umana è in continuo divenire, non è mai definita, Nessuno può definirla, nemmeno noi stessi ci conosciamo perfettamente).
E Mattia Pascal, cosa ci ha guadagnato ad essere inautentico, a crearsi una falsa identità, a non smentire la falsa notizia sui giornali che riguardava la sua morte?
Ci ha guadagnato una non-vita. 
Adriano Meis non ha documenti, è un fantasma che non può reclamare alcun diritto e che non può realizzare i suoi sogni d'amore. Adriano Meis ovviamente ha anche un passato costruito, falsissimo.
Io lo so per esperienza personale: l'autenticità porta sofferenza e incomprensione. Nelle giornate più nere io arrivo persino a credere che le persone al di fuori della mia famiglia non mi vogliano realmente bene o che comunque, vedano soltanto una piccola parte di me: o la ragazza con "l'intelligenza letteraria e linguistica, quella passata con 105 all'Università" oppure "la contestatrice, la rigida, quella che non si adatta".

Comunque: bravi davvero.
A mio avviso, un'iniziativa teatrale ben coordinata e ben gestita porta davvero ad una crescita reciproca delle persone che collaborano tra loro e che per mesi ci lavorano: si impara ad ascoltarsi, a sostenersi e magari... ad essere gruppo, pur essendo decisamente numerosi.



"IL POPOLO DEGLI ABISSI", JACK LONDON E LE CONTRADDIZIONI DI LONDRA A INIZIO NOVECENTO

Vi presentiamo qui un reportage scritto da Jack London negli anni in cui lavorava come giornalista. A) "IL POPOLO DEGLI ABISSI": C...