20 aprile 2015

"Le notti bianche", Fedor Dostoevskij e la psicologia del "sognatore":


Un altro romanzo di Dostoevskij che merita di essere letto...
 Pubblicato per la prima volta nel 1848, "Le notti bianche" ha affascinato alcuni registi come il famoso Luchino Visconti, il quale realizzò l'omonimo film nel 1957. 


"Era una notte incantevole, una di quelle notti che succedono solo se si è giovani, gentile lettore. Il cielo era stellato, sfavillante, tanto che, dopo averlo contemplato, ci si chiedeva involontariamente se sotto un cielo simile potessero vivere uomini irascibili e irosi. Parlando di vari signori irascibili e irosi, non posso non ricordare il mio comportamento durante tutto quel giorno."

Il romanzo inizia con questi pensieri, formulati dal protagonista-narratore, un giovane sognatore di 26 anni, solo al mondo, senza familiari né amici.
Istintivamente, quando ho letto queste frasi, ho pensato alla conclusione della poesia "X Agosto", scritta da Pascoli: "E tu, Cielo, dall'alto dei mondi/sereni, infinito, immortale/Oh! d'un pianto di stelle lo inondi/quest'atomo opaco del Male!"
In questa poesia, oltre a ricordare la morte violenta di suo padre, Giovanni Pascoli presenta una concezione dell'umanità decisamente negativa, piuttosto simile a quella che coltivò Dostoevskij.
In quest'ultima strofa della poesia, egli ammira ed esalta la bellezza del cielo notturno, sereno ma al contempo "infinito" e quindi misterioso, dal momento che gli uomini non possono concepire la sua immensità. Però, immagina anche che le stelle si accorgano del dolore e della sofferenza che caratterizzano il mondo, delineato qui con i termini di "atomo opaco"... Opaco sia in senso scientifico-astronomico, ovvero, "corpo che non dotato di luce propria", sia in senso letterario-morale, e quindi :"non illuminato dal bene".
Anche in questo componimento di Pascoli dunque, c'é una contrapposizione tra un cielo sereno ("mondi sereni" significa proprio: "cielo pieno di stelle brillanti") e un mondo oscuro, triste e violento, pervaso quindi dal male.


La narrazione continua così: "Fin dal mattino un'improvvisa angoscia cominciò a tormentarmi. Ad un tratto ebbi l'impressione che tutti volessero abbandonarmi e allontanarsi da me. Certamente ognuno si sentirà in diritto di domandarmi chi fossero tutti costoro, perché abito ormai da otto anni a Pietroburgo e non sono riuscito a fare quasi nessuna conoscenza. Ma che senso hanno le conoscenze? Anche senza di esse conosco tutta Pietroburgo: ecco perché ebbi l'impressione di essere abbandonato da tutti quando tutta Pietroburgo spiegò le ali e se ne andò improvvisamente in campagna. Fu una sensazione terribile rimanere da solo e, in preda a un profondo sconforto, vagai tre giorni interi per la città, senza capire minimamente cosa mi capitasse. (...) Loro non mi conoscono, io invece li conosco tutti intimamente: ho quasi imparato a distinguere le loro fisionomie, contento quando sono allegri e rattristato alla vista dei loro turbamenti. "
Il racconto è ambientato nel mese di giugno, all'inizio dell'estate, ovvero nel periodo in cui molti pietroburghesi si trasferiscono nelle zone di campagna per alcune settimane, per trascorrere un periodo di tranquillità e di riposo, lontano dagli affari cittadini. 
Proprio in questo punto, è possibile notare la profonda capacità di empatia del protagonista: pur non conoscendo nessuno, egli è in grado di osservare attentamente le persone che incontra per le strade della città ed ha imparato a leggere bene la loro mimica facciale. Tuttavia, il sognatore non comprende soltanto il loro stato d'animo, ma si rallegra o si rattrista non appena ha letto la loro espressione. Di solito, le persone particolarmente riflessive sanno interpretare gli sguardi altrui e talvolta ne intuiscono persino i pensieri...
Ad ogni modo, vi è mai capitato di camminare per le vie del vostro paese o della vostra città e di rimanere colpiti dal volto di alcune persone che però non conoscete, da certe espressioni di dolore o  da certi sorrisi particolarmente luminosi? Vi è mai capitato poi di immaginare il motivo della loro gioia o della loro malinconia? A me è successo diverse volte... 

Comunque, il protagonista rimane quasi solo a San Pietroburgo, dove ammira lo spettacolo delle "notti bianche"...
Nel mese di giugno si verificano fenomeni particolarmente suggestivi nella Russia settentrionale: la luce del giorno dura moltissimo; il sole tramonta verso mezzanotte per sorgere poco dopo le 3 del mattino. In una di queste notti, passeggiando lungo le rive del fiume che attraversa San Pietroburgo, il sognatore incontra una ragazza.

... dal film: "Le notti bianche" di L. Visconti

Da quel momento, inizia una profonda relazione tra i due giovani; un rapporto molto particolare, che è sicuramente più di un'amicizia ma che non può essere definito come un'appassionata relazione d'amore. Tuttavia i due personaggi dialogano volentieri raccontandosi le loro vicende passate e condividendo i loro stati d'animo...

Il sognatore scopre che la ragazza si chiama Nasten'ka, ha 17 anni, è orfana e vive alla periferia di Pietroburgo con una vecchia nonna cieca la quale esercita un controllo ossessivo sulla nipote, appuntando con uno spillo il suo vestito con quello della ragazza. 
Nasten'ka è ufficialmente fidanzata con un inquilino della nonna, che le aveva chiesto di attendere un anno prima del matrimonio, periodo in cui egli avrebbe cercato di migliorare la sua condizione di povertà. Trascorso l'anno, Nasten'ka gli invia una lettera, fissando un incontro sulle rive del fiume. 
Ma, invece del giovane inquilino, la ragazza incontra e conosce il protagonista del romanzo.
Il rapporto tra Nasten'ka e il protagonista del racconto dura quattro notti... La quarta notte, compare il fidanzato della ragazza: "(...) In quel momento passò vicino a noi un giovane. Egli si fermò improvvisamente, ci guardò con attenzione e poi fece di nuovo qualche passo:"Nasten'ka, sei tu!" Dio che grido! Come sussultò! Come si divincolò dalle mie mani per corrergli incontro!... Io stavo fermo a guardarli, più morto che vivo. Gli strinse la mano e si gettò tra le sue braccia, poi corse di nuovo verso di me, mi si fermò vicino, veloce come il vento, come il lampo e, prima ancora che io potessi riprendermi, mi abbracciò con tutt'e due le mani e mi baciò forte, con passione. Poi, senza dire una parola, si gettò di nuovo verso di lui, lo prese per mano e lo trascinò dietro di sé."

Per il sognatore, la storia ha un esito triste: egli si era illuso di poter costruire, con il passare del tempo, un rapporto d'amore con Nasten'ka... ma dopo che lei ritrova il suo vero amore, non gli resta che rifugiarsi di nuovo nei suoi sogni, con gli occhi pieni di lacrime per non aver potuto vivere pienamente una relazione sentimentale...
Quest'opera di Dostoevskij mette in evidenza il fatto che le relazioni umane sono molto importanti nella vita di ogni uomo, e che esse possono essere sia motivo di gioia e di soddisfazione sia motivo di angoscia e di delusione. 

Lo scrittore inoltre presenta in modo piuttosto ambiguo la condizione del "sognatore", ovvero dell'uomo solitario che passeggia per le vie della città e non instaura rapporti con quelli che incontra...
Indubbiamente c'é qualche aspetto positivo nella vita dei sognatori... i sognatori si concedono il lusso di ritagliarsi nella quotidianità degli spazi per fantasticare sulla propria esistenza, riflettono molto, la loro capacità di introspezione è così sviluppata che per loro è facile entrare in sintonia con gli altri senza bisogno di un dialogo verbale...
Però è anche vero che i sognatori sono degli "isolati", degli emarginati, degli incompresi che godono di pochissime relazioni sincere... Si dimostrano impacciati e insicuri quando si avvicinano alle persone; e questo perché temono l'eventuale giudizio negativo che gli altri potrebbero avere su di loro.
I sognatori sanno bene che il loro carattere originale e pittoresco li rende un po' "strani" agli occhi di molti.





11 aprile 2015

Il mio nome è Khan... e non sono un terrorista

Circa una settimana fa, gli Jiadisti provenienti dalla Somalia si sono diretti in Kenya nel collegio universitario di Garissa, dove hanno massacrato ben 147 studenti. Alcuni giovani cadaveri sono stati decapitati.
Il 7 gennaio 2015 è avvenuto un violento attacco terroristico a Parigi, presso la sede del "Charlie Hebdo", giornale satirico francese che pochi giorni prima aveva pubblicato vignette irriverenti verso la religione musulmana. Gli attentatori si sono dichiarati affiliati di Al-Quaeda.
Nell'estate 2014, nella zona del Medio Oriente, quattro giornalisti occidentali sono stati decapitati da alcuni membri della Jiad.

Ora voi lettori vi state probabilmente chiedendo: quale legame può esserci tra questi drammatici episodi e l'avvincente film "Il mio nome è Khan", citato nel titolo di questo post? Cercherò di spiegarlo.

TRAMA DEL FILM:


Il protagonista della storia è Rizwan Khan, un giovane musulmano affetto dalla Sindrome di Asperger.
Gli individui affetti dalla Sindrome di Asperger hanno un quoziente intellettivo che supera di gran lunga la norma (la norma è 110, loro possono arrivare anche a 225!). Nonostante ciò, manifestano comportamenti ripetitivi e stereotipati, temono il contatto fisico e hanno scarsa empatia, cosa che li rende incapaci di relazionarsi con gli altri. Però non ho mai pensato che questi soggetti siano persone cattive. Indubbiamente sono molto strani, ma questo non è un buon motivo per denigrarli o per deriderli. Sono convinta anche di una cosa: l'amore e la fiducia degli altri potrebbero stimolarli nelle interazioni sociali. O almeno, costituirebbero un aiuto significativo per loro! Indubbiamente Rizwan prova dei sentimenti; il punto è che fa fatica ad esprimerli.
In un certo senso, una persona così mi fa tenerezza.

Rizwan è cresciuto a Mumbai in India con una madre molto premurosa e durante l'adolescenza ha imparato molto bene a riparare guasti meccanici.
E' molto importante qui citare una frase che sua madre gli dice più o meno all'inizio del film:"Ricordati sempre una cosa: al mondo esistono due categorie di persone; quelle buone che fanno cose buone e quelle cattive che fanno cose cattive. Questa è l'unica differenza che esiste tra le persone."
Questa frase riassume il messaggio che quest'opera cinematografica vuole trasmettere: i pregiudizi e la diffidenza nei confronti del diverso generano rancore, ingiustizie e violenza. E' insensato classificare e discriminare le persone in base al colore della loro pelle, in base alla loro cultura o alla loro religione. Questi tipi di classificazione spesso hanno portato a eventi storici tragici: a genocidi, persecuzioni, segregazioni.
L'unica cosa che è possibile affermare è che esistono sia i buoni sia i cattivi...gli uni, con le loro azioni generose, cercano di rendere migliore il mondo; gli altri invece, con la loro rabbia seminano l'odio.

Comunque, una volta divenuto adulto, Rizwan si trasferisce a San Francisco negli Stati Uniti.
In questa città, egli trova lavoro come rappresentante di prodotti cosmetici e incontra la bellissima e dolcissima Mandira, giovane donna di origini indiane, madre di Samir, un bambino molto sveglio ed estroverso. Tra Rizwan e Samir si instaura subito un rapporto profondo, fatto di complicità.
Samir è il mio personaggio preferito. Secondo me ha un ottimo carattere: ammirevole il fatto che non manifesta alcun sentimento di gelosia nei confronti di Rizwan, nemmeno quando quest'ultimo diventa il marito di sua madre. Samir ha soltanto 6 anni quando avviene il matrimonio tra Mandira e Rizwan, il quale dà il suo cognome al bambino.
Passano alcuni anni caratterizzati da felicità, serenità, risate, solidi legami di amicizia... 
Rizwan prova per davvero un sentimento di affetto verso Mandira e, con il passare del tempo, si affeziona sempre più a Samir.

Poi però, la loro vita viene sconvolta dapprima dall'attentato alle Torri gemelle, l'11 settembre 2001; e poi dalla morte di Mark, un loro amico che era stato inviato come generale militare in Afghanistan.
L'episodio dell'11 settembre, organizzato e realizzato da gruppi di terroristi membri di Al-Quaeda, ha provocato nella popolazione americana sentimenti di rabbia e di avversione nei confronti dei musulmani. 
La rabbia e l'avversione possono sfociare nel razzismo... Samir diviene vittima di derisioni e di umiliazioni da parte dei compagni di scuola, fino al giorno in cui alcuni ragazzi poco più grandi lo massacrano di botte... 
L'omicidio di Samir è il punto cruciale del film: Mandira, disperata come può esserlo soltanto una madre che ha perso una parte di se stessa, ovvero suo figlio, dice a Rizwan: " Siamo stati noi ad ucciderlo! E' tutta colpa mia, se non ti avessi sposato Samir sarebbe ancora vivo (...) Samir ti voleva bene. Che differenza poteva fare un cognome? Qual'era il problema se mio figlio si chiamava Khan? E invece mi sbagliavo!! Fa differenza!! Fa un'enorme differenza!! Sam è morto perché si chiamava Khan! Mio figlio è stato ucciso solo perché aveva il tuo cognome!!  (...) Vai!! Vai via adesso, sparisci dalla mia vita! Perché non vai a dire a tutti che non sei un terrorista??! Dillo a tutta l'America! Perché non provi a dirlo al Presidente degli Stati Uniti?"

Samir non era figlio di un terrorista musulmano. Era soltanto un ragazzino di 13 anni quando è morto.
Un ragazzino ingenuo, vivace, simpatico, aperto, solare... con il sorriso luminoso come quello di sua madre. Un sorriso che non potrà mai più rischiarare la faccia della Terra. Samir è morto a causa del razzismo... Che senso aveva picchiare a morte un ragazzino che non faceva assolutamente nulla di male? E' assurdo morire a 13 anni a causa di un pestaggio. E' assurdo morire a 13 anni perché il tuo patrigno è musulmano e perché tu porti il suo cognome.
Mi ha profondamente colpita il fatto che il migliore amico di Samir, unico testimone oculare  dell'omicidio, pieno di paura per le minacce che gli aggressori di Samir gli rivolgono, si chiude nel silenzio per molti mesi, non rivelando dunque né a Mandira né alla polizia la verità sulla morte del ragazzino.

Rizwan dice: "Secondo la polizia, Samir è stato ucciso perché era musulmano. Ma non è una brutta cosa essere musulmani." 
Nemmeno per me è una brutta cosa essere musulmani, Rizwan. Per me e per te questa non è una brutta cosa. Ma per i razzisti, per gli ignoranti che perdono il loro tempo a generalizzare alcune categorie di persone, per i giovani criminali che prendono a calci un ragazzino purtroppo lo è...
Al mondo non esistono soltanto i fondamentalisti, i violenti convinti che Allah voglia la morte "degli infedeli", ovvero, dei cristiani. Ci sono anche i musulmani veramente devoti ad Allah, rispettosi, generosi, disposti a convivere e a dialogare con i fedeli di altre religioni. 

Anche episodi come la decapitazione di quattro gionalisti occidentali e il massacro alla sede del "Charlie Hebdo" possono generare sentimenti di sospetto e di odio  verso i musulmani.
E purtroppo può accadere che alla violenza si aggiunga altra violenza.
E' necessario invece accantonare i pregiudizi e l'odio, se si vuole costruire un mondo migliore basato sulla tolleranza e sul rispetto reciproco. E' assurdo, è veramente assurdo e insensato che qualcuno muoia in modo violento a causa delle sue origini o della sua religione!!
E' divenuto famoso lo slogan pronunciato dai cittadini francesi per le vie di Parigi: "Je suis Charlie", finalizzato a difendere la libertà di stampa e di espressione. Anche qui, io mi chiedo: è lecito difendere la libertà di stampa e di espressione quando si insulta pesantemente una religione? Sia chiaro: non difendo assolutamente i terroristi, sto solo dicendo che noi abbiamo il diritto di contestare alcuni aspetti dell'Islam ma non dobbiamo assolutamente permetterci di offendere i musulmani con vignette satiriche dissacranti su Maometto. La critica è una cosa, l'insulto è un'altra.
A me non fa per niente ridere una vignetta che dice: "Le Coran c'est de la merde", ovvero, "Il Corano è una merda".
A mio modesto avviso, i musulmani contrari al terrorismo sarebbero dovuti scendere nelle piazze parigine qualche mese fa con cartelli che avrebbero potuto portare la scritta: "Il mio nome è (...) e non sono un terrorista". I musulmani moderati, di fronte a questi episodi, dovrebbero alzare la voce e far sentire la loro presenza attraverso manifestazioni pacifiche e profondamente contrarie alla violenza.



LA FINE DEL FILM:

Mandira viene a conoscenza della verità sull'omicidio del figlio; gli assassini di Samir vengono arrestati e condotti in carcere in manette davanti ai suoi occhi. 
Magra soddisfazione secondo me povera lei... E' vero che ha avuto giustizia, ma l'arresto dei responsabili dell'assassinio non potrà mai restituirle il figlio, perduto per sempre.

Khan incontra per davvero il Presidente degli Stati Uniti, dopo un lungo viaggio e dopo molte avventure. Mi ha commosso il punto in cui Rizwan mostra al Presidente una fotografia di Samir, dicendo: "Era mio figlio. Si chiamava Samir e non era un terrorista."
Rizwan e Mandira si riconciliano poco prima di incontrare il Presidente.


"WE SHALL OVERCOME, SOME DAY!"


E' una celeberrima canzone attribuita alla mitica Joan Baez. Questo brano è divenuto un inno contro la guerra ed è citato e cantato più volte all'interno del film. 
"We shall overcome" è la canzone preferita di Mandira.
E' un inno alla fratellanza e alla solidarietà fra tutti i popoli del mondo.

A me piacciono moltissimo sia la melodia sia il significato delle parole... soprattutto la strofa che fa:
"We'll walk hand in hand,
 We'll walk hand in hand,
 We'll walk hand in hand, some day.
 Oh, deep in my heart, I do believe"




5 aprile 2015

La Pasqua rinnova i cuori:



"Risurrezione", Giotto
Questo post è un'ulteriore riflessione sulla Pasqua.
Ecco i pensieri che attraversano la mia mente e le sensazioni che pervadono il mio animo:

Mi affaccio alla finestra e osservo la campagna che circonda la mia casa... Dense nuvole grigie coprono l'azzurro intenso del cielo. Di tanto in tanto, un raggio di sole porta il suo affettuoso saluto alle prime gemme che nascono sui rami degli alberi.
Nell'aria si diffonde la gioiosa melodia del vento. Contemplo il viaggio delle rondini verso orizzonti lontani. Ultimamente, nelle rondini vedo me stessa! La mia vita è un viaggio verso il futuro, ovvero, verso l'ignoto... Nel mio cuore dimorano mille speranze. La mia mente è ormai un prato gremito di progetti...
A 19 anni provi sia gioia sia angoscia di fronte a ciò che non puoi conoscere in anticipo.
A 19 anni però cominci a capire che, per cercare di raggiungere la felicità, devi sforzarti di trasformare i tuoi sogni in progetti. E certamente sei consapevole del fatto che coronare un sogno comporta tempo, fatiche e sacrifici...
A 19 anni ormai è giunto il momento di uscire dalla dimensione adolescenziale, caratterizzata da sentimenti instabili e da sogni impalpabili...
Adoro una delle ultime canzoni di Ligabue, che dice: "Sono sempre i sogni a dare forma al mondo, sono sempre i sogni a fare la realtà"(...)
I sogni di noi giovani danno forma al mondo, nel senso che lo rendono meraviglioso! I sogni sono fiamme ardenti che possono vincere le tenebre dell'odio.
Però i sogni fanno la realtà soltanto se le persone che li coltivano sono disposte a metterci il loro impegno nel realizzarli.
Ricordo che, circa tre anni fa, ho conosciuto tramite i miei genitori un medico-dentista bergamasco.
Un uomo molto originale, piuttosto schietto e sagace. Una cosa soprattutto ricordo di quell'incontro:
la sua frase apparentemente banale ma in realtà molto profonda: "Ragazzina, diventa ciò che sei!"
Le persone divengono ciò che sono soltanto se comprendono ciò che vogliono veramente...
Ovvio che, per realizzare i propri progetti di vita, sono necessarie la tenacia e la determinazione.
Ovvio che, per progettare il futuro, bisogna amare la vita anche nelle sue contraddizioni e nei suoi imprevisti.

La Veglia di ieri sera è stata stupenda: vorrei che tutte le messe dell'anno fossero così solenni! Mi piace sempre moltissimo il momento in cui noi fedeli entriamo in chiesa con una candela accesa tra le mani, mentre la corale inizia a cantare il preconio pasquale.
Durante la celebrazione è stato letto anche un brano preso dal libro del profeta Ezechiele... di questa lettura, mi sono rimaste impresse nella mente le frasi: "Così dice il Signore Dio: (...) Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo; toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne."
E' vero che i profeti sono vissuti qualche decennio o qualche secolo prima dell'anno zero, ma questa frase mi ha fatto pensare proprio alla figura di Gesù: Dio ha voluto sacrificare il Suo Unico Figlio per donare una speranza di redenzione all'Umanità. 
Gesù Cristo, quando era in mezzo agli uomini, attraverso le sue parabole, le sue predicazioni, le sue azioni e i suoi miracoli ha cercato di indicare agli uomini uno stile di vita basato sulla carità fraterna, sull'umiltà e sul perdono. E ha subìto critiche pesanti, insulti, schiaffi e derisioni. Morendo in croce ha perdonato la cattiveria e la stoltezza di molti uomini: "Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno" (Vangelo di Luca, cap. 23, versetto 33).
E poi è risorto gloriosamente!!  Ha vinto la morte e, nell'ascendere al cielo, ha dimostrato che per l'umanità esiste una speranza di riscatto. Secondo la visione cristiana, non sono la morte, il male, la violenza e la cattiveria ad avere l'ultima parola. E' soprattutto per questo motivo che io voglio coltivare la mia fede: la nostra religione mi dà una speranza, che non è soltanto ultraterrena ma anche esistenziale: l'avvento della Risurrezione invita tutti gli uomini a rinnovare il proprio cuore, a migliorare moralmente, a "mettere da parte" l'odio, la vendetta, la rabbia.
E' vero, ancora oggi ci sono molti cuori di pietra, c'é molto egoismo... Però, se si aprono bene gli occhi, si riescono anche a vedere quotidianamente diverse persone che compiono tanti piccoli gesti d'amore e di solidarietà verso gli altri. La generosità e la sensibilità colorano il mondo...



e... 100 di questi giorni così speciali!!!  :-)



Ascoltatela, è stupenda!! :-)

4 aprile 2015

Riflessioni su alcuni passi biblici in occasione della Veglia Pasquale:

Nel periodo gennaio-marzo ho partecipato volentieri a un corso biblico-teologico che si è svolto
presso il Seminario Vescovile di Verona. Si trattava di incontri bimensili in cui due sacerdoti leggevano e spiegavano alcuni passi presi un po' dalla Genesi, un po' dalle Lettere di San Paolo apostolo e un po' dai Vangeli di Marco e di Giovanni, al fine di riflettere sul tema della fragilità umana e sui limiti che caratterizzano la condizione del'uomo. E' stato davvero interessante e arricchente per me.

Stasera verrà celebrata la Veglia Pasquale, liturgia che prevede tra le letture anche il racconto della Creazione. In questo post vorrei riportare i testi della Genesi sui quali ci siamo soffermati durante uno di quegli incontri. Accanto ad essi, riporto anche i miei appunti, che qui ho cercato di riordinare nel miglior modo possibile.


GENESI 1, 26-31:

Michelangelo, "Creazione dell'uomo"
"E Dio disse: «Facciamo l'uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra». Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra». Poi Dio disse: «Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero in cui è il frutto, che produce seme: saranno il vostro cibo. A tutte le bestie selvatiche, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli esseri che strisciano sulla terra e nei quali è alito di vita, io do in cibo ogni erba verde». E così avvenne. Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona. E fu sera e fu mattina: sesto giorno."

Il primo aspetto che bisogna constatare è che Dio, detto Elohìm in ebraico, esprime la sua autorità attraverso la parola: manifesta con le parole la sua intenzione di creare e subito dopo agisce. E il vertice dell'attività creatrice di Dio è costituito proprio dalla creazione dell'uomo.
Siamo al sesto giorno e il tono della narrazione diviene più solenne, al punto tale che viene impiegato il verbo alla prima persona plurale "facciamo". E' un plurale che sta ad indicare la sincera e sentita partecipazione di Dio alla creazione dell'essere umano.
E' importante però chiedersi il significato dell'espressione "immagine e somiglianza di Dio".
Dunque, qui il termine "uomo" è naturalmente inteso come "umanità", come "polarità di maschio e femmina". Dio crea l'uomo per poterlo incontrare e per poter godere di un interlocutore: all'uomo è infatti dato l'uso della parola, contrariamente agli animali.
A causa della sua somiglianza con Dio, l'uomo è abilitato ad esercitare una sorta di "dominio" sulla natura. Ma non è assolutamente un dominio tirannico. Il verbo italiano "dominare" deriva dal latino "dominus", ovvero, "signore"... In questo contesto, dominare significa "governare come un signore, come un sovrano che cerca di gestire in modo saggio i beni di cui dispone". Come Dio, l'essere umano è in grado di "nominare", ovvero, di riconoscere la singolarità degli elementi naturali e di ammirare ciò che è bello e apprezzabile. E' proprio questa capacità di nominare la realtà che può renderlo signore della natura. L'uomo condivide la signoria con Dio: egli infatti è stato creato da Dio per dominare sulla natura ma non sugli altri uomini!
L'essere umano è sessualmente differenziato, fin dalle origini. E questa è un'affermazione sia della diversità, sia della pari dignità tra i due sessi.
La benedizione divina accompagna l'azione creatrice di Dio e invita le creature a vivere pienamente la loro esistenza, dal momento che esse fanno parte del suo progetto d'amore. La nostra condizione umana è scaturita dal cuore di Dio, dal suo atto d'amore.


Poi ci siamo soffermati anche sui primi versetti del secondo capitolo:


GENESI 2, 5-10:


"Quando il Signore Dio fece la terra e il cielo, nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna erba campestre era spuntata, perché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra e nessuno lavorava il suolo, ma una polla d'acqua sgorgava dalla terra e irrigava tutto il suolo. Allora il Signore Dio plasmò l'uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l'uomo divenne un essere vivente. Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l'uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, tra cui l'albero della vita in mezzo al giardino e l'albero della conoscenza del bene e del male. Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino, poi di lì si divideva e formava quattro corsi."

Sembra desolante il paesaggio che si presenta all'inizio. Niente erba, niente cespugli, niente pioggia... e nessuno che lavori il terreno. Da qui deriva il bisogno di un "dominus", di un "signore" che diventi il custode della natura.
L'uomo, ovvero Adamo, è plasmato con la polvere del terreno. Dio soffia nelle sue narici per renderlo un essere vitale. Tra l'uomo e il suolo vi è un legame indissolubile: il suolo è soggetto al lavoro umano. E anche il disegno di Dio costituisce una profonda alleanza tra l'uomo e il suolo.

GENESI 2, 15-17:

"Il Signore Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse. Il Signore Dio diede questo comando all'uomo: «Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell'albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire»".

Eccolo qui, il limite. Questa è la prima volta che Dio si rivolge al suo interlocutore con il pronome "tu". Il parlante sta qui esprimendo qualcosa che gli sta molto a cuore. La prima parte della frase che Dio pronuncia costituisce un'esortazione a godere dei beni del giardino.
La seconda parte però designa un limite. Dio non vuole minacciare l'uomo; vuole piuttosto ammonirlo, dirgli come evitare la morte. Dio non è invidioso delle sue creature e non è nemmeno meschino, perché desidera che l'essere umano occupi il suo posto nel custodire e nel preservare le meraviglie e le risorse del giardino.


A me però piace sempre andare avanti, approfondire. Dunque, da sola ho proseguito la lettura del secondo capitolo della Genesi e ho cercato di riflettere su questi contenuti:


GENESI 2, 18-24:


"Poi il Signore Dio disse: 'Non è bene che l'uomo sia solo. Voglio fargli un aiuto che gli corrisponda'. Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di animali selvatici e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all'uomo, per vedere come li avrebbe chiamati. Ognuno di questi animali avrebbe avuto il nome datogli dall'uomo. L'uomo diede dunque un nome a tutti gli animali domestici, a quelli selvatici e agli uccelli. Ma di essi, nessuno era un aiuto adatto all'uomo. Allora il Signore Dio, fece scendere un torpore sull'uomo, che si addormentò; gli tolse una costola e richiuse la carne al suo posto. Con quella costola Dio, il Signore, formò la donna e la condusse all'uomo. Allora egli esclamò:
'Questa volta
È osso delle mie ossa,
carne dalla mia carne.

La si chiamerà donna
perché è stata tolta dall'uomo'.
Perciò l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla moglie e i due saranno un'unica carne.


Credo che questo sia uno dei passi più affascinanti della Bibbia.
Nel Medioevo, gli uomini di chiesa si sono serviti di questo brano biblico per giustificare la presunta inferiorità della donna.
In effetti, essi erano convinti del fatto che il sostantivo "femmina" derivasse da due parole latine: "fio", verbo che significa "diventare, essere fatto" e "minus",  avverbio che vuol dire "minore, meno". La donna è stata creata togliendo una costola dall'uomo, quindi per questo sarebbe un essere inferiore, da sottomettere e da sfruttare. In questo modo a quell'epoca si legittimava la frustrante condizione sociale e familiare in cui le donne versavano. Anzi, si era proprio convinti del fatto che Dio stesso aveva voluto la sottomissione del genere femminile a quello maschile.
Fortunatamente questa interpretazione è stata superata da molto tempo, per lasciare il posto a letture più profonde e più intelligenti...
L'ultima creazione di Dio è la donna. Dio pensa ad un aiuto per l'uomo, che si trova solo nel giardino dell'Eden. Certo, egli si sazia dei frutti degli alberi e vede molti animali che vivono nel giardino. Ma egli, essendo dotato di pensiero, di parola e anche di un cuore per amare profondamente, ha bisogno di stare con qualcuno che sia il suo "alter ego"; ha bisogno quindi di un altro essere umano che sia al contempo uguale e diverso da lui. E di questo Dio si accorge prontamente. La donna è stata dunque creata come "aiuto, sostegno e conforto". E il fatto che sia stata dapprima creata dalla costola dell'uomo e poi posta di fronte all'uomo non significa che essa sia un essere inferiore o di poca importanza... Al contrario, tutto questo indica la sua piena dignità come creatura di Dio.
La donna è capolavoro di Dio. San Paolo apostolo dice, nella sua lettera ai Galati: "Non c'è né maschio né femmina, perché voi tutti siete uno solo in Cristo Gesù". Secondo San Paolo non dovrebbero esserci discriminazioni di sesso ma dovrebbe piuttosto esserci rispetto tra uomini e donne, dal momento che Gesù, figlio di Dio, comprende in Sé stesso l'identità di entrambi i generi.
Interessante l'ultima frase: "Perciò l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla moglie e i due saranno un'unica carne."
Ogni volta che leggo o che penso a questa frase mi torna alla mente il "MITO DELL'ANDROGINO",

narrato dal personaggio di Aristofane nel "Simposio" di Platone. Secondo questo mito, alle origini del mondo l'essere umano non era dotato di singolarità, ma anzi, era una sorta di "uomo-palla", ovvero, un essere dalla struttura circolare. Esso era una fusione tra le caratteristiche maschili e quelle femminili. Alle origini della storia esistevano dunque esseri asessuati, caratterizzati dall'unità e dalla completezza. Però, gli androgini erano creature superbe e arroganti, poco rispettose nei confronti degli dei. Zeus allora, per punirli, aveva scagliato contro di loro i suoi fulmini, dividendoli a metà. Per questo, nell'umanità post-androginica è molto vivo il desiderio di ricercare la propria metà perduta...

Così gli antichi greci si spiegavano la distinzione sessuale e la causa del sentimento d'amore.
Mito davvero affascinante, soprattutto se si cerca di collegarlo alla tradizione biblica...
Tuttavia è necessario fare le opportune distinzioni tra Genesi e Simposio.

Per il Simposio, l'espressione "essere un'unica carne" assume una connotazione abbastanza pessimistica: il mito di Platone infatti racchiude in sé l'idea che il compimento del desiderio amoroso si realizzi nel diventare una sola carne, nel fondersi con l'amante. Noi umani dunque, secondo questa idea, coltiviamo l'ardente desiderio di assumere la completezza attraverso l'unione sessuale. Però, secondo quest'idea, l'essere umano sarà sempre e soltanto infelice: prima è infelice perché è solo, triste e ansioso di cercare la propria metà, poi però, subito dopo averla trovata si unisce a lei, e, nell'unione, emette gemiti di dolore assumendo un'espressione profondamente angosciata durante l'atto sessuale. (da non dimenticare infatti che il personaggio di Aristofane, subito dopo aver raccontato il mito, immagina di vedere due amanti nel pieno del loro atto con "una maschera tragica sul volto", dal momento che provano entrambi dolore nell'accoppiamento)...
Infine, questo mito riguarda anche le unioni omoerotiche, non contemplate dai primi capitoli della Genesi...

Per la Genesi, l'espressione "essere un'unica carne" assume un significato decisamente diverso.
L'unione con il coniuge implica innanzitutto un distacco dalla propria famiglia d'origine. Inoltre, il rapporto uomo-donna, in questo passo biblico, non è inteso come la realizzazione della passione erotica o come l'appagamento di un desiderio egoistico, dal momento che l'uomo e la donna si uniscono in matrimonio per volere di Dio. 
Il concetto dell' "essere un'unica carne" rimanda piuttosto alla necessità dell'essere umano di porsi in una sincera relazione d'amore con l'altro... l'unione matrimonale è vista dunque come una "comunione tra due persone" che vivono all'insegna del rispetto reciproco, della solidarietà e del dialogo...
Le Sacre Scritture e la Chiesa non negano e non vogliono negare l'aspetto erotico, ma mirano piuttosto a valorizzare la straordinaria ricchezza morale che scaturisce da un rapporto coniugale basato su un profondo sentimento di affetto.



29 marzo 2015

Le bambine dall'infanzia rubata:


In questo post vorrei descrivere la tragedia delle spose bambine. Si stima che nel mondo, le ragazzine costrette a sposare uomini maturi o addirittura anziani, siano circa 60 milioni, in genere di età compresa tra gli 8 e i 15 anni. 

Dunque dapprima vorrei cercare di illustrare le cause che, nei paesi più poveri del mondo, spingono numerose famiglie a combinare unioni tra le loro figlie ancora bambine e uomini adulti, poi passerò a descrivere la diffusione del medesimo fenomeno nei paesi europei.



I MATRIMONI PRECOCI NEI PAESI POVERI DEL MONDO:

In alcune zone dell'Asia e in molti stati dell'Africa la miseria economica, alimentare e culturale dilaga e coinvolge migliaia di famiglie. E così, una bambina che non ha una buona dote a causa dell'estrema povertà dei genitori, viene spesso accettata dalla famiglia del futuro sposo, a patto che non superi i 12 anni di età. E dunque, i genitori della bambina ricevono una buona somma di denaro dopo aver combinato il matrimonio. Le unioni forzate si configurano quindi come degli investimenti. Da una ricerca condotta in Afghanistan, infatti, risulta che il 52% delle spose non supera i 12 anni e che a causa di questi matrimoni le famiglie riescono a saldare la maggior parte dei loro debiti. Peccato però che per motivi di denaro molte bambine debbano rinunciare molto presto ai giochi, alle risate, ai sogni ingenui dell'infanzia...
L'attività sessuale precoce (in particolare le violenze sessuali fatte a bambine non ancora mature) indubbiamente rovina la salute della giovanissima sposa: non mancano infatti i casi in cui le bambine soffrono di emorragie interne e presentano segni di violenza intorno agli organi genitali. Centinaia di ragazzine muoiono durante il parto.
Mi ha impressionato moltissimo ciò che è accaduto nello Yemen pochi anni fa: una bambina di otto anni, data in sposa a un uomo violento e cattivo di cinquantacinque, è morta durante la prima notte di nozze, in seguito ad uno stupro e a causa di una gravissima emorragia interna. Otto anni soltanto... aveva tutta la vita davanti! Non è giusto morire a otto anni per colpa dell'ignoranza e della malvagità degli adulti. Essere private a otto anni non soltanto del diritto all'innocenza ma anche del diritto di vivere è terribile. 
E' una tragedia enorme, perché quella bambina non potrà mai più vedere la delicatezza di una farfalla che si posa su un fiore, il sole che nel tramontare dipinge ardenti lingue di fuoco all'orizzonte, il cielo pieno di stelle luminose, gli uccelli che volano nell'aria... e non potrà più sognare, ridere, volare con la fantasia...Si, lo so, espressioni poetiche come quelle che ho scritto sopra vi suoneranno oramai familiari perché più o meno tutti voi lettori conoscete la mia poesia “Addio, ragazzo!”, pubblicata sul presente blog l'11 luglio 2014... La morte di una bambina e anche la morte di migliaia di giovani ragazzi a causa della cattiveria di certi adulti mi indignano e al contempo mi addolorano. Provo molta rabbia di fronte a questi eventi.
Per concludere il paragrafo, vorrei accennare ora al caso dell'India. In India, il fenomeno dei matrimoni precoci rappresenta un serissimo problema sociale, anche se le leggi indiane proibiscono il matrimonio al di sotto dei 18 anni per le ragazze e al di sotto dei 21 per i ragazzi. In questo paese però non ci sono soltanto spose bambine, ma addirittura sposi-bambini. Spesso le famiglie indiane combinano matrimoni tra un ragazzino intorno ai 14-15 anni e una bambina che deve ancora compierne 10... e le conseguenze di ciò sono molto chiare: ingiusto abbandono dei giochi, analfabetismo, incoscienza dei propri diritti, gravi problemi di salute.



IL PROBLEMA DELLE SPOSE-BAMBINE NEI PAESI EUROPEI:

Purtroppo è molto difficile debellare il fenomeno delle spose-bambine. Soprattutto per il fatto che le vittime non si rivolgono alla polizia per paura dei loro genitori. Nel nostro stato i matrimoni con minorenni sono vietati ma manca un quadro legislativo utile a contrastare questo fenomeno. Una strategia diffusa tra i genitori che vogliono costringere la figlia a sposarsi è quella di costringerla dapprima a recarsi nel paese d'origine per celebrare le nozze e poi, una volta ritornata in Europa, di registrare il matrimonio attraverso alcune formalità e senza alcun controllo che faccia intuire la validità del consenso. Si evade dunque dalla legge. E' per questo motivo che le nozze precoci, combinate e forzate sono celebrate quasi sempre all'estero, nello Yemen, in Pakistan o in Iran.
Ad Imola, nel 1997, è stata fondata l'Associazione “Trama di Terre”, rifugio italiano per le giovani che riescono a scappare di casa prima di contrarre un matrimonio forzato. E' merito proprio di questa associazione se si hanno ora delle stime reali dei matrimoni precoci e forzati in Italia, che sono circa 2000 ogni anno. Il punto è che “Trama di terre” rischia di chiudere per mancanza di fondi. Quindi, Tiziana Dal Prà, presidentessa dell'associazione, invoca un aiuto da parte del governo, dicendo: “Il fenomeno dei matrimoni combinati riguarda soprattutto ragazzine del Pakistan, dell'India, dello Yemen e del Marocco. Io e i miei colleghi offriamo rifugio e protezione alle ragazze vittime di maltrattamenti. Il nostro è un progetto che rischia di fermarsi per mancanza di fondi, per questo vorremmo rivolgerci al Ministro delle Pari opportunità, perché servirebbe un piano nazionale per portare avanti un progetto di questo genere.”
Nel Regno Unito le spose bambine sono circa 1500 ogni anno, ma il dramma dei matrimoni forzati è molto più monitorato che in Italia. Le Ong infatti danno consigli alle future spose bambine su come poter evitare il "funerale della loro infanzia e spenasieratezza". Una delle strategie consigliate è quella di nascondere un cucchiaino di metallo nelle mutande, oggetto che solitamente induce il metal detector dell'aeroporto a suonare. La sicurezza areoportuale perquisisce allora la ragazza in un'area protetta e sicura, dove, lontana dai genitori, potrà raccontare di stare per essere costretta a sposarsi. Trucchetti necessari fino a che il governo inglese non renderà il matrimonio combinato un reato penale.



22 marzo 2015

L'intimo misticismo di Tagore, poeta indiano


La passione per la poesia mi spinge a leggere e a interpretare alcune suggestive liriche di poeti stranieri meritevoli di un'alta considerazione. Sono rimasta davvero affascinata da alcuni componimenti scritti da Tagore, poeta indiano vissuto a cavallo tra l'Ottocento e il Novecento.
In questo post vorrei esporre gli eventi fondamentali che hanno contrassegnato la vita di questo grande letterato e vorrei anche cercare di commentare alcune sue poesie.


LA BIOGRAFIA:
Ritratto di Rabindranath Tagore


Rabindranath Tagore nacque a Calcutta il 6 maggio 1861. Suo nonno fu uno dei primi indiani che viaggiarono in Europa, dove venne ricevuto con onore alle corti di Francia e Inghilterra.
Il padre di Tagore fu un mistico religioso che contribuì grandemente alla vita culturale del Bengala.
Rabindranath fu il quattordicesimo di quindici figli. Da bambino era sensibile, fantasioso, creativo, intelligente ma ribelle a qualsiasi forma di istituzione che impedisse la manifestazione del suo spirito libero e indipendente. Frequentò saltuariamente le scuole e venne istruito a casa da precettori privati. Da ragazzino lesse con sincero interesse i classici del bengali medievale e della letteratura sanscrita. 
A 17 anni, Rabindranath venne mandato in Inghilterra dove studiò letteratura inglese e letteratura tedesca all' "University College" di Londra. In questa fase della sua prima giovinezza ebbe modo di conoscere e di apprezzare le opere di Shakespeare, i componimenti di  Keats e anche di Shelley, due poeti romantici.
Qualche anno dopo ritornò in India, dove si sposò (matrimonio combinato dalla famiglia, ovviamente!) a ventidue anni, con una ragazzina, dalla quale ebbe cinque figli. Negli anni Ottanta dell'Ottocento iniziò la sua prima produzione poetica, caratterizzata da liriche brevi ma altamente espressive. Oltre all'attività poetica, si dedicò anche all'insegnamento.
Nel 1913 ricevette il Premio Nobel per la poesia, esattamente un anno dopo la pubblicazione della sua raccolta "Gitanjali", parola che, tradotta in italiano significa "Canti". Nei suoi canti è possibile rilevare un profondo sentimento religioso e un sincero stupore per la bellezza della natura.
Dal 1919 al 1931, Tagore compì alcuni viaggi all'estero: soggiornò principalmente in Ungheria, in Francia, in Germania, negli Stati Uniti e in Italia.
Fu amico di Gandhi. Nel 1932 gli venne affidata all'Università di Calcutta una cattedra di letteratura bengali.
Nell'aprile del 1941, tutta l'India festeggiò il suo ottantesimo compleanno. Ma Tagore morì il 7 agosto dello stesso anno a causa di una grave malattia.

LE LIRICHE:


A differenza di altri poeti indiani suoi contemporanei, che scrissero prevalentemente in inglese, Tagore si servì soltanto della lingua bengali per la propria produzione letteraria. La sua fama internazionale è però legata alle traduzioni in lingua inglese, in gran parte fatte da lui stesso. Da rilevare il fatto che la produzione letteraria di Tagore è vastissima: si contano infatti 90 opere non soltanto poetiche ma anche prosastiche, di argomento filosofico e religioso.

Riporto qui sotto il testo di un canto tratto dalla raccolta "Gitanjali" e le mie riflessioni:

CANTO 5°:

"O tu, ultima stella della prima alba,
lascia il tuo messaggio, quasi addormentato e segreto,
nel primo fiore dell'alba.
Possa Colui che è la fonte di tutte le gioie
baciarmi così nella nuova vita
alla fine di quella trascorsa.
Possano tutti i sogni della notte fiorire in nuovi canti
al momento del risveglio.
Possa la Solitaria, che dimora nel mio cuore,
apparire in abito nuziale al mattino
della mia nuova vita."

Subito dopo averla letta, ho chiuso gli occhi e ho immaginato che il poeta, nel momento dell'ispirazione, si fosse affacciato alla finestra della sua camera per osservare le prime luci dell'alba di una giornata primaverile limpida e serena.
In questo canto si possono trovare diversi termini che riguardano la sfera religiosa: innanzitutto, quel "Colui" del quarto verso, pronome che, a mio avviso, sta ad indicare Dio, considerato dal poeta "la fonte di tutte le gioie". Nelle stelle che soavemente si spengono e nella dolce nascita del sole, Tagore vede la magnificenza di Dio, creatore dell'Universo e governatore degli elementi naturali. Il pensiero di Dio instilla dunque gioia nell'animo del poeta.
Pur essendo cresciuto in un clima culturale induista, Tagore era divenuto un mistico capace di una visione monoteista. E ammirava moltissimo l'immagine di un Dio sommamente buono, che si fa uomo e che accetta di morire in croce. In Tagore, il riferimento a Cristo non è né metaforico né allusivo, ma diretto. Egli infatti una volta aveva affermato: "Tra coloro che hanno una risposta per le domande più segrete del nostro spirito c’è Gesù Cristo. Egli ha detto: ’Io sono il Figlio. Il Padre si riconosce nel Figlio’. Non c’è solo scambio di rapporti tra il Padre e il Figlio, ma manifestazione di Spirito dal Padre e dal Figlio. Cristo ha detto: ’Egli è in me’. Così come gli innamorati possono dire: ’Tra noi non c’è separazione’".
Nei versi 5 e 6, Tagore parla sia di una "nuova vita", sia di una "vita trascorsa". Questi due versi potrebbero avere due differenti significati. Io almeno li ho interpretati in due modi:

a)"Possa l'amabile pensiero di Dio riempire di felicità il mio cuore all'alba di questo nuovo giorno (la nuova vita), al termine della notte e del sonno notturno (la vita trascorsa)". La luce dell'alba e l'inizio di un nuovo giorno inviterebbero quindi il poeta a rinnovare la sua voglia di vivere e di amare.

b) "Possa la gioia che proviene da Dio accogliermi nella vita ultraterrena (la nuova vita) una volta concluso il mio percorso terreno (la vita trascorsa)". Il poeta sa bene di non essere una creatura immortale. Dunque, l'alba è un'occasione non soltanto per lodare la grandezza di Dio ma anche per sperare vivamente nell'esistenza di una vita ultraterrena felice e beata.

Molto belli e suggestivi anche i versi 7 e 8, che io ho letto in questo modo: "Al momento del risveglio, possano tutti i miei sogni rifiorire in buoni propositi alla luce di un nuovo giorno." Questa interpretazione si ricollegherebbe con quello che ho scritto nel punto  a)  poco sopra.
Curioso infine il fatto che il poeta scriva "Solitaria" con la s maiuscola! Ebbene, la"Solitaria" è intesa come l'Essenza di Dio, che il poeta avverte nel profondo dell'animo.

... Niente paura, Tagore ha scritto anche altre poesie, più semplici e più brevi di questa!! :-))
 Ne riporto alcune tratte dalla raccolta giovanile intitolata "Sfulingo", parola che significa "Scintille":

 LIRICA N° 15:

Le nubi donarono
al sole tramontato
i loro colori dorati;
alla luna non resta
che un pallido sorriso.



LIRICA N°17:


In cielo due stelle
camminano unite
per illuminare
il tempio dell'Universo.

Questa lirica è la mia preferita, perché rappresenta l'immagine che io ho dell'amore. Un'immagine, devo ammetterlo, molto romantica.


LIRICA N°20:

Attraverso l'oscurità
il sole del mattino
recò un messaggio:
con un abbraccio luminoso
risvegliò la bellezza del mondo.


LIRICA N°83:  (E questa la dedico alle persone timide e introverse!!)

Vuoi celare te stesso!
Il cuore non ubbidisce,
diffonde luce dagli occhi.



LIRICA N°104:

O uccello di primavera,
tra le foglie della foresta
canti l'amore.
Il cielo, nella tua voce,
esprime le sue melodie.












13 marzo 2015

"I 400 colpi": la cattiveria degli adulti



"I 400 colpi" è un film francese realizzato nel 1958 e uscito per la prima volta nelle sale cinematografiche nel marzo del 1959. L'ho visto recentemente e sono rimasta molto colpita dalla drammatica storia del protagonista, un ragazzino di dodici anni di nome Antoine Doinel.

La vicenda si svolge a Parigi ed è ambientata a metà degli anni '50.
Sin dall'inizio del film, Antoine appare un ragazzino incompreso e umiliato soprattutto dalla madre, donna corrotta, indisponente ed egoista, che continua a dargli ordini in tono sprezzante, considerandolo pigro e indolente. Lo tratta come se fosse uno "schiavetto".
Uno degli aspetti più tristi del film è proprio questo rapporto madre-figlio: tra loro due non c'é mai un autentico gesto di affetto, mai una parola gentile, mai un dialogo improntato sull'ascolto reciproco.
Il padre di Antoine è un uomo molto superficiale, un padre molto mediocre, inconsistente, incapace di instaurare un rapporto di vera complicità con il ragazzino. A mio avviso, è molto grave il fatto che egli non sappia difendere Antoine dai maltrattamenti verbali della madre, anche se vi assiste di persona! Ma cerca sempre di giustificare il comportamento della moglie dicendo: "Poverina, é stanca, lavora molto durante il giorno", sapendo benissimo che la donna, invece di lavorare, incontra i suoi amanti per le vie della città, con i quali lo tradisce ripetutamente.
Altro aspetto sconcertante: Antoine non ha una camera da letto decente, perché dorme vicino alla porta di casa, in un sacco a pelo e con un pigiama pieno di strappi e di buchi.

L'unica persona che sembra comprendere il nostro protagonista è René, un compagno di scuola con il quale, di tanto in tanto, Antoine marina la scuola per andare al Luna Park o al cinema.

Il film si sofferma molto anche sull'ambiente scolastico: il professore di letteratura francese è molto competente dal punto di vista nozionistico, ma duro, rigido e inflessibile dal punto di vista umano.
Proprio come gli insegnanti dell'epoca, punisce gli alunni con schiaffi, sospensioni e con voti  irrecuperabili come lo zero. Un esempio di ciò è quando Antoine, nello svolgere un tema in cui descrive la morte del nonno, si ispira ad una pagina di un romanzo di Balzac intitolato "La ricerca dell'assoluto". Il professore lo accusa di fronte a tutta la classe di aver copiato, gli assegna uno zero e lo sospende a tempo indeterminato. Antoine, profondamente deluso, decide di fuggire di casa e di girovagare per le strade con il suo amico René.
Insieme escogitano un furto e riescono a rubare una macchina da scrivere situata nell'ufficio del padre di Antoine, in modo tale da poterla vendere per pagare una gita al mare, luogo che Antoine non ha mai visto. Tuttavia, dopo aver realizzato il furto, i due ragazzini non riescono a venderla e decidono di restituirla. Antoine viene scoperto dal custode dell'ufficio proprio mentre sta rimettendo la macchina su una scrivania.
Il custode telefona al padre, il quale denuncia addirittura il proprio figlio alla polizia. Antoine passa la notte in cella in compagnia di delinquenti e prostitute. I genitori del ragazzino, per liberarsi del figlio, acconsentono che quest'ultimo venga condotto in un riformatorio lontano da Parigi.
Qui, il nostro protagonista viene interrogato da una psicologa sui suoi rapporti con i genitori e risponde con molta sincerità... proprio in questo punto della storia si scopre che Antoine è un "figlio indesiderato", frutto di una relazione extraconiugale della madre, la quale pensava di abortire pochi mesi prima che nascesse.
Terribile...  anche ai giorni nostri alcuni ragazzi sanno benissimo che, prima della loro nascita, uno dei loro genitori, o in certi casi addirittura entrambi, avevano intenzione di abortire. E' una cosa terribile e credo che generi una grande rabbia e un enorme dolore da parte dei figli che ne vengono a conoscenza.
Mi innervosiscono molto le madri o i padri insensibili che dicono:"Non ho voglia di tenerlo, per me un figlio è solo un peso, quindi me ne libero. Tanto per il momento è soltanto un grumo di cellule."  "Grumo di cellule"... che espressione dispregiativa, e quanto la odio!!! Mi viene la pelle d'oca ogni volta che la sento!! Ma tutti siamo stati un grumo di cellule! Lo ero io circa 20 anni fa, lo erano mia madre e mio padre molti anni fa... tutti gli esseri umani vengono concepiti nello stesso modo, lo afferma anche Giuseppe Parini, poeta italiano del Settecento, in un passo del "Giorno", la sua opera più celebre...
Comunque, letteratura a parte, io mi chiedo spesso: Perché sopprimere una nuova vita per un motivo così futile ed egoistico come un "non ho voglia di tenerlo"?

A voi lettori rivolgo alcuni miei pensieri provocatori:
"Da bambini vi sarebbe piaciuto sapere che i vostri genitori avevano intenzione di abortire?
Pensate che, se vostra madre avesse davvero abortito, voi non avreste potuto diventare la persona unica e irripetibile che siete ora!  Non avreste potuto realizzare voi stessi, non avreste mai sperimentato la magia dell'infanzia, le inquietudini dell'adolescenza e le passioni travolgenti della gioventù!"



IL FINALE DEL FILM:

Durante una partita a calcio, Antoine approfitta di una momentanea distrazione del sorvegliante per fuggire dal riformatorio. Corre a lungo e raggiunge il mare; lo vede e lo ammira per la prima volta. Si spinge dunque sino alla battigia e si volta. Nell'ultima scena viene proprio inquadrato lo sguardo inquieto e doloroso di Antoine.

Il mare in questo caso potrebbe assumere due significati: o è simbolo della libertà che il protagonista vorrebbe raggiungere; una libertà che gli permetta di vivere lontano dalla cattiveria degli adulti; oppure sta ad indicare il futuro, che ha l'aspetto di un mare immenso... un futuro pieno di incognite, difficile da prevedere.


LA FIGURA DI ANTOINE DOINEL:

Antoine Doinel può essere considerato "l'alter ego" del regista Francois Truffaut per una serie di motivi che vorrei elencare in questo paragrafo.
In un'intervista, il signor Truffaut aveva dichiarato: Questo è veramente il film di un'epoca della mia vita. Amo follemente "I 400 colpi", perché so che non potrei rifare un film così efficace. Tutto era depurato, ogni gesto era il solo possibile. Antoine mette la tovaglia, riempie la padella, vuota il secchio dell'immondizia: ogni dettaglio è conforme alla realtà, esattamente ciò che volevo ottenere. Lo vedo come un documento, ed è con quello spirito che è stato montato. (...) Nei "400 colpi" non tutto è autobiografico, anche se tutto è vero. (...)". 
Dunque, il regista stesso riconosce con orgoglio il carattere realistico della sua opera e vi scorge alcuni aspetti che gli ricordano sia ciò che egli ha vissuto, sia le sue inquietudini e le sue insicurezze adolescenziali.
Anche Truffaut era consapevole di essere un "figlio indesiderato"... quando sua madre, era poco più che una ragazzina, aveva scoperto di essere incinta e voleva abortire; ma la sua famiglia si era opposta energicamente a quella decisione.
Anche Francois Truffaut, proprio come Antoine Doinel, amava leggere soprattutto i romanzi di Balzac. A scuola però, il rendimento scolastico di Truffaut era scadente, proprio come quello di Antoine.
Nella prima scena del film si vedono le immagini della Torre Eiffel e i quartieri vicini. 
Antoine abita in uno di quei quartieri e anche il regista abitava da bambino in quella zona.
A 13 anni, subito dopo la morte della nonna, l'unica persona che in famiglia gli voleva veramente bene, Francois era stato mandato in un collegio molto lontano da casa, dal quale però era fuggito. Francois era fuggito dal collegio (esattamente come il giovane Holden!), Antoine invece aveva cercato di fuggire dal riformatorio...


LA GIOVINEZZA DI FRANCOIS TRUFFAUT :
  
Inizialmente aveva trovato lavoro come magazziniere. Alcuni anni dopo, era riuscito a fondare un cineclub in concorrenza con quello di Andrè Bazin, un critico cinematografico, che, avendo notato la sua grande passione per il cinema, gli aveva trovato un posto di lavoro presso il servizio cinematografico del Ministero dell'Agricoltura. Da qui era iniziata la carriera piuttosto brillante di Truffaut.

 IL TITOLO DEL FILM:


Il titolo in lingua italiana è "I quattrocento colpi", ed è in realtà la traduzione letterale dell'espressione francese:" faire les quatre cents coups," che andrebbe tradotta in modo più libero: "fare il diavolo a quattro" o anche "combinarne di tutti i colori".


IL COMMENTO DELLA CRITICA:

Significativo è il commento del critico italiano Morandini:
 

"Va notato come in questo film la critica alla famiglia, alla scuola assente, alle istituzioni preposte alla rieducazione dei ragazzi è incisiva, anarchica, feroce seppur irriverente. In quegli anni il mondo, a livello culturale, politico ed economico è in fermento, ma ad Antoine sembra essere escluso qualsiasi inserimento..."


"SENTIERI PARTIGIANI"- P. MALAGUTI (I):

  "Se decidiamo di riconoscerci in quei principi di libertà e di lotta per la libertà dobbiamo accettare la sfida di non lasciare in si...