28 novembre 2018

"L'affido":


"L'affido" è un film oltremodo drammatico che racconta l'angosciante incubo di una madre e dei suoi due figli, costretti a vivere una quotidianità  infernale a causa di un uomo violento, aggressivo e ossessivo che non accetta la separazione.

"I miei genitori sono separati da un anno. Vivo con mia madre e mia sorella e noi festeggeremo i 18 anni di mia sorella alla sala delle feste di Rial. Abitiamo tutti da nonno e nonna tranne mio padre; ma non posso mai giocare davanti a casa o in giardino perché ho paura che arrivi quello. 
Il nonno comincia a urlare quando viene e non va bene per la sua salute. 
Io mi preoccupo per la mamma. Lui vuole solo farle del male, non è un padre come gli altri. 
Sono contento che i miei genitori divorzino. Lui non piace nemmeno a Josephine ma lei non è obbligata a vederlo perché è grande. Anch'io non voglio vederlo mai più e non voglio che il giudice mi obblighi ad andare da lui due settimane al mese o un fine settimana su due perché non voglio vederlo più. Non ho altro da aggiungere."

La punteggiatura a queste frasi l'ho messa io, visto che queste dichiarazioni, provenienti dalla mente di Julien, un bambino di 11 anni, vengono lette frettolosamente e in modo inespressivo da un giudice che incontra i suoi genitori e i loro rispettivi avvocati.

La scena dell'incontro tra il giudice, gli avvocati e i due ex-coniugi è piuttosto lunga e insiste soprattutto sull'abilità di eloquenza dell'avvocato di Antoine, il padre di Julien.
Ciò che intristisce lo spettatore è sia la freddezza del giudice che le risposte di Antoine.
In questa storia, ricopre il ruolo di giudice una donna che non è per niente empatica e che non si sforza di comprendere né il terrore di un'ex moglie continuamente perseguitata dalle telefonate e dalle visite inaspettate del marito né il dolore di due figli, di due ragazzi in questo caso.
Osservate per alcuni istanti questa fotografia.


Miriam, la madre di Julien e di Josephine, sembra aver sparso anche troppe lacrime. E' uno sguardo impaurito e stremato dalla sofferenza.
Antoine invece ha uno sguardo inquietante, ovvero, bieco e torvo.
Allora. E' pur vero che un giudice/magistrato non deve farsi coinvolgere troppo dalle vicende familiari di cui è chiamata a formulare sentenze; però, quello che dico io è che questi due adulti lei, mentre conferiva con i loro avvocati, li aveva di fronte, a stretto contatto visivo.
Sin dall'inizio, per lo spettatore è facilissimo distinguere vittima da oppressore.
La giudice invece trascura i particolari delle espressioni e non dà il giusto peso agli episodi di violenza che Miriam e Josephine hanno subito di recente; episodi ampiamente testimoniati nei verbali e nei racconti impressionanti di un'ex-moglie.
A Josephine il padre un giorno ha slogato un polso perché aveva saltato una mattinata di scuola.
La giudice è convinta di avere di fronte a sé due bugiardi: "Vorrei capire chi di voi due mente di più", dice a un certo punto. Lei sostiene che anche Miriam abbia diverse colpe, compresa quella di essere riuscita a conquistarsi in modo esclusivo l'affetto dei figli.
Purtroppo, l'avvocato di Antoine risulta piuttosto persuasiva nel riferire la condizione di un uomo "ingiustamente escluso dalla propria vita familiare".

Oltremodo irritante è il comportamento di Antoine durante l'udienza.
Alla domanda della giudice: "Emerge dalle dichiarazioni che i suoi figli sono entrambi contro di lei. Può spiegarmi il perché?", risponde: "Mi piacerebbe capirlo. Non so cosa gli hanno messo in testa."

Abbiano, tanto per cominciare. Il congiuntivo, questo sconosciuto!!!!!
L'indicativo è il modo della realtà e delle certezze passate, presenti e future.

"Frequento il primo anno del corso magistrale in Filologia Italiana all'Università di Verona."

Frequento è il presente indicativo riferito a una realtà non tanto di uno specifico istante, quanto piuttosto di uno specifico periodo della vita. Il frequentare (e lo studiare) fanno parte della mia quotidianità.

"L'anno scorso sono andata al Teatro Filarmonico per vedere la rappresentazione della Tosca"
 Questo è un bel ricordo del 2017. E' certezza di un qualcosa che è avvenuto nel passato.

"In primavera andrò il più possibile a pedalare con mio zio sulle stradine lungo le rive del Mincio".

E' un futuro che indica una certezza. Nel mio caso, una certezza che si ripete da ben 8 anni, sempre nel periodo primaverile-estivo.


Il congiuntivo, oltre ad essere il modo della possibilità, è anche il modo della soggettività del pensiero e delle idee, indipendentemente dal tempo verbale al quale è legato nei vari contesti.
Il modo congiuntivo non indica mai sicurezza. 
Anzi, a me piace come modo perché, nonostante sia di difficile formazione fonetica e morfologica, rivela tutta la limitatezza delle facoltà mentali umane.
Il congiuntivo evidenzia i dubbi, i tormenti, ma anche le speranze e i desideri.
Eccovi alcuni esempi:

"Penso che tu sia veramente molto maturo."

"Ultimamente la mia migliore amica si dimostra sempre piuttosto irritata e insofferente verso di me. Non so che cosa le prenda."

"Spero che l'esame di Storia del romanzo italiano mi vada bene".

"Che bello se il prossimo settembre potessi ritornare a Trieste!".

Anche l'italiano è logica e ragionamento!!!

Ho trascritto questa mini-lezione di italiano non per annoiarvi ma per arrivare ad una conclusione: un uomo malvagio dai pensieri distorti, capace soltanto di torturare le persone con le quali aveva costituito una famiglia, non riesce a distinguere, dal punto di vista della sfera psicologica, la vera realtà dalle proprie idee. Egli identifica le proprie idee con la realtà.
Antoine ha l'assoluta certezza di essere un padre vittima delle "carognate" di una moglie che gli impedisce di avere contatti con i figli.
Io, da italianista, mi irrito quando si sbagliano o si ignorano i congiuntivi.
Però in questo caso, riflettendoci sopra, non c'è da meravigliarsi più di tanto se Antoine mette un indicativo al posto di un congiuntivo, per i motivi che ho spiegato sopra e per i due punti che ho messo sotto.

1) Percezione della realtà: zero e lode.
2) Equilibrio psichico: zero e lode. 
E non c'è niente da ridere! Non è ironia la mia stavolta, è sconcerto e sgomento, casomai.

E comunque, che brutto quando un padre dice, a proposito della propria ex-moglie: "Me li ha messi contro (riferendosi ai figli)".
...Magari fatti un esamino di coscienza e domandati che cosa hai sbagliato, soprattutto se hai picchiato "le donne" di casa.

Dovreste vedere il film per poter comprendere appieno a quale sofferenza sono sottoposti Miriam e i figli.
Se cercassi di descrivere gli episodi di questo film, non renderei di certo il pathos al quale anche gli spettatori vengono sottoposti.

Questo è un post un pochino particolare, diverso da quelli che scrivo di solito quando voglio riassumere i contenuti e le tematiche di un film.
Ho fatto dei riferimenti soltanto alla scena iniziale di quest'opera cinematografica e non voglio andare oltre.
Dovete trovare la forza di vedervelo, anche se si tratta di una questione spinosa, anche se l'atmosfera è pesante lungo tutto lo svolgimento delle vicende.

Concludo il post con due riflessioni: una di natura teologico-umana, che provoca in me ancora molta amarezza e che "mi brucia molto"; l'altra invece è puramente letteraria.

A) E' trascorso esattamente un anno da quando, quella sera, è stato chiamato un esorcista proveniente da Torino per chiarire ai diciottenni che frequentavano il gruppo adolescenti la questione del male nel corso dell'esistenza umana.
L'ho già rivelato in un post ad agosto dal titolo "Ragazzi, non perdete di vista l'essenziale!": le sue parole non le ho per nulla gradite. Mi ha fatto arrabbiare sia l'atteggiamento arrogante, pieno di pregiudizi negativi verso i giovani che aveva di fronte, sia i contenuti della sua lunghissima conferenza.
Ma come si fa... due ore e mezza a urlare e a pontificare e a sentenziare tra l'altro anche su dolori che non gli competono!!
Avrebbe dovuto portare il massimo rispetto, visto che i nostri diciottenni costituivano e costituiscono  un'annata speciale.
I ragazzi avevano preparato per lui (ma non se lo meritava!) alcune domande. Quella che per me è stata un colpo al cuore è stata questa: "Il divorzio è opera del demonio?"

E la risposta di quell'esorcista è stata una pugnalata allo stomaco: "Se due coniugi divorziano fanno il gioco del demonio".
C'è una mia riflessione personale su questo che "all'epoca" aveva infastidito alcuni miei co-animatori. La riporto qui sotto. Perché io, a questa persona, dilaniata da una sofferenza che difficilmente si potrebbe immaginare, saprei rispondere certamente meglio di così.
Uno che fa una domanda del genere è un tormentato, quindi un po' più di rispetto!

Nelle celebrazioni matrimoniali del passato, e parlo degli anni '50 e '60, il sacerdote che assisteva allo scambio degli anelli dei due sposi diceva: "L'uomo non osi separare ciò che Dio ha unito."
 L'uomo, per l'appunto, non il demonio. 
Credo che il divorzio sia causato per lo più dalla fragilità umana, dall'incapacità di una coppia di coltivare nel corso del tempo un rapporto sereno e basato sul rispetto reciproco.
I traditori, i violenti e i prepotenti sono molto più fragili di quel che credono. Non lo dico per giustificarli, ma perché so che la loro indole contorta li porta ad essere quello che sono.
Dimentichiamo per qualche istante l'etimologia greca di "diavolo" : διαβάλλω (=diabàllo), ovvero,"dividere". In questo contesto non aiuta, anzi, è fuorviante.
Nemmeno i figli possono e riescono a comprendere appieno le complicate dinamiche relazionali del rapporto tra due genitori. Anzi, l'esperienza relazionale mi ha insegnato che i figli dei divorziati hanno con i genitori dei rapporti affettivi piuttosto complessi, difficili da spiegare e da definire.
Non so che cosa porti un amore a degenerare in violenza o in sadismo.
Un evento che segna moltissimo la vita di numerosi adolescenti di oggi è proprio la separazione dei genitori che non sono più in grado, per vari motivi, di vivere serenamente sotto lo stesso tetto.
Però una cosa la so, almeno, credo di saperla. 
E mi rivolgo proprio ai figli dei divorziati: nonostante tutte le loro fragilità e tutti i loro errori, i vostri genitori hanno fatto qualcosa di molto bello; e cioè, vi hanno dato la vita. La vostra unicità è irripetibile e inimitabile, indipendentemente e al di là di questo vostro dramma...

B) Per quel che concerne la letteratura, cari miei, non posso e non potrò mai dimenticare una rinomata personalità intellettuale del secolo scorso: Pier Paolo Pasolini.
I genitori di Pier Paolo non hanno mai divorziato, ma ci ha pensato la guerra a separarli. Per tutta l'infanzia e per tutta l'adolescenza, Pier Paolo e Guido sono vissuti in un clima di paura a causa di un padre militare che sfogava la sua rabbia sulla loro madre.
Nel 1940, Pier Paolo aveva 18 anni e aveva conseguito la maturità classica con il massimo dei voti.
Nel 1941 era iniziato il secondo conflitto mondiale anche per l'Italia.
Il padre era partito nella spedizione d'Algeria contro l'esercito inglese.
Pier Paolo, con altri tre amici e compagni di corso, tenta di ideare un giovanile progetto culturale, ovvero, una rivista che tutti e quattro vorrebbero intitolare "Eredi".
Lui e i suoi amici si proclamano eredi di un passato letterario che vogliono spiegare e valorizzare all'interno di un giornale di matrice prettamente letteraria.
Mamma mia, come erano svegli gli studenti di Lettere dell'epoca!! Sicuramente molto più di adesso. Per "gustare" le Lettere bisognerebbe essere svegli.
Intanto però iniziano i bombardamenti a Bologna. La madre di Pier Paolo, Susanna Colussi, di origini friulane, si trasferisce nel suo paesino natale, Casarsa (Attuale provincia di Pordenone), dove l'attendono sorelle e zii anziani.
Guido Pasolini, il fratello minore di Pier Paolo, si arruola come partigiano nel '43, a soli 19 anni. Nello stesso anno, Pier Paolo, impossibilitato sia ad attuare il suo progetto di rivista sia a terminare gli studi accademici, fugge da Bologna per non essere arruolato e raggiunge la madre nelle campagne friulane.
Per la madre, Pier Paolo ha una sorta di venerazione. 
E' l'unica donna che ha amato nel corso della sua esistenza.
Pier Paolo era sicuramente una persona che tendeva a vedere tutto nero e su questo sicuramente ha influito anche il clima che ha respirato in famiglia da ragazzino...
Nei suoi film e nei suoi romanzi non c'è mai nessun lieto fine: solo annegamenti, tragedie, violenze, morti per delirio e in miseria totale, disillusioni, amori tormentati oppure vissuti come puro istinto sessuale animalesco senza vera tenerezza e premura.
Poi sì, c'è anche da precisare che in età adulta non ha avuto molte gratificazioni né molti riconoscimenti... Però, nel suo romanzo Ragazzi di vita un implicito riferimento alla sua vicenda personale familiare c'è, e si trova nella figura di Genesio.
Nessuno meglio di Pasolini poteva descrivere lo stato d'animo di un ragazzino nella stessa situazione di Genesio, proprio per il fatto che Pasolini aveva vissuto più o meno le stesse vicende di Genesio, di Mariuccio e di Borgo Antico.


23 novembre 2018

Le varie rappresentazioni dell'infanzia e della prima giovinezza nell'arte del passato:


... L'altro ieri è accaduto qualcosa di davvero meraviglioso: sono nate le due gemelle dei miei amici che avevano celebrato il loro matrimonio a febbraio, in una chiesetta di collina!
L'altra sera ho pianto di gioia per loro, perché il loro amore forte e sincero ha regalato al mondo due creature.
Al loro nucleo familiare, felicemente raddoppiato, dedico questa piccola ricerca storico-artistica relativa al tema dell'infanzia, dato anche che la nonna paterna delle gemellina è un'artista che dipinge e scolpisce!
Per poter comprendere la considerazione che gli uomini del passato avevano a proposito dei bambini è necessario considerare delle fonti iconografiche.

LA RAPPRESENTAZIONE DELL'INFANZIA E DELL'ADOLESCENZA NEL MEDIOEVO E IN ETA' MODERNA:

L'arte medievale, fino a tutto il XII° secolo, non rappresenta mai né l'infanzia né l'adolescenza.
Ma non per mera incapacità di realizzare bambini e giovanissimi.

Si tendeva a deformare qualsiasi figura infantile, nelle miniature come negli affreschi.
Lo storico francese Philippe Ariès, dedito all'analisi delle dinamiche familiari attraverso i secoli, riporta un esempio significativo di ciò:

Una miniatura ottoniana del XI° secolo ci dà un'idea impressionante della deformazione a cui l'artista sottoponeva il corpo infantile in un senso che pare allontanarsi dal nostro modo di sentire e di vedere.
Il soggetto è la scena del Vangelo in cui Gesù chiede che si lascino venire a lui i bambini piccoli, e il testo latino è chiaro: "parvuli". Il miniaturista raggruppa intorno a Gesù otto uomini veri e propri, senza nulla d'infantile, riprodotti in formato ridotto. Solo la statura li distingue dagli adulti.

Purtroppo l'immagine relativa al "lasciate che i bambini vengano a me" non sono riuscita a trovarla. Ne ho qui un'altra, un po' più drammatica ma comunque inerente: è La strage degli innocenti, uno degli affreschi del Pantheon dei re nella collegiata di Sant'Isidoro a Lèon, in Spagna.

La strage degli innocenti
In questo affresco, risalente all'inizio del XII° secolo, la figura del bambino preso per i capelli da un soldato che sta per colpirlo a morte ma che non ha affatto un'aria crudele sembra più che altro un adulto in miniatura.
Ciò che distingue la vittima dall'assassino sono soltanto la nudità e la statura ridotta.

La concezione dell'infanzia in pieno medioevo si attiene non tanto "all'incompetenza" dell'artista quanto piuttosto ad un certo disinteresse verso questo primo periodo della vita.
Per i medievali, l'infanzia era un periodo breve, che passava velocemente e di cui si perdevano i ricordi. E naturalmente, il concetto di "adolescenza" come passaggio dall'infanzia all'adultità era completamente sconosciuto.

In epoca gotica e quindi, a partire dal XIII° secolo, qualcosina cambia: gli angeli, sia in scultura che in pittura, appaiono come degli adolescenti, non come degli uomini adulti.
L'angelo di Reims ad esempio, ha l'aspetto di un ragazzo con alcuni tratti del volto un pochino effeminati (non così insoliti nella componente maschile che si trova nel pieno della crescita).

Angelo di Reims
Per tutto il Trecento e per gran parte del Rinascimento, la rappresentazione dell'angelo adolescente si diffonde soprattutto nell'arte italiana: si pensi ad esempio all'Annunciazione (1489) di Botticelli: inserito in un ambiente interno con un pavimento a scacchi e strisce di marmo di ispirazione fiamminga, l'angelo a sinistra, appena atterrato, ha decisamente l'aspetto di un giovanissimo.

Annunciazione, Botticelli
Preciso però che Botticelli non è l'unico a dimostrare questa tendenza a raffigurare degli angeli giovanissimi.
Un altro importante pittore del Quattrocento, Piero della Francesca, in un'opera intitolata il Battesimo di Cristo (1440), inserisce a sinistra di Gesù tre angeli astanti, tutti e tre dotati di volti molto giovanili:
Battesimo di Cristo, Piero della Francesca

Oltre all'angelo adolescente, compare frequentemente nei dipinti il motivo della Madonna con bambino: in questo caso, l'infanzia è legata al mistero della maternità di Maria.
A partire dalla metà del XIV° secolo, Gesù a volte compare nudo, altre volte con una camicia leggera addosso, altre volte con un manto trasparente.
Vale la pena precisare che, a partire dal Trecento, il bambino si distingue dagli adulti non tanto per l'aspetto quanto piuttosto per gli atteggiamenti tipici della fanciullezza: a volte si stringe alla madre con tutte e due le braccia, altre volte le accarezza una guancia, come nel caso della Madonna dei denti di Vitale da Bologna (1345 circa) qui sotto:

Madonna dei denti, Vitale da Bologna
 Quest'immagine mi ha ricordato un'altra opera realizzata alcuni decenni prima da Duccio di Buoninsegna, che è La Madonna di Crevole (1284): anche in questo caso, il Bambino tende il braccio destro verso la guancia della madre.


Quindi, si può affermare che, già verso la fine dell'epoca medievale, si diffondono dei tratti di realismo sentimentale nell'iconografia religiosa.
Philippe Ariès scrive, a questo proposito:

Nelle immagini che raffigurano Gesù con la madre, l'artista sottolinea gli aspetti più graziosi e più teneri della prima infanzia: il bambino che si tende verso la madre, il bambino intento ai giochi dell'infanzia, il bambino che viene fasciato. Sono ormai evocati tutti i gesti che colpiscono l'osservatore.

In seguito, l'infanzia religiosa si allarga ad altri due temi nuovi: la nascita della Vergine e la sua educazione, mentre è intenta alle lezioni di lettura.
In epoca rinascimentale, si inizia inoltre a raffigurare anche l'infanzia e la giovinezza di alcuni santi.
Penso ad esempio alla scultura in marmo del San Giorgio di Donatello (1418):


San Giorgio sembra alla fine della propria adolescenza (in questa scultura, personalmente non gli darei più di 18 anni). Alla sua fermezza fisica, evidenziata soprattutto dalla sua armatura, si accompagna la fermezza morale, riscontrabile nell'espressione seria e pensosa del volto.

A partire dal Cinquecento, dall'iconografia religiosa dell'infanzia si distacca un'iconografia laica.
In questo secolo però, il bambino non è mai raffigurato da solo ma si trova o in mezzo ad una folla che assiste ad un miracolo o a un rito liturgico oppure con degli adulti di famiglia.
I bambini tra la folla inoltre sono messi bene in evidenza in braccio alle madri oppure tenuti per mano.
Non sono per nulla rari nemmeno temi quali il bambino apprendista dell'orafo o del pittore e il bambino a scuola.

Nel Seicento compaiono ritratti di bambini aristocratici. Il dipinto di Van Dyck, ovvero, i fanciulli dei Franchi, è emblematico.


Anche se la posa dei tre bambini è indubbiamente composta, com'era d'obbligo ai figli delle famiglie nobili, i loro tratti fisici sono fedeli al reale.
Nel XVII° secolo ormai, l'evoluzione iconografica della figura del bambino può dirsi pienamente compiuta.
 
E' inoltre interessante rilevare che, prima del Seicento, non si rappresentavano mai dei bambini morti. Questo per due motivi: prima di tutto perché non si riteneva un bambino morto degno di ricordo, dal momento che per tutto il Medioevo e anche per gran parte dell'età moderna la mortalità infantile in Europa era molto alta. 
Poi perché, come scrivevo all'inizio del post, l'infanzia era considerata una breve età di transizione. 
Se un bambino non riusciva a superarla i genitori non si disperavano, ma si rassegnavano, dal momento che interiorizzavano l'altissimo rischio di morte prematura tipico del Medioevo e dei secoli poco successivi.

Mi meraviglio però del fatto che, già nel XVII° secolo, periodo in cui in Europa era ancora molto facile che i bambini morissero senza aver compiuto il primo anno d'età, inizi a comparire una certa sensibilità verso la fragilità della condizione dei bambini.

A partire dal Seicento si diffonde l'idea che anche i bambini siano dotati di "anima immortale", quindi si inizia ad attribuire importanza anche alla personalità infantile.

VAN GOGH E LA FAMIGLIA:

Van Gogh, I primi passi

Concluderei con un bel dipinto di Van Gogh relativo ad un'umile famiglia di contadini.
Quest'opera mi è sempre piaciuta moltissimo: è molto tenera quella madre che accompagna sua figlia verso un padre pronto ad accoglierla a braccia aperte.

E' proprio quello che io auguro sia a questi miei due amici che sono appena divenuti genitori sia a me stessa per il futuro: costruire una famiglia unita e solidale che sappia stimolare gli sviluppi fisico-cognitivi dei figli e che sia fondata in particolar modo sull'aiuto e sul sostegno reciproco.



14 novembre 2018

"Il verdetto": storia di una giovinezza alla disperata ricerca di senso


Questo è un film recentissimo, sul quale vale proprio la pena di riflettere profondamente.

La protagonista, Fiona May, svolge una professione che io non farei mai: è giudice dei minori.
Questo lavoro la impegna moltissimo: trascorre quasi tutta la giornata in tribunale, tra lo studio legale e l'aula delle sentenze. Per questo la sera ritorna sempre troppo stanca per coltivare la relazione con il marito.
Fiona ormai ha raggiunto i 50 anni.
Ha vissuto e vive per studiare le leggi, per tutelare la vita quotidiana di molte famiglie, per decidere cosa è giusto e conveniente a bambini e adolescenti in grande difficoltà... ma non ha mai avuto abbastanza tempo per poter pensare alla sua situazione matrimoniale.

Per quasi tutto il film, la relazione tra Fiona e il marito è in equilibrio molto precario.
Sembra quasi che questi due coniugi viaggino su rette parallele mai destinate a incontrarsi veramente.
Lei, in particolare, non ha mai né il tempo materiale né la voglia di dialogare.
Ha soltanto alcune occasioni per coltivare il suo unico interesse che non fa parte della sua carriera lavorativa: suonare il pianoforte.
La sua brillante carriera di giudice esperta in diritto di famiglia non le ha mai concesso la gioia di avere figli. Ecco uno dei motivi per cui io non vorrei mai di essere, sul piano professionale, ciò che la protagonista di questo film è. 
Ogni giorno, sulle spalle di Fiona gravano i destini di minori che potrebbero essere suoi figli.

Una sera, il segretario del suo studio legale le telefona per una comunicazione urgente: Adam, un ragazzo che deve ancora compiere 18 anni, è affetto da una grave forma di leucemia. Per salvarlo sarebbe necessaria una trasfusione di sangue, ma sia lui che i genitori rifiutano il trattamento dal momento che sono fedelissimi testimoni di Geova.

Il giorno dopo, tutti i presenti in tribunale (il padre del ragazzo, la rappresentante della setta di Geova, il medico curante e gli avvocati di entrambe le parti) descrivono Adam come un ragazzo speciale, intelligente, fermo nelle sue scelte.
La morte lo coglierebbe in modo terribile: Adam, rifiutando trattamenti e trasfusioni, sarebbe destinato a chiudere gli occhi dopo un'indicibile sofferenza causata da emorragie interne.

Arguto, a mio avviso, è l'avvocato del medico curante che insiste a proporre la trasfusione.
Egli infatti dice, per contestare la rappresentante dei testimoni di Geova: "Voi sostenente che nella Bibbia le trasfusioni siano vietate. Ma nell'età del ferro le trasfusioni non esistevano ancora".
In effetti, questa convinzione dei testimoni di Geova deriva da un'interpretazione errata di alcuni versetti biblici.
Cito come esempio il Levitico (cap. 17, versetto 14):Non dovete mangiare il sangue di nessuna sorta di carne, perché l’anima di ogni sorta di carne è il suo sangue. Chiunque lo mangi sarà stroncato.
Per i testimoni di Geova, il sangue è considerato da Dio una forma di vita.
Dunque non bisogna assumerlo, in nessun modo.

Fiona, durante la discussione delle varie parti, prende una decisione inaspettata.
Prima di emanare la sentenza, dichiara di voler visitare lei stessa il ragazzo. E così fa.

Quando la signora raggiunge l'ospedale, trova un giovanissimo pallido, infermo, che respira faticosamente ma che pure la accoglie con un gran sorriso: "Sapevo che sarebbe venuta a trovarmi! I medici non volevano credermi, ma io avevo già previsto questa visita!", le dice.
Nel corso del suo primo colloquio con Adam, Fiona May nota innanzitutto che in questo ragazzo convivono "due passioni opposte", come avrebbe detto Alessandro Manzoni: il senso di obbedienza e fedeltà verso la sua religione ma anche la voglia di continuare a vivere.

"Ti hanno detto che cosa comporterebbe il rifiuto della trasfusione? Sai che può esserci anche una parziale guarigione che però può determinare la perdita della vista o la menomazione mentale?", gli chiede la giudice.
A quel punto del colloquio, gli occhi di Adam si riempiono di lacrime: "Sarebbe terribile, è vero. Ma avrei la coscienza tranquilla, perché saprei di aver accettato la volontà di Dio."

C'è da dire che lo trova molto ben indottrinato!

Il giovane infermo prova subito una sincera simpatia verso la sua giudice.
Insieme, prima del ritorno in tribunale della protagonista, cantano una canzone d'amore.
E' bellissimo anche per lo spettatore del film vedere Adam pizzicare le corde di una chitarra.

Le ultime parole di questo loro incontro però sono le seguenti: Fiona, prima di salutarlo, gli chiede: "Perché una trasfusione è sbagliata?"
Si sente rispondere con altre domande, come: "E' venuta per farmi cambiare idea? Perché una cosa è sbagliata? La tortura, l'inganno, il tradimento? Se io torturo un terrorista per avere delle informazioni utili, non è sbagliato quello che faccio?"

Ciò che la protagonista e il pubblico arrivano a chiedersi è: Adam vuole veramente morire?
Ed è veramente a posto con la coscienza come dice?
Se si fa e se fa tutte queste domande non sente forse una certa fame di vita e di senso?
No, non è che voglia morire. E' sopraffatto dalle teorie di una setta nella quale purtroppo è cresciuto. E' soggiogato da ciò che gli impone l'appartenere a Geova.

Quando ritorna in aula, Fiona dice: "Il benessere del minore dev'essere per la Corte una priorità assoluta. In questo caso la vita è più preziosa della dignità".

La vicenda però non finisce qui.
Adam ritorna ad una vita normale, sebbene non manchino i contrasti con i membri del suo gruppo religioso a talvolta anche con la famiglia.
Anche Fiona inizialmente ritorna alla normalità.
Ma presto il ragazzo si fa risentire: le telefona più volte, la segue nei suoi tragitti da casa al tribunale, la ferma per parlarle.
Non è diventato uno stalker! E' pieno di gratitudine e... e di domande.
"Credo che lei mi abbia fatto vedere il mondo con occhi diversi", dice una mattina a Fiona, mentre le consegna dei fogli sui quali ha scritto riflessioni, poesie e anche delle lettere destinate proprio a lei.

Per Adam ora è la giudice May un solido punto di riferimento, non più i genitori e non più la fede in Geova. Da Geova inizia a prendere proprio le distanze.
Passano i mesi e il ragazzo, divenuto diciottenne, è tormentato da millecinquecento domande.
In una lettera alla giudice scrive: "Sicuramente anche lei crede in qualcosa. Ma se non crede in Dio, in che cosa crede?"

Mentre nella prima parte del film vedevamo un ragazzo diviso tra voglia di continuare a vivere e obbedienza alla religione, ora ci appare un giovane alla ricerca di se stesso, alla ricerca di ciò che è giusto, vero e autentico. E anche alla ricerca di una definizione del concetto di "Dio".
In una serata piovosa, Adam rivela le sue ultime intuizioni a Fiona: "Mentre mi facevano la trasfusione, ho visto che al di là del finestrino della mia stanza d'ospedale, i miei genitori piangevano. Inizialmente credevo che piangessero per aver perduto la causa, ma poi ho capito che piangevano di gioia. Anche loro volevano che io continuassi a vivere."

Per 18 anni, questi due genitori hanno riempito la mente del loro figlio di false certezze e di teorie fragili come i castelli e le torri di carta...
Ma che cosa a loro premeva di più in quella situazione? La convinzione di trasgredire il loro Dio oppure l'amore per un figlio da salvare?

E' tenerissimo questo diciottenne. Addirittura vorrebbe trasferirsi da Fiona e dal marito.
Adam è proprio un ingenuo sognatore, uno dei tipi che a me piacerebbero molto: vorrebbe portare la sua giudice con sé in un viaggio, in modo tale che lei possa rispondere ai suoi molti dubbi.
Adam è un personaggio che invita a porsi una serie di domande su casi complicati della vita come il suo.
La sua storia stimola a chiedersi: religione (in questo caso, "movimenti religiosi") ed etica possono sempre convergere? Si può sempre considerare "ben chiaro e definito" il confine tra religione ed etica?

Prima di andarsene (e quella sarà l'ultima volta che la giudice lo vedrà in piedi e in grado di camminare), il ragazzo le dice candidamente: "Ho letto i regolamenti giudiziari. Lei, per formulare la sentenza sul mio caso, non avrebbe avuto bisogno di visitarmi per sapere come la pensavo. Secondo i regolamenti dei tribunali la tutela della vita dei minori prevale su qualsiasi teoria di fede. Allora perché lei ha voluto entrare lo stesso nella mia vita?"

Evidentemente, nemmeno una donna di 50 anni che da diversi anni ha a che fare con la legge e con casi molto delicati e complessi ha tutte le certezze.

La fine del film è tragica: Adam ha una ricaduta proprio alla Vigilia di Natale, serata in cui Fiona deve presentarsi come esecutrice di musiche ad un concerto.
Portato in ospedale, rifiuta la trasfusione.
La giudice riesce a sorprendere piacevolmente il pubblico con l'imprevista esecuzione della canzone d'amore del primo incontro tra lei e Adam.
Poi corre in ospedale, dove trova un ragazzo bianco quasi come un cadavere, che fa molta fatica a pronunciare le parole: "E' una mia scelta, signor giudice".

Il film si chiude con il funerale di Adam e con il tristissimo volto di Fiona, che da lontano ne osserva la sepoltura.

18 anni e una vita giunta a capolinea.
Una vita corta 18 anni che non ha avuto la possibilità di scoprire la propria identità.
Adam ha rifiutato una seconda trasfusione perché non sapeva più chi era.
Si è trovato di fronte a questioni più grandi di lui.
Era disorientato di fronte all'etica e alla religione, entrambe componenti fondamentali dell'esistenza di ogni creatura umana.
Etica è una parola di origine greca; deriva da ἦθος (èthos) e significa "comportamento, tradizione". Il suo equivalente latino è mos, moris, "tradizione, arbitrio, comportamento, usanza."
Ad ogni modo, già nell'età della Grecia classica, l' ἦθος indicava una corrente di pensiero la cui funzione consisteva nel distinguere i comportamenti umani giusti e leciti da quelli cattivi e illeciti (licet, licère significa appunto "è lecito, è concesso").
Ma la religione allora?! E' più di una serie di norme morali, è più di una serie di rituali.
Questa è la concezione riduttiva della religione che ha sempre avuto mia nonna. Tra l'altro, questa definizione assai parziale della religione la si sente riferire per lo più al cattolicesimo nella nostra società e nella nostra quotidianità, ma non dimentichiamo che esistono anche Buddismo, Induismo, Confucianesimo, Islam ed Ebraismo.
Per di più, il Cristianesimo è suddiviso almeno in tre branche: cattolici, anglicani, ortodossi e luterani.
Cos'è la religione?
La religione in generale è un interrogarsi sul senso e sul fine della propria esistenza in relazione a un'Entità Assoluta. I rituali e le norme morali in questo caso vengono coinvolti nella sfera del sacro, del divino.

In questa società, già andata a rotoli, si stanno confondendo l'etica con la religione.
In questa società da schifo i giovanissimi pieni di risorse psicologico-mentali e pieni di domande vengono spesso trattati da deficienti, quando non lo sono affatto!

La figura di Adam mi ha un pochino ricordato Ferruccio Pratolini di Cronaca familiare.
Anche Ferruccio, quando incontra il fratello Vasco dopo alcuni anni, gli pone un sacco di domande.
Fa pena e tenerezza: a 18 anni, Ferruccio è quasi solo al mondo. La madre è morta quando era un neonato, il barone che lo proteggeva è caduto in rovina e in povertà come il maggiordomo che gli ha fatto da padre adottivo. Un maggiordomo freddo, al quale non importava un cavolo secco dei pensieri del figlio adottivo. Per entrare in sintonia con un figlio, adottivo o biologico che sia, devi parlargli e guidarlo nel cammino della vita, consigliarlo nelle scelte se vuoi che riesca a comprendere il suo posto nel mondo.



7 novembre 2018

"Ti amerò sempre": film che fa convivere errori umani, disperazione, solitudine da un lato e tenerezza, gentilezza e memorie dall'altro


Il contenuto della pellicola cinematografica di cui sto per parlarvi è, in sostanza, una storia nella quale si intrecciano varie solitudini e lunghi silenzi dolorosi.

Il film, opera di Philippe Claudel, è ambientato in Francia e la protagonista è Juliette, una donna che ha trascorso ben 15 anni in carcere.
Significativa a mio avviso è quell'inquadratura in primissimo piano di Juliette che compare nei primi istanti. Lo spettatore, logicamente, non sa ancora nulla della protagonista, eppure, già in quel viso si scorgono segni di cupa sofferenza e di profonda devastazione interiore.
Quell'espressione tristissima mi ha ricordato lo sguardo della mia insegnante di matematica al liceo...
Mi faceva davvero compassione quella prof. e, sin dal primo anno del quinquennio, ho sempre pensato che la sua grande difficoltà nel trasmettere la materia che insegnava fosse dovuta soprattutto a quel suo brutto malessere d'animo.
Molti miei compagni non la rispettavano e la prendevano in giro alla grande.
Oltre a ciò, alcuni suoi colleghi (cioè altri nostri insegnanti) si permettevano addirittura di parlarci male di lei. Che ambiente terribilmente disumano può essere la scuola certe volte!!
Qualche familiare o magari qualche amico (non io, io ero un'alunna) avrebbe secondo me dovuto guardarla bene negli occhi un giorno, metterle le mani sulle spalle e dirle chiaramente: "Tu non stai affatto bene. Se vuoi io sono qui per ascoltarti, se vuoi puoi pensare di farti aiutare da qualche specialista. Ma non sentirti sola.".
Io non ero tenuta a conoscere il motivo del dolore di questa mia insegnante, però ho sempre ritenuto che fosse una persona molto sola.
Ad ogni modo, se una persona sta così male, prima di rapportarsi con gli altri in un ambiente pubblico con funzione didattico-educativa, dovrebbe veramente farsi aiutare. Quando ripenso a questa insegnante provo ancora compassione per lei.
Eccola qui, l'espressione di cui parlavo che tradisce una ferita psicologica insanabile
Ritornando al film, bisogna precisare che, pochi minuti dopo quell'inquadratura, compare Lèa, la sorella della protagonista, contentissima di ospitare Juliette a casa propria con tutta la sua famiglia.
Lèa è una docente universitaria di letteratura e con il marito Luke ha adottato due bambine dal Vietnam.
Nella prima parte del film la sorella di Juliette sembra l'unico personaggio capace di accettare la presenza di un'ex carcerata in casa sua e, soprattutto, sembra l'unica disposta ad amarla senza riserve. Anche le sue figlie adottive dimostrano un senso di curiosità verso questa zia che improvvisamente compare nelle loro vite.
Suo marito no. Inizialmente è molto diffidente.

Che cosa ha fatto di male Juliette in passato?
Il regista ce lo rivela durante il primo colloquio di lavoro della protagonista che, appena concluso il periodo di reclusione, deve reinserirsi nella società.

Juliette ha ucciso suo figlio.
Ecco il motivo per cui il primo datore di lavoro le dice scortesemente: "Se ne vada".
Ecco il motivo per cui il marito di Lèa non ha mai voluto figli naturali con la moglie.

Eppure (e in questo il regista è stato davvero geniale), lo spettatore non riesce a provare né odio né orrore né risentimento verso questa signora, vedendo costantemente uno sguardo spento e addolorato, e notando per lo più un atteggiamento di mutismo.

Per quasi tutto il film rimane sconosciuto il motivo per cui la protagonista abbia compiuto un gesto così tragico ed estremo.

Nella prima mezz'ora del film, l'unico elemento esterno alla famiglia di Lèa che si dimostra umano e comprensivo con una donna così sofferente è il carabiniere che si occupa della libertà vigilata di Juliette. Durante una chiacchierata in un caffè, le rivela di essere divorziato da una moglie che si è trasferita in America e che mai gli permette di vedere la figlia.
Questo ufficiale prova un dolore così forte e una solitudine così opprimente che ad un certo punto decide di suicidarsi.
All'interno della storia, questa è una tragedia parallela a quella della protagonista.

Devo ammettere che Lèa è davvero brava con sua sorella. Non soltanto le dà fiducia, ma fa di tutto per poterla rendere più serena: la porta in giro per la città, la porta nelle piscine comunali tutte le settimane, le fa conoscere alcuni suoi colleghi di lavoro, le affida le figlie per alcune ore quando si trova fuori casa.

Tra le bambine e la protagonista si instaura un bellissimo rapporto!
Tenerissima è la scena in cui Juliette, una sera, dopo aver letto una favola alla più grande, le si avvicina dandole una carezza.
La zia, che le bambine credono appena tornata da un lunghissimo viaggio, si rivela molto positiva nella relazione con le nipotine.
Insegna loro a suonare al pianoforte una canzone che lei e Lèa eseguivano e cantavano tempo prima.

Tra le due sorelle c'è molta differenza di età: questo lo si comprende quando Juliette racconta alla sorella un piacevole ricordo del passato: lei che, prima di andare all'Università, accompagnava una Lèa di circa otto anni a lezione di danza.

Prima del periodo della detenzione, Juliette era un medico.

Dopo la tragica scomparsa del figlio, i genitori l'hanno rinnegata come figlia, non hanno mai voluto parlarle per cercare di comprendere le ragioni dell'omicidio, hanno impedito alla sorella di inviarle delle lettere che avrebbe voluto spedirle...
Nel corso del film viene pronunciata una sola data, anzi, un solo anno: il 1999, anno della morte del padre delle due sorelle. Questa notizia non è mai stata data a Juliette, che si trovava in carcere.
Per tutti i suoi 15 anni di detenzione, Juliette è stata una donna sola, dimenticata dalla famiglia di origine, considerata pazza dalla società.

Nel corso del film, le relazioni tra l'ex detenuta e il mondo esterno migliorano: non solo Juliette trova lavoro come segretaria in un ospedale, ma inizia a instaurare un profondo rapporto di amicizia con un collega della sorella, docente universitario con un passato come educatore nelle carceri.
Verso la fine della proiezione, tutto lascia pensare che, anche grazie a questa amicizia probabilmente destinata ad evolversi, Juliette possa riuscire a stare meglio psicologicamente.

Una mattina, mentre Lèa pulisce i pavimenti delle stanze della casa con un aspirapolvere, scopre nella camera di Juliette un foglio caduto dal comodino vicino al letto.
E' un pezzo di carta scritto da entrambe le parti.
Da una parte, una poesia di un bambino dedicata alla madre.
Dall'altra, dei valori del sangue segnati a matita.
Con il foglio, Lèa trova anche la fotografia di un bambino, il figlio di Juliette.

Lèa contatta il suo medico di base per farsi spiegare i valori del nipote defunto.

Il film inquadra la telefonata tra Lèa e il medico. Non vengono fatte sentire le parole del medico, ma si pone l'accento sulla reazione della sorella di Juliette, che durante la conversazione scoppia in una violenta crisi di pianto.

"Perché non mi hai mai detto niente? Non ci hai mai fatto sapere niente!", le dice risentita, nella scena successiva.
"Nessuno di voi avrebbe potuto capire come mi sentivo! Cosa avreste potuto fare quando Pierre urlava di dolore e non si muoveva più dal letto?!", replica Juliette.

E quella poesia? E' stata la scintilla che ha indotto una madre disperata a fare un'iniezione letale a suo figlio di appena sei anni.

"Ho letto quella poesia che Pierre mi aveva scritto e l'ho immaginato da morto. Non potevo sopportare quell'immagine e così quella sera, dopo avergli raccontato delle favole, gli ho fatto un'iniezione. In tribunale mio marito ha sempre testimoniato contro di me. Eravamo divorziati. Mi hanno condannata alla galera, ma la galera peggiore che una madre possa subire è quella dovuta dalla perdita di un figlio".

La citazione di quest'ultimo discorso di Juliette è imprecisa, cioè, non è letterale. Però il succo è quello.
Pierre aveva una malattia incurabile. Leucemia linfoblastica acuta, forse?!
Allo spettatore non è dato saperlo e io qui l'ho scritto perché so che è una forma leucemica più comune nei bambini che non nei giovani o negli adulti o negli anziani... e purtroppo, esserne affetti negli anni '90 significava essere destinati presto a morte certa.
Le sue condizioni erano irreversibili.
Posso capire che sia estremamente difficile accettare la morte di un figlio così dolce e sensibile, ma il gesto di Juliette non è giustificabile.
In effetti il film di Philippe Claudel non vuole difendere la protagonista, ma invita in qualche modo ad essere umani... Umani nel senso di non condannare il passato e le azioni di una persona che, con il suo stato di profonda malinconia e di reale prostrazione, pagherà tutta la vita i propri errori.

Non un film su un’assassina, ma sul suo ritorno al mondo così il regista ha commentato questa sua prima opera cinematografica.


Vorrei concludere con un paragone. Vi ricordate che, circa a metà marzo, ho svolto la recensione del film "L'olio di Lorenzo"?
Lorenzo era affetto da adrenoleucodistrofia. La malattia gli è stata diagnosticata quando aveva soltanto 5 anni. Era il 1983 e quel piccolo era già stato dato per spacciato.
Il consiglio del neurologo dato ai coniugi Odone è stato inizialmente quello di rassegnarsi a fare il countdown dei mesi di vita del figlio.
Ma Michela e Augusto erano persone incredibilmente tenaci, che amavano follemente il loro unico figlio. Non potevano arrendersi e così hanno deciso di approcciarsi al campo medico con tanto di manuali e di trattati di chimica... non hanno guarito il figlio ma sono riusciti a farlo continuare a vivere per altri 20 anni e sono riusciti a salvare altre centinaia di vite.
Ovvio che anche Michela e Augusto hanno convissuto con il dolore, per molti anni.
Però per Lorenzo hanno voluto la VITA.

Con questo richiamo alla vicenda realmente accaduta della famiglia Odone non voglio sminuire la madre protagonista di questo film.
Juliette era medico... Ma tutti i suoi studi non erano sufficienti, perché accanto a lei non c'era un marito che la sosteneva. Michela invece si era sposata non più giovanissima, però aveva contratto un matrimonio davvero molto fortunato! Lei poteva sempre contare su Augusto, in ogni istante.

Io credo che il sostegno di un vero uomo influisca considerevolmente su frangenti e condizioni di un evento che compromette la serenità familiare.
Bisognerebbe però che ci fossero più "uomini umani" e meno p*tt*n***i vigliacchi.
Nella seconda metà di questo mese entreremo ufficialmente nel periodo dei pandori e delle luminarie natalizie nei paesi e nelle vie centrali delle città.
Però permettetemi: sapete io dove la vedo la magia del Natale? Ultimamente non tanto nei festoni e nelle lucine intermittenti, quanto piuttosto nell'animo di alcuni uomini che, proprio come i protagonisti maschili di Sigismondo D'India, sanno piangere, sanno essere veri con loro stessi, sanno ammettere le loro fragilità, sanno accettare e vivere la loro grande sensibilità.
L'Orfeo, l'Apollo e il Giasone dindiani NON SONO "uomini da poco" o "poco virili". 
Sono uomini umani che stanno soffrendo per la definitiva scomparsa della moglie (Orfeo), per una delusione amorosa (Apollo), per la perdita dei figli massacrati (Giasone).


Sono uomini (Apollo è un dio in realtà, ma una divinità che il poeta-compositore oggetto della mia tesi ha profondamente umanizzato) che si interrogano sul senso della continuazione della loro esistenza sulla terra dopo eventi così traumatici.



29 ottobre 2018

La conversione dell'Innominato (III):

                 
Dobbiamo festeggiare con un banchetto il suo ritorno, 
perché questo mio figlio era per me come morto e ora è tornato in vita, 
era perduto e ora l'ho ritrovato.
               
(Lc 15, 23-24)

... Dopo una notte tormentata e dopo il sorgere del sole, l'Innominato decide andare dal cardinal Federigo Borromeo.
Salto il 22° capitolo, dato che si tratta soprattutto di una digressione relativa alla personalità del cardinale e alla sua storia passata.

Il cardinal Federigo, intanto che aspettava l’ora d’andar in chiesa a celebrar gli ufizi divini, stava studiando, com’era solito di fare in tutti i ritagli di tempo; quando entrò il cappellano crocifero, con un viso alterato. 
(Promessi sposi, cap. XXIII°)

Queste prime due righe e mezzo probabilmente non vi sembreranno meritare una spiegazione approfondita. "E' tutto chiarissimo", starete pensando.
In realtà dovrei fare un parallelismo con il capitolo VIII° del romanzo.
Nel caso in cui vi capitasse di prendere in prestito oppure addirittura di acquistare l'edizione quarantana dei Promessi Sposi dotata di illustrazioni realizzate dall'incisore sabaudo Francesco Gonin, incaricato peraltro da Alessandro, vi accorgereste anche voi di questa vignetta, che si trova a sinistra della pagina:



Il personaggio dell'illustrazione è proprio il cardinal Federigo, assorto nella lettura.
Al capitolo VIII°, si trova invece l'immagine di Don Abbondio:


Carneade... Chi era costui? Questo si domanda il curato di Pescarenico, mentre non immagina minimamente che poco dopo Renzo e Lucia gli compariranno davanti con Tonio e Gervaso, in modo tale da poter attuare il piano di Agnese del matrimonio a sorpresa.
Notate che è seduto sulla lettera "C".
Don Abbondio è ritratto di profilo con la mano sulla guancia, Federigo è invece frontale e con una mano sulla fronte chinata verso il libro.
E' facile per i lettori immaginare Federigo seduto davanti a una scrivania o a un tavolo.
Di Don Abbondio, l'autore dice che era seduto su un "seggiolone".
C'è soltanto una cosa che li accomuna: entrambi leggono.
Però che cosa?!
Don Abbondio legge un libricciolo, Federigo sta studiando, come è solito fare nei momenti di tempo libero.
Ricordate che il verbo studiare deriva dal latino studeo, studere e quindi "applicarsi a, dedicarsi con zelo a"... alla cultura! L'arcivescovo sta leggendo forse un trattato di teologia o di filosofia morale.
Il termine libricciolo sta ad indicare un libro di poca importanza.
Modestamente: sono uscita con 8 dal Liceo Classico, mi sono laureata in Lettere Classiche con 105 ma non so se Carneade fosse stato filosofo o storico o letterato... Non so nemmeno se fosse stato greco o latino!! Di Carneade non me ne frega una mazza in effetti...
Gli autori rilevanti e significativi sono ben altri.
Ad ogni modo, la versione online del romanzo illustrata da Gonin la trovate anche a questo link:
https://it.wikisource.org/wiki/I_promessi_sposi_(1840)/

Il cappellano annuncia a Borromeo la visita dell'Innominato.

“Lui!” disse il cardinale, con un viso animato, chiudendo il libro, e alzandosi da sedere: “venga! venga subito!”
“Ma...” replicò il cappellano, senza moversi: “vossignoria illustrissima deve sapere chi è costui: quel bandito, quel famoso...”
“E non è una fortuna per un vescovo, che a un tal uomo sia nata la volontà di venirlo a trovare?”
“Ma...” insistette il cappellano: “noi non possiamo mai parlare di certe cose, perché monsignore dice che le son ciance: però, quando viene il caso, mi pare che sia un dovere... Lo zelo fa de’ nemici, monsignore; e noi sappiamo positivamente che più d’un ribaldo ha osato vantarsi che, un giorno o l’altro...”
“E che hanno fatto?” interruppe il cardinale.
“Dico che costui è un appaltatore di delitti, un disperato, che tiene corrispondenza co’ disperati più furiosi, e che può esser mandato...”
“Oh, che disciplina è codesta,” interruppe ancora sorridendo Federigo, “che i soldati esortino il generale ad aver paura?” Poi, divenuto serio e pensieroso, riprese: “san Carlo non si sarebbe trovato nel caso di dibattere se dovesse ricevere un tal uomo: sarebbe andato a cercarlo. Fatelo entrar subito: ha già aspettato troppo.”
(Promessi Sposi, cap. XXIII°)

Ho sottolineato con un viso animato e interruppe ancora sorridendo.
Un viso animato è un viso che risplende di gioia, un viso che reagisce a una "scossa del cuore". Una scossa provocata da qualcosa di bellissimo che si vede o si sente.
E ho collegato il sorriso di Federigo alla tematica dell'alba.
In latino il verbo sorgere è il deponente orior, da cui le espressioni oritur risus, "nasce un sorriso",  e gli ablativi assoluti orta luce, ovvero, "al mattino" e orto sole "spuntato il sole".
E' vero, è già giunta l'alba di un nuovo giorno.
Ma, se per l'Innominato, questa alba è anche interiore, dal momento che da quella mattinata egli deciderà di cambiare completamente il proprio stile di vita, deciderà di farsi conquistare dalla luce del bene, per Federigo quest'alba sarà memorabile, dal momento che le lacrime e il tormento di questo vero convertito gli toccheranno l'anima.
Ecco dunque che un'ordinaria mattinata di tranquillità e di studio diviene lo sfondo temporale di una gioia inaudita: il criminale del secolo che giunge, contrito e affranto, alle porte della sede di un cardinale.
Federigo si richiama all'esempio di San Carlo, suo cugino.
Nel capitolo precedente in effetti si era detto che: Federigo fanciullo e giovinetto aveva cercato di conformarsi al contegno e al pensiero di un tal superiore.
Questo suggerisce la maestà morale del cardinale che sta per incontrare l'Innominato.

Appena introdotto l’innominato, Federigo gli andò incontro, con un volto premuroso e sereno, e con le braccia aperte, come a una persona desiderata, e fece subito cenno al cappellano che uscisse: il quale ubbidì.
I due rimasti stettero alquanto senza parlare, e diversamente sospesi. L’innominato, ch’era stato come portato lì per forza da una smania inesplicabile, piuttosto che condotto da un determinato disegno, ci stava anche come per forza, straziato da due passioni opposte, quel desiderio e quella speranza confusa di trovare un refrigerio al tormento interno, e dall’altra parte una stizza, una vergogna di venir lì come un pentito, come un sottomesso, come un miserabile, a confessarsi in colpa, a implorare un uomo: e non trovava parole, né quasi ne cercava. Però, alzando gli occhi in viso a quell’uomo, si sentiva sempre più penetrare da un sentimento di venerazione imperioso insieme e soave, che, aumentando la fiducia, mitigava il dispetto, e senza prender l’orgoglio di fronte, l’abbatteva, e, dirò così, gl’imponeva silenzio.
La presenza di Federigo era infatti di quelle che annunziano una superiorità, e la fanno amare. Il portamento era naturalmente composto, e quasi involontariamente maestoso, non incurvato né impigrito punto dagli anni; l’occhio grave e vivace, la fronte serena e pensierosa; con la canizie, nel pallore, tra i segni dell’astinenza, della meditazione, della fatica, una specie di floridezza verginale: tutte le forme del volto indicavano che, in altre età, c’era stata quella che più propriamente si chiama bellezza; l’abitudine de’ pensieri solenni e benevoli, la pace interna d’una lunga vita, l’amore degli uomini, la gioia continua d’una speranza ineffabile, vi avevano sostituita una, direi quasi, bellezza senile, che spiccava ancor più in quella magnifica semplicità della porpora.
(Promessi Sposi, cap. XXIII°)

Con le braccia aperte corrisponde al latino aliquem in sinu et complexu recipere.
("abbracciare qualcuno forte e tenerselo ben stretto al cuore". No. Su nessun vocabolario si trova qualcosa del genere accanto ad un'espressione. Solo io lo scrivo, io che a volte interpreto un po' liberamente questa lingua! Accanto a questa frase latina si trova solo la traduzione: "a braccia aperte" ).
In questa scena, l'Innominato è ancora inquieto, anche se si sta piegando alla mitezza.
Del cardinale invece si mettono in luce i pensieri contemplativi e la purezza.
Certo, nell'Innominato c'è ancora un moto d'orgoglio. Pentito, sottomesso e miserabile formano un climax ascendente.
Luigi Russo, nell'analisi di questo passo, osserva che: La descrizione dello stato d'animo dell'Innominato procede per coppie di sostantivi o di azioni: desiderio e speranza confusa, stizza e vergogna, confessarsi in colpa e implorare un uomo.
 
Altro elemento, utile nella mia ricerca degli oggetti: la semplicità della porpora.
Con questo si allude alla veste del cardinale, bella sì, maestosa, ma indossata da un uomo semplice e umile.
Nel primo capitolo trovate pezze di porpora. 
Le pezze non sono oggetti reali dal momento che sono inserite in una similitudine. 
La luce del sole già scomparso si riflette sui massi del paesaggio, come delle inuguali pezze di porpora. 
E' Alessandro narratore che ammira questo suggestivo quadretto della campagna lombarda, come omaggio ai suoi luoghi di gioventù. Don Abbondio non si accorge di nulla. Don Abbondio è un abitudinario come Kant, nel senso che fa sempre la stessa passeggiata alla stessa ora e negli stessi luoghi. Non coglie più, o forse non è mai stato in grado di cogliere, la bellezza del paesaggio.

 “oh!” disse: “che preziosa visita è questa! e quanto vi devo esser grato d’una sì buona risoluzione; quantunque per me abbia un po’ del rimprovero!”
“Rimprovero!” esclamò il signore maravigliato, ma raddolcito da quelle parole e da quel fare, e contento che il cardinale avesse rotto il ghiaccio, e avviato un discorso qualunque.
“Certo, m’è un rimprovero,” riprese questo, “ch’io mi sia lasciato prevenir da voi; quando, da tanto tempo, tante volte, avrei dovuto venir da voi io.”
“Da me, voi! Sapete chi sono? V’hanno detto bene il mio nome?”
“E questa consolazione ch’io sento, e che, certo, vi si manifesta nel mio aspetto, vi par egli ch’io dovessi provarla all’annunzio, alla vista d’uno sconosciuto? Siete voi che me la fate provare; voi, dico, che avrei dovuto cercare; voi che almeno ho tanto amato e pianto, per cui ho tanto pregato; voi, de’ miei figli, che pure amo tutti e di cuore, quello che avrei più desiderato d’accogliere e d’abbracciare, se avessi creduto di poterlo sperare. Ma Dio sa fare Egli solo le maraviglie, e supplisce alla debolezza, alla lentezza de’ suoi poveri servi.”
L’Innominato stava attonito a quel dire così infiammato, a quelle parole, che rispondevano tanto risolutamente a ciò che non aveva ancor detto, né era ben determinato di dire; e commosso ma sbalordito, stava in silenzio. “E che?” riprese, ancor più affettuosamente, Federigo: “voi avete una buona nuova da darmi, e me la fate tanto sospirare?”
“Una buona nuova, io? Ho l’inferno nel cuore; e vi darò una buona nuova? Ditemi voi, se lo sapete, qual è questa buona nuova che aspettate da un par mio.”
“Che Dio v’ha toccato il cuore, e vuol farvi suo,” rispose pacatamente il cardinale.
“Dio! Dio! Dio! Se lo vedessi! Se lo sentissi! Dov’è questo Dio?”
“Voi me lo domandate? voi? E chi più di voi l’ha vicino? Non ve lo sentite in cuore, che v’opprime, che v’agita, che non vi lascia stare, e nello stesso tempo v’attira, vi fa presentire una speranza di quiete, di consolazione, d’una consolazione che sarà piena, immensa, subito che voi lo riconosciate, lo confessiate, l’imploriate?”
“Oh, certo! ho qui qualche cosa che m’opprime, che mi rode! Ma Dio! Se c’è questo Dio, se è quello che dicono, cosa volete che faccia di me?” 
 Queste parole furon dette con un accento disperato; ma Federigo, con un tono solenne, come di placida ispirazione, rispose: “cosa può far Dio di voi? cosa vuol farne? Un segno della sua potenza e della sua bontà: vuol cavar da voi una gloria che nessun altro gli potrebbe dare. (...)
(Promessi sposi, cap. XXIII°)

Addirittura la visita dell'Innominato è un motivo di rimprovero per Borromeo!
Borromeo sembra qui il padre misericordioso della parabola di Gesù narrata nel Vangelo di Luca:
nonostante il figlio che ha consumato tutta la parte di eredità con le prostitute sia ancora lontano dalla porta di casa, egli gli corre incontro e lo abbraccia.
Borromeo inoltre è pacato, è una pacatezza questa che invita l'Innominato a  confidarsi sempre più, a proseguire quel dialogo.
Non dovete vedere questo incontro come se fosse un colloquio tra un religioso consacrato e un peccatore, bensì come uno scambio verbale tra due uomini, con tutta la loro umanità di creature fragili e assetate di Infinito.
“Dio! Dio! Dio! Se lo vedessi! Se lo sentissi! Dov’è questo Dio?” è forse una delle esclamazioni più drammatiche di tutto il romanzo.
Due capitoli prima, lo stesso Innominato considerava Dio come l'illusoria soluzione di salvezza dei deboli. Ora invece, il debole è lui e si sente talmente debole che teme di non poter mai arrivare a vederlo e a sentirlo.
Con questa esclamazione, egli ammette a se stesso di essere stato lontano anni luce da Dio, per gran parte della sua vita.
Tenete presente che il lettore intuisce che l'Innominato è più o meno coetaneo di Fra' Cristoforo.
Al momento della conversione, l'Innominato ha circa 59 anni, non 19!
Questo lo intuiamo nel punto in cui Alessandro inserisce, a fine cap. XIX°, una breve descrizione del suo aspetto fisico.
La sua giovinezza e gran parte della sua adultità se ne sono andate... se ne sono andate, prive di azioni positive ed edificanti.
Non è mai troppo tardi per convertirsi a nuova vita, anche se credo che, a 59 anni, una vita di nefandezze e di delitti pesi parecchio sulla coscienza.
L'Innominato cambia vita, e questo è indubbiamente un bene, ma il passato non si cancella mai.
Un passato come il suo è motivo di vergogna ma anche incentivo a riparare torti e a commettere azioni oneste e giuste.
La vita di un diciannovenne può comunque essere contrassegnata o segnata dal male.
Non certamente da una catena di delitti ma magari soprattutto dal male patito... patito per colpa di adulti o insensibili o inconsistenti o superficiali o tutte e tre le cose insieme. 
Diamo dei valori a questi diciannovenni che fanno tenerezza! Sosteniamoli nella loro formazione umana innanzitutto! (Potrebbero essere i miei fratellini! Perché io non ho tanta più vita di loro...) 
Eviteremmo così la loro futura infelicità!
Io sono più o meno come loro. Come loro mi sto costruendo, con impegno e fatica, un futuro.

A misura che queste parole uscivan dal suo labbro, il volto, lo sguardo, ogni moto ne spirava il senso. La faccia del suo ascoltatore, di stravolta e convulsa, si fece da principio attonita e intenta; poi si compose a una commozione più profonda e meno angosciosa; i suoi occhi, che dall’infanzia più non conoscevan le lacrime, si gonfiarono; quando le parole furon cessate, si coprì il viso con le mani, e diede in un dirotto pianto, che fu come l’ultima e più chiara risposta.
“Dio grande e buono!” esclamò Federigo, alzando gli occhi e le mani al cielo: “che ho mai fatto io, servo inutile, pastore sonnolento, perché Voi mi chiamaste a questo convito di grazia, perché mi faceste degno d’assistere a un sì giocondo prodigio!” Così dicendo, stese la mano a prender quella dell’Innominato.
“No!” gridò questo, “no! lontano, lontano da me voi: non lordate quella mano innocente e benefica. Non sapete tutto ciò che ha fatto questa che volete stringere.”
“Lasciate,” disse Federigo, prendendola con amorevole violenza, “lasciate ch’io stringa codesta mano che riparerà tanti torti, che spargerà tante beneficenze, che solleverà tanti afflitti, che si stenderà disarmata, pacifica, umile a tanti nemici.”
“È troppo!” disse, singhiozzando, l’Innominato. “Lasciatemi, monsignore; buon Federigo, lasciatemi. Un popolo affollato v’aspetta; tant’anime buone, tant’innocenti, tanti venuti da lontano, per vedervi una volta, per sentirvi: e voi vi trattenete... con chi!”
“Lasciamo le novantanove pecorelle,” rispose il cardinale: “sono in sicuro sul monte: io voglio ora stare con quella ch’era smarrita. Quell’anime son forse ora ben più contente, che di vedere questo povero vescovo. Forse Dio, che ha operato in voi il prodigio della misericordia, diffonde in esse una gioia di cui non sentono ancora la cagione. Quel popolo è forse unito a noi senza saperlo: forse lo Spirito mette ne’ loro cuori un ardore indistinto di carità, una preghiera ch’esaudisce per voi, un rendimento di grazie di cui voi siete l’oggetto non ancor conosciuto.” Così dicendo, stese le braccia al collo dell’Innominato; il quale, dopo aver tentato di sottrarsi, e resistito un momento, cedette, come vinto da quell’impeto di carità, abbracciò anche lui il cardinale, e abbandonò sull’omero di lui il suo volto tremante e mutato. Le sue lacrime ardenti cadevano sulla porpora incontaminata di Federigo; e le mani incolpevoli di questo stringevano affettuosamente quelle membra, premevano quella casacca, avvezza a portar l’armi della violenza e del tradimento.
(Promessi Sposi, cap. XXIII°)

Molto umano, questo pianto dell'Innominato. E' proprio il tipico pianto liberatorio.
“Dio grande e buono!” Ecco. Questa esclamazione dell'arcivescovo non è che mi piaccia poi troppo...  Con tutto quello che ne segue in quello stesso discorso tra virgolette: “che ho mai fatto io, servo inutile, pastore sonnolento, perché Voi mi chiamaste a questo convito di grazia, perché mi faceste degno d’assistere a un sì giocondo prodigio!”
Cioè, che cavolo di bisogno hai di fare l'oratore, che bisogno hai di fare della retorica apostrofando Dio Padre quando di fronte a te c'è un peccatore che piange e che avrebbe un gran bisogno di una carezza, di un abbraccio, di ulteriori parole che possano stimolare e incentivare i suoi propositi di bene?
Poi è vero che l'abbraccio glielo dà ed è vero che l'Innominato se ne ritiene indegno, ma... perché non darglielo subito, al primo singhiozzo? 

Nemmeno questa vignetta mi piace! 
Perché Alessandro non ha detto a Gonin di disegnare l'abbraccio tra i due personaggi, anziché quelle mani da retore di Federigo rivolte al cielo?!


Una bella trovata è stata invece quella di inserire il riferimento alle novantanove pecorelle.
Anche questa parabola si trova nel Vangelo di Luca. Cito i versetti:

 Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova? Ritrovatala, se la mette in spalla tutto contento, va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta. Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione.
(Lc 15, 3-7)

L’Innominato, sciogliendosi da quell’abbraccio, si coprì di nuovo gli occhi con una mano, e, alzando insieme la faccia, esclamò: “Dio veramente grande! Dio veramente buono! io mi conosco ora, comprendo chi sono; le mie iniquità mi stanno davanti; ho ribrezzo di me stesso; eppure...! eppure provo un refrigerio, una gioia, sì una gioia, quale non ho provata mai in tutta questa mia orribile vita!”
“È un saggio,” disse Federigo, “che Dio vi dà per cattivarvi al suo servizio, per animarvi ad entrar risolutamente nella nuova vita in cui avrete tanto da disfare, tanto da riparare, tanto da piangere!”
 “Me sventurato!” esclamò il signore, “quante, quante... cose, le quali non potrò se non piangere! Ma almeno ne ho d’intraprese, d’appena avviate, che posso, se non altro, rompere a mezzo: una ne ho, che posso romper subito, disfare, riparare.”
Federigo si mise in attenzione; e l’Innominato raccontò brevemente, ma con parole d’esecrazione anche più forti di quelle che abbiamo adoprato noi, la prepotenza fatta a Lucia, i terrori, i patimenti della poverina, e come aveva implorato, e la smania che quell’implorare aveva messa addosso a lui, e come essa era ancor nel castello...
(Promessi Sposi, cap. XXIII°)

Anche qui... erano veramente necessarie le esclamazioni dell'Innominato: “Dio veramente grande! Dio veramente buono!"?

Dice Luigi Russo di questo passo: Sono queste parole troppo piccole per la grandezza dell'avvenimento e per la grandezza dell'uomo stesso che le pronunzia. E' questo uno dei momenti ineffabili, tradotto un po' pedestremente: la preoccupazione edificatoria raffredda le parole. 

"(...) io mi conosco ora, comprendo chi sono; le mie iniquità mi stanno davanti; ho ribrezzo di me stesso (...)"
Questa parte di discorso invece mi ricorda alcuni versi del salmo 50, composto da re Davide.
Egli fa scrivere: Riconosco la mia colpa, il mio peccato mi sta sempre dinanzi. Contro di Te, contro Te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi io l'ho fatto, perciò sei giusto quando parli, retto nel Tuo giudizio.

Allora, la prof. Bonato, cioè mia mamma, non arriva mai a spiegare i contenuti dei salmi della Bibbia.
Affronta San Paolo, affronta la Genesi, affronta parti dell'Esodo, ai "primini" spiega le forme di religiosità preistorica per passare poi ad alcuni testi di Vangeli (la sua tesi di Magistero in Scienze Religiose era sul tema del banchetto nel Vangelo di Luca) ma mai i salmi.
Comunque, per quale motivo Davide si considerava così peccatore? Era re d'Israele e un giorno, passeggiando, aveva visto Betsabea, giovane donna, fare il bagno.
L'aveva desiderata, pur sapendo benissimo che era sposata con Uria l'Ittita, uno dei suoi soldati.
Non passa molto tempo, e Betsabea rimane incinta di re Davide, mentre il marito si trova in guerra.
A seguito di questo evento, per poter sposarsi, Davide ordina di mettere Uria in prima fila nello schieramento dell'esercito. Questo inevitabilmente causa la morte del soldato.
In seguito, il profeta Nathan giunge da re Davide per rimproverarlo.
Solo allora Davide si pente. E il figlio che Betsabea partorisce nasce morto.
Un dettaglio rilevante: Davide e Betsabea divengono poi i genitori del perspicace Salomone.

Ad ogni modo, concludo la mia rassegna di post sulla conversione dell'Innominato: egli manifesta di fronte a Federigo Borromeo l'intenzione di liberare Lucia.
Il cardinale allora fa chiamare Don Abbondio che, accompagnato da una donna di Pescarenico, moglie di un sarto (entrambi "innominati" anche loro, cioè privi di nome proprio), sale con l'Innominato al castello.
Notare che il mediocre e pavido curato di Pescarenico nutre continuamente dei dubbi sulla conversione dell'Innominato.
Nel capitolo successivo, una Lucia pallida e stremata dal digiuno e dal terrore, esce dal castello.
Per alcuni giorni rimane nella casa della famiglia della moglie del sarto, poi verrà affidata ad una frivola e superficiale Donna Prassede.




20 ottobre 2018

La conversione dell'Innominato (II):


Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo. 
Toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. 
Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei precetti 
e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi.
(Ezechiele 36, 26-27)


Alcuni giorni fa ero arrivata alla fine del ventesimo capitolo. 
Ora riassumo la prima parte del ventunesimo, oggetto della trattazione di questo post.
La vecchia, obbedendo all'Innominato, conduce una Lucia impaurita e atterrita all'interno del castello, nella propria stanza. 
Poco dopo, il Nibbio si confida con l'Innominato a proposito dell'esito della spedizione. 
Stranamente parla di compassione, cosa che stupisce il suo padrone.

"(...) è una storia la compassione un poco come la paura: se uno la lascia prender possesso, non è più uomo".
 (dal discorso del Nibbio, capitolo 21)

L'Innominato, profondamente scosso da questo discorso, va a visitare Lucia, dopo aver ordinato il riposo al Nibbio. 

"Voglio vederla.... Eh! no.... Sì, voglio vederla."
E d’una stanza in un’altra, trovò una scaletta, e su a tastone, andò alla camera della vecchia, e picchiò all’uscio con un calcio.
“ Chi è? ”
“ Apri. ”
A quella voce, la vecchia fece tre salti; e subito si sentì scorrere il paletto negli anelli, e l’uscio si spalancò. L’Innominato, dalla soglia, diede un’occhiata in giro; e, al lume d’una lucerna che ardeva sur un tavolino, vide Lucia rannicchiata in terra, nel canto il più lontano dall’uscio.
“ Chi t’ha detto che tu la buttassi là come un sacco di cenci, sciagurata? ” disse alla vecchia, con un cipiglio iracondo.
“ S’è messa dove le è piaciuto, ” rispose umilmente colei: “ io ho fatto di tutto per farle coraggio: lo può dire anche lei; ma non c’è stato verso. ”
“ Alzatevi, ” disse l’Innominato a Lucia, andandole vicino. Ma Lucia, a cui il picchiare, l’aprire, il comparir di quell’uomo, le sue parole, avevan messo un nuovo spavento nell’animo spaventato, stava più che mai raggomitolata nel cantuccio, col viso nascosto tra le mani, e non movendosi, se non che tremava tutta.
“ Alzatevi, chè non voglio farvi del male.... e posso farvi del bene, ” ripeté il signore.... “ Alzatevi! ” tonò poi quella voce, sdegnata d’aver due volte comandato invano. 
(Promessi Sposi, capitolo 21)

E' vero, l'Innominato picchia la porta della stanza con un calcio, e questo dimostra tutta la sua selvatichezza, ma un pochino traspare, in quel cipiglio iracondo, uno sprazzo di rispetto e di pietà per la vittima Lucia. 
Egli infatti si arrabbia con la vecchia: Chi t’ha detto che tu la buttassi là come un sacco di cenci, sciagurata?
Sacco di cenci. Oggetto che compare in similitudine. 
Nel capitolo secondo, Don Abbondio è bianco e floscio come un cencio che esce dal bucato, quando Renzo gli chiede: Chi è quel prepotente che non vuole che io sposi Lucia?
Anche qui, il cencio compare in similitudine, quindi non è un oggetto realmente presente nella narrazione.
In questo passo vi farei notare soltanto un altro aspetto: i tre imperativi alzatevi. 
Il primo, pronunciato dal signore nel momento in cui si avvicina a Lucia, ha un qualcosa di imbarazzato. E' l'imbarazzo che pervade solitamente un animo che da troppo tempo non prova più tenerezza né compassione e che probabilmente non ha ricordi di averle mai sentite in vita propria.
Il secondo alzatevi è accompagnato da un'intenzione non voglio farvi del male e anche da una promessa: e posso farvi del bene.
Il terzo alzatevi, pronunciato a voce decisamente più alta, è come un tuono che risuona in una notte buia, nuvolosa e senza vento. E' un alzatevi pronunciato da una persona che si sta pian piano avviando verso il bene e che si adira quando vede che gli altri non gli riconoscono questo sforzo.
 
Come rinvigorita dallo spavento, l’infelicissima si rizzò subito in ginocchioni; e giungendo le mani, come avrebbe fatto davanti a un’immagine, alzò gli occhi in viso all’innominato, e riabbassandoli subito, disse: “ son qui: m’ammazzi. ”
“ V’ho detto che non voglio farvi del male, ” rispose, con voce mitigata, l’innominato, fissando quel viso turbato dall’accoramento e dal terrore.
“ Coraggio, coraggio, ” diceva la vecchia: “ se ve lo dice lui, che non vuol farvi del male.... ”
“ E perché, ” riprese Lucia con una voce, in cui, col tremito della paura, si sentiva una certa sicurezza dell’indegnazione disperata, “ perché mi fa patire le pene dell’inferno? Cosa le ho fatto io?.... ”
“ V’hanno forse maltrattata? Parlate. ”
“ Oh maltrattata! M’hanno presa a tradimento, per forza! perché?
perché m’hanno presa? perché son qui? dove sono? Sono una povera creatura: cosa le ho fatto? In nome di Dio.... ”
“ Dio, Dio, ” interruppe l’innominato: “ sempre Dio: coloro che non possono difendersi da sé, che non hanno la forza, sempre han questo Dio da mettere in campo, come se gli avessero parlato. Cosa pretendete con codesta vostra parola? Di farmi....? ” e lasciò la frase a mezzo.
“ Oh Signore! pretendere! Cosa posso pretendere io meschina, se non che lei mi usi misericordia? Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia! Mi lasci andare; per carità mi lasci andare! Non torna conto a uno che un giorno deve morire di far patir tanto una povera creatura. Oh! lei che può comandare, dica che mi lascino andare! M’hanno portata qui per forza. Mi mandi con questa donna a ***, dov’è mia madre. Oh Vergine santissima! mia madre! mia madre, per carità, mia madre! Forse non è lontana di qui.... ho veduto i miei monti! Perché lei mi fa patire? Mi faccia condurre in una chiesa. Pregherò per lei, tutta la mia vita. Cosa le costa dire una parola? Oh ecco! vedo che si move a compassione: dica una parola, la dica. Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia! ”
(Promessi Sposi, capitolo 21)

Lucia appare del tutto disarmata: son qui: m’ammazzi, dice al suo tiranno. 
L'Innominato ripete la sua intenzione: v’ho detto che non voglio farvi del male. 
Alessandro però scrive una precisazione: con voce mitigata. Vale a dire che, a partire da questo preciso istante, i ruoli, almeno dal punto di vista psicologico-morale, si invertono: l'Innominato diviene più debole, più fragile, sempre più sconcertato dinanzi alle parole della sua vittima, umile, semplice, piangente eppure dotata di una gran forza interiore, proveniente da una salda fede in Dio.
Quel mi fa patire le pene dell’inferno è passato nel nostro linguaggio quotidiano senza un particolare riflesso religioso. Ma, in quell'attimo, le pene dell'inferno si trovano nell'animo dell'Innominato, che urla, non tanto a Lucia, quanto piuttosto a se stesso: Dio, Dio, sempre Dio: coloro che non possono difendersi da sé, che non hanno la forza, sempre han questo Dio da mettere in campo, come se gli avessero parlato.
Per di più, egli lascia l'ultima frase a metà, per non pronunciare il termine compassione. 
L'ho già scritto altre volte: compassione deriva da "cum"+ "patior": soffrire con, sentire con l'altro.
E' sostanzialmente un sentimento di partecipazione ai dolori e alle angoscie altrui.

 “ Non iscacci una buona ispirazione! ” proseguiva fervidamente Lucia, rianimata dal vedere una cert’aria d’esitazione nel viso e nel contegno del suo tiranno. “ Se lei non mi fa questa carità, me la farà il Signore: mi farà morire, e per me sarà finita; ma lei!.... Forse un giorno anche lei.... Ma no, no; pregherò sempre io il Signore che la preservi da ogni male. Cosa le costa dire una parola? Se provasse lei a patir queste pene....! ”
(Promessi Sposi, capitolo 21)

Vedete che Lucia parla di buona ispirazione? Ha intuito un certo intenerimento nel suo interlocutore.

Vado avanti di alcune pagine, perché quello che interessa è anche e soprattutto il travaglio interiore dell'Innominato.
Successivamente, l'Innominato lascia la stanza. 
Lucia, con grande semplicismo religioso, prima di addormentarsi sfinita, recita il rosario e promette alla Madonna la castità permanente. Ma il suo sbaglio è quello di offrire a Maria la volontà di un altro, al quale era già stata promessa, come dirà poi Fra Cristoforo al capitolo 36.
L'Innominato trascorre una notte insonne, in preda a miriadi stati d'animo.
E' l'unico individuo sveglio all'interno del castello.

— Che sciocca curiosità da donnicciola, — pensava, — m’è venuta di vederla? Ha ragione quel bestione del Nibbio; uno non è più uomo; è vero, non è più uomo!... Io?... io non son più uomo, io? Cos’è stato? che diavolo m’è venuto addosso? che c’è di nuovo? Non lo sapevo io prima d’ora, che le donne strillano? Strillano anche gli uomini alle volte, quando non si possono rivoltare. Che diavolo! non ho mai sentito belar donne?
E qui, senza che s’affaticasse molto a rintracciare nella memoria, la memoria da sé gli rappresentò più d’un caso in cui né preghi né lamenti non l’avevano punto smosso dal compire le sue risoluzioni. Ma la rimembranza di tali imprese, non che gli ridonasse la fermezza, che già gli mancava, di compir questa; non che spegnesse nell’animo quella molesta pietà; vi destava invece una specie di terrore, una non so qual rabbia di pentimento. Di maniera che gli parve un sollievo il tornare a quella prima immagine di Lucia, contro la quale aveva cercato di rinfrancare il suo coraggio. — È viva costei, — pensava, — è qui; sono a tempo; le posso dire: andate, rallegratevi; posso veder quel viso cambiarsi, le posso anche dire: perdonatemi.... Perdonatemi? io domandar perdono? a una donna? io...! Ah, eppure! se una parola, una parola tale mi potesse far bene, levarmi d’addosso un po’ di questa diavoleria, la direi; eh! sento che la direi. A che cosa son ridotto! Non son più uomo, non son più uomo!... Via! — disse, poi, rivoltandosi arrabbiatamente nel letto divenuto duro duro, sotto le coperte divenute pesanti pesanti: — via! sono sciocchezze che mi son passate per la testa altre volte. Passerà anche questa. —
(Promessi Sposi, capitolo 21)

Inizialmente, l'Innominato rimprovera se stesso e anche gli altri: la sua è stata una pura curiosità da donnette, il Nibbio è un bestione, uomini e donne strillano, le donne belano... a leggere i suoi pensieri sembrano pecore.
Sapete che le pecore sono animali che nelle favole, almeno in quelle che leggevo io, vengono spesso sopraffatte e sacrificate. 
L'Innominato brontola tra sé e sé, brontola a causa di un fortissimo sgomento interiore, causato anche dal disagio di aver intuito il proprio animo che va ammorbidendosi.
Già pensa di chiedere perdono a Lucia, già pensa di liberarla... ma prima di fare tutto ciò che egli effettivamente farà al 24° capitolo, è assolutamente necessario e prioritario svolgere un doloroso esame di coscienza, è assolutamente necessario e prioritario quindi mettere in discussione ogni cattiva azione compiuta.

Scrive Luigi Russo a questo proposito: Qui Manzoni non descrive soltanto la crisi di uno scellerato che si converte al bene, ma la crisi di un uomo in universale, quando egli si distacca dal suo passato, da una passione che riempiva tutta la sua vita, mentre ora tutti i miti di una volta si disabbelliscono, si scolorano, impallidiscono, diventano gelo e morte.
 
Il tempo gli s’affacciò davanti voto d’ogni intento, d’ogni occupazione, d’ogni volere, pieno soltanto di memorie intollerabili; tutte l’ore somiglianti a quella che gli passava così lenta, così pesante sul capo. Si schierava nella fantasia tutti i suoi malandrini, e non trovava da comandare a nessuno di loro una cosa che gl’importasse; anzi l’idea di rivederli, di trovarsi tra loro, era un nuovo peso, un’idea di schifo e d’impiccio. E se volle trovare un’occupazione per l’indomani, un’opera fattibile, dovette pensare che all’indomani poteva lasciare in libertà quella poverina.
— La libererò, sì; appena spunta il giorno, correrò da lei, e le dirò: andate, andate. La farò accompagnare... E la promessa? e l’impegno? e don Rodrigo?... Chi è don Rodrigo? — 
(Promessi Sposi, capitolo 21)

Eh bravo: ma chi è Don Rodrigo? Il pascià delle Indie orientali per caso?! 
Per l'Innominato, ormai convertito al bene, il signorotto che esercita la propria prepotenza a Pescarenico è sempre più un elemento di fastidio.
Al di là delle mie scherzose allusioni all'Oriente: Alessandro, quando fa menzione della dimora di Don Rodrigo, dice spesso palazzotto. E' l'accrescitivo di palazzo.  
Don Rodrigo è un irresponsabile, un capriccioso, un viziato, un immaturo, un egoista, un delegante.
E' un nobile ma è decisamente un uomo mediocre, di poca intelligenza.
Poi è vero che fa anche pena quando si pensa al modo in cui è morto: appestato e solo, abbandonato da tutti.
Ma ricordatevi che senza il suo stuolo di bravi obbedienti e fedeli ai quali viene delegato e affidato ogni compito, senza le insistenze e le provocazioni del Conte Attilio, Don Rodrigo non sarebbe nessuno. Il palazzotto è l'abitazione di un tiranno certamente prepotente, ma debole... un debole che si impressiona alla minaccia di un frate: verrà un giorno.

A guisa di chi è colto da una interrogazione inaspettata e imbarazzante d’un superiore, l’Innominato pensò subito a rispondere a questa che s’era fatta lui stesso, o piuttosto quel nuovo lui, che cresciuto terribilmente a un tratto, sorgeva come a giudicare l’antico.
(Promessi Sposi, capitolo 21)

Capite adesso il motivo per cui ho inserito, come introduzione al post, la citazione di Ezechiele? 
L'ho tratta dal mio breviario, da un cantico che conosco bene a memoria.
Nella mente del personaggio corrono, come masse di nubi vaporose e scure, i ricordi di ogni omicidio, di ogni scelleratezza.
Coscienza e memoria si risvegliano entrambe nello spirito dell'Innominato, che per un istante non sopporta quei ricordi che in passato erano motivo di gloria e di vanto, ma che ora sono come una terribile vergogna, una macchia nera.

Indietro, indietro, d’anno in anno, d’impegno in impegno, di sangue in sangue, di scelleratezza in scelleratezza: ognuna ricompariva all’animo consapevole e nuovo, separata da’ sentimenti che l’avevan fatta volere e commettere; ricompariva con una mostruosità che que’ sentimenti non avevano allora lasciato scorgere in essa. Eran tutte sue, eran lui: l’orrore di questo pensiero, rinascente a ognuna di quell’immagini, attaccato a tutte, crebbe fino alla disperazione. S’alzò in furia a sedere, gettò in furia le mani alla parete accanto al letto, afferrò una pistola, la staccò, e... al momento di finire una vita divenuta insopportabile, il suo pensiero sorpreso da un terrore, da un’inquietudine, per dir così, superstite, si slanciò nel tempo che pure continuerebbe a scorrere dopo la sua fine. S’immaginava con raccapriccio il suo cadavere sformato, immobile, in balìa del più vile sopravvissuto; la sorpresa, la confusione nel castello, il giorno dopo: ogni cosa sottosopra; lui, senza forza, senza voce, buttato chi sa dove. Immaginava i discorsi che se ne sarebber fatti lì, d’intorno, lontano; la gioia de’ suoi nemici. Anche le tenebre, anche il silenzio, gli facevan veder nella morte qualcosa di più tristo, di spaventevole; gli pareva che non avrebbe esitato, se fosse stato di giorno, all’aperto, in faccia alla gente: buttarsi in un fiume e sparire.
(Promessi Sposi, capitolo 21)

... Subito però riaffiora il desiderio dell'Eterno... 
Eccolo qui:

... gli balenò in mente un altro pensiero. — Se quell’altra vita di cui m’hanno parlato quand’ero ragazzo, di cui parlano sempre, come se fosse cosa sicura; se quella vita non c’è; se è un’invenzione de’ preti; che fo io? perché morire? cos’importa quello che ho fatto? cos’importa? è una pazzia la mia... E se c’è quest’altra vita...! — A un tal dubbio, a un tal rischio, gli venne addosso una disperazione più nera, più grave, dalla quale non si poteva fuggire, neppur con la morte. Lasciò cader l’arme, e stava con le mani ne’ capelli, battendo i denti, tremando. Tutt’a un tratto, gli tornarono in mente parole che aveva sentite e risentite, poche ore prima: — Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia! — E non gli tornavan già con quell’accento d’umile preghiera, con cui erano state proferite; ma con un suono pieno d’autorità, e che insieme induceva una lontana speranza.
(Promessi Sposi, capitolo 21)

 ...e se ci fosse davvero l'altra vita, cioè la vita eterna? 
E' proprio questo che gli fa cadere la pistola dalle mani.
Vi rivolgo due domande significative: che cos'è la misericordia?! 
Può essere sinonimo di compassione?
Non sono sicura di averla nemmeno io, questa risposta. So l'etimologia però: da miserere + cor, cordis.
E tengo presente bene anche la formula, riferita al sacrificio di Cristo: Agnus Dei, qui tollis peccata mundi, miserere nobis.

...Termino il resoconto e l'analisi di questo suggestivo capitolo dicendo che ormai è giunta l'alba...
L'Innominato si affaccia ad una delle finestre del castello. Vede molta gente che passa e che si avvia tutta quanta nella stessa direzione, tutti vestiti a festa.
Il signore si chiede che cosa stia succedendo: Che diavolo hanno costoro? che c’è d’allegro in questo maledetto paese? dove va tutta quella canaglia?

L'Innominato è pervaso da rimorso, pentimento, disgusto di sé... non sta affatto bene interiormente. Il suo animo non è predisposto alla festa e alla gioia. Ma questo è il suo ultimo discorso brusco all'interno del romanzo.
E intanto continua a osservare le persone che camminano, e si incuriosisce. 
Desidera soltanto sapere che cosa le spinge ad andare con tanto entusiasmo tutti quanti dalla stessa parte.
Un bravo gli riferisce che gli abitanti dei paesi vicini al castello accorrevano tutti quanti dal cardinale Federigo Borromeo. 




Ugo Foscolo e la morte come "fatal quiete" e "nulla eterno":

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