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4 giugno 2019

"La pietra lunare", Tommaso Landolfi:

Circa a metà marzo, in accordo con il mio docente, ho presentato, durante una lezione di "letteratura italiana moderna e contemporanea" Landolfi e il suo romanzo più originale.
In questo post non vorrei soffermarmi a raccontare che, subito dopo la mia relazione, che è piaciuta soltanto al professore, sono letteralmente scappata dall'Università, visto che buona parte dei miei compagni di corso ridevano di gusto.
Gli adolescenti del mio paese in generale mi rispettano molto di più.
Propongo una breve inquadratura di Landolfi con l'analisi di alcune parti della Pietra Lunare.
A fine post giudicherete voi lettori se sono degna di rispetto o "meritevole" soltanto di prese in giro.
Io questo esame l'ho appena dato. Sei libri di sei autori diversi da leggere attentamente + un plico di fotocopie di critica letteraria su ognuno di loro sei: Slataper, Campana, Buzzati, Comisso, Landolfi e Pavese.
Io mi sono fatta il mazzo e, se ho passato l'esame con il massimo dei voti, non è certo stato per il mio vestitino a fiori e per i sandali con la zeppa alta!
Non c'è molto da ridere di fronte ad una domanda come: "Può ricordare alcune immagini che riporta Campana quando, nei suoi Canti Orfici, descrive l'esperienza del pellegrinaggio al santuario della Verna?"
Bisogna studiare e basta! Perché anche se abbiamo poco più di 20 anni (sì, anche 28 o 30 in certi casi!), e anche se una triennale l'abbiamo presa tutti, il coltello dalla parte del manico ce l'hanno comunque i professori, sempre! Soprattutto quando è il momento di interrogare.
Ad ogni modo,  la collocazione geografica è completamente diversa da quella di Scipio Slataper. 
Se la fonte di ispirazione di Slataper era il paesaggio triestino, per collocare Landolfi e La pietra lunare bisogna spostarsi nell'Italia centro-meridionale.

BIOGRAFIA DI LANDOLFI:

Tommaso Landolfi nasce il 9 agosto 1908 da due genitori discendenti da nobili famiglie.
Il suo paese natale è Pico Farnese, un borgo circondato da montagne che nel secolo scorso era in provincia di Caserta, ora invece è compreso nel territorio di Frosinone.
A due anni gli accade una grossa disgrazia, visto che sua madre, Maria Gemma Nigro, muore in seguito ad un aborto spontaneo al quinto mese di gravidanza.
Il primissimo ricordo della sua vita che lo scrittore porta nella mente è proprio il giorno della morte della madre.
Tommaso dunque si ritrova a dover sopportare nell'infanzia e nell'adolescenza un padre rigido, anaffettivo, che non lo comprende e che lo spedisce in vari collegi d'Italia.
Inizia a comporre le prime poesie a 12 anni.
Da adolescente, Landolfi era riservato, timido, malinconico, dotato di un'intelligenza brillante. Proprio nell'età dello sviluppo si appassiona alle lingue europee e alla filosofia.
Ottiene, nel '32, la laurea in Lettere a Firenze con il massimo dei voti. E dopo un po' di tempo (anni '50) riesce anche a metter su famiglia, con due figli: Landolfo e Maria (detta Idolina).
Muore a Ronciglione (Roma) per enfisema polmonare, nel 1979.

L'enorme difetto di Landolfi era la sua forte dipendenza dal gioco d'azzardo. Dunque, se durante l'estate si recava a Genova e nei dintorni, non era soltanto perché amava le spiagge liguri. Era anche perché nel capoluogo ligure, nel secolo scorso, fiorivano molti casinò.



Pico Farnese ai nostri giorni
Consiglio mio: andateci ogni tanto in vacanza in località del centro Italia. Ve lo dice una che, da ragazzina, amava anche gli Appennini toscani, umbri, marchigiani e laziali. Nelle regioni centrali lo stile di vita è più semplice, il tempo scorre più lentamente, l'ospitalità è sincera, la gente molto spesso è aperta e simpatica. Quando è ora di "ripartire per il nord" viene quasi da piangere, perché quel calore umano non c'è qui.


LA PIETRA LUNARE:


A) TRAMA:


Giovancarlo è uno studente universitario che è ritornato nel proprio paese natale di P. per le vacanze estive. Una sera, egli conosce Gurù, una ragazza che vive sola in un maniero abbandonato, venuta a visitare i parenti del giovane.
Giovancarlo si innamora di Gurù, che tuttavia sembra avere un’ inquietante caratteristica: di notte, quando la luna è alta nel cielo, le sue gambe sono identiche alle zampe di una capra.

Questa è la trama ridotta all'osso.

"P." probabilmente sta per "Pico Farnese".
E' una storia molto strana (come molto strano doveva essere stato il suo autore), al cui interno però ho trovato alcuni parallelismi con altri autori letterari.


B) I DUE PROTAGONISTI:


-GIOVANCARLO: 



    “Giovancarlo Scarabozzo (...) era (...)

un giovane timido. Studente ormai
al second’anno, egli amava passare
l’estate a P., dove, prima che i suoi
lo raggiungessero, menava un’assai
distesa e sufficientemente strana
vita: quasi sempre solo col suo gatto
e la sua cagna da caccia (...), egli
componeva versi, andava a caccia
sulle più lontane montagne, e
fantasticava tutto il giorno.”

(Inizio cap.3, p.41, ed. Adelphi)

La personalità del più importante personaggio maschile appare quasi identica a quella dell'autore.


-GURU':

“In primo luogo abitava lassù, dove
rimaneva quasi sempre sola, come se
non fosse fatto suo. Secondariamente
leggeva libri. Eppoi prendeva spesso
la via dell’aperta campagna, la via
verso i monti, anche di notte (...). Da
ultimo cantava tutte le ore, e qualche
volta anche dopo l’avemaria, certe
nenie strane e rivoltanti che
nessun’altra conosceva e non si sa
dove le avesse imparate. (...) qualcosa
di misterioso doveva esserci sotto;
insomma per dirla tonda, la fanciulla
era caduta in sospetto di

stregoneria.”


(Cap. 2, p.38, ed. Adelphi)

Giovancarlo e Gurù hanno in comune la caratteristica della solitudine.
Notate che in questo estratto, la figura di Gurù risulta enigmatica.
Gurù è solitaria, canta nenie strane. Secondo le dicerie di paese è sospettata di stregoneria. Quest'ultimo particolare richiama alla mente il contesto socio-culturale della prima età moderna (parlo più che altro del periodo Quattrocento-Cinquecento): le ragazze e le donne isolate o comunque sole erano sospettate di stregoneria e quindi tutte condannabili al rogo.
Altra cosa: Gurù, lo dice più volte il testo, è "lunare". Ho scoperto che in questo contesto "lunare" è sinonimo di sterile.
E' un aggettivo che mi è parso piuttosto strano, dal momento che se c'è un elemento in natura che, sin dall'epoca del neolitico, è stato ricondotto al ciclo delle donne, è proprio la luna.
La luna, per attraversare quattro fasi (nuova, crescente, piena e calante) impiega 28 giorni, ovvero, la durata ideale del ciclo femminile per realizzarle tutte. Ideale... se fosse sempre perfettamente regolare. 
Gurù è una creatura che vive soprattutto di notte e che vaga a suo agio sotto le stelle lungo i sentieri rocciosi di montagna.
Le domande che sia il lettore che Giovancarlo si porranno saranno: "Donna o capra? Quale la realtà e quale la finzione?"
Ma sull'affascinante intreccio di realtà del quotidiano e fantastico ci ritornerò fra poco, e meglio.

C)L'INCIPIT DELL'OPERA:



“«Buonasera, buonasera, da quanto tempo! Come
va?». Lo zio, in maniche di camicia e con certi
pantaloni incartapecoriti che gli torcevano le gambe
come quelle dei cavallerizzi, reggendo la porta con una
mano, coll’altra faceva grandi gesti di benvenuto e poi
d’invito a entrare.”
(...)
“Sospinto dal padrone di casa, Giovancarlo entrò nella
cucina, che era il luogo abituale di trattenimento della
famiglia.”

(cap.1 p.11, ed. Adelphi)


Il primo personaggio che compare in scena è lo zio di Giovancarlo, attraverso un discorso diretto, di saluto verso il nipote. Plateale nei gesti ma vestito assai poco elegantemente ("incartapecoriti" significa "giallastri").
Per tutto il primo capitolo prevale l'ambientazione interna: Giovancarlo e i parenti si trovano in cucina, attorno ad una tavola, a cenare.
L'atmosfera è quella di una convivialità quotidiana. Addirittura, lo zio chiederà poi a Giovancarlo se, secondo il suo parere, Leopardi è migliore di Tasso.

D) IL FANTASTICO-QUOTIDIANO:



Il sottotitolo che Landolfi dà a questa sua opera è scene della vita di provincia, e può suggerire l’idea che si tratti di una storia basata più che altro sulla rappresentazione del dato reale. 
Invece, all’interno della narrazione, si sviluppano molte situazioni assurde e grottesche.
In quest’opera realtà e fantasia si mescolano senza alcuna distinzione. 
Per questo motivo Calvino, nel recensire La pietra lunare, parla di “fantastico quotidiano”.

Un esempio di improvvisa comparsa dell'elemento fantastico-grottesco nel mezzo di una situazione realistica e quotidiana come quella della chiacchierata in famiglia è questo:



“ Il sangue gli si gelò nelle vene e quasi nel medesimo istante
gli rifluì tutto con violenza alla bocca dello stomaco. In luogo
della caviglia sottile e del leggiadro piede, dalla gonna si
vedevano sbucare due piedi forcuti di capra, di linea elegante,
a vero dire, eppure stecchiti e ritirati sotto la seggiola. E il
curioso era che queste zampe (...) parevano la logica

continuazione di quelle cosce affusolate.”

(cap. 1, pp.22-23, ed. Adelphi)

Delle zampe caprine però si accorge soltanto Giovancarlo, con un senso di sorpresa misto ad orrore.
E sembra l'unico ad accorgersi di questo particolare interessante, visto che gli altri familiari non lo notano, anzi, gli danno del matto quando dice: "Costei ha zampe di capra".


In questa storia inoltre, non sono affatto rari i “colpi di scena” e le comparse inaspettate di alcune figure, come ad esempio la prima apparizione di Gurù:

“Dal fondo dell’oscurità, resa più cupa da un taglio alto di luce
lunare sul muro di cinta, due occhi neri, dilatati e selvaggi, lo
guardavano fissamente. Egli sobbalzò, ma uno stupore e un
terrore tanto forti lo invasero, e d’altra parte quegli occhi lo
fissavano con tanta intensità, che non poté parlare né stornare
lo sguardo.”

“(...) i due occhi cominciarono a muoversi, o piuttosto a
ingrandire giacché procedevano direttamente verso Giovancarlo,
e una forma precisarsi dall’oscurità: un volto pallido, dei capelli
bruni, un seno abbagliante scoperto a mezzo (...). Una ragazza

ad ogni modo.”


(cap. 1, p.21, ed. Adelphi)


E) IL TEMA DELLA MONTAGNA NEL ROMANZO:


“(...) Infine ella cominciò a pregare Giovancarlo
d’accompagnarla in un’uscita sulla montagna. «Non
resisto più qui dentro», esclamava smaniosa,
contraddicendo a tutto quanto aveva detto prima
«fuori, via, sui monti, lontano! E’ più forte di me»
aggiungeva, balenandole oscuramente il cavo degli

occhi nella penombra lunare.”

(cap. 5, p.77)

Gurù implora Giovancarlo di accompagnarla in un'uscita sulla montagna. Questo passo l'ho messo soprattutto perché mi ricorda parte del contenuto di una lettera che Slataper aveva inviato a Gigetta il 18 gennaio 1912:
“Gigetta, andrem a star soli un mese nella
neve di monte? Una tenda, un sacco
impellicciato”.

D'altra parte: quale posto migliore dei sentieri di montagna per condividere cuore e corpo con la persona che si ama più di ogni altra cosa al mondo??



-La montagna e i pastori-


“ (..) presa di sbieco la costa, toccata una casipola di contadini
all’apparenza disabitata, (...) inerpicatosi faticosamente per il
Vallone del Cerro Bianco, (...) - il sentiero infine rifiata e dà
sull’aperto delle prime vallette montane, perdendovisi
amenamente con ramificazioni di ruscello; da questo punto il
cammino diviene per un tratto pianeggiante, fino alle prossime

e più dure erte. Qui è il regno dei pastori e dei carbonai (...)”

(cap. 6, p.79)

La montagna come regno dei pastori, figure sociali isolate dal contesto cittadino-borghese e immersi nella natura.
Cosa ho pensato? Proveniendo da "Lettere Classiche", all'Arcadia, regione montuosa al centro della Grecia continentale, nella quale, almeno così è il contenuto degli idilli di Teocrito, vivevano dei pastori che cantavano soavi melodie e suonavano flauti e cetre, o altrimenti danzavano al suono degli strumenti musicali.
Non era così idilliaca e paradisiaca la vita dei pastori però! Non lo è mai stata!


Ad ogni modo, anche nel corso della storia della letteratura italiana, in alcune opere del Quattrocento e del Cinquecento, l'Arcadia è stata idealizzata come "regione verso la quale andare per sfuggire dalle invidie, dalle falsità e dalle gelosie degli ambienti cortigiani". 
Questo è il "succo" dell'Arcadia del campano Jacopo Sannazaro: Sincero, il giovane protagonista, per sfuggire dalle ipocrisie della corte di Napoli, giunge in Arcadia fra i pastori e, in mezzo a loro, conosce la semplicità, la frugalità e il rispetto per la natura e per gli animali: mentre infatti, alla reggia di Napoli, gli uccelli sono tutti rinchiusi in gabbie. In Arcadia invece, volano liberi e leggeri.

-La montagna e la bellezza di Gurù-

Questo passo è particolarmente sensuale e suggestivo:

“Da una cresta di monti alle spalle di
Giovancarlo scoppia il primo sole e
investe con raggio d’ambra la fanciulla,
che raggrinza le palpebre contro la
luce. Ma al giovane un solo balenio dei
suoi occhi, ombrati da lunghe ciglia, è
bastato (...) le sue braccia nude,
abbagliano fra l’ambra come latte in una
coppa di topazio, come alabastro al di
qua d’un fuoco, come perle fra l’oro,
come neve fra i campi dorati d’autunno
(...)”.

(Cap.3, p.48, ed. Adelphi)

La montagna è strettamente legata a Gurù, come accennavo prima. 
E il sole mattutino risalta il fascino di questa creatura, dal momento che investe il suo corpo.
In questo estratto prevale il senso della vista associato alle piacevoli sensazioni di un occhio maschile. E' infatti unicamente Giovancarlo a vedere come incantevoli le braccia di Gurù.

F) LE IMPRESSIONI SOGGETTIVE DEL PROTAGONISTA:

“A Giovancarlo, durante il tragitto dal luogo
della battaglia, era parso d’udire dietro di sé
un rumor di passi nell’ombra (...)”
...

“Sembrò insomma al giovane conturbato che
da diverse parti una frotta di creature
invisibili, frusciando talvolta fra i cespugli, li
seguisse (...)”

(cap. 9, p.120)

Quel che è abbastanza evidente è la ricorrenza di verbi quali: "sembrare", "parere".
Quello che vive Giovancarlo durante quella notte (rapporti sessuali, apparizioni di fantasmi e di altre figure fantastiche durante la notte, suoni e visioni) è reale oppure è soltanto frutto della sua immaginazione? O appartiene alla sfera del sogno notturno?

E' stato soprattutto Landolfi a farmi intuire che io non sarò mai esattamente un'esperta di letteratura, nemmeno dopo questa magistrale, perché la letteratura va continuamente riscoperta attraverso riflessioni, confronti, commenti critici, ampliamento di conoscenza.
L'interesse verso delle opere letterarie, verso la poesia, verso le parole mi si rinnova continuamente, insieme alla voglia di riscoprire la loro ricchezza e il loro fascino.


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