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8 aprile 2016

"Il mare nasconde le stelle", la storia vera di Remon


Questa è la storia vera di Remon, il ragazzo egiziano venuto dalle tumultuose onde del Mar Mediterraneo.
E finalmente ho un po' di tempo per  trascrivere qui le mie riflessioni su questo romanzo avvincente!
E occhio: questa sarà una recensione un po' diversa dalle altre. Niente trama e niente caratterizzazione dei personaggi. Soltanto riflessioni che la mia mente ha elaborato su alcune citazioni. 
Potrò sembrarvi pazza ma, dal momento che sono rimasta profondamente colpita da questa storia, di tanto in tanto mi rivolgerò direttamente al ragazzino in questione con il "tu", proprio come se me lo stessi trovando faccia a faccia.

"Mi chiamo Remon. Sono un cristiano copto. Avevo quattordici anni quando sono arrivato in Italia dall'Egitto a bordo di un barcone. Da solo. Il mio viaggio in mare è iniziato il 6 luglio 2013, è durato centosessanta ore. E preferirei morire piuttosto di non dover più compiere quel viaggio. Sono partito da solo da Alessandria con un piccolo peschereccio quasi distrutto. Sono partito all'improvviso, senza salutare la mia famiglia. Sono scappato perché nel mio paese non ero più libero di professare la mia fede. Sono scappato perché temevo per la mia vita e per quella dei miei genitori."

Questa è la presentazione che Remon all'inizio del libro fa di se stesso. Una presentazione semplice, scarna. Eppure eloquente. Sono brevi frasi dalle quali traspaiono dolore, tristezza, rimpianto, nostalgia. Ma queste brevi frasi rivelano anche la grande speranza che Remon nutre nei confronti del futuro. Oh, sì. Perché questo ragazzino, proprio come il siriano Manar del film "Io sto con la sposa", è partito per realizzare il suo sogno di libertà.

"Non so se ho compiuto quel viaggio più per incoscienza o per coraggio. (...) L'Italia. Una terra che credevo lontanissima e di cui non conoscevo nulla, ma il cui nome sapeva di libertà"

 Remon, ciò che tu hai intrapreso non lo chiamo né incoscienza né coraggio. Sai quale sarebbe a mio avviso la parola più giusta? Determinazione! 
Il punto è che quando una persona, soprattutto se molto giovane, crede fermamente nelle proprie capacità, è disposta ad affrontare qualsiasi rischio pur di realizzare i suoi progetti di vita, pur di giungere in un posto in cui coltivare forti ideali e nobili sentimenti.
Durante il viaggio in mare aperto, Remon affida i suoi pensieri alle stelle:

"... Dopo qualche ora ci siamo fermati. La barca beccheggiava. E' stato allora che ho pensato ad una cosa sciocca, forse. Ho pensato: ma che fine hanno fatto le stelle? Può la distesa del mare nasconderle? Perché intorno c'era solo buio, come nel peggiore degli incubi."

Si riesce a comprendere il profondo e solido legame tra le stelle e i desideri soltanto se si fanno dei riferimenti al latino. Stelle in latino è "sidera", plurale derivato da "sidus, sideris". Desiderio è una parola composta: de + siderum.. E, secondo il dizionario Garzanti, il termine desiderio significa: "voler realizzare qualcosa che si considera come un bene." Alla base dell'atto del desiderare vi sono quindi la speranza e la tenacia, sentimenti che sicuramente molti migranti provano durante il loro viaggio. Anche se in una poesia ricordo di aver attribuito loro delle "dolenti speranze"... sì perché la speranza, sebbene sia un sentimento positivo, a volte può avere un sapore di agrodolce, può essere accompagnata per esempio da rimpianti per gli affetti familiari, da dolorosi sensi di colpa per aver abbandonato improvvisamente le persone care, dalla paura di venire inghiottiti da quella vasta e terribile distesa blu scura.

"Ma quando finisce il mare? Ho temuto che non avesse confini perché in tutte le direzioni in cui guardavo vedevo solo una distesa di azzurro matrigna, che nascondeva qualcosa. Non c'era differenza tra il cielo e l'acqua sotto i miei piedi. Tutto era uguale. Lo è stato per centosessanta ore in cui si alternavano solo buio e giorni vuoti. "

Il mare... elemento non ancora completamente dominato dall'uomo, elemento naturale che per il turista è associato allo svago e al relax, mentre per il migrante è simbolo di tristezza, di lacrime amare soffocate nei silenzi, di abbandono.
E' possibile considerare il mare come un elemento "sublime". Kant, filosofo tedesco, affermava:  
"Il sublime si rivolge all'immaginazione e all'intelletto messi insieme, come il bello." 
Il sublime però supera l'immaginazione. Dovete pensare al fatto che l'espressione "paesaggio sublime", risalente alla seconda metà del XVIII secolo, corrispondeva alle parole "paesaggio mozzafiato", utilizzate abbastanza spesso nel nostro secolo per definire una natura meravigliosa, suggestiva ma al contempo vastissima, ai nostri occhi illimitata. Talmente vasta che infonde anche un sentimento che ci fa un po' rabbrividire. Da qui, tre secoli fa scaturiva l'idea che il sublime fosse legato sia a sensazioni di piacere che a sensazioni di terrore. 
A questo proposito, mi sento in dovere di rievocare il mio caro Leopardi, il quale, nello "Zibaldone" scriveva che "Infinito è ciò che non ha inizio né fine", mentre "Indefinito è ciò che agli occhi degli uomini sembra illimitato". 

Ad ogni modo, io credo che la storia di Remon (che è una storia vera!) confermi l'attendibilità della teoria del geografo Everett Lee, relativa alle migrazioni.
Lee elenca quattro fattori che determinano la scelta di un individuo di emigrare. Fattori che possono benissimo essere dimostrati da alcune citazioni.

1) Fattori positivi e negativi che influenzano l'attaccamento o meno di una persona ad un luogo: 

"Ogni giorno a scuola venivo deriso perché cristiano. Ero costretto a studiare a memoria il corano, che per me non era un libro sacro. I miei compagni parlavano male di mia madre, la insultavano per avere una mia reazione. Anche con i professori non andava meglio. (...) Da quando erano cominciati la guerra civile e gli scontri tra egiziani e musulmani le cose erano peggiorate. Noi copti non eravamo più bravi in nessuna materia." 

Poi:

"Io vengo da El-Marg, un quartiere del Cairo che è grande quanto una piccola città. E' splendido, pieno di verde, di piante e di palme. C'è un piccolo lago che tutti i giorni guardavo dalla mia finestra. (...) Il ricordo più bello di mia madre è legato a quelle volte che si sdraiava a terra e io mettevo la testa sopra la sua gamba. (...) Le feste religiose principali come il Natale e la Pasqua non erano soltanto preghiera. Erano giorni pieni di magia e di piccole abitudini che li rendevano speciali. Passavamo tutta la notte svegli a fare dei biscotti con la mamma. Era la nostra tradizione. (...) Mio fratello Andro ha ha un anno in meno di me. Siamo molto complici, nessuno riesce a capirmi come lui."

2) Opportunità e vantaggi che offre il luogo di destinazione: 

"Andare a lavorare subito avrebbe voluto dire rinunciare al mio sogno di laurearmi in ingegneria, lavorare con i computer, girare per il mondo. Restare avrebbe voluto dire vivere in un paese in guerra. Dove hai sempre la sensazione che la libertà sia altrove. E che tu non la conoscerai mai."

3) Ostacoli legati ai costi di viaggio, al trasporto, ai documenti (leggete la fotocopia): 


" ... Dopo qualche secondo in cui non proferiva parola ma annuiva solo con il capo, ha chiuso il telefono e mi ha spiegato che aveva sistemato lui la cosa. Che avrei potuto far pagare mio padre all'arrivo, quando ormai le cose erano inevitabilmente decise. (...) La cifra richiesta era un anno di stipendio di mio padre."

4) Fattori emozionali: la scelta di emigrare è sempre dettata da particolari sentimenti e tra questi, l'attitudine personale nei confronti dei cambiamenti. 

"Cosa avrebbero fatto i miei genitori quando al mattino non mi avrebbero trovato seduto al tavolo a mangiare latte e biscotti? Ho lasciato la porta socchiusa perché  era troppo pesante e il rumore avrebbe svegliato tutti. Ho fatto un passo fuori e il freddo di quella notte mi ha contagiato. Come se non avessi più battiti o calore. Come se fuggire già mi avesse reso inevitabilmente diverso."

Poi:

"... Per cercare forza, in quel momento ho estratto la foto di mio fratello che avevo portato con me. Mi sono messo a guardarla piangendo senza che nessuno mi chiedesse il motivo per cui lo stavo facendo. Valeva la pena di lasciare Andro? Una risposta giusta non c'era.  Ero costretto a fare quella scelta."

Poi ancora:

"... Ho fatto un gioco. Ho iniziato ad unire le stelle. Creavo delle figure con la fantasia. Poi il momento di pace è passato. Perché quella più luminosa mi è sembrata la mia mamma.. Come stavano quei giorni senza di me, sapendomi in mezzo al mare a rischiare la vita? (...) Mi faceva male pensare a cosa stavano passando per colpa mia. Ma sapevo che non avevo scelta. Sono stati loro a insegnarmi l'importanza dello studio, a credere nei miei sogni e a difenderli."


Remon
Remon riesce a raggiungere la Sicilia. Nelle sue prime settimane di permanenza in Italia, viene internato con altri immigrati in un centro di accoglienza. Remon telefona più volte alla famiglia, per comunicare loro che è giunto in Italia sano e salvo. Ma le parole sono spesso intervallate e soffocate da singhiozzi. Il punto che più mi ha colpito della seconda parte del libro è proprio questo:

" (...) Il testo di una canzone egiziana, Mahadesh Mertah, di Hussein Al Jasmin. E' lenta, molto triste, perché si domanda una cosa importante: come possiamo cercare la gioia, mentre cerchiamo tra le ferite?"

Remon, è proprio tra le ferite dell'anima che dobbiamo cercare la gioia, o meglio, dobbiamo cercare una ragione per vivere. Una ragione per poter andare avanti, a testa alta. Le lacrime rendono concreto il dolore. E poi quel senso di speranza che tu, caro ragazzo, non hai perso mai, nemmeno in mare aperto. La speranza di realizzare i tuoi sogni era ed è come un raggio di sole che cerca di sciogliere il ghiaccio del dolore, della nostalgia, dei rimorsi che comprensibilmente, non sei riuscito a superare del tutto. Il raggio di sole che rappresenta sia la tua voglia di futuro sia il tuo viaggio verso la libertà non potrà mai sciogliere del tutto la neve e il ghiaccio. Perché purtroppo, sempre e comunque ti si stringerà il cuore nel ricordare la tua famiglia di origine.
Remon, come sei buono, come sei sensibile!!! Vorrei poter avere una fede in Dio salda come la tua. Avrei voluto che tu fossi il fratellino che non ho mai avuto. Sei bellissimo, e non soltanto per il colore della tua pelle, che mi ricorda tanto la tonalità cromatica del caffelatte che a volte prendo in pieno inverno in qualche pasticceria. Sei bello perché sei autentico. Per me la bellezza di una persona coincide con la sua autenticità.

In seguito, Remon viene affidato a due coniugi senza figli e inizia a frequentare le scuole:

"Sono riuscito a finire l'anno con la media del sette. Una grande conquista per me e per i miei genitori. Mio padre al telefono mi chiedeva sempre la cosa per lui più preziosa: se andavo bene a scuola. Ed era sempre fiero di me. E poi mi benediceva sempre e mi diceva che studiare è importante per diventare un grande e brav'uomo. Io non sapevo cosa rispondergli perché non mi basterà una vita per chiedergli perdono, perché per diventare un grande uomo, che spero di diventare, ho dovuto fargli pagare il prezzo di perdere un figlio."

Ti voglio un bene dell'anima anche se non ti conosco di persona. E ti dedico quella che per me è la canzone d'amore per eccellenza: "Non abbiam bisogno di parole" di Ron.
Canzone d'amore che però, per certi aspetti e per il contenuto di certe frasi, fa pensare all'amore dei genitori per i figli. Tipo qui, in una parte del ritornello:

"Ma ti solleverò tutte le volte che cadrai/e raccoglierò i tuoi fiori che per strada perderai e seguirò il tuo volo senza interferire mai"... 

Remon, proprio questo fanno i buoni genitori... Ti proteggono e ti difendono dai pericoli esterni quando sei piccolo, ma ti amano sempre, sempre, sempre, anche quando diventi grande. Da loro hai ereditato solidi valori ma... ma a 14 anni ti sei reso conto che per te era giunto il momento di spiccare il volo per realizzare te stesso.

 

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