20 ottobre 2026

Sogno simbolico:

Nei giorni scorsi ho fatto un sogno edificante e ricco di simbologie. 

Appena sveglia il ricordo era lucido e piuttosto dettagliato.

Mi trovavo all'interno di un edificio di pietra buio, illuminato solo dalle fioche luci di piccole candele. 

Non stavo bene con le persone attorno a me: erano tutti adulti, tutti litigavano e polemizzavano, nessuno si preoccupava davvero di ascoltare le reali ragioni e argomentazioni dell'altro.

Persino io cercavo di farmi valere urlando con una ragazza vicina alla mia età: non ricordo per quale motivo stessimo discutendo facendoci del male.

Ad un tratto mi sono sentita afferrare un polso con forza: alla mia destra era comparso un ragazzino, al quale non avrei dato più di tredici anni, che mi aveva ammonita con voce ferma: "Smettila! Stai perdendo tempo ed energie".

"Ma è uno schifo e le persone qui dentro sono di una superficialità spaventosa!".

"Lo so! E so anche che ci soffri".

Pochi istanti dopo mi ha presa per mano e mi ha portata in un angolo di quella stanza buia a cui non avevo mai prestato particolare attenzione. 

Ad un tratto non ho più sentito né le grida né le liti. Come se mi fossi trasferita in un altro spazio.

Quella deliziosa figura all'inizio della propria adolescenza mi ha indicato una lunga rampa di scale debolmente illuminata da pochi piccoli lampadari e mi ha sussurrato: "Sali". 

Non riuscivo ad immaginare dove esattamente mi avrebbero portata quegli scalini ed esitavo. "Assomigliano alle scale del corridoio buio che percorrevo più volte al giorno quando mia nonna era inferma a casa, pochi anni fa".

"Una ragione in più per iniziare la salita", ha ribattuto il ragazzino prima di dileguarsi.

Salivo in una sorta di tunnel lungo e semi-buio, la cui luminosità aumentava di gradino in gradino. 

Erano scalini di pietra molto larghi ma, nella salita, sentivo comunque la fatica e la stanchezza ad ogni passo. Ero sola.

Giunta all'ultimo gradino ho aperto una porta. 

Mi sono improvvisamente e inaspettatamente ritrovata in un ambiente all'aperto.

Ero arrivata sulla cima di una collina. 

Il cielo era velato di nubi. Attorno a me c'erano altre sette colline, tutte più alte di quella in cui mi trovavo e tutte avevano una casa sulla sommità. 

"Tutta questa salita per arrivare ad un risultato del genere?" ho sbottato. 

Ho sentito una risata naturale, fragorosa ma tenera. Il ragazzino era riapparso.

"Dovresti ringraziarmi invece di lamentarti. Davanti a te ci sono infinite possibilità. Vai dove vuoi, raggiungi la casa che ti piace di più". 

"E se non sapessi scegliere?" ho obiettato. Le mani mi tremavano.

Mi ha sorriso in modo disarmante: "Non dubitare di te stessa, Anna. Se sai trasmettere l'interesse per la lettura, per la storia e la geografia non devi aver paura della vita. Vivila, hai tutto il potenziale per sentirla".

In quel momento mi sono svegliata.

Matthias mi ha detto che, a suo modo di vedere, il ragazzino appena adolescente del sogno rappresenta in una sola figura tutti gli alunni della mia terza media di questo anno scolastico.
Vedo quei ragazzi per un transatlantico di ore durante la settimana e mi è stata conferita molto recentemente la funzione di segretaria dei loro Consigli di Classe. 
Sono tredicenni che mi piacciono: buoni, molto sensibili e ricettivi, decisamente intelligenti dal punto di vista interpersonale, un tipo di intelligenza davvero molto importante per il loro futuro.
Il loro linguaggio non-verbale, non così accentuato, è comunque molto eloquente e, credetemi, certe lucine bianche che scorgo nella parte inferiore delle loro pupille mi gratificano più dello stipendio.
Diciamo che gli occhi di quei ragazzi sono per me l'esito, significativo ed estremamente positivo, di anni di studio molto intenso e faticoso. 
Grazie a queste loro micro-reazioni sto riuscendo a superare anche i "rospi amari" ingoiati nei mesi scorsi, quando frequentavo il percorso abilitante all'insegnamento.

Eccovi un episodio:

Un mio compagno di corso, circa un mese prima che terminassero le lezioni dei corsi a frequenza obbligatoria, stava intrattenendo un gruppo di nostri compagni di corso con il nobile scopo di definire i miei metodi di insegnamento della storia e della geografia in modo molto educato ed estremamente elegante: "La Napponi dà fastidio: e proietta alla LIM le immagini d'arte legate alla storia, fa leggere le fonti e fa fare gli approfondimenti sui paesaggi e le ricerche sulle coordinate geografiche ma è solo una primadonna con le sue filosofie del cazzo".
Queste sono state le sue testuali parole.
Dall'esatto istante in cui l'ho sentito parlare di me in tal modo, il mio unico obiettivo è stato quello di attendere come una liberazione la metà di giugno per ottenere il titolo accademico e assicurarmi quindi la strada professionale, lasciandomi alle spalle certi discorsi di pessimo gusto, punto.
Questo episodio non è stato affatto l'unico in cui sono stata giudicata o fraintesa da giovani adulti vicini alla mia età durante il Percorso di Formazione Iniziale Docenti.
Comunque, nella prova scritta dell'esame ho incassato un nove che è stato confermato all'orale quattro giorni dopo, quel personaggio invece è stato fermato con un'insufficienza grave.

Una conclusione che ai miei alunni piacerebbe moltissimo se la sapessero, dato che il loro senso di giustizia è molto accentuato. 

La mattina dell'otto giugno, una volta rientrata in auto per tornare a casa dopo la prova, mi sono detta: "Non è stato un compito perfetto, c'è qualcosina che non va". 
Non ho avuto le energie di combinare altro fino alla fine della giornata: sono rimasta davanti a Netflix per la maggior parte del tempo.

Alla fine della discussione della mia lezione simulata, la Presidente della Commissione mi ha riferito di aver trovato, nella mia analisi critica di un problema inerente il contesto scolastico, molto incisivi gli spunti pedagogico-relazionali riferiti al rapporto tra insegnante-alunni ("Lei promette bene come insegnante prima di tutto dal punto di vista umano e, in particolare con i ragazzi delle scuole medie, ci sarà bisogno di figure con questo grande punto di forza"). 
Poco dopo ha aggiunto che le mie proposte didattiche erano molto interessanti e originali ma spiegate in modo piuttosto sintetico.

Non è vero che le attuali abilitazioni all'insegnamento sono facili e che "basta pagare per ottenerle", come suggeriscono i profili Instagram sia di un certo professore di Lettere che si tiene ben stretto il suo ridicolo ruolo di pseudo-politico frustrato, sia di una tal eccelsa dottorata e insegnante di Conservatorio che rimpiange continuamente la serietà e la durissima selettività delle vecchie SSIS.
A mio modo di vedere, queste figure a cui faccio riferimento non sono certamente esempi positivi nel panorama culturale e scolastico del nostro Paese. 
Piuttosto, direi che entrambi testimoniano il clamoroso fallimento di un sistema accademico italiano che, nonostante esiga molto studio e impegno, seleziona i docenti in modo piuttosto goffo e non del tutto efficace.
Sarò cattiva, purtroppo è quello che penso: i ristoranti, gli alberghi, le ditte di pulizie cercano disperatamente del personale... sarebbero i posti di lavoro ideali per sottoporre questi due "intellettualoidi giudicanti" ad un gran bagno di umiltà!

Nei percorsi abilitanti dell'Università di Verona qualcuno non è stato ammesso agli esami finali o all'orale e, oltre a questo, i docenti universitari hanno trovato qualche difetto praticamente in tutti gli elaborati scritti. 
Se, da una parte, nel corso delle lezioni questi professori si sono dimostrati disponibili e molto cortesi, dall'altra, nel periodo degli esami si sono dimostrati esigenti, severi e rigorosi, com'era giusto che fosse.

Adoro il mio lavoro, anche se non mi ritengo un'insegnante bravissima. 

Prendete l'esempio di venerdì scorso, quando sono ritornata a casa stanchissima e distrutta. 
Per buona parte del pomeriggio mi sono detta: "Potrei fare di più per questa classe, ma come? Mi sento un mezzo schifo, se i genitori dei ragazzi pensano che io non sia abbastanza assertiva hanno pienamente ragione, io quegli alunni non li merito".

Lavoro così volentieri da non pretendere altro in cambio che il loro bene e la loro crescita.
Si è trattata soltanto di qualche ora. 
Devo precisare che non ci metto poi molto a riprendermi: basta una visita storico-artistica a Montorio e due camminate in collina con la persona che amo e lunedì mattina ritorno in classe come nuova.

Il sogno raccontato rappresenta in linea di massima quel che è stato il mio percorso fino ad ora: le mie difficoltà di relazione con diversi adulti e, soprattutto, con parecchi coetanei. 
Le mie urla all'interno di un ambiente buio rimandano ai miei momenti di stanchezza emotiva e il contrasto tra "il mondo che vorrei" e l'incredibile vuoto interiore che sto constatando in certe dinamiche tossiche.

Il ragazzo del sogno, del quale non ricordo bene l'aspetto fisico, è "il mio Virgilio", la guida che vuole salvarmi da rumori stancanti e, forse, dalla parte peggiore di me
Si tratta di una figura che, con la sua semplicità e lucidità, mi ricorda quanto sia fondamentale investire nelle proprie qualità e nelle proprie risorse per vivere appieno.

Il percorso che si snoda lungo una scala lunga via via più luminosa rappresenta i miei ultimi cinque anni, caratterizzati da incertezze lavorative, difficoltà familiari e addii che lasciano il segno nonostante siano parte del corso naturale della vita. 
Eppure, soprattutto mia nonna materna, è stata un grande punto di riferimento per me. 
Se fosse viva, molto probabilmente sarebbe contenta di ciò che sto realizzando con impegno ed entusiasmo.

Quella mezza delusione che provo non appena mi accorgo di arrivare in cima ad una collina meno alta di altre sette, credo alluda anche ad una mia caratteristica: sono molto esigente con me stessa. 
Ma il significato più immediato consiste nel fatto che il mio futuro è ancora aperto e sembra promettere innumerevoli opportunità. Già sette percorsi sono molti ed è normale che da parte mia ci sia stato l'imbarazzo della scelta.
Tuttavia, in questo sogno è una figura poco più che bambina a rinforzare la fiducia in me stessa.





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