27 dicembre 2012

Preghiera di Natale

 E' un piccolo testo che ho scritto alla Vigilia di Natale, una piccola lettera a Gesu'.


"Caro Gesu',
guardando tutti i preparativi in occasione delle feste natalizie devi essere sicuramente contento. 
Ma se non hai trovato posto alla locanda di Betlemme, troverai porte aperte per accoglierti? Molte persone sono incredibilmente indaffarate quando preparano il Natale e così non hanno nemmeno il  tempo di pensare a Te!! 
Oltre a cio', non vogliamo accorgerci che molti immigrati, venuti da terre lontane, aspettano solo di essere accolti e aiutati. Uomini come noi, che portano sulla loro pelle i segni del sole e che desiderano realizzare il sogno di una vita migliore. Signore, tu che sei la luce del mondo, vieni tra noi in questo tempo di Natale. Tu, sotto le apparenze di un Bambino ci riveli il volto di Dio e il Suo amore per noi.
Sei nato, rimani con noi per sempre e il nostro amore diverrà l'amore di Dio. Sei nato, ti sei fatto uomo come noi e sei entrato a far parte della storia dell'umanità, sei entrato nel bisogno. 
Così piccolo tra le braccia di Maria, cullato con molta dolcezza, infondi pace e speranza nei nostri cuori."

22 dicembre 2012

La vecchina del presepe

Vi presento un racconto di Natale scritto da Gianni Rodari che vuole essere un buon spunto di riflessione per comprendere appieno il significato straordinario di questa festività. Quando ero bambina, alla Vigilia di Natale, qualcuno me lo leggeva sempre e io rimanevo molto colpita dal contenuto. E' un racconto adatto a tutte le età.
 

“La vecchina abitava da anni (duecento? trecento?) sulla montagna più alta del presepe. 
Il presepe era quello di Roma, presso la chiesa dei Santi Cosma e Damiano, tra le rovine dei Fori Imperiali. E' uno dei più belli del mondo, con montagne, burroni, castelli, villaggi, palazzi, ponti, ovili, osterie, negozi, e migliaia di finestre aperte e dentro si vede la gente vivere. 
Ma la gente vive per lo più nelle strade, come a Napoli: centinaia e centinaia di figurine che vivono, comprano e vendono pesci, prosciutti, fichi secchi, castagne, caciotte. 
E scale, scalette, scalinate: tutto un labirinto festoso su cui scendono gli angeli a grappoli dal soffitto, e un lungo corteo di mori, cammelli, cavalli accompagna i Re Magi, e bambini accorrono incuriositi. 

Sulla collina più alta, nella casa più povera del villaggio, abitava la vecchina, e anche lei, la notte di Natale, si annodò in testa il fazzoletto più bello che aveva. 
Preparò un fagotto di pomodori seccati al sole da portare in dono, e si incamminò a piccoli vecchi passi giù per un sentiero ripido, rotto ogni tanto da un mazzetto di gradini. Piano, piano, andava più piano di tutti. Ben presto la superò un gruppo di giovani, e in mezzo a loro ce n’era uno che suonava la fisarmonica. 
«Coraggio, nonnetta!» la salutarono. 
«Non é il coraggio che manca», rispose, fermandosi a guardarli.
Ma quelli erano già arrivati in fondo alla valle. 
Un vecchio che fumava la pipa sotto il portico di casa la chiamò: «Ce la farete ancora? E’ lunga la strada.»                    «Ce la farò, ce la farò. Sarò l’ultima, ma alla mia età non é vergogna.» 
La vecchina sospirò, ma seguitò a camminare. Non aveva tempo da perdere. E giù, e giù per sentieri e scale, e su, e su per scale e sentieri. Doveva passare ancora le montagne prima di giungere alla pianura. 
Poi bisognava attraversare la pianura e ricominciare a salire per un bel tratto, dentro e fuori dai paesi aggrappati alla strada. 
C'era sempre più gente lungo i sentieri e dalle case ne usciva dell’altra.
Dalle finestre aperte la vita delle case si rovesciava fuori con luci, suoni e colori. La vecchina vide una ragazza che toglieva dal baule uno scialle prezioso. 
«Ecco,» mormorò con un pochino di invidia «lo scialle della dote. Io non porto che questi pomodori seccati. Com’é triste esser poveri, quando non si possono fare bei regali.» 

Passò accanto a una casupola delle più meschine. Fuori dell’uscio una donna lavava dei panni in un mastello. 
«Che cosa fate?» borbottò la vecchina «Il bucato la notte di Natale?» 
La donna alzò gli occhi dal suo lavoro. Erano rossi e gonfi. 
«Mio marito é malato, bisogna che guadagni io qualcosa.» 
«Non sentite che i vostri bambini piangono?» 
«Li sento si. Vogliono andare con gli altri alla grotta. Ma io non ho tempo di vestirli, ecco perché piangono.» 
«Siete proprio un pulcino nella stoppa, non sapete cavarvela,» borbottò la vecchina. 
Entrò in casa, diede un’occhiata al malato e gli cambiò l’acqua nella caraffa, poi vestì i bambini, con gesti ruvidi e precisi, senza smettere mai di rimproverarli meccanicamente. Quelli non badavano ai rimproveri: sentivano le sue mani buone e svelte, si lasciarono vestire in fretta, si lasciarono strofinare la faccia con un asciugamano bagnato, ma quando furono pronti schizzarono via con uno strido acuto; come rondini. 
«Ti fanno perdere tempo, ma mica ti dicono grazie,» borbottò la vecchina riprendendo il cammino. 

Ora poi cominciava a sentire appetito. Avrebbe chiesto volentieri qualcosa alle donne che recavano in equilibrio sul capo grandi ceste colme di verdura, di ciambelle fatte in casa, di frutti profumati. Ma era troppo orgogliosa per farlo. 




La vecchina proseguì il suo cammino. Prigioniera del suo seggiolone, una puppetta grassa, rosea e lacrimosa strillava a più non posso, tuffando una mano rabbiosa nel piatto di spaghetti che le stava davanti. 
«E tu che hai?» domandò la vecchina «Non ti piace la pappa? Su, su che é buona.» Ma la bambina non si chetava e non voleva mangiare. Finalmente la vecchina scoprì che le era caduta per terra una bambola di stracci: gliela raccolse e la bambina sorrise. «Su,» disse la vecchina, arrotolando uno spaghetto intorno alla forchetta «mangia. Ah, am. Quant’é buono… E la tua mamma? Le tue sorelle? Tutte a vedere il corteo dei Magi, scommetto. E ti lasciano qui sola come un’orfanella. Mangia con la nonnina, su. Ecco, brava, brava.» 
La bambina, mangiando, farfugliava il suo linguaggio di sillabe sperdute, di mugolii ed esclamazioni senza significato: «Baa… beee…. gnioooo… Uhhh!» 
La vecchina cominciò anche a parlare a quel modo, e intanto i minuti passavano, e passava la gente, sorridendo. Passò uno zampognaro, seguito da un codazzo di ragazzi. Passò quel contadino di prima, col suo cestello di arance. Solo quando il piatto fu vuoto la vecchina si riscosse, si guardò intorno, si rialzò. 
«Piccerella mia, bisogna che me ne vada, altrimenti non arriverò in tempo. Vedi laggiù, quel chiarore? E’ la cometa che sta per spuntare. » «Biaooo… booo» rispose la pupa. 
«Stai buona, si? Presto tornerà la tua mamma» 

Ora la folla era un fiume variopinto e chiassoso, risuonava di grida, di pifferi, di nacchere e la vecchina era quasi al centro del presepe, e la luce della stella saliva in cielo come un incendio di buon augurio, e per un po’ la vecchina fu presa a braccetto da un gruppo di ragazze che cantavano e camminavano a passo di danza, e questo le fece mancare il respiro. Dovette proprio sedersi un momento a riposare, sulla panca di una osteria campestre, ma non accettò il bicchiere di vino che l’oste le offriva; per paura che le mettesse il capogiro, bevve solo un po’ d’acqua. 

La gente passava. Era passata. Appena qualche ritardatario allungava il passo. Ecco, più nessuno. 
«Arriverò ultima anche quest’anno.» sospirò la vecchina « Le mie povere gambe mi fanno male come se me le avessero battute. "
Si fece coraggio, a passi sempre più brevi e incerti, e ogni tre passi doveva fermarsi un attimo perché il cuore si calmasse. I rumori e luci della gran festa erano come una nuvola che si allontanava. Le pause di silenzio erano sempre più lunghe e distese. 

In uno di quei silenzi udì ancora il pianto di un bambino. «Povero piccolo,» mormorò la vecchina «in una notte come questa, davvero, non ci dovrebbe essere al mondo un solo bambino che piange. No, no: in tutto il mondo non dovrebbe piangere nessuno. Ma tu dove sei, povero piccolo ? Dove sei?» Il pianto veniva da una capanna posta a pochi metri dalla strada. C’era una siepe intorno, ma così cadente che la vecchina non ebbe difficoltà ad attraversarla. La capanna era tutta buia, il pianto veniva di là. «Eccomi, eccomi,» sussurrava la vecchina, «eccomi, sono qui. Entrò nella capanna e proprio in quel momento per fortuna, la cometa superò l’ultima montagna, e illuminò tutto il cielo e al chiarore che penetrava dalla porta la vecchina vide il pagliericcio, la giovane donna che vi stava distesa con gli occhi chiusi, come svenuta, e il piccolo tutto nudo che giaceva accanto e piangeva. 
«Ma tu hai freddo, ecco che cos’hai» esclamò la vecchina con la sua voce più dolce. 
E sempre parlando tra sé la vecchina si muoveva per la capanna, trovava le povere fasce preparate per il neonato, e lo avvolgeva. A un tratto «Grazie» senti dire con un filo di respiro. Si voltò, e vide che la giovane madre era tornata in sé. Era troppo debole per muoversi e per parlare, ma i suoi occhi riconoscenti dicevano tante cose. 
«Brava, brava,» disse la vecchina. E intanto accendeva il fuoco; metteva un po’ di acqua a bollire e il fuoco rischiarava la capanna come una piccola, capricciosa cometa che giocava con le ombre. Poi venne l’alba, piano piano grigia, poi bianca e dorata. La madre e il bambino dormivano. La vecchina dormiva su una sedia, col mento sulla mano. E quando si svegliò era tornato il padre e la notte di Natale era passata, e la vecchina non era arrivata fino alla grotta, perché tutti quei bambini le avevano fatto perdere tempo, ma era contenta e serena, anche se non aveva visto i Re Magi, gli angeli lontano lontano e la grotta. 
Così lasciò quei pomodori seccati sul tavolo e si mise sulla via del ritorno, un passo dopo l’altro, nel silenzio del grande presepe addormentato, su su, in cima ai sentieri, ai tetti, alle scale, alle scalinatelle, fino a casa sua; che era la più vicina alle stelle”.
                  
                                                                                                  

                                                                         Gianni Rodari, "Racconti di Natale"

8 dicembre 2012

Terraferma: la dignità dei clandestini e la morale

"Terraferma" è il titolo di un film molto toccante che illustra la condizione degli immigrati clandestini che cercano di raggiungere i paesi industrializzati per realizzare il sogno di una nuova vita.
   
 E' ambientato in una piccola isola siciliana, abitata da pescatori che ospitano anche dei turisti, la maggior parte dei quali provenienti dalle grandi città del nord Italia. Al tempo stesso pero', è investita dagli arrivi dei clandestini e dalla regola del respingimento di essi, che costringe i marinai a non prestare soccorso ai dispersi in mare. 
In questo contesto è inserita la vita di una famiglia formata da Ernesto, un uomo anziano autorevole e saggio, Giulietta, una donna rimasta vedova da poco e suo figlio Filippo, un ragazzo ventenne alla ricerca di un "approdo" saldo per la vita.               
Tra i personaggi c'è anche Nino, lo zio di Filippo. Si tratta pero' di una figura poco significativa, di una persona superficiale e protesa solo al guadagno derivante dal  turismo che finge di non accorgersi della triste reatà dei clandestini nemmeno di fronte all'evidenza.
Una mattina, durante la consueta attività di pesca, Ernesto intravede degli africani rimasti in mezzo al mare su un gommone. Nonostante abbia ricevuto l'ordine di non prestare loro soccorso, l'anziano signore avvicina la sua barca e li salva, trasportandoli verso l'isola e quindi verso la terra ferma. Ernesto è quindi portatore di un senso morale che ai nostri giorni sta scomparendo. L'etica del marinaio che aiuta chi è in pericolo di vita gli permette di aiutare quella povera gente, nonostante la conseguenza successiva, ovvero il sequestro del suo peschereccio da parte di poliziotti, simboli di uno stato assente in senso politico e morale.                                                                                                                          
Ernesto decide di accogliere presso la sua famiglia una giovane donna africana sul punto di partorire. Giulietta inizialmente si dimostra molto dura con la clandestina anche se, verso la fine del film, le due donne riescono ad instaurare un ottimo rapporto fondato sulla solidarietà e sulla stima reciproca. Infatti Giulietta si sente estranea al suo ambiente e ricerca, oltre l'orizzonte, un senso di sicurezza che soltanto la fiducia nella "terraferma" puo' offrire. La donna vorrebbe fuggire dall'isola, convinta che il futuro della sua famiglia possa trovare delle prospettive lontano da quel luogo in cui il tempo immutabile ha reso stranieri persino i suoi stessi abitanti.
E' importante riflettere sull'azione compiuta dal giovane Filippo alla fine del film: la sua famiglia decide di aiutare la donna africana e il figlio appena nato a fuggire dall'isola. Ma il loro piano viene sconvolto dalla presenza della polizia sulla riva del mare. Mentre gli altri membri della famiglia sembrano rassegnati a rimandare la fuga alla notte successiva, Filippo, senza esitazioni, rompe i sigilli del peschereccio sequestrato e prende il largo con i due clandestini, a notte fonda, verso la terraferma. La rottura dei sigilli in questo caso indica la rottura dai pregiudizi e dalle sottomissioni a costanti restrizioni, per raggiungere un "nuovo mondo".
  Il titolo di questo film allude a un sogno e a un naturale desiderio di sicurezza. Infatti, la terraferma è sia la destinazione a cui mira chi sfida le insidie del mare che il superamento
dell' isola, dove la stasi del tempo sembra aver fermato il corso della storia oltre che aver rotto le certezze di tradizioni mai variate prima. "Terraferma" è un film che descrive una tragedia contemporanea e aiuta a riflettere sul fatto che purtroppo, legge e morale non sempre coincidono.

 


1 dicembre 2012

Il diritto degli immigrati ad essere "cittadini del mondo"

" Fratellanza e solidarietà, punti di partenza e di arrivo per tutta l'umanità"

 Oggi è possibile constatare come è cambiato il volto delle migrazioni nel mondo. Infatti assume sempre piu' l'aspetto e le fattezze dei volti di gente giovane, di intere famiglie che lasciano la campagna per cercare in città quei benefici che la zona rurale non offre.
Nella maggioranza dei casi, tuttavia, le persone emigrano per ragioni di sopravvivenza. 
La gente va da una parte all'altra del pianeta, senza piu' un'origine e un destino determinati, come appunto facevano un tempo gli italiani che ne dopoguerra si imbarcavano per trovare una vita migliore in Sudamerica o negli Stati Uniti. Si parte e si va, in tutte le direzioni, spesso migrando per tappe e poi riprendere la strada del ritorno verso casa. Oggi i flussi migratori e le traiettorie si ripetono rendendo difficile distinguere l'andata e il ritorno e facendo in modo che ogni arrivo divenga anche un punto di partenza.  L'importante è mettersi in viaggio verso la fratellanza mondiale, per arrivare alla meta in cui tutti ci sentiamo ed effettivamente siamo "CITTADINI DEL MONDO"

"CITTADINI DEL MONDO".  Il fenomeno dell'immigrazione nel mondo è, ai giorni nostri, un "problema globale" evidenziato dagli oltre 200 milioni di persone costrette ad abbandonare la loro casa e il loro paese d'origine per vivere altrove. E' inoltre da precisare che questo dato numerico non considera coloro che si spostano all'interno dei propri territori a causa delle guerre o a seguito di spostamenti temporanei per motivi di lavoro o di studio. 
I dati sono del World Migration Report del 2008, elaborato dall'Organizzazione Internazionale per l'Immigrazione. E questi sono numeri che fanno riflettere; basti pensare che nel 2005 vi erano circa 190 milioni di immigrati nel mondo, una cifra due volte superiore a quella del 1965.
A dire il vero non si dovrebbe parlare di immigrazione ma di migrazioni. Oggi il movimento migratorio è cresciuto a tal punto che la maggior parte dei paesi del mondo sono, al contempo, paesi di origine, di transito e di destino degli immigrati. Si tratta quindi di un fenomeno di vaste dimensioni, proprio perchè il numero di coloro che che varcano le frontiere degli stati aumenta di anno in anno. E i motivi sono molti. Vanno dalle trasformazioni generate dalla globalizzazione economica che ha impoverito maggiormente molte nazioni del sud del mondo, ai conflitti armati all'interno dei paesi stessi: dalla persecuzione religiosa alla ricerca di migliori condizioni di vita per i lavoratori dei paesi latinoamericani, asiatici e africani.

22 novembre 2012

NOTIZIA FANTASTICA!!!!

Khartoum, la capitale del Sudan
Ho appena letto su una rivista che si occupa molto di trattare la situazione politica, economica e sanitaria dei paesi piu' poveri del pianeta una notizia molto positiva che mi rende davvero felice!!!
E' avvenuto un progresso straordinario in Sudan, uno stato africano molto povero che ha vissuto una storia molto travagliata e caratterizzata da guerre civili, miseria, dittature militari.

Secondo valutazioni  e studi elaborati dall'Organizzazione Mondiale della Sanità, pochi giorni fa, la zona meridionale del Sudan (che, tra l'altro, ha ottenuto l'indipendenza da Khartoum, la capitale del nord, mediante un referendum che si è tenuto nel 2011) , è stato dichiarato "territorio libero dalla poliomielite".

La sconfitta di questa terribile malattia, che purtroppo, ancora oggi, colpisce circa venti milioni di persone, è stata possibile grazie alla campagna di vaccinazioni iniziata nel 1988 e sostenuta dall'Organizzazione Mondiale della Sanità presso la popolazione del Sud Sudan.

FANTASTICO!!!!! STRAORDINARIO!!!!! COME SONO CONTENTA!!!!!!
CI VOLEVA PROPRIO UNA NOTIZIA COSI' IN UN PAESE IN CUI LE BUONE NOTIZIE NON SONO MOLTO FREQUENTI!!!!

Io spero proprio che il presidente di questo stato si impegni, durante gli anni del suo governo, a promuovere riforme per il bene pubblico e a tutelare la sanità e l'istruzione.
Oggi, per la prima volta in assoluto, inizio a intravedere per davvero una concreta speranza di miglioramento per alcuni paesi molto poveri!!! Incredibile!!! Mi sembra di toccare il cielo con un dito!!!!
Un piccolo villaggio del Sudan

So bene che la strada è ancora molto lunga, ma, con l'impegno di molti e con speranza e tenacia, probabilmente tra alcuni anni miglioreranno le condizioni di vita di alcuni popoli che hanno sempre conosciuto fame, guerre, epidemie, morte e disperazione. Inizia a realizzarsi il mio desiderio: finalmente, un paese poverissimo, sta vivendo un periodo di cambiamenti significativi e di miglioramento delle condizioni di vita!!!

Sono davvero fuori di me dalla gioia: pensate che da un bel po' sto cantando spensieratamente la celeberrima canzone di Michael Jackson che fa:  "Heal the world... make it a better place... for you and for me and the entire uman race... There are people dying if you care enough for the living... make a better place for you and for me....."



20 novembre 2012

Gli effetti della violenza virtuale sui bambini

Circa cinquant'anni fa, quando la televisione, il computer e i videogiochi erano pressochè sconosciuti, i bambini vivevano l'infanzia in modo profondamente diverso rispetto ad oggi.


Questa grande differenza è causata principalmente dalla rapida e recente diffusione dei mezzi tecnologici; da un lato utili perchè permettono di conoscere in breve tempo notizie importanti che riguardano il  mondo, dall'altro dannosi perchè propinano numerosi atti violenti.

L'uso di strumenti virtuali ha contribuito ad aumentare il numero degli episodi di violenza a cui un bambino è esposto.

All'inizio degli anni novanta, una statistica ha rivelato che un bambino di undici anni aveva già visto circa ottomila omicidi e più di centomila atti di violenza in televisione, mentre circa quarant'anni prima i bambini conoscevano la violenza o nella vita reale oppure, ma in maniera indiretta, nei libri e nei fumetti.
L'enorme potere della televisione e l'industria dei consumi hanno creato una diffusa indifferenza nei confronti di queste violenze mediatiche.
E' quindi mancata la consapevolezza degli effetti negativi poichè  l'aspetto economico prevale su quello educativo e il rispetto per bambini e ragazzi è subordinato agli interessi commerciali. In uno dei suoi saggi, lo scrittore Erri De Luca afferma che "Tutto è regolato dalle leggi economiche; la cultura è un ramo minore dell'economia". Il desiderio di guadagno ha portato quindi a ignorare gli effetti dell'immagine virtuale sulla vita reale.
Sebbene da molti anni eminenti psicologi cerchino di dimostrare la possibilità di apprendere comportamenti aggressivi dalla visione della violenza, i detentori del potere mediatico hanno considerato queste affermazioni infondate e poco convincenti.
Nel 2011, la più illustre società di studio dei comportamenti aggressivi ha istituito una commissione per studiare, anche con strumenti statistici particolari, i comportamenti e le reazioni che vengono causate dalla violenza virtuale. La conclusione a cui si è giunti è che il costante contatto con questo tipo di violenza rende maggiormente aggressivi. L'apprendimento di essa è attivato in particolar modo dai videogiochi che comportano l'addestramento, attraverso la ripetizione, di atteggiamenti aggressivi come l'uccisione dei neri e la violenza sulle donne.
Gli studiosi hanno rilevato che l'esposizione alla violenza virtuale comporta la desensibilizzazione morale e quindi la distorsione nella valutazione delle azioni aggressive. 
Tuttavia, bisogna considerare anche che non tutti i soggetti sono influenzati allo stesso modo da questa aggressività. 
L'esposizione alla violenza nei media è un fattore di rischio per un maggior comportamento aggressivo a breve e a lungo termine. Bisognerebbe considerare questa conclusione per cercare di cambiare la situazione: bambini e ragazzi sono il futuro della società e, una volta riconosciuto questo fattore ad alto rischio si dovrebbe cercare di rimuoverlo con tentativi seri ed efficaci.
Nell'attesa dell'emanazione di una  legge, non resta che consigliare a genitori ed educatori di vigilare attentamente e di intervenire per ridurre questo rischio. E' utile insegnare ai bambini un modo migliore per trascorrere il tempo facendo conoscere loro altri giochi che stimolano la collaborazione di gruppo e le abilità motorie. Inoltre, un altro metodo efficace per allontanare i ragazzi dalla violenza virtuale sarebbe cercare di suscitare in loro un vivo interesse nei confronti dei libri che possono trasmettere molti valori e possono anche essere una modalità efficace di trascorrere il tempo libero.






10 novembre 2012

"The Help" :quando il vento della libertà inizia a soffiare..."

"The help" è un libro straordinario scritto dalla brillante giornalista americana Kathryn Stockett.
Si tratta di un romanzo molto interessante che si svolge a Jackson, una città del Mississippi che purtroppo non gode di una buona fama:è infatti la città con il piu' alto tasso di omicidi tra bande.
  
"The Help" pero' è un racconto ambientato negli anni Sessanta che denuncia la vita difficile e miserevole delle persone di colore e la difficoltà di inserirsi in una società che  le escludeva da tutto e le trattava diversamente rispetto alle persone bianche.
  Il romanzo infatti espone le pesanti condizioni di servitu' a cui erano sottoposte le donne di colore. Queste ultime accudivano i figli delle donne bianche in cambio di pochi soldi. Inoltre non godevano del rispetto e della stima delle loro insensibili padrone pur essendo per loro aiuti indispensabili.

Una figura molto significativa del romanzo è Eugenia Phelan, soprannominata Skeeter. E' una ragazza bianca che aspira a diventare una scrittrice. E' intelligente e sensibile, con idee molto diverse dalle sue coetanee, soprattutto per quanto riguarda i diritti umani e l'uguaglianza sociale.
Le sue idee non vengono condivise nemmeno da sua madre, una donna poco consistente che desidera soltanto un buon marito per la figlia e che considera poco importante il fatto che la figlia si sia laureata con un buon voto.
Un' altra figura molto positiva è il personaggio di Aibileen, una donna nera, molto buona, pura e sincera e con una fede molto salda in Dio che ha allevato diciassette bambini  bianchi e che ha visto morire  il suo unico figlio in un incidente di lavoro (che tragedia terribile, poverina!!!).

Le vite di Aibileen, di Minny, un'altra donna di colore che ha molti figli e un marito che la picchia, e che spesso viene licenziata perché sopporta a fatica i maltrattamenti delle sue padrone, e la vita di Skeeter, s’intrecciano indissolubilmente.

Le tre protagoniste della storia  iniziano così a narrare storie che nessuno aveva mai voluto ascoltare o raccontare fino a quel momento. Si incontrano segretamente (ai bianchi, come Skeeter, era proibito recarsi nelle case dei neri). Le due donne di colore raccontano la storia della loro vita alla ragazza.
 Trovano quindi la forza d'animo di raccontare la frustrazione, il dolore, la rabbia che si prova a non avere diritti, e tra la paura di essere scoperte e la voglia di fare qualcosa per se stesse e i loro figli, rischiano tutto.

In seguito anche le altre domestiche di colore dello stesso quartiere racconteranno la loro travagliata storia a Skeeter, che si impegnerà in seguito a raccogliere le testimonianze di tutte le donne nere di Jackson in un libro.
A sinistra Skeeter con Minny e Aibileen, in una delle ultime scene del film
Prima di concludere la mia recensione, vorrei segnalare un altro personaggio che, anche se di secondaria importanza, ha suscitato in me tenerezza. Mi riferisco a Miss Celia Foote, una donna bianca molto ricca e sposata felicemente con mister Johnny, un simpatico signore che la riempie di attenzioni. Celia è incredibilmente ingenua e poco pratica nei mestieri casalinghi (Minny diverrà la sua domestica) ma è una persona molto generosa immune dall'atteggiamento razzista dell'élite bianca locale, che per altro la critica e la emargina.

Nel suo indiscusso capolavoro, la scrittrice racconta una situazione che ha segnato in modo molto negativo la storia degli Stati Uniti e che ora tutti conosciamo, ma che comunque ci tocca nel profondo, e ci fa schierare dalla parte delle donne che hanno dovuto subire, che non si sono potute ribellare, che hanno perso tutto, ma che infine hanno anche vinto la battaglia per l'affermazione dei diritti umani.

Comunque, consiglio vivamente anche il film, che è uscito all'inizio del 2012: è fatto molto bene e si attiene abbastanza alla storia.

"SENTIERI PARTIGIANI"- P. MALAGUTI (I):

  "Se decidiamo di riconoscerci in quei principi di libertà e di lotta per la libertà dobbiamo accettare la sfida di non lasciare in si...