3 agosto 2017

"Il sole dentro":


Un film molto carino, a mio avviso da far vedere ai ragazzini delle medie per poi far loro scrivere una recensione ricca di riflessioni personali sui temi dell'amicizia, della solidarietà umana, della miseria e della fame nel mondo.
Si tratta di due storie profondamente diverse, una inverosimile e a lieto fine e una realmente accaduta e molto drammatica.
Le due vicende si intrecciano nel corso della proiezione. In questo post io le presenterò separate.
Parto dalla più drammatica.
Lo sfondo delle vicende sono dei luoghi caldi e assolati e, a proposito, questo non sarà un post lunghissimo: c'è un caldo talmente torrido, micidiale e persistente che fa venire il mal di testa.


YAGUINE E FODE':

Nel giugno del 1999 due quattordicenni africani, per l'esattezza originari della Guinea, dopo aver scavalcato la rete di recinzione dell'aeroporto di Conakry, riescono a nascondersi all'interno del carrello di un Airbus 300 diretto a Bruxelles.
Il giorno prima della partenza avevano scritto una lettera indirizzata alle "Eccellenze d'Europa" a nome di tutti i loro connazionali.
 All'aeroporto di Bruxelles la signora Chiara Trevisan, in quel periodo addetta all'ispezione dell'aereo, aveva trovato i cadaveri abbracciati dei due ragazzini e naturalmente anche la loro lettera, scritta in lingua francese.
Ecco il contenuto:

"Alle Loro Eccellenze, i signori membri e responsabili dell'Europa. 
Abbiamo l'onore, il piacere e la grande fiducia di scrivervi questa lettera per parlarvi del nostro viaggio e delle sofferenze di noi bambini e giovani dell'Africa.
Ma prima di tutto vi presentiamo i nostri saluti più squisiti, rispettosi. 
Siate il nostro sostegno e il nostro aiuto. Siatelo per noi in Africa, voi ai quali bisogna chiedere soccorso. 
Ve ne supplichiamo per l'amore del vostro bel continente, per il vostro sentimento verso i vostri popoli, le vostre famiglie e soprattutto per l'amore per i vostri figli che voi amate come la vita. 
Signori membri e responsabili dell'Europa, è alla vostra solidarietà e alla vostra gentilezza che noi vi chiediamo aiuto per l'Africa. Aiutateci, soffriamo enormemente, aiutateci.
Abbiamo dei problemi, i bambini non hanno diritti.
Noi africani, soprattutto noi bambini e giovani africani, vi chiediamo di fare una grande organizzazione utile per l'Africa perché progredisca. 
Se vedete che ci sacrifichiamo, rischiamo la vita è perché soffriamo troppo in Africa. 
Noi vogliamo studiare.
Vi chiediamo di aiutarci a studiare per diventare come voi.
Infine vi supplichiamo di scusarci moltissimo di aver osato scrivervi questa lettera in quanto voi siete degli adulti a cui noi dobbiamo molto rispetto.


Scritto da Yaguine e Foidè, due bambini guineiani. "


La signora, profondamente scossa sia dall'accaduto sia dalle parole della lettera, aveva deciso di cooperare con l' UNICEF e di stabilirsi in un villaggio africano in modo tale da poter garantire ai bambini di quella zona il diritto allo studio e ad una vita il più serena possibile.
Con le parole di questa lettera si chiude il film, che alterna le immagini della donna con quelle di Yaguine e Foidè da vivi.

Yaguine e Foidè vivevano a Conakry, la capitale della Guinea, caratterizzata da sovraffollamento, da strade sporche, piene di polvere e piuttosto caotiche.                                                               
Questa è una caratteristica comune tra le città africane le quali, dal momento che hanno tutte attraversato una rapida e precoce fase di urbanizzazione, si ritrovano ad essere pressoché invivibili per le persone che si trasferiscono: il traffico è intenso, le condizioni igieniche sono pessime e quelli che dovrebbero essere edifici e palazzi sono in realtà degli ammassi di baracche.
Negli ultimi anni, soprattutto in paesi come anche il Kenya, un buon numero di contadini provenienti dalle zone rurali, per cercare di migliorare le condizioni di vita, abbandona l’agricoltura per recarsi nelle città. In quel disgraziato continente, il risultato della migrazione campagna-città è purtroppo questo: diffusione di malattie infettive, mortalità infantile altissima e lavoro precario.
Ad ogni modo, la vita di questi due ragazzini prevedeva l’aiuto ai genitori nel lavoro durante il giorno e lo studio collettivo, tutte le sere, in un campo vicino all’aeroporto.                                         
In Guinea il 47% della popolazione vive al di sotto della soglia della povertà e, oggi ancor più che nel ’99, l’economia non dà segni di miglioramenti significativi. Se i ragazzi vogliono studiare, devono inevitabilmente compiere dei sacrifici che di norma richiedono molte energie psico-fisiche e un’ammirevole forza di volontà.



ROCCO E THABO:

Rocco e Thabo sono due simpaticissimi tredicenni vittime della tratta dei baby calciatori, realtà di cui non ero mai stata informata prima di vedere il film.
Se voi lettori non conoscete questo tristissimo e disumano fenomeno che considera i ragazzini come oggetti da acquistare e da buttare, lo capirete fra poche righe, dopo aver letto le frasi limpide e sincere
di un tredicenne che "ci è finito dentro".


Thabo proviene da N'Dula, un villaggio africano oltre il Sahara.
Il ragazzino è stato acquistato da un "mister" italiano e portato in Italia.
All'inizio del film, durante un viaggio in autostrada verso Bari, i due ragazzini raccontano le loro storie all'autista del pullman che li porta a destinazione.
"Thabo, diglielo che quel delinquente si è preso tutti i soldi della tua famiglia e che tuo padre e tua madre hanno fatto i debiti per pagarlo! E ti hanno fatto piangere in un container con dieci prostitute e a momenti morivi di sete!", dice Rocco con voce triste e pochi istanti dopo continua così: "Se sei bravo ti tengono per fare soldi, se non sei bravo ti buttano in mezzo alla strada".
 
Rocco è originario di Bari ed è praticamente un ragazzino senza famiglia: la madre è morta, il padre si è trasferito a Torino con una nuova compagna e il ragazzino subisce violenze fisiche da parte dello zio che lo ha venduto come calciatore.

I due ragazzini, amici per la pelle, decidono di allontanarsi dall'Italia per arrivare a N'Dula, luogo natale di Thabo.
Mi ha molto colpita una frase di Rocco, che penso costituisca uno dei messaggi più importanti della storia: "Casa tua non è dove sei nato, ma dove ti vogliono bene".
Con questa bella verità, il ragazzino decide di imbarcarsi clandestinamente con Thabo su un traghetto.
Dapprima arrivano in Tunisia e da lì raggiungono l’immenso deserto del Sahara, grande come l’Europa (8 milioni di km quadrati).
Non sempre il viaggio nel deserto fila liscio: Thabo e Rocco trovano delle persone disposte ad aiutarli ma assistono, nascosti dietro a una duna, ad un episodio in cui i soldati rubano i pochi averi di chi percorre il deserto per raggiungere il Mediterraneo.

Riescono poi a raggiungere il villaggio di Thabo? Sì.
E, per di più, Chiara Trevisan si preoccupa di entrambi: Thabo si ricongiunge con la famiglia e Rocco si stabilisce in Africa; d'altra parte in Italia non ha nessuno che gli voglia un po' di bene e allo zio violento e cattivo viene negato l'affido.

Concludo con due scene (non distanti l'una dall'altra) e con un breve commento su queste.






Da precisare che la colonna sonora è stupenda!

Padre X, pur essendo un pochino svitato, dice ai due protagonisti di questa vicenda delle cose che non si possono disprezzare. Io le condivido pienamente.
Come quella del primo spezzone: "(...) sono un po' africano come voi ma anche messicano, indiano, cinese... uomo."
Sapete cos'è questo? Un palese e netto rifiuto del razzismo!

Questa parte su YouTube non c'è, ma ve la svelo io.
All'interno della capanna, Padre X ha appeso tutte le foto dei fondatori delle principali fedi religiose al mondo. Poi, sempre all'interno della capanna, afferma: "Chi ha deciso di distinguere il terzo mondo dai paesi sviluppati? I potenti della Terra! Ma il mondo non è uno solo?"

Devo ammettere che questa suddivisione ha sempre dato un po' fastidio anche a me.

Bellissimi gli aquiloni sopra la capanna di Padre X!
Secondo me costituiscono un'ulteriore sottolineatura del tema dell'uguaglianza sostanziale di ogni essere umano.

Siamo diversi l'uno dall'altro per aspetto fisico, caratteristiche della personalità, colore della pelle, fede religiosa, modo di vestire e abitudini di vita.
Però siamo tutti umani con due gambe, due braccia, un viso, un cervello e un cuore.
Le condizioni esistenziali sono identiche per tutti: ignoranza riguardo al futuro, anche quello più prossimo, precarietà dell'esistenza, imprevisti, preoccupazioni, alternanza di gioia e dolore, di angoscia e di pace.













26 luglio 2017

La piaga giovanile del bullismo:


Nota dolente, penserete voi. Sì, ma comunque necessaria all'interno di un blog.
Vivremmo tutti in un mondo più felice se non ci fossero prepotenze e cattiverie!
Chissà quante volte nel corso di questi ultimi anni avrete sentito questo termine che designa un fenomeno ormai purtroppo molto comune tra le fasce generazionali 12-18 e 19-27.

Lucidamente, dopo un periodo in cui ho pensato piuttosto spesso a questo fenomeno, posso dire che non è del tutto esatto parlare del bullismo ma di "bullismi".
Ce ne sono di più tipi, ai quali ho dato diversi nomi. Li elenco qui sotto:


1) "Bullismo evidente". E' quello che si manifesta attraverso violenze fisiche e pestaggi.
Questa tipologia è più comune tra i ragazzi e in casi gravissimi può portare anche alla morte della vittima.

Penso che ricordiate ancora piuttosto bene quello che è accaduto ad Alatri (Lazio) questa primavera, quando Emanuele Morganti, un giovane di 20 anni che si trovava in un locale notturno con gli amici e la fidanzata, è stato ingiustamente e crudelmente trascinato fuori dal locale e picchiato da un gruppo di venti persone. Ricorderete tutti che non ce l'ha fatta e che è morto il giorno dopo in ospedale.
Era domenica ed era la fine di marzo. Quando ho sentito questa notizia alla radio ero in auto. Stavo tornando da una giornata di preghiera e meditazione sul Vangelo che era stata organizzata in un paesino di montagna ai piedi del Baldo.
Per prima cosa ho pensato ai genitori del ragazzo: come faranno mai a farsene una ragione? Come faranno a convivere per il resto della vita con una tragedia così assurda? Sicuramente non avranno più pace! Emanuele, a quanto sembra, ha avuto soltanto la colpa di girarsi verso quel prepotente che lo spintonava. Il terribile pestaggio di cui è stato vittima non ha mai avuto né un senso né una logica.
Senso, logica... più cresco più mi rendo conto di essere molto più affezionata dei miei coetanei a questi termini. Le persone che, come me, sono "attaccate" a questi principi, sono in via d'estinzione.
La verità è che ogni pestaggio non ha e non avrà mai senso, nemmeno se venisse fatto al ragazzo più odioso del mondo!
Non si fa violenza fisica per il puro gusto di farla come non si fa violenza fisica per assecondare il proprio desiderio di vendetta.

Riporto qui sotto una parte del discorso della madre del ragazzo durante il funerale, fa venire i brividi. Mi meraviglia il fatto che sia riuscita a trovare la forza di parlare:
"Dio non ha chiamato Emanuele perché era cattivo, l’ha solo ricevuto dalla cattiveria degli uomini. Avrei tante cose da dirvi, ma posso solo dire che vi abbraccio e vi bacio per quello che avete fatto per noi. Ogni vostra lacrima ci aiuta anche se non basterà." 

Ci sono altri due aspetti da mettere in evidenza; e il primo è questo: pare che nessuno in quel frangente abbia pensato di chiamare immediatamente la polizia. 
Quasi tutti, per dirla con James Archibald Cronin, "sono stati a guardare". 
Solo uno degli amici di Emanuele si è inserito nella lite per cercare di difendere la vittima, prendendole anche lui al punto tale da aver bisogno di un ricovero in ospedale di alcuni giorni. 
Ma capite bene che, sempre secondo la famigerata logica, due contro venti è disumano.
Bisognava telefonare ai carabinieri!

Altro particolare contestualizzante: erano le tre del mattino. 
Un'ora pericolosa, l'ora in cui entrano i ladri in casa e l'ora in cui gli sbronzi e i drogati si aggirano per fare danni.
E' tardissimo, secondo i miei canoni.
E' l'ora in cui io sono a letto sotto le coperte, perché durante il giorno mi attendono un sacco di impegni: lezioni accademiche, studio, lavori domestici, attività sportive e diversi interessi da coltivare.
Giovani e adulti mi prendono in giro quando dico loro che spesso quando esco torno a casa in orari compresi tra le 23 e l'una e mezza. Pochissime volte sono rientrata più tardi.
Basta poco per rendermi contenta: una cena e una passeggiata all'aperto, in luoghi abbastanza frequentati. E fortunatamente quei pochi amici che ho me li tengo stretti non soltanto perché sono delle brave persone piene di qualità ma anche perché il loro modo di svagarsi è simile al mio.

Io non mi permetterò mai di dire che siccome era fuori casa a quell'ora, allora si è meritato la brutta fine che ha fatto. Sarebbe una cattiveria di pessimo gusto. 
Voglio soltanto affermare che, a mio modesto parere, le primissime ore del mattino non sarebbero proprio le più adatte per praticare la vita sociale, chiamiamola così, visto che quell'espressione per molti ventenni significa "discoteca sballo e alcolici fino all'alba". 
Fare le ore piccole è pericoloso, anche quando uno è maggiorenne. E non scherzo.

Al di là di tutte queste riflessioni, ribadisco che mi dispiace un sacco, mi è sempre dispiaciuto. 
Per il ragazzo, per i suoi due fratelli e per i loro poveri genitori.
Sapete, Emanuele in fin dei conti, sotto diversi aspetti, era un ragazzo fortunato, nel senso che aveva i suoi buoni motivi per essere sereno: si era diplomato in un istituto tecnico, aveva la ragazza ed era riuscito a trovare lavoro nello stesso paese in cui viveva. 
Che diritto avevano quei bulli delinquenti senza morale di privarlo della vita??!


2) "Bullismo indiretto". 
E' quello con cui io ho avuto a che fare per alcuni anni dell'adolescenza. 
Non è da sottovalutare, perché fa male; è di natura psicologica.
E' diffuso presso le componenti femminili delle classi che sono abili soltanto a compiere carognate.
Si tratta prima di tutto di emarginare una persona con un carattere molto diverso dal tuo e con opinioni diverse dalle tue. 
Oltre alla condizione di emarginazione, ci sono spesso anche sia l'abitudine di diffondere calunnie meschine sul conto dell'emarginata sia il vizio di sussurrare commenti stizziti e pieni di invidia ogni volta che la vittima raggiunge un obiettivo o riscuote un piccolo successo.



3) "Cyberbullismo". Forma recentissima, nata dapprima nel triste mondo anglo-americano. 

"E' di quelle che se la cercano", direbbero i ragazzi. Non siate così precipitosi, vi consiglio io.
Certo è vero, ci sono le ragazze come Tiziana Cantone che autorizzano un amico pervertito a filmarle durante un rapporto sessuale. Che poi mi chiedo: cosa cavolo c'è da filmare? Non sono affari tuoi, stanne fuori! E invece no. Filmano tutto quanto e postano tutto quanto. 
Talvolta, il seguito e l'epilogo di vicende come questa sono tragici: vergogna, depressione, perdita del lavoro, suicidio.
L'ho detto lo scorso anno alla fine dell'estate: queste ragazze fanno un grave errore, ma la pagano troppo cara, perché adesso come adesso il mondo è crudele e ti giudica non tanto per il temperamento che hai, quanto piuttosto per i video e le foto che ti riguardano.
C'è distinzione tra vita reale e vita online? Non lo so, almeno io non riesco a rispondere.

Poi ci sono anche quelle che si spogliano di fronte ad una fotocamera per farsi un autoscatto compromettente da inviare magari a un compagno un po' porcello che le ricatta più o meno in questo modo: "Devi dimostrarmi che mi ami veramente".
Alla diffusione di queste foto seguono commenti piccanti e volgari.
I cretini che ricattano le loro compagne in questo modo e che poi diffondono le loro foto "osé"  sono proprio da liquidare, e al più presto! 
Vuoi una prova d'amore? Sparisci dalla mia vita! Te lo chiedo per preservare la mia dignità di donna. 
Perché se il rispetto verso l'altra persona lo tieni sotto le suole delle scarpe, tanto vale che maturi come uomo, prima di metterti insieme con qualsiasi altra.

Io però mi chiedo anche una cosa, da qualche tempo a questa parte...
Siamo sicuri che trasmissioni di elevatissimo livello culturale come "Il grande fratello" e "Temptation Island" non influiscano almeno in parte sia sul nostro modo di vivere le relazioni affettive che sui nostri comportamenti?

"Il grande fratello" secondo me era di una noia mortale! Non so se lo trasmettano ancora.
Ecco in che cosa consisteva: telecamere attive, pronte a spiare i concorrenti anche quando questi ultimi si dirigevano verso la porta dei servizi igenici. Ma che interessante! Ma che efficace impatto emotivo!
In quel programma non succedeva mai niente! Vengono filmate azioni banali, vengono registrati discorsi stupidi, viene data importanza a qualunque semplicissimo e naturalissimo movimento del corpo.
L'ho visto soltanto una volta e mi sono bastati dieci minuti per capire di che nullità si trattava!

Anche a "Temptation Island" le videocamere sono attive 24/7.
E così uno non è nemmeno libero di tradire la propria fidanzata! Sto scherzando, naturalmente.
Volevo dire che è abbastanza demenziale.
I video salvati avrebbero la funzione di far capire al partner che sta dall'altra parte dell'isola se l'altro membro della coppia è affidabile o meno.
E risulta che non lo è quasi mai, visto che le telecamere filmano i tradimenti e i comportamenti sconvenienti.
Mi stupisco del fatto che questo programma riscuota un così grande successo!
Eventi ed aspetti della vita quotidiana che dovrebbero essere protetti da privacy vengono visti (purtroppo sono così tanti!) da qualche milione di telespettatori.
E qualcuno, convincendosi che le videocamere siano fondamentali nel corso della propria vita, si ammala di "protagonismo" e quindi mette telecamera fissa o si fa filmare in certi momenti...

Puntualizzo anche che ci sono pur sempre degli e delle innocenti che subiscono cyberbullismo.
Sono quei casi in cui un bullo scatta una foto ad un ragazzo che ha un difetto fisico, dopodiché la pubblica con una didascalia oltremodo sprezzante e offensiva.
Ultimamente succede anche che molte ragazze e molte donne vengano fotografate di nascosto e poi sottoposte, via web, a insulti e a commenti pornografici. E questo senza che siano vestite in modo particolarmente provocante.


4) Il "Blue Whale", una spietata guida al suicidio. 

Io la considero una forma di bullismo psicologico, oltre che un reato di istigazione al suicidio.
Vengono coinvolti i ragazzi di età compresa tra i 12 e i 16 anni, l'età in cui frequentemente ci si sente impotenti e "nudi" di fronte al male che si sente dentro e che a volte si subisce dall'esterno. (E quando raggiungi la ventina non è che le cose cambino più di tanto, per quanto forte tu possa essere. Non è immaturità questa, è il fatto che si è ancora troppo giovani.)
Il nome deriva da una caratteristica dell'esemplare della balena blu, ovvero, quella di approdare su una spiaggia e di lasciarsi morire di asfissia, senza nutrimento. Praticamente si suicidano a un certo punto della vita.
Per chi ancora non ne fosse stato informato, questo gioco dura 50 giorni. Il giocatore è guidato da un curatore che gli ordina di compiere una serie di atti autolesionistici come tagliarsi i polsi, incidersi su un braccio una balena, alzarsi alle 4 e 20 per vedere film molto violenti o dell'orrore, sporgersi dal bordo di un ponte o del tetto di un condominio. Naturalmente tutto dev'essere fotografato, filmato e inviato al curatore, che decide la data di morte del giocatore.
Questo gioco è stato inventato da uno studente russo nato nel 1995, come me, il quale non ha alcun rimorso. In effetti, ha dichiarato: "Con questa invenzione ho purificato la società dagli scarti biologici." Ma che cattiveria! Questo è un discorso che potrebbe essere pronunciato da un nazista.
In Russia sono morti 157 adolescenti. In Italia, grazie soprattutto a dei bravi insegnanti che hanno fatto denuncia alla polizia postale, sono stati scoperti e fermati circa una dozzina di ragazzini che avevano iniziato a giocare al Blue Whales.
Le catechiste delle medie nella parrocchia di mio zio Attilio si preoccupano se i ragazzini invece di ascoltarle canticchiano "Ulisse Lowlow"... Quel video è niente in confronto al Blue Whale.
Anzi, sono due cose che non sono nemmeno paragonabili! 
Ho visto anch'io il video di quella canzone e sono d'accordo sul fatto che i ragazzini non dovrebbero vedere la violenza che c'è e non dovrebbero sentire il linguaggio scurrile che viene adottato.
"Ho scelto il male perché il bene era banale, Dio mi ha dato una pistola facile da maneggiare".
Come se Dio dispensasse pistole dall'alto dei cieli per compiere rapine e per fare giustizia sui ricchi corrotti ed egoisti!
Bisognerebbe preservare i ragazzini sia dal Blue Whale sia da video e da messaggi negativi come quello che trasmette la canzone "Ulisse".
Non ho idea di che cosa voglia dire in pratica, anzi forse sì: bisognerebbe cercare di parlarne con loro.
Le catechiste non ne hanno il tempo, ma le insegnanti di italiano sì.
Quindi, visto che "Ulisse-Lowlow" risulta molto più bello di qualsiasi traccia di tema e molto più accattivante di qualsiasi esercizio di analisi logica, tanto vale dedicargli un'oretta per una discussione.
E' una protesta, ma è giusto il suo modo di protestare?! Cosa vuole trasmettere?

E per quel che riguarda il Blue Whale: perché secondo voi alcuni vostri coetanei ci cascano e lo prendono ingenuamente come un gioco? Giocare sapendo di essere destinati al suicidio: vi sembra una sfida accettabile?


Alla fine ho scritto un post sia sulle tipologie di bullismo sia sul marciume che c'è su internet e in televisione. Perché anche quello credo che influisca sui comportamenti scorretti dei giovani, quindi forse qualche accenno ci stava.

Per ulteriori vostre riflessioni personali, allego alla fine del presente post un'immagine che mi ha colpito molto:


Se foste voi così e se vi prendessero in giro solo per questo... brutti str....!!!







17 luglio 2017

"Still Alice", il dramma dell'Alzheimer


Nella mia facoltà si è diffuso un detto piuttosto curioso a proposito dell'esame di linguistica. E' così:
"L'esame di linguistica o lo passi subito o non lo passi mai".
Anche se l'ho superato al primo colpo e con una valutazione vicina al 30, devo ammettere che è una prova davvero complessa!
Però non puoi laurearti in Lettere se non la fai.
E' un insegnamento obbligatorio.

Ho voluto iniziare la recensione di questo film con una nota abbastanza simpatica per cercare di sdrammatizzare un pochino l'argomento indicato dal titolo.

La linguistica è lo studio scientifico del linguaggio umano e, in quanto tale, si occupa di descrivere le sue caratteristiche a livello fonetico, fonologico, sintattico e semantico.
Alice Howland, la protagonista della storia che sto per riassumere, è una celebre e stimata docente di linguistica alla Columbia University.
E' una donna molto gratificata dal suo lavoro e molto contenta della bella famiglia che ha formato.
Ha un ottimo rapporto con suo marito John, un abile chimico, ed è una madre molto presente per tutti i suoi tre figli: Anna, Tom e Lydia.
Li ha cresciuti e li sta osservando raggiungere i loro obiettivi nella loro prima età adulta: Anna aspetta due gemelli dal marito, Tom si è appena laureato in medicina e Lydia, la più giovane e la più sensibile, inizia a riscuotere un notevole successo presso il mondo del teatro.

Ma subito dopo il suo cinquantesimo compleanno ad Alice accade qualcosa di allarmante...


 Questa è una conferenza sull'acquisizione del linguaggio nei bambini.
Nella fase compresa tra i 18 e i 27 mesi di vita, i bambini, sebbene non siano ancora in grado di formare frasi complesse ma soltanto coppie di parole, ampliano notevolmente il loro bagaglio lessicale.
 Mentre parla della fase "telegrafica" di acquisizione del linguaggio, Alice non riesce a ricordare la parola "lessico", un termine che nel corso della sua carriera ha pronunciato un sacco di volte, un termine che un rinomato linguista deve sempre avere a portata di bocca.
Ironizza sul suo lapsus, ma in realtà nasconde la sua forte preoccupazione.

Oltre a ciò, accadono altri due episodi molto allarmanti.
- Mentre una mattina pratica jogging, perde l'orientamento geografico. Si ferma, stanca e ansimante, perché non ha idea di dove si trova, pur essendo passata innumerevoli volte in quella strada.

-Una sera Alice decide di invitare a cena il figlio Tom e la sua ragazza Jenny.
Alice dice per due volte a Jenny nel giro di tre minuti: "Piacere di conoscerti, io sono Alice, la madre di Tom".

La studiosa decide dunque di farsi visitare da un neurologo, sospettando di avere un cancro al cervello.
Dopo l'esito di una PET, la diagnosi del neurologo è tragica e devastante: esordio precoce del morbo di Alzheimer, con trasmissione ereditaria.
In effetti poco dopo, la figlia Anna scopre attraverso un test di essere positiva alla malattia.

E' bene specificare che nella fase iniziale della malattia Alice è ancora una donna ricca di risorse mentali, anche se dimentica gli appuntamenti e anche se a volte non le riesce più facile trovare il termine giusto in un discorso.

Il film si concentra molto anche sui rapporti familiari, oltre che sul decorso (tra l'altro abbastanza rapido nella seconda parte del film) della malattia.

La protagonista ha un buon rapporto con tutti e tre i figli.
In particolare, il rapporto con Lydia è molto stretto: c'è un dialogo vero e profondo tra di loro.
L'unico problema è che la madre fa fatica a comprendere le aspirazioni della figlia, ma non perché non la ami.
La vorrebbe laureata perché è convinta che Lydia abbia un'intelligenza brillante da sfruttare più nello studio che nei provini. Per Alice la figlia minore è "sprecata" nel mestiere dell'attrice.

Tra Anna e Lydia invece il rapporto è piuttosto conflittuale. Tenete presente che la differenza di età tra le due ragazze è abbastanza notevole e io credo sia più o meno questa: 28 anni la prima, attorno ai 20 la seconda.
Per tutto il corso del film, Anna considera la sorella come una ragazzina immatura e viziata, incapace di capire la triste realtà di una madre che giorno per giorno perde la cognizione di sé e di ciò che le sta intorno.
A me non è piaciuta molto la figura della figlia maggiore, anzi, mi sta decisamente antipatica per il fatto che giudica troppo facilmente chi in realtà è umanamente migliore di lei.
A questo proposito, è utile ricordare che durante una discussione di famiglia sulle condizioni di salute di Alice, Anna pronuncia una frase molto pesante: "Se a Lydia importasse qualcosa di nostra madre, ora non si troverebbe dall'altra parte degli Stati Uniti a fare provini".

In realtà, la ragazzina duramente criticata si rivela migliore di tutti gli altri componenti della famiglia, perché, quando la forma di Alzheimer della protagonista si aggrava notevolmente, si dimostra l'unica familiare disposta ad abbandonare tutti i suoi impegni quotidiani per occuparsi della madre, mentre il padre si trasferisce in Minnesota per motivi di lavoro e mentre gli altri due fratelli affermano di essere troppo occupati anche solo per poter visitare Alice.
Nell'ultima parte del film Anna e Tom non compaiono mai, è come se non esistessero.
Il padre invece dimostra tutto il suo orgoglio e tutta la sua riconoscenza per la figlia minore poco prima di partire, abbracciandola e dicendole: "Lydia, sei un uomo migliore di me."

D'altro canto, Lydia ritiene la sorella maggiore troppo saccente e anche un pochino insensibile.

 Questo è uno dei punti più significativi del film in cui, dopo un acceso conflitto tra sorelle, Lydia chiede alla madre che cosa si prova ad avere dei frequenti vuoti di memoria.



Riflettiamo sull'ultima parte del dialogo.
Lydia afferma tra le lacrime: "Certo, è orribile". 
E la madre, con un sorriso riconoscente le dice: "Grazie per avermelo chiesto." 
La sensibilità della ragazza le permette di confidare quegli stati d'animo e quelle angoscie che poco prima nemmeno il marito John prendeva sul serio.
La malattia neuro-degenerativa le avvicina ancora di più: l'adulta si sente ascoltata e amata profondamente, la ragazza invece è in grado di accogliere dentro di sé la tragedia che l'adulta sta vivendo.


LA VOGLIA DI LOTTARE:

C'è un punto in cui Alice, disperata per ciò che le accade, progetta il suicidio.
Come l'ho compresa in quel momento del film!
Una donna studia, crea una bella famiglia, continua a studiare con passione e vive dei suoi prolifici studi... fino al momento in cui non incontra nella strada della vita un profondo buco nero nel quale è destinata a sprofondare. Un buco nero che non era assolutamente prevedibile!
Non c'è rimedio all'Alzheimer: qualsiasi medicina non è in grado di rallentarne la progressione.
Quando ero una giovanissima liceale ero convinta del fatto che le persone molto intelligenti e molto colte non potessero essere soggette al morbo di Alzheimer.
Mi dicevo: "Sfruttano al massimo le capacità mentali e questo fa scomparire ogni rischio di demenza."
 Credo che il morbo di Alzheimer sia una delle malattie più umilianti che possano capitare.
Inizi a dimenticare alcuni nomi e concetti per poi degenerare sempre di più, fino a trascorrere gli ultimi mesi di vita a fartela addosso, senza più riuscire a cogliere minimamente il significato di qualsiasi discorso.
"Preferivo un tumore", dice Alice al marito.
Anche un tumore con metastasi ovviamente è devastante, ma almeno ti rimane un minimo di dignità cognitiva anche in punto di morte, anche quando sei imbottito di morfina.

In questa scena, Alice rivela al mondo la sua voglia di reagire alla disgrazia che l'ha colta.


Questa è l'ultima volta che lo spettatore vede Alice presente a se stessa.
Dopo questa scena inizia la seconda parte del film, dove si notano peggioramenti terribili: lentezza nei movimenti, incapacità di riconoscere i familiari, insonnia sempre più frequente, assoluta incapacità di immagazzinare nella mente ricordi molto recenti.
L'ammalata ha soltanto 50 anni, tenetelo ben presente.



FINALE:

Nell'ultima scena del film vediamo Lydia leggere un romanzo alla madre. Naturalmente quest'ultima non comprende nulla di ciò che viene letto perché, poverina, è completamente demente, ha molte rughe sul viso e gli occhi cerchiati.

Però il film di tanto in tanto compie dei brevi excursus nella mente della protagonista.
L'ultima scena si chiude con il ricordo un po' sfuocato di Alice ragazzina che cammina sulle rive del mare a braccetto con la madre.
Possibile che la donna riesca a ricordare un evento remoto mentre invece dimentica ciò che è accaduto pochi istanti prima?
I dubbi che rimangono allo spettatore sono questi: il ricordo che appare prima dei titoli di coda è davvero reale? Possono i piacevoli ricordi di infanzia resistere ad una malattia neurologica così terribile?


MORBO DI ALZHEIMER  VS  DEPRESSIONE:

Per curiosità ho voluto condurre un confronto. Qualcosa in comune c'è e comunque sempre di patologie neurologiche si tratta!
 

MORBO DI ALZHEIMER


DEPRESSIONE

E’ una malattia degenerativa progressiva, nel quale i sintomi di demenza peggiorano con lo scorrere degli anni.

E’ una malattia che nasce dall’incapacità di accettare una perdita o il non raggiungimento di un obiettivo.


Difficoltà nel ricordare informazioni apprese di recente.

Difficoltà a memorizzare informazioni apprese recentemente.

Insonnia.

Insonnia accompagnata da uno stato di agitazione oppure ipersonnia.


Difficoltà di concentrazione e difficoltà a completare le attività quotidiane.

Difficoltà di concentrazione.

Afasia, difficoltà nell’affrontare una conversazione, pronuncia di espressioni confuse o ripetute più volte. Questo porta irrimediabilmente all’isolamento sociale.


Isolamento sociale volontario e apatia.


Difficoltà di movimenti fino all’irrigidimento progressivo della muscolatura.



Passività motoria: nei casi più gravi ed allarmanti ci si rifiuta persino di alzarsi dal letto.

 Repentini cambiamenti di umore (soprattutto agli esordi), non ci si ricorda come ci si sentiva un attimo prima.


E' risaputo che un depresso è sempre cupo e tenebroso.




10 luglio 2017

Comprendere la vera amicizia attraverso i classici:


Ho appena terminato la sessione estiva, ci credete? Solo ora ho tempo per scrivere un post su un argomento che mi sta molto a cuore, soprattutto da qualche mese a questa parte.
Come avrete potuto intuire dal titolo, questo scritto è dedicato al tema dell'amicizia. Anche in questo caso i classici greci e latini mi sono stati di grande utilità per poter comprendere il vero significato di questa parola, che ai giorni nostri viene spesso banalizzata e sovraestesa.
Io partirei da un celebre esempio in letteratura greca.

AVVERTENZA! Per chi conosce sia la lingua greca che la lingua latina, o comunque una delle due, sappiate che le traduzioni in italiano dei passi citati sono mie e non sono proprio molto letterali. Non sono sbagliate, sono semplicemente "libere" e più adattate alle strutture sintattiche della nostra lingua.


ACHILLE E PATROCLO:

Iliade, libro XVIII°. (vv. 80-84)
Achille cura Patroclo

"ἀλλὰ τί μοι τῶν ἦδος ἐπεὶ φίλος ὤλεθ' ἑταῖρος
Πάτροκλος, τὸν ἐγὼ περὶ πάντων τῖον ἑταίρων
ἶσον ἐμῇ κεφαλῇ; τὸν ἀπώλεσα, τεύχεα δ' Ἕκτωρ
δῃώσας ἀπέδυσε πελώρια θαῦμα ἰδέσθαι
καλά· (...) "
"Ma di quale gioia potrò godere, dopo che è morto il mio caro compagno Patroclo, che io ho considerato al di sopra di tutti i compagni, anzi alla pari di me? Io l'ho perduto! Ettore lo ha spogliato delle armi enormi, meravigliose alla vista, belle (...)"

Ragioniamo sui termini greci: ἑταῖρος 
(letto etàiros) sta per "compagno".
Compagno in che senso?
Tra Patroclo e Achille c'era qualcosa di più di un sentimento di amicizia? Non possiamo saperlo con certezza.
L'ipotesi della loro omosessualità ha goduto di grande successo per diversi secoli, ma ora, grazie agli studi accurati di filologi tedeschi, si tende a scartare questa idea a favore di una stretta e forte relazione di amicizia che li legava. Come precisavo lo scorso anno, in tutta l'Iliade non è mai descritto alcun rapporto sessuale omoerotico, mentre invece è chiaro che le schiave dei guerrieri omerici erano certamente le amanti di questi ultimi, o comunque oggetti per soddisfare i loro desideri carnali.
Se, al contrario di me, propendete di più per l'idea omoerotica, potete pure contestare questo esempio che porto; tanto non mi offendo. Però leggete comunque, perché io sono convinta che il furioso Achille, a proposito di affetti, abbia qualcosa di positivo da insegnare a noi uomini del XXI° secolo.

Negli ultimi anni questa parola è diventata sinonimo di "convivente" o comunque di "fidanzato", ma nell'VII° secolo a.C. e nella lingua omerica non era questo il primo significato.
Qualsiasi dizionario di greco antico riporta come principale significato di ἑταῖρος l'espressione "compagno d'armi" e poi c'è anche quella di "amico". Ora rileggete una mezza frase della mia traduzione: "il mio caro compagno Patroclo, che io ho considerato al di sopra di tutti i compagni".
La prima volta, questo termine è utilizzato soprattutto in senso affettivo, in senso cioè di "amico molto importante". Sì, perché Patroclo era la metà di Achille, era parte di lui.
Patroclo era mite, tranquillo, saggio. Achille era soprattutto impetuoso, violento, iracondo.
La seconda volta, la stessa parola amplia il proprio significato anche nel senso di "membro dello stesso esercito". Però, Patroclo vale di più di tutti gli altri, in ogni caso. Sia in senso affettivo sia nel senso di valore militare. Con Patroclo, Achille diventava premuroso e gentile.
Patroclo è un compagno in tutti i sensi, proprio come indica l'etimologia latina "cum+ panis", ovvero, "condividere lo stesso pane". Ogni vero amico è un compagno.
La vera amicizia implica condivisione di stile di vita, di ideali, di interessi. E perché no, di tanto in tanto anche di cibo mangiato in compagnia in qualche ristorante, tra una chiacchiera e l'altra, tra una risata e l'altra.
Un vero amico è una parte di noi che si illumina ogni volta che lo incontriamo o comunque ogni volta che lo sentiamo, qualunque sia il mezzo elettronico da noi utilizzato.
Non è nostro amico chi compare diverse volte nei selfie di gruppo, quanto piuttosto chi è capace di starci vicino nei momenti di difficoltà, chi, nonostante abbia una manciata di impegni e di doveri da svolgere, cerca volentieri una sera o una mezza giornata libera da poter trascorrere con noi, se gli stiamo davvero a cuore.
Non voglio demonizzare le fotografie. Le fotografie sono la memoria di bei momenti vissuti, ma ricordiamoci che raffigurano immagini bidimensionali di corpi e di volti che cambiano nel tempo.
Se ti senti veramente amico di qualcuno, senti abbastanza spesso anche il bisogno di abbracciarlo, in qualche modo di "godere" della sua fisicità.

E qui inserisco un video in cui il prof. D'Avenia parla dell'amicizia in una conferenza. Cita anche l'Odissea. E aggiunge qualcosa in più rispetto a ciò che ho scritto io sopra.



Iliade, libro XVIII°. (vv. 90-93)

"(...) ἐπεὶ οὐδ' ἐμὲ θυμὸς ἄνωγε
ζώειν οὐδ' ἄνδρεσσι μετέμμεναι, αἴ κε μὴ Ἕκτωρ
πρῶτος ἐμῷ ὑπὸ δουρὶ τυπεὶς ἀπὸ θυμὸν ὀλέσσῃ,
Πατρόκλοιο δ' ἕλωρα Μενοιτιάδεω ἀποτίσῃ."

"... dal momento che il mio cuore non mi esorta né a vivere né a convivere con gli altri uomini se prima Ettore non perda la vita, dopo essere stato colpito dalla mia lancia, e l'uccisione non paghi del Meneziade Patroclo."

 La vendetta. Ecco a che cosa pensa l'impetuoso Achille. Pensa alla vendetta, pieno di odio e di rabbia com'è. Ettore ha massacrato il suo più caro amico, per questo non può essere degno di perdono.
D'altra parte, come ci comporteremmo noi se qualcuno facesse del male ai nostri più cari amici?
Se arrivassimo all'omicidio per vendetta saremmo "pazzi e violenti", proprio come il padre di Ettore definisce Achille.
Però nella fase più acuta dell'amarezza e della rabbia potremmo arrivare a pensare di poter vendicare la violenza con la violenza. Perché siamo umani fragili e non siamo buoni come Gesù.
θυμὸς (zumòs) è sinonimo di ψυχή (la psiche), ma al contrario di ψυχή, oltre a significare "cuore, anima", significa anche "ira". In un contesto come questo ci sta. Achille, dal cuore addolorato, straziato e pieno d'ira, medita di uccidere Ettore in un duello per poter trovare pace nell'animo.

Iliade, libro XVIII°. (vv. 98-100)

"αὐτίκα τεθναίην, ἐπεὶ οὐκ ἄρ' ἔμελλον ἑταίρῳ
κτεινομένῳ ἐπαμῦναι· ὃ μὲν μάλα τηλόθι πάτρης
ἔφθιτ', ἐμεῖο δὲ δῆσεν ἀρῆς ἀλκτῆρα γενέσθαι."

"Vorrei morire subito, poiché non mi apprestavo a soccorrere il compagno che era in punto di morte; egli molto lontano dalla patria è perito, ed era necessario che io lo difendessi dalla morte."

E qui non emerge forse l'istinto protettivo che si ha verso gli amici? Qui c'è il senso di colpa per l'assenza e la lontananza, oltre che la disperazione.
Achille è un guerriero omerico dai sentimenti molto forti.


CICERONE, "DE AMICITIA":

Questo è un trattato, non è un racconto epico. Ma contiene perle di saggezza.

(Inizio 20) "Quanta autem vis amicitiae sit, ex hoc intellegi maxime potest, quod ex infinita societate generis humani, quam conciliavit ipsa natura, ita contracta res est et adducta in angustum ut omnis caritas aut inter duos aut inter paucos iungeretur."

"Quanta poi sia la forza dell'amicizia, ciò può essere soprattutto compreso da questo, che a partire dall'infinita società del genere umano, che la natura stessa favorisce, il legame è così ristretto e così serrato che tutto l'affetto si stringe tra due o tra pochi."

Qui vorrei focalizzarmi sul termine "societas" per formulare un ragionamento.
Sembra un termine banale, di immediata traduzione, ma ecco a voi i vari significati che comprende: "società, vincolo, complicità, alleanza, legame". E ne ho citati soltanto cinque.
Quello che qui Cicerone vuole comunicarci è che la società è fatta di molte persone, tutte diverse l'una dall'altra per aspetto fisico e per caratteristiche della personalità. Le società umane sono così perché la natura umana è variegata.

Il numero massimo di amici che possiamo avere è dieci, diceva Alessandro D'Avenia sopra.
Globalmente ha parlato molto bene, ma qui mi permetto di correggerlo: i veri amici si contano sulle dita di una mano, non di due. In questo paragrafo, Cicerone definisce l'amicizia come un legame molto stretto che è possibile creare tra pochissime persone, più facilmente tra due persone.
Ed è la verità.
Viviamo in un secolo in cui, soprattutto a causa di internet e dei social network, si fa fatica ad essere selettivi, aggettivo invece che a me ancora sia addice, nonostante faccia un largo uso dei mezzi tecnologici ed elettronici.
Cosa vuol dire essere selettivi? Ignorare completamente chi non ci piace? No!
Significa "distinguere", nell'infinita varietà del genere umano, chi è più affine a noi da chi lo è meno. "Selezionare" le persone non equivale ad essere chiusi e musoni.
Per "selezionare" bisogna innanzitutto soddisfare il proprio desiderio di conoscere molte persone attraverso esperienze e attività per poi legarsi profondamente con poche, con quelle poche persone autentiche e solide che sono disposte a "sopportarci" come compagni nel viaggio della vita.

Nel paragrafo precedente, Cicerone fa un confronto tra rapporti con i parenti e rapporti con gli amici.
Eccolo:

(19) "Sic enim mihi perspicere videor, ita natos esse nos ut inter omnes esset societas quaedam, maior autem ut quisque proxime accederet. Itaque cives potiores quam peregrini, propinqui quam alieni; cum his enim amicitiam natura ipsa peperit; sed ea non satis habet firmitatis. Namque hoc praestat amicitia propinquitati, quod ex propinquitate benevolentia tolli potest, ex amicitia non potest; sublata enim benevolentia amicitiae nomen tollitur, propinquitatis manet."

"Infatti mi sembra di capire che noi siamo stati generati così che tra tutti vi sia un vincolo tanto più grande quanto più ciascuno viene a trovarsi vicino. E così i cittadini sono da preferirsi ai forestieri, i parenti agli estranei. Con i parenti infatti la natura stessa impone l'amicizia, ma non sempre i rapporti tra i familiari sono abbastanza buoni. Dunque per questo l'amicizia è superiore alla parentela: dalla parentela può venir meno l'affetto, dall'amicizia no: sottratta la benevolenza all'amicizia viene tolto il nome, mentre alla parentela rimane."

Ciò che ho tradotto come "bontà dei rapporti" lo indica la parola "firmitas, firmitatis", il cui senso è "solidità, consistenza".
"Consistenza" a sua volta deriva dal verbo latino "consisto", ovvero, "prendere posizione, star saldo".
Anche questo significato rimandava, nell'epoca dell'Antica Roma, al campo della pratica di guerra, ma ci fa riflettere su come dovrebbe essere la psicologia di un serio rapporto tra amici.

A che cosa rimanda dunque la "consistenza nei rapporti"? Come è possibile in un periodo come questo, in cui la superficialità dilaga?
 Dal punto di vista di una semplice amicizia rimanda esattamente a questo che sto elencando sotto:

1) Abolire le doppie facce e le bugie. Se vuoi davvero bene a una persona, o comunque se vuoi fartela amica, evita di dire cose false. Le menzogne fanno male e deteriorano i rapporti. L'autenticità li fa fiorire.

2) Essere d'aiuto. Accorrere in aiuto di una persona alla quale vuoi bene è basilare se sai essere davvero amico. E non bisogna mai vergognarsi a chiederlo, a maggior ragione se ti fidi veramente di una persona che ti è amica, e magari da diverso tempo.

3) Pensarsi. Non è necessario vedersi ogni giorno per consolidare il legame. Pensarsi in alcuni momenti della giornata significa essere in sintonia l'uno con l'altro.

4) Incontrarsi. L'incontro rinnova l'affetto. Se per molto tempo non vedi più una persona, il legame si affievolisce o si raffredda. Il "non ho tempo", in un rapporto, non dovrebbe esistere!
Siamo giovani e pieni di impegni e sarebbe molto grave se non lo fossimo!
Ma la nostra vita non è fatta soltanto di studio, di lavoro, di varie attività e interessi. Tutto questo non dovrebbe precluderci il diritto alla vita sociale. La vita è fatta anche di relazioni.

 5) Condividere. Non tanto le foto e i video. Anche quelli, sì. Ma io mi sto riferendo soprattutto ai momenti. Ai dialoghi e ai silenzi. Non è negativo rimanere in silenzio per un po' e, mentre scorrono i pensieri, cercare di indovinare i pensieri dell'altro. Il silenzio non corrisponde sempre all'imbarazzo o al vuoto interiore. Il silenzio è anche tranquillità e armonia.

6) Fare cose indimenticabili. Non stordirsi collettivamente con l'alcool, le droghe e la discoteca.
Fare cose indimenticabili nel senso di una passeggiata e una cena.

22 giugno 2017

Da che cosa si vede la maturità di uno studente?!


E' un articolo che ho appena letto su "Avvenire" e che ricopio qui, dal momento che l'ho trovato molto significativo. Naturalmente l'ho anche commentato!

"Da che cosa si vede la maturità di uno studente? Dalla memoria? Dai calcoli? Dalla parlantina? Dalle formule? Dalle date? Sì, anche da questo ma soprattutto dalla lingua. Dalla ricchezza, dalla precisione, dalla correttezza della lingua. La lingua dello studente maturo deve essere chiara, senza intoppi, senza errori di ortografia, senza errori di sintassi.
Chi ha una lingua inceppata da storture ortografiche o sintattiche non ha un pensiero limpido, non ragiona bene, non capisce con prontezza: se non padroneggia la lingua, non domina il pensiero e non si orienta nella realtà. 
Uno che dice o scrive: "io credevo che tu eri" o "io credevo che tu sarai", non eredita l'espressione e la comunicazione dei secoli precedenti, non è in grado di continuarla, non può avere funzioni di dirigente nello spazio pubblico, non può diventare un capo, non può essere eletto in Parlamento e non può fare il ministro. Può fare il dirigente di una società privata, questo sì. Nel privato si può premiare ad libitum. Abbiamo avuto un direttore generale di una società di telecomunicazioni che insediandosi ha pronunciato un discorso in cui prometteva che avrebbe portato i suoi dipendenti alla vittoria "come ha fatto Napoleone con i suoi soldati a Waterloo, dove ha realizzato il suo capolavoro".
Qualche mese dopo un giornale cercò di capire se per quell'errore squalificante al supremo direttore avevano decurtato lo stipendio. No, glielo avevano aumentato. Però quel che succede nel privato, affari loro. Quello che succede nel pubblico, affari nostri. 
E si dà proprio il caso che abbiamo senatori che sbagliano i congiuntivi e i condizionali, usano gli uni al posto degli altri, o usano l'indicativo al posto di entrambi. Sentirli parlare è deprimente. Perché non sono errori della lingua, ma sono errori del pensiero. Saltando dal congiuntivo al condizionale o all'indicativo, saltano dall'ipotesi e dall'irrealtà alla realtà. Senza accorgersene.  Il sospetto, non campato in aria, è che possano commettere lo stesso errore quando apprestano una legge, o decidono un voto o varano una manovra. 
Posso esprimere un pensiero che mi gira per la testa da cinque minuti e, se non lo batto al computer, non se ne va? 
Cesare conquistò la Gallia con operazioni militari, ingegneristiche e governative sapienti. Cesare scriveva bene. Ergo: Cesare conquistò la Gallia perché scriveva bene. Le qualità di stratega si combinavano il lui con le qualità scrittorie. I congiuntivi e i condizionali sbagliati vengono dal Senato; le "traccie" con la i sono venute ieri da un qualche dirigente del Ministero dell'Istruzione. 
In una direttiva per i candidati alla maturità. L'errore è apparso in rete, la rete si è scatenata, l'errore è stato ritirato ma intanto ci si pone una domanda:  se i maturandi scrivono così in un tema di maturità vengono maturati o no? Avendo fatto, per una decina d'anni, il commissario di maturità, mi permetto di dire che non boccerei un maturando per un errore di questo genere. 
Però un conto è un maturando, un conto è un ministero.
Più in su si va, più perfetta dev'essere la lingua che si usa. Avere padronanza della lingua significa spiegarsi bene e capire bene quelli che ti parlano. E' il requisito fondamentale per chi sia a capo di qualcosa. 
All'esame di maturità è questo che viene fuori: se il maturando sa esprimersi e dunque se sa ragionare. Dopo, nella vita, non farà altro che affrontare prove come questa.  
Il maturando crede che la Maturità  sia l'ultimo spauracchio della vita. Invece è il primo. 
Tutte le tappe della vita sono così. Se, una volta diplomato, cercherà lavoro, è questo che gli serve: andare all'incontro e far capire che ha un mondo dentro di sé, un mondo ordinato, senza confusione tra ipotesi e realtà. 
La lingua costituisce le nostre fondamenta. Tutto quello che costruiamo, poggia lì sopra."


Inizio il mio commento all'articolo partendo da una considerazione che io stessa avevo fatto il giorno dopo la mia prova orale di maturità (che è stata il 25 giugno 2014): "la seconda prova è in genere ostica e difficile ed è fatta sostanzialmente per valutare le competenze tecniche dell'allievo, mentre l'interrogazione, come d'altronde la prima prova, rivelano anche il livello di maturità psicologica dello studente."

A distanza di tre anni, mi trovo ancora abbastanza d'accordo con questa affermazione.
La seconda prova verte soprattutto sulle conoscenze nozionistiche di un allievo, ovvero: la versione al Classico mira a valutare la capacità di tradurre un testo di una lingua antica (con la speranza che dal Miur provenga un autore studiato in letteratura e tradotto più di una volta in classe durante la quinta!), la prova di matematica allo Scientifico è fatta di problemi e di procedimenti di calcolo complessi, aridi e laboriosi (per questo sono davvero bravi quelli che ne vengono fuori brillantemente!), la prova di inglese al Linguistico si basa per lo più sulla comprensione e sull'analisi di un testo, la seconda prova al Liceo Musicale chiede agli studenti dapprima di analizzare un brano tratto dalla storia della musica e poi di creare una composizione.
Questi sono soltanto alcuni esempi.
Le seconde prove sono tutte relative alle materie di indirizzo che caratterizzano le scuole superiori e quindi vengono proposte per misurare la maturità prettamente scolastica di un giovane.
Le prove scritte sulle materie caratterizzanti hanno sostanzialmente la stessa funzione della terza prova.  Il cosiddetto "quizzone" di solito è fatto di dieci domande, ovvero: cinque materie e due domande per ciascuna materia (io l'ho fatto così, ma i miei amici poco più grandi di me e provenienti da indirizzi scientifici l'hanno fatta di quattro materie e tre domande per materia).

Si parla di abolire la terza prova a partire dal prossimo anno e di dare più importanza, dal punto di vista del calcolo del punteggio finale, alla media scolastica del quinto anno e di conseguenza anche al numero dei crediti formativi accumulati durante il triennio.
Sinceramente, per una volta tanto, mi trovo d'accordo con le intenzioni ministeriali. Se si riformasse così l'esame di maturità sarebbe proprio una grande idea!
Perché effettivamente il "quizzone" è un po' assurdo: uno studia tutto il programma di tutte le materie, ci mette impegno e fatica e poi magari capitano quelle due domande o troppo generiche o troppo specifiche, alle quali non riesce a rispondere in modo esauriente o soddisfacente.
E in quindici righe poi, se non ricordo male!!

Ad ogni modo, le prove che possono mettere in evidenza la maturità psicologica di un ragazzo sui 19 anni sono proprio il tema di italiano e l'esame orale.
In un tema non ci sono soltanto nozioni e conoscenze da esprimere, ma bisogna anche saper elaborare criticamente i contenuti dei testi o delle citazioni proposte, inserendo anche degli apporti personali derivati dalla capacità di pensare in modo concreto.
La logica non è inerente soltanto alla matematica. La logica riguarda anche la capacità di organizzare frasi e periodi e l'abilità di incastrare i contenuti in modo fluido e coerente in un testo unico!

L'orale è un colloquio che misura la padronanza dello studente nel gestire sia il proprio bagaglio culturale sia un linguaggio corretto e formale.
E' soltanto all'orale che te li ritrovi tutti di fronte a te, mentre spieghi la tesina: il Presidente della Commissione, i commissari esterni e i professori interni.
In poco meno di trenta minuti di colloquio loro riescono a comprendere: il tuo senso di responsabilità, le tue materie preferite, i tuoi interessi extra-scolastici, la tua abilità nel dialogare e nel relazionarti con degli adulti, l'avvenuta o meno acquisizione della giusta patina sociale in un determinato contesto e anche alcune caratteristiche del tuo temperamento, positive o negative che siano.

E' durante il tema e durante l'ultima grande interrogazione che si comprende se, nel corso del quinquennio e dunque nel corso dell'adolescenza, una persona ha acquisito anche un certo tipo di maturità, che gli sarà poi utile e necessaria per il resto della vita.

Se io avessi dovuto affrontare la maturità quest'anno, avrei scelto la traccia di argomento artistico-letterario, cioè quella sulla Natura come idillio o minaccia.
Tre anni fa invece, secondo le statistiche, io rientravo in quel 4% di studenti che avevano sviluppato l'analisi letteraria sulla poesia di Quasimodo intitolata "Ride la gazza, nera sugli aranci".
Avevo preso 15 nel tema. Avevo preso il massimo che si poteva prendere in una prova scritta.
Mentre la svolgevo, non mi ero preoccupata molto del fatto che Quasimodo non fosse stato affrontato nel programma di letteratura italiana.

Ammetto che negli ultimi quattro anni sono state assegnate tracce di analisi letteraria su autori che non venivano e tuttora non vengono affrontati nei programmi. Nel 2013 era il caso di Claudio Magris, quest'anno è stato il caso di Giorgio Caproni. E nel 2014 c'era Salvatore Quasimodo.
Ma questo non dovrebbe spaventare nessuno, almeno a mio avviso.
Io, dopo aver letto un paio di volte la poesia, avevo capito che potevo benissimo spiegarla facendo collegamenti con Pascoli, Leopardi e Ungaretti, dal momento che c'erano delle tematiche che si assomigliavano tra la lirica di Quasimodo e i vari componimenti che avevo in mente di citare.
Chi ha fatto la maturità nel 2013 e si è trovato la tematica del viaggio secondo Magris invece era preoccupatissimo e spaventatissimo! Lo ha dimostrato soprattutto il fatto che in quella mattina ben 544 disperati stavano consultando il mio tema da 8 e 1/2  pubblicato su questo blog e intitolato: "Il viaggio come metafora della vita", dove appunto si citava un discorso di Magris.
Ah, non preoccupatevi, non mi sono per niente arrabbiata! Ho riso moltissimo, e rido anche ora!
Non tanto per il fatto che abbiate copiato qualche spunto, ma perché, cavolo, alle ingiustizie scolastiche si deve reagire! Senza smarthphones di riserva e senza panico. Non era necessario spaventarsi così tanto.
Avete studiato tutto l'Ottocento italiano e poi anche Ungaretti, Montale e Calvino e che cosa vi danno invece?? Magris, scrittore ancora vivente! Sono stati ingiusti, lo ammetto, ma a mio avviso, quello che si deve fare all'inizio della prima prova è prendere un respiro profondo, concentrarsi, leggere bene le richieste di tutte le tracce (tanto danno sei ore di tempo) e poi sceglierne una, domandandosi: "Posso servirmi bene delle mie conoscenze letterarie, anche se questo è un autore che non ho mai studiato? Sono in grado di creare dei collegamenti interessanti e sensati?"


Per quel che riguarda il linguaggio, naturalmente condivido tutto quello che scrive questo signore e vi rimando al latino. I meccanismi che regolano le infinitive possono risultare validissime per ragionare anche sull'italiano.
Ecco qui come:

1a) "Io credevo che tu eri".
1b) "Io credevo che tu sarai". 

I verbi di queste due frasi rimandano a due esempi in latino che aiutano a ragionare sul motivo per cui queste due frasi siano sbagliate.

1b) "Putabam amicos meos fideles fuisse".
2b) "Putabam amicos meos fideles futuros esse".

1) "Credevo che i miei amici fossero stati fedeli."
(non ci va l'indicativo, credere non implica certezze e quindi qui può starci solo il congiuntivo, secondo un rapporto di anteriorità).

2) "Credevo che i miei amici sarebbero stati fedeli."
(non il futuro semplice, perché quel "credevo" della frase principale è già passato. Se fosse: "Puto amicos meos fideles futuros esse", allora va bene tradurre con "saranno").

Quelle due frasi latine si riferiscono a due diverse situazioni della realtà, collocate in diversi spazi temporali.
Utilizzare bene la sintassi significa avere la giusta percezione della realtà e saper distinguere ciò che è certezza da ciò che è possibilità o condizione.

Due umili consigli e una canzone dedicata a chi affronta la maturità quest'anno e con questo caldo abbastanza anomalo:

-Preoccuparsi durante gli scritti non serve a molto.
Se li avete fatti bene durante le simulazioni di metà maggio, molto probabilmente ora otterrete più o meno gli stessi risultati.
Non continuate a ripassare quello che già mille volte avete ripassato durante questo intenso anno scolastico.
Non vogliatevi troppo male con questa calura estiva, ripassate "senza rompervi troppo" e fatevi un bagno o una passeggiata. Godetevelo già a partire da adesso l'inizio dell'estate.

- Non lasciate che un 60, un 90 o un 100 con lode influiscano sul vostro livello di autostima. Questi sono soltanto voti che scaturiscono da una serie di prestazioni scolastiche.
Come la mia media universitaria del quasi 28. Non è questo numero che fa di me una brava persona.
Questo numero dice che ho scelto bene la mia facoltà universitaria e che sono portata verso un certo campo di studi. Ma non dice che sono sensibile.

Sempre sul tema del viaggio, il mitico Cremonini!
... Perché sappiate che la maturità non è l'ultima tappa della vita.






3 giugno 2017

La monaca di Monza: malvagia o debole?


Scrivo questo post per dimostrare ai molti attuali insegnanti di lettere che greco, latino e letteratura non sono discipline inutili. Bisognerebbe cambiare il modo di insegnarle ai ragazzi, secondo me.
Io ho conosciuto molti insegnanti di materie umanistiche, molti di loro sono miei conoscenti.
Una di questi, pur insegnando alle superiori da un sacco di tempo, è convinta che Manzoni non serva a nulla e quindi non lo spiega più, perché lo ritiene "noioso e non attuale". E io naturalmente non condivido affatto!
Un altro invece, nei suoi programmi di letteratura italiana, ha deciso di saltare Pascoli perché lo ritiene "un depresso che si piange addosso". E io naturalmente non condivido. E se i suoi poveri studenti se lo trovano nello scritto della maturità che cavolo fanno??!

D'altra parte, che cosa possono trasmettere degli insegnanti che non credono in ciò che insegnano?
Dopo la fine della Magistrale cercherò di ottenere una cattedra di italiano e latino al biennio scientifico.

Per poter comprendere bene la figura della Monaca di Monza è necessario un po' di latino.
Quando mi troverò a fare una lezione su questa figura, farò all'inizio un bel po' di domande ai miei allievi.
Prendiamo due frasi:

1) Velim legere.
2) Vellem legere.

Che differenza c'è tra queste due forme?

Un ragazzino di quindici anni, se studia non ha difficoltà a dirmelo.
"Velim" e "vellem" derivano entrambi da "volo" (=volere) ed entrambi sono prime persone singolari.
Il primo però è un congiuntivo presente, il secondo invece un congiuntivo imperfetto (inf." velle"+ desinenza -m).
Una traduzione che rispetta appieno i principi grammaticali è questa: "che io voglia leggere" per il primo caso e "che io volessi leggere" per il secondo.
Ma in un contesto come questo il modo congiuntivo non va bene, occorre il condizionale, che tra l'altro in latino classico non esiste.
E quindi:

1)Vorrei leggere. (e ho il tempo per farlo ora)
2) Avrei voluto leggere. (ma non ne ho avuto il tempo e quindi non ho potuto)

Perché la Monaca di Monza dovrebbe aver a che fare con tutti questi ragionamenti?
... eh, la Monaca di Monza è "velleitaria", ecco l'aggettivo giusto per poterla definire.

Quindi, che differenza c'è tra volitivo e velleitario? Tutti e due sono stati originati dal verbo "volo".
E quindi? Una persona volitiva sa quello che vuole, si prefigge degli obiettivi e manifesta una forte determinazione nel perseguirli.
Un velleitario desidera qualcosa ma non è abbastanza forte per poter essere tenace, oltre che desideroso. Nella condizione di velleitarismo vi è una grande sproporzione tra ciò che si vuole e l'impossibilità o l'incapacità di poterlo ottenere.
"La velleità è un'aspirazione irrealizzabile", dice il mio Garzanti.


LA STORIA DI GERTRUDE:

Nel corso del IX° capitolo del suo stupendo romanzo, Manzoni compie una digressione fondamentale raccontando le vicende di un personaggio così negativo.

"La nostra infelice era ancor nascosta nel ventre della madre, che la sua condizione era già irrevocabilmente stabilita. Rimaneva soltanto da decidersi se sarebbe un monaco o una monaca; decisione per la quale faceva bisogno non il suo consenso ma la sua presenza."

Era l'ultima figlia di un nobile principe,che Manzoni non nomina mai nel corso del romanzo. O meglio, non scrive mai il suo nome proprio, ma più avanti lo designerà sempre con l'espressione "il principe padre", per segnalare ai lettori la sua autoritarietà e il suo cinismo egoistico.
Nel "Fermo e Lucia", il padre della monaca è il Conte Matteo. Ma nel passaggio dal "Fermo" ai "Promessi Sposi",  lo scrittore milanese gli nega perfino il diritto a un nome proprio.

Se i figli dei contadini erano costretti a rinunciare all'istruzione e a vivere nella miseria fino alla morte, i figli dei nobili ricchi non potevano quasi mai scegliere da soli un percorso di vita.
Per esempio, se i figli di un duca erano cinque, i primi due erano destinati a matrimonio combinato e gli altri tre alla vita religiosa. Era una questione prevalentemente economica, tanto all'epoca, i sentimenti e le intenzioni dei figli non contavano a nulla.

"Bambole vestite da Monaca furono i primi balocchi che le si diedero in mano; poi santini che rappresentavano monache e quei regali erano sempre accompagnati con grandi raccomandazioni di tenerli ben di conto, come cosa preziosa (...)".

Però notate bene che nessun familiare le dice mai in modo chiaro e diretto: "Devi assolutamente farti monaca ed entrare in convento da grande". E' un'imposizione se vogliamo blanda, ma psicologicamente dannosa. Il principe padre non le impone la sua volontà quando lei è bambina, ma crea in casa un clima tale che possa ispirare la figlia a intraprendere la clausura. Terribile!

"A sei anni, Gertrude fu collocata per educazione (...) nel monastero dove l'abbiamo veduta; e la scelta del luogo non fu senza disegno. "

"Gertrudina, nutrita nelle idee della sua superiorità, parlava magnificamente dei suoi destini futuri di badessa, di principessa del monastero, voleva ad ogni costo essere per le altre oggetto di invidia (...).
I parenti e le educatrici avevano cresciuto e coltivato in lei la vanità naturale, per farle piacere il chiostro."

Rimane nel collegio del monastero per otto anni. E' una bambina vanitosa, antipatica, superba, viziata da tutti gli adulti che le stanno intorno e che la vedono crescere. Le educatrici trattano molto meglio lei rispetto a tutte le altre.
In quegli anni però, viene a contatto con delle ragazzine che non sarebbero diventate suore ma sarebbero invece state destinate al matrimonio. Vorrebbe essere lei invidiata dalle sue compagne, invece è lei stessa che si ritrova a odiarle.

"Invidiandole, le odiava; talvolta l'odio s'esalava in dispetti, in isgarbatezze, in motti pungenti."

E che succede poi? Che, aiutata da alcune compagne, la ragazzina scrive una lettera al padre manifestando la sua vera volontà, cioè dicendo chiaramente di non voler intraprendere la vita claustrale.
Ma, una volta conclusi i suoi anni di istruzione, ritorna a casa purtroppo.

"I parenti eran seri, tristi, burberi con lei, senza mai dirne il perché. Si vedeva solamente che la riguardavano come una rea, come un'indegna. (...) Di rado e solo a certe ore stabilite, era ammessa alla compagnia dei parenti e del primogenito. Tra loro tre pareva che regnasse una gran confidenza, la quale rendeva più sensibile e più doloroso l'abbandono in cui era lasciata Gertrude. Nessuno le rivolgeva il discorso e quando essa arrischiava timidamente qualche parola, che non fosse per una cosa necessaria, o non attaccava o veniva corrisposta con uno sguardo distratto, o sprezzante o severo."

Gertrude era stata cresciuta nell'orgoglio e quindi non essere minimamente degnata di attenzione è ciò che di più doloroso può subire una ragazzina superba come lei.
E comunque, da queste righe, si comprende bene il punto di vista che assume l'autore. Manzoni riconosce la corruzione di Gertrude, ma, nell'analizzare il suo vissuto, prova anche una sincera compassione per lei. Gli aggettivi che le attribuisce spesso sono "infelice"; "misera" e "sventurata".

Gertrude si invaghisce di un paggio, un giovane servitore della sua casa. E gli scrive una lettera.
Ma, scoperta dal padre, viene condannata a una disumana reclusione per molti giorni.
Per rimediare ai suoi comportamenti, la ragazzina scrive una lettera al padre per chiedergli perdono (di cosa poi, non ho mai capito bene. In senso logico ovviamente, non in senso concettuale) e per rinnovare il suo desiderio di farsi monaca.
Questo basta per liberarla dall'ingiusta reclusione in camera.

Tu mi chiedi perdono? Non basta che tu me lo chieda, devi meritartelo! E ti conviene farti monaca, perché, se anche io volessi trovarti marito, chi mai ti sposerebbe, dopo questi tuoi indecenti comportamenti?

Sono semplicemente entrata nella mente del principe padre.
Tra i parenti però, Gertrude riacquista credito e benevolenza. Ma si può parlare di benevolenza?
Che familiari sono coloro i quali impongono ad una ragazzina un futuro che lei non vuole? Quale bene possono volerle?

Ad ogni modo, pochi giorni dopo a Gertrude si presenta l'occasione di poter tornare indietro, cioè di rifiutare di conseguire i voti perpetui. Era la regola infatti che ogni giovane venisse esaminata da un sacerdote.

"Sente lei in cuor suo una libera, spontanea risoluzione a farsi monaca? Non sono state adoperate minacce o lusinghe? Non s'è fatto uso di nessuna autorità per indurla a questo?"

Eccole qui, le domande del vicario delle monache. Ma lei mente sempre contro se stessa e così diventa monaca.

E diviene corrotta, triste, tormentata. Diviene l'amante del nobile Egidio e con lui uccide una consorella che aveva minacciato di rivelare la loro relazione alla madre superiora.


VALIDITÀ STORICA DELLA MONACA DI MONZA:

Come l'Innominato, come il cardinale Borromeo e come Fra' Cristoforo, anche la Monaca di Monza è un personaggio storicamente esistito.
Il suo vero nome era Marianna de Leyva, figlia del conte Martino de Leyva.
A sedici anni era stata costretta dal padre a divenire monaca e aveva cambiato il nome in "Suor Virginia Maria".
Aveva avuto una lunga relazione con il conte Gian Paolo Osio, dalla quale erano nati due figli, dati poi in affido alla loro nonna paterna.
Venuto a conoscenza dello scandalo, il Cardinale Federigo Borromeo l'aveva fatta processare e, dopo il processo, era stata murata viva per vent'anni a Santa Valeria (Milano), priva di contatti con l'esterno ad eccezione di una piccola feritoia dalla quale venivano fatti passare i viveri indispensabili per la sopravvivenza.





Lo so anch'io che la tematica della monacazione forzata non è più attuale oramai.
Ma, come ho dimostrato sopra all'inizio del post, permangono certi sentimenti e certi comportamenti, che molte parole delle lingue antiche hanno reso attuali.

Però è ancora attualissimo il fatto che alcuni genitori facciano intraprendere ai loro figli delle strade che questi ultimi non vorrebbero intraprendere; magari dal punto di vista degli studi superiori e universitari e addirittura dal punto di vista della carriera lavorativa.
Alcuni padri non lasciano i loro figli liberi di scegliere la vita che vogliono.
Pensate a un padre che è odontoiatra e proprietario di uno studio dentistico. Suo figlio vorrebbe però diventare avvocato, ma il genitore gli dice: "Eh no, hai già lo studio dentistico pronto! Quindi studia odontoiatria, così hai il lavoro sicuro."
E non è questo un genitore autoritario? Sicuramente è un adulto che non immagina nemmeno lontanamente che razza di enorme supplizio sia studiare qualcosa controvoglia!

Ad ogni modo, il romanzo di Manzoni è un romanzo storico, quindi perché non si dovrebbe insegnarlo? La storia è sempre e comunque parte di noi. E' male ignorarla o non saperla.





"SENTIERI PARTIGIANI"- P. MALAGUTI (II):

Ci sono altri passaggi piuttosto interessanti all'interno di Sentieri partigiani. 4) LA FINE DI BENITO MUSSOLINI: Nell'estate 2010,...