19 febbraio 2020

"Le tre del mattino", Carofiglio:

Questo citato nel titolo è la mia più recente lettura.
Non è un romanzo di grande profondità ma è un'opera contemporanea italiana che io ritengo decisamente positiva per i contenuti e le tematiche che propone.


La trama, ambientata negli anni Ottanta, è molto semplice: Antonio, protagonista del romanzo, è un liceale senza amici che soffre di epilessia. A scuola non manifesta alcuna passione o particolare predisposizione per qualche materia. 
A dire il vero, all'inizio del percorso scolastico Antonio era un bambino brillante, soprattutto in disegno e in matematica. Ma il suo rendimento ha subito un forte calo dopo la separazione dei suoi genitori, avvenuta quando aveva nove anni. Per molto tempo, il protagonista ha nutrito un risentimento latente nei confronti della figura paterna.
Il ragazzo, a causa della sua malattia, è seguito dal signor Gastaut, un singolare neurologo francese, marsigliese per la precisione.
Una mattina di giugno, quando il padre accompagna il figlio a Marsiglia per una visita di controllo, il medico fa loro una proposta insolita. 
Dice: "All'ottanta per cento Antonio è guarito. Gli esami vanno bene, ma c'è ancora un controllo da fare per essere tranquilli."
Il controllo consiste in un esperimento: Antonio, per due notti consecutive non dovrà dormire (e prenderà delle apposite pillole per restare sveglio). Il dottor Gastaut prescrive questa prova per verificare come reagisce il cervello del ragazzo in condizioni di stress.
Preciso che questa procedura, chiamata "prova da scatenamento", è ora vietata dalla deontologia medica, ma fino a 30 anni fa era in vigore.
Costretti dunque a rimanere a Marsiglia per due giorni e due notti, padre e figlio hanno modo di parlarsi come mai avevano fatto prima per potersi conoscere meglio, sullo sfondo di una città da un lato affascinante per il paesaggio marittimo e alcune opere d'arte, dall'altro però pericolosa, soprattutto nei quartieri periferici, dove la polizia è violenta con gli immigrati.
La narrazione è tutta in prima persona, secondo il punto di vista di una persona che, in fase di crescita, si trova costretta ad accettare e a convivere per un po' di tempo con l'epilessia.

1. INIZIO ROMANZO:

Non so dire quando cominciò. Forse avevo sette anni, forse qualcosa di più, non ricordo con precisione. Da bambino non ti è chiaro cosa è normale e cosa non lo è. In realtà non ti è chiaro nemmeno quando sei adulto, a pensarci bene. 
(...) Insomma, più o meno una volta al mese, mi capitava una cosa strana e anche piuttosto angosciante. Senza preavviso e senza che fosse accaduto nulla, avvertivo un'impressione di assenza, di distacco da ciò che mi circondava e al tempo stesso un'amplificazione dei sensi. 
Di solito noi selezioniamo gli stimoli che vengono dal mondo esterno. Siamo circondati da odori, suoni e da ogni tipo d'entità visibili. Ma non siamo oggettivi (...) 
Il cervello decide quali percezioni portare alla consapevolezza e quali informazioni registrare. Il resto rimane fuori, escluso eppure molto presente.

... Intanto una prima considerazione per le ultime quattro righe... La selezione degli stimoli non è soltanto un concetto medico, anatomico e biologico ma anche linguistico e letterario.
Quotidianamente siamo sottoposti a una valanga di agenti e di fattori esterni percepibili dai nostri cinque sensi. Ma il cervello seleziona, sempre. A ciò allude Leopardi in alcuni passi dello Zibaldone e nel celeberrimo Infinito, quando mette a confronto, soprattutto nei primi versi, la limitatezza delle percezioni umane con la molteplicità e l'immensità della natura: 

"Ma sedendo e mirando, interminati/
Spazi di là da quella, e sovrumani/
Silenzi, e profondissima quiete/
Io nel pensier mi fingo; (...)"

* "di là da quella"= al di là della siepe, che copre una parte di paesaggio, ovvero, la parte più lontana dalla corporeità del poeta.

* "Io nel pensier mi fingo"= io immagino interminati spazi che la siepe nasconde. Il cervello umano immagina e raffigura, con la fantasia, ciò che qualcuno vorrebbe vedere.

Zanzotto è profondamente influenzato da Leopardi. E' un'influenza che si nota soprattutto nel saggio "Il paesaggio come Eros donativo", contenuto nel poeticissimo libro "Luoghi e paesaggi", che non ho potuto non leggere integralmente. 
Per Zanzotto, il paesaggio dovrebbe essere vissuto come dono dagli uomini, come un dono della natura. Lo scambio tra l'orizzonte vasto paesaggistico e l'orizzonte umano, debole e limitato, è come il rapporto tra Pòros (Ricchezza) e Penìa (povertà).


Zanzotto afferma inoltre che il paesaggio è costruito dalle percezioni soggettive, da mille cervelli che, a seconda dei loro vissuti, dei loro stati d'animo e dei loro sguardi, valorizzano alcuni elementi piuttosto che altri. E qui aggiungo un esempio: mi trovo in montagna con un gruppo di amici scalatori che, soprattutto in primavera e in estate, condividono con me l'hobby delle lunghe e faticose (ma sempre ripaganti in termine di bellezza) escursioni.
Siamo saliti sul Baldo, sulla cima di fianco al rifugio Telegrafo. Il panorama che si vede da lì (e siamo a poco più di 2000 mt sul livello del mare) è vastissimo. E' a 360°.
I miei occhi però valorizzano il celeste del lago di Garda che si trova molto più in giù e i riflessi del sole sull'acqua limpida. Gli occhi di qualcun altro magari possono risultare più attratti dalla natura più vicina, ovvero, dai fiorellini che spuntano nei prati, dalla forma rocciosa e articolata del Baldo, dai sentieri scoscesi e ripidi accanto, dalle nuvole che stanno percorrendo il cielo.

2. MA DAVVERO I TALENTI PIU' INCREDIBILI DELLA STORIA DELL'UMANITA' SOFFRIVANO DI EPILESSIA?

E' ciò che sostiene il dottor Gastaut durante il primo incontro con Antonio, quando rivela i suoi intenti di individuare dei possibili legami fra epilessia e talento.

"Moltissimi grandi personaggi erano epilettici. Solo per fare qualche esempio: Aristotele, Pascal, Edgar Allan Poe, Fedor Dostoevskij Georg Friedrich Handel, Giulio Cesare, Gustave Flaubert, Guy de Maupassant, Isaac Newton, Molière, Lev Tolstoj, Leonardi Da Vinci (...)"

Premetto di non aver mai studiato nel dettaglio le biografie di questi geni europei. Però, questi discorsi, hanno un effetto positivo sull'adolescente che li ascolta:

"L'epilessia, da quando me l'avevano diagnosticata, era stata per me uno stigma di inferiorità, un marchio d'infamia da occultare. Il mio mondo interiore subì un movimento di rotazione attorno al proprio asse, come un passaggio dalla notte al giorno, dopo le parole di Gastaut, dopo aver ascoltato quell'elenco di geni che avevano avuto, a quanto pareva, un problema analogo al mio. Mi ero sentito un reietto e, d'un tratto, per la medesima ragione materiale, mi sentii quasi un eletto, membro di una categoria speciale di esseri superiori".

E in effetti Antonio sarebbe decisamente più intelligente rispetto alla media dei coetanei. 
Anche se è al penultimo anno di liceo scientifico e in matematica se la cava con il 6, a fine romanzo lo ritroviamo adulto e docente universitario di matematica, come suo padre. Riscopre, successivamente alla sua guarigione, il suo talento logico-scientifico. 

Intanto, in quei due giorni a Marsiglia, Antonio scopre che il padre, sin dalle medie, era ben determinato a studiare Matematica all'Università. Di ciò si stupisce. C'è una nota di ammirazione infatti in questo punto del romanzo, per la chiarezza d'idee del genitore.
Io alle medie sapevo soltanto che volevo iscrivermi al Liceo classico per approfondire le civiltà antiche, la storia dell'arte e la letteratura italiana. Ho frequentato non il classico tradizionale ma quello che, nell'ormai lontano 2009 (anno dei miei 14 anni), si chiamava "Liceo classico con storia dell'arte per tutto il quinquennio".
La scelta di iscrivermi poi a Lettere per poter diventare insegnante di letteratura è maturata un pochino dopo, verso i 16 anni quando, in un periodo difficile sia per le relazioni con le mie compagne sia per un problema serio in famiglia (il nonno moribondo, malato di cancro), trovavo dei momenti in cui, mentre studiavo i canti della "Commedia" di Dante i sonetti e gli scritti di Petrarca, mi commuovevo. Da allora la letteratura italiana ha iniziato a piacermi decisamente di più delle lingue classiche.

3. LA "JAM SESSION" DI JAZZ A MARSIGLIA:

Durante la prima notte di permanenza a Marsiglia, Antonio assiste ad un concerto di jazz con il padre, in uno dei quartieri periferici.
Un mese fa ci sono stata anch'io ad un concerto jazz. E' bellissimo, fidatevi. Socchiudi gli occhi immaginando di essere negli Stati Uniti degli anni Venti, nei salotti alto-borghesi con tende, tavolini rotondi e divanetti e... Scott Fitzgerald che da lontano ti sorride.
Ad ogni modo, durante quel lasso di tempo in cui padre e figlio ascoltano i brani suonati dai musicisti, Antonio scopre un lato del padre che non aveva mai notato né conosciuto prima: la passione per la musica e la velleità giovanile di diventare un buon musicista. 

Ad un certo punto infatti il padre gli dice:
"Negli anni di università con tre amici creammo un gruppo: pianoforte, batteria, contrabbasso e sassofono. Ci guadagnammo qualche soldo facendo le serate nelle sale da ballo, o ai matrimoni. Era divertente. Per anni abbiamo anche parlato di incidere un disco nostro. Poi ci siamo laureati e ognuno è andato per la sua strada, che non era la musica. 
(...) "

La "jam session", se non ricordo male, è un evento musicale tipico dei jazzisti: i musicisti si trovano in un locale per improvvisare su un repertorio di canzoni piuttosto conosciute in genere jazz, ad esempio "So what".
"So what" è la canzone che ad un tratto anche il padre di Antonio suona al piano, quando uno dei musicisti chiede al pubblico se qualcuno vuole suonare il piano e sostituire momentaneamente il pianista.


In contesto di jazz, i nostri due protagonisti di questa strana avventura parlano dei loro gusti musicali.
Ad Antonio piace "American Pie", che mi pare sia del 1961. 
Io la conosco, molti miei coetanei no. Ad essere sincera, io musicalmente vivo anche di Novecento oltre che di Duemila. Anche in ambito di romanzi e di opere letterarie: leggo più che altro opere del Novecento e qualcosa degli ultimi anni. 
Comunque, "American Pie" è un brano di Don McLean, cantautore statunitense che, in questo caso, attraverso un linguaggio metaforico allude ad un incidente aereo avvenuto due anni prima, nel '59, a causa del quale avevano perso la vita tre suoi amici musicisti.
Io mi ricordo alcune parti a memoria.
Inizia così: " A long, long  time ago... I can still remember how that music used to make me smile. But february mad me shiver with every paper I'd deliver. Bad news on the doorstep, I couldn't make one more step. I can't remember if I cried when I read about his widowed bride. But something touched me deep inside the day the music die. So bye, bye, Miss American Pie."

Ad ogni modo, anche dal punto di vista musicale risulto una ragazza un po' diversa rispetto ai miei coetanei.
Io dico: "Mille volte meglio James Blunt di Eminem, e in Italia Cremonini vale molto più di Fedez e di Achille Lauro."
Io sono cresciuta, ho voluto crescere più che altro con James Blunt oltre che con la colonna sonora di "Into the Wild".

Di James Blunt mi piacciono le tematiche di molte sue canzoni: 

A) La bellezza di una donna che per un istante colpisce in un mondo global di corse, non- luoghi e sovraffollamento (I saw an angel, of that I'm sure. She smiles me on the subway. She was with another man. I won't loose and sleep all night 'cause I've got a plan. You're beautiful, it's true. I saw your face in a crowded place. And I don't know what to do. Cause I'll never be with you.)

B) Una persona, forte e tenera al contempo, che si sta spegnendo a causa di una malattia ("As strong as you were, tender you go, I'm watching you breathing for the last time").

C) L'alba che sorge ("Beautiful dawn melt with the stars again") e il desiderio di condividere una vita intera con la persona amata ("Will you be my shoulder when I'm grey and older? Promise me tomorrow stars with you, getting hiiiiiigh!")

D) Riconoscere la "luce" della persona amata ogni giorno, e prometterle di starle vicino, di esserci sempre ("It's ok 'cause I know you shine even on a rainy day, I can find your halo, guides me to wherever you fall, if you need a hand to hall, I'll come running because you and I won't part till we die, you should know we see eye to eye, heart to heart").




10 febbraio 2020

"Il disagio di una ragazza per bene"- Articolo del sig. Cattabianchi finalmente uscito!

E' uscito finalmente! E' uscito il 7 febbraio, quando non ci speravo più. 
I contenuti sono molto simili a quelli che ho riportato in un post di dicembre 2019. 

Vi ricordo che mancano due giorni alla mia prossima presentazione.
Incollo qui sotto il volantino che vedete anche in copertina al blog:


Il responsabile del Caffé Venier mi sta aiutando molto con la propaganda.
L'incontro di mercoledì è più che altro pensato per la popolazione di Sommacampagna, ma se verrà anche gente da fuori chiaro che non mi offenderò, anzi... 
Ripeto che per me, poter avere delle occasioni di leggere alcune parti del mio libro e di incontrare lettori (ed eventuali lettori) equivale a dare una testimonianza di vita.

Quella di dopodomani è la quarta presentazione e non sarà certo l'ultima.

La presentazione del 14 giugno, come molti di voi lettori del mio blog sanno, si è svolta sempre a Sommacampagna, ma la maggior parte dei partecipanti proveniva da altri paesi vicini al mio.  
E' andata magnificamente, sia dal punto di vista delle vendite che dal punto di vista del coinvolgimento delle persone che mi ascoltavano: c'erano soprattutto molti colleghi ed ex- colleghi di lavoro dei miei genitori, quindi, tutte persone che da anni lavorano nelle scuole medie e che hanno davvero a cuore tematiche come bullismo ed emarginazione. 
Mi permetto di aggiungere una cosa, e tenete presente che sto parlando per esperienza personale: io credo che i docenti delle scuole medie in genere siano un po' più umani con gli allievi, più sensibili e più attenti a trovare delle soluzioni su come arginare in una classe delle dinamiche complesse e dolorose come le doppie facce, l'emarginazione di qualcuno, i pettegolezzi... 
Poi comunque non nego che alcuni docenti delle scuole superiori possano essere molto validi. Ho conosciuto anch'io di docenti seriamente impegnati.
Non ho avuto un'adolescenza facile, chi mi conosce bene e chi ha letto il mio libro ora lo sa. Per questo, dopo qualche anno alle medie, miro all'insegnamento nelle scuole superiori: perché, nell'età più critica della vita, gli emarginati e le emarginate per il loro modo di essere ci sono ancora (in effetti io non sono stata l'unica), e perché vorrei essere una figura adulta di riferimento seria in un'età difficile, di crescita, spesso contrassegnata da bassa autostima, confusione e facili cambiamenti di umore.
Lo dico e lo scrivo praticamente sempre: il mio compito non sarà soltanto quello di insegnare l'analisi logica, Dante, Manzoni, Pascoli... C'è anche molto altro. 
Io sono responsabile degli alunni che ho in una classe!
Anche se non riuscirò mai a comprendere fino in fondo le personalità dei miei alunni (li vedrò solo a scuola, la mia idea su di loro si basa esclusivamente sul loro comportamento a scuola), mi impegnerò per accorgermi di disagi vari. E opterò per dei seri provvedimenti, non soltanto punitivi, quando sarò in consiglio di classe, con la speranza di avere dei colleghi con un minimo di sale in zucca.
La mia missione quindi non sarà soltanto quella di trasmettere nozioni ma anche e soprattutto quella di formare delle "teste pensanti", per cui devo anche cercare di trasporre alcune delle tematiche contenute nei testi letterari di ottocento, settecento, duecento anni fa nell'attualità. 
Ad esempio, una lezione sul castello dell'Innominato può benissimo, a mio avviso, diventare lo spunto per un tema sulle sfaccettature della solitudine; un approfondimento tematico intertestuale sulla luna tra Tasso, Leopardi e D'Annunzio è un'occasione per poter assumere un atteggiamento critico nei confronti degli autori e, vi dirò di più, può anche diventare una risorsa per un tema sulla malinconia o sul tempo e la memoria.
Per come sono fatta tenderò a unire la parte di letteratura con quella della produzione scritta. I manuali scolastici di antologia e di storia della letteratura secondo me non devono essere considerati "altro" rispetto ai temi scritti.
Con me i cervelli degli adolescenti lavorano. E chi vuole lavorare non solo lavora ma anche, prima o poi, migliora!

Pochi di voi sanno che la sera del 31 agosto dell'estate passata, grazie soprattutto al grande interesse e al sincero supporto del direttore dell'hotel in cui io e alcuni miei familiari alloggiavamo per ferie, ho fatto una presentazione anche a Cavallino Treporti (VE).
Nel cortile dell'albergo, si intende, che tra l'altro è a circa 50 metri dalla spiaggia.
Era ancora estate, il clima era abbastanza caldo.
Anche questa è stata una bella gratificazione!! Le 15 copie che avevo portato sono state vendute tutte e, anche in quell'occasione, ho ricevuto una serie di complimenti.
Il direttore è stato veramente affabile: avendo due figli adolescenti, con lui si è deciso di svolgere la presentazione del mio libro a mo' di intervista.

A Peschiera, circa due mesi fa, è andata meno bene. Per carità, qualcuno c'era e l'interesse anche qui c'è stato, ma se sono riuscita a farmi apprezzare è stato perché sia io che mio zio abbiamo incontrato faccia a faccia diverse persone. Tuttora a Peschiera del Garda continuano a chiedermi copie del romanzo.

E ora il quarto incontro con la ex liceale invisibile è imminente! 

Quel che mi chiedo ora, abbastanza spesso, è la stessa domanda che Zanzotto faceva a se stesso da anziano: "A che valse?" 
Zanzotto se lo chiedeva a proposito delle sue poesie giovanili, io me lo domando a proposito della stesura del mio romanzo, o meglio, come dice anche Lino là sopra, del mio diario-romanzo.
A che valse? Era meglio dimenticare tutto ed evitare di scrivere?
Secondo me no. Era giusto "guarire scrivendo". Ironizzare, sdrammatizzare in alcuni punti era giusto prima di tutto per me stessa. 
Poi anche per essere d'aiuto ad altri che avevano vissuto sulla loro pelle derisioni ed esclusione. E infine anche per sfatare il vecchio e stupido mito del liceo classico, secondo il quale gli studenti che si iscrivono in questo indirizzo sono i più educati, i più bravi e i più volonterosi. Mito che poteva essere vero negli anni Sessanta!
Anche qui, come in tutte le altre scuole d'Italia e del mondo, dipende da chi è all'interno della classe. C'è classe e classe. E la scuola , almeno per come la penso io, la fanno prima di tutto gli insegnanti, con i loro metodi didattici e relazionali. Attraverso i professori gli alunni possono imparare anche dei valori di vita.

Certo, ci sono delle giornate in cui, quando penso ai momenti difficili della mia vita (perché, anche se per la componente adulta di lettori di questo blog, avrò "solo" 24 anni, almeno posso dire che nulla mi è stato regalato e che niente è stato facile) provo anche rabbia e malinconia. 
Ma poi dico a me stessa che non devo lamentarmi, visto che sono sicura delle mie idee e visto che il mio futuro me lo sto costruendo giorno per giorno, mese per mese, pian piano.

Ricordate l'ultimo mio post del mese scorso, quando avrei voluto dilungarmi su esempi positivi di giovani che vivono intensamente e per davvero la loro quotidianità?
Ecco, vi confido che, quando mi capita di pensare che finora la mia vita sia stata piena di delusioni e "di pesci in faccia", a volte mi smentisco e mi correggo: "Solo in parte è stato così". 
E qui mi viene in mente un ragazzo, vicino a me di età, che conosco.
Un ragazzo che, nonostante abbia vissuto alcuni anni fa un periodo veramente brutto, nonostante abbia dentro di sé quotidianamente un dramma che non sono assolutamente tenuta a rivelarvi per il grande rispetto che gli porto, non ha perso il sorriso.
E' simpatico, è genuino, è buono. Come se avesse "il sole dentro". 
Ed è soprattutto questo che credo sia fondamentale nella vita. La vasta cultura non salva l'anima. O meglio, non la salva se non si è né sensibili né appassionati.
Questo ragazzo lo scorso anno, oltre a lavorare, si è dedicato ad una serie di attività di volontariato. Ora ha ripreso gli studi.
Sapete qual'era la sua cena, una volta ritornato tardi a casa?! Una scodella di latte e un paio di toast al prosciutto cotto.

...Che tra l'altro, a proposito di sere, tra impegni vari e incontri con amici e con persone che non vedo da tempo, io questa settimana non ho una sera libera a parte stasera...



5 febbraio 2020

Confronto Zanzotto/Pasolini:

Un corso magistrale in studi letterari non è facile, ve l'assicuro. Anche se martedì scorso ho preso il settimo 30 da quando sono iscritta (cioè, dall'autunno 2018).
Il livello si è considerevolmente alzato rispetto a quando eravamo in triennale: oltre a studio, impegno e proprietà di linguaggio ora si esigono (giustamente) anche la capacità di memorizzare bibliografie ancora più vaste e le abilità critiche sui testi, sui documenti storici, sui movimenti e sulle correnti culturali... per cui frequenti confronti e collegamenti fra autori e fra varie tematiche proposte in un'opera letteraria.
Noi specializzandi realizziamo anche dei lavori di ricerca o di approfondimento Cioè, diventiamo proprio degli italianisti se riusciamo a portare a termine gli studi.
A me sinceramente sta benissimo un sistema di studio duro e impegnativo: la mia preparazione dev'essere eccellente, a maggior ragione se riuscirò a entrare in quelle classi di concorso che prevedono l'insegnamento delle lettere in scuole superiori tecniche e scientifiche. 
Quando verrà pubblicata l'edizione digitale della Gerusalemme Liberata, contenente tutti i commenti della critica antica su ogni ottava di questo poema, pensate che tra i collaboratori ci sarà anche il mio nome: io ho riportato i commenti della critica seicentesca per quel che riguardava le ultime ottave del canto dodicesimo (lamento di Tancredi per la morte di Clorinda) e le prime 15 strofe del canto tredicesimo (la selva di Saron soggetta ad un incantesimo del mago Ismeno).

Ad ogni modo, volevo arrivare al titolo dell'ultimo lavoro di approfondimento realizzato per il corso di "Poesia italiana del Novecento".

E' uno studio che ho chiamato: Pasolini e Zanzotto: due coetanei a contatto con il dolore, con la pedagogia e con la poesia.
Ci tengo a condividerlo con voi, ma soltanto in parte, perché è piuttosto lungo. Vi presento quindi la prima parte, basata sul mio confronto di due gravi lutti avvenuti entrambi nella fase giovanile dei due letterati e l'ultima parte, che consiste in una mia personale interpretazione di una poesia di Zanzotto dedicata a Pasolini.

NOTA INTRODUTTIVA INDISPENSABILE:

Prima è però utile richiamare alla memoria gli aspetti in comune delle loro vite. Ci sono infatti delle somiglianze se si vanno a paragonare i loro primi 30 anni di esistenza.

PIER  PAOLO  PASOLINI
ANDREA  ZANZOTTO
Nato a inizio degli anni Venti (Bologna marzo ’22)
Nato a inizio degli anni Venti (Pieve di Soligo, ottobre ’21)
Morte del fratello Guido- morto da partigiano comunista. (“A me fradi”, quattro poesie in friulano).
Morte delle sorelle gemelle. Poesia composta da sedicenne per la sorella Angela, morta di tifo.
Dopo l’armistizio, ritorna in Friuli a Casarsa dalla madre.
Dopo l’armistizio, ritorna al paese natale.
Si dedica all’insegnamento dopo la guerra.
(prima a Casarsa, poi, per 3 anni, in una scuola media a Roma).
Si dedica all’insegnamento dopo la guerra.
(emigra in Svizzera a Losanna dove era più facile trovare lavoro).

Come fossi a scuola davanti a degli adolescenti: cosa notate?

-Intanto sono praticamente coetanei (Pasolini è nato 4 mesi dopo)
-Entrambi sanno cosa significa perdere un fratello
-Entrambi, nei loro 20 anni, hanno patito le sofferenze della guerra. Entrambi non hanno combattuto, ma hanno partecipato indirettamente alla resistenza partigiana.
-Hanno avuto esperienze di insegnamento. 
Pasolini, negli anni '40, era maestro a Casarsa, poi lo è stato per tre anni a Roma in una scuola media (è andato via dal Friuli perché era scoppiato lo scandalo dell'omosessualità). E poi ancora, ha cambiato completamente strada, dedicandosi alla regia e alla scrittura. "Ragazzi di vita" è del '55.
Zanzotto, dopo la guerra, si era trasferito nella Svizzera francese. Aveva insegnato prima in un collegio e poi in una scuola media. Per un breve periodo aveva anche lavorato come barista. Dopodiché era ritornato a Pieve di Soligo, dove si erano susseguiti vari incarichi scolastici tra medie e licei. E nel '54, superato il concorso, era diventato professore di ruolo, scegliendo come sede le scuole medie di Conegliano.

I LUTTI DEI FRATELLI:

Ho qui confrontato Ad una morta, una delle poesie giovanili di Zanzotto, con A me fradi- Resurretion in dialetto friulano di Pasolini.
Ad una morta è dedicata alla sorella Angela. A me fradi è una tetralogia in dialetto friulano. E' una sezione delle Poesie a Casarsa, formata da quattro parti (ve le elenco in italiano): Incarnazione, Passione, Morte, Risurrezione. La quarta parte è Risurretion.
Notate il richiamo con Cristo e la Pasqua? Agli occhi di Pier Paolo, Guido Pasolini e Cristo sono in un aspetto uguali: entrambi sono stati traditi dai loro simili. Gesù dalla sua etnia è stato consegnato a Pilato, Guido è stato ucciso nel '44 dai partigiani comunisti.

TESTO DI A ME FRADI- RISURRETION:

Me fradi muart al ten
na part di me cun lui
ta chel trist Infinit
ch’al mi scrussia ogni dì.

Un sofli al mi divit
Da lui, e un scur misteri;
qua ch’a brilin lis stelis,
mi lu figuri dongia.

I sint il so respir
tai me ciavej, e il nuja,
una lus infinida
a è dut un cu’l so vuli.


Posso dire che non è per nulla scontato e per nulla facile il senso dei dialetti friulani? 
Almeno per me che sono veronese.

Traduzione dal friulano della provincia di Pordenone all'italiano: 
Mio fratello morto/tiene una parte di me con lui/in quel triste Infinito,/ che mi angoscia ogni giorno.// Un soffio mi divide da lui/e un oscuro mistero/quando brillano le stelle/io me lo immagino accanto.// Sento il suo respiro/tra i miei capelli, e il nulla/una luce infinita/è un tutt'uno con il suo occhio.//

TESTO DI AD UNA MORTA:


Non nella piazza che ha i saltimbanchi
e delle enormi voci risuona,
ma tra i filari intristiti
verrei con te, tra la neve.
Tutte le cose ti racconterei
che qui furono, che avresti amate:
tu sgraneresti gli occhi stupiti
ma forse, sospirando,
di me mostreresti pietà.
Da quel tempo assai mutati
sarebbero gli orari dei treni,
e la stazione lieta
di campanule rosa,
deserta, percorsa dal vento.

CONFRONTO FRA I DUE COMPONIMENTI:

Evidenti sono le divergenze metriche: quella di A me fradi è una metrica chiusa, fatta da tre quartine di settenari (e senari tronchi). 
In Ad una morta invece la strofa è una sola, non ci sono rime e i versi sono di varia misura, per lo più di misure comprese fra il settenario e l'endecasillabo.

Notate che in nessuna delle due poesie c'è un senso di speranza nei confronti di una vita ultraterrena... c'è molto dolore in entrambe. Dolore e anche angoscia in Pasolini, che ammetterà: "Per me e per mia madre, la perdita di Guido è come una montagna immensa e imponente, difficilissima da scalare, che copre l'orizzonte".

Però, in entrambi i componimenti, i poeti immaginano/vorrebbero avere accanto i loro rispettivi fratelli. Zanzotto immagina di camminare con la sorella tra i filari delle viti in mezzo ai campi innevati, Pasolini si illude che il fratello gli sia accanto nel momento in cui nel cielo splendono le stelle. Ma, morendo, Guido "si è portato via" una parte di Pier Paolo.

I finali sono diversi: basti pensare che in Zanzotto, la poesia termina con la chiara consapevolezza che una morta è morta, per cui non potrà mai più partecipare ai cambiamenti del mondo,  né agli eventi di famiglia. Ecco dunque il senso di ma forse, sospirando,/di me mostreresti pietà.

FORA PAR AL FURLAN, IN SOVRIMPRESSIONI DI ZANZOTTO:

Sovrimpressioni è la penultima raccolta di Zanzotto, pubblicata nel 2001. Contiene molte poesie scritte negli anni '90, gli anni del "disincanto", ovvero, il decennio in cui il nostro caro Andrea sostiene una posizione ecologica nei confronti di una natura che subisce le continue espansioni dell'architettura urbana e la trasformazione dei paesini di campagna in grandi paesi ricchi di servizi, di negozi, di case e di condomini e di strade d'asfalto.
La nostalgia per il mondo contadino (vedi le piccole poesie sui topinambur) e la difesa dell'ambiente non sono le uniche tematiche: c'è anche il ricordo di alcuni amici e conoscenti.
Zanzotto aveva conosciuto Pasolini.

E ora - forse - mai -
sei nel farsi e disfarsi
di prati pensieri spini arsi
d'azzurro, attimo ad attimo,
dai piani a montani primordi
Non c'è nulla che valga
ad esaurire questa inimmaginabile
vibratilità
né mano che entri decidendo
un senso ultimativo
- come a un fossile film - alla tua vita
o Benandante
Quasi a tentoni e semiorbi ma quasi
lieti incrociamo di già
gli argentini grovigli dei tuoi percorsi
verso altri raccolti
altri elementi
.................................................

Premetto che Fora par al Furlàn significa "attraverso il Friuli". Ovviamente, Zanzotto teneva conto del fatto che Pasolini, nella sua giovinezza, era conquistato dagli "alba pratalia" friulani, ovvero, dalle pure e amene campagne friulane, ambiente che negli anni '40-'50 era retto dall'etica del Cristianesimo, da una semplicità ciclica, dalla voglia di condivisione.
Dal punto di vista fonico, vi segnalo la ricorrenza di suoni aspri: /p/ (bilabiale sorda), /s/, sibilante sorda, /f/, fricativa sorda, /r/, polivibrante sonora.
I Benandanti sono creature dell'antico folklore friulano, caratterizzate da un brutto aspetto ma da un buon carattere. Pasolini è qui identificato come un Benandante.
Questa poesia di Zanzotto vuole richiamare (e anche forse vuole anche un po' mettere in discussione) un'idea di Pasolini: che la morte è quell'evento che dà un senso ultimativo e definitivo alla nostra vita.

Ma è veramente così?, mi sono chiesta anch'io. Qui, almeno all'inizio, sembra quasi che Pasolini sia compreso nel ciclo vitale della Natura: “sei nel farsi e disfarsi/di prati, pensieri etc...”.

Ma le ultime espressioni? “(...) incrociamo di già/gli argentini grovigli dei tuoi percorsi/verso altri raccolti”.

“Grovigli”, a mio avviso, suggerisce l’idea di travagli e di incomprensioni, “percorsi”, l’idea dei vari ambiti culturali ai quali Pier Paolo si è dedicato. E' stato un intellettuale davvero molto versatile: poeta, autore di romanzi, autore di articoli (gli Scritti corsari), di film e di documentari.
L'espressione “altri raccolti”, inserita in quest'interpretazione, mi richiamava alla mente le intuizioni di Pasolini  (sulla televisione, sulla civiltà dei consumi, sulla politica) che si sono avverate negli anni e nei decenni successivi alla sua morte, ovvero, dopo il ’75.

Non credo sia giusto vedere Pasolini esclusivamente come un personaggio dalle brutte tendenze sessuali. Sì, è verissimo, era attratto dagli adolescenti maschi... ed effettivamente la pederastia non è che vada poi così bene. Ma vi informo che il più delle volte, soprattutto dopo gli scandali di Casarsa, è riuscito a reprimersi e a dominarsi. 
Per alcuni dei suoi film e per "Ragazzi di vita" è stato processato... 
E se, con un occhio di umanità, cercassimo di vedere anche un Pasolini sofferente e incompreso? 
Pasolini è stato anche un bambino e un adolescente che abbastanza spesso vedeva il padre tornare a casa "bevuto" e urlare, e a volte essere violento con la madre. 
Pasolini sapeva che il senso di comunità si stava dissolvendo nella società dei consumi, che rende un po' tutti individualisti. E dissentiva.
Pasolini infine, con Ragazzi di vita, non ha creato un'opera volgare e oscena (intanto le parolacce sono state tutte censurate con i puntini di sospensione), ma un romanzo che potesse aprire gli occhi ai borghesi, ai benestanti sulle profonde disuguaglianze sociali di Roma e sulla miserrima vita del sottoproletariato analfabeta e incapace di distinguere il bene dal male.

QUINDI... PER CONCLUDERE:


Forse non è tanto la morte in sé a dare un senso definitivo alla nostra esistenza.
Forse, ciò che dà senso alla nostra vita, è il ricordo che permane di noi presso gli altri.

30 gennaio 2020

I bambini e i ragazzini "della Shoah":

Per non dimenticare mai
quello che è stato il genocidio più esteso e più sistematico della storia


Certamente la Shoah (termine ebraico per "tempesta") è lo sterminio etnico più documentato, ma non è l'unico genocidio avvenuto nel Novecento.
La storia non è letteratura; risulta quindi spesso inappropriato e inopportuno paragonare diversi contesti storici o diversi eventi tra loro.
Eppure, un appunto è utile farlo qui.
Che cos'ha di diverso la Shoah dal genocidio degli Armeni del '15 e da quello di Srebrenica del '95?
Ho scritto nella nota introduttiva sopra: "Ls Shoah è il genocidio più sistematico e più esteso".
A differenza delle altre due tragedie citate, lo sterminio di quei sei milioni e mezzo di ebrei è stato praticato in tutta Europa (22 stati coinvolti), non entro uno spazio geografico limitato. Oltre a ciò, è stato realizzato attraverso tecnologie e strumenti purtroppo efficienti ed efficaci, quali le camere a gas e i forni crematori.

TATIANA E ANDRA BUCCI:

I loro veri nomi in realtà sono Alessandra e Liliana, nate a Fiume. Il loro vero cognome era Bucich, italianizzato in Bucci dopo la promulgazione delle leggi razziali da parte di Mussolini.
Vi ricordo che, durante la seconda guerra mondiale, Fiume era una città italiana. Dal 1947 è diventata possedimento iugoslavo e attualmente è in territorio croato.


Alessandra e Tatiana sono le testimoni meno anziane della Shoah, dal momento che ora hanno rispettivamente 82 e 80 anni. Al momento della deportazione avevano soltanto 6 e 4 anni.
Erano figlie di Giovanni Bucci, un cattolico, e di Mira Perlow, ebrea proveniente dall'est, scappata e sopravvissuta ai pogrom (=attacchi periodici e massacri nei ghetti ebraici avvenuti nella Russia zarista tra il 1880 e il 1917).
Le due sorelle erano state battezzate prima della deportazione. Ma, in quell'epoca buia non troppo lontana da noi, il battesimo non salvava nessun bambino e nessun adolescente che fosse nato da almeno un genitore ebreo.
Andra e Tati (come le chiama anche un cartone animato) sono state arrestate il 28 marzo 1944 perché il custode della sinagoga di Fiume aveva segnalato ai militari nazisti tutte le abitazioni degli ebrei della città.
Inizialmente vengono deportate alla risiera di San Sabba (Trieste), poi ad Auschwitz, dove vengono separate dai genitori e affidate ad una boklova, una delle donne ebree che si occupava dei bambini nei campi. 
E' proprio quella boklova che le protegge da ciò che sarebbe dovuto essere un destino di morte terribile: "Quando vi chiederanno se volete vedere vostra mamma non fate quel passo avanti." Perché i bambini (solitamente i gemelli e i figli unici) che lo facevano erano poi soggetti agli esperimenti di Mengele, il "dottor Morte".
Il "dottor Morte" purtroppo non è stato né processato né giustiziato, visto che, dopo la fine della guerra, si è rifugiato in Brasile a San Paolo, dove è morto nel '79.
Spero che l'inferno esista, almeno per Joseph Mengele... Spero che Satana lo abbia cotto in una graticola prima di mangiarselo.
Un periodo storico in cui si mortificano, si torturano e si uccidono dei bambini è un periodo in cui l'umano dimentica la propria umanità e reprime qualsiasi forma di libertà, vivacità e sensibilità.

Il cartone animato intitolato "La stella di Andra e Tati" racconta bene sia la storia delle due sorelle che quella del loro cugino Sergio De Simone.


SERGIO DE SIMONE:

La fine di Sergio De Simone è straziante. A 7 anni, credendo di poter vedere la propria mamma, è stato deportato ad Amburgo, insieme ad altri bambini e lì ha trovato la morte tra atroci sofferenze.



YORAM FRIEDMAN:

Yoram è del '31, oggi ha 88 anni (in veronese: l'è vecio bèn!) e la sua storia è incredibile.

Su Canale 5 hanno fatto vedere il film "Corri ragazzo corri" l'altra sera. 
Io non sono riuscita a rivederlo. Se lo rivedo piango. E' troppo tragica la vicenda personale di Yoram-Srulik-Yurek.
Era in età da scuole medie quando si è trovato costretto a nascondersi nelle foreste polacche e presso alcuni contadini di campagna per poter sfuggire alla deportazione. Non è mai stato deportato, anche se in alcuni momenti (se avete visto il film lo sapete) ha corso dei grossi rischi e... ha perso per sempre un braccio.
A 14 anni, dopo la liberazione, trovatosi a fare i conti con la sua identità ferita (e per alcuni anni negata) di ebreo e con la sua condizione di orfano e di ragazzino solo al mondo (nemmeno uno dei suoi parenti è sopravvissuto alla Shoah), ha ripreso gli studi, dopo aver perso almeno 5 anni di scuola.
Yoram dev'essere stato un adolescente eccezionale... Eccezionalmente dotato. 
Ha impiegato poco tempo per apprendere tutto ciò che gli mancava e per arrivare ad una licenza superiore.
A 20 anni iniziano per lui gli studi universitari di Matematica. 
A 30 anni si trasferisce in Israele dove iniziano i primi incarichi di insegnamento nelle scuole superiori e dove conosce Sonia, la donna per la quale ha nutrito e nutre un amore forte e sincero. E poi è divenuto marito, padre e docente universitario di Matematica.


"Devi dimenticare tutto, il tuo nome e me. Ma non dimenticare mai che sei ebreo".
Questo è un padre che dà la vita al proprio figlio e queste sono le ultime parole che gli rivolge, prima di uscire da quel nascondiglio (si trovavano sotto un ponte) per farsi scoprire e uccidere da un soldato nazista. Yoram, che era uscito pochi istanti dopo e correndo dalla parte opposta, non era stato notato.

Auguro al signor Friedman di arrivare ai 100 anni! 

ANNE FRANK:

Ultimamente mi chiedo: chissà chi sarebbe diventata se fosse sopravvissuta.
Una docente universitaria, da quanto era brillante e intelligente nello scrivere, o un ministro politico, o un'autrice di romanzi di successo internazionale, come quelli di Murakami adesso...

È davvero meraviglioso che io non abbia lasciato perdere tutti i miei ideali perché sembrano assurdi e impossibili da realizzare.
Eppure me li tengo stretti perché, malgrado tutto, credo ancora che la gente sia veramente buona di cuore. Semplicemente non posso fondare le mie speranze sulla confusione, sulla miseria e sulla morte. Vedo il mondo che si trasforma gradualmente in una terra inospitale; sento avvicinarsi il tuono che distruggerà anche noi; posso percepire le sofferenze di milioni di persone; ma, se guardo il cielo lassù, penso che tutto tornerà al suo posto, che anche questa crudeltà avrà fine e che ritorneranno la pace e la tranquillità.


E io non ci credo più che la gente sia buona. 
Non solo perché è in grado di progettare e di attuare genocidi, stragi, discriminazioni e massacri, ma anche perché in generale la gente è fredda e superficiale.
Ci credevo quando avevo la sua età (13 anni), ci credevo quando, a inizio adolescenza coltivavo grandi ideali e grandi progetti per me. Ho avuto un periodo alle medie (e l'ho anche scritto su uno dei miei diari) in cui desideravo diventare una specie di politica, una di quelle persone che lavora per l'internazionalità, cioè una diplomatica che si impegna a promulgare valori come la giustizia sociale e la pace nel mondo.
E invece... ora mi ritrovo a più di 20 senza ambizioni e con una sfiducia in generale non tanto nelle mie risorse, quanto piuttosto nella capacità degli altri di accettarmi e di comprendermi.
Cercate di capirmi... prima il liceo con i pettegolezzi, le falsità e l'emarginazione, poi la parrocchia con persone arroganti e sempre pronte a giudicare... Cioè, non ho stima di molte persone della mia età o vicine alla mia età. Perché da loro raramente ho avuto soddisfazioni dal punto di vista umano. Notate che ho detto "molte", non tutte... Qualcuno in gamba c'è!
Vorrei citarvi 4-5 esempi, ma oggi non ne ho il tempo.
Ad ogni modo, dire che sono senza ambizioni è un po' esagerato. La cattedra di Lettere alle scuole superiori la voglio eccome! Diciamo che i miei progetti si sono ridimensionati.
Ho capito, crescendo, di essere fatta per "le piccole cose", di essere fatta per educare ragazzini in crescita. 
E ora, l'animatrice adolescenti che spesso quando parlava o coordinava le attività riusciva a far stare in silenzio anche un gruppo di 20-25 adolescenti non c'è più...
Non credo fosse tanto il mio metro e settanta abbondante di altezza (173 cm) che mi aiutasse a farmi valere. Magari sì, anche questo, perché sono alta quasi come un uomo.
Ma forse mi facevo ascoltare perché avevo qualcosa di interessante da dire loro?! Forse mi facevo ascoltare perché io per prima li rispettavo e valorizzavo ciò che i miei adolescenti erano?!
C*zz*... Fatevi un esame di coscienza, cari preti e cari co-animatori!!!



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