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23 gennaio 2026

Per quali motivi è necessario credere nell'avvenire della scuola italiana? (II)

LA PRIMISSIMA VOLTA IN CUI HO PENSATO CHE L'INSEGNAMENTO FOSSE PER ME IL PERCORSO PROFESSIONALE PIÙ OPPORTUNO:

Si tratta di un ricordo che ho raccontato ai ragazzi. 

Ero in prima media. 

Era una fredda e grigia giornata di gennaio e la fine del primo quadrimestre si stava avvicinando. 

Per me quella prima metà di anno scolastico era stata tutt'altro che semplice dal punto di vista emotivo. 

I risultati erano buoni. 

Erano ulteriormente migliorati, fino quasi a brillare nel settore umanistico, a partire dall'anno successivo, con valutazioni che rispecchiavano gli "ottimo" e i "distinto" di quando ero alle elementari.

Tuttavia, in quel periodo piangevo spesso di nostalgia dato che sentivo ancora la mancanza della scuola primaria: i cinque anni trascorsi lì erano stati intensi, emozionanti, significativi grazie ad un team di maestre tutte molto valide. 

Tra l'altro, nel passaggio dalla quinta elementare alla prima media, avevo perso per strada quasi tutti i miei compagni della scuola primaria. 

A dieci anni, con la mia sensibilità ed empatia, ero stata una sorta di "collante" tra una mia compagna di classe, frequentemente derisa ed esclusa da giochi e da feste, e gli altri nostri coetanei. 

Nell'estate tra quinta elementare e prima media avevo letto dei classici importanti, tra cui "Oliver Twist", "Piccole Donne" e "I ragazzi della Via Pàl".

A undici invece mi ritrovavo un po' spaesata e timidissima, a disagio con compagne fisicamente più avanti di me e con interessi diversi dai miei e, oltretutto, insicura e con paure un po' surreali. Proprio in quell'anno scolastico ho iniziato a sentirmi, come pensavo all'epoca, "una norvegese in mezzo a degli spagnoli".

Spesso ero a casa con la mia omonima ed eccezionale nonna materna che, di tanto in tanto. cucinava ottime crostate a merenda.

Ad ogni modo, era un pomeriggio invernale al quale dovevo dedicare la comprensione, con l'aggiunta dell'analisi grammaticale di alcune frasi, di un testo tratto dall'Iliade. Si trattava della traduzione di Rosa Calzecchi Onesti dell'episodio dell'addio tra Ettore e Andromaca.

Alla fine di una prima lettura mi si erano inumiditi gli occhi: quanto era stata abile ed incisiva la Calzecchi Onesti nel rendere bene dialoghi, circostanze e il dolore dei due personaggi!

Per qualche attimo mi era sembrato di dover eseguire un compito così banale su un testo così straordinario... 

Una volta chiusi libro e quaderno, istintivamente mi sono chiesta: "E se studiassi per diventare insegnante di Lettere? Forse potrei far riflettere i miei alunni sull'importanza dei sentimenti e dei legami, oltre che delle epoche storiche e dei luoghi del mondo".

Ora inizio a confutare gli aspetti relativi alle recenti indicazioni promulgate dal MIM che meno mi convincono, soprattutto in relazione all'epoca in cui viviamo.

1. L'EPICA NELLE SCUOLE PRIMARIE E SECONDARIE DI PRIMO GRADO:


Le recenti indicazioni che provengono dal nostro attuale Ministro dell'Istruzione  suggeriscono di introdurre testi tratti dall'Iliade già a partire dalla terza elementare. 

Ripensandoci bene non mi sembra una grande idea, sostanzialmente per le seguenti ragioni.

- Personaggi come Agamennone, il quale risulta essere arrogante e cattivo, non sono esattamente degli esempi di "sani valori". 

Al terzo anno di scuola primaria sarebbe molto meglio farli esercitare sull'ortografia e sulla punteggiatura, oltre a far scrivere sul quaderno di italiano dei piccoli pensieri su alcune fiabe o extra-europee oppure contemporanee come "Cappuccetto Giallo". 

-Sono davvero troppo piccoli per comprendere il valore stilistico e tematico dei poemi omerici. 

Certo, è pur vero che esistono gli adattamenti moderni. Tuttavia, si tratta di versioni in prosa contemporanea che non prevedono l'esametro, verso molto musicale anche nelle traduzioni dal greco antico all'italiano.

Gli adattamenti inoltre sono versioni molto illustrate, molto ridotte, molto semplificate, in cui personaggi come Ettore vengono privati di profondità psicologica. 

Oltre a ciò, questa sorta di albi illustrati sull'epica classica, tendono a  concentrarsi sugli episodi più movimentati, finendo quasi per "esaltare" la guerra degli eroi anziché metterne in luce la drammaticità, la violenza e l'orrore, come invece avviene in diversi canti del poema integrale.

Insomma, come avrete molto facilmente intuito, non sono più così favorevole a far leggere a bambini e ragazzini degli adattamenti sull'epica classica.

L'epica alle scuole medie è ancora opportuna?

Nella scuola secondaria di primo grado, "lingua e letteratura italiana" è settimanalmente suddivisa come segue: due ore di grammatica, due di epica, una di antologia e una dedicata all'approfondimento di testi legati ad alcune tematiche di attualità. In prima media sono previsti argomenti come l'amicizia, la famiglia, la tutela dell'ambiente e degli animali.

Troppo programma, decisamente, soprattutto se si considera il livello di buona parte dei ragazzi che attualmente frequentano la prima media: errori di ortografia, imprecisioni lessicali ed incapacità di organizzare la punteggiatura e, in certi casi, anche un foglio a righe. Tutte queste carenze formali danneggiano spesso un contenuto che può essere valido e sentito.

Pur essendo stata la sotto-disciplina dell'epica a farmi venire l'intuizione di cui vi raccontavo a inizio post, sostengo che, considerando le attuali difficoltà, sarebbe molto più congeniale dividere le ore di italiano come segue: tre ore di grammatica e tre di letteratura, nelle quali dovrà essere compresa anche "un'infarinatura" sui poemi omerici come genere letterario per poi passare a testi un po' più "worthwhile".

Strano a dirsi ma non ho il termine in italiano in questo momento! 

Ad ogni modo, intendo testi di letteratura italiana e straniera che possano risultare molto utili e vicini alla quotidianità dei ragazzi, tratti preferibilmente da romanzi del Novecento e da raccolte di racconti, di favole e di fiabe comprendenti anche altre questioni quali bullismo, cotte, ammirazioni per figure adulte e paura del giudizio. 

E comunque... come si fa a trattare l'argomento complesso della famiglia con alunni ancora bambini, cercando di valorizzare il lato più edificante  di questa stessa? Si tratta di un'impresa molto difficile.

Mi sono laureata con una tesi in Linguistica Italiana sui romanzi di Natalia Ginzburg. Tuttavia, nella mia tesi si trovano parole ed espressioni molto tecniche e specialistiche inerenti allo stile e alla sintassi quali "anadiplosi", "epifora", "dislocazioni pronominali", "figure etimologiche".

Non mi sono occupata di temi. Eppure, la Ginzburg si è concentrata molto sull'incomunicabilità familiare. 

Una lettura abbastanza divertente per le scuole medie è il suo "Lessico famigliare", soprattutto considerando i singolari dialettismi del padre dell'autrice. In questo libro comunque, c'è un nucleo familiare che presenta difetti, incomprensioni e qualche incompatibilità di carattere, come tra Natalia e la sorella Paola... ma è pur sempre una famiglia, a differenza di altre non-famiglie di cui la Ginzburg racconta in molte altre opere. 

2. IL QUADRO ORARIO IN MOLTE SCUOLE SECONDARIE DI PRIMO GRADO ITALIANE:

La sesta ora, entrata in vigore negli ultimi otto anni, è così necessaria?

Non credo. Nemmeno se tra quinta e sesta ora è previsto un intervallo di dieci minuti, da trascorrere comunque all'interno della classe. 

"Ai miei tempi" l'ultima campanella suonava alle 12.50, senza rientri pomeridiani. Tuttavia, sabato mattina alle 8 eravamo tutti seduti dietro i banchi delle nostre aule.

Sarebbe meglio far assomigliare la struttura del quadro orario delle scuole medie agli orari delle scuole dell'infanzia.

Mi spiego. I ragazzi potrebbero concludere la mattinata poco prima delle 13 ma, alla fine della quinta ora, invece di tornare a casa, dovrebbero trovarsi garantito per tutto l'anno un servizio mensa e, poco dopo il pasto, una manciata di minuti di intervallo.

L'ultima ora potrebbe svolgersi dalle 14 alle 15. 

Non so se in questo modo si verrebbe incontro alle esigenze lavorative di diversi genitori ma, sicuramente, il carico dei compiti dovrà diminuire, a favore di ore il più possibili proficue e costruttive in classe.

Nella molto remota possibilità che il MIM nei prossimi anni o decenni decida di adottare una soluzione molto simile a quella che ho pensato qui io, investendo seriamente nel futuro, si renderà necessario riorganizzare anche le tempistiche delle attività extra-scolastiche, sacrosanti diritti di ogni preadolescente.

3. IL LATINO OPZIONALE NELLE SCUOLE SECONDARIE DI PRIMO GRADO:

Non ha molto senso ed è un'indicazione ben lontana dal preoccuparsi del bene dei ragazzi, considerando che, ad oggi, le classi sono molto eterogenee dal punto di vista di rendimento, comportamento, provenienze europee ed extra-europee.

Le ragioni di questo mio disaccordo sono state esplicitate nel marzo 2025, a seguito della recensione del film Il maestro che promise il mare.

Ad ogni modo, le riporto qui di nuovo.

Il latino ha un'enorme importanza culturale. Tuttavia, affermare che è una lingua morta e inutile è ignoranza, sostenere che "è una lingua logica che apre la mente" è invece un pregiudizio.

Il latino classico non ha il monopolio della logica: è soprattutto memorizzazione di declinazioni, sostantivi, regole e desinenze.

Invece, con lo studio e l'approfondimento di materie scientifiche, delle lingue moderne, delle esercitazioni pratiche di analisi di un testo poetico di lingua e letteratura italiana si apprendono capacità funzionali a ragionare nella vita adulta!

In seconda media sarebbe troppo presto per approcciarsi al latino, disciplina invece molto utile nei licei per far sviluppare riflessioni linguistiche, anche attraverso confronti tra il latino di Cicerone e il latino tardo-antico o tra il latino di Ovidio e il latino medievale. 

Ma nei licei va modificato il modo di insegnarlo!

Sarebbe stato meglio valorizzare il latino aggiungendo sia un'ora in più nei licei scientifici tradizionali e nei licei linguistici sia due ore settimanali obbligatorie nel liceo delle scienze umane opzione economico-sociale.

La vera e propria rivoluzione, tuttavia, sarebbe quella di superare la scuola gentiliana introducendo, soltanto a partire dal triennio, le materie specifiche e corrispondenti alle inclinazioni degli alunni come latino, spagnolo, estimo, diritto dopo anni di "materie d'obbligo fondamentali" quali italiano, storia, geografia, matematica, inglese, scienze.

4.L'ABOLIZIONE DELLA GEOSTORIA:

Male! 

Da un lato mi accontento del fatto che il Ministro Giuseppe Valditara non abbia deciso di ridurre ulteriormente le ore di entrambe le discipline nel mio grado scolastico!

Nel mio ultimo collegio docenti è stata esposta l'offerta formativa per le future classi prime, comprendente la "valorizzazione della storia italiana e occidentale".

Vicino a me era seduta una collega di Lettere con molti anni di esperienza e con la quale ho proprio instaurato un buon rapporto, che brontolava per giuste cause: "E non è sempre stata trattata nei nostri programmi la storia occidentale? Davvero il Ministero pensa di aver introdotto una novità?".

Infatti ha ragione. 

Io la ascoltavo senza esprimere il mio sconcerto: nel mio ultimo corso di storia all'Università (e sono uscita in tempi piuttosto recenti), il docente e i libri di testo che dovevamo studiare erano orientati a stimolare nei futuri possibili docenti anche delle aperture verso argomenti come le forme di organizzazione sociale di altre civiltà del Medioevo e dell'Età Moderna, come quella cinese, giapponese o indiana.

Un mio alunno una mattina, durante una mia ora di storia, mi ha chiesto: "Il prossimo anno, in seconda, inizieremo la storia americana oltre a continuare la storia europea?".

Gli ho risposto che, chi insegnerà loro storia il prossimo anno, sarà teoricamente tenuto o tenuta a concentrarsi sugli eventi della storia occidentale, ma non ci sarà assolutamente nulla di male nell'aggiungere qualche excursus sulle civiltà pre-colombiane, sugli Inca o sugli aborigeni australiani. O anche sui samurai giapponesi. 

Storia e geografia sono "discipline sorelle" dal momento che un paesaggio viene modificato dagli eventi della storia umana. Da un lato quindi è un bene che seguano programmazioni diversificate, tuttavia, è altrettanto necessario proporre e consigliare vivamente ai ragazzi dei collegamenti tra l'una e l'altra... 

O forse, nell'idea di abolire questo affascinante ponte chiamato geostoria, traspare un pochino di paura nel considerare che i pre-adolescenti potrebbero sviluppare un solido senso critico nei confronti della realtà connettendo natura e vicende umane?

Quando, nel mese di novembre, in geografia ho trattato i paesaggi collinari ho portato un approfondimento su Molina, un paesino al confine con le Prealpi venete.

Ne ho illustrato sia le risorse naturali sia le attività economiche, intrecciate con la storia del luogo ed è piaciuto molto.

Permettetemi infine di aggiungere che, se fosse anche solo lontanamente possibile, inviterei il Ministro Valditara ad entrare in una macchina "retro-temporale" che gli faccia acquisire nuovamente l'aspetto di un trentenne all'inizio della carriera di insegnamento.

Una volta appurato il riuscito effetto di questa prodigiosa macchina, gli consiglierei di entrare in una prima media dell'anno scolastico corrente per ricoprire una supplenza su spezzone riguardante soprattutto storia e geografia. 

Oltre ad insegnare e a cercare di stare al passo con il programma, bisogna far fronte a casi di ADHD, DSA, alunni con Q.I. oltre la media e con un'immensa sensibilità, alunni con attenzione discontinua, alunni con seri problemi familiari o con difficoltà relazionali.

Sarei curiosa di comprendere, al termine di questo esperimento, quale idea potrebbe farsi il nostro Ministro su tutto ciò che comporta il ruolo del docente.

La scuola italiana ha diversi difetti. Eppure io credo in questa istituzione e credo nel peso del mio ruolo.

Io lavorerò sempre per il bene dei ragazzi. E sa per quale motivo, caro Ministro Valditara? 

A differenza di molti adulti, pronti sempre a giudicare e a sentenziare sul mio modo di essere "perfettina" e sulle mie scelte di vita, i pre-adolescenti mi vedono con occhi genuini, mi fanno sentire valida e "bellissima", non solo per le mie competenze e il mio impegno ma anche per i lati un po' più fragilini che, come docente, dovrò migliorare nel corso del tempo, come ad esempio consolidare l'autorevolezza.

5. LE PROFESSORESSE "INFLUENCER":

Non meritano molta attenzione e, su questo aspetto del post, sarò sintetica.

Sono stanca del fatto che Instagram me le proponga abbastanza ripetutamente.

Le prof. influencer (purtroppo, constato che si tratta soprattutto di diverse insegnanti di italiano e storia nelle scuole superiori) tengono molto a mostrare ai loro followers i loro allenamenti in palestra, le loro sublimi filosofie che rasentano l'egocentrismo ("Io mi esprimo come voglio"),  le loro fantasmagoriche prodezze come ad esempio lanciare un paio di slip sul palcoscenico di un cantante un sabato sera...

Oltretutto, rendono così bene in alcune clip le loro fatiche nel correggere i temi di italiano, che le fatiche di Ercole, in confronto, sembrano proprio delle bazzeccole!

16 gennaio 2026

Per quali motivi è necessario credere nell'avvenire della scuola italiana? (I)

2) LA SCUOLA E LE ENORMI RESPONSABILITÀ DEGLI INSEGNANTI.

Approfitto di questa mezza giornata libera (la prima dopo giornate particolarmente intense per motivi lavorativi) per organizzare la stesura di questo e del prossimo post come segue:

-Parte A:  i difetti e i limiti della scuola italiana.

-Parte B (prossima settimana): Le nuove e più recenti iniziative del MIM e la figura del Ministro Giuseppe Valditara: riflessioni. Come pensare al futuro dell'istituzione scolastica?


A) DIFETTI E LIMITI DELLA SCUOLA ITALIANA

LA SCUOLA ITALIANA RISPETTA I DIRITTI DEI RAGAZZINI?

Si tratta di una domanda piuttosto forte che mi sto ponendo in qualità di insegnante particolarmente dedita al proprio lavoro e sensibile al bene di ciascun alunno.

Dovrei un po' ridimensionare questo approccio decisamente passionale alla mia professione, perché questa settimana stavo per commettere una mancanza piuttosto grave in ambito personale: mi sono quasi dimenticata un appuntamento con Matthias di natura conviviale-culturale: cena e cineforum in una parrocchia di Verona Centro con il gruppo di capi Scout di cui il mio fidanzato fa parte.

Tuttavia ho i miei buoni motivi per formulare un pensiero del genere, soprattutto se penso alle situazioni che riguardano i posti su sostegno. 

Infatti, anche questo settore dell'insegnamento è caratterizzato dalla precarietà: secondo i dati forniti da "Scuola Giuseppe Moscati" nelle scuole secondarie i docenti da abilitare con TFA da qui fino al 2029 sono circa novantamila in tutta Italia e, nelle graduatorie come nelle istanze d'interpello, migliaia di candidati non possiedono, o comunque non hanno ancora acquisito, le competenze specifiche per svolgere in modo ottimale questo ruolo. 

Negli ultimissimi anni non mancano infatti i casi in cui un insegnante precario, laureato con titolo di studio comprendente i CFU abilitanti sul proprio settore disciplinare, decide di iscriversi anche alle graduatorie incrociate in modo tale da poter ottenere o un'annualità o una supplenza di alcuni mesi su un servizio a-specifico, abbastanza utile per progredire nella propria posizione prima del suo vero scopo: ottenere il ruolo sul proprio posto comune. 

In certi casi, questi docenti possono risultare davvero collaborativi con i colleghi delle discipline ordinarie e possono dimostrarsi delle figure molto coscienziose e attente sia alle difficoltà degli allievi il cui apprendimento è da sostenere o da rinforzare, sia alle dinamiche dei rapporti all'interno di una classe. Questo, ad esempio, è il modo di lavorare di un mio collega di sostegno (in realtà laureato magistrale in Storia Medievale e dunque teoricamente idoneo ad insegnare materie letterarie) di una mia classe prima.

Tuttavia, purtroppo per i ragazzi più fragili e più bisognosi, non tutti i supplenti di sostegno delle scuole medie e superiori si dimostrano motivati, svegli, capaci di relazioni con i ragazzi o comunque, sensibili a temi cruciali nel mondo della scuola quali l'integrazione, il supporto alla didattica con strumenti compensativi e le metodologie per rinforzare l'autostima degli studenti in piena fase di crescita. 

Nelle scuole primarie la situazione è ancora peggiore: per sopperire alla carenza cronica di maestri di sostegno in questi ultimi anni viene convocato chiunque da interpello, persino i laureati in Giurisprudenza, in Medicina Generale o in Architettura, che hanno studiato per acquisire conoscenze in campi professionali profondamente diversi. 

Io considero questo meccanismo una sorta di "disonestà etica" e di "inautenticità": è deleterio candidarsi per professioni per le quali non si possiedono né le competenze, né un vero interesse, né i titoli idonei per poter fare dell'insegnamento il proprio futuro. Questo significa considerare i bambini "un mezzo" per arrivare a fine mese, non una risorsa per un futuro migliore del presente! E che cacchio, permettetemi di essere dura ogni tanto!

Lavorare come docente di sostegno non dovrebbe essere un ripiego in attesa di un praticantato o di un Esame di Stato che assicuri la possibilità di lavorare come architetti oppure in attesa di decidere quale specialistica medica intraprendere.

Al limite, una possibilità di candidatura per questo posto, dovrebbe essere considerata un'occasione lavorativa, da parte di un laureato in Lingue, in Biologia, in Matematica, in uno strumento musicale o anche in Lettere, per acquisire una sorta di "formazione sul campo" relativa alle modalità più efficaci per far fronte sia alle tipologie di DSA sia alle difficoltà di attenzione, di concentrazione e di iper-attività (ADHD).

Per la scuola dell'infanzia so soltanto che, al momento, per sopperire alle carenze nelle GPS di candidati al sostegno, si stanno reclutando le studentesse delle facoltà di Scienze della Formazione Primaria che hanno acquisito almeno 150 CFU su 360 CFU. Anche queste, non ancora pienamente formate ma comunque incanalate in un probabile futuro per insegnare in alcuni gradi scolastici. 

Oltretutto, tristissimo per me è anche considerare, nella scuola secondaria di primo grado pubblica, il continuo susseguirsi di supplenti di sostegno nel corso di un solo anno scolastico, che prendono servizio e poi rinunciano o lasciano la cattedra da poco ottenuta per un incarico più lungo. Questo destabilizza un pre-adolescente e non gli garantisce il diritto di apprendere, con serenità e con un'unica metodologia coerente, gli argomenti affrontati per ogni disciplina.

Bambini e ragazzini hanno dei diritti. 

Certo, è vero, non tutti i diritti!

Ma non dovrebbe mai esser loro negato il diritto di vivere la scuola con serenità. 

La scuola la fanno gli insegnanti!!!!!!

I nostri ragazzi hanno quindi il diritto di conoscere, incontrare e rapportarsi nel loro percorso scolastico con docenti seri, responsabili, motivati, comprensivi e al contempo autorevoli, sia per qualche che concerne il sostegno sia per quel che riguarda tutte le materie.

I compiti e le responsabilità di un insegnante di sostegno sono inoltre fondamentali: anche se il suo primo dovere consiste nel dedicarsi alla relazione con gli alunni in difficoltà di apprendimento o, comunque, con i più problematici, è anch'egli l'insegnante dell'intera classe. Lo vedo in effetti come "il motivatore" che deve riconoscere le doti umane di tutti i componenti del gruppo classe e che è tenuto a richiamare gli allievi ad un'attenzione e ad un impegno costante durante le mattinate di lezione.

D'altronde, un po' tutti gli alunni e le alunne necessitano di sostegno e di supporto alla didattica. Una prova di ciò è la mia pagella scolastica durante il mio percorso alle scuole medie.

In matematica ho avuto per anni un blocco psicologico: la professoressa, con i suoi modi severissimi, metteva paura a me e a metà classe. 

Fortunatamente, avendo constatato i risultati, in media decisamente bassi, di molti di noi, a partire dal secondo quadrimestre, l'insegnante di sostegno della mia classe, che era validissima dal punto di vista umano, pensava ogni tanto a portarci in aula sostegno per rispiegare gli argomenti in maniera semplificata e, soprattutto, senza urli isterici e senza forme di terrorismo psicologico.

Ho un Q.I. che è sopra la media di un po' di punti ma il mio è un profilo cognitivo specifico, di tipo linguistico-verbale. 

Oltre a questo, aggiungete una forte emotività (le mie emozioni di malinconia e di rabbia qualche volta mi stancano fisicamente). Negli anni 2006-2009 la sigla BES non esisteva. 

Ora sì, e bisognerebbe prenderla sul serio! Infatti ho già seguito un ciclo di sette webinar che verteva sugli alunni Gifted, sui ragazzi con Q.I. oltre la media e anche sugli studenti altamente sensibili. Ne seguirò degli altri.

Come evitare l'accesso al mondo dell'insegnamento a chi non è sufficientemente motivato? 

A mio avviso, potrebbe essere abbastanza efficace l'iniziativa di assumere uno psicologo del lavoro in ogni Provveditorato, in modo tale che ogni aspirante docente su interpello e su seconde fasce di GPS si ritrovi a sostenere un colloquio, previo possesso della laurea magistrale sulla propria materia, prima di prendere eventualmente servizio in un istituto.

Oltre a ciò, tra gli esami dei percorsi accademici magistrali che consentono la possibilità di insegnare, bisognerebbe inserire un esame obbligatorio con la dicitura: "BES, DSA e ADHD: metodologie didattiche, educative e di inclusione all'interno del gruppo classe".

... perché io quest'anno, soprattutto nei mesi di ottobre e di novembre, ho combattuto con i mezzi di cui disponevo affinché nelle mie classi qualche ragazzino certificato con deficit di attenzione e con limiti relazionali non venisse più istigato e provocato dai compagni, altrimenti le mie ore di storia e di geografia sarebbero state sempre caratterizzate da un clima tossico e deleterio.

Grazie ragazzi! 😊


5 gennaio 2026

"La pecora e il lupo": favola sulla gratuità del perdono

 A) "LA PECORA E IL LUPO"- TESTO💥



B1) PERSONAGGI PRINCIPALI:

- La pecora: è la figura cardine della favola. All'inizio desidera raggiungere la grotta di Betlemme per partecipare alla gioia della nascita di Gesù. Tuttavia, subisce una dolorosa sottrazione: il suo agnellino viene rapito dal lupo. 

In seguito, la stella luminosa al di sopra della grotta la invita ad affrontare il dolore della perdita mettendo in atto un'intenzione altruistica.

Nell'ultima parte della favola, una volta giunta alla grotta di Betlemme, grazie alla luce e all'intervento di Maria, la pecora decide di riconciliarsi con il lupo.

-Il lupo è, nella prima parte della favola, legato al male e al furto.  

La sua azione poi viene re-interpretata come un desiderio di offrire qualcosa al Dio fattosi uomo.

-Maria: la si potrebbe definire una "mediatrice" dato che facilita la riconciliazione tra i due animali.

B2) Il significato del dono della lana:

Questo dono che la pecora porta alla grotta di Betlemme non implica soltanto una "concessione materiale".

Notate innanzitutto questo contrasto: i pastori raggiungono il luogo della nascita di Cristo con gioia, la pecora invece arriva alla meta portando dentro di sé il trauma della perdita.

La lana, da sempre, è un materiale che rimanda al calore. 

Portandola come dono, la pecora rivela una grande capacità di empatia dato che dona una parte di se stessa, riconosce la vulnerabilità del Verbo che si è fatto carne e non pretende affatto di ricevere qualcosa in cambio.

Oltre a ciò, è fondamentale riconoscere che la ricomparsa del piccolo agnello avviene dopo che la pecora ha dato un po' della propria lana. 

La volontà di prenderci cura degli altri porta quindi a riconoscere, accettare e accogliere le fragilità altrui.

C) BREVE RIFLESSIONE SULLA TEMATICA PRINCIPALE:

Il dolore può essere un'occasione di maturazione interiore che porta al perdono di chi ci ha ferito?

La scelta di perdonare può nascere anche dalle circostanze più dolorose?

Secondo questa favola sì: il perdono avviene dopo che la pecora ha compreso la motivazione del lupo.

Il Natale dovrebbe rinnovare il desiderio di "uscire da noi stessi" e l'intenzione di superare la sofferenza per lasciare spazio alla misericordia. 

Così si evita l'odio.

D) MT. 18, 21-35- Versione della CEI

Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: «Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette.
 A proposito, il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi. Incominciati i conti, gli fu presentato uno che gli era debitore di diecimila talenti. Non avendo però costui il denaro da restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, con i figli e con quanto possedeva, e saldasse così il debito. Allora quel servo, gettatosi a terra, lo supplicava: "Signore, abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa." Impietositosi del servo, il padrone lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò un altro servo come lui che gli doveva cento denari e, afferratolo, lo soffocava e diceva: "Paga quel che devi!" Il suo compagno, gettatosi a terra, lo supplicava dicendo: "Abbi pazienza con me e ti rifonderò il debito." Ma egli non volle esaudirlo, andò e lo fece gettare in carcere, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quel che accadeva, gli altri servi furono addolorati e andarono a riferire al loro padrone tutto l'accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell'uomo e gli disse: "Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perché mi hai pregato. Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?" E, sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non gli avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello».

Inevitabilmente, la favola qui riportata ed analizzata, mi ha richiamato alla mente la parabola del servo spietato nel Vangelo di Matteo.

Quel "settanta volte sette" è simbolico e rimanda all'amore incondizionato di Dio che noi dovremmo imitare. 

Eppure qui il servo, nonostante abbia ricevuto un perdono totale da parte del padrone (diecimila talenti erano una somma esorbitante), non è in grado di condonare un debito infinitamente più piccolo. Il servo spietato dunque non evolve interiormente ed è sordo alla richiesta di pazienza dell'altro servo.

Questa sua incapacità è causa, alla fine della parabola, della sua definitiva condanna.

Perdonare significa dimenticare oppure superare la sofferenza cercando di comprendere le esperienze e le motivazioni profonde altrui?

E) COLLEGAMENTO CON IL FILM "PARADISO AMARO":

I miei amici sul continente credono che solo perché abito alle Hawaii, io viva in paradiso. Come fossi in una vacanza permanente... Ma sono pazzi. Credono che siamo immuni alla vita.

Non è un film così recente, eppure questa storia, ambientata in una località delle Hawaii, si focalizza sul tema del perdono in una circostanza difficile e delicata: il protagonista Matt King, avvocato e proprietario terriero, si ritrova a dover affrontare il coma irreversibile della moglie Elisabeth, vittima di un grave incidente durante un allenamento di surf.


Oltre a ciò, Matt necessita di trovare una modalità efficace per interagire con le figlie in una circostanza così tragica, soprattutto con Alexandra, la figlia adolescente che cova rabbia nei confronti di entrambi i genitori, dal momento che rivela al padre, rimproverandolo oltretutto di essere troppo impegnato con lavoro e affari economici, un episodio di tradimento coniugale che lei stessa ha chiaramente visto pochi giorni prima dell'ultimo Natale.

Significativa è la parte del film nella quale Matt riesce a incontrare Brian, l'amante di Elisabeth: piuttosto sorprendente infatti è il punto in cui il protagonista riesce con successo a contenere la rabbia e ad evitare un sentimento di rancore nei confronti di quest'uomo.

Toccante è anche il momento in cui Julie, la moglie di Brian, si reca in ospedale per portare un mazzo di fiori ad Elisabeth, esprimendo solidarietà nei confronti di Matt e delle due figlie e dicendo, tra le lacrime, di voler perdonare la donna "che avrebbe voluto portarle via il marito"

Paradiso amaro è certamente un film sull'importanza dell'unità familiare che supera anche le ferite più dolorose. 

"Una famiglia è proprio come un arcipelago, sono parte di un tutt'uno, benchè separate e sole e sempre alla deriva, lentamente si allontanano" (...)

Matt non odierà mai la moglie nel corso del film, nonostante si senta ferito per il grave torto che lei gli ha fatto. 

Anzi, oltre a riconoscere le proprie mancanze negli ultimi anni di vita coniugale, rimprovera duramente la figlia Alexandra a seguito di un episodio in cui la ragazza si avvicina al letto della madre parlandole in maniera sprezzante e astiosa.

Il film si conclude con la morte di Elisabeth e, dopo che Matt e le figlie hanno disperso le sue ceneri nel Pacifico, riprendono lentamente a vivere, rinforzando il loro legame con gesti semplici ma significativi, come ad esempio stare tutti e tre sul divano davanti ad un docu-film sui pinguini.



3 gennaio 2026

"La pioggia di stelle": quanto è importante l'empatia nelle nostre vite?

1) GENEROSITÀ

La pioggia di stelle è una fiaba scritta dai fratelli tedeschi Jacob e Wilhem Grimm, autori anche della famosa fiaba Biancaneve e i sette nani.

In prima media è prevista una panoramica dei generi letterari tra cui anche la fiaba (teoricamente, li si dovrebbero affrontare tutti tranne l'horror, il giallo e l'autobiografia, rimandati all'anno successivo). 

A) "LA PIOGGIA DI STELLE"- TESTO:

C'era una volta una bambina, che non aveva più né babbo né mamma, ed era tanto povera, senza una stanza dove abitare né un lettino dove dormire; insomma, non aveva che gli abiti indosso e in mano un pezzetto di pane, che un'anima pietosa le aveva donato. Ma era buona e pia (=piena di fede). Siccome era abbandonata da tutti, vagabondò qua e là per i campi confidando nel buon Dio.
Un giorno incontrò un povero che disse: "Ah, dammi qualcosa da mangiare! Ho tanta fame!" Ella gli porse tutto il suo pezzetto di pane e disse: "Ti faccia bene!" e continuò la sua strada. Poi venne una bambina, che si lamentava e le disse: "Ho tanto freddo alla testa! Regalami qualcosa per coprirla." Ella si tolse il berretto e glielo diede. Dopo un po' ne venne un'altra, che non aveva indosso neanche un giubbotto e gelava; ella le diede il suo. E un po' più in là un'altra le chiese una gonnellina, ella le diede la sua. 

Alla fine giunse in un bosco e si era già fatto buio, arrivò un'altra bimba e le chiese una camicina; la buona fanciulla pensò: "
È notte fonda nessuno ti vede. Puoi ben dare la tua". Se la tolse e diede anche la camicia.
E mentre se ne stava là, senza più niente indosso, d'un tratto caddero le stelle dal cielo, ed erano tanti scudi lucenti e benché avesse dato via la sua camicina ecco che ella ne aveva una nuova, che era di finissimo lino. Vi mise dentro gli scudi e fu ricca per tutta la vita.
B) CARATTERISTICHE DELLA FIABA
Ho ragionato con i ragazzi a questo proposito.
-Il tempo non viene precisato. In questo genere letterario non esistono date né espliciti riferimenti ad epoche storiche! Molto frequente, come in questo caso, sono gli incipit caratterizzati dalla formula fissa c'era una volta.
-Come nelle favole, anche in questo genere i luoghi vengono menzionati ma non descritti né identificati dal punto di vista geografico: nelle fiabe non è importante soffermarsi sulla descrizione del luogo. Piuttosto, quel che conta è che cosa quel determinato ambiente, verosimile o fantastico, simboleggia.
-La protagonista, come tutti i personaggi principali delle fiabe, è molto positiva: buona, generosa e piena di fede.
-I personaggi possono essere realistici (esseri umani, nobili o poveri) ma anche fantastici (elfi, gnomi, fate e streghe). Nella favola invece sono quasi sempre animali.
-Lingua e stile nelle fiabe risultano indubbiamente semplici. Molti dialoghi, diversi discorsi diretti (come nelle favole di Esopo) e prevalenza del tempo indicativo imperfetto.
C) FIABA, FAVOLA E LEGGENDA: TRE GENERI A CONFRONTO
Questa è stata la mia risposta alla domanda intelligente di un alunno che mi chiedeva: "Quali differenze ci sono tra fiaba e leggenda?"
Avevo già affrontato la favola: prima ho esposto la storia del genere da Esopo a Rodari, poi ho riassunto, con esempi e presentazione PP, le caratteristiche del genere, infine ho dedicato alcuni minuti all'analisi di Zootropolis 1, un'anti-favola a mio avviso.
LEGGENDA= Racconto popolare di natura eroica o religiosa in cui i fatti che coinvolgono personaggi storici realmente esistiti risultano alterati dalla fantasia.
Un esempio è sicuramente la leggenda di San Bonifacio, qui riportata il 23 dicembre. 
Un secondo esempio è la leggenda relativa a San Sergio, ben raccontata in una delle didascalie esplicative nel Castello di San Giusto:
FIABA= Genere letterario che contiene elementi magici, inverosimili e include anche oggetti animati e creature non reali e soprannaturali tra i personaggi, i quali hanno ruoli "fissi": protagonista, aiutante, antagonista. È ben presente una netta divisione tra bene e male. Il lieto fine è la norma e non è prevista una morale.
FAVOLA= Genere letterario che consiste, soprattutto in epoca antica e medievale, in un solo episodio in cui spicca il coinvolgimento di animali pensanti e parlanti. Molto spesso, nell'episodio narrato da Esopo o da Fedro, gli animali sono due, qualche sporadica volta più di due, molto raramente uno. Lo scopo delle favole è trasmettere un insegnamento mediante una morale, solitamente collocata alla fine del testo.
D) RIFLESSIONE SULLE TEMATICHE: 
La fiaba "La pioggia di stelle" è fortemente legata al concetto di empatia (ἐν + πάθος- mettersi nei panni degli altri), dimostrata dal modo di agire della bambina che dona pane, giubbotto, gonnellina e camicia dato che vede il bisogno dell'altro più urgente del proprio.
La bambina senza nome, quindi, vive appieno il presente: le persone che incontra diventano opportunità per donare se stessa ed essere perciò generosa e altruista.
Vivere con altruismo ed empatia non ci rende dei vip di fama mondiale. Il bene non fa notizia. Il male invece sì, e lo sappiamo bene per le cronache che sentiamo e leggiamo ogni giorno: guerre civili, conflitti, tensioni politiche, povertà, dittature, estremismo religioso, diritti delle donne e dei bambini violati.
Eppure sarebbe proprio la generosità che ci renderebbe piccoli tasselli luminosi in grado di rendere l'umanità un'opera d'arte.
E) ALCUNI SIGNIFICATI: 
BOSCO= Rimanda alla mancanza di certezze: la bambina in quel punto del racconto è sola con se stessa. Possiede soltanto se stessa, la propria umanità.
STELLE= Riflettono la ricchezza interiore della protagonista. L'oro rimanda alla sua perfezione spirituale.