18 gennaio 2020

La poesia di Anna Filippini:


La ragazza citata nel titolo di questo post è una poetessa arilicense (=di Peschiera del Garda, antica Arilica), tra l'altro mia omonima.

Poco prima di Natale ho partecipato alla presentazione della sua raccolta di poesie intitolata "Resta, come inchiostro sulla pelle".
Di questo libro vorrei riportare e interpretare alcune brevi liriche che mi sono piaciute.
Se, a fine post, avrete una mezza (o un'intera!) intenzione di acquistare la raccolta, trovate qui sotto il link di Amazon: 
https://www.amazon.it/s?k=resta+come+inchiostro+sulla+pelle&_mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&ref=nb_sb_noss_2

A)                               Odiami.
Perché se ami me
devi sapere che
è difficile sopravvivere in trincea.


D'istinto, ho pensato prima di tutto ad una canzone dei Modà, sono sincera. E' quella che fa: Odiami, odiami, odiami, con tutto il cuore odiami.
Cioè, i Modà non è che cantano qui. Urlano proprio.
E poco dopo, ho pensato anche ad una breve lirica di Anacreonte:

Eρέω τε δηùτε κοùκ έρέω,
καì μαίνομαι κοù μαίνομαι.

Amo e non amo
sono pazzo e non sono pazzo.

I sentimenti contrastanti che si possono provare in un rapporto emergono, prima ancora che in Catullo e in Petrarca, in Anacreonte.
Anche nella lirica di Anna ci si sta riferendo ad un amore problematico; e lo affermo senza voler giudicare le relazioni omosessuali.
Se mi ami sappi che è difficile sopravvivere in trincea. 
Questo concetto allude forse alla personalità contraddittoria dell'autrice? Oppure al fatto che sperimentare la convivenza e la relazione sentimentale con una persona dello stesso sesso è come vivere una quotidianità "battagliera"? 
Anna non ha spiegato proprio in modo chiaro quello che poteva essere il senso più "esatto" di questa lirica. Però forse non ha avuto proprio tutti i torti ad essere evasiva.
Il poeta crea delle immagini che si incastrano, si abbracciano e/o si contrastano... Le crea spesso secondo quelle che sono le sue percezioni visive, sentimentali, affettive e naturalmente anche secondo quelle che sono e che sono state le sue esperienze di vita. Poi però, anche i lettori devono compiere uno sforzo durante l'atto di fruizione: decifrare quei concetti e quelle immagini che le parole evocano e costruiscono. Devono cioè decifrare e interpretare una poesia secondo quella che può essere la loro esperienza di vita, e la loro vita e il loro vissuto possono benissimo differire da quelli degli autori che leggono.

Comunque, a dir la verità, io non riuscirei a starci nemmeno una settimana in casa con un'altra ragazza. O la scuoio o fuggo. 
Il rapporto con molte delle mie coetanee, per gran parte della mia vita (e chi ha letto "Le avventure di una liceale invisibile lo sa") è stato veramente difficile. 
Nei rapporti tra ragazze vi sono spesso due sentimenti/atteggiamenti negativi, anzi tre: l'invidia (dettata frequentemente da un inutile ma opprimente senso di inferiorità), la competizione (il continuare a mettersi a confronto), la gelosia.
Nei capitoli del mio romanzo, (Anna N.) -Zoe T. è vittima di invidia, di un'invidia che è praticamente odio. Le compagne la emarginano e la detestano per ciò che lei è.
Ammetto però candidamente che anche Anna N.-Zoe T., negli ultimissimi anni, non è immune dall'invidiare-odiare-paragonarsi a qualcuna. Di tanto in tanto lo fa anche lei, facendosi del male, perché gelosia e invidia fanno male.

B)                                                         Piangevi stelle
dai tuoi occhi stanchi,
finestre di galassie
sui tuoi sentimenti,
empatica sinfonia
inspiegabile complicità.


Questa, a mio avviso, è la poesia più suggestiva di "Resta, come inchiostro sulla pelle".
Chiunque la potrebbe dedicare a qualcuno che gli sta molto a cuore.
Le lacrime di mia madre mi sono sempre sembrate delle stelle, in quelle rare volte che le ho viste. E' una donna straordinaria, la amo con tutta me stessa e ciò che sono lo devo a lei, prima di tutto. 

Finestre di galassie sui tuoi sentimenti. 
Questa espressione mi ricorda lontanamente una breve lirica di Zanzotto. 
Si tratta di "Nautica celeste":
Vorrei renderti visita
nei tuoi regni longinqui
o tu che sempre
fida ritorni alla mia stanza
dai cieli, luna,
e, siccom'io, sai splendere
unicamente dell'altrui speranza.

Zanzotto vorrebbe visitare la luna, avvicinarsi ad essa (ha scritto questa poesia probabilmente alla fine degli anni '50, poco prima del famigerato 1969). "Longinqui" è un latinismo. 
Ma la luce lunare, fedelissima, sembra recare visita al poeta, trapassando con i suoi raggi, i vetri della finestra della camera da letto.
Bellissimo a mio avviso è il concetto di una luna che, nella sua luminosità, accoglie le speranze e i sogni degli uomini.
"Nautica celeste" fa parte della raccolta "IX Ecloghe", opera poetica nella quale troviamo piuttosto spesso l'immagine della finestra come simbolo di "apertura". Di apertura mentale, di apertura verso l'immensità e verso i tesori nascosti e misteriosi dell'Universo e apertura anche verso la vastità delle meraviglie della Natura.
In "IX Ecloghe", c'è anche una poesia dedicata ad una finestra che Zanzotto aveva fatto costruire nella sua nuova casa (si era sposato a 38 anni). Ve ne riporto alcune parti:

Brilla la finestra del verde lungamente
lungamente composto, sogno a sogno,
orti o prati non so; ma quanta brina
prima ch'io mi convinca, quanta neve.
(...)
tu, mia finestra, e tu, cielo, che porti
a me tra placidi astri gli squillanti satelliti
che il gioco umano ha lanciati, con lampi
di fantascienza...


Quel "finestre di galassie" di Anna potrebbe tranquillamente alludere ad una specie di apertura... Cioè, potrebbe benissimo essere un invito ad essere umani, il più possibile, prima di tutto con le persone che amiamo. A vedere la loro meraviglia anche nel pianto, a prendere atto delle innumerevoli sfaccettature delle loro personalità, anche di quelle che non riusciamo del tutto a capire.
La nostra personalità è un mosaico di piccolissimi tasselli.
E poi, spunta un pochino anche il lessico musicale "empatica sinfonia". 
Sarebbe bellissimo pensare e vivere i rapporti umani, o per lo meno, alcuni di loro, come "empatiche sinfonie", ovvero, come ascolto reciproco e vero dialogo. Ma vero dialogo.

C)                                              C'è una statua qui in vetrina,
due sagome si abbracciano
in un solo piedistallo.
E io, che di questo gesto
avrei assoluto bisogno
sto a guardare.
E non chiedo.

... Anch'io avrei bisogno di quello che tu, cara Anna, dici in questo componimento.
Avrei bisogno di ciò che non chiedo, che faccio fatica a chiedere. 
Maria Teresa, un'amica di lunga data di mia madre da poco diventata nonna, coltiva da anni la sua passione per la scultura. Ha organizzato e allestito mostre d'arte da noi a Somma ma anche a Castion, a San Zeno di Montagna e in alcune zone del Trentino.


Una delle sue creazioni più recenti è questa:

Agosto '19- Mostra di scultura alla fiera di Sommacampagna (VR)

Rappresenta una famiglia. Una famiglia tenuta unita da semicerchi di abbracci avvolgenti. E' la famiglia di suo figlio, che, nel novembre 2018, è divenuto padre di due gemelle.
Sono contenta per lui e per sua moglie, ma ammetto che un po' invidio la loro felicità. Certo, sono decisamente più adulti di me, soprattutto lui con i suoi 40 anni, ma vorrei esserlo io madre.
Credo che i figli siano una ricchezza inestimabile per chi li ha.
Siamo al mondo per impiegare al meglio le nostre qualità intellettive e umane e viviamo per donare amore. 

D)                                                 Torniamo bambini,
rannicchiati e inermi.
Negli angoli di adulte
delusioni,
stringiamo aspettative alle ginocchia;
altalena ritmica
di consapevolezza.


Inevitabilmente, dopo la lettura di questa poesia, ho ripensato a "Cose che nessuno sa" di D'Avenia e in particolare, al punto in cui Margherita, figura alla quale mi sono sempre sentita simile, dopo aver appreso che il padre è andato via con un'altra donna. corre in camera e si nasconde dentro l'armadio. O meglio, è rannicchiata dentro l'armadio dei vestiti. E' un'adolescente, ma certe sue reazioni al dolore assomigliano a quelle di una bambina, anche se non la rendono affatto immatura e infantile. Più semplicemente, la rendono arrabbiata con il mondo e delusa dal mondo. La ragazza, per gran parte del libro, appare chiusa nel suo dolore perché il nido familiare, nel quale credeva molto, è distrutto, è crollato in una mite e soleggiata giornata di metà settembre. Margherita effettivamente ha una personalità introversa e sensibile. E' lacerante per qualsiasi lettore che abbia un po' di cuore quella sua domanda alla madre: "Dove è finito il mondo che mi avevi promesso?". 
"Stringiamo aspettative alle ginocchia"... Le aspettative di cui volevamo e pretendevamo la realizzazione... 

E' dalle 9 di questa mattina che le parole di Don Giampaolo fanno eco nella mia mente.
Non le ricordo a memoria, ma il contenuto più importante della preghiera giovani diocesana di ieri sera era questo: bisogna saper andare oltre i fallimenti e oltre le arrabbiature. L'andare oltre significa avere fede in Dio, capire che lo Spirito Santo a volte vede molta più vita in percorsi diversi da quelli che noi avevamo creduto gratificanti.
E' soprattutto questo il significato del versetto degli Atti degli Apostoli: "Fecero il tentativo di recarsi in Bitinia, ma lo Spirito di Gesù non lo permise loro".
Pareva un discorso fatto apposta per me e per la situazione nella quale mi sono trovata a settembre.
Ho creduto moltissimo, come sapete tutti molto bene, nel mio servizio di animatrice adolescenti in parrocchia. Nessuno mi ha sostenuta, nemmeno chi per primo avrebbe dovuto sostenermi e comprendere i miei sforzi e il mio sincero entusiasmo (e sapete a chi alludo, ma non voglio più nemmeno nominarlo, ora men che mai, anche se è passato un po' di tempo dalla fine dell'estate).
Credo di non essermi mai sentita più fragile... 
Ho avuto un periodo, settembre-ottobre, che a volte piangevo, a volte avevo giornate in cui ero piena di rabbia. Ho detto un milione di parolacce.
Cosa mi ha permesso di riprendermi? I corsi all'Università, parecchio arricchenti, direi più affascinanti di quelli che ho seguito lo scorso anno; e anche il fatto che sto cambiando completamente il mio giro di amicizie... 
Alla fine riconosco solo ora che c'è più vita nelle chiacchierate e nei rapporti con alcuni dei miei compagni di corso (che sto imparando a conoscere bene) che non in un gruppo animatori dove nessuno è veramente amico di qualcun altro e dove nessuno ti apprezza per ciò che sei e per i contributi che porti.

E)                                                 Quando la prigione 
è dentro di te
sono alte le pareti.
Non si vede neanche il cielo.
Pianto di vittima
e carceriere.

Qui faccio una scelta: non spiego la lirica. Non vi dico a cosa sto pensando, ma vi propongo una semi-provocazione: che cosa ci imprigiona nella vita di ogni giorno? Cosa ci impedisce di gustare la vita? Quali sono/sono state le nostre più grandi sofferenze?


F)                                                       Ode agli amici

Amico caro,
che sopporti
le mie contraddizioni
le mie parole farsi lacrime
il mio mal di vivere d'amore.
Ascoltando sempre i miei passi
nonostante tutti gli errori
a tutte le ore,
so che ci sei:
paracadute per ossa fragili.


Efficace qui è proprio la metafora dell'ultimo verso, finalizzata per l'appunto a indicare la figura del vero amico: paracadute per ossa fragili.
Il vero amico è lì, si trova lì non soltanto quando ne hai bisogno, ma anche nei momenti di gioia.
Il vero amico è sincero, genuino e paziente. 
L'amicizia vera assomiglia alla carità di cui appunto parla San Paolo in una lettera ai Corinzi:
Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova.

La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.  La carità non avrà mai fine.

Questo brano biblico è abbastanza spesso scelto dalle coppie che preparano la loro liturgia matrimoniale. 
Ma a me viene anche da dire che l'amicizia vera, per alcuni aspetti, quali la pazienza, l'ascolto e la trasparenza, assomiglia all'amore. All'amore vero.


AVVISO FINALE: Mi auguro di riuscire a scrivere qualcosa anche la prossima settimana, ma non ve lo garantisco, per una serie di impegni che avrò. 
Il post relativo alla seconda guerra mondiale e alla Shoah sicuramente non verrà pubblicato il 27 gennaio, giorno esatto della commemorazione del genocidio ebraico, bensì alcuni giorni dopo. Perché lunedì 27 quest'anno per me coincide con la vigilia di un esame molto importante che deve andare non bene, ma benissimo.
Due discipline le ho già date questa settimana e ho portato a casa un 30 e un 28... Alla terza ci stiamo avvicinando pian piano: alcune cose, adesso come adesso, le so veramente bene, altre devo ripassarle e mi mancano un paio di argomenti che dovrò studiare oggi e domani, a partire dal momento in cui mi scollegherò da internet dopo aver pubblicato questo post.

12 gennaio 2020

Pensieri sparsi a ridosso di un'impegnativa sessione:

Il 2020 è iniziato... E, dal punto di vista di pensieri e di progetti da realizzare è già ora abbastanza denso.
Raramente faccio post di questo genere, cioè, post simili a delle chiacchierate. A differenza della gente della mia età, io preferirei parlare faccia a faccia con gli altri, non attraverso uno schermo! E su un blog di solito mi riservo soltanto il piacere e il diritto di affrontare letteratura e cinema.
Siamo più attaccati agli schermi (un po' tutti) dei nostri strumenti tecnologici che non alla vita stessa e alle opportunità off-line che questa ci offrirebbe. 
(Vi consiglio vivamente, soprattutto se siete giovani, di farvi un serio esame di coscienza su questo mio discorso).


IL SOGNO NELLA NOTTE TRA IL 2 E IL 3 GENNAIO:


Come dicevo in un post dell'estate 2016; per la precisione, il post dedicato a "Doppio sogno" di Arthur Schnitzler, talvolta appare difficile stabilire un netto confine tra sogno e realtà. A volte non coincidono affatto, altre volte invece, sogno e realtà si richiamano.
Alcuni miei compagni di corso mi guardano male quando dico loro che adoro il Surrealismo... Da una parte è vero che questa è un'avanguardia francese abbastanza assurda, visto che teatro, cinema e arte surrealista mirano al non-sense oltre che all'onirico e alle pulsioni sessuali. 
J. Mirò, "Il carnevale di Arlecchino"
Però io credo questo: Andrè Breton, con il Manifesto del Surrealismo del '24, vuole farci rendere conto di quanto il sogno rifletta i nostri lati nascosti, i desideri, le intenzioni, le paure e gli istinti che teniamo dentro di noi e che mai manifestiamo.
I Surrealisti criticano fortemente l'ipocrisia borghese. Anche per questo mi piacciono.

Sto per raccontarvi un sogno i cui contenuti rievocavano anche la realtà del mio vissuto. 
In questo sogno, mi era stata affidata una cattedra di Lettere in un liceo e mi frequentavo con un ragazzo... molto malato. Tumore osseo con metastasi.
Lo visitavo ogni giorno in una clinica grigia e con un grande e verde giardino, dopo le mie mattinate trascorse a scuola un'ora a spiegare dei brani tratti dalla Liberata di Tasso ad una classe quarta, un'altra ora lo Stilnovo ad una terza, un'altra ora ancora la fondazione del regno longobardo  in una classe seconda...
Dev'essere stato un sogno lungo, di cui ricordo due immagini in particolare: quella in cui, mentre il ragazzo si assopiva, io ero seduta dietro un tavolino accanto al suo letto e correggevo i temi e i compiti scritti dei ragazzi.
E poi l'altra, molto più bella: io che lo sorreggevo, cioè, che lo prendevo a braccetto mentre camminavamo per il giardino della clinica, che, almeno ai miei occhi, appariva sempre più grigia, angusta e orribile.
Quando era con me, il ragazzo non era più pallido e stanco: aveva un bel colorito roseo, gli occhi molto luminosi e... credeva davvero di poter migliorare in salute.
"Quando starai meglio, ti porterò via da qui. Verrai a vivere con me.", gli sussurravo, mettendogli una mano sulla guancia.
Poi il dramma terribile... Il medico, o meglio, l'oncologo che seguiva il ragazzo senza nome del mio sogno, era convinto, risoluto a fargli l'eutanasia. Il dialogo tra me e il medico me lo ricordo ancora benone.
"E' sempre peggio... Ogni millimetro del suo corpo è malato. Farlo sopravvivere non è nel suo interesse.", aveva detto, in un tono così risoluto e cinico da irritarmi.
"Ma quando è con me cammina! Le nostre passeggiate in giardino durano anche delle mezz'ore! Invece dell'iniezione mortale trovate un modo per farlo guarire! Quel ragazzo ha fame di vita! E poi è ancora giovanissimo... cioè, è più o meno come me, ha poco più di 20 anni" avevo replicato io.
A quella mia replica, aveva riso sguaiatamente... Fino a dirmi: "Anche tu a 6 anni eri malata!!". A quel punto gli oh dato uno schiaffo così forte da farlo cadere sul pavimento.
...Non abbastanza forte però per farlo svenire... A quel punto, il grande cinico insensibile si è rialzato ed è andato dritto dritto nella stanza del ragazzo, brandendo la siringa dalla tasca.
E io volevo strappargliela dalle mani, ma non riuscivo a correre... Non riuscivo a raggiungerlo, perché improvvisamente mi sono ritrovata imprigionata in una bolla di vetro senza porte né vie d'uscita.

Mi sono svegliata, avevo freddo, era abbastanza tardi, e le mie condizioni di salute erano queste... Avevo la febbre.

Eppure quel giorno ho fatto tutto quello che dovevo fare, dopo aver ingerito una tachipirina 1000 mg: ho continuato a prepararmi sull'esame di Poesia italiana del Novecento e ho ricevuto tutte le ragazzine a ripetizioni.
Dopo che era andata via da casa mia la ragazzina di latino, ho cominciato, davanti ad una tazza di tè e con un gran mal di testa (= ultimamente ho spesso mal di testa) a ripensare al sogno della notte.
In prima elementare non potevo andare a scuola regolarmente perché non stavo bene. Facevo la spola tra lo studio pediatrico del mio paese e l'Ospedale di Padova. 
Nessuno di voi saprà mai che malattia era la mia. Accontentatevi del fatto che sono completamente guarita e che il malanno che avevo non comparirà mai più nel corso della mia vita.
Eravamo nell'aprile 2002 quando sono stata operata e... i liquidi che mi sono stati somministrati durante l'operazione provenivano dagli Stati Uniti. 
Comunque, se anche in famiglia i miei 6 anni sono "tabù", nel senso che non se ne parla praticamente mai e soprattutto, nel senso che io non voglio ricordare quel periodo a voce alta anche se ha avuto un lieto fine, in sogno non ho permesso ad un medico di mezz'età di deridere quello che io e i miei genitori abbiamo passato tra il 2001 e il 2002 e di passarla liscia. Un bel manrovescio ci stava, forse anche due! Cosa c'è da ridere?

Dopo l'operazione mi hanno riportata a casa in carrozzina. Per alcuni giorni non dovevo camminare.
Però a me non è mai piaciuto stare ferma. Sapete come reagivo? Di nascosto, quando la sedia a rotelle era molto vicina a qualche mobile, mi alzavo e provavo a fare due o tre passi ben aggrappata alla superficie di un tavolo o di un mobile.
Ecco da dove vengono anche la mia tenacia e la mia volontà di ferro.
Anche se non sono fatta di ferro. Non sono fatta né di ferro né di acciaio. Sono fatta di carne. Sono fatta di sogni, di ansie, di progetti da attuare, di esperienze positive e negative, di giornate grigie.

"IL CIRCO DELLE MERAVIGLIE", COMMEDIA INTERPRETATA DAI GIOVANI DI VILLAFRANCA:

Devo ammettere innanzitutto che, nonostante io viva ad appena 10 km da Villafranca, non conosco bene questa città. 
Se mi dite: Chiesa di Madonna del Popolo, Via Quadrato, Corso Garibaldi, chiaro che so bene come arrivarci. 
Villafranca è l'attrattiva più vicina e più comoda da casa mia, anche un po' più del Garda e di Peschiera.
Non conosco gli ambienti e i gruppi di questa città... Non conosco chi fa parte della parrocchia e non so se i rapporti tra i ragazzi e i giovani siano sempre civili e sereni.
(Però, villafranchesi, tenetevi stretto Don Daniele, credetemi! Don Daniele prima di trasferirsi da voi era parroco a Ronco all'Adige, dove vivono i miei parenti, che hanno ancora un ottimo ricordo di lui. Anch'io ce l'ho, perché nel lontano 2012 ha celebrato il funerale di mio nonno e, nell'omelia, ha speso parole semplici ma al contempo significative. Mio nonno Francesco era proprio come lui lo aveva descritto).

Non ricordo esattamente tutti i nomi dei personaggi della storia che i giovani di Villafranca hanno rappresentato una settimana fa.
Innanzitutto mi sento di dire che, dalla parte del pubblico, ci si accorgeva benissimo del  lavoro e dell'impegno notevole che tutti, attori giovani e collaboratori adulti hanno impiegato nel mettere in scena molto bene la storia, credendo davvero nell'iniziativa e portando egregiamente avanti un gruppo teatrale parrocchiale che da loro esiste dal '91 o dal '92.
Sicuramente ogni tanto, in quei tre mesi di preparazione dello spettacolo, ci saranno stati litigi e discussioni ma... credo siano stati superati sia dalla voglia di confrontarsi per crescere insieme sia dal desiderio di dare alla comunità qualcosa di piacevole, che avesse un contenuto solido e reale.

La trama è più o meno questa: un giovane (Alex?) sta per essere promosso dal suo capo. Sogna l'avanzare della sua carriera ("una volta desideravo una famiglia e dei figli... ma una volta!") ma... un amico gli propone di andare ad assistere ad uno spettacolo di un circo.
Al giovane protagonista, la vita di chi lavora in un circo appare libera e piacevole. 
Gli stessi membri di quel circo sono convinti di essere liberi di poter manifestare il proprio essere ad un pubblico che li applaude ogni giorno ma in realtà non è esattamente così, visto che monsieur Marcel, il padrone del circo, li considera di sua proprietà.

Il messaggio che si ricava dal copione teatrale di questi giovani:

Affermare qualcosa come: "Tutti sono speciali", è come dire che nessuno lo è veramente. 
"Speciale" in effetti, sarebbe sempre meglio sostituirlo con "autentico".
I talenti particolari (ad esempio essere delle ottime equilibriste) non danno la felicità.
"Fare carriera" nel lavoro, magari trascurando le relazioni umane, non rende felici.
E' invece necessario essere autentici, comunque sia, in qualsiasi situazione ci troviamo. E' necessario essere coerenti con se stessi, essere veri, ora più che mai, in un mondo e in una società in cui tecnologie e cellulari condizionano la quotidianità.
Troveremo sicuramente chi non ci comprenderà e chi ci deriderà ma... teniamo i denti stretti, crediamo in noi stessi... prima o poi le nostre vite incroceranno altre vite che avranno voglia di confrontarsi con noi e di camminare insieme a noi.
C'è del Pirandello!
Pirandello, per capirci, è "l'autore delle maschere". Tiene molto, nei suoi romanzi e nelle sue opere teatrali, al tema dell'identità e dell'autenticità del singolo.
Noi siamo uno (=viviamo secondo ideali, abbiamo delle caratteristiche fisiche e psicologiche diverse dagli altri, e mai perfettamente identiche a quelle degli altri), centomila (=gli altri non ci  vedono come noi vorremmo ci vedessero e ognuno ha un'opinione diversa di noi) e quindi nessuno (l'identità umana è in continuo divenire, non è mai definita, Nessuno può definirla, nemmeno noi stessi ci conosciamo perfettamente).
E Mattia Pascal, cosa ci ha guadagnato ad essere inautentico, a crearsi una falsa identità, a non smentire la falsa notizia sui giornali che riguardava la sua morte?
Ci ha guadagnato una non-vita. 
Adriano Meis non ha documenti, è un fantasma che non può reclamare alcun diritto e che non può realizzare i suoi sogni d'amore. Adriano Meis ovviamente ha anche un passato costruito, falsissimo.
Io lo so per esperienza personale: l'autenticità porta sofferenza e incomprensione. Nelle giornate più nere io arrivo persino a credere che le persone al di fuori della mia famiglia non mi vogliano realmente bene o che comunque, vedano soltanto una piccola parte di me: o la ragazza con "l'intelligenza letteraria e linguistica, quella passata con 105 all'Università" oppure "la contestatrice, la rigida, quella che non si adatta".

Comunque: bravi davvero.
A mio avviso, un'iniziativa teatrale ben coordinata e ben gestita porta davvero ad una crescita reciproca delle persone che collaborano tra loro e che per mesi ci lavorano: si impara ad ascoltarsi, a sostenersi e magari... ad essere gruppo, pur essendo decisamente numerosi.



6 gennaio 2020

" Le 50 sfumature del 6 gennaio"!

Prima volta in quasi dieci anni di attività di blog che dedico un post all'Epifania e a tutto ciò che ricorre il 6 gennaio!

1. L'EPIFANIA E LA STORIA DELL'ARTE:

Parto da un dipinto:
Gentile da Fabriano, "Adorazione dei Magi", 1423 Firenze, Galleria degli Uffizi
Quest'opera rappresenta una delle più significative testimonianze di Gotico Cortese, ovvero, di una fase tarda dell'arte gotica che comprende tutto il XIV° secolo e anche parte del XV° secolo. Il Gotico Cortese si era diffuso negli ambienti di corte di tutta Europa e, oltre a soggetti sacri, comportava anche temi laici (è questa infatti la prima forma di arte medievale laica).

Ad ogni modo, quello che si nota subito in questo dipinto, è il gusto decorativo sfarzoso e dettagliato. I personaggi e gli elementi naturali sono tutti raffigurati con estrema minuzia di particolari. 
La tavola risulta d'altra parte molto preziosa, dal momento che il capolavoro di Gentile da Fabriano è incorniciato da archi, cuspidi e colonne in legno dorato.
Non c'è prospettiva. Brunelleschi e Masaccio devono ancora arrivare infatti. Le dimensioni ridotte delle figure in lontananza non sono date da una concezione di profondità spaziale, piuttosto da un espediente per poter contenere nel dipinto un numero elevato di personaggi.

A me questa Adorazione piace molto, per due motivi:
1) E', nel complesso, un'opera elegante e precisa, dove vengono messi in risalto in ugual misura sia l'atto dell'adorazione, sia i costumi dei popoli orientali, sia i particolari del paesaggio, come le siepi e gli alberi di melograno.
2) Rappresenta la fatica e il viaggio dei Magi, non solo la loro visita.

I Magi vengono qui raffigurati più volte. 
Cerco qui di rendere l'idea attraverso l'ingrandimento di alcuni particolari del dipinto:



Per capirci, qui siamo nella "parte alta" del dipinto. In questo punto, i Magi stanno viaggiando. Queste le fasi principali del loro viaggio, partendo da sinistra: i tre vedono la stella dal Monte Vettore, che qui in realtà non è un monte ma una specie di scoglio alto a picco sul mare, poi partono con un ampio corteo e con esso giungono alle porte di Gerusalemme, poi ancora, a destra, i Magi entrano a Betlemme, cittadina più modesta e circondata da vegetazione.

1) In alto a sinistra i Magi vedono la stella

*Anche se, nel mio percorso di studi universitari, ho dato 4 esami di storia dell'arte, premetto, con grande sincerità, che non sono una storica dell'arte. Però mi azzardo a interpretare quell'episodio di violenza che trovate al di sotto del Monte Vettore: nel mondo arriva la Luce (e questa è una citazione indiretta dal Vangelo di Giovanni). La Luce si manifesta nella povertà e nell'umiltà più assoluta, poi cresce, viaggia, raccoglie discepoli, attrae le folle, suscita scandalo e infine... accetta una morte in croce (questo è il lato più assurdo e più incredibile del Cristianesimo) e risorge.
Nasce e risorge per dare speranza ad un'umanità da sempre caratterizzata da lotta, violenza e sopruso. Gesù nasce, ma non per cancellare per sempre la violenza. 
Quanto piuttosto per dare una speranza al mondo, per comunicare che il male e la morte, per quanto terribili possano essere, non avranno mai l'ultima parola, in nessuna esistenza.
2) In alto al centro, il corteo dei Magi entra a Gerusalemme

3) In alto a destra, i Magi entrano a Gerusalemme.
Passiamo al primo piano, in basso a sinistra:
L'Adorazione
Qui c'è quello che c'è anche in altri dipinti riguardanti la Natività: la Sacra famiglia, il bue e l'asino e i re Magi che portano i loro doni al Bambino. 
In aggiunta: due serve alle spalle di Maria.
Pensiamo però soprattutto ai Magi: il più anziano, letteralmente prostrato a terra, viene benedetto da Gesù Bambino. Il suo dono è nelle mani delle due serve dietro a Maria.
Gli altri due Magi sono dietro a quello inginocchiato: uno sta per inginocchiarsi e tiene un piccolo calice prezioso, l'altro, ancora in piedi, porta anch'egli tra le mani un oggetto prezioso.
Gli abbigliamenti di tutti e tre risultano proprio "regali", ovvero, pieni d'oro.


Perché i Magi qui sono di età diverse? 


Perché rappresentano le tre principali fasi della vita: la giovinezza, la maturità e la vecchiaia. Le tre età in cui non si è più bambini né ragazzini, le tre età in cui ognuno dovrebbe essere dotato di ragione, di desiderio di ricerca continua nella propria vita, e non soltanto di Dio. Anche se i Magi sono figure che forse, più di qualsiasi altro personaggio evangelico o biblico, rappresentano la ricerca di Dio, dal momento che l'attraversamento delle tappe del loro viaggio comporta indubbiamente anche determinazione e tenacia.


2. ETIMOLOGIA  E SIGNIFICATI DELL'EPIFANIA:


L'attuale termine "epifania" deriva da ἐπιφαίνω (epifàino), ovvero, "manifestarsi, apparire".

Indica, in senso religioso, la manifestazione della natura divina di Gesù a tutta l'umanità.
Per gli ortodossi, Natale è il 6 gennaio, non il 25 dicembre. Perché loro ragionano da sempre con il calendario giuliano, noi invece, dal 1582 abbiamo adottato il calendario gregoriano, introdotto da Papa Gregorio XIII°. Il calendario gregoriano consente una maggior precisione nello stabilire equinozi e solstizi.
Nell'Antica Grecia, questo verbo indicava il manifestarsi di una divinità attraverso oracoli o visioni.
L'epifania, tra l'altro, è anche una tecnica letteraria messa a punto da Joyce in "Dubliners": si tratta di una rivelazione improvvisa ad un certo punto del racconto, di un'intuizione che un personaggio ha a proposito della propria esistenza.
Non credo abbiate presente ogni singola novella di "Dubliners", nemmeno io le ho mai lette tutte. Ricordo però il racconto intitolato "Un increscioso incidente": Mr Duffy e Mrs Sinico sono i protagonisti. Per un certo periodo si incontrano, anche più volte la settimana. Mr Duffy è uno scapolo senza rapporti con i pochi parenti rimasti, è un alienato. Mrs Sinico è sposata ma con il marito non ha più un rapporto saldo e forte. Ad un tratto però, Mr Duffy, convinto che "la solitudine dell'anima" sia un male incurabile, decide di lascare Emily Sinico.
Quattro anni dopo, da un giornale apprende che Emily è morta a seguito di un incidente ferroviario: attraversava i binari quando un treno l'ha travolta. 
Mr Duffy inizia ad auto-contestarsi. "Si rese conto che era morta, che non esisteva più, che era diventata un ricordo. Imprecò alla rettitudine della propria esistenza. Sentiva di essere stato escluso dal banchetto della vita.", c'è scritto ad un certo punto. E quella è l'epifania: il rendersi conto, da parte di Mr Duffy, di aver commesso un serio errore nell'interrompere una relazione che dava un colore diverso alla sua vita. Quindi non gli resta che continuare con il suo piatto e squallido tenore di vita, senza legami, e dedito solo al lavoro in una banca.

3A. VANGELO E BREVE COMMENTO:

Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”».
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».
Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.


(Mt. 2, 1-12)

3B. COMMENTO:

I Magi sono uomini dal cuore inquieto: in loro c'è sia sete di conoscenza che bisogno di salvezza. Sono uomini in attesa che non si accontentano della loro posizione e delle loro rendite, ma si aspettano qualcosa di più grande. Dispongono di una formazione filosofica e  conoscono i movimenti degli astri. Il loro cammino esteriore è espressione di un atteggiamento interiore: la fiducia nel cogliere i segni e il mettersi in cammino per il solo fatto di aver intravisto un segno promettente.
Il manifestarsi di Gesù ai Magi indica il fatto che Egli è venuto per tutti, che la sua salvezza è per tutti i popoli, che desidera farsi conoscere da tutti popoli. Non c'è distinzione di razza o lingua. L'amore di Dio è per tutti, chiunque cerchi sinceramente la verità può conoscere il Signore e trovare il senso pieno della propria vita.
Studiosi di astronomia, i Magi avevano riconosciuto in Cristo il salvatore universale, diventando così loro stessi, "l'anello di congiunzione" tra la nuova religione nascente, il cristianesimo, e i culti misterici orientali.

I doni dei Magi hanno un significato: fanno riferimento alla duplice natura di Gesù, quella umana e quella divina.

Il significato di oro, incenso e mirra è questo: l'oro è il dono riservato ai Re e Gesù è il Re dei Re, l'incenso è testimonianza di adorazione alla sua divinità, perché Gesù è Figlio di Dio, la mirra invece, al tempo utilizzata per il culto dei morti, indica che Gesù è anche uomo e come uomo, mortale.
Dice S. Ambrogio: "Tu ti sei mostrato a me o Cristo, faccia a faccia. Io ti ho incontrato nei tuoi sacramenti". Soprattutto l'Eucarestia è l'Epifania di Cristo. Essa non ci mostra solo il Gesù bambino e terreno che videro i Magi, ma il Gesù, morto e risorto, il Gesù Signore universale e glorioso.

(Non è mio questo commento, per carità. Non saprei farne uno simile. Ho preso parti qua e là da pagine online e da libri).


4. E LA BEFANA?


E' un detto diffuso in tutta Italia questo: "l'Epifania tutte le feste si porta via".
E' vero, perché domani i bambini e i ragazzi ritornano a scuola, la gente ritorna al lavoro e all'intensa e anche snervante quotidianità e gli universitari in genere hanno i giorni contati per arrivare ben preparati alla sessione invernale.
Il 6 gennaio, almeno dalle mie parti, c'è la tradizione del "brusàr la vecia" (=bruciare la vecchia).
Anche questo ha un significato: la vecchia (solitamente di paglia), rappresenta il concetto dell'anno vecchio, appena passato. E rimanda anche alla morte della natura in inverno, all'infecondità invernale.
Bruciare la vecchia significa superare, passare oltre agli eventi accaduti per poter affrontare le sfide del nuovo anno. E anche attendere la primavera, il sole più caldo e l'abbondanza dei raccolti.
Il fatto che la cosiddetta Befana sia assimilata ad una strega dipende da una contaminazione con Halloween o comunque, dal rifiuto del Cristianesimo verso tutto ciò che rimanda al paganesimo.
E' stato fatto un tentativo di cristianizzare la festa della Befana attraverso l'invenzione di un racconto che narra di un incontro tra i re Magi e la vecchia, e del vano tentativo dei primi di convincerla ad andare con loro da Gesù.



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