22 novembre 2015

"Cento passi": la cultura del silenzio nella Sicilia degli anni Settanta:

Il film"Cento passi" è dedicato alla vita di Peppino (=Giuseppe) Impastato, giovane siciliano nativo di Cinisi, paese in provincia di Palermo.
Questo post mira sia ad illustrare i tratti più salienti della vita di questo giovane ragazzo, impegnato nella lotta contro la mafia, sia a spiegare alcune citazioni profonde e significative tratte dalla pellicola cinematografica.

LA BREVE VITA DI PEPPINO IMPASTATO:

Giuseppe Impastato nacque a Cinisi il 5 gennaio 1948 da una famiglia mafiosa: il padre Luigi era infatti membro di "Cosa nostra", pericolosa organizzazione criminale che, negli anni '70 e '80, non era dedita soltanto al traffico di droga, ma commetteva anche rapine, sequestri di persona e omicidi.
Sin da bambino, Giuseppe osservava con sospetto lo stile di vita che conducevano il padre e lo zio.

Appena ventenne, egli aveva fondato il giornale "L'idea socialista" ed era divenuto membro del PSIUP (Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria).
Un aspetto poco noto dell'attività giornalistica di Impastato fu la sua inchiesta sulla strage di Alcamo (Provincia di Trapani) in cui vennero uccisi due Carabinieri e della quale furono ingiustamente accusati dai militari cinque giovani del posto che vennero torturati per estorcere false confessioni. La strage era sicuramente legata alla mafia e ad elementi organizzativi collusi con gli stessi carabinieri. Nessuno sa che cosa Peppino avesse scoperto su questa strage, perché la cartella con i documenti relativi ai fatti venne sequestrata dai Carabinieri a casa dello stesso Peppino poco dopo la sua morte. La cartella non venne più restituita alla famiglia Impastato.
Dal 1970 in poi egli aveva partecipato, con ruolo di dirigente, alle attività dei gruppi comunisti e si assume anche la responsabilità di condurre le lotte dei contadini espropriati per la costruzione della terza pista dell'aeroporto di Palermo nel territorio di Cinisi.
Nel 1975 aveva avviato inoltre un'attività politico-culturale antimafiosa: istituì un Cineforum finalizzato a infondere un forte spirito critico e polemico verso la cultura dell'omertà e del silenzio. Uno dei più grandi desideri di Peppino era proprio quello di svegliare le coscienze della gente.  
Nel 1976 Peppino fondava anche Radio Aut, radio autofinanziata; mezzo con cui egli, insieme ad alcuni amici coetanei, denunciava i delitti e i loschi affari dei mafiosi di Cinisi, in particolar modo metteva in cattiva luce il capomafia Gaetano Badalamenti, soprannominato "Tano".  
Nel 1978, Peppino aveva deciso di candidarsi nella lista di "Democrazia Proletaria" alle elezioni comunali, ma, nella notte tra l'8 e il 9 maggio del 1978 venne assassinato. Con il suo cadavere era stato inscenato un attentato atto a far apparire la vittima come suicida. I suoi assassini avevano infatti  posto una carica di tritolo sotto il suo corpo adagiato sui binari di una ferrovia.
La matrice mafiosa del delitto era stata intuita dal fratello Giovanni e dalla madre Felicia Bartolotta, i quali, dopo aver rotto pubblicamente i rapporti con la parentela mafiosa, decisero di sostenere i membri del Centro siciliano di documentazione di Palermo che nel 1979 stava organizzando la prima manifestazione nazionale della storia d'Italia contro la mafia, alla quale parteciparono più di 2000 persone provenienti da tutte le regioni italiane.
Nel maggio 1984 l'Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo emise una sentenza in cui riconobbe la matrice mafiosa del delitto, attribuito però ad ignoti.
Nel novembre del 1997 (soltanto 18 anni fa!), è stato  emesso un ordine di cattura per Gaetano Badalamenti, incriminato come mandante del delitto e condannato all'ergastolo non soltanto per l'omicidio di Peppino, ma anche per altri omicidi e per traffico di droga a livello internazionale.

 IL GRANDE SENSO CIVICO DI PEPPINO:

Il giovane Peppino Impastato cercava di sfuggire da un inesorabile legame con l'ambiente mafioso che il padre Luigi Impastato non aveva mai avuto la forza di rompere. Peppino, animato da un irrefrenabile spirito civico, non esitava, con l'involontaria complicità del fratello Giovanni, ad attaccare "Don Tano" e a denunciarne pubblicamente i misfatti.
Il percorso "controcorrente" di Peppino era iniziato quando egli, ancora bambino, vedeva scorrere davanti a sé gli albori della lotta politica contro la mafia e il potere a essa colluso, lotta a cui poi, divenuto un giovane adulto, ha preso parte attiva. 
Con i programmi di Radio Aut, il giovane antimafioso polemizzava con aspre battute sarcastiche contro la mafia e soprattutto contro il boss Tano Badalamenti.
La frase «noi comunisti perdiamo perché ci piace perdere» sembra quasi un preludio alla sua tragica uccisione, che era avvenuta quando ormai il giovane ragazzo era diventato un personaggio troppo scomodo per i mafiosi e quando il padre, morto in un oscuro incidente, non poteva più proteggerlo da Don Tano.
Peppino è stato ucciso soprattutto per il suo irriverente operato a Radio Aut, dai microfoni della quale si era scagliato senza esitazioni a denunciare la delinquenza mafiosa. E' morto quando aveva soltanto 30 anni, il colmo della vita.
 
IL TITOLO DEL FILM:

"Conta e cammina. (...) Novantasette, novantotto, novantanove e cento!! Lo sai chi ci abita qui? Lo zio Tano! Da casa nostra ci sono cento passi. Vivi nella stessa strada, prendi il caffè nello stesso bar... e alla fine ti sembrano come te! «Salutiamo zio Tano!» «I miei ossequi Beppino!» E invece sono loro i padroni di Cinisi! E nostro padre è un mafioso, uno dei tanti! Io voglio fottermene! Voglio scrivere che la mafia è una montagna di merda! Noi ci dobbiamo ribellare, prima che sia troppo tardi, prima di abituarci alle loro facce. Prima di non accorgerci più di niente!” 
Cento passi separavano la casa della famiglia Impastato da quella del boss Badalamenti. Quei cento passi che Peppino non ha mai voluto fare. Con queste parole il protagonista del film si rivolge al fratello minore Giovanni, che spesso cercava di mediare i frequenti e violenti conflitti tra il loro padre e Peppino.

L'ETICA DI PEPPINO IMPASTATO:

“... Uno potrebbe pensare che la natura vince sempre, che è più forte dell'uomo. E invece non è così. In fondo tutte le cose, anche le peggiori, una volta fatte poi trovano una logica, una giustificazione solo per il fatto di esistere. Fanno queste case schifose, con le finestre in alluminio, i balconcini... la gente ci va ad abitare e ci mette le tendine, i gerani, la televisione... e dopo un po' tutto fa parte del paesaggio, tutto c'è, esiste. Nessuno ricorda più com'era prima. E' facile distruggere la bellezza. Invece della lotta politica, la coscienza di classe... bisognerebbe aiutare la gente a riconoscere e a difendere la bellezza.”
 
E' un chiaro riferimento al problema della mafia nel Mezzogiorno. Le organizzazioni mafiose, una volta costituitesi, danneggiano l'ambiente (la Camorra accumula discariche abusive sia in provincia di Caserta sia in provincia di Taranto; Cosa Nostra, all'inizio degli anni settanta, fece costruire la terza pista dell'aeroporto di Palermo, rovinando le belle campagne palermitane). Le organizzazioni criminali modificano l'ambiente e manipolano la mentalità della povera gente, la quale ingenuamente e passivamente si adatta allo strapotere dei mafiosi; e si adatta al punto tale che non trova né le forze né le motivazioni sufficienti per potersi ribellare. 
Per Peppino, è facile distruggere la bellezza del paesaggio. Tuttavia, è utile precisare che per il giovane siciliano, la bellezza coincide con un profondo senso di giustizia, con l'onestà, con la democrazia. Bellezza significa saper esprimere le proprie ideologie, saper aspirare alla libertà di opinione sfidando l'ignoranza, la cattiveria, la disonestà, la cultura del silenzio.


LA SICILIA NEGLI ANNI DUEMILA: 

Che clima si respira in questi ultimi anni in Sicilia? Mi sembra giusto farne qualche accenno.
Dunque, "Cosa Nostra" persiste tuttora, soprattutto nelle provincie di Palermo, Trapani, Agrigento, Enna.
E' importante tuttavia constatare che negli ultimi anni in questa regione sta crescendo un forte spirito antimafioso, soprattutto tra i più giovani. "Libera Sicilia" è infatti molto operativa, perché oltre a promuovere campi di lavoro estivi organizza delle conferenze nelle università finalizzate a sensibilizzare gli studenti ai temi del lavoro onesto e della giustizia sociale.
I beni confiscati in Sicilia sono 5515.
Insomma, in Sicilia la cultura e il senso civico stanno proprio crescendo; e con esse anche la speranza di poter rinnovare la società.

"Non si sono dimenticati di Peppino", questa è l'ultima frase che la madre Felicia pronuncia nel film, osservando un numeroso corteo di manifestanti che percorrono le vie di Cinisi urlando slogan di ribellione alla mafia e reggendo cartelli come: "La mafia uccide, il silenzio pure."/ "Proletari uniti contro la mafia"/"Peppino è vivo e lotta insieme a noi".
Ed è vero. Peppino Impastato, Rosario Livatino, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Don Peppe Diana, Don Pino Puglisi, Lea Garofalo sono vivi nei cuori delle popolazioni meridionali, perché hanno saputo contrastare il clima omertoso, hanno saputo infondere un certo spirito critico nella coscienza dei loro concittadini. 








15 novembre 2015

Un pensiero per le vittime di Parigi dell'altra notte:


Ecco un post che vorrei dedicare alla strage francese dell'altra notte, episodio di cronaca oltremodo sconvolgente che dovrebbe farci riflettere.
Tuttavia, non è necessario riassumere qui le terribili ed eclatanti azioni che i terroristi islamici hanno commesso venerdì sera, dal momento che sono arcinote a tutti i miei lettori.

Solo, ci terrei a confidarvi le mie impressioni e i miei pensieri:

A) Ieri pomeriggio passeggiavo nei campi attorno a casa mia, e riflettevo su questo drammatico episodio che sicuramente verrà ricordato nei futuri libri di storia.
Mentre pensavo a tutte quelle vittime innocenti, ammiravo anche la natura variegata che mi circondava: i funghi, i piccoli fiori di campo di colore viola, le foglie ingiallite sui rami dei vigneti, le foglie secche cadute dal faggio, dal tiglio e dai mandorli... e pensavo:"Siamo tutti esseri umani, viviamo sullo stesso pianeta, siamo sotto lo stesso cielo e siamo tutti figli del Creatore. Eppure, siamo diversi l'uno dall'altro, perché ogni continente e ogni stato coltiva le proprie tradizioni culturali e religiose. Ma molto spesso (e questo ce lo insegna anche la storia), queste diversità sono state motivi di conflitti atroci, di odio razziale, di genocidi. In tutte le epoche e in tutti i secoli gli uomini si sono uccisi tra di loro. Dai, ditemi voi un secolo in cui non ci siano state delle guerre o delle stragi!! Solo se constatiamo questa triste verità riusciamo a capire che la nostra natura umana è fragile, irrequieta e alla ricerca di senso."

B) Non sono certo l'odio, l'invidia, la barbarie, l'arroganza, il fanatismo religioso e la violenza a dare un senso alla nostra vita! Questo dovrebbero comprendere tutti quei giovani occidentali (soprattutto originari del mondo anglo-americano) che si arruolano per poter combattere con gli Jiadisti in Siria. Il termine "Jihad" significa letteralmente "guerra per Dio". Uccidere i credenti in altre religioni al solo scopo di difendere "il proprio Dio" e la propria religione non è un valore di vita autentico, anzi, è estremamente negativo! Il terrorismo che nasce dalle devianze delle religioni è sempre stato il male più pericoloso per l'umanità!
Ma forse, la società occidentale contemporanea, dal momento che è caratterizzata soprattutto da egoismo, superficialità, consumismo e mancanza di onestà da parte di molti politici, non ha poi molto da insegnare agli Jiadisti e a tutti i fanatici dell'Islam. La superficialità e l'ipocrisia degli adulti genera molto disorientamento nelle nuove generazioni, soprattutto nella mia che, all'alba dei vent'anni, dovrebbe impegnarsi a disegnare dei seri progetti di vita che corrispondano a dei buoni ideali e a dei sogni.

C) Mi dispiace dirlo, ma la Francia, che da tempo ormai sta bombardando i paesi e le città siriane allo scopo di annientare i terroristi, è nei guai fino al collo. Bombardare non mi sembra una buona soluzione al problema del fondamentalismo e del terrorismo: non è giusto recarsi in Medio Oriente e in Africa Settentrionale per massacrare i membri dell'Is e della Jihad, perché così purtroppo ci rimettono anche delle persone innocenti che invece dovrebbero essere protette e tutelate, come le donne e i bambini. I bambini dovrebbero godere appieno del diritto ad una vita serena!!!
 Far scoppiare la guerra in quei luoghi significa attuare uno schifosissimo piano di vendetta e dunque spargere del sangue innocente. NON AGGIUNGIAMO VIOLENZA ALLA VIOLENZA!!!
STOP ALLE GUERRE!!!! STOP ALLE MORTI INGIUSTE E PREMATURE!!!!!!

E) I terroristi che hanno ucciso decine di persone a Parigi sono tutti ragazzi di età compresa tra i 21 e i 25 anni. Anche questo aspetto è parecchio sconvolgente! Questi giovani sono stati indottrinati sin da ragazzini da guerrieri diabolici, malvagi e senza scrupoli! 


Come ulteriori spunti di riflessione, vi lascio scritte anche alcune frasi:

"Non è necessario avere una religione per avere una morale. Perché se non si riesce a distinguere il bene dal male, quella che manca è la coscienza morale, non la religione."
(Margherita Hack, astronoma)

“Di fronte a tali atti intollerabili, non si può non condannare l’inqualificabile affronto alla dignità della persona umana. Voglio riaffermare con vigore che la strada della violenza e dell’odio non risolve i problemi dell’umanità. Utilizzare il nome di Dio per giustificare questa strada è una bestemmia!”
(Papa Francesco, "Angelus" di domenica 15 novembre)



6 novembre 2015

Pascoli, "Novembre":

Dopo un'estate così torrida e afosa come quella di quest'anno, ci si aspetterebbe un autunno freddo e piovoso... In realtà, almeno dalle mie parti, stiamo respirando l'aria di un autunno molto mite e soleggiato! In teoria dovremmo essere in un periodo di transizione tra autunno e inverno, ma finora dobbiamo constatare che le temperature del novembre 2015 sono simili a quelle di settembre! 
Il 2015 me lo ricorderò come "l'anno del sole".
In questi giorni mi ritorna spesso alla mente una famosa poesia di Pascoli. 
Ve la propongo, anche perché é dedicata al penultimo mese dell'anno.

NOVEMBRE:

Gemmea l'aria, il sole così chiaro
che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
e del prunalbo l'odorino amaro
                          senti nel cuore...

Ma secco è il pruno, e le stecchite piante
di nere trame segnano il sereno,
e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante
                                sembra il terreno.

Silenzio, intorno: solo, alle ventate,
odi lontano, da giardini ed orti,
di foglie un cader fragile. E' l'estate,
                              fredda, dei morti. 





In questa poesia, dall'andamento paratattico, ciò che a mio avviso cattura l'attenzione del lettore è innanzitutto il fatto che nell'aggettivo "gemmea" sia condensata una metafora suggestiva: l'aria appare agli occhi di Pascoli tersa come una gemma. La descrizione degli effetti che quella serena giornata autunnale ha sull'immaginazione del poeta prosegue nei versi successivi della prima strofa: il cielo è così limpido che fa pensare alla primavera; in particolare, al mese di aprile, ovvero quando il "prunalbo"="biancospino" fiorisce e quando tutti gli alberi da frutto, come ad esempio gli albicocchi, fioriscono rivelando al Creato tutta la loro bellezza.
E' importante tuttavia soffermarsi sull'ultimo verso: l'animo dell'autore sente il profumo dei fiori. E ecco qui che compare un motivo caro a Pascoli: l'auscultazione degli elementi naturali. Nell'ascoltare "i battiti del cuore della Natura", egli cerca di mettersi in sintonia con il Creato e di intuire negli oggetti un significato simbolico che lo aiuti a praticare la capacità dell'introspezione.

La seconda strofa rompe l'incanto con un "ma", una congiunzione avversativa che riporta il poeta alla realtà e che dunque segna una netta linea di separazione tra il reale e il fittizio. Inutile qui non ricordare anche "L'Infinito" di Leopardi, di cui riporto soltanto i primi otto versi:

"Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. (...)"


In Leopardi, la profonda differenza tra realtà e immaginazione è contrassegnata in modo chiaro da un "ma"
Nei primi tre versi, il grande intellettuale marchigiano illustra un contesto reale: il colle solitario e la siepe che copre l'orizzonte e gli impedisce di vedere ciò che è lontano. 
Subito dopo però, egli immagina "interminati spazi", "sovrumani silenzi" e "profondissima quiete".
Successivamente però, come tutti sappiamo, il soffio del vento che muove i rami degli alberi riporta il poeta alla realtà del tempo presente.

Tornando a Pascoli, è utile rilevare che all'interno della seconda strofa vi sono delle esplicite allusioni alla morte: "stecchite piante", "nere trame". Come se si fosse risvegliato da un piacevole sogno, egli si accorge che in realtà gli alberi sono spogli: i loro rami si stagliano nel cielo che è vuoto perché non si vedono rondini o altri tipi di uccelli che lo attraversano. E la terra si addormenta, in attesa di una nuova primavera.

Nella terza strofa, prevale un tono malinconico, struggente. Il fresco vento autunnale fa cadere dagli alberi le ultime foglie che si posano, silenziose e delicate, sul terreno. In effetti, è molto efficace la sinestesia "cader fragile", dove il verbo è legato alla vista e l'aggettivo al tatto. 
Le composizioni di Pascoli sono piene di sinestesie, figure retoriche ingegnose in cui il poeta accosta in un'unica espressione due elementi che appartengono a sensi diversi.
E, per concludere, il famoso ossimoro "estate fredda" condensa il contenuto della poesia: il tempo è sereno e soleggiato proprio come di solito lo è in primavera e in estate, ma l'aria è molto fresca, dal momento che la poesia è ambientata in autunno inoltrato. 
E teniamo presente anche che la giornata del 2 novembre è dedicata alla Commemorazione dei Defunti.
 


 

31 ottobre 2015

Il giovanissimo José Sanchez del Rio ha lasciato un segno profondo nella storia:

Questo post vorrei dedicarlo a un ragazzino eccezionale che è ora considerato un valido modello di vita cristiana. Racconto qui sotto gli episodi più salienti della sua breve ma autentica vita, perché ci terrei proprio a farvelo conoscere!

JOSE' SANCHEZ DEL RIO:

José Sanchez del Rio nacque il 28 marzo 1913 a Sahuayo in Messico, da una famiglia benestante che tuttavia non si vantava mai delle sue ricchezze. José era il terzo di quattro fratelli. Andava molto bene a scuola, gli piacevano i cavalli, era benvoluto dai suoi coetanei perché era di ottimo carattere: sorridente, semplice, sincero, gentile e molto affettuoso con la madre. Inoltre, sin da piccolo, José si impegnò a coltivare la sua sensibilità religiosa: pregava con il rosario tutti i giorni. All'età di dieci anni, questo straordinario bambino svolgeva già una sorta di "apostolato" tra i suoi amici, dal momento che insegnava loro a pregare e spesso li accompagnava in chiesa per adorare l’Eucaristia.
Purtroppo José visse in un periodo storico molto difficile per il Messico: nel 1925 salì al potere il presidente anticlericale Plutarco Elias Calles, il quale emanò leggi mirate a cancellare la cultura cattolica della maggioranza della popolazione: la chiusura dei seminari e delle scuole cattoliche, l'esproprio delle chiese, lo scioglimento degli ordini religiosi e il divieto ai sacerdoti di celebrare la Messa. In seguito all'applicazione di queste leggi, si registrarono in tutto il Paese attacchi ai fedeli che uscivano da Messa e disordini durante le processioni religiose, spesso incitati dalle autorità civili.
Nel 1926 scoppiò la "Guerra Cristera". José, sebbene avesse soltanto 13 anni e sebbene sua madre fosse contraria, decise di arruolarsi a fianco dei "cristeros", forze militari che cercavano di contrastare il governo di Calles al fine di ripristinare la libertà religiosa. Entrato nell'esercito del generale Luis Guizar Morfin, gli fu concesso di portare lo stendardo di guerra, motivo per cui i cristeros lo soprannominarono "Tarcisius", proprio come il primo santo cristiano martirizzato nel tentativo di proteggere l'Eucaristia dalla profanazione.
Durante una violenta battaglia, il 6 febbraio 1928, il cavallo del generale Morfin venne ucciso a colpi di fucile. Volontariamente, José gli cedette il suo in modo tale da permettergli di ritirarsi, dichiarando: 
"Mio generale, prenda il mio cavallo e si salvi: lei è più necessario di me alla causa". Poi José, con il fucile in mano, coprì le spalle al suo Generale e sparò contro l'esercito federale del governo, finché non gli finirono i colpi.  
Alla fine della battaglia, le truppe federali riescono facilmente a catturare il ragazzino disarmato e lo rinchiudono nel battistero della chiesa di Sahuayo, ridotta a stalla e a carcere per i prigionieri cristeros.  
Rafael Picazo, funzionario che ebbe in custodia José, gli propose alcune alternative che avrebbero potuto salvarlo dalla condanna a morte: accettare di essere mandato all'accademia militare oppure continuare gli studi negli Stati Uniti. Il ragazzino però rifiutò entrambe le proposte. "Preferisco morire invece di tradire Cristo e la mia patria", diceva.
Nella notte tra il 6 e il 7 febbraio egli scrisse una lettera alla madre, della quale riporto alcune parti in traduzione italiana:
«Mia cara mamma: sono stato preso prigioniero in combattimento quest'oggi. Penso al momento in cui andrò a morire; ma non è importante, mamma. Ti devi rimettere alla volontà di Dio; muoio contento perché sto morendo al fianco di Nostro Signore. Non ti preoccupare per la mia morte, che è ciò che più mi addolora. 
Devi dire agli altri miei fratelli di seguire l'esempio del più piccolo; così farai la volontà del nostro Dio. Abbi forza e inviami la tua benedizione insieme a mio padre. Salutami tutti per l'ultima volta e ricevete il cuore di vostro figlio che vi ama entrambi e avrebbe voluto vedervi prima di morire».
Nei giorni di prigionia, José venne barbaramente torturato. La mattina del 10 febbraio, dopo che gli vennero scuoiate le piante dei piedi, fu costretto dai soldati a raggiungere a piedi il cimitero. Lì, posto davanti alla fossa in cui sarebbe stato sepolto, venne pugnalato dai soldati. Ad ogni pugnalata gridava: "Viva Cristo re!"; fino al punto in cui uno dei militari, innervosito da questo fermo e risoluto grido di fede, gli sparò con la sua pistola. Pochi secondi prima di morire e di essere gettato nella fossa, José riuscì a tracciare una croce sul terreno con il suo sangue.
La memoria del "bambino eroe, soldato e martire" è rimasta sempre molto viva in Messico. D'altra parte, una persona che in vita è stata benvoluta e amata, non muore mai per davvero, perché il suo ricordo è molto vivo nel cuore delle persone che hanno avuto il piacere e la fortuna di conoscerla. Credo che José Sanchez del Rio abbia lasciato un segno profondo nella storia del cristianesimo.
Questo splendido bambino è stato beatificato l'11 ottobre 2005 da papa Giovanni Paolo II.



La storia di José è narrata anche in "Cristiada", opera dedicata proprio alla 
Guerra Cristera (1926-1929).
"Cristiada" è un film molto fedele alla realtà storica, forse anche troppo. L'ho visto più di un mese fa ma ne ho ancora un ricordo molto lucido, come se lo avessi visto ieri. 

D'altronde, la figura di José è davvero molto attraente e, a mio avviso, anche molto eloquente. Di bambini come José ne nascono uno ogni centomila.
Il ragazzino provava un amore appassionato per Cristo. Un signore messicano sopravvissuto alla Guerra Cristera, che all'epoca dei fatti era poco più giovane di José, ha raccontato: "Gesù Cristo fu sempre un grande amico per José, il migliore amico, il suo compagno di avventure e di combattimento. Conversava con Lui in ogni momento del giorno, in modo più naturale di quanto lo facesse con i suoi amici. Gli raccontava i suoi problemi e le sue difficoltà, ma gli piaceva anche trascorrere con Lui i momenti allegri, festeggiare un buon voto a scuola o la vittoria in una partita. Facevano tutto insieme. La fedeltà a questa amicizia, tuttavia, gli costò sangue: pronunciò infatti il nome di Gesù con il proprio martirio."





E' davvero straordinario e ammirevole da parte di una persona così giovane (alle soglie dell'adolescenza!) una così ferrea volontà di trasmettere Cristo, di annunciarlo e di testimoniarlo non soltanto ai suoi genitori, ai suoi fratelli e ai suoi amici ma addirittura anche ai suoi stessi carnefici. Durante la sua prigionia, lo tentarono con ogni tipo di promesse e di ricatti al solo scopo di fargli rinnegare invano la propria fede. 
Insomma, nulla e nessuno potevano convincerlo a tradire la propria coscienza e la propria fedeltà e amore a Cristo. José è stato indubbiamente un cristiano coerente e fervoroso al punto tale che era riuscito a realizzare il suo desiderio di contribuire in modo concreto per difendere la Chiesa, nonostante la sua fanciullezza.
"Non è mai stato così facile guadagnarsi il cielo" disse a sua madre, dopo che lei gli aveva chiesto il motivo per cui voleva andare a combattere con i cristeros.
Nelle lunghe notti della sua prigionia, per consolarsi e vincere la paura, gli piaceva cantare: "In cielo, in cielo voglio andare!".
José era profondamente convinto del fatto che valesse la pena affrontare anche i sacrifici e le sofferenze più tremende per poter godere di Dio per tutta l’eternità. Egli era disposto a morire per la sua fede e, quello che talvolta mi fa piangere, è proprio il fatto che gli sono bastati soltanto 13 anni per vivere la propria esistenza in modo autentico. Questo pensiero mi riempie di emozioni molto forti, che non saprei descrivere in modo chiaro con le parole. 

Per favore, non dite che José era un fanatico! Alcune persone molto sensibili e rare arrivano a sacrificare la propria vita a causa della loro fede e lo fanno con gioia. Per questo divengono eroi agli occhi delle comunità. Molte altre, nella loro vita quotidiana, si impegnano a testimoniare la fede cristiana in modo semplice e poco vistoso. 

Non voglio spendere molte parole per parlare della cattiveria dei soldati che hanno ucciso José. A volte ho l'impressione che la malvagità di certi uomini non abbia limiti, perché non si fermano nemmeno di fronte all'innocenza e alla purezza di un bambino.




21 ottobre 2015

Dante, l'incredibile ricchezza dei messaggi racchiusi nelle sue opere:


L'Università è ricominciata alla grande! Circa due settimane fa, ho partecipato ad un convegno internazionale organizzato dalla mia università e dedicato proprio al Sommo Poeta.
Il ciclo di conferenze è durato tre giorni; è stato molto impegnativo ma al contempo molto illuminante e interessante!
E' stata un'opportunità che mi ha permesso sia di approfondire delle notizie sulla biografia e sulle opere di Dante, sia di conoscere l'approccio che i critici letterari e altri autori italiani dei secoli successivi hanno avuto con la "Commedia" .
Ad ogni modo, non ho intenzione di scrivere qui il riassunto delle conferenze. Mi è venuta in mente un'idea carina; un'idea che, a mio avviso, verrebbe soltanto ad una brava insegnante di italiano: proporvi un sonetto piacevole e spiegarlo in modo tale da farvi apprezzare le tematiche evocate.


 RIME, LII (52):

Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io
fossimo presi per incantamento,
e messi in un vascel, ch’ad ogni vento
per mare andasse col voler nostro e mio,

sì che fortuna od altro tempo rio  
non ci potesse dare impedimento, anzi, 
vivendo sempre in un talento,
di stare insieme crescesse ’l disio.

E monna Vanna e monna Lagia poi  
con quella ch’è sul numer de le trenta
con noi ponesse il buono incantatore:

e quivi ragionar sempre d’amore,
e ciascuna di lor fosse contenta,
sì come i’ credo che saremmo noi.


Prima di commentarlo, lo contestualizzo.
Dunque, è utile tenere presente che, pochi anni prima dell'esilio, Dante aveva dedicato parte della sua attività letteraria alla composizione di sonetti che appartengono ai generi erotico e realistico-giocoso.
Dante era un poeta molto versatile, dal momento che nel corso della sua esistenza aveva sperimentato vari stili e registri linguistici.
La "Vita Nuova" è stata scritta tra il 1292 e il 1294 e si tratta di un prosimetro, ovvero, di un'opera in cui vengono raccolte alcune liriche e in cui, le parti prosastiche hanno soprattutto un "ruolo di servizio", nel senso che fungono spesso da commenti.
Le "Rime" invece, una cinquantina in totale, sono state raccolte in un codice e comprendono poesie non riconducibili ad un unico genere: ci sono poesie di stampo stilnovistico, rime realistico-giocose, rime comiche e anche "Rime petrose", che prendono il nome dall'espressione "bella petra" con cui il poeta menziona una donna dura e insensibile all'amore.

 In questo sonetto, Dante sembra simulare un discorso diretto in modo tale da rendere partecipe l'amico Guido Cavalcanti (poeta stilnovista) di una strabiliante fantasticheria dal carattere quasi soprannaturale. L'autore infatti immagina se stesso, Guido e Lapo Gianni (altro stilnovista) rapiti per incantesimo "presi per incantamento" e posti, in compagnia delle donne amate (Monna Vanna e Monna Lagia) su un'imbarcazione che si muove soltanto se è guidata dalla volontà dei passeggeri.
Dante dunque sogna una sorta di eterno presente, nel quale può godere del dialogo con le persone amate, la cui vicinanza gli dà indubbiamente un senso di sicurezza. La barca che oscilla pian piano tra le calme acque del mare suggerisce un senso di quiete e di serenità.

Ad ogni modo, Dante qui tenta di descrivere una felice situazione irreale; d'altra parte, non lo sfiora minimamente il pensiero che un temporale, un maremoto o una pioggia battente possano sconvolgere la felicità dei passeggeri sulla barca!
Da notare comunque che l'avverbio "sempre" è ripetuto due volte: al verso 7 e al verso 12.
Probabilmente, il Sommo Poeta recupera un aspetto tipico della tradizione arturiana, in cui il Mago Merlino crea una barca capace di viaggiare per mare senza timoniere.

I due personaggi menzionati da Dante (tra l'altro, la scelta di aprire il componimento con i nomi degli amici è un espediente funzionale a catturare l'attenzione del lettore) sono poeti dediti soprattutto a componimenti di argomento amoroso e il poetare è la loro principale attività quotidiana. E anche questo è un aspetto significativo, perché probabilmente l'autore immagina una "piccola civiltà delle lettere" fondata sull'amore e sulla complicità tra i veri membri.

Sapete che rimando si potrebbe fare in storia dell'arte? Alla "Grenoiullère" di Renoir, dipinto nel 1869.



 Eccolo qui. Renoir ha raffigurato l'isolotto di Croissy, situato nel mezzo della Senna, collegato alla terraferma da un ponte e attrezzato con un ristorante all'aperto sullo zatterone a destra.
Qui il pittore è molto sensibile alle presenze umane, che, nonostante siano state tratteggiate con veloci pennellate, appaiono ben definite.
L'acqua è colorata dai frammentati riflessi della vegetazione. La vivacità della gradazione del verde, l'isolotto gremito di persone, i bagnanti raffigurati all'estrema sinistra e le placide acque del fiume conferiscono una sensazione di gioiosa serenità all'opera. Anche qui, una piccola comunità (costituita, precisiamolo, da membri dell'alta borghesia) si riunisce in uno dei punti più suggestivi della Senna. Le persone sembrano chiacchierare piacevolmente sotto la tenue ombra di un albero.
Questo per constatare che, sia nel componimento di Dante, sia nel dipinto di Renoir sono presenti i temi della gioia, della serenità, della condivisione di un lungo momento presente con delle persone amiche, della natura che, calma e armoniosa in entrambi i casi, alimenta un clima di solidarietà.

E voi?? Semmai vi capitasse di immaginare una situazione irreale come quella evocata da Dante nel suo sonetto, a quale ambiente pensereste? E con chi vi piacerebbe condividere quest'esperienza?
Quel che voglio dire è questo: sognereste anche voi di trovarvi su una barca immobile in mezzo al mare con le persone che vi stanno più a cuore?
Io no, io sono un po' più aristocratica di Dante! :-)  Infatti, per me l'ambientazione ideale sarebbe un castello dalle mura d'argento, posto in cima ad una collina e circondato da un grande giardino con olivi, viti e altri alberi da frutto.
E dedicherei la maggior parte delle giornate a passeggiare nel giardino, a leggere e a scrivere ciò che di bello e di significativo mi passa per la testa. Idilliaco, oltremodo idilliaco tutto ciò.
Però non starei da sola...

Capite come talvolta Dante può risultare piacevole? 
Certo, in alcuni passi della "Commedia" appare, agli occhi degli uomini del Terzo Millennio, piuttosto rigido e bacchettone, come quando, nel IV canto dell'Inferno, colloca nel Limbo i non battezzati o i credenti in altre religioni (è vero, queste anime non sono istigate da alcun demone ma non potranno mai godere della visione di Dio, anche se in vita si sono comportate rettamente), oppure quando, nel XIII canto dell'Inferno descrive la selva dei suicidi (tutti coloro che si sono suicidati  vengono trasformati in piante dai rami nodosi le cui foglie sono mangiate dalle arpìe), oppure quando, nel XV canto dell'Inferno, gli omosessuali sono costretti a camminare sotto una pioggia di lingue di fuoco (in quanto considerati dei "violenti contro la natura"). Che volete farci, era un medievale, un letterato figlio del suo tempo.

Ma Dante è anche e soprattutto un poeta che si è impegnato a esporre e a chiarire tematiche filosofiche e teologiche che ancor oggi sono di grande rilievo, come per esempio la questione del libero arbitrio esposta nel XVI canto del Purgatorio ed espressa da Marco Lombardo (collocato nella cornice degli iracondi), il tema della Trinità Divina che regola gli astri mediante le intelligenze angeliche nel X canto del Paradiso e lo splendore delle anime beate dopo la risurrezione dei corpi nel XIV canto del Paradiso.

Senza contare che anche le "Rime" di Dante potrebbero ricordarci delle situazioni, delle sensazioni e dei sentimenti che abbiamo vissuto. Il sonetto che ho analizzato in questo post era nato sicuramente dal desiderio di un poeta vissuto circa settecento anni fa di evadere dalla realtà. E tutti noi, almeno una volta nella vita, abbiamo desiderato evadere dalla realtà e abbiamo immaginato di trovarci in una felice situazione irreale con le persone a noi più care.



12 ottobre 2015

"Corri, ragazzo, corri!", Pepe Danquart:


 “Srulik, non c’è tempo.  Devi essere forte. Devi sopravvivere, è un ordine! Voglio che ascolti bene tutto quello che ti dirò.  Trova qualcuno che ti insegni a farti il segno della croce e a pregare, così che potrai restare da qualche contadino fino alla fine della guerra. Vai sempre dai poveri, sono più disponibili. E non fare mai il bagno nel fiume con altri bambini. Se ti inseguono con i cani entra nell’acqua o nel fango, per far perdere le tracce. E soprattutto, Srulik, scordati il tuo nome, il tuo cognome, tua madre e me. Devi nascondere a tutti chi sei veramente, anche se non devi mai dimenticare che sei ebreo.
Queste sono le ultime parole che un uomo, con voce angosciata e piena di dolore, dice al figlioletto di nove anni. Entrambi si trovano alla periferia di Varsavia, sotto un ponte circondato da soldati nazisti che li stanno cercando.
"Io comincio a correre. Quando i soldati mi correranno dietro, tu scapperai nell'altra direzione. Finché non ce la farai più, non ti voltare. Non smettere mai di correre, ce la farai."
Poi, con un ultimo abbraccio, forte, caldo e straziante, l'uomo inizia a correre. Ma la sua corsa viene fermata dalle pallottole dei fucili dei soldati.
Srulik scappa nell'altra direzione, con il volto bagnato di lacrime.
E' l'estate del 1942.

Con questo tragico episodio iniziano le travagliate avventure di un bambino ebreo polacco che è costretto a nascondere le proprie origini, la propria identità e la propria religione per sopravvivere alla guerra e per non essere catturato dai nazisti.
Dapprima, il povero ragazzino cerca, insieme ad altri bambini fuggiti da un campo di concentramento, di sopravvivere nella foresta. Vivono di caccia e di raccolta e dormono sugli alberi, fino al giorno in cui i soldati nazisti entrano nella foresta armati di fucili.
Vengono arrestati tutti i ragazzini tranne Srulik, che rimane solo proprio quando sopraggiunge l'autunno e le foglie colorate scendono dagli alberi, silenziose come fiocchi di neve; sfiorando il suo corpo magro.
Proprio a partire dall'autunno del 1942,  Srulik decide di vagare di fattoria in fattoria per cercare ospitalità e lavoro, sotto il falso nome di Jurek Stanjack.
All'inizio dell'inverno, viene accolto da una donna povera ma piena di generosità che lo nutre, lo consola dagli incubi notturni e gli insegna a pregare.
Jurek rimane per alcune settimane a casa di questa meravigliosa signora, poi continua il suo faticoso viaggio nelle campagne polacche, fingendosi un orfano cattolico.

E' molto difficile per un ragazzino ebreo cercare di nascondersi in un paese fortemente antisemita, come lo era la Polonia negli anni quaranta. Alcuni contadini lo aiutano, gli offrono un lavoro per qualche tempo, ma altri invece lo tradiscono, consegnandolo alla polizia, dalla quale Jurek fortunatamente riesce a scappare, seguendo uno dei consigli del padre: nascondersi nelle acque delle paludi per non farsi trovare dai cani.

Il protagonista di questo film è un ragazzino molto sveglio, molto tenace, molto maturo (costretto a maturare molto velocemente a causa della crudeltà della guerra) e molto sensibile. In quei durissimi tre anni che lo separano dalla fine della guerra, commette soltanto un errore, ma grave: nei pochi momenti di felicità, quando si accinge a fare il bagno con i ragazzini non ebrei, si spoglia con loro... E' una delle poche ingenuità che il bambino commette; è un atto innocente che purtroppo rivela apertamente la sua identità: d'altra parte, tutti sanno che la circoncisione è praticata soltanto tra gli ebrei. Tuttavia, anche in questi casi, Jurek si difende coraggiosamente, dicendo: "Sono stato operato quando ero piccolo", cosa alla quale però nessuno crede.

IL MOMENTO PIU' TRAGICO DEL FILM:

Durante la sua permanenza in una delle fattorie, Jurek rimane vittima di un incidente di lavoro: una trebbiatrice gli schiaccia la mano. Viene portato immediatamente all'ospedale più vicino con una carrozza, ma una volta giunto, il medico, terribilmente malvagio e convinto antisemita, si rifiuta di operarlo.
Una mia riflessione che confido soprattutto a chi tra i miei lettori ha avuto l'occasione di vedere questo film: notate bene che il medico dice: "Io non opero un ebreo". Nel riferirsi a Jurek, il medico filo-nazista non pronuncia mai le parole "bambino"/"ragazzino". Dice soltanto "ebreo". Come se gli ebrei fossero qualcosa di diverso dagli esseri umani, qualcosa di infimo, un popolo che vale molto meno dei vermi, una "razza" indegna di esistere. Quindi, anche un bambino ebreo gravemente ferito non ha diritto di ricevere cure sanitarie. All'epoca, un bambino ebreo doveva soltanto morire.

Jurek trascorre una notte terribile: in stato di dormiveglia, lotta tra la vita e la morte sussurrando, con ammirevole tenacia: "Te lo prometto, papà, te lo prometto! (=Ti prometto di non morire)".
La mattina dopo, un altro medico, decisamente più umano del suo collega, decide di operarlo immediatamente, commentando con evidente indignazione: "Ieri avremmo potuto salvargli la mano. Oggi invece, dovremmo impegnarci per salvargli la vita."
Jurek sopravvive all'operazione.

E' dura, a soli undici anni, accettare di dover campare senza un braccio. E in effetti Jurek non riesce ad accettarlo subito: è veramente tragico il momento in cui egli si accorge, davanti allo specchio, che gli sono rimasti soltanto la spalla e un breve moncone. Non c'è più nemmeno il gomito.
Nonostante ciò, il nostro protagonista non perde né il suo sorriso, né la sua grandissima determinazione. Anzi, sembra quasi che l'amputazione del braccio alimenti non soltanto la sua voglia di sopravvivere, ma anche il suo desiderio di vivere. E così continua la sua dolorosa fuga verso la libertà.

Poco prima della fine della guerra, quando i sovietici invadono la Polonia, Alina, l'unica figlia di un umile fabbro, offre ospitalità a Jurek. Bionda, carina, genuina e sensibile, la ragazzina si affeziona molto presto a Jurek, il quale diventa praticamente il fratello maggiore che lei non ha mai avuto.

 IL RECUPERO DELL'IDENTITA':

Nell'estate del 1945 però, il direttore dell'orfanotrofio di Varsavia per bambini ebrei rimasti orfani, giunge a casa della famiglia di Alina dal momento che vorrebbe prendere con sé Jurek.
Jurek inizialmente lo segue malvolentieri; dalle sue parole infatti si comprende che egli non vuole assolutamente né essere considerato ebreo, né ritornare ebreo. D'altronde, come può Jurek/Srulik essere orgoglioso delle proprie origini, quando, durante quei tre anni di fuga, la sua identità ebraica ha comportato terribili sacrifici per la sopravvivenza, come soffrire il freddo e la fame, imparare a sopravvivere in una foresta fitta d'alberi e piuttosto inospitale, sperimentare la cattiveria di contadini antisemiti e perdere anche un braccio??!!
La mente del ragazzino aveva attuato una sorta di "rimozione": dal punto di vista storico e letterario, questo termine indica l'atteggiamento di una persona che non vuole ricordare delle angherie terribili subite in passato, oppure di un individuo che si rifiuta di riconoscere la propria identità etnico-religiosa, dal momento che questa gli ha procurato  persecuzioni e innumerevoli disgrazie.

Quando Srulik giunge con il direttore dell'orfanotrofio al ghetto di Varsavia, riaffiorano nella sua mente ricordi felici e momenti di serenità vissuti con i genitori e con i due fratelli. Gli ritornano alla mente anche le ultime parole che il padre gli aveva detto prima di farsi uccidere. E, a quel punto, scoppia in una violenta crisi di pianto.
Così il protagonista della storia recupera la sua identità che aveva voluto dimenticare, che durante la guerra era stato costretto a dimenticare poiché aveva giurato al proprio padre di sopravvivere.

SRULIK, EMBLEMA DELLA LIBERTA':

Ad ogni modo, Srulik può essere considerato l'emblema della libertà e dell'intelligenza che lotta con spirito battagliero contro la crudeltà nazista.
Srulik ha fame di vita; "si aggrappa" alla vita con tutte le sue forze non soltanto per mantenere una promessa fatta al padre, ma anche perché dentro di sé mantiene viva la speranza di potersi costruire un futuro dopo la guerra e di poter riconquistare il suo posto nel mondo. Ecco il motivo per cui il bambino è tremendamente tenace.

ISPIRATO AD UNA STORIA VERA:

"Corri, ragazzo, corri!" è un'opera cinematografica ispirata alla vera storia di Yoram Fridman.
Yoram è un ebreo che, proprio durante la seconda guerra mondiale è stato costretto a separarsi dai genitori e dai fratelli per poter sopravvivere. Ha vissuto per molti mesi nella foresta, ha vagato per le campagne in cerca di ospitalità e di lavoro, fingendosi un piccolo mendicante cattolico.
E ha perso per davvero il braccio, quando aveva appena dodici anni.
Yoram Fridman
Terminata la guerra, a tredici anni Yoram è stato portato in un orfanotrofio, dove ha potuto studiare e laurearsi in Matematica con il massimo dei voti e la lode (per conseguire sia il diploma di liceo sia la laurea ci ha messo la metà del tempo!).
Nel 1962 si è trasferito in Israele e qui ha trovato l'amore di Sonja con la quale si è sposato e ha avuto due figli. Per molti anni, Yoram è stato docente ordinario di Matematica all'Università Ebraica di Gerusalemme. E' in pensione dal 2010.
Quest'anno ha compiuto 83 anni. E' molto affezionato ai suoi sei nipoti.
Potete trovare alcune di queste informazioni sulla vita di Yoram alla fine del film, prima dei titoli di coda.

... Quando penso che un bambino scampato alla Shoah è divenuto un ragazzo incredibilmente intelligente e un uomo realizzato sia dal punto di vista professionale che dal punto di vista affettivo, allora sono convinta che Dio doni a certi uomini una straordinaria forza d'animo e un'ammirevole capacità di accettare e di elaborare le atrocità della storia.

Anche se credo che per un po' di tempo non vedrò più film di storia, perché nel 99% dei casi narrano grosse disgrazie. Sono avvincenti, è vero, ma decisamente tremendi.
Il ragazzino rimasto senza braccio mi ha davvero impressionata e rimarrà per molto tempo nel mio cuore.



"SENTIERI PARTIGIANI"- P. MALAGUTI (I):

  "Se decidiamo di riconoscerci in quei principi di libertà e di lotta per la libertà dobbiamo accettare la sfida di non lasciare in si...