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23 maggio 2015

La morte di Domenico Maurantonio e la mia fortissima indignazione...


Circa due settimane fa, in un hotel di Milano, è accaduta una tragedia che ben conoscete: un ragazzo di 19 anni, che si trovava in gita scolastica, è precipitato da una finestra del quinto piano ed è praticamente morto sul colpo. Al momento della caduta indossava soltanto una maglietta. Ma perché è precipitato? Cosa è accaduto veramente quella notte? Che cosa i suoi compagni non vogliono dire agli inquirenti? Sono forse responsabili di un omicidio?! Queste sono tutte domande alle quali, per il momento, non c'è risposta. Anche se io mi auguro che la verità prima o poi venga a galla... i genitori del ragazzo hanno il diritto di sapere ciò che è accaduto al loro figlio.
Il padre del ragazzo ha ragione: Domenico non può essere morto così.

I giornali nazionali e i TG, fino all'altro ieri, hanno diffuso notizie false: che il ragazzo era ubriaco fradicio, che gli era stato dato un lassativo purgante, che un frequentatore dell'hotel lo aveva visto  precipitare dalla finestra... Ora che questi elementi sono stati tutti smentiti dalla precisione della scienza, mi infiamma un sentimento di rabbia... Ma perché i giornalisti, gli inviati e i conduttori dei TG si sono permessi di raccontare delle enormi bugie su una tragedia così grande? Avevano forse  intenzione di screditare la vittima agli occhi di tutti gli italiani??!
Ma possibile che nessuno pensi al terribile dolore dei genitori di Domenico?

E poi, altra notizia (ma questa volta veritiera!) che mi fa molto ma molto arrabbiare: la madre del ragazzo ha organizzato nei giorni scorsi una fiaccolata in onore del figlio e nessuno, dico nessuno dei suoi compagni e dei suoi insegnanti ha partecipato all'iniziativa!!!! Sconcertante, sconvolgente!!!! Davvero sconvolgente!!!!!! Ma che cattiveria!!!! Ma che cuori di ghiaccio!!!!! Ma quanta indifferenza!!!!! Ma i suoi compagni di classe cos'hanno da nascondere??!
Cavolo, è morto un ragazzo di 19 anni!!! Era un loro compagno, che ha condiviso con loro 5 anni di percorso scolastico, ma che soprattutto; era un essere umano come loro, capace di ridere, di piangere, di parlare, di abbracciare, di sorridere...
Domenico era un giovane al quale la vita è stata strappata troppo presto. Avrebbe potuto diventare un grande uomo, avrebbe potuto, negli anni futuri, realizzarsi in un particolare ambito professionale, avrebbe potuto costruirsi una bella famiglia, sarebbe potuto diventare una persona dotata di solidi valori etici... e invece, a mio avviso è morto due volte! Morto perché precipitato da un'alta finestra e morto anche a causa dell'indifferenza dei compagni e degli insegnanti, i quali si ostinano a non volerlo ricordare... e pensare che sarebbe stato bello riunirsi in chiesa tutti insieme, cantare, piangere, ricordare con parole e mazzi di fiori un amico....
Ma oramai io ho capito una cosa: tra i giovani della mia generazione la solidarietà non è praticata, o meglio, non è sentita...molti miei coetanei sono trincerati nel loro egoismo, nella loro insensibilità.
E io sono soltanto una rara eccezione... anzi, io sono troppo sensibile per poter vivere bene in un mondo caratterizzato dalla superficialità e dall'ingiustizia...

Fuori il tempo è grigio, come i pensieri che inondano il mio animo. Il delicato profumo del gelsomino non riesce proprio a rincuorarmi, anzi... mi ricorda tanto il sorriso di Gianmaria.
Aveva soltanto 17 anni... e la sua passione per la moto lo ha rovinato... Io so bene che non tutti i ragazzi e non tutti gli insegnanti della mia scuola hanno partecipato con spirito di solidarietà alla messa del trigesimo dalla morte... e questo mi ha molto ferita.
Ad ogni modo, anche se di fatto non l'ho mai conosciuto, anch'io posso dire di avere perso qualcosa, perché di tanto in tanto, i miei occhi incrociavano i suoi a scuola lo scorso anno... occhioni grandi e svegli. L'estate scorsa, dopo la maturità, mi era difficile pensare a tutto questo senza sprofondare in un mare di lacrime... Piangevo di nascosto dai miei familiari, seduta sotto l'ombra di uno degli ulivi che crescono nei campi attorno a casa mia. Mi sono tenuta dentro tutto il mio dispiacere e tutto il mio risentimento per diversi mesi.

Per quel che riguarda Domenico... chi sa il motivo per cui è accaduta questa tremenda disgrazia, parli, è suo dovere farlo!
Ma perché tutta questa indifferenza verso due genitori che hanno perso il loro unico figlio??!
Qualcuno dei miei lettori potrebbe spiegarmelo attraverso un commento sotto a questo post? Se lo facesse per davvero, gliene sarei grata per il resto dei miei giorni!!


22 maggio 2015

Pascoli e "l'impressionismo poetico":


Claude Monet, "Stagno con ninfee", 1900, olio su tela, Parigi, "Musée d'Orsay"
Sicuramente, durante il vostro percorso scolastico, avete avuto modo di conoscere i pittori impressionisti e alcune loro celebri opere. 



Forse potrebbe sembrarvi strano l'accostamento dell'aggettivo "poetico" al termine "impressionismo"...Eppure, se si leggono attentamente alcuni componimenti di Pascoli, ci si accorge della presenza di immagini fuggevoli, parziali, accostate attraverso un sistema sintattico basato sulla coordinazione. In certe poesie infatti, questo nostro grande poeta giustappone simultaneamente una serie di immagini visive e uditive; ciò accade ad esempio ne "Il temporale", ma anche in altre due liriche, ovvero, "Il lampo" e "Il tuono".
Prima però di analizzare i tre componimenti, vorrei delineare in modo abbastanza sintetico la sua poetica.

Innanzitutto è utile precisare che il tema più ricorrente in Pascoli è il mondo rurale, quindi, la natura. 
Nel corso della sua carriera letteraria, egli si è sempre posto l'obiettivo di mettersi in ascolto del battito del cuore della Natura per comprendere il suo oscuro linguaggio e le sue misteriose corrispondenze. Nelle sue poesie, Pascoli cerca di manifestare i suoi ideali, le sue sensazioni i suoi ricordi, ovvero: l'aspirazione alla purezza, il sogno, l'incombere della morte, la memoria di un'infanzia dolorosa (la prematura e improvvisa perdita del padre assassinato provoca nell'animo di questo poeta una ferita molto profonda, che il poeta non è mai riuscito a rimarginare).
Pascoli ci ha lasciato anche una testimonianza di dichiarazione poetica: si tratta del "fanciullino". Egli, in questo documento, sostiene che: "E' dentro di noi un fanciullino. (...). Quando noi cresciamo, egli resta piccolo; noi accendiamo negli occhi un nuovo desiderare ed egli vi tiene fissa la sua antica serena maraviglia; noi ingrossiamo e arrugginiamo la voce, ed egli fa sentire tuttavia e sempre il suo tinnulo squillo come di campanello. (...)" Il fanciullino è la capacità di osservare il mondo con stupore e meraviglia. Questa facoltà è dentro ognuno di noi, anche se nel poeta è una vera e propria inclinazione. Il fanciullino è in grado di provare paura, di sognare, di piangere e di ridere, di trovare relazioni originali tra le cose e di nominarle in modo evocativo.

Ecco le tre poesie che propongo (tratte da "Myricae"):

 IL TEMPORALE:


Un bubbolio lontano...

Rosseggia l'orizzonte,
come affocato, a mare;
nero di pece, a monte,
stracci di nubi chiare:
tra il nero un casolare:
un'ala di gabbiano.


Dunque, in questa lirica è evidente la convivenza tra sensazioni uditive e sensazioni visive.
Ogni volta che recito mentalmente questa poesia, penso al tramonto di un sole che, prima di scomparire all'orizzonte, dipinge nel cielo suggestive lingue di fuoco. I colori del tramonto si riflettono sulle acque del mare. Il cielo però non è sereno: vi sono molte nubi, alcune bianche, altre "nere", minacciose, che annunciano un violento temporale in arrivo.
Tre sono i colori che animano il componimento: il rosso, che indica la quiete di un tramonto sul mare, il nero, che indica il temporale, ma che è anche simbolo di angoscia e di dolore e il bianco, colore delle" nubi chiare". Alla fine del componimento, compare il casolare, elemento che allude al desiderio di rifugio e di protezione dalla malvagità del mondo esterno.



 IL LAMPO:


E cielo e terra si mostrò qual era:

la terra ansante, livida, in sussulto;
il cielo ingombro, tragico, disfatto:
bianca bianca nel tacito tumulto     
una casa apparì sparì d'un tratto;
come un occhio, che,largo,esterrefatto,
s'aprì si chiuse, nella notte nera. 


Questo invece è un notturno tempestoso, in cui la Natura, alterata e sconvolta, rivela nel chiarore del lampo tutto il male del mondo.
Il cielo e la terra sembrano addirittura un'unica entità: anziché scrivere "si mostrarono qual'erano", il poeta dice: "si mostrò qual'era"!  
La lirica presenta due climax: la Terra è ansante (= come se stesse respirando con affanno), livida (=plumbea), in sussulto (=inquieta); il cielo è ingombro (=di nuvole), tragico (=sconvolto), disfatto (=aggettivo che allude alla violenza del vento, che tenta di squarciare le nubi).
Il "tacito tumulto", ossimoro evidente con allitterazione della "t", è il momento che segue il lampo ma che precede il tuono. 
La casa che appare e sparisce nel giro di pochi secondi é simbolo della presenza umana. E' paragonata ad un occhio che si apre e si chiude di fronte ad una Natura violenta, che rivela un dolore incomprensibile. Tra l'altro, il colore bianco della casa è in contrasto sia con l'aspetto cromatico del cielo, sia con quello della Terra (plumbei e dunque violacei).



IL TUONO:

E nella notte nera come il nulla,
 

a un tratto, col fragor d'arduo dirupo
che frana, il tuono rimbombò di schianto:
rimbombò, rimbalzò, rotolò cupo,
e tacque, e poi rimareggiò rinfranto,
e poi vanì. Soave allora un canto
s'udì di madre, e il moto di una culla.


Questa poesia, lo dico sinceramente, è quella che mi piace di più delle altre due. 
Già, con l'allitterazione della "n" al primo verso, l'autore riesce a trasmettere al lettore un senso di inquietudine...  La notte è "nera come il nulla"; ovvero, è una notte senza stelle, rivelatrice di morte, in attesa del fragore del tuono. ( lo spazio bianco tra primo e secondo verso è stato creato per esprimere l'idea dell'attesa). 
Dal verso 2 al verso 6, Pascoli descrive gli effetti del tuono, attraverso l'introduzione di figure retoriche di suono come onomatopee, climax e allitterazioni.
Il tuono sopraggiunge improvvisamente e genera un rumore simile a quello di un burrone che, candendo, dà origine ad una frana. 
... poi però , il tuono tace, e, prima di svanire, genera una debole eco. 
L'ultima frase della poesia è confortante: il dolce canto di una madre cerca di calmare il pianto di un bimbo che giace in una culla, spaventato a causa della violenza della natura. Il canto della madre allude all'amore, sentimento che mitiga le sofferenze e l'angoscia.
L'ultimo verso di questo componimento mi ha ricordato un'altra breve lirica delle "Myricae", intitolata "Notte dolorosa":

 Si muove il cielo, tacito e lontano:

la terra dorme, e non la vuol destare;
dormono l'acque, i monti, le brughiere.
Ma no, ché sente sospirare il mare,
gemere sente le capanne nere:
v'è dentro un bimbo che non può dormire:
piange; e le stelle passano pian piano.
da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/poesie/poesie-d-autore/poesia-17742>

Anche qui Pascoli delinea un paesaggio notturno che non è sconvolto dal temporale: gli elementi della Terra dormono placidamente, soltanto le onde del mare "sospirano", infrangendosi rumorosamente contro dei probabili scogli.
Singolari le "capanne nere", e riconducibili a tre interpretazioni: Esse sono nere perchè il materiale con il quale sono state costruite è nero, oppure perché sono oscurate dal buio della notte, oppure perché (e questo è più probabile), evocano il dolore e la solitudine del bambino? Queste tre interpretazioni potrebbero però essere complementari...
Qui, al contrario del "Tuono", è assente l'elemento consolatorio: nessuna donna canta per rassicurare il bambino, che sembra abbandonato a se stesso... anzi, le stelle, incuranti del suo dolore, si muovono lentamente nel cielo.



14 maggio 2015

La disastrosa situazione che coinvolge il Sudan:


Localizzazione del Sudan
Ricordate quel post che avevo scritto più di due anni fa a proposito del Sudan? Ero molto contenta per il fatto che, grazie ai provvedimenti presi dall'Organizzazione Mondiale della Sanità, il territorio sudanese era stato dichiarato "territorio libero dalla poliomielite". 
Negli ultimi giorni però, ho letto su una rivista delle notizie sconcertanti su questo paese, che, a dire il vero, è uno dei più disastrati del mondo.
Stando a ciò che riferisce l'ONU, la situazione politica e sociale del Sudan è molto peggiorata negli ultimi mesi, al punto tale che ora la regione del Darfur è considerata "terreno fertile per l'islamismo radicale"...
E' una situazione piuttosto complessa, che cercherò di delineare nel miglior modo possibile. 
 
CARATTERI GENERALI DEL SUDAN:

Il Sudan è il paese più vasto del continente africano. A nord confina con l'Egitto, a ovest con il Ciad, a est con l'Eritrea e l'Etiopia e a sud con l'Uganda e con il Kenya.
Il paesaggio è molto variegato: a nord c'è il deserto, al centro la savana e a sud si estende la foresta equatoriale. Da anni il paese è retto da un governo di orientamento fondamentalista islamico.
In Sudan le potenzialità economiche non mancherebbero: oltre alle numerose piantagioni di arachidi, banane, ananas, cacao e sesamo, c'é anche una notevole quantità di petrolio. Tuttavia, la giovane popolazione sudanese, la cui età media è di 18,6 anni, soffre la fame dal momento che la stragrande maggioranza delle risorse alimentari e industriali di quello Stato si trova nelle mani delle multinazionali europee, le quali, indifferenti di fronte alla miseria nera degli abitanti, pensano soltanto a sfruttare i beni reperibili in quel territorio. Il PIL pro capite è di soli 1530 dollari l'anno.
Il tasso di mortalità infantile è spaventosamente alto, perché raggiunge il 66 per mille.
La capitale del Sudan è Khartoum, città caotica che presenta condizioni igieniche molto precarie. All'interno dello stato vi sono molte etnie, spesso in conflitto tra loro. Le lingue più parlate sono l'arabo, l'inglese e il nubiano (idioma africano).
Il Sudan ha ottenuto l'indipendenza dal Regno Unito nel 1956.

LA GUERRA CIVILE:

Da più di dieci anni ormai il Sudan
è sopraffatto da sanguinose guerre civili.
La gente del Darfur
Innanzitutto, bisogna menzionare la guerra civile tra gli arabi di religione islamica residenti a nord del paese e la componente cristiana che vive soprattutto a sud del paese. Questo conflitto interno era stato interrotto nel 2004 con la firma di un accordo di pace tra il governo islamico e i cristiani del sud. Non si deve però dimenticare che da alcuni anni, il potere politico nel Sudan del Nord è detenuto dal violento e malvagio dittatore Omar El-Bashir, molto ostile ai cristiani, sempre pronto a reprimere qualsiasi tipo di dissenso e incline a far giustiziare persino i presunti oppositori politici.
Nel 2003, è scoppiata anche la guerra nel Darfur, la regione occidentale dello Stato. Il conflitto in Darfur non si è mai del tutto sedato, nonostante la firma di due accordi di pace: uno ad Abuja in Nigeria nel 2006 e l'altro a Doha in Qatar, nel 2011. Negli ultimi mesi addirittura è addirittura divenuto più sanguinoso e più complesso. Questi gli schieramenti: da una parte ci sono le milizie islamiche paragovernative alleate con El-Bashir, chiamate "janjawid", dall'altra invece le milizie dell'opposizione alla dittatura, composte soprattutto dall'etnia gemir. Nelle ultime settimane, le milizie paragovernative supportate dal governo si sono prefisse di annientare entro la fine del 2015 l'etnia gemir. Secondo le notizie fornite dall'ONU, l'esercito favorevole ad El-Bashir sta provocando gravissimi danni alla regione del Darfur: incendia le abitazioni, ruba il bestiame, saccheggia i mercati... Oltre a ciò, sembra proprio che i janjawid stiano compiendo una vera e propria pulizia etnica contro i gemir: violentano le donne, uccidono i loro figli ancora bambini e massacrano tutti gli uomini e i ragazzi gemir che riescono a catturare: a dire il vero dapprima li deportano nel deserto e poi li massacrano a centinaia! Attuano più o meno le stesse crudeltà che hanno compiuto i Serbi ortodossi nei confronti dei Bosniaci musulmani nel 1995 a Srebrenica.
Perlomeno, l'obiettivo dei Serbi nel '95 era uguale a quello del popolo dei janjawid oggi: i janjawid islamici, avversi ai popoli di religione animista, mirano a stuprare le donne gemir non soltanto per affermare la loro superiorità ma anche per assicurarsi una discendenza etnico-biologica.
Per garantirsela, massacrano anche tutti i maschi gemir che hanno acquisito la capacità di generare. Essi infatti vorrebbero eliminare dalla faccia della Terra un'etnia da loro odiata e ritenuta indegna di esistere.
E' davvero una situazione terribile!

LE VIOLENZE A TABIT:

Tabit è un piccolo villaggio del Darfur. Qui, secondo l'associazione Human Rights Watch, tra il 30 ottobre e il 2 novembre 2014, i janjawid avrebbero stuprato pubblicamente circa 220 donne e avrebbero trucidato ben 194 uomini gemir di età compresa tra i 17 e i 36 anni. Naturalmente, il governo sudanese ha sempre negato questo episodio, che deve però essere considerato un crimine contro l'umanità. 

L'ONU riferisce anche che il governo di Khartoum intenderebbe fare del Darfur una base per le forze terroristiche provenienti dai paesi della regione, dal momento che l'esercito sudanese fondamentalista mira ad allearsi con le organizzazioni terroristiche presenti in Libia, in Mali e nel Niger.


IL SUDAN DIVISO IN DUE STATI:
Bambini in Sud Sudan

L'accordo di pace stipulato nel 2004 tra i cristiani del sud e i musulmani fondamentalisti del nord non ha migliorato i rapporti tra le due religioni e non ha garantito affatto il dialogo reciproco. Al contrario, ha provocato fermenti indipendentisti nella zona meridionale del paese. Inizialmente, El-Bashir ha tentato di soffocare nel sangue le rivolte del sud ma, nel 2011, grazie ad un accordo con il Movimento di Liberazione Popolare del Sudan, si è tenuto un referendum per la creazione di uno Stato indipendente dal nord. Il 9 luglio 2011, è stata dunque proclamata l'indipendenza del Sud-Sudan, cinquantaquattresimo stato africano. La situazione di questo nuovo stato è molto precaria: vi sono infatti contrasti latenti tra l'etnia nuer e l'etnia dinka. La democrazia è continuamente minacciata da tentativi di colpi di stato da parte di membri dell'etnia nuer ostili al Presidente dinka. Il Sud-Sudan è uno stato molto povero: le infrastrutture sono praticamente inesistenti, le strade sono tutte sterrate, la linea ferroviaria sta subendo negli ultimi mesi un processo di ristrutturazione grazie ai fondi delle Nazioni Unite.

Da quattro anni ormai esiste la separazione tra Sudan del Nord e Sudan del Sud.

... Ora che avete letto tutte le disgrazie qui denunciate, sicuramente starete pensando: "In molti stati africani la situazione è disastrosa. Ma noi cosa possiamo fare per quelle popolazioni?"
L'intento di questo post non è tanto un invito ad aderire a qualche organizzazione umanitaria o a qualche cooperativa di volontariato che si prefigge lo scopo di stare vicino ai popoli che vivono in condizioni di estrema miseria... Queste iniziative rientrano nei miei progetti di vita. Ma ora è meglio di no: sto ancora studiando, sto ampliando le mie conoscenze culturali. Magari fra qualche anno o subito dopo la laurea triennale. 
Dunque cosa posso/potete/possiamo fare per loro?! Sembrerà banale, ma dovremmo cercare di  apprezzare sia tutto ciò che abbiamo sia tutto ciò di cui possiamo godere, a cominciare dalla possibilità di mangiare più volte al giorno e di studiare.
Qui in Italia, studiare è un diritto. Laggiù in Africa, studiare è un privilegio che pochissime persone possono permettersi. Qui in Italia, un ragazzo di vent'anni di solito studia per cercare di costruirsi un futuro sereno e per soddisfare le sue aspirazioni. Laggiù in Africa, un ragazzo di vent'anni rischia di morire ogni giorno o a causa della fame, o a causa di gravi epidemie, o a causa delle guerre.
In Italia, i ragazzi della mia età impugnano penne e matite. In Africa, i ragazzi della mia età impugnano spesso i fucili e, sebbene siano molto giovani, sulla loro coscienza grava già la responsabilità di centinaia di morti. Spesso infatti sono costretti a fare i soldati.





6 maggio 2015

"Senza famiglia", Hector Malot:


Sono tornata, cari lettori! Vi ho piantati in asso per circa quindici giorni; ma non soltanto per motivi di studio accademico. Avevo deciso infatti di concedermi un breve periodo di pausa da questa mia attività online. (Non per vantarmi, ma vi assicuro che le recensioni dei film, i riassunti dei romanzi e la stesura di riflessioni personali richiedono un significativo sforzo mentale e intellettivo...)
Stasera vi propongo la recensione di "Senza famiglia" un capolavoro della letteratura francese che ha riscosso un notevole e meritato successo...


 TRAMA:
"Senza famiglia" è un romanzo scritto da Hector-Henry Malot, giornalista e scrittore francese vissuto nel XIX secolo.
Il protagonista è Remì, un bambino che vive a Chavanon, un povero villaggio della Francia centrale con "Mamma" Barberin, una contadina molto buona e protettiva.
"Fino agli otto anni ho creduto di avere anch'io, come gli altri bambini, una madre. Quando piangevo, una donna mi stringeva al suo petto cullandomi così dolcemente che le mie lacrime cessavano subito. (...) Per il modo con cui mi parlava, per le sue carezze, per la dolcezza che metteva anche se doveva sgridarmi, io credevo che fosse davvero mia madre."
Invece, all'età di otto anni, Remì scopre improvvisamente di essere un trovatello adottato e cresciuto dalla signora Barberin. Il signor Barberin è un carpentiere che lavora in città, sempre lontano da sua moglie e dal bambino adottato. Un giorno però, egli ritorna a Chavanon gravemente ferito a causa di un incidente di lavoro e, contro la volontà della sua consorte, decide di vendere Remì per quaranta franchi al signor Vitalis, un artista di strada e un ammaestratore di animali piuttosto anziano.
La separazione da "Mamma Barberin" causa un forte dolore nell'animo di Remì, il quale comunque gode, sin dall'inizio del romanzo, dell'affetto e della comprensione del signor Vitalis. Quest'ultimo infatti, più che un padrone, si rivela un ottimo compagno di viaggio, pieno di attenzioni verso il bambino, desideroso di insegnargli non soltanto a leggere e a scrivere, ma anche a suonare l'arpa. Remì dimostra molta intelligenza, apprende con facilità sia la lettura sia la musica e, con il resto della compagnia del signor Vitalis (formata in realtà da una scimmia chiamata Belcuore e da tre cani i cui nomi sono: Capi, Zerbino e Dolce) si impegna a dare spettacoli musicali e pantomime in giro per la Francia.
Il signor Vitalis dimostra la sua sincera benevolenza verso Remì, soprattutto quando, a Tolosa, lo difende dalle percosse di un poliziotto ostile ai musicanti di strada. Proprio per questo, Vitalis verrà condannato a due mesi di carcere. Rimasto solo, Remì giunge sulle rive della Loira dove scorge un battello sul quale navigano due inglesi: la signora Milligan con suo figlio Arthur, un bambino infermo e infelice. Remì allieterà Arthur con le sue canzoni, con i suoi brani musicali e con alcuni spettacoli teatrali eseguiti dai quattro animali. Remì si rivela un'ottima compagnia anche per la signora Milligan. Trascorsi due mesi però, il signor Vitalis, dopo aver ricevuto una lettera dalla signora Milligan, giunge verso la Loira per riprendere con sé il bambino, che si separa malvolentieri dai due inglesi.
A causa del rigido inverno, muore la scimmia Belcuore e due dei tre cani vengono azzannati dai lupi. Da questo punto in avanti del libro, il lettore si accorge del cambiamento dello stato d'animo di Vitalis il quale diviene triste e stanco, mentre, prima che i suoi animali morissero, appariva come un individuo energico e scherzoso.
Remì, il cane Capi e Vitalis giungono a Parigi, luogo in cui quest'ultimo vuole consegnare Remì al signor Garofoli per qualche settimana. Una volta entrato nella squallida dimora del signor Garofoli, Remì conosce Mattia, un bambino italiano, orfano di padre e separato dalla madre. Mattia vive in condizioni miserabili al servizio del signor Garofoli, suo zio. Tra i due bambini si instaura subito un  rapporto di fine complicità, al punto tale che io ho pensato addirittura: "Alla fine del libro scoprirò che questi due ragazzini sono figli degli stessi genitori". Mattia infatti si confida con Remì e gli racconta tutti i maltrattamenti che è costretto a sopportare(frustate e bastonate).
E così, dopo aver assistito alle terribili punizioni che Garofoli riserva ai ragazzi che sono al suo servizio, Vitalis decide di non affidare Remì a Garofoli.
I due allora si ritrovano a vagabondare da soli, nel gelo dell'inverno.
... Purtroppo anche Vitalis muore di freddo. Alla morte di Vitalis, Remì scopre la vera identità del suo compagno di viaggio: il suo vero nome era Carlo Balzani e da giovane era stato un famoso cantante napoletano. Remì allora si ritrova completamente solo al mondo, con un cane molto fedele al suo fianco e con un'arpa a tracolla. Dopo un po' di tempo, il nostro protagonista incontra nuovamente Mattia, il quale gli riferisce che il signor Garofoli è stato condotto in carcere per omicidio.

 Dunque, Remì è solo e appunto, senza famiglia, Mattia è lontano dalla sua terra natale e finalmente libero da un padrone violento e cattivo. I due ragazzini formano così una piccola compagnia di musicanti: Remì con l'arpa e Mattia con il violino. Decidono di tornare a Chavanon da Mamma Barberin. Una volta giunti al villaggio, la contadina dice a Remì che suo marito si trova a Parigi per rintracciare i suoi veri genitori. Mattia e Remì ripartono nuovamente per Parigi, dove vengono accolti da due legali. I due avvocati informano Remì della morte del signor Barberin e gli rivelano però che i suoi genitori sono inglesi.
Dopo molte altre travagliate avventure, Remì si ricongiunge con la sua vera madre, la signora Milligan, e anche con il suo vero fratello, cioè Arthur.
Il romanzo ha un finale molto lieto: Remì diviene un uomo colto, ricco e felicemente sposato. In seguito al ritrovamento del fratello maggiore, Arthur diviene un ragazzo robusto e solare. Mattia invece approfondisce gli studi musicali, diventando un violinista di fama internazionale.


REMI' E MATTIA:

La seconda parte di questo post è dedicata ad una riflessione approfondita sui due personaggi principali della storia.
Il cartone animato di alcuni anni fa
Remì è il protagonista della storia. E' un bambino molto sensibile, molto generoso, assetato di giustizia, perfettamente capace di distinguere il bene dal male. Mi ricorda un po' il carattere del personaggio di David Copperfield di Dickens. In effetti, alla fine del romanzo si può dire che c'é qualche somiglianza tra i due: innanzitutto le origini inglesi! E poi, le personalità degli adulti che li circondano: la madre di David era buona e dolce come la signora Milligan e anche come Mamma Barberin, il patrigno invece, di cognome Murdstone, era duro, avaro e privo di tatto, esattamente come il signor Barberin. Ad ogni modo, durante il romanzo Remì soffre molto per la mancanza di una vera e propria famiglia. Sebbene sia rispettato e amato dal signor Vitalis, è un bambino triste, che prova una profonda nostalgia dei tempi felici in cui poteva rifugiarsi tra le braccia di Mamma Barberin e dormire accanto a lei. Inoltre, Remì può godere soltanto della compagnia di un anziano signore e di tre animali. E questo non è l'ideale per un bambino, che dovrebbe invece andare a scuola, instaurare rapporti di amicizia con i compagni di classe, confrontarsi con loro, giocare con loro, abitare con i suoi genitori in una dimora fissa, dormire in un letto caldo e accogliente e non all'aperto.

Mattia è il deuteragonista di questa vicenda, o meglio, lo si potrebbe tranquillamente definire il co-protagonista. Io l'ho soprannominato il bambino prodigio. Mattia infatti suona con molta disinvoltura tre strumenti: il violino, il flauto e il corno. Inoltre, parla con scioltezza sia il francese sia l'inglese. Se prima ho paragonato Remì a Copperfield, ora potrei tranquillamente confrontare Mattia con Oliver Twist! Mattia subisce molti maltrattamenti da parte di Garofoli, il terribile zio che lo picchia quotidianamente. Anche Oliver Twist è umiliato, picchiato e insultato sia dalla direttrice dell'orfanotrofio, sia dagli adulti della parrocchia a cui viene successivamente affidato. Malgrado ciò però, sia Mattia sia Oliver si mantengono buoni, dolci, puri d'animo... Anche se sono circondati dall'ingiustizia e dalla cattiveria, entrambi conservano la loro grande forza morale. Mattia è un po' più piccolo di Remì, ma, nonostante questo, ha la maturità di un adulto. E' il primo a capire che Remì è figlio della signora Milligan. Ed è l'amico più sincero che si possa mai desiderare. 
Mattia e Remì coltivano il loro profondo rapporto di amicizia anche da adulti.

 CONCLUSIONI FINALI:

Vi ricordo che qui ho svolto un riassunto dei contenuti di quest'opera letteraria.
Ho infatti omesso diversi avvenimenti e molti altri personaggi.
L'intera vicenda è molto lunga perché si sviluppa nel corso di alcuni anni: all'inizio del romanzo Remì è un bambino di otto anni, alla fine invece ne ha quasi quattordici. E, da quanto è possibile comprendere, Mattia dovrebbe essere di circa un anno più giovane del protagonista.
"Senza famiglia" è un classico per bambini, ma, a mio avviso, anche per adulti... 
La lettura di questo libro mi ha infuso un po' di ottimismo e non soltanto per il lieto fine: in fin dei conti, l'unico personaggio davvero cattivo è Garofoli... abbastanza negativo è anche il signor Barberin. Ma per il resto, Malot delinea adulti compassionevoli e solidali verso Remì e Mattia.




20 aprile 2015

"Le notti bianche", Fedor Dostoevskij e la psicologia del "sognatore":


Un altro romanzo di Dostoevskij che merita di essere letto...
 Pubblicato per la prima volta nel 1848, "Le notti bianche" ha affascinato alcuni registi come il famoso Luchino Visconti, il quale realizzò l'omonimo film nel 1957. 


"Era una notte incantevole, una di quelle notti che succedono solo se si è giovani, gentile lettore. Il cielo era stellato, sfavillante, tanto che, dopo averlo contemplato, ci si chiedeva involontariamente se sotto un cielo simile potessero vivere uomini irascibili e irosi. Parlando di vari signori irascibili e irosi, non posso non ricordare il mio comportamento durante tutto quel giorno."

Il romanzo inizia con questi pensieri, formulati dal protagonista-narratore, un giovane sognatore di 26 anni, solo al mondo, senza familiari né amici.
Istintivamente, quando ho letto queste frasi, ho pensato alla conclusione della poesia "X Agosto", scritta da Pascoli: "E tu, Cielo, dall'alto dei mondi/sereni, infinito, immortale/Oh! d'un pianto di stelle lo inondi/quest'atomo opaco del Male!"
In questa poesia, oltre a ricordare la morte violenta di suo padre, Giovanni Pascoli presenta una concezione dell'umanità decisamente negativa, piuttosto simile a quella che coltivò Dostoevskij.
In quest'ultima strofa della poesia, egli ammira ed esalta la bellezza del cielo notturno, sereno ma al contempo "infinito" e quindi misterioso, dal momento che gli uomini non possono concepire la sua immensità. Però, immagina anche che le stelle si accorgano del dolore e della sofferenza che caratterizzano il mondo, delineato qui con i termini di "atomo opaco"... Opaco sia in senso scientifico-astronomico, ovvero, "corpo che non dotato di luce propria", sia in senso letterario-morale, e quindi :"non illuminato dal bene".
Anche in questo componimento di Pascoli dunque, c'é una contrapposizione tra un cielo sereno ("mondi sereni" significa proprio: "cielo pieno di stelle brillanti") e un mondo oscuro, triste e violento, pervaso quindi dal male.


La narrazione continua così: "Fin dal mattino un'improvvisa angoscia cominciò a tormentarmi. Ad un tratto ebbi l'impressione che tutti volessero abbandonarmi e allontanarsi da me. Certamente ognuno si sentirà in diritto di domandarmi chi fossero tutti costoro, perché abito ormai da otto anni a Pietroburgo e non sono riuscito a fare quasi nessuna conoscenza. Ma che senso hanno le conoscenze? Anche senza di esse conosco tutta Pietroburgo: ecco perché ebbi l'impressione di essere abbandonato da tutti quando tutta Pietroburgo spiegò le ali e se ne andò improvvisamente in campagna. Fu una sensazione terribile rimanere da solo e, in preda a un profondo sconforto, vagai tre giorni interi per la città, senza capire minimamente cosa mi capitasse. (...) Loro non mi conoscono, io invece li conosco tutti intimamente: ho quasi imparato a distinguere le loro fisionomie, contento quando sono allegri e rattristato alla vista dei loro turbamenti. "
Il racconto è ambientato nel mese di giugno, all'inizio dell'estate, ovvero nel periodo in cui molti pietroburghesi si trasferiscono nelle zone di campagna per alcune settimane, per trascorrere un periodo di tranquillità e di riposo, lontano dagli affari cittadini. 
Proprio in questo punto, è possibile notare la profonda capacità di empatia del protagonista: pur non conoscendo nessuno, egli è in grado di osservare attentamente le persone che incontra per le strade della città ed ha imparato a leggere bene la loro mimica facciale. Tuttavia, il sognatore non comprende soltanto il loro stato d'animo, ma si rallegra o si rattrista non appena ha letto la loro espressione. Di solito, le persone particolarmente riflessive sanno interpretare gli sguardi altrui e talvolta ne intuiscono persino i pensieri...
Ad ogni modo, vi è mai capitato di camminare per le vie del vostro paese o della vostra città e di rimanere colpiti dal volto di alcune persone che però non conoscete, da certe espressioni di dolore o  da certi sorrisi particolarmente luminosi? Vi è mai capitato poi di immaginare il motivo della loro gioia o della loro malinconia? A me è successo diverse volte... 

Comunque, il protagonista rimane quasi solo a San Pietroburgo, dove ammira lo spettacolo delle "notti bianche"...
Nel mese di giugno si verificano fenomeni particolarmente suggestivi nella Russia settentrionale: la luce del giorno dura moltissimo; il sole tramonta verso mezzanotte per sorgere poco dopo le 3 del mattino. In una di queste notti, passeggiando lungo le rive del fiume che attraversa San Pietroburgo, il sognatore incontra una ragazza.

... dal film: "Le notti bianche" di L. Visconti

Da quel momento, inizia una profonda relazione tra i due giovani; un rapporto molto particolare, che è sicuramente più di un'amicizia ma che non può essere definito come un'appassionata relazione d'amore. Tuttavia i due personaggi dialogano volentieri raccontandosi le loro vicende passate e condividendo i loro stati d'animo...

Il sognatore scopre che la ragazza si chiama Nasten'ka, ha 17 anni, è orfana e vive alla periferia di Pietroburgo con una vecchia nonna cieca la quale esercita un controllo ossessivo sulla nipote, appuntando con uno spillo il suo vestito con quello della ragazza. 
Nasten'ka è ufficialmente fidanzata con un inquilino della nonna, che le aveva chiesto di attendere un anno prima del matrimonio, periodo in cui egli avrebbe cercato di migliorare la sua condizione di povertà. Trascorso l'anno, Nasten'ka gli invia una lettera, fissando un incontro sulle rive del fiume. 
Ma, invece del giovane inquilino, la ragazza incontra e conosce il protagonista del romanzo.
Il rapporto tra Nasten'ka e il protagonista del racconto dura quattro notti... La quarta notte, compare il fidanzato della ragazza: "(...) In quel momento passò vicino a noi un giovane. Egli si fermò improvvisamente, ci guardò con attenzione e poi fece di nuovo qualche passo:"Nasten'ka, sei tu!" Dio che grido! Come sussultò! Come si divincolò dalle mie mani per corrergli incontro!... Io stavo fermo a guardarli, più morto che vivo. Gli strinse la mano e si gettò tra le sue braccia, poi corse di nuovo verso di me, mi si fermò vicino, veloce come il vento, come il lampo e, prima ancora che io potessi riprendermi, mi abbracciò con tutt'e due le mani e mi baciò forte, con passione. Poi, senza dire una parola, si gettò di nuovo verso di lui, lo prese per mano e lo trascinò dietro di sé."

Per il sognatore, la storia ha un esito triste: egli si era illuso di poter costruire, con il passare del tempo, un rapporto d'amore con Nasten'ka... ma dopo che lei ritrova il suo vero amore, non gli resta che rifugiarsi di nuovo nei suoi sogni, con gli occhi pieni di lacrime per non aver potuto vivere pienamente una relazione sentimentale...
Quest'opera di Dostoevskij mette in evidenza il fatto che le relazioni umane sono molto importanti nella vita di ogni uomo, e che esse possono essere sia motivo di gioia e di soddisfazione sia motivo di angoscia e di delusione. 

Lo scrittore inoltre presenta in modo piuttosto ambiguo la condizione del "sognatore", ovvero dell'uomo solitario che passeggia per le vie della città e non instaura rapporti con quelli che incontra...
Indubbiamente c'é qualche aspetto positivo nella vita dei sognatori... i sognatori si concedono il lusso di ritagliarsi nella quotidianità degli spazi per fantasticare sulla propria esistenza, riflettono molto, la loro capacità di introspezione è così sviluppata che per loro è facile entrare in sintonia con gli altri senza bisogno di un dialogo verbale...
Però è anche vero che i sognatori sono degli "isolati", degli emarginati, degli incompresi che godono di pochissime relazioni sincere... Si dimostrano impacciati e insicuri quando si avvicinano alle persone; e questo perché temono l'eventuale giudizio negativo che gli altri potrebbero avere su di loro.
I sognatori sanno bene che il loro carattere originale e pittoresco li rende un po' "strani" agli occhi di molti.





11 aprile 2015

Il mio nome è Khan... e non sono un terrorista

Circa una settimana fa, gli Jiadisti provenienti dalla Somalia si sono diretti in Kenya nel collegio universitario di Garissa, dove hanno massacrato ben 147 studenti. Alcuni giovani cadaveri sono stati decapitati.
Il 7 gennaio 2015 è avvenuto un violento attacco terroristico a Parigi, presso la sede del "Charlie Hebdo", giornale satirico francese che pochi giorni prima aveva pubblicato vignette irriverenti verso la religione musulmana. Gli attentatori si sono dichiarati affiliati di Al-Quaeda.
Nell'estate 2014, nella zona del Medio Oriente, quattro giornalisti occidentali sono stati decapitati da alcuni membri della Jiad.

Ora voi lettori vi state probabilmente chiedendo: quale legame può esserci tra questi drammatici episodi e l'avvincente film "Il mio nome è Khan", citato nel titolo di questo post? Cercherò di spiegarlo.

TRAMA DEL FILM:


Il protagonista della storia è Rizwan Khan, un giovane musulmano affetto dalla Sindrome di Asperger.
Gli individui affetti dalla Sindrome di Asperger hanno un quoziente intellettivo che supera di gran lunga la norma (la norma è 110, loro possono arrivare anche a 225!). Nonostante ciò, manifestano comportamenti ripetitivi e stereotipati, temono il contatto fisico e hanno scarsa empatia, cosa che li rende incapaci di relazionarsi con gli altri. Però non ho mai pensato che questi soggetti siano persone cattive. Indubbiamente sono molto strani, ma questo non è un buon motivo per denigrarli o per deriderli. Sono convinta anche di una cosa: l'amore e la fiducia degli altri potrebbero stimolarli nelle interazioni sociali. O almeno, costituirebbero un aiuto significativo per loro! Indubbiamente Rizwan prova dei sentimenti; il punto è che fa fatica ad esprimerli.
In un certo senso, una persona così mi fa tenerezza.

Rizwan è cresciuto a Mumbai in India con una madre molto premurosa e durante l'adolescenza ha imparato molto bene a riparare guasti meccanici.
E' molto importante qui citare una frase che sua madre gli dice più o meno all'inizio del film:"Ricordati sempre una cosa: al mondo esistono due categorie di persone; quelle buone che fanno cose buone e quelle cattive che fanno cose cattive. Questa è l'unica differenza che esiste tra le persone."
Questa frase riassume il messaggio che quest'opera cinematografica vuole trasmettere: i pregiudizi e la diffidenza nei confronti del diverso generano rancore, ingiustizie e violenza. E' insensato classificare e discriminare le persone in base al colore della loro pelle, in base alla loro cultura o alla loro religione. Questi tipi di classificazione spesso hanno portato a eventi storici tragici: a genocidi, persecuzioni, segregazioni.
L'unica cosa che è possibile affermare è che esistono sia i buoni sia i cattivi...gli uni, con le loro azioni generose, cercano di rendere migliore il mondo; gli altri invece, con la loro rabbia seminano l'odio.

Comunque, una volta divenuto adulto, Rizwan si trasferisce a San Francisco negli Stati Uniti.
In questa città, egli trova lavoro come rappresentante di prodotti cosmetici e incontra la bellissima e dolcissima Mandira, giovane donna di origini indiane, madre di Samir, un bambino molto sveglio ed estroverso. Tra Rizwan e Samir si instaura subito un rapporto profondo, fatto di complicità.
Samir è il mio personaggio preferito. Secondo me ha un ottimo carattere: ammirevole il fatto che non manifesta alcun sentimento di gelosia nei confronti di Rizwan, nemmeno quando quest'ultimo diventa il marito di sua madre. Samir ha soltanto 6 anni quando avviene il matrimonio tra Mandira e Rizwan, il quale dà il suo cognome al bambino.
Passano alcuni anni caratterizzati da felicità, serenità, risate, solidi legami di amicizia... 
Rizwan prova per davvero un sentimento di affetto verso Mandira e, con il passare del tempo, si affeziona sempre più a Samir.

Poi però, la loro vita viene sconvolta dapprima dall'attentato alle Torri gemelle, l'11 settembre 2001; e poi dalla morte di Mark, un loro amico che era stato inviato come generale militare in Afghanistan.
L'episodio dell'11 settembre, organizzato e realizzato da gruppi di terroristi membri di Al-Quaeda, ha provocato nella popolazione americana sentimenti di rabbia e di avversione nei confronti dei musulmani. 
La rabbia e l'avversione possono sfociare nel razzismo... Samir diviene vittima di derisioni e di umiliazioni da parte dei compagni di scuola, fino al giorno in cui alcuni ragazzi poco più grandi lo massacrano di botte... 
L'omicidio di Samir è il punto cruciale del film: Mandira, disperata come può esserlo soltanto una madre che ha perso una parte di se stessa, ovvero suo figlio, dice a Rizwan: " Siamo stati noi ad ucciderlo! E' tutta colpa mia, se non ti avessi sposato Samir sarebbe ancora vivo (...) Samir ti voleva bene. Che differenza poteva fare un cognome? Qual'era il problema se mio figlio si chiamava Khan? E invece mi sbagliavo!! Fa differenza!! Fa un'enorme differenza!! Sam è morto perché si chiamava Khan! Mio figlio è stato ucciso solo perché aveva il tuo cognome!!  (...) Vai!! Vai via adesso, sparisci dalla mia vita! Perché non vai a dire a tutti che non sei un terrorista??! Dillo a tutta l'America! Perché non provi a dirlo al Presidente degli Stati Uniti?"

Samir non era figlio di un terrorista musulmano. Era soltanto un ragazzino di 13 anni quando è morto.
Un ragazzino ingenuo, vivace, simpatico, aperto, solare... con il sorriso luminoso come quello di sua madre. Un sorriso che non potrà mai più rischiarare la faccia della Terra. Samir è morto a causa del razzismo... Che senso aveva picchiare a morte un ragazzino che non faceva assolutamente nulla di male? E' assurdo morire a 13 anni a causa di un pestaggio. E' assurdo morire a 13 anni perché il tuo patrigno è musulmano e perché tu porti il suo cognome.
Mi ha profondamente colpita il fatto che il migliore amico di Samir, unico testimone oculare  dell'omicidio, pieno di paura per le minacce che gli aggressori di Samir gli rivolgono, si chiude nel silenzio per molti mesi, non rivelando dunque né a Mandira né alla polizia la verità sulla morte del ragazzino.

Rizwan dice: "Secondo la polizia, Samir è stato ucciso perché era musulmano. Ma non è una brutta cosa essere musulmani." 
Nemmeno per me è una brutta cosa essere musulmani, Rizwan. Per me e per te questa non è una brutta cosa. Ma per i razzisti, per gli ignoranti che perdono il loro tempo a generalizzare alcune categorie di persone, per i giovani criminali che prendono a calci un ragazzino purtroppo lo è...
Al mondo non esistono soltanto i fondamentalisti, i violenti convinti che Allah voglia la morte "degli infedeli", ovvero, dei cristiani. Ci sono anche i musulmani veramente devoti ad Allah, rispettosi, generosi, disposti a convivere e a dialogare con i fedeli di altre religioni. 

Anche episodi come la decapitazione di quattro gionalisti occidentali e il massacro alla sede del "Charlie Hebdo" possono generare sentimenti di sospetto e di odio  verso i musulmani.
E purtroppo può accadere che alla violenza si aggiunga altra violenza.
E' necessario invece accantonare i pregiudizi e l'odio, se si vuole costruire un mondo migliore basato sulla tolleranza e sul rispetto reciproco. E' assurdo, è veramente assurdo e insensato che qualcuno muoia in modo violento a causa delle sue origini o della sua religione!!
E' divenuto famoso lo slogan pronunciato dai cittadini francesi per le vie di Parigi: "Je suis Charlie", finalizzato a difendere la libertà di stampa e di espressione. Anche qui, io mi chiedo: è lecito difendere la libertà di stampa e di espressione quando si insulta pesantemente una religione? Sia chiaro: non difendo assolutamente i terroristi, sto solo dicendo che noi abbiamo il diritto di contestare alcuni aspetti dell'Islam ma non dobbiamo assolutamente permetterci di offendere i musulmani con vignette satiriche dissacranti su Maometto. La critica è una cosa, l'insulto è un'altra.
A me non fa per niente ridere una vignetta che dice: "Le Coran c'est de la merde", ovvero, "Il Corano è una merda".
A mio modesto avviso, i musulmani contrari al terrorismo sarebbero dovuti scendere nelle piazze parigine qualche mese fa con cartelli che avrebbero potuto portare la scritta: "Il mio nome è (...) e non sono un terrorista". I musulmani moderati, di fronte a questi episodi, dovrebbero alzare la voce e far sentire la loro presenza attraverso manifestazioni pacifiche e profondamente contrarie alla violenza.



LA FINE DEL FILM:

Mandira viene a conoscenza della verità sull'omicidio del figlio; gli assassini di Samir vengono arrestati e condotti in carcere in manette davanti ai suoi occhi. 
Magra soddisfazione secondo me povera lei... E' vero che ha avuto giustizia, ma l'arresto dei responsabili dell'assassinio non potrà mai restituirle il figlio, perduto per sempre.

Khan incontra per davvero il Presidente degli Stati Uniti, dopo un lungo viaggio e dopo molte avventure. Mi ha commosso il punto in cui Rizwan mostra al Presidente una fotografia di Samir, dicendo: "Era mio figlio. Si chiamava Samir e non era un terrorista."
Rizwan e Mandira si riconciliano poco prima di incontrare il Presidente.


"WE SHALL OVERCOME, SOME DAY!"


E' una celeberrima canzone attribuita alla mitica Joan Baez. Questo brano è divenuto un inno contro la guerra ed è citato e cantato più volte all'interno del film. 
"We shall overcome" è la canzone preferita di Mandira.
E' un inno alla fratellanza e alla solidarietà fra tutti i popoli del mondo.

A me piacciono moltissimo sia la melodia sia il significato delle parole... soprattutto la strofa che fa:
"We'll walk hand in hand,
 We'll walk hand in hand,
 We'll walk hand in hand, some day.
 Oh, deep in my heart, I do believe"




5 aprile 2015

La Pasqua rinnova i cuori:



"Risurrezione", Giotto
Questo post è un'ulteriore riflessione sulla Pasqua.
Ecco i pensieri che attraversano la mia mente e le sensazioni che pervadono il mio animo:

Mi affaccio alla finestra e osservo la campagna che circonda la mia casa... Dense nuvole grigie coprono l'azzurro intenso del cielo. Di tanto in tanto, un raggio di sole porta il suo affettuoso saluto alle prime gemme che nascono sui rami degli alberi.
Nell'aria si diffonde la gioiosa melodia del vento. Contemplo il viaggio delle rondini verso orizzonti lontani. Ultimamente, nelle rondini vedo me stessa! La mia vita è un viaggio verso il futuro, ovvero, verso l'ignoto... Nel mio cuore dimorano mille speranze. La mia mente è ormai un prato gremito di progetti...
A 19 anni provi sia gioia sia angoscia di fronte a ciò che non puoi conoscere in anticipo.
A 19 anni però cominci a capire che, per cercare di raggiungere la felicità, devi sforzarti di trasformare i tuoi sogni in progetti. E certamente sei consapevole del fatto che coronare un sogno comporta tempo, fatiche e sacrifici...
A 19 anni ormai è giunto il momento di uscire dalla dimensione adolescenziale, caratterizzata da sentimenti instabili e da sogni impalpabili...
Adoro una delle ultime canzoni di Ligabue, che dice: "Sono sempre i sogni a dare forma al mondo, sono sempre i sogni a fare la realtà"(...)
I sogni di noi giovani danno forma al mondo, nel senso che lo rendono meraviglioso! I sogni sono fiamme ardenti che possono vincere le tenebre dell'odio.
Però i sogni fanno la realtà soltanto se le persone che li coltivano sono disposte a metterci il loro impegno nel realizzarli.
Ricordo che, circa tre anni fa, ho conosciuto tramite i miei genitori un medico-dentista bergamasco.
Un uomo molto originale, piuttosto schietto e sagace. Una cosa soprattutto ricordo di quell'incontro:
la sua frase apparentemente banale ma in realtà molto profonda: "Ragazzina, diventa ciò che sei!"
Le persone divengono ciò che sono soltanto se comprendono ciò che vogliono veramente...
Ovvio che, per realizzare i propri progetti di vita, sono necessarie la tenacia e la determinazione.
Ovvio che, per progettare il futuro, bisogna amare la vita anche nelle sue contraddizioni e nei suoi imprevisti.

La Veglia di ieri sera è stata stupenda: vorrei che tutte le messe dell'anno fossero così solenni! Mi piace sempre moltissimo il momento in cui noi fedeli entriamo in chiesa con una candela accesa tra le mani, mentre la corale inizia a cantare il preconio pasquale.
Durante la celebrazione è stato letto anche un brano preso dal libro del profeta Ezechiele... di questa lettura, mi sono rimaste impresse nella mente le frasi: "Così dice il Signore Dio: (...) Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo; toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne."
E' vero che i profeti sono vissuti qualche decennio o qualche secolo prima dell'anno zero, ma questa frase mi ha fatto pensare proprio alla figura di Gesù: Dio ha voluto sacrificare il Suo Unico Figlio per donare una speranza di redenzione all'Umanità. 
Gesù Cristo, quando era in mezzo agli uomini, attraverso le sue parabole, le sue predicazioni, le sue azioni e i suoi miracoli ha cercato di indicare agli uomini uno stile di vita basato sulla carità fraterna, sull'umiltà e sul perdono. E ha subìto critiche pesanti, insulti, schiaffi e derisioni. Morendo in croce ha perdonato la cattiveria e la stoltezza di molti uomini: "Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno" (Vangelo di Luca, cap. 23, versetto 33).
E poi è risorto gloriosamente!!  Ha vinto la morte e, nell'ascendere al cielo, ha dimostrato che per l'umanità esiste una speranza di riscatto. Secondo la visione cristiana, non sono la morte, il male, la violenza e la cattiveria ad avere l'ultima parola. E' soprattutto per questo motivo che io voglio coltivare la mia fede: la nostra religione mi dà una speranza, che non è soltanto ultraterrena ma anche esistenziale: l'avvento della Risurrezione invita tutti gli uomini a rinnovare il proprio cuore, a migliorare moralmente, a "mettere da parte" l'odio, la vendetta, la rabbia.
E' vero, ancora oggi ci sono molti cuori di pietra, c'é molto egoismo... Però, se si aprono bene gli occhi, si riescono anche a vedere quotidianamente diverse persone che compiono tanti piccoli gesti d'amore e di solidarietà verso gli altri. La generosità e la sensibilità colorano il mondo...



e... 100 di questi giorni così speciali!!!  :-)



Ascoltatela, è stupenda!! :-)

4 aprile 2015

Riflessioni su alcuni passi biblici in occasione della Veglia Pasquale:

Nel periodo gennaio-marzo ho partecipato volentieri a un corso biblico-teologico che si è svolto
presso il Seminario Vescovile di Verona. Si trattava di incontri bimensili in cui due sacerdoti leggevano e spiegavano alcuni passi presi un po' dalla Genesi, un po' dalle Lettere di San Paolo apostolo e un po' dai Vangeli di Marco e di Giovanni, al fine di riflettere sul tema della fragilità umana e sui limiti che caratterizzano la condizione del'uomo. E' stato davvero interessante e arricchente per me.

Stasera verrà celebrata la Veglia Pasquale, liturgia che prevede tra le letture anche il racconto della Creazione. In questo post vorrei riportare i testi della Genesi sui quali ci siamo soffermati durante uno di quegli incontri. Accanto ad essi, riporto anche i miei appunti, che qui ho cercato di riordinare nel miglior modo possibile.


GENESI 1, 26-31:

Michelangelo, "Creazione dell'uomo"
"E Dio disse: «Facciamo l'uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra». Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra». Poi Dio disse: «Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero in cui è il frutto, che produce seme: saranno il vostro cibo. A tutte le bestie selvatiche, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli esseri che strisciano sulla terra e nei quali è alito di vita, io do in cibo ogni erba verde». E così avvenne. Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona. E fu sera e fu mattina: sesto giorno."

Il primo aspetto che bisogna constatare è che Dio, detto Elohìm in ebraico, esprime la sua autorità attraverso la parola: manifesta con le parole la sua intenzione di creare e subito dopo agisce. E il vertice dell'attività creatrice di Dio è costituito proprio dalla creazione dell'uomo.
Siamo al sesto giorno e il tono della narrazione diviene più solenne, al punto tale che viene impiegato il verbo alla prima persona plurale "facciamo". E' un plurale che sta ad indicare la sincera e sentita partecipazione di Dio alla creazione dell'essere umano.
E' importante però chiedersi il significato dell'espressione "immagine e somiglianza di Dio".
Dunque, qui il termine "uomo" è naturalmente inteso come "umanità", come "polarità di maschio e femmina". Dio crea l'uomo per poterlo incontrare e per poter godere di un interlocutore: all'uomo è infatti dato l'uso della parola, contrariamente agli animali.
A causa della sua somiglianza con Dio, l'uomo è abilitato ad esercitare una sorta di "dominio" sulla natura. Ma non è assolutamente un dominio tirannico. Il verbo italiano "dominare" deriva dal latino "dominus", ovvero, "signore"... In questo contesto, dominare significa "governare come un signore, come un sovrano che cerca di gestire in modo saggio i beni di cui dispone". Come Dio, l'essere umano è in grado di "nominare", ovvero, di riconoscere la singolarità degli elementi naturali e di ammirare ciò che è bello e apprezzabile. E' proprio questa capacità di nominare la realtà che può renderlo signore della natura. L'uomo condivide la signoria con Dio: egli infatti è stato creato da Dio per dominare sulla natura ma non sugli altri uomini!
L'essere umano è sessualmente differenziato, fin dalle origini. E questa è un'affermazione sia della diversità, sia della pari dignità tra i due sessi.
La benedizione divina accompagna l'azione creatrice di Dio e invita le creature a vivere pienamente la loro esistenza, dal momento che esse fanno parte del suo progetto d'amore. La nostra condizione umana è scaturita dal cuore di Dio, dal suo atto d'amore.


Poi ci siamo soffermati anche sui primi versetti del secondo capitolo:


GENESI 2, 5-10:


"Quando il Signore Dio fece la terra e il cielo, nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna erba campestre era spuntata, perché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra e nessuno lavorava il suolo, ma una polla d'acqua sgorgava dalla terra e irrigava tutto il suolo. Allora il Signore Dio plasmò l'uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l'uomo divenne un essere vivente. Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l'uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, tra cui l'albero della vita in mezzo al giardino e l'albero della conoscenza del bene e del male. Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino, poi di lì si divideva e formava quattro corsi."

Sembra desolante il paesaggio che si presenta all'inizio. Niente erba, niente cespugli, niente pioggia... e nessuno che lavori il terreno. Da qui deriva il bisogno di un "dominus", di un "signore" che diventi il custode della natura.
L'uomo, ovvero Adamo, è plasmato con la polvere del terreno. Dio soffia nelle sue narici per renderlo un essere vitale. Tra l'uomo e il suolo vi è un legame indissolubile: il suolo è soggetto al lavoro umano. E anche il disegno di Dio costituisce una profonda alleanza tra l'uomo e il suolo.

GENESI 2, 15-17:

"Il Signore Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse. Il Signore Dio diede questo comando all'uomo: «Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell'albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire»".

Eccolo qui, il limite. Questa è la prima volta che Dio si rivolge al suo interlocutore con il pronome "tu". Il parlante sta qui esprimendo qualcosa che gli sta molto a cuore. La prima parte della frase che Dio pronuncia costituisce un'esortazione a godere dei beni del giardino.
La seconda parte però designa un limite. Dio non vuole minacciare l'uomo; vuole piuttosto ammonirlo, dirgli come evitare la morte. Dio non è invidioso delle sue creature e non è nemmeno meschino, perché desidera che l'essere umano occupi il suo posto nel custodire e nel preservare le meraviglie e le risorse del giardino.


A me però piace sempre andare avanti, approfondire. Dunque, da sola ho proseguito la lettura del secondo capitolo della Genesi e ho cercato di riflettere su questi contenuti:


GENESI 2, 18-24:


"Poi il Signore Dio disse: 'Non è bene che l'uomo sia solo. Voglio fargli un aiuto che gli corrisponda'. Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di animali selvatici e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all'uomo, per vedere come li avrebbe chiamati. Ognuno di questi animali avrebbe avuto il nome datogli dall'uomo. L'uomo diede dunque un nome a tutti gli animali domestici, a quelli selvatici e agli uccelli. Ma di essi, nessuno era un aiuto adatto all'uomo. Allora il Signore Dio, fece scendere un torpore sull'uomo, che si addormentò; gli tolse una costola e richiuse la carne al suo posto. Con quella costola Dio, il Signore, formò la donna e la condusse all'uomo. Allora egli esclamò:
'Questa volta
È osso delle mie ossa,
carne dalla mia carne.

La si chiamerà donna
perché è stata tolta dall'uomo'.
Perciò l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla moglie e i due saranno un'unica carne.


Credo che questo sia uno dei passi più affascinanti della Bibbia.
Nel Medioevo, gli uomini di chiesa si sono serviti di questo brano biblico per giustificare la presunta inferiorità della donna.
In effetti, essi erano convinti del fatto che il sostantivo "femmina" derivasse da due parole latine: "fio", verbo che significa "diventare, essere fatto" e "minus",  avverbio che vuol dire "minore, meno". La donna è stata creata togliendo una costola dall'uomo, quindi per questo sarebbe un essere inferiore, da sottomettere e da sfruttare. In questo modo a quell'epoca si legittimava la frustrante condizione sociale e familiare in cui le donne versavano. Anzi, si era proprio convinti del fatto che Dio stesso aveva voluto la sottomissione del genere femminile a quello maschile.
Fortunatamente questa interpretazione è stata superata da molto tempo, per lasciare il posto a letture più profonde e più intelligenti...
L'ultima creazione di Dio è la donna. Dio pensa ad un aiuto per l'uomo, che si trova solo nel giardino dell'Eden. Certo, egli si sazia dei frutti degli alberi e vede molti animali che vivono nel giardino. Ma egli, essendo dotato di pensiero, di parola e anche di un cuore per amare profondamente, ha bisogno di stare con qualcuno che sia il suo "alter ego"; ha bisogno quindi di un altro essere umano che sia al contempo uguale e diverso da lui. E di questo Dio si accorge prontamente. La donna è stata dunque creata come "aiuto, sostegno e conforto". E il fatto che sia stata dapprima creata dalla costola dell'uomo e poi posta di fronte all'uomo non significa che essa sia un essere inferiore o di poca importanza... Al contrario, tutto questo indica la sua piena dignità come creatura di Dio.
La donna è capolavoro di Dio. San Paolo apostolo dice, nella sua lettera ai Galati: "Non c'è né maschio né femmina, perché voi tutti siete uno solo in Cristo Gesù". Secondo San Paolo non dovrebbero esserci discriminazioni di sesso ma dovrebbe piuttosto esserci rispetto tra uomini e donne, dal momento che Gesù, figlio di Dio, comprende in Sé stesso l'identità di entrambi i generi.
Interessante l'ultima frase: "Perciò l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla moglie e i due saranno un'unica carne."
Ogni volta che leggo o che penso a questa frase mi torna alla mente il "MITO DELL'ANDROGINO",

narrato dal personaggio di Aristofane nel "Simposio" di Platone. Secondo questo mito, alle origini del mondo l'essere umano non era dotato di singolarità, ma anzi, era una sorta di "uomo-palla", ovvero, un essere dalla struttura circolare. Esso era una fusione tra le caratteristiche maschili e quelle femminili. Alle origini della storia esistevano dunque esseri asessuati, caratterizzati dall'unità e dalla completezza. Però, gli androgini erano creature superbe e arroganti, poco rispettose nei confronti degli dei. Zeus allora, per punirli, aveva scagliato contro di loro i suoi fulmini, dividendoli a metà. Per questo, nell'umanità post-androginica è molto vivo il desiderio di ricercare la propria metà perduta...

Così gli antichi greci si spiegavano la distinzione sessuale e la causa del sentimento d'amore.
Mito davvero affascinante, soprattutto se si cerca di collegarlo alla tradizione biblica...
Tuttavia è necessario fare le opportune distinzioni tra Genesi e Simposio.

Per il Simposio, l'espressione "essere un'unica carne" assume una connotazione abbastanza pessimistica: il mito di Platone infatti racchiude in sé l'idea che il compimento del desiderio amoroso si realizzi nel diventare una sola carne, nel fondersi con l'amante. Noi umani dunque, secondo questa idea, coltiviamo l'ardente desiderio di assumere la completezza attraverso l'unione sessuale. Però, secondo quest'idea, l'essere umano sarà sempre e soltanto infelice: prima è infelice perché è solo, triste e ansioso di cercare la propria metà, poi però, subito dopo averla trovata si unisce a lei, e, nell'unione, emette gemiti di dolore assumendo un'espressione profondamente angosciata durante l'atto sessuale. (da non dimenticare infatti che il personaggio di Aristofane, subito dopo aver raccontato il mito, immagina di vedere due amanti nel pieno del loro atto con "una maschera tragica sul volto", dal momento che provano entrambi dolore nell'accoppiamento)...
Infine, questo mito riguarda anche le unioni omoerotiche, non contemplate dai primi capitoli della Genesi...

Per la Genesi, l'espressione "essere un'unica carne" assume un significato decisamente diverso.
L'unione con il coniuge implica innanzitutto un distacco dalla propria famiglia d'origine. Inoltre, il rapporto uomo-donna, in questo passo biblico, non è inteso come la realizzazione della passione erotica o come l'appagamento di un desiderio egoistico, dal momento che l'uomo e la donna si uniscono in matrimonio per volere di Dio. 
Il concetto dell' "essere un'unica carne" rimanda piuttosto alla necessità dell'essere umano di porsi in una sincera relazione d'amore con l'altro... l'unione matrimonale è vista dunque come una "comunione tra due persone" che vivono all'insegna del rispetto reciproco, della solidarietà e del dialogo...
Le Sacre Scritture e la Chiesa non negano e non vogliono negare l'aspetto erotico, ma mirano piuttosto a valorizzare la straordinaria ricchezza morale che scaturisce da un rapporto coniugale basato su un profondo sentimento di affetto.