24 marzo 2017

Il tema del viaggio nella storia della letteratura italiana:


Continuo il mio excursus letterario iniziato esattamente una settimana fa.
In questo post però ci sono soprattutto esempi significativi e interessanti di viaggi raccontati in alcune opere della letteratura italiana.


1) MARCO POLO E "IL MILIONE":

Dunque, partiamo dal Duecento e quindi da un secolo che appartiene ancora al Medioevo. 
Sabato scorso ho scritto che la latinità medievale, profondamente influenzata dai principi del cristianesimo, interpretava il concetto di viaggio come un percorso mirato alla conquista del regno celeste attraverso le fatiche e i dolori della vita. In alcune opere tra l'altro, gli elementi fantastici e quelli biblici si fondono con entità reali.
Bene, nel Basso Medioevo (secoli X°-XIV°) si sviluppano le città, le tecniche agricole e le attività commerciali, incentivate dalla nascente borghesia. Grazie a questi importanti eventi storico-sociali, il tema del viaggio inizia ad assumere anche un valore laico e urbano, che lo lega indubbiamente allo stile di vita condotto dai ceti mercantili, costituiti da intraprendenti viaggiatori. 
Il "Milione" di Marco Polo è una lunga, ampia e particolareggiata relazione su un viaggio che è sia esplorazione sia conoscenza di una terra lontana e affascinante agli occhi di diversi medievali: l'Oriente! 
Il "Milione" è ampiamente documentato; si descrivono itinerari, soste, località, usi e costumi delle popolazioni, l'economia di un paese e la sua organizzazione amministrativa, la misurazione delle distanze. 
Scrive Hermann Grosser in "Il canone letterario, Duecento e Trecento": 
"... procedendo da Occidente verso Oriente, Marco portava con sé non solo il desiderio di scoprire e di esplorare terre nuove e incognite, ma anche un repertorio di favole, di leggende, di utopie che si erano inestricabilmente legate, nel corso dei secoli, all'idea che l'Occidente si era fatto dell'Oriente.
Così non mancano le descrizioni di uomini con la coda (le scimmie) o il racconto di voci misteriose che sorprendono quanti si avventurano di notte nel deserto di Lop." 

Tuttavia, la curiosità è più forte della meraviglia, perché: "Non poche volte Marco sa dare spiegazioni corrette di fenomeni solo apparentemente meravigliosi, come quando descrive una miniera di pietre nere che ardono come bucce, ovvero, come legni secchi" (H. Grosser).

 A questo proposito, Luigi Foscolo Benedetto, primo studioso moderno di questo trattato, ha scritto che appare sicuramente evidente la capacità del narratore protagonista di ammirare le caratteristiche delle nuove terre e di rimanere affascinato da ciò che non conosce: "(...) è un'esaltazione dell'Asia. Da un capo all'altro esso risuona di esclamazioni. I superlativi vi sono prodigati. Si sente che il vero argomento del libro non è la semplice cognizione inattesa ma l'entusiasmo, quello che vi strappa un grido di ammirazione felice. Marco ha slanci d'entusiasmo per tutto ciò che è bello, perfetto, raro."

Probabilmente il "Milione" non è un libro di un mercante destinato ad essere letto da altri mercanti, ma il trattato di un uomo che viaggia spinto dalla curiosità di conoscere nuovi luoghi inesplorati per poter poi riferire ciò che ha osservato.



2) I MERCANTI ARABI DEL MEDIOEVO:

Anche i mercanti arabi viaggiavano per mare e narravano volentieri e in modo curioso le loro avventure! Anche per questi esploratori per cui "le meraviglie del mare sono innumerevoli", lo spirito di osservazione realistica e la deformazione fantastica si fondono.
Eccovi alcuni esempi tratti dal volume: "Le isole mirabili: periplo arabo medievale" di Angelo Arioli, studioso di letteratura araba.

"VII, c L'isola delle fanciulle: Fra le isole Waq Waq vi è l' Isola delle Fanciulle ove stanno creature dai corpi nudi, di colorito bianco e di bella figura che si rifugiano sulle cime degli alberi. Cacciano le genti, poi le mangiano.
(...)
XI. Isola Mobile: E v'è un'isola con case e cupole bianche che appaiono e prendono forma agli occhi dei marinai che subito anelano giungervi. Ma più si avvicinano più quella si allontana, e insistono finché disperati non volgono altrove.
(...)
XLVIII. L'Isola dei Bud: Costoro hanno ali, capelli e sottili proboscidi. Camminano su due e su quattro piedi, volano o tornano all'isola."


3) DANTE E LA "DIVINA COMMEDIA":

Dante, autore vissuto a cavallo tra Duecento e Trecento, elabora un'opera maestosa, la "Commedia", definita poi con il famoso aggettivo "divina", proveniente dall'entusiastico giudizio che Giovanni Boccaccio ha dato a questo capolavoro italiano.
La "Commedia" è un viaggio verso Dio, il Sommo Bene, compiuto attraversando tutti e tre i regni dell'oltretomba: Inferno, Purgatorio e Paradiso, che tra l'altro costituiscono le tre cantiche di cui è composto il poema. 
Il viaggio di Dante inizia nella selva oscura, metafora dello smarrimento e del peccato per poi concludersi nell'ascesa al Paradiso Celeste, che configura anche un'ascesa morale dell'autore-protagonista. Scrive H. Grosser nel mio manuale: "Una fortissima tensione lineare verso, l'alto, gotica si potrebbe dire, caratterizza la Commedia."
Sapete che Ulisse è collocato all'Inferno, nel XXVI° canto, tra i fraudolenti? Dante lo colloca in una bolgia infernale circondata da fiamme di fuoco per vari motivi, tutti scaturiti dal repertorio della classicità: l'inganno del cavallo, l'abbandono della famiglia per appagare la sua sete di conoscenza e il suo ardente desiderio di gloria, il superamento delle colonne d'Ercole (azione arrogante e oltraggiosa nei confronti degli dei). 
Ma è proprio così negativo Ulisse? A chi dobbiamo dar ragione, a Dante, che ne evidenzia in modo intransigente i difetti, oppure agli studiosi dell'Odissea o meglio, all'Odissea stessa che sembra illustrare un eroe sinceramente legato alla patria e alla famiglia? Domanda facilmente risolvibile: Dante era figlio del suo tempo, del Medioevo che esige che tutto si spieghi con Dio e non possa dunque trovare altra spiegazione se non in Dio stesso. Ulisse è il prodotto di una cultura pagana, attenta però agli affetti, ed è proprio questo che mi piace molto del secondo poema omerico. 
Dante però si confronta con Ulisse in questo canto: egli infatti si specchia nell'eroe greco per l'umana sete di conoscenza ma gli si contrappone, perché il suo viaggio nell'oltretomba è dotato di una natura provvidenziale. Per Dante, Enea è molto diverso da Ulisse: l'eroe troiano è un esule alla ricerca di una nuova terra, è un uomo molto legato ai doveri, e, secondo i medievali, al corretto uso della ragione.

Riporto qui sotto un'osservazione scritta sempre sul mio volume di liceo di letteratura italiana: 
"Il viaggio è il motivo centrale della Commedia. Ma esso si compie qui e altrove, ora e dopo, oppure ora e prima. Ogni figura è fissata in un tempo doppio: mortale ed eterno. Ogni gesto, ogni battuta, ogni discorso non sono opera del caso ma rientrano in un piano teologico e provvidenziale:inchiodate alla loro verità,  le figure dell'opera ruotano intorno al personaggio Dante, che con l'aiuto delle guide deve interpretarne i segni, il senso. "

Il mio amico Luca mi aveva segnalato una sinfonia composta da Listz e intitolata: "Sinfonia Dante". 
Ho caricato i primi venti minuti, relativi alla connotazione dell'Inferno. Sentite tra quei veementi accordi l'impetuoso scorrere dell'Acheronte, fiume di sangue, sentite i latrati di Cerbero, la rabbia di Caronte che percuote con un remo le anime? Sentite il brulicare dei diavoli della città di Dite, le sofferenze nell'oscura selva dei suicidi? Io sì! 

Listz-"Inferno", parte prima della "Sinfonia Dante".



4)BOCCACCIO- IL DECAMERON:

Perdonate il titolo generico di questo paragrafo. Ad ogni modo, con lo sviluppo della novellistica, compare nuovamente l'intraprendenza del ceto mercantile, come nella novella intitolata: "Andreuccio da Perugia". Il soprannaturale scompare radicalmente però, per lasciar spazio a descrizioni realistiche dei contesti sociali e dei luoghi.

Il protagonista di questa vicenda è Andreuccio,  un “cozzone” (cioè, un mercante) di cavalli assai giovane ed ingenuo, che, giunto a Napoli per concludere dei buoni affari, fa sfoggio della sua ricchezza sulla piazza del mercato. E' così che viene notato da Fiordaliso, una prostituta siciliana che architetta uno stratagemma per derubarlo: dopo aver visto il giovane salutare con trasporto un'anziana donna, anch'essa siciliana, chiede a quest'ultima notizie sul giovane, per poi fingersi sua sorella, figlia di un’amante conosciuta dal padre durante un viaggio nell'isola.
La giovane donna adesca allora il mercante perugino con calorosi abbracci e lo invita poi a casa sua per una cena, nella contrada Malpertugio, un quartiere malfamato di Napoli. Andreuccio cede poi all'insistente richiesta di Fiordaliso di fermarsi a riposare in una camera della casa.
Spogliatosi dei suoi vestiti e della bisaccia contenente i denari, Andreuccio si reca nella latrina, dove si trova un'asse schiodata. Il protagonista vi scivola dentro, senza però subire danni fisici dalla caduta nella fogna, mentre nella stanza la donna si impadronisce dei denari.
In quella notte trascorsa all'aperto, Andreuccio incontra due ladri e con loro si reca presso la tomba dell'arcivescovo che è stato sepolto con una grande quantità di oro che gli apparteneva in vita.
Andreuccio, che accetta di partecipare al furto, viene allora calato in un pozzo vicino alla chiesa e abbandonato dai due delinquenti che fuggono anche a causa dell'arrivo di due guardie.
Queste, assetate, tirano verso l'alto la corda a cui era appeso il secchio e alla vista del giovane fuggono terrorizzati.
Andreuccio incontra nuovamente i ladri, cui racconta il proprio "salvataggio" e con cui attua di nuovo il furto. Scoperchiata la tomba in marmo dell’arcivescovo, i due criminali obbligano il giovane a introdursi nel sepolcro e a consegnare loro gli oggetti preziosi. Andreuccio, capendo che i ladri vogliono nuovamente abbandonarlo, una volta consegnate tutte le reliquie, tiene per sé un anello.
I due chiudono poi nella tomba il giovane mercante e se ne vanno.
Mentre Andreuccio è all'interno della tomba e molto angosciato a causa delle proprie disavventure, sopraggiunge un prete che, dopo aver aperto l'arca, prova a calarsi all'interno. Tuttavia Andreuccio, cogliendo l'occasione propizia per poter uscire, gli afferra la gamba, terrorizzandolo e facendolo scappare.
Finalmente libero, il protagonista esce dalla cripta e ritorna a Perugia, con l’anello dell’arcivescovo.

Qui una città diviene il teatro di una vicenda avventurosa. Prima della sua travagliata avventura a Napoli Andreuccio non era mai uscito da Perugia e in effetti, non abituato ad osservare bene le caratteristiche di un ambiente, egli non comprende che in una città grande e già allora trafficata come Napoli non si possono ostentare ricchezze in pieno mercato, perché è molto facile essere poi soggetti agli inganni di qualche astuta cortigiana senza scrupoli!!
Andreuccio è sì ingenuo ma soprattutto incauto, sprovveduto, è talmente preso dall'entusiasmo di operare per un breve periodo in questa nuova città che si rivela incapace di valutarne le insidie.



5) RENZO A MILANO:

Ve la sentite di fare un salto temporale di cinque secoli? Soltanto per pochi minuti.
Ritorniamo al romanzo di Manzoni. Nei capitoli XII- XVII sono narrate le vicende di Renzo a Milano.
Anche Renzo qui appare come un giovane sprovveduto, perché per la prima volta esce dal suo territorio natale e dal suo paesino, costretto non dal lavoro ma dalla prepotenza e dal capriccio di Don Rodrigo, nobilotto degenere di un villaggio collocato nel territorio di Lecco.
Il capitolo XII° è tutto dedicato alla spiegazione delle cause storiche che riguardano il tumulto di San Martino (11 novembre 1628), che aveva visto da parte del popolo l'assalto ai forni.
Alla fine di quella giornata di tumulti, Renzo l'incauto si unisce a un gruppo di rivoltosi per gridare in piazza la sua indignazione contro i nobili ingiusti e prepotenti che non agiscono secondo i principi evangelici: "Bisogna che il mondo vada un po' più da cristiani (...) Non è vero, signori miei, che c'è una mano di tiranni che fanno proprio al rovescio dei dieci comandamenti e vanno a cercar la gente quieta, che non pensa a loro, per fargli ogni male e poi hanno sempre ragione?".
Un informatore della polizia, dopo averlo ascoltato, lo accompagna in un'osteria e qui Renzo dà il peggio di sé: si ubriaca e acclama con incredibile ingenuità i principi della giustizia sociale con un evidente disprezzo verso governanti, aristocrazia, avvocati e uomini politici.
Viene scambiato per uno dei capi della rivolta.
In effetti ricorderete piuttosto bene che il mattino seguente viene arrestato. E' il 12 novembre 1628. Mentre i poliziotti lo trascinano in piazza, egli, approfittando dell'accalcarsi della folla ne approfitta per dire: "Figliuoli, mi menano in prigione perché ieri ho gridato pane e giustizia".
E così riesce a scampare all'impiccagione. Questa è la prima di una serie di azioni intelligenti compiute da Renzo in quella giornata.
Il giovane attraversa il territorio di Milano per poter raggiungere le sponde dell'Adda e il territorio di Bergamo, ma, per non destare sospetti, ai passanti non chiede mai dove si trova Bergamo, ma chiede come fare per raggiungere paesi vicini.
Di notte raggiunge le rive dell'Adda. Rileggetevi l'inizio del capitolo XVII°, mette i brividi perché sembra proprio di vederlo Renzo, mentre corre ed è stanco e ha paura di essere scoperto e arrestato.
Secondo Salvatore Silvano Nigro, Renzo appare un po' come Robinson Crusoe, il self-made man, in questo punto:

"Gli venne in mente di aver veduto, in uno dei campi più vicini alla sodaglia, una di quelle capanne ricoperte di paglia, costruite di tronchi e di rami, intonacati poi con la mota, dove i contadini del milanese usan, d'estate, depositar la raccolta e ripararsi la notte (...)  La disegnò subito per il suo albergo: si rimise sul sentiero, ripassò il bosco, le macchie, la sodaglia e andò verso la capanna (...) Vide in terra un po' di paglia e pensò che anche lì, una dormitina sarebbe ben saporita."

Anche qui, dall'esperienza di una disavventura, scaturisce una maturazione psicologica che aiuta uno dei protagonisti del romanzo a scampare alla morte ma anche a raggiungere un luogo sicuro dove poter abitare per un po' (la casa del cugino Bortolo a Bergamo).







18 marzo 2017

La concezione del viaggio nelle opere letterarie greche e latine:


Ormai lo avete ben compreso: l'argomento del viaggio è il mio forte e la mia passione!
Ma fino ad oggi non ho mai trattato questa tematica facendo riferimenti a specifiche opere letterarie.
Scrivo un post sui viaggi nelle letterature proprio nel giorno del mio secondo anniversario di patente, io che compio mille piccoli viaggi in una settimana!
Qui mi concentrerò soprattutto su tre discipline: letteratura greca, letteratura latina classica e letteratura latina medievale.
Nel prossimo post invece verranno offerti esempi di viaggi letterari tratti soltanto dalla letteratura italiana. Alla materia che adoro bisogna offrire uno spazio ben più esteso!


LETTERATURA GRECA-L'ODISSEA:

Questo video serve da introduzione, prima dei miei "noiosi" resoconti!


 La leggenda del cavallo di Troia non è narrata nell' Iliade. E' citata brevemente nell'Odissea e narrata per intero nell'Eneide. Da ricordare che Ulisse è un acheo ed Enea invece un troiano.

L'Odissea è un poema interamente dedicato al tema del viaggio: il viaggio di Ulisse (Odisseo tradotto letteralmente dal greco) verso la patria e il viaggio di suo figlio Telemaco alla ricerca di un padre che praticamente non ha mai conosciuto.
Salvatore Battaglia scrive a proposito del protagonista: "Ulisse è l'eroe del peregrinaggio e del ritorno. Egli ha capito che la vita è conoscenza ma anche memoria e rispetto della propria intimità, degli affetti originari, della casa. Per Ulisse, la vita è una sfida nell'agone dell'esperienza ma è anche una ricerca di misura interiore."

Questo eroe in effetti affida alle sue travagliate e lunghe peregrinazioni l'appagamento del suo desiderio di conoscere nuove terre, anche se il suo pensiero è sempre rivolto verso la patria. Una parola chiave per comprendere bene i contenuti di questo poema è proprio la "nostalgia", termine di origine greca derivato a sua volta dalle parole νòστos (letto nòstos) e ἄλγια (letto àlghia): letteralmente quindi "il dolore del ritorno".
Sostanzialmente quindi, Ulisse è un viaggiatore che, pur non rinunciando né a valorizzare le meraviglie naturali delle terre in cui approda né a stringere rapporti con le creature e con le persone che incontra o che gli offrono ospitalità, prova sempre un profondo affetto per la famiglia, per la moglie Penelope che lo attende, anche se tormentata da decine di pretendenti, per quel figlio mai conosciuto, per la sua Itaca.
E alla fine, ritorna in patria. Possibile però che dopo vent'anni di lontananza egli riesca a riprendere il governo della sua terra? Possibile che le tempeste in mare, la maga Circe, il gigante Polifemo, la ninfa Calipso, l'isola dei Feaci e la meravigliosa e dolcissima Nausicaa siano state soltanto delle parentesi?
Secondo lo studioso Hermann Grosser, autore del mio manuale di liceo di letteratura italiana, è proprio questo aspetto che riesce a tradurre il valore più autentico che gli antichi greci davano all'esistenza. Egli infatti afferma che :"All'opposto di quanto sentirà la coscienza cristiana, che non potrà concepire un istante dell'esperienza senza che si verifichi un'evoluzione della psiche, il viaggio e il ritorno di Ulisse in patria delineano la figura di un circolo che riconduce la varietà delle esperienze nella continuità e nell'immutabilità della Natura."


LETTERATURA LATINA CLASSICA-L' ENEIDE:

Enea è un altro eroe-viaggiatore. Ma non esattamente identico a Ulisse. Sempre l'autore del mio manuale riporta il pensiero di Salvatore Battaglia: "All'opposto di Ulisse che circumnaviga le terre mediterranee per concludere la vita nel ritorno, il destino di Enea nasce dalla fuga, dalla distruzione e dall'esilio definitivo. La Patria, i Penati e gli affetti se li porta con sé verso l'ignoto, ma (...) con l'occulto progetto di fondare una nuova patria e un nuovo ordine. (...) Nell'Odissea il mondo finisce col rimanere intatto e immobile. Nell'Eneide viceversa, il destino si fa storia e civiltà e queste sono dirette da un'idea di progresso e di universalità. Le prove che affronta Ulisse  rimangono distinte da lui; ma quelle che patisce Enea si risolvono nella sua interiorità".

La vicenda di Enea si dispone quindi in modo lineare e in forma evolutiva, non più circolare: l'approdo in Italia è la conquista di una nuova terra diversa da quella di origine.
L'Italia funge dunque soprattutto da territorio destinato ai discendenti di Enea.
Enea accetta anche dolorosamente il suo destino, affrontando dunque anche i suoi conflitti interiori, dal momento che è consapevole delle sue enormi responsabilità affidategli dagli dei. Per esempio, egli abbandona malvolentieri la regina Didone per continuare le sue peregrinazioni.

Giovanna Garbarino, nel suo volume "Letteratura, testi e cultura latina" constata che: "Enea  si distacca dai modelli omerici per una concezione eroica completamente diversa. L'eroismo del personaggio virgiliano (...) si realizza nel contribuire ad una realtà che trascende la limitata esistenza dell'individuo. Sotto il profilo ideologico Enea, progenitore di Romolo e della gens Iulia, è appunto il rappresentante delle virtù romane originarie, cioè di quei valori su cui poggiava la grandezza di Roma e che Augusto si proponeva di restaurare."
Tra questi valori vi ricordo la pìetas, termine latino praticamente intraducibile in italiano, dal momento che è una di quelle parole che rendono la cultura latina classica unica nel suo genere. Pìetas comunque comprende: la sottomissione agli dei, l'impegno verso la patria e la famiglia.
Anche qui è utile rilevare un'altra differenza: Enea è pio (pius Aeneas), Ulisse è astuto.
Un'altra virtù appartenente ad Enea è l'humanitas. Anche questo termine non è riconducibile ad una traduzione univoca, perché racchiude numerosi significati: la tristezza nella solitudine, l'angoscia del dubbio, l'istintiva ripugnanza per la violenza, una sincera compassione per gli infelici.
Avete mai provato a riflettere sui significati delle parole italiane "umano, umanità"?  
L'umanità che abita il mondo, l'essere umano che a volte può sbagliare e fallire, una persona definita umana solitamente è dotata di un carattere affabile, gentile. 
Credo sia uno dei molti retaggi della lingua latina! 
Il linguaggio utilizzato nell'Eneide è molto espressivo, efficace.

Ulisse mette a frutto la sua incredibile astuzia e riesce molte volte a scampare alla morte. Anche  Enea. 
In Eneide I, vv. 92-123, vi è l'episodio della tempesta in mare. Inizia così: "le membra di Enea si sciolgono a causa del terrore". Ma nel testo latino non c'è "terrore" (abl. da terror, oris). C'è "frigore" (da frigus, frigoris). Perché? Perché "terrore" si deve tradurre più che altro con "spavento", "frigore" invece è il "freddo", inteso come "gelo della morte". 
Enea ha i brividi perché sa di trovarsi faccia a faccia con la morte.

LETTERATURA LATINA MEDIEVALE:

San Brandano e i compagni in mare
Con la fine dell'età antica le cose cambiano, perché subentra la mentalità che la religione cristiana porta con sé. Per il cristiano, la vita è un itinerario che deve condurre a Dio, ma la conquista del regno celeste è difficile perché passa attraverso le numerose prove della vita. L'uomo medievale è quindi un "homo viator", un uomo in viaggio verso la patria del cielo, dal momento che la vita terrena è soltanto un itinerario morale. Il pellegrino inoltre è sempre in divenire, perché deve cogliere degli insegnamenti morali in ogni tappa che compie.  L'itinerario non è circolare, ma lineare perché è un ritorno a qualcosa che è stato perduto (a causa della cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso terrestre).

Le vite dei santi sono spesso concepite come delle narrazioni di viaggi, in cui il mondo reale si confonde con entità celesti e bibliche.


Un esempio di ciò è la "Navigatio Sancti Brandani", composta nel X° secolo circa. San Brandano e i suoi compagni partono da un porto irlandese e si mettono alla ricerca della Terra Promessa, che è simbolo del Paradiso, nelle acque dell'Oceano Atlantico. Essi approdano anche nell'isola di Giuda, che aveva interrotto la sua permanenza all'Inferno e si trovano anche costretti ad affrontare una balena-Leviatano.
San Brandano e i suoi compagni di viaggio giungono infine al Paradiso, rappresentato come un'isola piena di delizie.

Un altro esempio che appartiene alla letteratura del viaggio nella latinità medievale è il "Liber peregrinationibus" di Ricoldo da Monte Croce, un francescano che in vita aveva viaggiato molto.
E' stato scritto probabilmente nel 1290 ed è suddiviso in due parti: nella prima l'autore descrive le tappe del suo pellegrinaggio in Terrasanta, nella seconda invece parla della sua intensa attività missionaria presso i popoli della penisola anatolica, portatori di correnti religiose differenti anche all'interno del Cristianesimo. In quest'opera Ricoldo analizza costumi, credenze e tradizioni dei popoli che incontra.

Concludo segnalando anche che nel Medioevo non sono mancati esempi di narrazioni di viaggi fantastici, spesso ambientati in Oriente, dove gli elementi fantastici prevalgono su quelli reali.
Tra questi, il "Liber Monstrorum", trattato di animali per lo più fantastici e inesistenti.



8 marzo 2017

Euripide: il tragediografo femminista??


                                                                                  Meditazioni letterarie dedicate al mio docente di 
                                                                            letteratura greca

Ho inserito questo titolo in alto semplicemente per attirare l'attenzione dei miei lettori e per suscitare la loro curiosità. 
In realtà mi trovo d'accordo con ciò che il mio insegnante universitario diceva a proposito degli autori tragici: "Noi, a distanza di molti secoli, non possiamo pretendere di sapere perfettamente e chiaramente il pensiero degli autori vissuti nella Grecia del V° secolo a.C. ! Quello che possiamo fare è gustare i loro scritti e ipotizzare collegamenti e parallelismi con altri autori. Che ne sappiamo per esempio della concezione che Sofocle (altro tragediografo greco) aveva dell'eroismo?"
Infatti. Altro esempio: Euripide femminista. Uhm... sarebbe interessante averne la certezza, ma che ne sappiamo noi della considerazione che Euripide aveva delle donne? I testi e le opere non potranno mai darci delle risposte del tutto esaustive.
Tra l'altro, se ripenso ai fallimenti sentimentali vissuti da questo autore, sorrido quando mi pongo questa domanda, perché è stato proprio "scaricato" da entrambe le donne con le quali ha convissuto. 
(evidentemente le carogne esistevano anche 2500 anni fa!) Eppure, nonostante questo, nelle tragedie sopravvissute allo scorrere del tempo, noi lettori possiamo notare che i personaggi femminili assumono ruoli molto importanti nel corso degli eventi e delle vicende, al punto tale da rendere marginali e insignificanti i personaggi maschili. Molte donne euripidee si dimostrano forti, determinate, sicure di sè. Alcune di loro appaiono gelose, invidiose e vendicative, altre invece estremamente generose e sensibili, al punto tale da arrivare al sacrificio di sé per l'uomo che amano.

Inizio a delineare le principali vicende biografiche di questo autore, per poi raccontare le trame di due tragedie significative da lui scritte.

BIOGRAFIA DI EURIPIDE:

Già sulla vita di questo grandioso tragico non abbiamo mai avuto molte certezze, anche se pare essere stata piuttosto infelice.

Euripide era nato nell'isola di Salamina. L'anno di nascita è incerto, ma si ipotizza un breve arco di tempo compreso tra il 485 e il 480 a.C. 
Per molto tempo nell'Europa Occidentale è stata tramandata una leggenda che affermava l'estrema povertà in cui versava la famiglia di Euripide, dichiarandolo figlio di un bottegaio e di una fruttivendola. Bene, vi risparmio un'espressione strettamente veneta piuttosto volgare, dicendovi invece con eleganza italiana che questa teoria è un'assurda panzana, smentita dalle ricerche di illustri filologi tedeschi del secolo scorso.
Una biografia di Euripide narra infatti che egli, quando era molto giovane, aveva ricevuto un'ottima educazione culturale, tipica appunto dei membri dell'aristocrazia greca. Aveva dunque studiato la filosofia, la letteratura e la pittura. Come maestro aveva avuto anche Socrate.
D'altra parte: un uomo dell'Antica Grecia che era divenuto compositore di tragedie come poteva derivare da una famiglia quasi indigente che sicuramente non avrebbe avuto le possibilità economiche per farlo studiare??
Nell'ambito dell'attività letteraria, vi posso dire che il suo esordio è avvenuto nel 455 a.C. e che la sua prima vittoria negli agoni tragici è stata conseguita nel 442 a.C.  Non era molto amato dal pubblico dunque. Di questo letterato ci sono giunte diciassette tragedie, anche se probabilmente ne aveva composte molte di più.
Originale, intelligente, anticonformista e decisamente ateo, era dotato di un'indole introversa e riflessiva. 
Con la prima moglie aveva ottenuto il divorzio dopo che aveva scoperto i suoi continui tradimenti. 
Si era poi risposato ma anche la seconda moglie lo aveva tradito in modo scandaloso, ovvero, fuggendo con il loro schiavo domestico.
Non possiamo sapere le date dei due matrimoni. 
Nel 408 a.C. si era trasferito a Pella, alla corte del re macedone Archelao. Presso Archelao pare che godesse di sincera stima.
E' morto forse nel 406, forse nel 404 a.C. 
E anche qui vi sono due ipotesi, entrambe piuttosto assurde:

a) Sarebbe stato sbranato dai cani di Archelao (la biografia interpreta questo evento come una punizione degli dei per il suo ateismo).
b) Sarebbe stato squartato vivo da alcune donne durante una festa religiosa.

LE TRAGEDIE PIÙ RILEVANTI- I RUOLI FEMMINILI:

1) ALCESTI: 
La vicenda è ambientata in Tessaglia, regione a nord dell'Attica. I sovrani sono Admeto e Alcesti, presso i quali Apollo presta servizio a purificazione di un omicidio. Admeto ottiene dal dio il privilegio di sfuggire alla morte nel caso in cui qualcuno si offra al posto suo. Soltanto Alcesti, la giovane moglie, è disposta a sacrificarsi, al contrario degli anziani genitori. Dopo aver espresso il desiderio di non essere sostituita da nessun'altra donna per non esporre i figli al pericolo di una matrigna crudele, la regina muore tra le lacrime del marito. Nel frattempo giunge alla reggia Eracle, il quale si accorge subito che il re è vestito a lutto. Durante il funerale di Alcesti scoppia un litigio tra Admeto e suo padre, perché entrambi si accusano reciprocamente di viltà. Eracle intanto, durante un lauto banchetto, viene informato da un servo della recente morte della regina. Egli allora decide di affrontare Thanatos per restituire Alcesti ad Admeto. Compiuta l'impresa, l'eroe si presenta ad Admeto con una donna velata offrendogliela come nuova sposa. Al rifiuto del re, Eracle solleva il velo e consegna Alcesti rediviva.


Recupero alcuni concetti studiati lo scorso anno in storia dell'arte medievale: questa è la raffigurazione di una catacomba cristiana. Le immagini raffigurano Eracle che restituisce Alcesti ad Admeto. Come mai un soggetto mitologico è stato inserito in un contesto cristiano? Questo potreste chiedervi. Come probabilmente sapete, le catacombe, dal II° al IV° secolo a.C. hanno assolto la funzione di luoghi di sepoltura dei seguaci del cristianesimo. Tra le pareti di queste strutture sotterranee troviamo certamente delle figure e dei simboli che rimandano a significati evangelici (il buon pastore, l'ancora, la pecora, il pesce) ma anche alcune pitture provenienti dal repertorio della classicità greca. Secondo me la vicenda di Alcesti era particolarmente cara ai cristiani per il fatto che vi erano i temi della morte, della dolore della perdita e soprattutto del sacrificio di sé. 
Ricordate il concetto di "sacro furto"? Ho imparato a memoria la definizione che il mio libro di letteratura dà: "Il sacro furto consiste nel recuperare, in epoca cristiana e medievale, dei concetti e delle verità provenienti dall'epoca pagana, in modo tale da poterli reinterpretare soprattutto in chiave teologica."  Per esempio: i pagani hanno intuito che esiste il dio della musica e della poesia, ma lo hanno chiamato con il nome sbagliato, ovvero Apollo. In realtà è soltanto un unico Dio Onnipotente che protegge poeti e musicisti. 
Qui avviene qualcosa che ricorda proprio il "sacro furto": da un'antica cultura politeista è recuperato un contenuto letterario i cui valori sembrano essere in sintonia con la mentalità cristiana. 
Dunque, sia in epoca paleocristiana sia in epoca medievale, non tutta la cultura greco-latina era considerata corrotta e cattiva.

Ad ogni modo, Alcesti è la moglie fedele, la madre premurosa, la donna generosa. 
Alcesti è dimenticata dopo la morte? Non direi, se Admeto continua a piangerla e se egli stesso, nel porre una piccola statua di legno raffigurante la moglie accanto al letto matrimoniale, si prefigge di mantenere la promessa fattale. Admeto non smette di amare la moglie defunta.
Però, il gesto di Alcesti mette anche in rilievo l'egoismo di suo suocero il quale, sebbene anziano, non ha accettato di morire e la viltà di Admeto, uomo certamente devoto verso la moglie ma anche molto fragile.

2) MEDEA:

L'azione si svolge a Corinto, di fronte al palazzo di Creonte. Medea, dopo aver aiutato Giasone nella conquista del vello d'oro, vive con lui e con i due figli a Corinto. Giasone però, dopo alcuni anni la
ripudia per risposarsi con la figlia di Creonte, sovrano della città. Creonte allora esilia Medea e i figli. Medea elabora i suoi piani di vendetta. Il giorno prima della partenza da Corinto, prepara un piano terribile. Giunge nel frattempo a Corinto Egeo, sovrano di Atene, di ritorno da Delfi dove si è recato a consultare l'oracolo in merito alle possibilità di avere una discendenza. Egeo è addolorato perché l'oracolo gli ha appena rivelato la sua sterilità. Con le sue arti magiche, Medea si offre di aiutarlo ad avere figli, chiedendogli in cambio ospitalità ad Atene. Simulata una riconciliazione con il marito, Medea manda i figli dalla nuova compagna di Giasone con due doni nuziali: una tunica e una corona, entrambi intrisi di un veleno letale.  Muoiono Creonte e sua figlia. Medea uccide entrambi i figli. Giasone vede i corpi straziati dei due ragazzini ma non può far alcun male a Medea, perché quest'ultima è salita su un carro alato per allontanarsi definitivamente.

Medea è una donna colta, esperta di arti magiche e direttamente discendente dal Sole. E' diversa dai cittadini di Corinto, dei quali non condivide le tradizioni.
Dopo il ripudio del marito, lei vive ai margini della società sostanzialmente per due motivi: perché ha la fama di essere pericolosa e demoniaca e perché, essendo stata ripudiata, si ritrova priva di tutela legale e sociale.
Medea è addolorata, vendicativa, ingannatrice, spavalda, crudele.
Però anche lei, come Alcesti, si distingue dagli altri personaggi maschili, non molto positivi.
Giasone ha la colpa di averla abbandonata e quindi di aver interrotto il loro legame matrimoniale, Creonte favorisce invece le nozze tra Giasone e la figlia. Entrambi si dimostrano insensibili nei confronti degli stati d'animo di Medea, ovvero, non pensano e non immaginano nemmeno lontanamente il suo dolore e il suo risentimento. Egeo, sovrano di Atene, è una figura molto marginale.
Medea è indubbiamente una personalità molto forte; i suoi pensieri, i suoi sentimenti e le sue azioni rendono i personaggi maschili dei comprimari, dei personaggi pieni di difetti che però poi subiranno le tragiche conseguenze del comportamento di una donna infuriata e con il cuore spezzato.
Va da sé comunque che una donna offesa e tradita non ha il diritto di vendicarsi in questo modo!


RITORNANDO ALL'ATTUALITA':

Cosa non dovrebbe esistere nell'evoluta società occidentale del XXI° secolo:

Da parte degli uomini:

- Violentare ripetutamente delle bambine piccole e scaraventarle dal balcone del settimo piano di un condominio soltanto per il fatto che si sono rifiutate di avere l'ennesimo schifoso e vomitevole rapporto.

- Picchiare e uccidere le mogli, le compagne che hanno dato alla luce dei figli. Come si fa a privare con la violenza un bambino della propria madre?? Come si fa a massacrare una donna che ha fatto nascere i tuoi figli? Bisogna soltanto essere biechi, insensibili, malvagi!!

- Generalizzare sul carattere delle donne: non siamo proprio tutte fatte in un certo modo! Non insultate mai chi non merita certi appellativi!


Da parte delle donne:

- Accettare di venire filmate mentre si sta facendo sesso con il proprio compagno. Perché non vi chiedete mai: ma cosa gli sto permettendo di fare?? Perché glielo sto permettendo?
La dignità è tutto nella vita!! E voi così la perdete. Lo so, magari perché alle spalle avete tristi vicende familiari e non vi sentite veramente amate da nessuno.
Ma chi vi vuole filmare non vi ama veramente. E' chiaro che poi diffonde il video, perché non vede l'ora di diffamarvi. E ricordate che un datore di lavoro non vi valuta in base al vissuto personale ma soprattutto in base alla maturità (bah, che parola grossa!) e alla serietà che dimostrate di avere nel presente. Nessuno assume delle meretrici.

-Vantarsi di aver avuto rapporti sessuali con più di un uomo o addirittura promiscui. A che pro??
Il sesso è una questione personale, che figure fate se sbandierate a mezzo mondo questo genere di avventure?

-Accettare di essere sottomesse a uomini fisicamente o psicologicamente violenti. Ricorrete ai carabinieri, cambiate luogo di residenza, fatevi proteggere da persone di fiducia che vi vogliono realmente bene. Non appena vi accorgete che il suo modo di fare è scostante e sprezzante, correte subito ai ripari!! Prima di morire. "Cambia le tue stelle, se ci provi riuscirai/ e ricorda che l'amore non colpisce in faccia mai." (cit. Ermal Meta).

- "Tanto gli uomini sono tutti così." "Eh, che vuoi mai, sono uomini, sono chiusi in loro stessi". Frasi rassegnate che detesto con tutta me stessa! Perché se uno è uomo deve avere tutti i diritti, deve avere sempre ragione e non può imparare ad aiutarvi nelle faccende domestiche? Uomo e ragazzo non sono sinonimi di "deficiente", almeno non sempre. E poi un'altra cosa: perché trovate strano dialogare veramente e seriamente con un uomo? L'uomo serve soltanto da contributo per la continuazione della specie? Non credo proprio!! Se lo amate veramente dovete fare in modo che si fidi di voi, che riconosca il vostro affetto profondo. Così pian piano perderà l'abitudine di chiudersi nella sua torre di cemento fatta di dubbi, insicurezze e sentimenti che per molto tempo ha nascosto e che non ha mai rivelato a nessuno.

- Vestirsi in modo succinto o esageratamente elegante, soltanto per far colpo sulla componente maschile. Ma pensate davvero che l'amore o la stima di un uomo si debbano ottenere soltanto in questo modo? Che se ne fanno loro di una donna "tutta forme e niente cervello"? Nulla.
Nulla perché in realtà, quelli seri, un po' timidi e molto riflessivi apprezzano le donne intelligenti e sensibili.Ma anche gli uomini superficiali o apparentemente arroganti comprendono che il solo meraviglioso aspetto fisico di una donna non può renderli davvero uomini.



4 marzo 2017

"Storie di ragazzi fuori":


E' una cupa, ventosa e piovosa giornata di inizio marzo, l'ideale per scrivere riflessioni piuttosto malinconiche. Stranamente: adoro gennaio e detesto marzo. Io a marzo ho freddo, a gennaio invece non lo soffro mai. Nel primo mese dell'anno so bene come ripararmi dalle temperature negative e dal gelo: la sera del 7 gennaio passeggiavo con mio zio Attilio in riva al lago a Sirmione, con -5°C sotto lo zero e non ho sofferto il freddo perché avevo con me guanti, sciarpa, cappello e cappotto di lana. Marzo invece, con il suo antipatico vento e con i suoi strampalati sbalzi di temperatura, mi provoca cefalee, brividi e odiose nausee.


Non so se ve ne siete accorti ma quest'anno a Sanremo i testi di diverse canzoni in gara erano particolarmente significativi. Bene, e nonostante questo doveva vincere proprio "Occidentali's karma"! Allegra, vivace ma niente di più. E' un ammasso di parole senza senso.
A me piacevano molto "Vedrai" di Samuel e "Che sia benedetta" della Mannoia.
Mi ha inoltre molto colpita la canzone di Clementino, intitolata: "Ragazzi fuori".
E' un brano a mezza via tra rap e pop, in cui si raccontano molto bene i disagi di alcuni ragazzi schiavi della droga ma desiderosi di uscirne. Il messaggio era positivo, ma le parole piuttosto pesanti. Un paio di lacrime ti scendono sulle guance verso la fine. Secondo me era la canzone che, più di tutte le altre, era in grado di suscitare un impatto emotivo tra gli ascoltatori. Era la canzone più vera del Festival.
Poi io, come ragazza e come possibile e futura insegnante, non posso ignorare l'esistenza di questa grave piaga sociale che purtroppo colpisce sempre più i giovanissimi.

Permettetemi un altra considerazione: l'adolescenza non è affatto l'età dell'eroismo, come sostiene D'Avenia nel suo saggio "L' arte di essere fragili". I ragazzi tra i 12 e i 18 anni non sono figure idilliache e paradisiache e non possono pretendere di essere sempre felici, proprio per il fatto che, se si impegnano davvero nella ricerca di se stessi, allora spesso si mettono in discussione. E da questo costante "criticarsi", da questa autostima altalenante scaturiscono i pianti facili, gli sbalzi d'umore e le giornate storte. Gli adolescenti e i giovani non sono degli eroi. Sono dei "lacerati dentro". Non più bambini e non ancora adulti, si trovano in un limbo che cancella le illusioni infantili. L'adolescenza è quell'età in cui ci si rende conto che il mondo è molto diverso da come lo si sognava quando si era bambini. E allora, o ti fabbrichi, con le lacrime agli occhi e con la determinazione, dei validi strumenti per affrontare ingiustizie, delusioni e falsità, oppure soccombi alla tristezza. O ti fai forza e usufruisci il più possibile delle tue doti per sviluppare la tua personalità e prepararti ad un futuro oscuro e incerto, oppure ti conformi alla massa per non cadere in una pericolosa depressione che ti impedirebbe certamente di affrontare invidie e angherie. 
Quando ero una liceale non mi sentivo per nulla un'eroina. Vincevo continuamente premi letterari, andavo bene a scuola, scrivevo sul blog, leggevo molto. E non stavo mai ferma. Ma non mi sentivo per nulla un'eroina perché nessuno mi capiva e mi capisce veramente. In fin dei conti, qual'è la vera età dell'eroismo, me lo dite? L'infanzia, la giovinezza, la maturità o la vecchiaia? Nessuna di queste! Ognuna di esse prevede errori, inquietudini e frustrazioni.

Qui riporto i miei commenti e i miei pensieri su alcune frasi: 

1) "Quando raschiavo il fondo inginocchiato a un falso dio". Il falso dio è la droga, ovvero, tutte quelle sostanze stupefacenti che vengono assunte o per volontà di trasgredire o per farsi accettare da un gruppo oppure per mostrarsi vivaci e disinibiti. Il punto è che, con il passare del tempo, la droga, nel creare dipendenza diviene anche il centro della vita delle persone che la assumono proprio perché il principale scopo della loro esistenza diviene quello di assumere stupefacenti che facciano provare loro sensazioni di piacere. Della serie: "Senza la droga non sono nessuno", oppure: "E' soltanto quella roba che mi fa gustare la vita!"

2)"Questo schifo che ha rubato tutta l'energia di questa vita mia". La droga dà la pericolosa illusione di poter raggiungere la felicità e ahimè, anche la libertà... In realtà, con il tempo, la droga ruba le energie vitali e molto spesso anche gli affetti. 


3) "nell'era delle menzogne e del buio siamo ragazzi fuori". Sì. Vogliamo dirlo fuori dai denti?? Viviamo nell'epoca delle menzogne e sentiamo un grande vuoto di valori. Le doppie facce, il crearsi online un'identità che non corrisponde per nulla a quella reale, certe promesse da marinai che gli adulti fanno ai bambini e ai giovani, l'ostentazione di false sicurezze come il denaro, la sconcertante superficialità nelle relazioni interpersonali, le invidie, i pettegolezzi, i bulli che feriscono per il puro gusto di ferire ... ecco di che cosa è fatta questa società.
Qualche giorno fa, mentre guidavo e avevo mia madre di fianco, mi è scappata una frase piuttosto pessimistica, pronunciata spontaneamente: "Dove c'è gente ci sono anche porcate, questo è inevitabile!"
Un po' tutti brancoliamo nel buio, anche chi, come me, cerca di formarsi dal punto di vista culturale e si sforza di coltivare sogni e ideali. Di quali validi sostegni possono godere i nostri sogni?? Gli adulti seri, saggi e desiderosi di impegnarsi realmente nel settore della formazione giovanile mi sembrano in continuo calo, anzi, a dire il vero, mi sembrano delle perle preziose piuttosto rare in un mare di ostriche.
Ci saranno pure dei motivi se noi nati negli anni novanta siamo un po’ tutti sbandati e disorientati.
Ci saranno pure dei motivi se la stragrande maggioranza di noi ventenni pensa piuttosto spesso con angoscia al proprio futuro professionale e relazionale! Che cosa ci sta proponendo la società per migliorare i nostri difetti e per superare le nostre fragilità?!
I miei coetanei, o comunque quelli che sono anagraficamente vicini a me, soffrono quasi tutti di dipendenze di vario tipo. C'è chi si droga, chi si ubriaca al punto tale da rischiare ogni week-end di andare in coma etilico, c'è chi fuma come un turco, chi non può rinunciare alle perversioni sessuali (a compierle o comunque ad assistere telematicamente ad esse) e chi, come me d'altronde, è dipendente dagli auricolari e da internet. Un sacerdote una volta, durante un incontro parrocchiale, aveva detto ad una piccola platea di trenta giovani, tra i quali c'ero anch'io: "Noi nella vita ci troviamo a compiere delle scelte che non riguardano tanto la distinzione tra il bene e il male, ma piuttosto, la distinzione tra ciò che è giusto e ciò che è facile".
E' stato un grande, davvero! E' molto più facile assumere droghe per divenire estroversi e disinibiti, piuttosto che trovare degli amici sinceri che aiutino a convivere con la timidezza e che apprezzino l'introversione. E' molto più facile cercare su Youtube un video pornografico piuttosto di uscire di casa, incontrare la gente e vivere una relazione affettiva seria, fatta di tappe graduali (alcune delle quali precedono il sesso!).

Insomma, parlando in generale, non siamo ragazzi liberi. Nella maggior parte dei casi, siamo "ragazzi soli", proprio come canta Clementino. C'è solitudine e solitudine però. 
C'è la solitudine di un emarginato che fa fatica a trovare degli amici per un difetto fisico o addirittura per il suo modo di essere e c'è la solitudine di un ragazzo o di una ragazza che non hanno mai avuto solidi appoggi in famiglia e che non hanno la minima idea di cosa significhi le parole "etica" e "morale". C'è la solitudine di chi non viene ascoltato da amici e familiari e c'è la solitudine di chi vive trincerato in traumatici ricordi del passato che gli hanno procurato un immenso dolore.



4) Bello il dialogo immaginato tra il ragazzo e il passante alla stazione (almeno credo si tratti di questo):
"MI DICI "COME STAI", TI DICO "COME VUOI CHE STIA"
 TUTTO SI AGGIUSTA VIA, 
ANCORA ATTENDO, NON COMPRENDO QUESTA GIUSTA VIA
 PER QUANTO TOSTA SIA".

Intelligente qui è il gioco di parole "tutto si aggiusta, via"/ "ancora non comprendo questa giusta via". Della serie: "Vorrei uscirne, ma non so come fare". Ma, a mio avviso, è già bello il fatto che uno sia stanco e che desideri uscirne.



Mi rendo conto che è brutto concludere un post con il far ascoltare ai miei lettori un brano del genere.

Se volete andatevelo a cercare per ascoltarlo. Io cerco di non lasciarvi mai con l'amaro in bocca, eh!!

Concludo con la canzone della Mannoia e con una provocazione: "Nonostante tutti i difetti di questa società da me elencati poco sopra, nonostante tutte le difficoltà che ci si trova ad affrontare, nonostante il relazionarsi con gli altri sia molto più difficile di qualsiasi versione di greco, è ancora possibile lanciare una lode alla vita come questa?"








24 febbraio 2017

Il bambino e l'adolescente nel mondo del cinema e dello spettacolo:


E' una tematica che abbiamo affrontato durante una lezione del corso di storia del cinema e che da un po' di tempo pensavo di proporre anche a voi lettori.
Il post è suddiviso in due parti: nella prima vengono presentati dei bambini che sono entrati molto presto nel mondo del cinema e dello spettacolo, nella seconda invece alcuni adolescenti che si sono trovati a recitare dei ruoli molto difficili e complessi.
Devo precisare una cosa però: molte delle riflessioni che sto proponendo in questo post vengono dalla mia mente e dalle mie capacità di riflettere, quindi sarebbe sbagliato dire che sto ricopiando gli appunti di una lezione accademica. Quella lezione è stata più che altro la scintilla che ha stimolato il mio cervello a pormi alcune domande su questo aspetto cinematografico.


IL BAMBINO NEL CINEMA: 


Va innanzitutto detto che far recitare dei bambini pone delicate questioni di carattere etico.
Eccone alcune:
a) L'impegno come attori all'interno di un film rispetta la loro infanzia, fase della vita caratterizzata soprattutto dalla voglia di divertirsi, di giocare e di confrontarsi con bambini della loro età?
b) E' un bene sfruttare nel mondo dello spettacolo l'immagine di un bambino che magari già a
sei anni dimostra un grande talento musicale?
c) Per un bambino è psicologicamente benefico impegnarsi nell'interpretazione di ruoli particolarmente drammatici come quello del bambino orfano, abbandonato e non amato?
d) Possono i bambini percepire in modo chiaro e consapevole il divario che c'è tra ciò che viene rappresentato sullo schermo e ciò che invece è realtà tridimensionale e quotidianità? 


SHIRLEY TEMPLE:

Shirley Temple nacque in California nel 1928. A quattro anni era già considerata una bambina prodigio dal momento che aveva assai precocemente dimostrato un eccezionale talento nel canto e nel ballo.  Era conosciuta da milioni di americani ed era soprannominata "riccioli d'oro".
Negli anni Trenta, Hollywood ha abusato dell'avvento del "Child Star", ovvero, del bambino che era inserito nel mondo del cinema e dello spettacolo e che collaborava soprattutto con adulti nella realizzazione degli shows televisivi.
Questo video è ambientato nel 1934. Shirley aveva soltanto sei anni e già si ritrovava ad abbandonare così presto la sua infanzia per comportarsi come un'attrice adulta.
Magari farà anche tenerezza vedere quella piccola fra gli adulti, però ricordate che non c'è nulla di spontaneo né in tutte le mosse che compie né in ciò che canta. La canzone è stata indubbiamente imparata a memoria e molto prima di andare in onda sono state fatte innumerevoli prove per  cancellare anche il più piccolo errore nel modo di ballare della bambina.



Vi pongo due domande:
Secondo voi la gioia e il sorriso di Shirley sono veri o fanno solo parte di una serie di atteggiamenti che è necessario adottare in uno spettacolino televisivo di questo genere? In parole povere: Shirley era davvero felice quando andava in scena?

"IL MONELLO"- CHAPLIN:

E' un film muto del 1921 scritto e interpretato da Chaplin.
Il protagonista è un bambino orfano e abbandonato nell'angolo di un quartiere degradato da una ragazza madre sola al mondo e senza alcun aiuto economico.
Charlot, un uomo povero e umile decide di adottare il neonato. Passano cinque anni e il bambino crede davvero che Chaplin sia suo padre.
Charlot esercita il mestiere di vetraio ambulante, professione che gli permette appena di sopravvivere, soprattutto con un bambino a carico.
Su richiesta del padre adottivo, il monello lancia dei sassi alle finestre delle case e poi, per non farsi scoprire dagli abitanti, corre via. Pochi istanti dopo Charlot, munito di vetri di ricambio, accorre in aiuto e ripara i danni.
Io qui vi propongo proprio la scena più drammatica del film, ma prima vi spiego che cosa succede in quel punto.
La ragazza madre di cinque anni prima è diventata una brava attrice ma è anche piena di rimorsi per aver abbandonato il figlio. Con determinazione allora fa pubblicare degli appelli sui giornali e contatta le forze di polizia.
Questo è il momento in cui dei poliziotti cercano brutalmente di separare il monello da Chaplin, subito dopo aver scoperto che qualche anno prima il vetraio aveva raccolto il bambino in fasce.


E' una scena da brividi, lo so. Però notate l'espressività ricercata di mani e braccia, sicuramente suggerita da adulti professionisti di tecniche cinematografiche. Jackie Coogan aveva soltanto sei anni quando è stato protagonista di questo film e, secondo il mio docente di storia e critica del cinema, in questo punto gli è stato chiesto di adottare un comportamento un po' pericoloso, ovvero quello di recitare la parte del bambino disperato e strappato con la forza dalle braccia di una persona che lo ha sempre amato.
Secondo me è abbastanza difficile pensare che la forte emotività di questa scena non abbia influito almeno per un determinato periodo sulla psiche di Jackie Coogan.

ROMA CITTÀ APERTA, ROSSELLINI:

E' un film che appartiene agli anni al periodo del Neorealismo (1943-1952). I registi neorealisti narrano nei loro film la povertà, il dolore e la stanchezza di popolazioni stremate dalla guerra  o comunque oppresse dalle autorità costituite che si dimostrano indifferenti e insensibili nei loro confronti. Il Neorealismo vuole rappresentare la dura realtà e la faticosa quotidianità del popolo.
Roberto Rossellini, come altri suoi colleghi neorealisti, sceglieva volentieri dei bambini e dei ragazzini come attori non professionisti, dal momento che i suoi film cercavano di cogliere l'immediatezza della realtà.
Questa è una scena che nei primi quattro minuti fa ridere, negli ultimi due invece fa piangere. C'è un forte contrasto di toni che è stato anche contestato da alcuni membri della critica. Il film è ambientato durante l'occupazione nazista.
Marcello, il bambino che vedete, subisce l'improvvisa perdita di entrambi i genitori: il padre viene arrestato dagli ufficiali nazisti e la madre viene uccisa mentre rincorre il furgone che si allontana piuttosto rapidamente, nel quale c'è anche suo marito.
E' struggente il punto in cui il bambino si getta sul corpo della madre abbracciandolo. L'attore nei panni di Marcello si chiamava Vito Annichiarico. E anche qui mi chiedo, come per Jackie Coogan: può una scena tragica come questa avere influito in modo significativo sui rapporti affettivi del bambino attore?



Un'altra scena significativa del film è proprio quella finale: dei ragazzini, tutti in età da catechismo, assistono al di là di una rete all' esecuzione capitale di Don Pietro da parte degli ufficiali della Gestapo.



La musica fa la sua parte nel rendere tragica la scena, questo è vero, ma prestate attenzione anche alle espressioni dei bambini: tristissime, sgomente. E tutti, nell'ultimo minuto del film si avviano lungo la strada, qualcuno cammina abbracciato ad un altro. Sono tutti sotto un cielo inasprito dai bombardamenti, vivono tutti in una splendida città vessata però dalla violenza e dalla paura.
Troveranno la forza di reagire dopo essere stati testimoni oculari di una morte violenta? Si spera di sì.
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L'ADOLESCENTE NEL CINEMA:

Io penso che anche la scelta di far recitare in un film adolescenti di età compresa tra i 12 e i 17 anni ponga almeno due questioni di carattere etico, abbastanza simili a quelle scritte poco sopra.

a) L'attività di attore all'interno di un film favorisce positivamente le relazioni tra adolescenti e adulti?
b) La recitazione e l'inizio della carriera cinematografica in giovanissima età è utile per la crescita morale e interiore di un adolescente che sogna in modo ottimistico il suo futuro?
c) Riesce l'adolescente attore a conservare i tratti più caratteristici della sua personalità quando si trova impegnato a recitare la parte di un personaggio che ha un'indole un po' diversa dalla sua?

"IL RICCIO"- GARANCE LE GUILLERMIC:

Molti di voi la conoscono! E' Garance Le Guillermic, la protagonista del film "Il riccio".
Io credo che a Garance sia stato chiesto di diventare in fretta una piccola donna con un film di questo genere, perché Palomà di per sé anagraficamente avrebbe 12 anni ma ragiona da adulta, si esprime come un'adulta, si pone delle questioni esistenziali che soltanto gli adulti (intendiamoci, gli adulti intelligenti) si pongono.



I QUATTROCENTO COLPI- TRUFFAULT:

Sono ormai trascorsi due anni dalla pubblicazione della mia recensione su questo film.
Ad ogni modo, anche il ruolo del ragazzino non amato è difficile da interpretare.



Antoine è stato spedito al riformatorio per niente! O meglio: non ha commesso nulla di grave; diciamo che ci è finito a causa della cattiveria degli adulti.
Anche qui tendo a pormi la stessa domanda che mi sono fatta per i due bambini sopra: come deve essersi sentito psicologicamente Jean Pierre Leaud a recitare il ruolo dell'adolescente non voluto dai genitori e maltrattato da tutti?
E' solo cinema, d'accordo. Però è un'esperienza attoriale che comunque è stata parte di lui e della sua reale esistenza.
Ma io, testarda come sono, mi chiedo: tenendo presente il fatto che questo film è ispirato alle tristissime vicende autobiografiche del regista Truffault, a Jean Pierre è mai saltato in mente di fargli una domanda assurda ed esasperata come questa: "Ma perché non reciti tu al posto mio la parte del povero incompreso, visto che da ragazzino lo sei effettivamente stato?"
Lo so, sarebbe stato impossibile farsi sostituire da Truffault, che nel 1958 era già un giovane uomo di 26 anni, pienamente realizzato nel campo del cinema. All'attore adolescente è mai sorta una domanda simile in momenti in cui magari non riusciva bene a rendere la condizione del ragazzo non amato?
L'adolescente ha solitamente un gran bisogno dell'approvazione e del sostegno degli adulti, soprattutto di quelli che compongono la famiglia in cui vive.
Fare la parte del ragazzo non capito è molto rischioso, anche se questa condizione si limita alla sola sfera cinematografica.  Jean Pierre Leaud aveva 15 anni quando ha recitato come protagonista in questo film.

"A TESTA ALTA"- MALONY:

E' un film francese del 2015. L'attore interpreta la parte del piccolo delinquente che ruba auto, guida senza patente e non va quasi mai a scuola.
Malony, il protagonista del film, è figlio di una ragazza madre tossico-dipendente ed è stato cresciuto da lei senza ricevere un'educazione civile e dei valori.
Ed ecco il risultato:



Io credo che anche qui alcune pose e alcuni atteggiamenti siano stati suggeriti, magari dal regista.
Ad ogni modo, anche in questo caso l'adolescente attore è stato davvero bravo a calarsi nel ruolo dell'adolescente ingestibile e senza regole.





16 febbraio 2017

In memoria di alcune vittime di mafia:

In questo post vengono delineate le biografie, corredate anche da commenti, di due siciliani che hanno cercato di risvegliare le coscienze dei loro concittadini per liberare le loro terre oppresse dall'ingiustizia e dalla corruzione mafiosa.
 


 

GIORGIO BORIS GIULIANO: 



Giorgio Boris Giuliano era nato a Piazza Armerina in provincia di Enna nel 1930. Figlio di un ufficiale della marina militare, aveva trascorso alcuni anni della sua infanzia in Libia, luogo in cui il padre lavorava.
 Nel 1941 la famiglia si era trasferita a Messina, città in cui Giorgio aveva conseguito la laurea in Giurisprudenza.
 Nel 1962, dopo aver vinto il concorso per divenire commissario della polizia, era stato assegnato alla Sezione Omicidi della Squadra Mobile di Palermo. Durante gli anni Settanta aveva ottenuto anche una specializzazione presso la FBI National Academy.
 Boris Giuliano aveva intuito che in quegli anni Cosa Nostra stava organizzando un traffico di droga internazionale nel quale la città di Palermo avrebbe dovuto fungere da snodo centrale tra i Paesi dell'Est e gli Stati Uniti. Con grande zelo e determinazione conduceva le sue inchieste, sperando di riuscire a indebolire l'enorme potere di una cosca mafiosa. 
Ma il 21 luglio 1979, mentre stava pagando il caffè in una pasticceria di Palermo, il criminale Leoluca Bagarella lo aveva ucciso con sette colpi di pistola.
 Giorgio Boris lasciava vedova una moglie e orfani tre figli, tutti ancora bambini. 
Il primogenito Alessandro aveva soltanto 12 anni nel '79. Profondamente scosso da questa grande tragedia, una volta divenuto adulto ha intrapreso la carriera investigativa. E' ora vicequestore a Lucca, in Toscana.

Riporto qui sotto alcune parole di Alessandro Giuliano riferite al padre: 
 


"Mio padre Boris Giuliano è sempre stato vicino agli ultimi, senza essere un sacerdote. Quando in questura a Palermo arrivava un bambino povero che si era perso, lo portava sempre a casa nostra. Invece di lasciarlo aspettare negli uffici freddi in mezzo ai calcinacci, come era prassi fare in quegli anni, lo accompagnava da noi. Suonava il campanello e lo presentava a me e alle mie sorelle. Così, per confortarlo. Aveva una profonda e rara umanità. Ha trasmesso un potente messaggio, a me e ai miei colleghi: bisogna fare il proprio dovere fino in fondo e si può essere poliziotti senza dimenticarsi di essere uomini."

 



Nel 1995, al processo per l'omicidio, sono stati condannati all'ergastolo sia Leoluca Bagarella, come esecutore materiale del delitto, sia i suoi mandanti, ovvero: Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Giuseppe Calò e Nené Geraci.




"Ciò che per la mia famiglia conta è che il suo sacrificio e quello di tanti altri servitori dello Stato non venga mai dimenticato."
 

Alessandro ripete spesso questa frase alla fine delle interviste. 




Paolo Borsellino ha commentato in questo modo gli omicidi avvenuti per mano mafiosa, con particolare riferimento alla vicenda di questo valoroso poliziotto: 




"Se gli organismi statali avessero assecondato l’intelligente impegno investigativo di Boris Giuliano, probabilmente le strutture organizzative della mafia non sarebbero così enormemente potenziate e molti efferati assassinii, compreso quello dello stesso Giuliano, non sarebbero stati consumati”. 




Avere il fegato di uccidere un padre premuroso con i suoi tre figli e privare una donna del marito con sette spietati colpi di pistola denota una malvagità sconvolgente, frutto degli atteggiamenti arroganti e spregiudicati di una mafia che fino all'inizio degli anni Novanta godeva purtroppo di uno strapotere incredibile. La storia di Boris Giuliano fa venire i brividi. Ma questa tragica vicenda deve risvegliare, soprattutto in noi giovani, i valori della giustizia, della verità e dell'onestà che quel vicequestore ha cercato di difendere. La memoria delle vittime di mafia è indispensabile per poter costruire un futuro migliore per il nostro Paese. La mafia si combatte con l'indignazione di fronte alle iniquità, con la fortezza d'animo e con la conoscenza. Non certo con l'ignoranza! E anche e soprattutto cercando di comportarsi sempre in modo corretto e leale verso gli altri, partendo dalle piccole azioni quotidiane di ogni giorno.



 

ROSARIO LIVATINO:


Parto da un breve video nel quale si racconta il modo in cui il magistrato è stato ucciso.





Rosario Livatino era nato a Canicattì (Agrigento) nel 1952. Dopo aver conseguito la maturità classica, nel 1971 si era

iscritto alla facoltà di giurisprudenza di Palermo. Laureato con il massimo dei voti, nel 1978 aveva vinto il concorso per divenire magistrato e aveva iniziato a lavorare presso il Tribunale di Caltanissetta. Un anno dopo però si era trasferito al tribunale di Agrigento.


E' stato assassinato il 21 settembre 1990 mentre si recava con la sua auto in Tribunale. I suoi quattro assassini erano membri della Stidda agrigentina, organizzazione criminale rivale di Cosa Nostra.

 Alcuni mesi dopo la sua morte, l'allora Presidente della Repubblica Francesco Cossiga definì "giudici ragazzini" tutti i magistrati poco più che trentenni impegnati nella lotta alla mafia. 
Devo precisare che aveva utilizzato parole ingiustamente sprezzanti. Eccovele: 

 


"Non è possibile che si creda che un ragazzino, solo perché ha fatto il concorso di diritto romano, sia in grado di condurre indagini complesse contro la mafia e il traffico di droga. Questa è un’autentica sciocchezza! A questo ragazzino io non affiderei nemmeno l’amministrazione di una casa terrena."
 


Ecco com'erano negli anni Novanta (e come sono sempre stati purtroppo!) i politici italiani: ingrati verso i cittadini che si preoccupavano di difendere la legalità, insensibili di fronte alle morti premature e violente delle vittime di mafia e spesso conniventi con i ceppi criminali.

 Papa Giovanni Paolo II aveva ricordato Livatino come: "un martire della giustizia e indirettamente della fede".  

Nel 2011 è stato firmato dal vescovo di Agrigento il decreto per l'avvio del processo di beatificazione. 
Le testimonianze per il processo di beatificazione sono state raccolte da Ida Abate, una sua insegnante, la signora anziana che potete vedere nel video sotto riportato.








Nel 2014, nell'udienza al Consiglio Superiore della Magistratura, Papa Francesco ha ricordato così il giudice Livatino: "Fu un giudice leale alle istituzioni, aperto al dialogo, fermo e coraggioso nel difendere la giustizia e la dignità della persona umana."


Bello, chiaro e incisivo è anche il recente commento di Don Tonio Dell'Olio, sacerdote molto attento ai temi di legalità e giustizia sociale, originario di un paesino pugliese.

 


"Rosario Livatino era uno di quei magistrati di poche parole. Poche apparizioni, poche interviste, niente salotti buoni. Per lui parlavano le inchieste scottanti che portava avanti, l'acume investigativo, zero compromessi. Per quanto possa sembrare strano, l'ostilità gli venne non solo e comprensibilmente dagli ambienti malavitosi ma anche dalle istituzioni che avrebbero dovuto sostenerlo e proteggerlo. A distanza di quasi 27 anni (venne ucciso nel settembre del 1990), la vita discreta di questo giovane resta un riferimento illuminante su metodo e sostanza dell'agire per la giustizia. Ma anche una testimonianza di vita e di fede. Ucciso quando aveva 38 anni, Rosario Livatino ha vissuto il suo impegno professionale come dovere civico e morale. Ed è un vero peccato che in molti si siano accorti solo dopo del suo alto valore. La vicenda di Livatino deve farci aprire gli occhi sull'oggi. E' una provocazione per i nostri comportamenti e i giudizi fin troppo sbrigativi che scarichiamo su situazioni e persone. Che Rosario Livatino ci contamini almeno un po' con il suo rigore, con la sua inflessibilità e con la sua testimonianza di fede. Ho ragione di credere che molti dei problemi che ci troviamo ad affrontare oggi, altro non sono che la somma di tanti piccoli compromessi, quasi impercettibili, trascurabili, che abbiamo collezionato nel corso del tempo. Fiocchi di neve che diventano slavina." 

2 febbraio 2017

Gli orrori del nazismo:


Da pochissimo è passata la giornata della memoria. Io stessa su questo blog ho cercato di valorizzare il settataduesimo anniversario del giorno in cui alcuni soldati sovietici aprirono i cancelli di Auschwitz e, nel liberare coloro che vi erano internati, scoprirono gli orrori hitleriani.
Si deve continuare a ricordare il 27 gennaio 1945. Bisogna educare le nuove generazioni (intendo i ragazzini di 11-12 anni) a rispettare le differenze culturali e religiose, che sono la forza e la bellezza di questo mondo. Bisogna stimolarli a riflettere sull'odio razziale che nel secolo scorso ha prodotto guerre, violenze e stermini di massa.
Ero in prima media. Ricordo bene che, nella mattina del 27 gennaio, la nostra insegnante di scienze motorie (grande donna molto autorevole!) aveva fatto, di fronte a circa 60 alunni tutti raggruppati in un'aula, una bella riflessione sul genocidio ebraico. Dopodiché ci aveva imposto un minuto di silenzio. Alla fine di questo, aveva detto: "E' molto lungo un minuto trascorso da fermi, senza dire una parola. Ma in questo minuto si pensa e intanto immaginiamo le sofferenze delle vittime della shoah nei campi di concentramento e nelle camere a gas".
Era riuscita a farci stare in perfetto silenzio! Incredibile!

Qui presento brevemente altri due film che, a mio avviso, delineano molto bene il clima di terrore della Germania nel corso della Seconda Guerra Mondiale.

A) LETTERE DA BERLINO:

E' un film molto recente. I protagonisti sono due coniugi, Anna e Otto Quangel. Otto è un capo officina, professione che gli permette di vivere dignitosamente in un semplice e piccolo appartamento di Berlino. E' il 1940, anno in cui gli eserciti di Hitler dichiarano guerra sia alla Francia sia al Regno Unito con la speranza di iniziare a realizzare il sogno di conquistare il mondo.
I due coniugi, distrutti dal dolore a causa di una lettera che annuncia loro la morte in battaglia del figlio Hans, decidono di diffondere per tutta la città delle cartoline che criticano aspramente il nazismo e che inneggiano alla libertà di stampa, di parola e di pensiero.
L'idea è di Otto, ma Anna diviene presto la sua fedele complice.
Per circa tre anni riescono a portare avanti questo coraggioso atto di ribellione. Fino al momento in cui vengono arrestati dai membri della Gestapo, processati e infine giustiziati.
Una domanda che, almeno a me, è sorta spontanea: "I nazisti volevano fermamente realizzare il loro desiderio di conquista del mondo. Dunque, se a causa della loro perversa brama di potere erano così impegnati in politica estera, perché dovevano trovare anche il tempo di cercare l'autore di piccole cartoline contenenti messaggi di rivolta contro la loro dittatura?"
Facile! Alfieri docet. Vittorio Alfieri, aristocratico piemontese vissuto nella seconda metà del Settecento, oltre a scrivere un'autobiografia, diverse tragedie e alcuni sonetti, ci ha lasciato un trattato interessante intitolato: "Della tirannide". Nella prima parte, l'autore afferma che un governo autoritario e dispotico genera certamente paura nel popolo sottomesso ma anche nell'animo del tiranno stesso, il quale, nell'imporre il suo potere con la violenza, teme continuamente delle congiure e delle ribellioni. Per questo la delazione, in uno stato retto da una dittatura, diviene addirittura un dovere civico. Devo però precisare che Alfieri non è mai stato un pensatore politico: in quel trattato c'è infatti tutta una simbologia che paragona il tiranno al male nel mondo e la tirannide a tutto ciò che accende l'angoscia di vivere nell'uomo.

Significative a mio avviso sono state le frasi che Otto aveva scritto nella prima cartolina: "Madre, Hitler ha ucciso mio figlio. Madre, egli ucciderà anche il tuo!"
In queste due esclamazioni sta il senso del suo progetto: un padre che ha perduto il suo unico figlio in guerra sente un gran vuoto dentro di sé e un'enorme delusione verso il governo del suo paese. La sua vita è divenuta insignificante e insapore, al punto tale che egli mette in atto un'intelligente strategia di rivolta, anche se sa che prima o poi questa strategia lo porterà alla morte.

Vi lascio il trailer. Se vi ispira, forse su Torrent c'è già il file scaricabile ma non ne sono sicura:



B) LA ROSA BIANCA:
Sophie Scholl a 20  anni

Probabilmente molti di voi lo conoscono già o comunque lo hanno visto una volta.
Anche questo film è ambientato nella Germania nazista.
I protagonisti sono tre giovani, ovvero, i fratelli Sophie e Hans Scholl e il loro amico Christoph Probst. Sono membri della "Rosa Bianca", organizzazione di studenti cristiani che cercavano di contrastare con la non violenza il regime nazista. L'associazione morì all'inizio del 1943, quando tutti i suoi membri vennero arrestati e decapitati.
I tre ragazzi, studenti universitari a Monaco, decidono di distribuire dei volantini anti-nazisti in ambiente accademico, ma vengono immediatamente arrestati mentre li lanciano da un balcone.
La maggior parte della pellicola narra i loro ultimi giorni di vita, ovvero, il breve periodo trascorso in carcere, gli interrogatori della polizia, il processo e l'esecuzione.
Il film si concentra però soprattutto sulla ragazza, Sophie Magdalena Scholl.
Sophie studiava Lettere all'università di Monaco. Aveva soltanto 21 anni quando è stata ghigliottinata.

Vi metto la scena del processo perché vale proprio la pena che la vediate/rivediate.
Il giudice è un convinto nazista.


Come dicevo sopra, il giudice chiamato a decidere la tragica sorte dei tre giovani è un convinto nazista. E' indemoniato: urla, sbraita e talvolta non permette alla ragazza di finire le frasi, umiliandola anche con ingiuste parole di rimprovero.
Notate un particolare puramente tecnico (da quando seguo il corso di storia del cinema all'università  sto attenta anche a cose di questo genere): la ragazza è nitidamente inquadrata in primo piano dalla cinepresa. Gli ufficiali presenti al processo che stanno dietro di lei invece sono sfuocati. Questo perché il regista vuole mettere ben in evidenza la profondità morale della protagonista e i valori nei quali lei ha sempre creduto: la pace, il rispetto tra i popoli, la misericordia di Dio.
Lei, Sophie, è una giovanissima ragazza che in quel momento difende le sue idee in un tribunale, mentre alle sue spalle stanno degli ufficiali tutti conformati all'ideologia hitleriana, incapaci di senso critico.
Abbastanza straziante è poi il punto in cui i genitori dei due ragazzi entrano in aula per poter difendere i loro figli ma vengono respinti sia dal magistrato sia dai soldati che li trascinano fuori.

"Senza Hitler e il suo partito avremmo ancora giustizia e ordine. Hitler ci ha trascinato in una guerra sanguinaria dove ogni singola vittima muore invano. (...) Io seguo la mia coscienza. Sono rimasta sconvolta quando ho scoperto che i nazionalsocialisti uccidono i bambini ritardati con il gas e con il veleno!  In nessuna circostanza ci si può arrogare il diritto di un giudizio che spetta soltanto a Nostro Signore. Nessuno sa cosa accade nell'anima di un ritardato, come nessuno sa quanta saggezza può derivare dalla sofferenza. Ogni singola vita è preziosa." 

(Sophie Scholl durante un interrogatorio)


Programma del blog da qui fino alla fine dell'inverno:

Ho dato due esami la settimana scorsa e ho ottenuto voti molto alti che mi mantengono la media maggiore del 27. Ne porto altri due nei prossimi giorni e poi, a partire dal 16 febbraio, pubblicherò un articolo dedicato alle vittime di mafia, la recensione del film "Wild" e l'intrigante questione della figura del bambino nel cinema.
In occasione del giorno 8 marzo, scriverò di Euripide, tragediografo greco che aveva inserito come protagoniste delle sue opere delle figure femminili forti, determinate e passionali.




"IL POPOLO DEGLI ABISSI", JACK LONDON E LE CONTRADDIZIONI DI LONDRA A INIZIO NOVECENTO

Vi presentiamo qui un reportage scritto da Jack London negli anni in cui lavorava come giornalista. A) "IL POPOLO DEGLI ABISSI": C...