19 dicembre 2019

La fede in Dio, i rapporti umani e la contemplazione della natura sono ancora possibili in un mondo sur-moderno?

Ricordate la mia proposta di una riflessione su queste tematiche? Vi rinvio al link:
Questo mio scritto, che ho pubblicato prima del previsto, ha rappresentato un tentativo di rispondere a questioni di attualità piuttosto complesse. 
La data è quella di stesura, ma in realtà è da novembre che sto riflettendo su questi argomenti che hanno chiuso il corso di Letterature comparate.

19 dicembre 2019

Oggi le nuvole coprono il cielo. Un venticello freddo fa rabbrividire gli alberi spogli, i fili d'erba verde, le piccole foglie delle siepi. 


Oggi è una di quelle giornate in cui mi sento piccola, fragile, delicata e indifesa, come lo è un feto nato prematuro: forse la mia esistenza e il mio essere sono troppo piccoli, troppo limitati per sfruttare in maniera soddisfacente il valore del tempo e per comprendere appieno l'immensità dell'Universo e la maestosità della natura.
Io credo che la contemplazione di un paesaggio marittimo, collinare o montano giovi a tutti, se non altro perché può allontanare da noi, almeno, dalle persone più sensibili, aspirazioni di grandezza e velleità di potere, visto che le entità con le quali i nostri occhi vengono a contatto ci rendono piccoli e anche insignificanti di fronte alla bellezza che in questo pianeta esiste e si evolve da milioni di anni.
Il fragore del mare, l'imponenza delle vette dei monti, la luce del sole che irradia il vasto azzurro del cielo continueranno ad esistere anche dopo di noi.


Spesso mi sento impotente di fronte a questo tempo che scorre incessantemente davanti ai miei occhi, anche se, nella mia mente e sul calendario cerco di programmare giornate e settimane che quasi sempre risultano essere molto intense. Non riesco mai a realizzare tutto ciò che mi prefiggo.
Vorrei poter riuscire a incontrare più spesso amici, zii e cugini; ma non sempre riesco a conciliare i miei mille impegni con la mia voglia di dialogare, di donare un parte di me a coloro che mi stimano davanti ad una pizza o ad un caffè, o durante una passeggiata.
Anch'io, come qualsiasi lettore di questo blog e come qualsiasi persona che vive in questo Occidente industrializzato e tecnologizzato, sono profondamente immersa in una vita fatta di corse; ad esempio, di corse verso la fermata dell'autobus e verso le aule universitarie per arrivare il più possibile in orario a lezione.
Credo sia questo il grande paradosso di questo nuovo millennio: nonostante l'esistenza di internet, dei social network e di efficienti piattaforme di messaggistica come Whatsapp e Telegram, gli incontri fra persone risultano difficili da programmare o comunque abbastanza rari.
Tutti sono facilmente raggiungibili, ma i mezzi tecnologici e informatici attraverso i quali si riesce a contattare facilmente chiunque sono freddi, dal momento che, sia gli schermi, sia le emoticons sia i messaggi vocali impediscono il contatto fisico e in genere non permettono di capire se nelle parole dell'altro ci sia o meno sincerità.
Charles Dickens, scrittore inglese vissuto nel pieno del XIX° secolo, momento in cui il Regno Unito stava vivendo un notevole sviluppo industriale, aveva intuito che la comunicazione elettrica non sarà mai un sostituto del viso di qualcuno che con la propria anima incoraggia un’altra persona ad essere coraggiosa e onesta.
Abbiamo tutti quanti bisogno di vivere le relazioni umane. 
Abbiamo tutti quanti bisogno di ciò che facciamo fatica a chiedere agli altri, ovvero, un abbraccio forte, una stretta di mano, una visita inaspettata.
I rapporti umani veri, autentici, non contaminati da invidie, gelosie e rivalità, costituiscono una vera e propria fonte di amore e di fraternità. 
A questo proposito, mi ritorna alla mente quella frase che racchiude in sé il principale messaggio del film Into the wild : la felicità è reale solo se condivisa.
Io credo tra l'altro che la felicità non si trovi nelle grandi feste, nelle discoteche buie e affollate.
E' più probabile che si possa trovare felicità in una passeggiata al tramonto o in una serata  d'inverno nella quale si sta seduti sullo stesso divano davanti a un bel film e ad una tazza di tisana bollente o di cioccolata calda.
Ho sempre pensato che la felicità sia fatta di condivisione.

In questi ultimi anni ho conosciuto molte persone, di tutte le età e, attraverso alcune esperienze condivise, ho imparato a riconoscere in ognuna di loro qualità e fragilità.
L'umanità, che include sofferenza ma anche unicità e originalità, la si può riscontrare negli occhi del proprio vicino. Per questo motivo mi ritrovo d'accordo con il professor D'Avenia, che afferma: ciascuno di noi è custode di chi ha accanto.
Quando ero animatrice in parrocchia mi sentivo custode dei miei ragazzi: avvertivo dentro di me il dovere e il desiderio di prendermi cura di loro. Per questo mi impegnavo a pensare ad attività costruttive.
Posso anche dire di aver custodito pensieri, stati d'animo, fragilità, difetti, prepotenze di quelli che fino a tre mesi fa erano i miei co-animatori.
Ascoltavo: ho ascoltato gli adolescenti e ho dato loro consigli. Oltre a ciò, mi sono confrontata comunque con persone giovani vicine alla mia età; e anche questo mi è stato utile per crescere, maturare e continuare a pensare con la mia testa, senza farmi influenzare da figure di "leader negativi".
Non odio nessuno: né quelle compagne di classe che ai tempi del liceo con i loro pettegolezzi e i loro insulti sussurrati mi hanno isolata, né quegli animatori e quelle animatrici per i quali e per le quali io ero soltanto una seccatura.
Mi ritrovo ormai ad un passo dall'ingresso nel mondo del lavoro e, mentre da una parte ritengo che il futuro possa riservarmi molte soddisfazioni dopo tutti questi anni di studi e di sacrifici, dall'altra, il mio breve passato difficile mi accompagna sempre, giorno per giorno, ricordandomi però che delusioni, travagli e solitudine sono serviti a farmi crescere e a comprendere le mie risorse interiori.
Voglio ancora credere nell'autenticità dei rapporti umani. E' necessario che tutti credano nelle relazioni, soprattutto in un'epoca in cui la quotidianità è dominata da frenesia, ansia e rapidità. Ogni pasto condiviso, ogni chiacchierata e ogni incontro, in un periodo difficile della nostra vita, possono essere considerati dei "farmaci benefici" che aiutano a recuperare un po' di sollievo o di serenità.

L'ultima parte di questo scritto vorrei dedicarla alla questione Dio. 
Mi piace introdurre la tematica con uno spezzone di un dialogo tratto dal film "Donnie Darko", dove il protagonista Donnie, nel corso di una seduta con la sua psicoterapeuta, tocca tematiche profonde e significative.
La psicanalista, ad un tratto, gli chiede: la ricerca di Dio è assurda?
E la risposta di Donnie è, almeno a mio avviso, toccante: lo è se ognuno sulla Terra quando muore è solo.

Questa è una frase che mi ha fatto parecchio riflettere qualche tempo fa, quando ho cercato di cogliere simboli e significati di questo film.
A distanza di quasi tre anni, mi ritrovo più o meno dello stesso pensiero: ognuno di noi vive e può vivere relazioni autentiche e gratificanti, ognuno di noi ha il diritto di sperare nella solidarietà umana ma... nessuno di noi può pretendere di essere sempre oppure del tutto compreso dagli altri.
La nostra interiorità appare un mistero persino a noi stessi, per cui, come possiamo pretendere che qualcun altro la capisca meglio di noi?
E soprattutto, abbiamo certamente il diritto di essere ascoltati, abbiamo il diritto di confidarci, abbiamo il diritto di essere consolati ma... chi comprende del tutto i nostri stati d'animo? Chi sa che cosa veramente prova un ammalato di cancro in punto di morte? Chi potrebbe rendere bene con le parole lo stato d'animo di una madre che ha perduto per sempre suo figlio, o di un adolescente che ha visto i genitori divorziare?
Le incomprensioni ci sono, indubbiamente, sempre, e secondo me, indipendentemente dall'esistenza e dalla ricerca di Dio.


Se dunque, come ho chiarito prima, è possibile sia riconoscere la grandezza della natura e la piccolezza dell'animo umano, sia scorgere sollievo e solidarietà nelle relazioni e nella conoscenza tra persone, è dunque lecito e possibile credere in un Dio onnipotente e misericordioso?
In questi ultimi giorni mi chiedo spesso dove possa essere finita tutta quella spiritualità che avevo da bambina e da adolescente, per la quale mi commuovevo ogni volta che, durante le celebrazioni liturgiche, si doveva cantare.
Potrei anche sembrare fragile ma, dopo alcuni anni di volontariato in parrocchia fatto con il cuore ma che sostanzialmente è stato un'esperienza piuttosto negativa e faticosa, inizio a mettere in dubbio le verità fondamentali di un Cristianesimo verso il quale ho sempre aderito volentieri.
Non mi è stato riconosciuto l'impegno che ho messo e, soprattutto, non ho trovato un ambiente parrocchiale caloroso.
Adesso mi trovo in una situazione piuttosto strana, abbastanza contraddittoria, se volete, in cui non so se davvero Dio o l'ispirazione di Dio intervengano nelle vicende umane, in cui non so se ci sia un regno ultraterreno dopo la morte, in cui una domanda mi sta martellando continuamente il cervello, ed è questa: "Se Dio esiste, che senso ha la sofferenza dell'innocente?".
E pensare che, quando ero animatrice, ci tenevo un sacco a formarmi dal punto di vista biblico e lo facevo... e quindi mi chiedo anche: ora che cosa mi rimane di tutte quelle spiegazioni su brani biblici che, insieme ad altri ragazzi del mio paese, ho ascoltato in questi ultimi due anni?
Che cosa rimane di tutto il servizio che ho svolto con entusiasmo e con altruismo, sia in estate che in inverno?
Di sicuro questo mi rimane: l'affetto e la riconoscenza che alcuni ragazzini, fra i 12 e i 14 anni, hanno ancora nei miei confronti, visto che quando mi vedono, mi abbracciano commossi. Andrea quando mi vede mi stringe forte forte, quasi mi fa male. Proprio Andrea che, bisogna ammetterlo, non è un down facile e ha spiccate preferenze e simpatie nei confronti di adulti ed educatori.
Non frequento più nessuna delle attività parrocchiali ma, nonostante ciò, continuo ad aderire alle "lectio divine" mensili di Don Falavegna e continuo a frequentare la messa.
Perché, anche se mi sto facendo molte domande, anche se in questo periodo sto mettendo in discussione le Risurrezione di Gesù e la potenza dell'entità di Dio, non voglio sfociare nella situazione nella quale si trovano molti miei coetanei, cioè, in un rapporto di assoluta indifferenza verso la religione.
Penso infatti che in un mondo sur-moderno in cui gli episodi di morte, di guerra e di violenza fanno molta più notizia rispetto agli eventi edificanti e anche rispetto agli esempi di persone positive, sia fondamentale coltivare una speranza nella fede in Dio. 
Il Cristianesimo in fin dei conti è un messaggio di pace e di speranza, proprio come sosteneva San Giovanni Paolo II: Al di fuori della misericordia di Dio non c'è nessun'altra fonte di speranza per gli esseri umani.
Aggiungo però che il vero cristiano, a mio avviso, per quanto caratterizzato anche da limiti e da difetti, deve cercare di essere umile e il più possibile coerente con la fede alla quale aderisce, in modo tale da poter costituire un esempio o comunque un punto di riferimento sia per le persone che incontra nella sua vita quotidiana sia per tutti coloro che si trovano, come me, alla ricerca di Dio.

------------------------------------------------------------------------------------------------------
Programma del blog degli ultimi giorni del 2019 o primi giorni del 2020:

- Entro la Vigilia di Natale, vorrei proporvi la traduzione di alcune parti piuttosto consistenti dell'Ecloga IV° di Virgilio, alla quale, nel Medioevo, è stata data un'interpretazione che avvicina il suo contenuto al Natale.

-Entro l'epifania, o almeno spero, entro il 31 dicembre (giorno in cui tra l'altro sarò fuori casa e andrò a dormire praticamente la mattina presto) vorrei svolgere la recensione di un film che ha anche un certo valore storico. Si tratta di "Aquile randagie"... è la storia dello scoutismo italiano negli anni del Fascismo e della Resistenza.




12 dicembre 2019

"La melodie"

Neve!
Finalmente... dopo anni che non la vedevo più qui dalle mie parti...
E pensare che soltanto ieri pomeriggio, quando in aula ho esposto il mio approfondimento sul confronto Pasolini/Zanzotto, avevo letto i versi del componimento "Ad una morta" che diceva anche: "tra i filari intristiti/verrei con te tra la neve". E' una lirica che l'adolescente Andrea dedica alla sorella Angela morta di tifo nel '37.

Comunque, ho visto anche qualche bel film in questi ultimi tre mesi; non ne ho mai fatto menzione qui prima d'ora per il semplice fatto che ero troppo presa dal fascino del programma del corso di letterature comparate. 
Non penso sia frequente che un docente universitario decida di illustrare, nel corso di un mezzo semestre, principalmente i movimenti e le avanguardie anti-tradizionaliste del secolo scorso. Personalmente penso sia stato un grande arricchimento, al di là dell'antipatia che ho avuto verso il Nouveau Roman e verso il "Tristano" di Balestrini. 
Tutto il resto del programma però mi è piaciuto.

LA MELODIE:

"La melodie" è un film che racchiude due tematiche verso le quali sono molto sensibile: la musica e la pedagogia.

1) IL MESTIERE DELL'INSEGNANTE E L'IMPORTANZA FONDAMENTALE DELL'ESSERE DEI VERI EDUCATORI:

Il protagonista della storia è Simon, un violinista di mezz'età decisamente talentuoso che, per diversi anni, è riuscito a vivere della propria arte.
Ma, in un periodo in cui si ritrova privo di impegni come musicista da concerti, accetta l'offerta di lavoro di Farid, preside di una scuola media: 
tenere un corso extra-curricolare di violino per gli allievi iscritti e (teoricamente) interessati.
Tenete presente che si tratta di una scuola media situata in una delle periferie parigine, ovvero, collocata in un ambiente di disagio socio-economico, di degrado morale e culturale.
Simon si ritrova dunque a iniziare un'esperienza che inizialmente è difficile e avvilente, ma poi si rivela un vero e proprio arricchimento.
I componenti del corso di violino, per buona parte del film, risultano molto polemici e molto disuniti gli uni verso gli altri.
L'impatto con alunni ancora bambini ma prepotenti e deconcentrati è per lui scioccante.
In effetti, ricordo a questo proposito una frase di Simon a Farid, ancora nelle scene iniziali del film. Si tratta naturalmente di una frase riferita ai "novelli violinisti":

"A volte quei bambini mi fanno paura. Non sono capaci di concentrarsi per più di trenta secondi."


... Non è che la gente delle superiori sia tanto diversa, da questo punto di vista.
Io li ho sperimentati per qualche anno in parrocchia e vi assicuro che non è un'impresa per nulla facile attirare l'attenzione dei ragazzini tra i 14 e i 16.
Eppure sono riuscita ad ottenere la stima di diversi di loro, con il tempo. Mi piaceva stare con i ragazzi in fase di crescita, sia d'estate, durante il Grest, sia in tutte le altre stagioni, una sera la settimana.
Io sono convinta che chiunque occupi, nella società o in una comunità, un posto in campo formativo-educativo, indipendentemente dal fatto che sia un animatore, un capo scout, un catechista, un educatore comunale, un insegnante, un istruttore sportivo, è chiamato a dare una propria impronta, una propria testimonianza di vita.
Io so di averlo fatto. Ho raccontato ai ragazzi qualcosa a proposito della mia solitudine, della mia passata emarginazione. Ho insistito parecchio sull'importanza di costruirsi un'identità propria, unica, irripetibile, ma non per lo scopo di sentirsi superiori agli altri, quanto piuttosto per capire bene le proprie qualità e le proprie risorse.
Cari miei, sapete una cosa? Se una figura adulta o comunque un bel po' più grandicella degli adolescenti parla in modo sincero del proprio vissuto e delle proprie esperienze, prima o poi riesce a far breccia dentro di loro, riesce a smuoverli dalla loro pigrizia, riesce ad allontanarli, almeno in quei momenti, dall'iper-cinetismo e da un'euforia che talvolta nascondono ansia, dolore e inquietudine. 
Quando ho proposto di trattare il tema dell'identità vs gregge, attraverso attività e alcuni brani biblici/letterari, avevo tutti gli altri animatori del mio "team" contro: "Sono piccoli", "Non capiscono", "Non sono in grado di riflettere" , "Non sono maturi per un progetto educativo del genere." 
... e avanti con questa fastidiosa sottovalutazione del potenziale dei nostri giovanissimi!
E invece io, risoluta, l'ho fatto ed è riuscito.
Cioè... anche qui... Perché contesti il mio progetto (a tuo parere troppo "elevato" e ambizioso) senza proporre altre alternative da sviluppare??
Si è fatto il mio programma perché a nessuno veniva in mente nient'altro. Io non ero arrogante, non imponevo mai nulla a nessuno. Usavo sempre il condizionale.
Ero entusiasta e mi assumevo le mie responsabilità, da giovane adulta matura.
Ad ogni modo, a molti quattordicenni è piaciuto fare un programma sull'identità e sulla negatività del "gregge" che conforma. Perché hanno capito che l'autostima è importante per realizzare i propri sogni, che l'anti-conformismo e l'unicità aiutano a capire ciò che veramente si vuole nella vita e che l'amicizia vale soltanto se è solidarietà e sincerità.
...E me ne sono andata da lì...
Mi viene ancora da piangere al pensiero, ma me ne sono andata per il fatto che non ero sostenuta da nessuno né nelle mie proposte né nella mia idea di intendere il servizio di animatrice in parrocchia. E, ad un certo punto, una persona si esaspera quando non viene sostenuta.
Io non meritavo né alcun "grazie", né alcun ascolto. 
Ero forse un elemento troppo scomodo, che metteva in evidenza ciò che non andava nel gruppo animatori, ma non per un senso di superiorità, quanto piuttosto perché desideravo ardentemente che lo spirito di servizio, in generale, cambiasse completamente.
Aggiungiamo inoltre che, secondo il curato, io sono uscita soltanto per un motivo: la fine della "storia" con A. (metto l'iniziale per rispetto). Non è vero. 
Ma il curato ha le sue idee, i suoi chiodi fissi, e, almeno dal suo punto di vista, la ragione sta sempre e soltanto dalla sua parte.
Ad un certo punto, A. non si è comportato bene con me, ma, d'altra parte, io ho fatto anche abbastanza presto a farmela passare.
Per un periodo siamo stati attratti l'uno dall'altra nel senso che abbiamo avuto una meravigliosa intesa, soprattutto a livello di discorsi. Poi l'ho conosciuto meglio e ho capito delle cose e finalmente ho anche dato maggior peso a delle altre cose che prima, nel momento di innamoramento, non volevo tanto vedere. 
E anche se non posso qui specificare il termine "cose", se mi trovassi di fronte alcuni degli amici o degli ex compagni di classe di questo ragazzo, direi loro che questo rapporto mi è servito, mi ha fatta comunque crescere e maturare... Mi ha fatta diventare un pochino più donna e ancora più umana. Nessun essere umano che incontriamo passa mai invano nella nostra esistenza. Voi dovreste sapere meglio di me che, quella a cui faccio riferimento, è una persona che ha sicuramente i suoi lati positivi, ma è anche molto molto fragile e ha un gran bisogno di essere ascoltata e guidata da figure molto più adulte di noi.
(perdonatemi la troppa schiettezza, ragazzi... questa mia caratteristica non del tutto positiva emerge soprattutto in giornate come questa, in cui non sto molto bene e sono un pochino malinconica).
Io ero dove stavo prima di tutto per gli adolescenti, non per "accaparrarmi" per forza qualcuno della componente maschile tra gli animatori. Io ho sempre avuto il massimo rispetto per i ragazzi, non li ho mai toccati! Mi sono confrontata con loro e basta.

Ecco che da una frase di un film è scaturito il mio mondo e le mie vicende recenti!
Ad ogni modo, per tornare al contenuto di "La melodie", dicevo che nelle prime settimane Simon fatica a tenere l'ordine durante le sue lezioni, nonostante sia massimamente competente nel suo ambito e nonostante si sforzi di fare lezione in modo interattivo, ponendo ai ragazzini delle domande come: "Che qualità deve avere, per voi, un buon musicista?".

Arnold
Malgrado ciò, un appiglio di motivazione a continuare questo incarico annuale c'è, ed è Arnold, un dodicenne di origini africane particolarmente portato e appassionato nell'imparare a suonare il violino.
Si tratta di un ragazzino in genere introverso e molto riservato. Riesce a confidarsi, pian piano, soltanto con il suo insegnante Simon, che più volte valorizza le sue capacità musicali.
Nel corso dei mesi, Arnold risulta non soltanto il migliore del gruppo ma anche un esempio e una risorsa per tutti gli altri...
Questo film illustra anche le difficili situazioni familiari di alcuni degli allievi di Simon.
Arnold, ad esempio, soffre molto per l'assenza del padre.
La scena in cui il ragazzino chiede in lacrime alla madre: "Dov'è papà? Perché ci ha lasciati soli?" è una delle più toccanti.
Ecco, a questo proposito penso anche: i ragazzi, i nostri ragazzi, sono degli allievi... ma sono prima di tutto delle persone che, pur avendo finora avuto vita molto breve, possono aver passato anche dei drammi o delle disgrazie molto grandi. Possono avere alle loro spalle o un vissuto devastante o un presente incredibilmente difficile.
Bisogna ascoltarli, bisogna essere per loro, per quanto possibile, dei punti di riferimento affidabili.
Il primo caso, tra l'altro proprio in età da scuole medie, a confidarsi con me l'estate scorsa, in un momento di svago della giornata del Grest, è stato, ad essere del tutto sincera, un ragazzino che in casa vedeva violenze domestiche. Vedete voi.
Il responsabile di un Grest non è seduto su un trono regale e non deve comandare e pretendere soltanto che tutti quanti gli obbediscano senza obiezioni. E' una figura che organizza le giornate, che si affianca agli animatori, ai ragazzi e alle madri di famiglia presenti per distribuire merende e fare pulizie.

Magari vi risulterò idealista e ingenua ma... vi prego, smettiamola di dire sempre e soltanto che i nostri ragazzini (soprattutto in riferimento alla fascia di età 11-13), sono difficili e problematici.
E ve lo sta dicendo una che nei suoi gruppi in parrocchia li ha sempre avuti i suoi elementi critici da "regolare".
Dopo la magistrale è abbastanza probabile per me andare per qualche anno alle medie come insegnante di Lettere. Molti docenti con la mia stessa laurea, prima di finire nei licei, hanno iniziato con una "gavetta" alle medie.
Forse sono folle, ma credo nei nostri ragazzi. 
Anche se in certi momenti alcuni comportamenti dei ragazzi mi hanno un po' avvilita (sono umana anch'io), io credo nelle loro diverse individualità, nel loro dolore, nelle loro preoccupazioni, nella loro ansia di avere risposte, nei loro sogni.
E so che abbastanza spesso, certe risate sguaiate o certi musi lunghi sono soltanto delle facciate che nascondono un'interiorità ferita oppure timorosa di emergere per ciò che è davvero.
E per questo dico, a tutti gli adolescenti che mi stanno leggendo, storpiando un pochino una frase di Max Pezzali: "Com'è bello il mondo insieme a voi!"

2) L'UTILITA' DELL'INSEGNAMENTO MUSICALE:

Per una volta tanto, non vi dirò come termina questo film. Vi dico soltanto che il finale è molto positivo e vi auguro di poterlo vedere al più presto nei cinema vicini alle vostre case.
A me è piaciuto molto.
In questa seconda parte del post vorrei segnalare a tutti voi l'importanza dell'imparare qualcosa in ambito musicale.
Alle scuole medie ci sarebbero due ore di "educazione musicale". Secondo me, sarebbe bellissimo che in quel periodo della loro vita i ragazzini imparassero, per linee generali, la storia della musica.
Ovviamente non come l'ho fatta e la sto facendo io all'Università.
Ma almeno, sarebbe utile e meraviglioso che un tredicenne sapesse che cos'è un canto gregoriano, la differenza tra monodia e polifonia, che cos'è un madrigale, chi erano Bach, Mozart e Beethoven, che cos'è un'opera in musica. Almeno questo! E ci sono tre anni e due ore alla settimana per poterlo fare, considerando che, in orario extra-curricolare, molti ragazzini imparano a suonare uno strumento.
Io ho iniziato a studiare seriamente storia della musica a 21 anni, al terzo anno di triennale.
Prima non sapevo quasi nulla; alle medie, la professoressa che avrebbe dovuto farmi storia della musica, nelle sue ore parlava più che altro dei suoi figli, di sua suocera, dei suoi cani... e avanti (che guaio che è a volte, la "libertà d'insegnamento"!).

Non dovrebbe esistere che un ragazzino intorno ai 13 anni dica che Celine Dion fa musica classica!! Perché questa è la risposta che un allievo dà a Simon quando chiede: "Conoscete la musica classica?".

La musica classica non è affatto scomparsa, dal momento che convive, in questo mondo, con le tendenze pop, country e rap.
Vengono ancora programmati dei concerti in cui gli esecutori interpretano brani di Bach, di Handel o di Vivaldi.

Curioso è anche il fatto che, in alcuni casi, le melodie di un'opera drammatica in musica si ritrovano nei film o anche nei cartoni animati.
In "Up", il mio film d'animazione preferito, si sente di sottofondo "Habanera" (Carmen, Bizet) nel momento in cui il vecchio vedovo Carl scende le scale con la sedia mobile.
Guardate se non ho ragione!



8 dicembre 2019

Primo "commento critico" al mio libro!!

Onorata, veramente!
Grazie Lino per il tempo che mi hai dedicato! Spero che l'Avvenire dei "cattoliconi" prima o poi si decida a pubblicare questo tuo articolo.
... A sorpresa, la prima a pubblicartelo, però in forma digitale, sono proprio io!
(Lino ha scritto queste righe che mi fanno veramente onore ancora prima che la "Cierre Grafica" mettesse in commercio il mio libro. Si parla di fine settembre/inizio ottobre).
I pochi asterischi in rosso con un numero a fianco li ho messi io, per eventuali aggiunte/osservazioni.
Come se avessi di fronte Lino e tutti voi.

CAVALIER LINO CATTABIANCHI
         
               (Per più di 30 anni docente di Lettere presso un istituto tecnico della provincia di Verona)

ANNA NAPPONI. Le avventure di una liceale invisibile, Cierre Grafica

Per quanto tempo deve restare invisibile una ragazza che frequenta il liceo classico, al penultimo anno? Zoe, questo il nome, è bravissima: prende voti stratosferici in italiano, greco e latino. *1
È appassionata di letteratura, legge incessantemente per ampliare i propri orizzonti, ma lo scoglio quotidiano da superare è proprio questa “invisibilità”*2 che le viene procurata presso le compagne della sua classe, proprio da questo suo essere “diversa”. 
Un sentimento che, profilatosi negli anni del liceo, le procura parecchie situazioni di sofferenza psicologica, ma diremmo quasi spirituale, un disagio che si riflette nella ricerca di solitudine, aspettando un contatto che le possa aprire il cuore. 
È questa la “fabula” dell’opera prima “Le avventure di una liceale invisibile” di Anna Napponi, giovane laureata in in lettere classiche all’Università di Verona, che in un racconto di duecento pagine, tenacemente raccolto giorno dopo giorno*3, ha condensato il primo tempo della sua storia. 
Ma sarebbe riduttivo pensare ad un’opera esclusivamente autobiografica *4 perché questa misura toglierebbe al lettore una chiave interpretativa di respiro più ampio. Quello di Anna, a tutti gli effetti, è un tentativo di rappresentare una forma diffusa di emarginazione giovanile *5, a partire da un allineamento ideologico alle mode correnti, per ricercare una sintesi più alta su cui fondare la propria esistenza negli anni fuggitivi e preziosi della formazione. Una condizione che per Anna- Zoe diventa anche la capacità di sopportare l’insulto e la derisione pur di tenere fede ad una concezione della vita come serietà di comportamenti, coerenza e drittura morale. In una parola, e sta tutta qui la differenza con le sue compagne di classe, Zoe non è disposta a buttarsi via, a rincorrere le mode e gli atteggiamenti che vanno per la maggiore e che prevedono anche per avere successo una totale reversibilità dei sentimenti.  Molte le figure di contorno in questa storia: gli insegnanti, ognuno dipinto coi suoi tic, le sue manie, ma anche con le grandi passioni all’origine della scelta di insegnare e di essere in grado di coniugare il proprio sapere con lo spirito dei tempi. Sono queste le figure che più incidono in questo percorso di formazione che viene raccontato da un diario-romanzo, dove gli argomenti del programma dell’anno scolastico scandiscono altrettante tappe del cammino umano e culturale di Zoe. E solo alla fine un raggio di luce, l’amicizia con Maria, un po’ più avanti nel percorso scolastico, rimetterà nella giusta luce tutto lo sforzo di Zoe di conquistarsi una formazione coerente e di non sentirsi per questo ancora diversa. Una cammino che lascia presagire sviluppi, anche narrativi, in questa giovane scrittrice che sa già adoperare i ferri del mestiere per raccontare il disagio di una generazione.

-----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

*1= Dai, non esageriamo... Ero stratosferica in italiano (ho terminato l'ultimo anno di liceo con la media del 9,15 in questa materia!); e questo anche grazie ad un insegnante molto valido e significativo.
Greco e latino... beh, diciamo che in entrambi ero più che sufficiente (7 in entrambi, ogni anno).
In ogni caso, posso affermare, senza il minimo senso di superiorità verso alcuno, che ce l'ho fatta ad affrontare un classico. Non ho mai avuto debiti e ogni anno terminavo con una media intorno al 7 abbondante.
Magari gli adolescenti ai quali è capitato in mano questo libro hanno provato a calcolare la media scolastica di Zoe. Se fate la somma di tutte le valutazioni che la mia protagonista prende nel corso di quel primo quadrimestre di quarta liceo e la dividete per 9 dovrebbe risultarvi 7,3.
Rende più o meno come rendevo io, che però ero sul 7,6.
Me li sono leggermente abbassati nello scrivere il romanzo, per un intento ben preciso: far capire ad ogni lettore e ad ogni costo che l'adolescente protagonista non è "la mezza secchiona" sempre sui libri, ma molto di più: pratica degli sport, va al cinema, ogni tanto va a qualche concerto, partecipa a qualche incontro in parrocchia, una domenica va a visitare la basilica medievale della semplice e bellissima Aquileia, durante le vacanze di Natale va con i genitori in una località sul Garda, cerca e si sforza di entrare nel giro delle compagne. 
Anna-Zoe(=Zoe, da quando è stato stampato il libro, è divenuto il mio secondo nome) non è un'alienata, trincerata 24/7 nello studio, che pure le piace molto.
Anna-Zoe soffre, ma cerca di rimanere viva.
Ultima cosa: caro Lino, vallo a dire ai "bravissimi" dello scientifico tradizionale o delle scienze applicate che la mia media è stratosferica! Per chi, in quelle scuole, prende premi di matematica, o di fisica o di chimica e naviga più o meno in tutte le materie intorno al 9, un 7 1/2 è una tragedia sofoclea! 
(Sofocle... il tragediografo classico che, nelle sue opere, prime fra tutte l'Edipo re e l'Edipo a Colono, crea atmosfere angoscianti, misteriose, cupe e malinconiche.)

*2= Pensate che il responsabile della libreria L'Aquilone di Verona mi ha chiesto, quando mi ha incontrata e quando ha preso in mano una delle copie del mio libro, mi ha chiesto incuriosito che cosa volesse significare questo aggettivo.
"Incompresa ed emarginata!", mi è venuto da rispondere all'istante. Ed è stata una condizione anche un po' bella, non soltanto dolorosa. Zoe si rifugia anche nella poesia. 
E fa della solitudine una risorsa. E' diversa non perché migliore degli altri, ma perché, in fin dei conti, è umana e sensibile.
Poi sì, Zoe sarà anche un po' diversa da molte altre ragazze, ma comunque ferita e con tutte le sue fragilità. Proprio come la persona che in questo momento sta scrivendo qui.

*3= Ci ho messo 4 anni per pensarlo e per scriverlo, questo libro. E' stata una rielaborazione e un superamento di una storia adolescenziale non facile.

*4= Bravo! Non è soltanto un'autobiografia. Solo in parte è autobiografia. Io che l'ho scritto non posso che essere d'accordo! Hai colto in pieno.

*5= E qui lo dico: finora (dico finora perché non è ancora finita) sono state vendute più di 300 copie. Questo libro è stato una mia testimonianza. Tra le lettrici, spesso con un diploma o di maturità classica o di maturità linguistica acquisito, mi hanno raccontato di aver passato un'esperienza simile alla mia.

... Mi fermo qui con i commenti e non aggiungo altro. 
Soltanto un promemoria: dopodomani, alle 16, mi trovate nell'edificio della Biblioteca Comunale di Peschiera del Garda, in sala conferenze.
Mi hanno prestato veramente una bella sala, con schermo e proiettore. 
Ho tanto di power point con alcuni argomenti e citazioni, non dovrei annoiare più di tanto.
Avrò un bel po' di cose da dire; se il pubblico vorrà ci saranno alcune mie poesie da leggere e un pochino da spiegare. Ma approfondirò (e ci tengo a questo) un aspetto, ovvero, quello del "disagio di una generazione" che dice anche Lino. Che cosa si intende con disagio giovanile? 
Quel che dirò dopodomani, in buona parte riguarda proprio il senso di questo disagio.
E... il tema della memoria nel mio libro?? Per chi l'ha già letto: dove si trova secondo voi?
Che "memorie" può avere una vita di soli 17 anni?
(Ci sarà qualche brano anche per questo)
Ho l'occasione di presentare il mio libretto in una zona che è praticamente il mio secondo paese, da quando mio zio Attilio si è trasferito lì.
Conosco meglio le strade di Peschiera delle strade di Somma. Non c'è da stupirsi, dato che non vivo in paese ma in una casa di campagna praticamente ai piedi della collinetta di Sona.


4 dicembre 2019

Surmodernità e senso:

Il post-moderno, forse, è già stato superato. Il post-moderno, forse, è appartenuto agli anni '70 e '80, ed è, credo, silenziosamente terminato alla fine degli anni '90, con l'avvento di Internet.
Oggi le persone, almeno nel mondo Occidentale, in Australia e nell'estremo Oriente (come il Giappone e la Cina) si spostano rapidamente da una zona all'altra, da un posto all'altro con i mezzi di trasporto. Da alcuni anni a questa parte, i non-luoghi infatti, sono in aumento. Per non-luoghi intendiamo ad esempio le stazioni, gli aeroporti, gli ascensori, i supermercati, i centri commerciali, gli outlet, i campi profughi. Che cosa hanno in comune? Il fatto che nessuno, al loro interno, possa esprimere cultura, ad esempio, come sostiene il geografo Armand Fremont. E poi certamente anche il fatto che nessuno di essi abbia una storia degna di essere ricordata o studiata, come sostiene Marc Augè, l'inventore di questo affascinante neologismo di "non luogo".
Nessuno può abitare in questi posti, perché sono luoghi di transito per chiunque. Migliaia di individui vi transitano, ma senza intessere relazioni gli uni con gli altri. I non-luoghi sono il simbolo dell'attuale frenesia, delle innumerevoli solitudini che in questo XXI° secolo si riscontrano e della società dei consumi, visto che, ad esempio, in moltissimi aeroporti e in tutte le stazioni si trovano bar e negozi. 


Nei supermercati e nei centri commerciali si trovano chiari segnali del fenomeno della globalizzazione: pensate soltanto alle arance che provengono dall'America Latina (come se in Italia meridionale non ce ne fossero!).
La globalizzazione, supportata anche dall'informatica o meglio, dalla rete, ha favorito gli scambi economici internazionali, ma ha prodotto il degrado ambientale.


Alla luce di queste recentissime teorie antropologiche, possiamo dedurre dunque che il XXI° secolo presenta un'enorme contraddizione: se da un lato le distanze spazio-temporali sono state ridotte e c'è stato un notevole l'incremento di servizi, dall'altro però, i mass media incitano la compulsione all'acquisto, diffondono tendenze che omologano le persone e trasmettono la violenza, che, nella vita reale del nostro presente, si ripete più volte, in più angoli del mondo, dalla ragazza venticinquenne  di un quartiere di periferia milanese massacrata dal compagno (magari un ultra quarantenne che in precedenza era sposato con un'altra) alla somministrazione di droga e all'amputazione di parti del corpo fatte ai bambini, in alcune parti dell'Africa Sub-sahariana. Lo fanno se rifiutano di combattere.

Ad ogni modo, dopo questa mia breve analisi sul mondo in cui viviamo, la mia provocazione per voi è questa: in un mondo massificato, consumistico e pervaso da alienazioni e frenesie, è possibile la ricerca di Dio? Ha ancora senso la contemplazione della natura? E' ancora possibile credere nei rapporti umani?

Vi do un suggerimento: in alcuni momenti di libertà, fra studio, lavoro, attività varie oppure impegni di famiglia o incontri con gli amici, riflettete bene bene sia sulle caratteristiche di questa società sia su queste questioni. Successivamente, sviluppate un tema nel quale cercate di rispondere a queste tre domande.
Non dovete scrivere nulla di getto. Dovete pensare, pensare alla vostra quotidianità (=perché quello che ho scritto sopra lo sappiamo tutti e lo viviamo tutti), alle vostre esperienze, alle vite accanto a voi che il destino o Dio vi ha messo accanto per amare e per comprendere, per riscoprire la vostra umanità e la vostra fragilità ogni giorno. 
Poi scrivete. Persino io, che ero e sono forte in italiano scritto, dopo aver riordinato i pensieri, avevo bisogno di farmi una specie di "scaletta di idee", cioè uno schema o una mappa in cui riassumere in modo sintetico le idee coerenti con l'argomento della traccia.
Il mio caldo consiglio è quello di farla. Poi la stendete per iscritto, dove volete. 

Siamo appena entrati in tempo d'Avvento. Non vi sto proponendo chissà che questioni teologiche o filosofiche. Non è un argomento di spiritualità questo; ma se ve lo propongo è perché siamo appena entrati in un periodo che ci chiede di fermarci, per alcuni attimi, a pensare, oltre che ad attendere (con entusiasmo e non con ansia) il futuro che sarà. 

Il 2020 è ormai alle porte. Cosa ci ha lasciato questo 2019?

Comunque dicevo: la scrivete dove volete. La sviluppate come volete. La fate se volete. 
Se volete; primo perché ogni tema è impegnativo, secondo perché io non verrò mai a casa vostra a controllare se avete sviluppato i punti della traccia, terzo perché fortunatamente non siete miei alunni, per cui non vi potrete beccare alcuna penalizzazione né alcun 3 sul mio registro per "compito non eseguito". E io non leggerò mai nulla, perché, in ogni caso, sarà (eventualmente) uno scritto vostro e soltanto vostro, che potrete condividere con chi vorrete.
In realtà sarebbe già molto per me che riusciste a pensare a dare una vostra risposta alle mie tre domande. 

Tempo "concesso" per la meditazione-tema: da domani 5 dicembre 2019 fino al 6 gennaio 2020 compreso. (quasi tutto il tempo dell'Avvento, tutto il tempo di Natale, dell'ottava di Natale e dell'Epifania).
Lo farò anch'io. E per il 7, se me la sentirò, posterò il mio tema.

Non vi lascio allo sbaraglio, però:

ECCOVI ALCUNE CITAZIONI CHE POTRANNO ESSERVI UTILI PER LA MEDITAZIONE/STESURA:

*Sono citazioni che potete, mentalmente o per iscritto, confutare, a mo' di testo argomentativo/saggio breve.
Non soffermatevi su tutte quante. Cioè, leggetele tutte e sceglietene alcune sulle quali approfondire.
Non è affatto proibito collegare le citazioni ai propri vissuti! :-)

1) Dal cielo è questa penombra
dove senza termine è la fede
anche dell’insetto che procede
dalla foglia invernale alla stella
che ardendo gocciò nella valle,
dal cielo è questo scrigno di paesi
dormenti tra le presenze oscure
e feconde dei monti,
dal cielo è l’ordine tenace e leggero
delle viti sui colli
dov’io tacqui e sorrisi,
dal cielo è la strada
che già mi balza dalle mani
verso il lavoro e la ventura
mentre turge la fiamma dentro il vetro
e di tintinni brulicano i boschi.


(...) Dal cielo
è la pietà che il mondo fa consistere.

(A. Zanzotto, "Dal cielo", seconda strofa e ultimi versi della quinta strofa). (Tutti gli elementi naturali obbediscono a un'entità superiore, probabilmente a Dio. Dal cielo proviene la pietà, ovvero, quell'amore fraterno, quell'amore da cui scaturisce la pace).

2) La mia anima non può trovare nessuna scala per il Paradiso che non sia la bellezza della Terra.

(M. Buonarroti). (le bellezze naturali sono il segnale della presenza del divino nel mondo? La natura può consolare l'uomo dal dolore?).

3) La comunicazione elettrica non sarà mai un sostituto del viso di qualcuno che con la propria anima incoraggia un’altra persona ad essere coraggiosa e onesta.

(C. Dickens) (il dialogo frontale, l'incontro... questo ci dà vita. Gli schermi e gli strumenti tecnologici sono soltanto degli automi, non sempre perfettamente efficienti, che ci obbediscono).

4) La felicità è reale solo se condivisa.

(Dal film "Into the wild"). (Le relazioni vere danno senso alla nostra vita. Non l'Alaska in  una melanconica solitudine, in cui soltanto i romanzi di Tolstoj sono le tue uniche vere compagnie! Chi ha visto il film o ha letto il libro mi capisce).

5) Ciascuno di noi è custode di chi ha accanto: per parentela, per amicizia, per lavoro, per vicinato. Ciascuno di noi è affidato ad altri e altri sono affidati a noi, perché Dio muove tutto per spingerci ad amare di più ed essere amati di più.

(A. D'Avenia). (Il prendersi cura come fonte di legami forti, autentici e gratificanti).

6) E' questo l'Inferno? L'Inferno sono gli altri!

(dal dramma "Porta chiusa" di Sartre). (Quanto pesano i giudizi degli altri su di noi??)

7a) "La ricerca di Dio è assurda?"

"Lo è se ognuno sulla Terra quando muore è solo."

(Dal film "Donnie Darko", dialogo fra la psicanalista e Donnie). (Che cos'è l'agonia allora? Cosa sentiamo nell'ultimissimo istante di vita?) (Ma non è che, nonostante Dio ci sia, siamo soli comunque perché nessuno può comprenderci fino in fondo? Dov'è Dio di fronte alla sofferenza dell'innocente?).

7b) "Ma se Dio controlla il tempo è tutto prestabilito"

"Non ti seguo più".

"Ogni essere vivente si muove su un sentiero già tracciato. Ma se uno vedesse il proprio sentiero fino in fondo potrebbe vedere il futuro e questo non è una specie di viaggio nel tempo?"

"C'è una contraddizione nel tuo discorso. Se potessimo vedere il nostro destino, avere davanti l'immagine di ciò che sarà, avremmo allora la facoltà di scegliere se tradirlo o meno, questo destino. E per il solo fatto che esiste questa possibilità nessun destino si potrebbe considerare prestabilito".

"No se si viaggia lungo il sentiero di Dio."

(Dal film "Donnie Darko", dialogo fra Donnie e il professore di fisica). (Se davvero un Dio esiste, probabilmente ha ben in mente il futuro e il destino di ciascuno. Ma a noi non è dato saperlo).

8) Al di fuori della misericordia di Dio non c'è nessun'altra fonte di speranza per gli esseri umani.

(Papa Giovanni Paolo II)

9) La vera potenza di Dio consiste non nell’impedire il male, ma nel saper trarre il bene dal male.

(Sant'Agostino)

-----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
Per ognuna delle 10 citazioni c'è un abbozzo di commento da parte mia, che forse non aiuta più di tanto. Ma, cari miei, l'approccio alla vita credo sia questo: farsi domande e, appunto, essere sempre in cammino.
Buona notte! ⭐ 


"IL POPOLO DEGLI ABISSI", JACK LONDON E LE CONTRADDIZIONI DI LONDRA A INIZIO NOVECENTO

Vi presentiamo qui un reportage scritto da Jack London negli anni in cui lavorava come giornalista. A) "IL POPOLO DEGLI ABISSI": C...