14 luglio 2015

Srebrenica... Vent'anni dopo il genocidio:


Sappiamo tutti ciò che è accaduto a Srebrenica nel luglio del 1995... i miei lettori soprattutto, dal momento che questo terribile evento storico viene spesso menzionato e rievocato nei miei post da circa un anno e mezzo. Tre giorni fa é stata organizzata proprio a Srebrenica la cerimonia del ventesimo anniversario della strage. 
Qui cercherò sia di descrivere cosa è accaduto durante la cerimonia, sia di ribadire alcune mie riflessioni storiche.

"Oggi ci uniamo alle persone di ogni fede e nazionalità nel commemorare il genocidio di Srebrenica. Piangiamo la perdita delle sue ottomila vittime, onoriamo la memoria di coloro che solamente ora vengono sepolti e di tutti coloro che sono ancora dispersi. Srebrenica fu invasa vent'anni fa. Nel genocidio che seguì, fratelli, figli, mariti e padri furono strappati alle loro famiglie. (...) Non siamo in grado di offrire alcun conforto che sia di vero aiuto per il dolore subito dalle famiglie delle vittime. Dobbiamo guardare a Srebrenica con occhi limpidi, commemorare la tragedia e imparare da quanto è accaduto. Solo riconoscendo in pieno il passato possiamo conquistare un futuro di vera e duratura riconciliazione. Solo costringendo i colpevoli del genocidio a renderne conto possiamo offrire un po' di giustizia che aiuti i loro cari a stare meglio (...)" - Così si è espresso Barack Obama, presidente degli Stati Uniti, in occasione della giornata della memoria.
Ratko Mladic, il generale serbo responsabile della strage, è stato arrestato il 26 maggio 2011, grazie ad una segnalazione anonima, in un paese che si trova a 80 chilometri di distanza da Belgrado. E' ora accusato di crimini contro l'umanità dal Tribunale Penale Internazionale per l'Ex Jugoslavia. Il processo è tuttora aperto... ma la probabile condanna all'ergastolo non potrà mai restituire la vita a quei giovani uomini, trucidati con violenti colpi di mitragliatrici.   
Quei poveri ragazzi erano delle gemme che, all'alba della vita, si stavano preparando a sbocciare per ricevere l'abbraccio dei caldi raggi del sole... Quei poveri ragazzi certamente volevano amare la vita con tutta la pienezza del loro essere, volevano inseguire i loro sogni, la loro voglia di libertà e di pace... E invece sono morti. Sono stati uccisi soltanto perché erano dei bosniaci musulmani! I Tribunali non hanno e non avranno mai il potere di resuscitare tutti coloro che sono morti ingiustamente!

Nemmeno le mie accorate frasi poetiche hanno il potere di ridare la vita a quei giovani ragazzi.
Le buone parole e i bei discorsi non bastano a confortare le madri di Srebrenica...  A volte, le ferite dell'animo sono più dolorose delle ferite del corpo.
Alcuni di voi si staranno forse chiedendo se sono diventata nichilista... No, nichilista non lo sono mai stata. Anche perché ho degli ideali e me li tengo ben stretti. Casomai mi si potrebbe definire "realista", o "attenta al dolore altrui", oppure ancora "sensibile verso gli eventi storici più drammatici".

Ad ogni modo, tre giorni fa, mentre i cittadini di Srebrenica erano tutti riuniti nel Camposanto della città per ricordare le vittime del massacro e per assistere alla tumulazione degli ultimi 136 corpi appena ricomposti, l'attuale governatore serbo, Alexandar Vucic, è stato fatto passare attraverso un sentiero che, dall'ingresso del grande Camposanto, conduceva alla tribuna allestita per le autorità. Molte persone però si sono accorte della sua presenza; hanno gridato insulti e gli hanno lanciato addosso bottiglie, sassi e scarpe. Il premier serbo dunque, con tutte le sue "guardie del corpo", è stato costretto ad andarsene.

Volete che vi spieghi i motivi di questo sentimento di rabbia da parte degli abitanti di Srebrenica?!
Sì, voglio proprio spiegarveli per filo e per segno!!
 ...Questo è ciò che si legge su alcuni articoli online: "Il premier Vucic aveva cercato di proporre la sua presenza fra i nemici di un tempo come un gesto distensivo verso di loro per ricordare il massacro di Srebrenica. Ma molti di loro l’hanno vissuto come una provocazione inaccettabile. Il popolo bosniaco non ha ancora imparato a perdonare. Per loro Islam significa rivendicazione patriottica. "

a) Dunque, ci siamo forse dimenticati che alla fine degli anni ottanta Vucic era ministro del governo Milosevic?! Nel 1986, Vucic aveva dichiarato, in linea con il nazionalismo aggressivo di Milosevic:  "Za jednog srbrina, ubit cemo 100 muslimani", ovvero, "Per un serbo uccideremo cento musulmani".

b) La sera del 10 luglio, cioè alla vigilia della giornata della memoria, Vucic ha detto: "Rendere omaggio alle vittime degli altri è una condizione perché gli altri vengano ad omaggiare le nostre". Ma che faccia tosta!!! Come se le perdite serbe fossero paragonabili a quelle bosniache!! I serbi hanno progettato e attuato la strage di Srebrenica, i serbi hanno ucciso 8000 uomini nel giro di tre giorni! Inoltre, in circa tre anni di guerra (1992-1995), sono stati massacrati più di 33mila civili bosniaci... invece, i civili serbi che persero la vita in quegli anni di guerra furono poco più di quattromila.

c) Ultima argomentazione, ma non meno importante delle altre due: le fonti storiche conservate in Serbia negano lo sterminio di Srebrenica e lo considerano una montatura creata per diffondere in Europa un sentimento di compassione verso i bosniaci. Infatti, ancora oggi, il governo serbo si rifiuta di porgere le proprie scuse ai bosniaci per quanto accaduto a Srebrenica.


Dunque, perché pretendere che i bosniaci perdonino?!

Durante la manifestazione dell'11 luglio, molti giovani bosniaci indossavano magliette recanti la scritta: "Srebrenica, we don't forget".

Infatti. Noi non dobbiamo dimenticare. Il negazionismo, ovvero, il rifiuto della più palese evidenza storica, è un atteggiamento molto pericoloso; io lo so bene, dal momento che circa un mese fa ho dato l'esame di Introduzione agli studi storici.
Per me, il negazionismo è demenza, ignoranza. I negazionisti banalizzano i drammi del passato. 
Molto spesso, questo termine fa riferimento alla Shoah... ma è logico applicarlo anche riguardo ad altri drammi storici importanti avvenuti nel corso del XX secolo. Per esempio, negazionista è anche il governo turco che si rifiuta di riconoscere il genocidio degli armeni del 1915... Anche qui: 1 milione di morti... migliaia di uomini decapitati di fronte alle loro mogli, alle loro figlie e alle loro madri... e solo per il fatto che erano armeni!
Lo ribadisco: sminuire le stragi è deleterio. Commemorarle non basta.

Dobbiamo ricordare gli avvenimenti più dolorosi del passato per riflettere sul nostro presente, in modo tale da poter rendere migliore il futuro!




8 luglio 2015

"Colazione da Tiffany": il senso di "sradicamento", l'instabilità nelle relazioni


Ho appena terminato la lettura del romanzo "Colazione da Tiffany" di Truman Capote; e ora mi appresto a recensirlo su questo post.
Prima però di delineare i contenuti essenziali del libro, vorrei scrivere alcune righe a proposito della biografia di questo autore americano. ...Per poter comprendere bene certi romanzi, è utile cercare notizie riguardo alla vita dell'autore che li ha creati.

L'INFELICE VITA DI TRUMAN CAPOTE:

Truman Streckfus Capote nacque a New Orleans il 30 settembre 1924. I suoi genitori divorziarono quando egli aveva soltanto cinque anni e, in seguito alla loro separazione, Truman venne trasferito presso la dimora dei nonni materni, in una località dell'Alabama.
Di tanto in tanto, la madre gli faceva visita e lo portava con sé durante gli incontri con gli amanti.
Truman era un buon studente, dotato di una grande sensibilità e di molta fantasia, stimatissimo dai suoi insegnanti di letteratura ma spesso deriso dai compagni di scuola.
Alla fine del suo percorso di studi, egli iniziò a frequentare i salotti mondani di New York, dove conobbe importanti personalità quali Andy Warhol e Jackie Kennedy. Riuscì a realizzare il sogno che coltivava sin da quando era ragazzino: divenne giornalista presso il "New Yorker", la rivista letteraria americana più letta nel XX secolo. Oltre all'attività del giornalismo, egli si dedicò anche alla scrittura di alcuni romanzi quali: "Altre voci, altre stanze" (1948), "L'arpa d'erba" (1951), "Colazione da Tiffany" (1957), "A sangue freddo" (1966).
Truman era un omosessuale che visse relazioni travagliate, complicate e fallimentari con gli uomini che amava. A causa delle molte delusioni sentimentali, egli cadde, negli ultimi anni della sua vita, in uno stato di grave depressione: trascorreva la maggior parte delle sue giornate a letto; beveva molti alcolici e assumeva alcuni stupefacenti. Morì a 59 anni per una cirrosi epatica.

 I CONTENUTI DEL ROMANZO:

 La protagonista del romanzo è la diciannovenne Holly Golightly che occupa l'appartamento di un condominio di New York.
Da bambina viveva in Texas con il fratello Fred e con i genitori. In seguito alla morte di questi ultimi,
lei e Fred erano stati adottati da Doc, un veterinario rimasto vedovo e già con molti figli a suo carico.
Ah, una precisazione piuttosto importante: Holly, ai tempi in cui viveva in Texas, si chiamava Lulamae. Doc l'amava teneramente, al punto tale che l'aveva addirittura sposata... piuttosto, era la piccola Lulamae a non essere completamente soddisfatta di quel matrimonio precoce... Così, alla bell'età di quattordici anni, era fuggita dal Texas e aveva cambiato il suo nome.
Giunta a Hollywood, aveva imparato la lingua francese ed era riuscita a trovare un posto di lavoro come attrice... peccato che, la sera prima del provino, la ragazzina avesse avuto la brillante idea di rinunciare ad un futuro felice e vantaggioso dal punto di vista economico, per recarsi a New York e per andare in cerca di altre avventure. In quella città, aveva trovato un appartamento piccolo e squallido, era riuscita a instaurare rapporti di amicizia con uomini molto più adulti di lei appartenenti all'alta borghesia e viveva di piccoli espedienti. Inoltre, ogni giovedì mattina, si recava nelle carceri di Sing Sing per far visita a Sally Tomato, un mafioso spacciatore di droga. Dopo ogni visita, Holly riferiva all'avvocato di Sally le previsioni meteorologiche. E per questo semplice lavoretto era pagata cento dollari la settimana. La sua incredibile ingenuità non le permetteva di capire di essere stata coinvolta in traffici di droga (le previsioni del meteo che lei consegnava all'avvocato del signor Tomato erano in realtà istruzioni spionistiche e mafiose). Verso la fine del romanzo, Holly, arrestata dalla polizia, grazie all'interessamento di un conoscente che le procura un buon avvocato, ottiene la libertà su cauzione.
Tuttavia, non appena varca il cancello di uscita del carcere, Holly prende un taxi per raggiungere l'aeroporto di New York, decisa ad intraprendere un viaggio verso il Brasile.

 UNA CITAZIONE IMPORTANTE PER COMPRENDERE IL TITOLO:

Nel film Holly è interpretata da Audrey Hedburn
Nel paragrafo precendente, mi sono soffermata soprattutto sulla breve e particolare storia di vita della giovanissima protagonista. In realtà, è utile ricordare che questo romanzo concerne anche il rapporto di amicizia che intercorre tra Holly e il narratore della storia, ovvero, l'inquilino che vive al piano di sopra e che per sopravvivere scrive racconti per i giornali locali.
In alcuni capitoli, sono molto frequenti i dialoghi tra la ragazza e questo scrittore:
"Holly: "Non voglio possedere niente finché non avrò trovato un posto dove io e le cose faremo un tutto unico. Non so ancora precisamente dove sarà. Ma so com'è."- (...) "E' come da Tiffany. Non che me ne freghi niente dei gioielli. I brillanti, sì. Ma è cafone portare dei brillanti prima dei quaranta, ed è anche pericoloso (...) Infatti non è per questo che vado pazza per Tiffany. Sapete quei giorni, quando vi prendono le paturnie?"
Scrittore: "Cioè la melanconia?"
Holly: "No"- disse lentamente-"La melanconia viene perché si diventa grassi o perché piove da troppo tempo. Si è tristi, ecco tutto. Ma le paturnie sono orribili. Si ha paura, si suda maledettamente, ma non si sa di cosa si ha paura. Si sa che sta per capitarci qualcosa di brutto ma non si sa che cosa. Avete mai provato nulla di simile?"
Scrittore: "Abbastanza spesso. C'é chi lo chiama angst."
Holly: "Benissimo. Angst. Ma voi cosa fate in questi casi?"
Scrittore: "Un bicchierino aiuta..."
Holly:"Ci ho provato. Ho provato anche l'aspirina (...) Mi sono accorta che per sentirmi meglio mi basta prendere un taxi e farmi portare da Tiffany. E' una cosa che mi calma subito, quel silenzio e quell'aria superba: non ci può capitare niente di brutto là dentro, non con quei cortesi signori vestiti così bene, con quel simpatico odore d'argento e di portafogli di coccodrillo. (...)"

LE MIE IMPRESSIONI:

 Nonostante io abbia complessivamente apprezzato il romanzo, sono rimasta un po' delusa dal finale. Sì, perché, a mio avviso, questo è proprio un finale triste, che lascia il lettore "con l'amaro in bocca".

"Colazione da Tiffany" è un'opera che riflette il tormentato stato d'animo del suo autore.
Attraverso il personaggio di Miss Golightly, l'autore parla di se stesso, delle sue inquietudini esistenziali, della sua incapacità nell'intessere dei rapporti autentici e profondi.
Mi fa pena la povera Holly, perché, in un certo senso, "continua a sradicare se stessa"... e il lettore non riesce a comprendere il motivo per cui la ragazza continui a spostarsi da un luogo all'altro dell'America, abbandonando coloro che la amano e cercando altre prospettive, o meglio, altre avventure. Holly non ha seri progetti per il suo futuro; si considera "un animale selvaggio alla ricerca della libertà", appare piuttosto disorientata, incostante nelle sue relazioni sentimentali, priva di punti di riferimento a cui appellarsi per dare un senso alla propria esistenza. Insomma, non è una ragazza serena. In effetti, vive relazioni instabili e travagliate, proprio come Truman Capote. Truman Capote convive con un senso di sradicamento... da bambino non ha potuto godere dell'affetto dei genitori, da ragazzo e da adulto non è mai riuscito a trovare la felicità... perché la cercava dove non poteva trovarla.

Forse questo è un pensiero un po' azzardato, ma lo scrivo lo stesso: Holly e Truman sono un po' come Leopardi (che è il mio idolo): anche il nostro grande poeta e filosofo ottocentesco cercava la felicità dove non poteva trovarla e non era mai davvero riuscito a costruire attorno a sé delle solide amicizie... si pensi ad esempio al deludente soggiorno a Roma presso lo zio materno (1822), in cui egli era spesso deriso (poveraccio!! Mi indigno fortemente per questo!!!) sia da intellettuali membri del clero che da coinquilini incolti e volgari. Si pensi anche all'esperienza fiorentina (egli si innamora non ricambiato della nobile Fanny Targioni Tozzetti).

Io ho interpretato il romanzo in questo modo e, ad essere sincera, ho avuto qualche difficoltà a formulare queste mie riflessioni sulla storia... Se qualcuno di voi, dopo averlo letto, mi volesse comunicare le sue impressioni attraverso dei commenti, sappia che io leggerò e risponderò sempre volentieri! :-)



1 luglio 2015

La strage di Ustica:


Il 6 giugno sono andata a Bologna per visitare il Museo in memoria della Strage di Ustica.
Avrei voluto parlarvi di questa esperienza prima dell'inizio di luglio ma non sono proprio riuscita: fino a pochi giorni fa lo studio mi teneva impegnata per la maggior parte della giornata, al punto tale che faticavo a mantenere l'impegno di pubblicare un post alla settimana.
Ora che sono riuscita a superare gli esami più impegnativi di questo primo anno accademico (e con esiti piuttosto felici) ho più tempo a disposizione per riordinare i meie pensieri e le mie impressioni a proposito di questo tragico evento storico, di cui purtroppo si parla molto poco nelle scuole.


L'EVENTO STORICO:

Il 27 giugno 1980, l'aereo turistico "Douglas DC-9", appartenente alla compagnia italiana "Italvia" (che è stata chiusa nel 1981 a causa di un fallimento finanziario), decollava dall'aeroporto di Bologna alle 20.08, con quasi due ore di ritardo, diretto a Palermo. Sarebbe dovuto giungere all'aeroporto del capoluogo siciliano per le 21.13, ma alle 21.25 non era ancora atterrato. Erano iniziate allora le operazioni di ricerca da parte del Comando del Soccorso aereo. Numerosi elicotteri e anche alcune navi avevano partecipato alle ricerche. Solo alle prime luci dell'alba un elicottero di soccorso aveva individuato, alcune decine di miglia a nord di Ustica, alcuni detriti in affioramento e anche una grossa chiazza di carburante. Si era allora scoperto che l'aereo era precipitato nel Mar Tirreno, in una zona in cui la profondità dell'acqua supera i tremila metri.
Tutti gli ottantuno passeggeri avevano perso la vita. Tra loro, vi erano tredici bambini.

I relitti dell'aereo vennero recuperati nel 1987, per il fatto che il Ministro del Tesoro Giuliano Amato aveva stanziato i fondi per il loro rinvenimento. Tra i relitti, erano state trovate anche alcune salme appartenenti alle vittime. Dall'analisi di queste, si era riusciti a comprendere che i passeggeri non erano morti a causa di una bomba esplosa all'interno dell'aereo. Inoltre, nessun cadavere presentava segni di ustioni o di annegamento ma semmai grandi traumi dovuti alla caduta e anche lesioni polmonari da decompressione (tipiche di una situazione in cui l'aereo perde improvvisamente la pressione interna).
Già alla fine degli anni ottanta, si ipotizzava che l'aereo potesse essere stato abbattuto da un missile sparato da un aereo militare.

Alcuni anni dopo, nel 1995, il colonnello libico Gheddafi, nel commemorare la Strage di Ustica, si espresse in questo modo: "Sarei dovuto morire io al posto di ottantuno innocenti."
Era una frase che, vent'anni fa, era sembrata agli orecchi di molti piuttosto sibillina e poco chiara.
Ma nessuno aveva osato chiedere ulteriori spiegazioni al dittatore.

Nel 2007 l'onorevole Cossiga, il quale era stato presidente del Consiglio all'epoca della tragedia, ha attribuito la responsabilità del disastro a un missile francese lanciato in aria allo scopo di colpire l'aereo sul quale viaggiava Gheddafi. Purtroppo però era stato colpito l'aereo sbagliato.

Il processo è tuttora aperto e, sebbene oramai sia nota la causa di questo disastro aereo, non sono ancora stati individuati i responsabili.


COME E' STRUTTURATO IL MUSEO:

Il Museo è stato aperto a Bologna il 27 giugno 2007.

Una volta entrati in una grande stanza, si nota subito un enorme relitto aereo al centro di essa. Gli spettatori possono e devono camminare soltanto intorno al relitto, dal momento che è vietato scavalcare le balaustre. Ottantuno lampadine rischiarano i resti dell'aereo... la luce di queste lampadine è intermittente. Le lampadine intermittenti sono simbolo della condizione umana, fragile e precaria. In qualche modo, è come se la vita umana venisse paragonata alla luce di una lampadina che si accende e si spegne.
Appesi a tutte le pareti della stanza, vi sono degli specchi neri (81 in totale) e, dietro questi, degli altoparlanti dai quali fuoriescono frasi sussurrate, parole pronunciate da persone che stavano vivendo la loro banale quotidianità, che stavano programmando le loro vacanze in Sicilia, che erano in preda a pensieri malinconici o felici o speranzosi, a seconda della situazione che stavano vivendo. Le frasi che si sentono più spesso sono queste: "Da quando è morto il babbo, mi sento così solo."/ "Sono sempre molto buone le torte della nonna!"/ "Quando queste vacanze saranno finite, saprò il risultato dei miei esami."/ "Sono molto preoccupato per mamma. Ultimamente è così invecchiata!".

I bolognesi e i familiari delle vittime di Ustica che hanno contribuito a progettare questo Museo sono stati a mio avviso intelligenti: inserendo i sussurri dietro a degli specchi neri di forma rettangolare hanno voluto  comunicare ai visitatori del Museo l'assurdità di queste morti innocenti, in modo tale da poterli coinvolgere emotivamente.
In effetti, quando sono entrata in quella stanza, mi sono sentita avvolta da quei flebili sussurri... cercavo di ascoltarli attentamente, per poter captare ogni singola parola, ogni singolo respiro.



LA SIGNORA DARIA BONFIETTI:

Daria Bonfietti
Alla fine della visita, abbiamo avuto il piacere di conoscere la Signora Bonfietti, maestra elementare in pensione da pochi anni, Presidente dell'Associazione "Parenti delle Vittime della Strage di Ustica".
Daria ha perso il fratello Alberto in quella strage e, da più di trent'anni, lotta per poter avere giustizia e verità; continua a combattere affinché l'inchiesta su questo disastro aereo non venga archiviata.
E' una grande personalità, una grande donna: dalle sue parole traspaiono, è vero, un po' di rabbia e di dolore, ma anche combattività, determinazione e voglia di raccontare.
La signora Bonfietti si reca spesso nelle scuole superiori della provincia di Bologna per raccontare il suo dramma ai giovani. E' stata lei a volere la costruzione del Museo per la Strage di Ustica a Bologna, è stata lei a volere che i relitti dell'aereo venissero ripuliti dalla salsedine per essere mostrati ad un pubblico sensibile al tema della memoria storica.
Riporto qui sotto le parole che la signora ha pronunciato il 27 giugno 2015, a "Voci del mattino", programma in onda su Radio Uno Rai:

“Dopo 35 anni di depistaggi, siamo arrivati alla verità parziale su Ustica. Parziale perché sappiamo le cause ma non conosciamo i responsabili, i colpevoli dell’abbattimento di un aereo civile in tempo di pace. Io chiedo alla politica e al governo del mio Paese di rapportarsi in modo diverso con quei Paesi amici e alleati che, ormai è acclarato, erano presenti coi loro aerei nei cieli italiani quella sera. Francia, Stati Uniti e Libia devono dare delle risposte, sono troppi anni che i magistrati romani le stanno inutilmente cercando, dopo le dichiarazioni di Cossiga del 2007 che coinvolsero la Francia nell’abbattimento del DC9 dell’Itavia. Ma quest’ultimo fondamentale pezzo di verità lo possiamo conquistare solo se il nostro Paese si muove sull’onda di una grande indignazione. Hanno abbattuto un aereo civile in tempo di pace, lo hanno abbattuto, come ha detto il Giudice Priore, al termine di una guerra aerea mai dichiarata, senza che nessuno ne abbia fornito spiegazioni. Hanno riconosciuto le responsabilità di due ministeri: il Ministero dei Trasporti, per non avere tutelato la sicurezza del volo e dei cittadini, e quello della Difesa, per avere impedito con ogni mezzo che si giungesse alla verità, attuando depistaggi e distruggendo prove. Perché mai il mio Paese non dovrebbe pretendere di sapere fino in fondo la verità?”

In occasione del trentacinquesimo anniversario della strage, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ha trasmesso a Daria Bonfietti questo messaggio:

"Rievocare Ustica non significa soltanto alimentare la memoria di coloro che sono stati strappati ingiustamente alla vita e agli affetti, ma riaffermare l'impegno di perseverare nella ricerca tenace di una verità finalmente univoca sull'accaduto".



22 giugno 2015

I bambini soldato:

Bambini soldato in Uganda
Attualmente, sono più di 300.000 i ragazzini impegnati in conflitti militari.
Spesso hanno tra i 14 e i 18 anni, l'età in cui in genere un adolescente italiano frequenta una scuola superiore, si appassiona agli sport di squadra, impara a comprendere e a vivere i cambiamenti adolescenziali in corso di svolgimento e dedica parte del suo tempo libero a riflettere sulle proprie potenzialità.

Sebbene negli anni Settanta siano state firmate numerose convenzioni internazionali al fine di limitare la partecipazione dei minori ai conflitti, sembra che il fenomeno dei bambini soldato sia in aumento negli ultimi dieci anni. Addirittura si tende ad un abbassamento dell'età: governatori e generali senza scrupoli, assetati di potere sono disposti a reclutare anche i bambini di 10 anni.

Il problema dei minori costretti a combattere in guerre sanguinose e insensate è presente in Asia (in particolare: Cambogia, Laos, Pakistan, Myanmar, Nepal, Sri Lanka, Timor Est), in Medio Oriente (Yemen, Libano, Iran e Iraq) e soprattutto negli stati dell'Africa.
Negli anni Novanta, anche alcuni stati dell'America Latina (Perù, Ecuador e Colombia), hanno reclutato diversi bambini nei loro eserciti nazionali.
Nel 2001, in Sierra Leone (Africa Occidentale) è terminata una lunga e sanguinosa guerra civile tra gruppi rivali, alla quale sono stati costretti a partecipare migliaia di bambini soldato.
Secondo i dati raccolti dalle Nazioni Unite, si stima che, nella guerra civile in Liberia, altro stato africano che si affaccia sull'Oceano Atlantico (1989-1999), abbiano combattuto circa 20.000 bambini.
Importante ricordare anche che, tra il 2001 e il 2006, molti ragazzini hanno combattuto in prima persona in Sudan, Ciad, Somalia, Uganda, Costa d'Avorio, Ruanda, Burundi, Repubblica Democratica del Congo, Repubblica Centrafricana, Angola.
Tra questi giovanissimi soldati, alcuni impugnano i fucili, dal momento che sono regolarmente reclutati nelle forze armate di uno Stato, altri invece sono sfruttati come portatori di munizioni e di vettovaglie.

In entrambi i casi, se tentano di ribellarsi agli ordini o se commettono degli errori, rischiano di subire delle mutilazioni da parte dei comandanti dell'esercito, o addirittura, di morire massacrati dai loro compagni.
Talvolta, negli eserciti vengono reclutate (e frequentemente violentate) anche le bambine.
Riporto qui sotto un brano tratto da "Memorie di un bambino soldato" di Ishmael Beah, scrittore africano originario della Sierra Leone:
" E' il 1993 quando in Sierra Leone, nel più assoluto silenzio della comunità internazionale, i ribelli si impadroniscono della parte del paese più ricca di miniere di diamanti e vi instaurano un vero e proprio regno del terrore, amputando gambe, braccia, orecchie e naso a più di trentamila persone. Ishmael Beah, dodici anni, suo fratello Junior e gli amici Talloi e Mohamed, tredici anni, sanno della guerra poco o niente(...) Quattro anni prima hanno fondato una band hip hop, affascinanti dalla "parlata veloce" di un gruppo americano visto su un enorme televisore a colori nella zona dei divertimenti per turisti bianchi di Mobimbi. Un giorno, mentre sono via, impegnati in un'esibizione, i ribelli penetrano nel loro villaggio e lo devastano. Ishmael e Junior cercano di percorrere velocemente le sedici miglia che li separano dalla casa dei genitori, ma una volta giunti al margine della foresta che circonda il villaggio, i superstiti che emergono dal fitto del fogliame li fanno presto desistere dal tentativo. Un uomo trasportava il figlio morto. Era completamente coperto dal suo sangue e avanzava dicendo: "Ti porterò in ospedale, bambino mio, e, vedrai, andrà tutto bene". Ishmael non vedrà mai più casa sua e i suoi genitori. Perderà Junior. Fuggirà nella foresta, dormirà di notte sugli alberi, sarà catturato dall'esercito governativo, imbottito di droga, educato all'orrore, all'omicidio, alla devastazione. Il suo migliore amico non sarà più il tredicenne Talloi ma l'AK47 e la sua musica non più l'hip-hop ma quella del suo fucile automatico.”


L'uso di armi automatiche e leggere ha reso più facile l'arruolamento dei minori, al punto tale che oggi un bambino di 10 anni può impugnare facilmente un AK-47, come lo farebbe un adulto. 

Jean Baptiste Onama è nato in Uganda. Allo scoppio della guerra civile, è stato costretto ad arruolarsi a soli 14 anni. Oggi Jean Baptiste ha 42 anni ed è docente ordinario alla facoltà di Scienze Politiche all'Università di Padova.
Ecco la sua testimonianza:
"Ho assistito a stupri di ragazzine da parte di alcuni soldati. Ho assistito anche ad un tragico episodio che ha riguardato una donna anziana: non era riuscita a scappare, era rimasta vicina alle capanne bruciate; un soldato ha sparato è l'ha colpita ma non a morte. Era ancora viva. E prima di morire ha detto delle parole. Il soldato che le aveva sparato non poteva comprenderle perché era un kuangu: io ero l’unico della tribù che poteva capire quella lingua, perché era la gente di mio padre. E questa donna diceva: “Figlio mio, perché mi uccidi? Che male ti ho fatto?”, e ha ripetuto più volte queste parole. Questo è stato il momento più forte e più significativo di quel conflitto: racchiude tutta la follia della guerra. Io penso che chi, come me, si è salvato per miracolo da una situazione di morte e di distruzione, ha il dovere di fare in modo che il mondo non viva più quell’orrore."

MA QUALI SONO I MOTIVI PER CUI NEGLI ULTIMI ANNI VENGONO RECLUTATI SEMPRE PIU' BAMBINI? 

Bambino soldato in Myanmar
I bambini innanzitutto non pretendono soldi per il lavoro che svolgono.
 E, siccome per loro natura sono ingenui, si fanno indottrinare facilmente e affrontano il pericolo con maggior incoscienza (per esempio attraversando campi minati o intrufolandosi nei territori nemici come spie).
Inoltre la lunghezza dei conflitti rende sempre più urgente trovare nuove reclute per rimpiazzare le perdite. Quando questo non è facile si ricorre a ragazzi di età inferiore a quanto stabilito dalla legge sostanzialmente per due motivi: o perché non si seguono le procedure normali di reclutamento oppure perché molti minori sono sprovvisti di documenti che dimostrino la loro vera età.

E' vero anche che alcuni ragazzini aderiscono come volontari per sopravvivere alla fame e agli stenti. Nella Repubblica Democratica del Congo, per esempio, nel '97 da 4.000 a 5.000 "ragazzi di strada" hanno aderito all'invito, fatto attraverso la radio, di arruolarsi.

Un altro motivo può essere dato dal desiderio di vendicare atrocità commesse contro i loro genitori o la loro etnia: infatti, una ricerca condotta dall'Ufficio dei Quaccheri di Ginevra dimostra come la maggioranza dei ragazzi che si arruolano volontari nelle truppe di opposizione lo fanno per "riscattarsi" da un' esperienza di violenza subita in passato o vista infliggere ai propri familiari da parte delle truppe governative. 

LE CONSEGUENZE DELL'ARRUOLAMENTO: 


Per i ragazzini che riescono a sopravvivere alla guerra, le conseguenze dal punto di vista fisico sono gravi: molti di loro sono denutriti, mutilati, affetti da gravi malattie della pelle, da patologie respiratorie e magari anche dall'AIDS.
Non sono da sottovalutare nemmeno le ripercussioni psicologiche; tra queste, il forte senso di colpa non soltanto per aver ucciso centinaia di innocenti ma anche per aver contribuito a seminare terrore nei villaggi e nei campi profughi.
Senza contare inoltre un'enorme infelicità per aver subito violenze e abusi, un terribile senso di panico (gli incubi notturni li perseguitano per anni) e la difficoltà nell'inserirsi nuovamente in famiglia e nella comunità in cui vivono. 
Questa difficoltà sociale vale soprattutto per le ragazze le quali, dopo essere state nell'esercito, spesso finiscono col diventare prostitute.


Anche se molti stati faticano ad ammetterlo, l'arruolamento dei bambini può essere indubbiamente considerato una forma di lavoro illegittimo e pericoloso. L'I.L.O.(Organizzazione Internazionale del Lavoro) riconosce che: "il concetto di età minima per l'ammissione all'impiego o lavoro che per sua natura o per le circostanze in cui si svolge porti un rischio per la salute, la sicurezza fisica o morale dei giovani, può essere applicata anche al coinvolgimento nei conflitti armati". L'età minima, secondo la Convenzione n° 138, corrisponde ai 18 anni.

LE MIE IMPRESSIONI... PER COINVOLGERVI ANCHE EMOTIVAMENTE:



Osservate bene questa immagine...
Credo che il bambino in questione abbia 8 o 9 anni... Non sono molto brava ad intuire l'età delle persone ma in ogni caso non gliene darei più di dieci. E' un bambino soldato originario della Repubblica Centrafricana.
Vi prego, osservatelo bene... Sembra che stia per piangere. I suoi occhioni tristi sembrano dire: "Ma perché mi fate portare questo enorme fucile? Perché non mi date in mano delle matite, delle penne, dei pennarelli? Perché non posso godere del diritto allo studio e del diritto al gioco? Perché, invece di farmi sparare delle pallottole mortali non mi fate dipingere i colori dell'arcobaleno?"
La prima volta che ho visto questa immagine mi sono venute le lacrime agli occhi e, per un attimo, ho avvertito un brivido freddo alla schiena.
Perchè il viso di questo bambino è molto eloquente: gli occhi pieni di dolore e le labbra leggermente incurvate (tipiche di chi trattiene il pianto) danno proprio l'idea dell'insensatezza dell'odio razziale, della crudeltà della guerra e dell'enorme dolore che provano i bambini rimasti orfani e costretti a combattere conflitti militari voluti soprattutto da governanti malvagi e corrotti. Questi bambini dovrebbero vivere un'infanzia felice e spensierata. Dovrebbero sperimentare l'affetto dei loro genitori, le premure dei maestri di scuola... dovrebbero godere delle amicizie con i loro coetanei... Questi bambini meritano un futuro!! E dobbiamo garantirglielo!! Gli europei e gli statunitensi, invece di portare in Africa valori quali la pace, l'armonia, il dialogo interculturale, approfittano dei contrasti tra le popolazioni, prendono posizione, favoriscono un gruppo etnico piuttosto che un altro, collaborano con i governi autoritari!!!

Io... credo che dovremmo partire proprio dall'attenta osservazione di questa fotografia...Forse, se tutti noi cercassimo un po' di immedesimarci nello stato d'animo dei piccoli soldati riusciremmo a comprendere meglio i diritti dei bambini, che per ora sono soltanto scritti su una carta e molto spesso ignorati...




1 giugno 2015

"La morte di Ivan Il'Ic", Lev Tolstoj


La morte di Ivan Il'Ic è un romanzo di Tolstoj pubblicato per la prima volta nel 1886.

L'inizio è ambientato in un ufficio del Tribunale di San Pietroburgo, dove alcuni illustri magistrati stanno discutendo su un importante caso giudiziario. Soltanto uno di loro, Petr Ivanovic si dimostra disinteressato al dibattito e sfoglia le pagine del giornale cittadino. Ad un tratto, vi trova il necrologio relativo a Ivan Il'Ic, un collega che da tempo era gravemente ammalato ed esclama: "Signori! E' morto Ivan Il'Ic!".
Sono rimasta molto sorpresa dalla reazione dei magistrati, i quali, anziché manifestare sentimenti di profonda tristezza per la morte di un collega, accarezzano soltanto il desiderio di sostituirlo e formulano ipotesi su chi di loro potrebbe occupare la sua prestigiosa posizione.
D'altro canto, Prascovia Fedorovna, moglie del defunto, non soltanto finge di piangere la morte del marito, ma rende addirittura palese la sua unica vera preoccupazione; ovvero, quella di ottenere soldi dall'erario dopo la morte di Ivan.
Soltanto il figlio adolescente sembra davvero addolorato per la morte del padre.

Dopo la lettura delle prime pagine del libro, inevitabilmente ci si chiede: "Come mai tutta questa avidità di successo e di denaro da parte delle persone che erano vicine a Ivan Il'Ic?" ...  Pian piano, nel corso della narrazione, l'autore svela la risposta a questa domanda.

A partire dal secondo capitolo infatti, l'autore inizia a raccontare la vita di Ivan Il'Ic. Egli era il secondogenito di un funzionario del governo, aveva studiato Giurisprudenza e, dopo il conseguimento del diploma, era divenuto giudice di una provincia. "Fin dall'età giovanile era stato attratto, come una mosca dalla luce, verso le persone del gran mondo, ne aveva fatto proprie le maniere, le opinioni; e aveva stabilito con loro rapporti di amicizia. (...) Si era abbandonato alla sensualità, alla vanità e da ultimo, alle idee liberali."
Dopo alcune avventure amorose, si era sposato con una ragazza ricca e di origini nobiliari; ma non per amore, quanto piuttosto per garantirsi un certo prestigio sociale.
Poco dopo il matrimonio, si era trasferito a San Pietroburgo dove aveva ottenuto sia una promozione sia un aumento significativo di stipendio. Da quel momento in poi, Ivan Il'Ic " trasferì sul lavoro il centro della propria esistenza. Ivan Il'Ic capì molto presto che la vita matrimoniale, pur presentando alcune comodità era in sostanza qualcosa di pesante e di difficile; se si voleva quindi compiere il proprio dovere e cioè condurre un'esistenza decorosa e accettata dalla società, occorreva stabilire con essa, come con il lavoro, una linea di condotta ben precisa. (...) Egli richiese alla vita di famiglia soltanto quei vantaggi che essa poteva fornirgli: i pranzi, il letto, la conduzione della casa e soprattutto quel decoro esteriore che era apprezzato dall'opinione pubblica." 
Dunque Ivan Il'Ic, disinteressato sia alla nascita dei figli, sia alle richieste di attenzione da parte della moglie e quasi del tutto indifferente verso la morte prematura di due dei suoi cinque bambini, aveva trascurato gli affetti e aveva concentrato tutte le sue aspettative sulla carriera e sulla ricchezza economica.
Egli infatti continuava a riscuotere successo sul piano professionale, al punto che, alla "Corte di San Pietroburgo", aveva ottenuto una nomina che lo poneva di due gradi al di sopra dei suoi colleghi e che gli garantiva cinquemila rubli di stipendio mensile.
Dunque, con la moglie e i figli ancora bambini, si era trasferito in una dimora più grande e spaziosa. Qui, proprio mentre stava fissando una tenda in prossimità di una finestra, era caduto dalla scala sulla quale era salito. All'inizio, questo incidente aveva provocato soltanto un livido sul fianco sinistro, ma poi, Ivan Il'Ic aveva iniziato di tanto in tanto ad avvertire un leggero fastidio, convertitosi pian piano in un dolore costante e molto forte. Aveva consultato numerosi medici, ma nessuno era stato in grado di identificare con precisione la sua malattia.  Intanto, i litigi con la moglie divenivano sempre più frequenti e sempre più aspri: Ivan la criticava in tutto: spesso, da ogni parola che le rivolgeva, traspariva un vero e proprio astio.
Una notte di capodanno, dopo aver trascorso l'intera giornata con il cognato e con altri parenti della moglie, Ivan Il'Ic si era accorto non soltanto del suo profondo cambiamento fisico (osserva se stesso allo specchio e con terrore si accorge di essere pallido ed emaciato), ma anche di essere arrivato ormai alla fine della sua vita. A questo proposito, Tolstoj inserisce una nota ironica: "(...) L'esempio di sillogismo: Caio è un uomo, gli uomini sono mortali e quindi anche Caio è mortale gli era sempre parso giusto, ma solo in relazione a Caio, non a se stesso. Un conto era Caio, l'uomo in generale (...), un conto era lui, che non era Caio ma un essere particolarissimo, completamente diverso da tutti gli altri".
Da quel momento dunque, la sua malattia era divenuta un'ossessione che gli aveva creato un'angoscia tremenda: "Scoprì che l'unico interesse che la sua persona rappresentava per gli altri si riduceva alla scadenza, vicina o lontana, nella quale avrebbe sgomberato il posto, liberato i vivi dall'impaccio della sua presenza e liberato se stesso dalla propria sofferenza." Inoltre, nell'animo del protagonista si accresceva un sentimento di odio verso la propria famiglia, dal momento che lo consideravano soltanto ammalato e non moribondo: "Questa menzogna lo tormentava, lo tormentava l'ostinazione con cui gli altri non volevano ammettere ciò che sapevano, ciò che egli sapeva". Ivan Il'Ic trovava un po' di conforto soltanto nella compagnia di Gerasim, un giovane servo figlio di contadini. "Gerasim si limitava a compatire il padrone che andava spegnendosi." 

L'angoscia di Ivan si era trasformata, nelle ultime settimane di vita, in disperazione: "Aspettò che Gerasim uscisse dalla stanza e si lasciò andare al pianto, come un bambino. Piangeva per la sua impotenza, per la sua terribile solitudine, per la crudeltà degli uomini e di Dio, per l'assenza di Dio."
Proprio da questo momento in avanti egli inizia a ripensare alla sua vita passata, fino al punto in cui rinasce nel suo animo un sentimento di profonda nostalgia per l'infanzia, unico tempo della sua vita incontaminato dalla brama di ricchezza e di potere. Ivan Il'Ic allora inizia a intuire di non aver vissuto rettamente. Ed è proprio la generosità di Gerasim, il suo viso bonario, la sua immensa dolcezza che glielo fa comprendere. Gerasim è un ragazzo di umili origini, che compie volentieri il suo servizio di assistenza presso un magistrato moribondo. 
Mentre Ivan Il'Ic aveva vissuto soltanto in funzione del successo professionale, diventando dunque un uomo egoista, insensibile, privo di premure verso la moglie e i figli, Gerasim spendeva la sua vita mettendo in pratica i precetti del Vangelo, ovvero, la carità e la pazienza.
Alla fine della lettura di questo romanzo, ho pensato ad una frase molto significativa che lo scrittore Alessandro D'Avenia ha pronunciato la sera del 25/01/2014 nel Palazzo della Gran Guardia a Verona, poco prima di commentare alcuni capitoli della "Vita Nuova di Dante": "Quando morirete, non verrete ricordati per ciò che avete posseduto o per quale posizione sociale avete occupato quando eravate in vita. Verrete ricordati per quanto avete amato." 

Il messaggio che Tolstoj vuole trasmettere al lettore è un po' duro, perché sembra dire: "Hai voluto soltanto il successo e i soldi durante la tua breve e fugace esistenza? Allora l'angoscia, il tormento e la menzogna sono ciò che ti meriti durante l'agonia".

Vi lascio anche il commento di Clara Janovic, una critica letteraria: " Nella fase terminale della sua malattia, Ivan Il'ic vive di ricordi, anzi, la vista retrospettiva della sua vita è la sua prima e vera vita, ed è anche l'ultima perché solo la morte, la vicina imminenza della morte gli permette di capire che la sua vita, quella vissuta quotidianamente, non era vita. In questo romanzo il rapporto dei tempi si è capovolto: è il presente, di fronte alla prova estrema della morte, che diventa momento di autenticità, mentre il passato, nutrito di fittizi valori, si svuota di ogni consistenza".


"SENTIERI PARTIGIANI"- P. MALAGUTI (I):

  "Se decidiamo di riconoscerci in quei principi di libertà e di lotta per la libertà dobbiamo accettare la sfida di non lasciare in si...