3 settembre 2020

Alcune poesie tratte da "Lavorare stanca", raccolta del Pavese poeta:

"LAVORARE STANCA":

Il titolo della raccolta è curioso (ed è una verità!). E' una raccolta composta dopo la metà degli anni '30, periodo in cui Pavese, in quanto antifascista, era esiliato a Brancaleone Calabro.

Importante è sottolineare che in queste poesie è presente il tema del paesaggio (e si tratta frequentemente di paesaggi di collina). L'autore stesso ha numerato in caratteri romani le varianti del paesaggio (e quindi, con le diciture "Paesaggio I", "Paesaggio II", "Paesaggio III", "Paesaggio IV" etc.)


CARATTERISTICHE METRICHE:

Tutte queste poesie presentano strofe eterometriche, cioè di varia lunghezza e diverse l'una rispetto all'altra, e versi ipermetri, ovvero, versi che eccedono per numero di sillabe, versi spesso più lunghi dell'endecasillabo canonico italiano.

Oltre a ciò, i versi di Pavese, sebbene siano di norma più lunghi del decasillabo italiano, proprio come quest'ultimo, tendono al ritmo anapestico (il piede anapestico è formato da due sillabe brevi e una lunga: uu-/uu-/uu-).

IL DECASILLABO NELLA STORIA DELLA POESIA ITALIANA:

Metrica è un ramo dell'italianistica che mi è piaciuto molto affrontare nel corso della magistrale in Filologia. Non posso non mostrarvi questo sintetico excursus storico-letterario.



PAESAGGIO IV:

I due uomini fumano a riva. La donna che nuota

senza rompere l’acqua, non vede che il verde

del suo breve orizzonte. Tra il cielo e le piante

si distende quest’acqua e la donna vi scorre

senza corpo. Nel cielo si posano nuvole

come immobili. Il fumo si ferma a mezz’aria.


Sotto il gelo dell’acqua c’è l’erba. La donna

vi trascorre sospesa; ma noi la schiacciamo,

l’erba verde, col corpo. Non c’è lungo le acque

altro peso. Noi soli sentiamo la terra.

Forse il corpo allungato di lei, che è sommerso,

sente l’avido gelo assorbirle il torpore

delle membra assolate e discioglierla viva

nell’immobile verde. Il suo capo non muove.

 

Era stesa anche lei, dove l’erba è piegata.

Il suo volto socchiuso posava sul braccio

e guardava nell’erba. Nessuno fiatava.

Stagna ancora nell’aria quel primo sciacquío

che l’ha accolta nell’acqua. Su noi stagna il fumo.

Ora è giunta alla riva e ci parla, stillante

nel suo corpo annerito che sorge fra i tronchi.

La sua voce è ben l’unico suono che si ode sull’acqua

– rauca e fresca, è la voce di prima.

 

Pensiamo, distesi

sulla riva, a quel verde piú cupo e piú fresco

che ha sommerso il suo corpo. Poi, uno di noi

piomba in acqua e traversa, scoprendo le spalle

in bracciate schiumose, l’immobile verde.

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Allora. Una strofa per volta. Già dal primo verso è chiaro che, in questo delicato e delizioso paesaggio, ci sono due uomini e una donna (e forse, si tratta di un'amante di Pavese per un periodo).

(...) non vede che il verde/del suo breve orizzonte. Questi sono i versi 2-3, riferiti alla donna che sta nuotando. Per tutta la poesia è naturale chiedersi: ma sono le rive di un laghetto o di un corso d'acqua più simile a un fiume o ad un'affluente come il Mincio o il Tione a Villafranca, a circa 10 km da casa mia? Però mettersi a nuotare nel Tione è un'azione da pazzi, perché la corrente molto probabilmente porterebbe via qualsiasi corpo umano. Io ho voluto interpretare queste espressioni come un implicito richiamo alla fragilità umana. Il Pavese poeta non è affatto facile, ma è questo a renderlo affascinante secondo me! L'orizzonte qui è preceduto dall'aggettivo "breve". In genere, l'orizzonte, in letteratura italiana indica un limite di visibilità, dunque sarebbe un elemento che permetterebbe agli uomini dotati di notevole sensibilità di prendere coscienza dei loro limiti, visivi, conoscitivi e umani. Questo aspetto emerge anche nell'Infinito di Leopardi, come negli articoli poetico-paesaggistici di Comisso e come anche emerge in Luoghi e paesaggi di Zanzotto.

In quest'acqua, la donna vi scorre senza corpo. Sembrerebbe una creatura in perfetta sintonia con l'ambiente circostante, osservata dai due uomini che, seduti a riva, stanno fumando. 

Nel cielo si posano nuvole/come immobili: in Paesaggio V, come vedremo fra non molto, l'autore parla di colline immobili che, con la loro consistenza, riempiono il cielo.

Si potrebbe dividere la seconda strofa di questo componimento in due parti: nei primi quattro versi emerge il contrasto fra leggerezza e pesantezza, mentre, negli ultimi quattro, si dice che l'acqua fredda dona refrigerio al corpo accaldato della donna. Da qui si intuisce che siamo in un'afosa giornata di piena estate. 

Mamma mia, mi viene in mente quel sabato di inizio agosto quando, con questa mia nuova compagnia che frequento in questi ultimi mesi, siamo riusciti ad organizzare un'avventurosa mezza giornata di rafting sull'Adige. Faceva decisamente caldo. Su indicazione dell'istruttore, a turno, in alcune zone del fiume, siamo scesi dalla canoa per sentire il freschetto dell'acqua del nostro Adige (che era però decisamente fredda!).

Ad ogni modo, ciò che mi colpisce di questi ultimi quattro versi della strofa è quell'espressione piuttosto suggestiva membra assolate. C'è il verso di una poesia, nella raccolta zanzottiana intitolata Dietro il paesaggio, che dice membra gemelle. Si tratta della poesia giovanile intitolata L'acqua di Dolle (=Rolle, nella realtà geografica, paesino collinare del trevigiano). Però in Pavese, l'acqua ristora le membra della donna dal calore opprimente, in Zanzotto invece, c'è l'eco di Novalis. Si dice in effetti che Novalis avesse fatto un sogno in cui egli stesso si trovava immerso nelle tranquille acque di un fiume. Ad un tratto, un corpo femminile lo avrebbe abbracciato da dietro. Zanzotto, richiamandosi a Novalis, immagina che nel ruscelletto che scorre sulla collina di Rolle, ci sia un corpo femminile. Le "membra gemelle" sarebbero o le gambe o le braccia, più facilmente.

Della terza strofa forse non c'è molto da spiegare. La donna è giunta alla riva. Volto socchiuso sono in realtà gli occhi socchiusi. Sciaquìo è un verbo onomatopeico che rimanda ad un suono. Il corpo annerito è semplicemente il corpo abbronzato. 

Nell'ultima strofa, il verde è definito più cupo e più fresco. Le ombre degli alberi si riflettono sull'acqua (per questo è più cupo) e il sole, dopo che la donna è riemersa, sta scomparendo o è appena scomparso dietro le chiome degli alberi. 

Anche se qui il paesaggio non è descritto in modo dettagliato, io me lo sono immaginata in due modi: o un ruscello in mezzo ad un prato con molti alberi o una radura con un laghetto circondata dagli alberi di un bosco circostante (tipo Fié allo Sciliar, in Alto Adige).


PAESAGGIO V:

(Prime due strofe)

Le colline insensibili che riempiono il cielo

sono vive nell'alba, poi restano immobili

come fossero secoli, e il sole le guarda.

Ricoprirle di verde sarebbe una gioia

e nel verde, disperse, le frutta e le case.

Ogni pianta nell'alba sarebbe una vita

prodigiosa e le nuvole avrebbero un senso.


Non ci manca che un mare a risplendere forte

e inondare la spiaggia in un ritmo monotono.

Su dal mare non si sporgono piante, non muovono foglie:

quando piove sul mare, ogni goccia è perduta,

come il vento su queste colline, che cerca le foglie

e non trova che pietre. Nell'alba è un istante:

si disegnano in terra le sagome nere

e le chiazze vermiglie. Poi torna il silenzio.

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All'inizio, le colline sono insensibili, cioè, immobili, elevate in tutta la loro forma e in tutta la loro altezza verso il cielo, ravvivate dalla luce del mattino (vive nell'alba). Si tratta di colline brulle, inaridite forse dalla siccità. Anche il monte Baldo è brullo. Sia nella zona trentina, sulla cima al di sopra di Brentonico, sia nella zona di Costabella, sia in quella fra il Chierego e il Telegrafo.

Per Pavese, la presenza di alberi da frutto renderebbe più ridente il paesaggio. Il sole dell'alba e le nuvole, portatrici di pioggia, sono altri elementi garanti della vita e della fecondità del suolo. Questa prima strofa mi richiama l'incipit di Paesaggio I: Non è più coltivata quassù la collina. Ci sono le felci/ e la roccia scoperta e la sterilità. 

All' inizio della seconda strofa si parla del ritmo monotono del mare. Pensate a come inizia il capitolo di Palomar, Lettura di un'onda: 

Il mare è appena increspato e piccole onde battono sulla riva sabbiosa. Il signor Palomar è in piedi sulla riva e guarda un'onda. Il signor Palomar vede spuntare un'onda in lontananza, crescere, avvicinarsi, cambiare di forma e di colore, avvolgersi su se stessa, rompersi, svanire e rifluire. A questo punto potrebbe convincersi d'aver portato a termine l'operazione che s'era proposto e andarsene. Però isolare un'onda separandola dall'onda che immediatamente la segue e pare che la sospinga e talora la raggiunge e travolge, è molto difficile, così come separarla dall'onda che la precede e che sembra trascinarsela dietro verso la riva.

Il signor Palomar, protagonista dell'opera, sta osservando il moto delle onde del mare, sempre uguale, sempre monotono, con lo stesso ritmo e lo stesso rumore.

Bella la frase: ogni goccia è perduta. Nell'immensità del mare, aggiungerei io. Mi fa pensare ad un famoso aforisma di Madre Teresa di Calcutta: 

Sappiamo bene che ciò che facciamo non è che una goccia nell’oceano. Ma se questa goccia non ci fosse, all’oceano mancherebbe. 

Il soffio del vento arriva alle pietre e non trasporta foglie. Il silenzio permea l'atmosfera. E il colore predominante, a quanto pare, è il rosso vermiglione (vermiglio), non il verde.


I MARI DEL SUD:

Oooh... una poesia che mi piace moltissimo ma siccome è molto lunga (otto strofe) ed ha dei discorsi diretti fra l'autore e il cugino, ve ne riporto alcune parti.

Prima strofa:

Camminiamo una sera sul fianco di un colle,
in silenzio. Nell’ombra del tardo crepuscolo
mio cugino è un gigante vestito di bianco,
che si muove pacato, abbronzato nel volto,
taciturno. Tacere è la nostra virtù.
Qualche nostro antenato dev’essere stato ben solo
un grand’uomo tra idioti o un povero folle
per insegnare ai suoi tanto silenzio.

Il poeta e il cugino fanno una passeggiata in collina, nei dintorni, come si dirà successivamente, di Santo Stefano Belbo, paese natale dell'autore. Il sole è appena tramontato. Il cielo non è del tutto scuro, è crepuscolo. Non c'è accenno né al sorgere né alla luminosità della luna.


E' presente la metafora cugino=gigante. Per vent'anni il cugino è stato molto lontano dal paesaggio piemontese. In effetti, nella terza strofa del componimento si parla dell'isola della Tasmania e dell'Oceano Pacifico (ed ecco qui il senso del titolo Mari del Sud). E' indubbiamente un cugino, viaggiatore, è andato lontano e questa è una caratteristica che lo accomuna ad Anguilla, il protagonista della Luna e i falò. Come Anguilla, anche questo cugino ritorna a 40 anni dai suoi viaggi oltreoceano.

Pavese è stato un poeta e uno scrittore abbastanza sensibile al tema del viaggio come esperienza di vita, come volontà di realizzazione delle proprie ambizioni.

Quinta strofa (prima metà- primi 14 versi):

Mio cugino è tornato, finita la guerra,
gigantesco, tra i pochi. E aveva denaro.
I parenti dicevano piano: “Fra un anno, a dir molto,
se li è mangiati tutti e torna in giro.
I disperati muoiono così”.
Mio cugino ha una faccia recisa.
Comprò un pianterreno
nel paese e ci fece riuscire un garage di cemento
con dinanzi fiammante la pila per dar la benzina
e sul ponte ben grossa alla curva una targa-réclame.
Poi ci mise un meccanico dentro a ricevere i soldi
e lui girò tutte le Langhe fumando.
S’era intanto sposato, in paese. Pigliò una ragazza
esile e bionda come le straniere
che aveva certo un giorno incontrato nel mondo.

Dopo i suoi lunghi viaggi e dopo la fine della guerra, il cugino si stabilizza, prende casa e prende anche moglie a quanto sembra. I soldi "non se li mangia" con i vizi o assecondando capricci superflui, ma si serve di questi per la propria stabilità e per la propria realizzazione affettiva.

Sesta strofa-vv.1-2 e v.8:

Camminiamo da più di mezz’ora. La vetta è vicina,
sempre aumenta d’intorno il frusciare e il fischiare del vento.

I due uomini continuano la loro passeggiata. Attorno a loro si fa più forte la presenza del vento. Questo è l'inizio della sesta strofa.

Un profumo di terra e di vento ci avvolge nel buio (...)

E' notte ormai. Il sole sta sorgendo sull'emisfero opposto. Il vento diffonde il delicato profumo della terra... io so cosa significa, visto che vivo in campagna e ai piedi della collina di Sona.

Ottava strofa:

Ma quando gli dico
ch’egli è tra i fortunati che han visto l’aurora
sulle isole più belle della terra,
al ricordo sorride e risponde che il sole
si levava che il giorno era vecchio per loro.

Eh sì. Verità geologica. Un uomo in Tasmania o in qualche altra isola esotica prova meraviglia di fronte ad alba e tramonto ma per le isole, antiche almeno decine di migliaia di anni-se non centinaia- il sorgere del sole non è una meraviglia, non è una suggestione... è consuetudine. Senza contare che le isole, in quanto entità geografiche e geologiche, non hanno cervello e cuore.


Facciamo in modo di non diventare come le isole, allora.

Personalmente, non penso sia necessario andare tanto lontano per godere delle meraviglie di un'alba o di un tramonto.


La felicità probabilmente non esiste.
E la serenità non è uno stato d'animo,
è un modo di reagire 
alle difficoltà di tutti i giorni, 
è il mio modo di affrontare la vita. 

(Perla a fine post. Settembre è il mio mese di nascita. Ormai i miei anni iniziano a diventare un po' tantini.)


28 agosto 2020

"La luna e i falò", Cesare Pavese:

 Perdono a tutti e a tutti chiedo perdono.

Va bene?

Non fate troppi pettegolezzi.

(frasi di un biglietto 

che Pavese aveva lasciato 

sul tavolino 

della sua stanza d'albergo 

prima di suicidarsi, 

il 27 agosto 1950).


Proprio ieri cadeva il settantesimo anniversario della morte di Cesare Pavese. 

Ad essere sincera, io preferisco il Pavese poeta piuttosto che il Pavese narratore. Magari una recensione su La luna e i falò non è il miglior modo per ricordarlo, anche perché è un romanzo che non mi ha entusiasmata, ma per altre opere e per alcuni componimenti poetici ci sarà tempo prossimamente. 

Ad ogni modo, è questa la sua opera più celebre.


1. IL PROTAGONISTA DEL ROMANZO:

Premetto che di molti personaggi di questo libro si sa soltanto il soprannome (come d'altronde in Ragazzi di vita di Pasolini). Il protagonista, soprannominato Anguilla sin da ragazzino, dopo molti anni trascorsi negli Stati Uniti, ritorna, ormai quarantenne, nelle campagne piemontesi nei dintorni di Santo Stefano Belbo. E' da poco terminata la guerra e, sia nel paesaggio collinare che nella memoria della gente, è molto vivo (appunto perché recentissimo e drammatico!) il ricordo della guerra civile fra partigiani e fascisti.

Ogni lettore può ben notare che Anguilla presenta un'indole inquieta: non sta bene in nessun posto. Non si trova mai veramente a suo agio, da nessuna parte, perché non conosce le sue vere origini:

Capivo che da ragazzo, anche quando facevo correre la capra, quando d'inverno rompevo con rabbia le fascine mettendoci il piede sopra, o giocavo, chiudendo gli occhi per provare se riaprendoli la collina era scomparsa, anche allora mi preparavo al mio destino, a vivere senza una casa, a sperare che di là delle colline ci fosse un paese più bello e più ricco.

Anguilla sapeva di essere stato adottato da Padrino e Virgilia, due coniugi che per tutta la vita avevano lavorato la terra. Dopo la morte di Virgilia e dopo una grandinata, Padrino si era però trovato costretto a vendere il casolare e la stalla che erano di sua proprietà. 

Dopo questi eventi, Anguilla aveva trovato lavoro alla fattoria della Mora, il cui proprietario era Sor Matteo, padre di tre figlie: Silvia, Irene e Santa. Silvia e Irene, già ragazze piuttosto grandi nell'anno in cui Anguilla era giunto presso di loro come servitore, erano figlie della prima moglie di Matteo, Santa (detta abbastanza spesso "Santina") invece era la bambina della loro matrigna.

Già che ci sono vi dico che brutta fine hanno fatto, tutte e tre: Irene era andata in moglie ad un uomo violento, Silvia, che per diversi mesi "si era divertita" con più di un uomo, una volta rimasta incinta, aveva deciso di abortire ed era morta dissanguata dopo quell'aborto volontario, Santa invece... Santa, che era poco "santa", aveva compiuto e di poco sorpassato i vent'anni durante la guerra. Una volta scoperto che era una spia fascista, i partigiani l'avevano prima uccisa e poi avevano bruciato il suo cadavere. 


2. TITOLO DEL ROMANZO:

La luna, nella cultura contadina, era un elemento che, con le sue quattro fasi, scandiva i ritmi delle opere umane e dei raccolti. Questo non soltanto nel Novecento, ma da sempre. Qualche reminiscenza di ciò c'è anche in Esiodo, nelle Opere e i giorni (circa VI° secolo a.C.).


Al sostantivo "falò" invece si riferiscono sia tutti quei falò che, all'interno della narrazione, vengono accesi di sera durante le feste di paese a Canelli, sia a due episodi di violenza, ricordati nel paragrafo successivo.

(*Ma Canelli dove si trova esattamente? In provincia di Cuneo o di Asti? A prestar fede a questo romanzo, pare non sia molto distante da Santo Stefano Belbo).


3. I "FALO' DELLA DISTRUZIONE" ALL'INTERNO DEL LIBRO:

A.VALINO CHE BRUCIA LA CASA E SI SUICIDA:

Oddio... è uno degli episodi più brutti del romanzo! Valino, contadino imbestialito dalla fame e dalla miseria, prima uccide a cinghiate la figlia Rosina, poi appicca il fuoco alla casa e alla stalla e infine si suicida impiccandosi. 

Avesse fatto il contrario... prima il suicidio e poi l'omicidio... Lasciamo perdere, va'...

(...) era uscito con la lampada in mano, senza vetro. Era corso tutt'intorno alla casa. Aveva dato fuoco anche al fienile, alla paglia, aveva sbattuto la lampada contro la finestra. La stanza dove s'erano picchiati era già piena di fuoco (...) adesso tutto il casotto bruciava.

B. LE CENERI DEL CADAVERE DI SANTA:

Anguilla, una volta ritornato in Piemonte, si fa raccontare da Nuto, altro contadino ed ex-partigiano, del periodo della guerra e degli avvenimenti accaduti durante la sua lontananza. E' nelle ultime due pagine del romanzo che si racconta la fine della bellissima Santina. Si diceva che fosse molto più affascinante delle sue sorellastre e molto più della madre.  A questo punto devo precisare che c'è un bello stacco d'età fra le prime due figlie di Sor Matteo e la terza.

Anguilla stesso, che aveva visto bene Santa quando era bambina, ad un tratto la ricorda più o meno così (lo cito indirettamente): al matrimonio di Irene, Santina aveva soltanto sei anni, ma sembrava lei la sposa.

Ma Santina non si è mai sposata: uno, perché non ne ha avuto il tempo, due, perché effettivamente era una "poco di buono", piena di amanti delle Brigate Nere.

Una donna come lei non si poteva coprirla di terra e lasciarla così. Faceva ancora gola a troppi. Ci pensò Baracca. Fece tagliare tanto sarmento nella vigna e la coprimmo finché bastò. Poi ci versammo la benzina e demmo fuoco. A mezzogiorno era tutta cenere. L'altr'anno c'era ancora il segno, con il letto di un falò.

E questo è Nuto che racconta ad Anguilla.


4. LO STILE "IMPERFETTO":

Ecco il motivo per cui non mi è piaciuto molto La luna e i falò.

- Cambiamento inopportuno di tempi verbali in certi passaggi, come qui:

Mentre aspettavo raccomandò qualcosa ai garzoni sotto la tettoia; poi si volta e mi fa: "Sono stufo"- "Andiamocene fuori dai piedi".

Per me questo periodo sarebbe tutto da ricostruire: sono da sistemare i tempi verbali e anche le espressioni lessicali. 

Che ha fatto; lo slalom fra i tempi verbali?! Vedete bene che si inizia con il passato imperfetto della proposizione temporale, seguito subito da un passato remoto e succeduto poco più avanti da due presenti (!!). Clamoroso! Non posso non accorgermene, dopo un sacco di anni di studi linguistico-letterari.

Altra osservazione: sia l'aggettivo stufo che quell'inappropriato andiamocene fuori dai piedi sono troppo tipici del parlato. E' pur vero che si tratta della realtà contadina ma anche al lessico dimesso c'è un limite.

Cioè, dai... un laureato in Lettere, come lo era anche Pavese, non può permettersi di scrivere così, mai! Da una parte è anche vero che la laurea in materie letterarie non rende stilisticamente perfetto nessuno, perché, come affermano i linguisti, nessun individuo è in grado di possedere tutta la lingua. Però bisogna stare attenti visto che in ogni lingua ci sono delle parole, ci sono delle regole, e visto che le opere letterarie riflettono le caratteristiche delle lingue nelle quali vengono create. 

-Nelle sequenze più fitte di dialoghi fra Nuto e Anguilla ho rilevato che c'è sempre disse e mai qualche altro verbum dicendi dell'italiano che può essere altrettanto adeguato se inserito tra un discorso diretto e un altro, come replicò/esclamò/rispose/sentenziò/affermò/dichiarò/concluse/asserì.

-Narrazione tutt'altro che lineare: fra i ricordi del passato si mescolano i momenti dell'adolescenza di Anguilla (quando lavorava presso Sor Matteo) con quelli del lungo periodo di permanenza negli Stati Uniti. Tutte queste memorie non sono in ordine di tempo. Mi spiego meglio: se nel capitolo 21 si parla della storia d'amore, andata male, con Rosanne, insegnante della California, nei capitoli 22 e 23 si rievocano Irene, Silvia e le feste a Canelli, feste che sicuramente precedono la partenza oltreoceano di Anguilla.

...cominciate a dire ai vostri figli/futuri figli che con me si lavorerà sodo se nei prossimi anni sarò io la loro insegnante di Lettere. E chi lavora migliora (pian pianino).

Però allo stesso tempo rassicurateli: io caratterialmente sono la moglie di Babbo Natale. Sono così e lo stesso, la maggior parte delle volte, so farmi ascoltare e rispettare dai ragazzini.


5. ALTRI ASPETTI DELLA NARRAZIONE:

Questo è un paragrafo conclusivo che aggiunge qualcosa a ciò che ho rilevato finora.

All'interno di questo romanzo i ricordi del passato che riaffiorano nella mente del protagonista si intrecciano con alcune descrizioni del paesaggio collinare, come questa:

(...) quella sera, voltando le spalle a Gaminella avevo di fronte la collina del Salto, oltre Belbo, con le creste, coi grandi prati che sparivano sulle cime. E più in basso anche questa era tutta vigne spoglie, tagliate da rive, e le macchie degli alberi, i sentieri, le cascine sparse erano come li avevo veduti giorno per giorno, anno per anno, seduto sul trave dietro il casotto o sulla spalletta del ponte.



21 agosto 2020

"Il silenzio del mare", Vercors:

RACCOMANDAZIONE IMPORTANTE A INIZIO POST:

Chi mi conosce sa che mio zio Attilio ha fatto un incidente cadendo dalla bicicletta e quindi sa che questa per me e per la mia famiglia non è stata una settimana facile, anzi... E' stata la settimana delle preoccupazioni, dei pianti e del terrore, non della paura, ma del TERRORE DI POTER PERDERE UNA PERSONA CHE IN REALTA' PER ME E' PIU' DI UNO ZIO. E' anche un secondo padre, uno dei migliori amici che io abbia mai avuto finora. Mio zio è per me una buona spalla alla quale potermi affidare.

Non vi permettete di dirci che "non si è fatto niente" o "non gli è successo niente". Eh certo, è stato trasportato in ospedale con l'elicottero, ha entrambe le braccia fasciate, ha avuto un piccolo trauma cranico ma chi se ne frega d'altra parte... ma come vi permettete... Non avete rispetto né tatto, neanche per noi famiglia! Per voi è stato ed è soltanto un semplice prete, MA RICORDATEVI CHE DON ATTILIO E' ANCHE UN FIGLIO, UN FRATELLO, UNO ZIO. 

Non bisogna mai minimizzare un incidente.

BIOGRAFIA DELL'AUTORE:

Vercors è lo pseudonimo di Jean Bruller, nato a Parigi nel 1902.

Bruller, dopo aver conseguito il diploma di ingegnere elettrico senza particolare entusiasmo, aveva deciso di assecondare la sua passione di disegnatore e di illustratore di libri per bambini.

Il silenzio del mare è il suo primo romanzetto in prosa, scritto nel 1941 e dapprima stampato in francese in 350 copie. Una di queste 350 era andata a Charles De Gaulle che, entusiasta dell'opera, aveva proposto alle case editrici del Regno Unito di diffonderla a Londra e dintorni in traduzione inglese. De Gaulle riteneva infatti che i contenuti di questo libro potessero motivare maggiormente soldati e ufficiali inglesi in un periodo di guerre, bombardamenti e difficoltà.

Nel '45, Il silenzio del mare è stato tradotto anche in tedesco, in italiano dalla Ginzburg e in spagnolo.

Vercors aveva fondato l'Edition de Minuit, casa editrice che, negli anni del secondo conflitto mondiale, si era occupata di diffondere clandestinamente dei libri e dei racconti sull'esperienza della Resistenza dei partigiani francesi al nazismo opprimente.

COORDINATE STORICHE:

Prima di enunciare la trama è opportuno richiamare alla mente la situazione della Francia all'inizio degli anni '40.


Sapete che il 1 settembre del '39 gli eserciti hitleriani avevano iniziato quella che voleva essere una conquista dell'Europa invadendo la Polonia. Alcuni mesi dopo, i tedeschi avevano invaso la Francia. E' proprio nel maggio-giugno del 1940 che si colloca la "campagna di Francia", durante la quale i nazisti avevano avuto l'occasione di occupare anche Belgio, Lussemburgo e Paesi Bassi. Parigi era stata invasa il 10 giugno e si era arresa quindici giorni dopo. 

Sconfitta nel giro di pochi giorni e in quel momento priva di energie e di risorse militari efficaci per poter contrastare i tedeschi, la Francia era stata suddivisa in due parti: a sud del paese c'era il governo collaborazionista di Vichy e a nord invece erano state costruite una serie di fortificazioni per impedire gli sbarchi degli Alleati. La Francia è rimasta divisa e occupata per 4 anni, fino all'estate del '44 con lo sbarco di Normandia.

CONTENUTI:

Siamo in Francia durante l'occupazione tedesca. Due francesi (la voce narrante e sua nipote) si trovano improvvisamente costretti ad ospitare in casa loro Werner Von Ebrennac, ufficiale nazista.



Zio e nipote non rivolgono mai la parola all'ufficiale che nella loro lingua, ogni sera e per circa sei mesi, si trova a pronunciare davanti al caminetto dei soliloqui culturali su Bach, su Mozart, sulla bellezza della Francia e sulla bravura di poeti, romanzieri e filosofi francesi. Prima della guerra, Von Ebrennac era un musicista. Devo dire che è uno strano hitleriano, dal momento che sogna che un giorno Francia e Germania possano fondersi:

-(...) Pure non mi rammarico di questa guerra. No. Credo ne nasceranno grandi cose... 

Si raddrizzò, trasse le mani dalle tasche e le tenne a mezzo levate:

-Perdonatemi: forse vi ho offeso. Ma quel che dicevo lo penso con sincerità di cuore: lo penso per amore verso la Francia. Ne nasceranno grandi cose per la Germania e per la Francia. Penso, dopo mio padre, che sull'Europa risplenderà il sole.

(pp.16-17 dell'Edizione Einaudi)

Questa sua idea verrà in seguito a cozzare con la dura realtà. D'altra parte, le intenzioni di Hitler erano le conquiste e le sottomissioni politiche, non il sincretismo (=fusione) culturale e sociale!

Molti dei suoi discorsi politici hanno però un duplice senso, dal momento che l'ufficiale è innamorato della nipote del narratore:

- (...) E davvero, io so bene che i miei amici e il nostro Führer hanno le idee più grandi e più nobili. Ma so anche che strapperebbero le zampe ai moscerini, una dopo l'altra. E' quel che accade ai tedeschi quando sono molto soli: riaffiora sempre. E chi più "solo" degli uomini di uno stesso Partito, quando siano al potere? Per fortuna adesso non sono più soli, la Francia li guarirà. E vi dirò: lo sanno. Sanno che la Francia insegnerà loro ad essere degli uomini veramente grandi e puri.

Si diresse verso la porta. Disse con voce repressa, come a se stesso: 

-Ma per questo occorre l'amore.

Tenne un momento la porta aperta; girando il volto di sopra la spalla, guardava la nuca di mia  nipote china sul lavoro, la nuca fragile e pallida, da cui i capelli salivano in volute di mogano scuro.

Soggiunse, con un tono di risoluzione calma:

-Un amore corrisposto.

(pp.30-31 dell'Edizione Einaudi)

Quando dice: Ma so anche che strapperebbero le zampe ai moscerini, una dopo l'altra, Von Ebrennac si riferisce di nuovo a un'episodio di vita prima dell'inizio della guerra, quando aveva conosciuto una ragazza della sua cittadina d'origine che tutti i concittadini ritenevano bella e dolce. Per un po' di tempo, Werner e lei si erano frequentati ma, nel giorno in cui voleva chiederle di sposarlo, durante una sosta in un boschetto, la ragazza ad un tratto si era accorta di un piccolo insetto che camminava sulla sua pelle. Oltremodo irritata, aveva iniziato a inveire contro l'insetto e a ucciderlo strappandogli le zampe. Questo era bastato per un "disinnamoramento" da parte di Werner.

TITOLO DEL ROMANZETTO:

Il valore del titolo è metaforico. Se il sostantivo "silenzio" è riferito al rifiuto di collaborare con il nemico, il "mare" penso che alluda alla tenacia, all'orgoglio e alla forza interiore di una parte dei francesi, in apparenza calmi e passivi di fronte all'invasione tedesca.

RIFERIMENTO ALLA FAVOLA "LA BELLA E LA BESTIA":

A me è piaciuta molto questa storia. La si potrebbe proporre come lettura ai ragazzi delle scuole secondarie perché, come Il bambino con il pigiama a righe, insegnerebbe a dei giovanissimi lettori non soltanto a non demonizzare oppressori e nemici reali della storia, ma anche a far comprendere che in una guerra non ci sono veramente dei vincitori e dei vinti... Cioè, dal punto di vista militare sì ma dal punto di vista umano... vincitori o vinti che siano, quei popoli che hanno partecipato alla guerra sono sofferenti a causa di perdite di vite umane, di beni preziosi, di ideali traditi, di esistenze sconvolte il giorno e la notte da attacchi e bombardamenti...

Guerra significa precarietà assoluta. Guerra significa non sapere mai se fra mezz'ora casa tua sarà ancora in piedi e se tu sarai ancora vivo il giorno dopo.

- (...) Non so se il titolo sia lo stesso nell'uno e nell'altro paese. Da noi si chiama Das Tier und die Schöne, La Bella e la Bestia. Povera Bella! La Bestia la tiene in suo potere, impotente e prigioniera, le impone ad ogni ora del giorno la sua implacabile e greve presenza... La Bella è superba, dignitosa... si è fatta dura... Ma la Bestia è meglio di quel che non sembri. Oh, certo non è molto dirozzata! E' sgraziata, brutale, appare ben zotica accanto alla Bella così fine... Ma ha cuore, sì, ha un'anima che aspira ad elevarsi. Se la Bella volesse!... La Bella ci mette molto tempo a volere. Tuttavia, a poco a poco, scopre nel fondo degli occhi dell'odiato carceriere una luce, un barlume in cui si può leggere la preghiera e l'amore. Ella sente meno la zampa pesante, sente meno le catene della prigione... Cessa di odiare, quella costanza la commuove, ella tende la mano... Di colpo la Bestia si trasforma, il sortilegio che la costringeva in quel barbaro pelame è svanito: essa è ora un cavaliere assai bello e assai puro, delicato e coltivato, che ogni bacio della Bella adorna di pregi sempre più smaglianti... La loro unione origina una felicità sublime. I loro figli, che sommano e fondono in sé i doni dei genitori, sono i più belli che abbia portato la terra... Non vi piaceva questa fiaba?  A me piaceva sempre tanto. La rileggevo di continuo. Mi faceva piangere. Amavo soprattutto la Bestia, perché capivo la sua sofferenza...

Ammetto che c'è del contenuto edificante, ma non è mai stata questa la mia fiaba preferita. Già da bambina ero una lettrice. Ai tempi delle elementari, quando mia zia tornava da alcuni viaggi mi portava spesso qualche raccolta di fiabe perché sapeva che mi affascinavano e che le leggevo e le rileggevo immedesimandomi nelle protagoniste e nei personaggi femminili. Chiudevo gli occhi e mi pareva di vedere ambienti, palazzi, castelli, boschi, taverne, sale da ballo.

La fiaba (o forse è più corretto chiamarla "favola") che mi coinvolgeva di più dal punto di vista emotivo era Il brutto anatroccolo di Andersen, perché già intorno ai 7-8 anni la interpretavo come se fosse una storia "tarata su di me". Mi dicevo: "se avrò una vita difficile fatta di disprezzo, emarginazione e solitudine, verrà prima o poi anche un giorno in cui qualcuno mi vedrà come un bel cigno da amare e da rispettare e non come un brutto anatroccolo".

Da bambina mi faceva paura l'idea di non essere compresa dagli altri. Però è anche vero che è impossibile piacere a tutti.

Incomprensioni con amiche e compagne ne ho avute parecchie. Quelle relazioni di amicizia precarie e non durature le ho sperimentate e a quanto pare non sono l'unica della mia età. Però del tutto sola non lo sono mai stata. E vi dirò di più: ce l'ho fatta, a trovare una compagnia di persone che mi rispettano e che mi capiscono. Penso sia il gruppo giusto. Ce l'ho fatta, in tempo di pandemia, quando meno me lo aspettavo, proprio quando ormai ero quasi convinta che non ci fosse nessuno "veramente a posto con la testa" tra la gente della mia età. 

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*Un'ultima cosa prima di chiudere il post: i tedeschi... i tedeschi non sono stati soltanto dei nazisti. Dal punto di vista filosofico e musicale hanno dato all'Europa e al mondo grandi contributi. E' anche un popolo di sentimentali. Non per nulla hanno avuto Goethe in letteratura. Mi ricordo bene dei Dolori del giovane Werther... Da adolescente ci avevo riflettuto molto, ora, a distanza di alcuni anni, quando ripenso a certi brani tratti da quel romanzo, quasi quasi rido... Cioè, è più o meno come l'Ortis di Foscolo. In ogni caso il mio insegnante di italiano del triennio aveva ragione: sia Jacopo che Werther sono più innamorati del sentimento che non delle rispettive donne. Del sentimento di passionalità tormentata e angosciante più che di amore vero, aggiungo io. Amano l'idea idilliaca e sovrumana che si sono fatti rispettivamente di Charlotte e di Teresa. Sia chiaro: non sono diventata fredda e insensibile, sono diventata adulta. 

Non credo nelle idealizzazioni paradisiache delle persone amate, non credo in un romanticismo troppo esasperato; forse non ci ho mai creduto, nemmeno quando scrivevo poesie immaginando un ragazzo perfetto e ideale. Un amore forte può anche essere pacato e se è pacato è probabilmente segno non di freddezza ma del fatto che con una persona ci si trova in perfetta armonia e serenità.

Credo nella sintonia, nel sostegno reciproco, negli attimi in cui ci si osserva e ci sorride serenamente a volte senza bisogno di parole.

E poi... vogliamo parlare dei tragici finali dell'Ortis e di Werther? Se qualcuno/qualcuna non ti ricambia... non ti suicidi. Magari ci piangi sopra per un pochino, poi respiri profondamente, stringi i pugni, la tua vita continua e... capiterà qualcun altro/altra!



"SENTIERI PARTIGIANI"- P. MALAGUTI (II):

Ci sono altri passaggi piuttosto interessanti all'interno di Sentieri partigiani. 4) LA FINE DI BENITO MUSSOLINI: Nell'estate 2010,...