6) GIOVANI, PERCORSI SCOLASTICI E FORMAZIONE
Questo è un argomento davvero significativo che dovrebbe costituire il principale obiettivo di ogni governo serio e lungimirante: la scuola e la formazione, culturale nonché umana, dei ragazzi. Si tratta di una tematica che, mentre per Matthias rappresenta una buona occasione per confrontarsi e discutere, per me costituisce invece un argomento doloroso, tuttavia necessario da affrontare.
1) "Alzare lo sguardo: il diritto di crescere, il dovere di educare":
Questo pamphlet, pubblicato nel 2019, è in realtà la lunga risposta dell'autrice alla lettera di una professoressa insegnante di lettere in un istituto tecnico che ha l'abitudine di regalare ai suoi alunni una raccolta di poesie di Rilke.
L'ho riletto ultimamente e ho compreso molto meglio ora i contenuti rispetto a 5 anni fa, anche se, pur appoggiando alcune riflessioni, non condivido qualche opinione.
Anch'io ho voluto leggerlo e mi trovo d'accordo su molto di ciò che qui scrive, perché lo trovo tutto molto attuale.
Vorrei addirittura poter incontrare di persona l'autrice: riconosco me stessa in alcuni suoi conflitti interiori e in diverse idee. Vorrei tanto potermi confrontare con Susanna Tamaro a proposito di temi educativi, ambientali e di crescita interiore. Sono fortemente tentata di andare nelle campagne umbre per incontrarla: quanti dialoghi costruttivi che potremmo avere! Questo per me è un periodo emotivamente complesso, forse una figura come lei potrebbe essermi d'aiuto.
Vorrei citare alcune parti:
"Che cos'è l'insegnamento infatti, se non un improvviso vedersi tra esseri umani? Il più grande vede il più piccolo e intuisce quale sia la strada da indicargli per permettergli di sviluppare la parte migliore di sé. (...) lo studio della letteratura non è una scatola piena di dettagli noiosi ma qualcosa che parla alla profondità della nostra inquietudine e alle domande che ne scaturiscono."
Se l'Italia e gli italiani in generale fossero persone dotate di buone capacità di pensiero e di una discreta ricchezza interiore, raccomanderebbero ai loro figli di rispettare qualsiasi insegnante, non arriverebbero ai colloqui con il piede di guerra, non creerebbero gruppi whatsapp allo scopo di denigrare le figure docenti. Se in Italia ci fosse un processo di selezione più obiettivo per la professione dell'insegnamento, questa verrebbe proprio considerata come un "empatico vedersi" senza mai mettersi al livello dei bambini e dei ragazzi.
Sottoscrivo appieno quando la Tamaro afferma che la curiosità è il principale antidoto all'indottrinamento.
All'indottrinamento e, aggiungerei, anche alle suggestioni dei populismi di destra, che sono il male assoluto di questo tempo in cui viviamo.
Se gli italiani in generale fossero veramente "figli di una buona scuola" non posterebbero sui social genialate di tal calibro (😡):
La curiosità è un mezzo per confrontarci con i nostri limiti e per superare pregiudizi e luoghi comuni dannosi.
Approvo il punto in cui Susanna Tamaro mette in luce quanto sia ancora forte e radicato il "mito del liceo":
Tra le molte piaghe della scuola italiana, forse una delle più gravi è proprio quella dell'inossidabile mito del liceo. Si ingannano le famiglie facendo loro credere che esistano scuole di prima e seconda scelta. Il liceo-scientifico, classico, linguistico- viene considerato automaticamente più nobile, in grado di aprire le porte all'università.
Ecco il classismo della scuola italiana!
Per me sarebbe necessario riorganizzare gli ordini scolastici e imitare la Germania: far durare le elementari per sei anni, come a Brandeburgo, e sostituire medie e indirizzi di liceo con una maxi-scuola superiore che duri nove anni, dove tutti sono obbligati a seguire le materie di base (nel nostro caso, italiano, matematica, scienze, inglese, tecnologia, religione, arte ed educazione fisica) e, allo stesso tempo, dopo un'analisi seria e dettagliata sulle loro capacità e inclinazioni da parte dei maestri, ogni alunno inserisce nel piano di studi le materie utili per il suo futuro accademico e professionale.
Inizio a pensare che tu e i tuoi "esatti coetanei" che sostenete la teoria della maxi-scuola superiore non abbiate poi tutti i torti.
Ormai non è più realistico pretendere dai ragazzini di terza media di compiere una scelta che segnerà in modo quasi definitivo il loro futuro.
E comunque diciamocelo, a quasi nessun professore delle medie prima e delle superiori poi importa veramente qualcosa del futuro professionale dei ragazzi. Questi sono molti dei docenti italiani: stra-pieni di titoli di studio ma vuoti e poveri sia di umanità sia di interessi educativi.
La scuola italiana non funziona più con i tempi attuali, è arretrata a causa della staticità dei metodi di insegnamento, fermi agli anni Cinquanta del secolo scorso.
Invece, uno dei pochi punti che non condivido di questo saggio è la critica alla riforma scolastica di fine anni Ottanta che ha cancellato la maestra unica, perché ai ragazzi fa bene rapportarsi con più figure adulte ricoprenti un ruolo educativo ed esterne alla propria famiglia, non più e non soltanto con la "maestra-mamma". Altrimenti a questo punto torniamo ai precettori, come per le classi più agiate nell'antichità e nel medioevo!
La Tamaro prosegue poi esponendo i danni che comportano le condizioni precarie dei docenti di ogni ordine e grado:
"All'epoca si sapeva che la stabilità è un requisito essenziale dell'apprendimento. Senza stabilità, non si possono mettere radici e, senza radici, si viene condannati al ruolo di bambini-erba, costretti ad essere rigogliosi o ad appassire non in virtù della propria volontà bensì della capricciosa volubilità degli eventi atmosferici."
Sono condizioni di lavoro molto molto dolorose che non riuscivo a sopportare!
E infatti, che futuro abbiamo davanti a noi se continuiamo a gestire così le cose?
Vorrei rifletteste autonomamente su una delle ultime pagine del saggio:
"Alzare lo sguardo.
Se l'antidoto alla barbarie, alla perdita dell'umano fosse proprio questo? "Osservate più spesso le stelle" raccomandava in modo profetico nel secolo scorso Pavel Florenskij, il grande scienziato e filosofo
barbaramente assassinato in un gulag sovietico. Sollevare gli occhi dal tablet, dallo smartphone, dal computer. Distoglierlo dal proprio ombelico, dalla recinzione del proprio giardino. Soltanto questo gesto ci permetterebbe di contemplare l'infinita ricchezza del reale e di entrare in una relazione costruttiva con la sua complessità."
All'interno di questo libro, l'autrice sottolinea anche i potenziali danni che derivano dalla tendenza a considerare le varie tipologie di DSA o degli ostacoli insormontabili per gli alunni che le hanno o delle "etichette giustificative" per non farli progredire.
I problemi specifici di apprendimento esistono eccome, ma possono essere affrontati e superati.
Un concreto esempio di ciò è proprio Daniel Pennac, gravemente disortografico sia da bambino che da adolescente e ora scrittore di fama europea.
1a) Difficoltà di tipo scolastico che io e Matthias abbiamo superato:
Parto da due fatti, tanto per farvi capire che geni non lo siamo mai stati, né io né lui.
A) Un pochino prima di Natale io e Matthias abbiamo giocato a Scarabeo. Saprete più o meno tutti che il gioco consiste nel formare parole, orizzontalmente ma anche verticalmente, su una scacchiera di cartoncino. Ho stravinto io riuscendo a comporre molte parole verticali e spesso lunghe più di cinque lettere. Durante la partita però mi sono accorta di qualcosina che non andava: in tre turni il mio impegnato concorrente ha formato parole senza sentire alcune consonanti doppie.
B) Molto recentemente il mio cavaliere dal cuore d'oro si è brillantemente laureato in Scienze del Servizio Sociale con una tesi in Poliche Sociali sulle dinamiche conflittuali nei sistemi democratici e nell'ambito del servizio sociale. Ha dimostrato un'ottima padronanza dell'argomento e una notevole proprietà di linguaggio nelle sue aree disciplinari. Quando Matthias espone argomenti socio-politici è accattivante, incisivo, esauriente all'ennesima potenza, e non lo dico solo perché sono la fidanzata.
È oggettivo che sia molto portato per l'ambito, e infatti i suoi contributi qui sono di solito relativi a libri, poesie e film fortemente orientati sul sociale.
Sia la mattina della discussione della tesi che quella della proclamazione (3 giorni fa) sono state emotivamente impegnative anche per me.
Nel corso della mattinata coincidente con l'esame di laurea (a metà marzo), svolto online da casa, abbiamo avuto il tempo di rivedere alcune pagelle di Matthias. A mio avviso da adolescente non andava poi così male. Oggettivamente andavo meglio io di mezzo punto, ma dalla media del 7 a quella del 7 e 1/2 non c'è poi una gran differenza, tutti e due abbiamo passato la maturità con più di 80/100.
Ad ogni modo, sfogliando i vari documenti, tutti raccolti in una mega scatola, siamo incappati nel giudizio che la sua maestra di italiano aveva scritto sulla pagella di fine terza elementare: "molto bene nella comprensione del testo, persistono però molti errori di ortografia".
Eppure si è laureato con 110L. Ora, divenuto adulto, i suoi errori di ortografia sono abbastanza rari e consistono soltanto nell'omissione di qualche doppia. Si trattava di disortografia?! Può darsi, tanto non è mai stato certificato. In ogni caso la disortografia non deve mai costituire un'etichetta in negativo o una definizione per compatire chi ce l'ha, mai, perché è rimediabile: infatti a mio avviso è possibile superare questo genere di difficoltà prima di tutto con di un programma che includa un correttore ortografico e poi anche attraverso la lettura, che arricchisce anche il lessico, e la scrittura di diari personali.
Io, a partire dalla quarta elementare, spiccavo in italiano ma ero lentina ed insicura in matematica: non riuscivo a capire immediatamente gli argomenti della materia. A volte i miei procedimenti nei problemi erano esatti ma i calcoli risultavano sbagliati.
Ho salutato la scuola primaria con un giudizio comportamentale molto positivo da parte delle maestre, con un'annotazione di merito a proposito di grammatica e lingua italiana: "particolarmente ricca la produzione scritta" e con un'osservazione "talvolta ha bisogno di conferme in ambito logico-matematico".
Alle medie e al liceo, causa insegnanti o severissime o che si dimostravano "galline ancora adolescenti" o incapaci di relazionarsi con gli alunni, in matematica risultavo davvero mediocre anche se mi salvavo ogni anno dal debito, tuttavia con una grande differenza di rendimento rispetto alle altre materie.
Agli esami di maturità mi è stato raccomandato di non toccare assolutamente nulla che riguardasse l'ambito tecnico o scientifico, dato che, la mia incapacità in quei campi, per docenti che mai mi hanno davvero compresa e aiutata, era conclamata ed evidente. Non hanno capito una mazza di me, da nessun punto di vista, e non me ne dimenticherò mai! Diligenza e impegno nello studio, buoni risultati, comportamento corretto ed educato, e a loro non andavo bene comunque!
Ho subito una serie di ingiustizie nel mondo della scuola.
A volte mi chiedo: se io e Matthias fossimo stati allievi di Antoni Benaiges, come saremmo finiti?
A mio avviso, Antoni avrebbe intuito l'interesse di un Matthias adolescente sia per l'ambito storico-sociale che per le scienze naturali. Se Benaiges fosse stato uno dei suoi professori di liceo, forse gli avrebbe suggerito di intraprendere gli studi di Medicina e la specializzazione in Psichiatria, unico percorso che concilia per davvero e in modo approfondito le scienze naturali con quelle umane.
Invece, se avesse avuto un'allieva come me... in primo luogo avrebbe molto apprezzato le mie abilità di scrittura, avrebbe intuito il mio ordine mentale e valorizzato il mio interesse per la precisione linguistica e per l'attualissima macro-tematica della globalizzazione (a me la geografia economica piaceva molto).
Magari per me sarebbe stata ancora più adeguata una facoltà atta a conciliare un umanesimo calato nell'attualità con delle buone capacità di risolvere problemi in modo abbastanza creativo. Magari mi avrebbe detto, con ferma fiducia nelle mie capacità: "Prova con Economia, impegnati il più possibile: secondo me riuscirai ad arrivare alla fine di questo percorso. E, ti prego, non smettere mai di scrivere". A Josephina diceva: "Ti prego, non smettere mai di disegnare".
Mi sarebbe servito un docente come Benaiges per sviluppare fiducia in me stessa, traballante più che mai. Benaiges, se fosse vivo e mi avesse indicato Economia durante l'anno della maturità, mi avrebbe consigliato una grande forma di riscatto personale e sociale.
Anche se, a dire il vero, fonti di soddisfazione sono i commenti molto positivi, in qualche caso anche molto entusiastici, riferiti ai miei due libri, che continuo a ricevere.
2) I "giovani con i sogni impossibili"- l'opinione di Michele Boldrin:
Per quali motivi diverse aziende non trovano personale qualificato che risponda alle loro esigenze? Per quali motivi la disoccupazione giovanile nel nostro paese è alta?
Per Michele Boldrin, diversi adolescenti, spesso appartenenti alle classi medio-basse dell'Italia meridionale, coltivano sogni e aspirazioni molto difficili da realizzare, tutte concentrate unicamente sul mondo dello sport o del canto, perché ritengono ingenuamente che questi lavori possano farli diventare ricchi. Tuttavia, chi riesce a diventare calciatore o cantante è uno su diecimila.
Il rischio è che queste persone raggiungano i 30-35 anni con la consapevolezza di non poter diventare degli sportivi famosi o dei cantanti e così, senza una formazione culturale e senza esperienze lavorative, sono più facilmente prede di piccoli imprenditori che li sfruttano e di lavoretti in nero.
Nella nostra società del futuro ci sarà bisogno di informatici, medici, infermieri, fisioterapisti, ingegneri, mediatori culturali, assistenti sociali e anche di insegnanti, soprattutto di maestri.
Se questi ragazzi impiegassero il tempo a studiare, in futuro potrebbero occupare una posizione lavorativa concreta oppure sicuramente aumenterebbero il loro livello culturale e il loro status sociale oltre che la loro apertura mentale, tanto che saranno in grado di pensare a possibili soluzioni per far fronte alle difficoltà della vita.
Penso però che questa presentata da Boldrin sia solo una delle cause.
Dopo alcuni percorsi universitari, soprattutto in ambito umanistico, molti neo-laureati, prima di raggiungere i loro veri obiettivi professionali fanno per anni esperienze di altri lavori che non coincidono con i loro percorsi di studio.
Per questo motivo sarebbe fondamentale progettare, per le facoltà umanistiche, dei test a numero chiuso fatti non di domande di storia, di latino e di letteratura, ma basati sulle capacità di riflessioni critiche relative a racconti, aforismi, versi di poesia e articoli di storia. È molto meglio selezionare gli studenti più forti fin da subito. Così durante il percorso accademico, resterebbero pochi studenti, cioè i più dotati e i più motivati, che possono accrescere la qualità delle nostre scuole in futuro. Anche l'organizzazione degli insegnamenti universitari e il metodo di insegnamento dei docenti di queste facoltà dovrebbe cambiare: si dovrebbe eliminare l'obbligatoria acquisizione di CFU per insegnare determinate discipline allo scopo di inserire invece, sin dal primo anno di frequenza, più esami di metodologie didattiche, obbligatori per tutti. Poi si dovrebbe estendere la possibilità di accedere ai concorsi per i posti di scuola primaria anche ai laureati diversi da Scienze della Formazione ma di studi affini. Così i bambini avrebbero a che fare in ogni caso con maestri preparati e qualificati, non con chi ha ottenuto il diploma superiore delle magistrali 20, 25 o 30 anni fa e, disoccupato dopo anni di esperienze in un'azienda che è fallita, non sa cosa fare della propria vita e invia l'interpello alle scuole, senza nessuna competenza specifica e senza un solido bagaglio formativo!
Nella sua risposta alla professoressa che ama Rilke, la Tamaro sembra non ritenere necessaria una laurea per insegnare alla primaria, quando invece sarebbe meglio ottenerla. Gli insegnanti devono essere molto preparati ma anche poter avere un futuro assicurato, non essere frustrati per molti anni nel precariato.
E comunque si dovrebbe, sin dai primi anni dei corsi di laurea in Lettere, Filosofia e Lingue, puntare su un metodo di potenziamento delle conoscenze che possa permettere agli studenti di analizzare approfonditamente aspetti formali, linguistici e tematici di un testo, di un brano filosofico, di opere d'arte, anche in piccoli gruppi per poi arrivare a valutare in modo critico e consapevole una corrente o un movimento culturale del passato, anche con la redazione di brevi tesine e relazioni, sia individuali che di gruppo, i cui contenuti vengano argomentati dalle letture di articoli e saggi.
I manuali, nelle facoltà umanistiche, dovrebbero abolirli quasi del tutto!
Riconosco che ad esempio Lettere è un corso di laurea molto impegnativo: la mole di studio è notevole, maggiore rispetto a Scienze del Servizio Sociale.
Ma bisognerebbe valorizzarla di più come facoltà, riformarla rendendola più difficile, non solo molto impegnativa e mnemonica. Questo per valorizzare la complessità delle discipline che implica e per sfornare studenti ancora più consapevoli di quel che apprendono.
Però devo fare un breve appunto: nessuno matura la decisione di iscriversi a Scienze del Servizio Sociale dalla sera alla mattina: quindi, forse non sarà la facoltà più impegnativa del mondo, ma alla fine l'unica prospettiva è quella di ottenere un lavoro a mio avviso tra i più complicati che esistano, nel corso del quale si ha a che fare soprattutto con i problemi e gli squilibri degli altri. Quanto a me... anche se non sto avendo un percorso lineare dal punto di vista lavorativo, ho conseguito uno strumento potente che mi aiuta a pensare, a indagare a fondo nella realtà e a riconoscere che, per quanto trovi abbastanza noiosi molti articoli di psicologia sociale, di sociologia e di socio-politica, molto spesso, nel corso della storia dell'umanità, sono sempre esistiti legami e punti di contatto tra la letteratura e le cosiddette "scienze sociali".
Dall'altra parte però, molti laureati in materie STEM non sono valorizzati dal nostro sistema lavorativo: buona parte di loro emigra all'estero per lavorare con le grandi aziende.
Boldrin sostiene inoltre che le università italiane, fatta eccezione per il Politecnico di Milano e quello di Torino, non professionalizzano nelle materie scientifiche:
"È un’università che anche nelle materie scientifiche, ad eccezione dei due politecnici di Torino e Milano, non professionalizza. Io l’ho visto recentemente andando a visitare la facoltà di economia di un’università italiana in teoria di grande prestigio. Sono rimasto sconvolto dalla totale non preparazione degli studenti e non mi sono più sorpreso quando un amico imprenditore mi ha detto: “Hai visto quello che sanno. Io come faccio ad assumere con uno stipendio mensile di 2000-2500 euro uno a cui devo insegnare il lavoro per un anno?”. Devo anche dire però che non sempre è così. Chi sa fare poi sale molto rapidamente quindi è vero che l’entrata è bassa per questo combinare di domanda e offerta ma è anche vero che nelle aziende ad alta tecnologia e ad alta produttività, chi è bravo poi marcia e qualche anno dopo non ne prende più 1500 ma ne prende 3000."
Oltretutto, le differenze di redditi sono rilevanti nel nostro paese: i figli degli imprenditori possono permettersi di entrare molto tardi nel mondo del lavoro dato che hanno le famiglie a coprire loro le spalle. Oppure partecipano al mondo aziendale attraverso stage che non danno contributi pensionistici né alcuna garanzia di assunzione. Però, a differenza dei figli di chi fatica a raggiungere la fine del mese, questi giovani con famiglie benestanti o comunque semza problemi economici possono permettersi di attendere alcuni anni prima di ottenere un lavoro sicuro.
Un'altra aspirazione lavorativa ricorrente è quella di voler diventare influencer, con la fissazione di aumentare la visibilità attraverso il caricamento di fotografie e contenuti, spesso proposti previ accordi con alcune aziende che chiedono agli influencer di pubblicizzare dei prodotti commerciali.
Ma anche qui, diventa influencer di professione solo una persona su mille.