7 giugno 2026

Riflessioni di fine anno scolastico (e molto a ridosso dell'esame di abilitazione)

L'ABILITAZIONE STA TERMINANDO... COME MI SENTO?

Per me è appena terminato un anno scolastico intenso e decisamente gratificante! Questo è stato il mio primo vero anno da insegnante. 

Sorprendentemente, negli ultimi mesi, sono riuscita ad attraversare con molta energia un impegnativo periodo fatto di incastri tra lavoro, lezioni a frequenza obbligatoria del percorso abilitante, impegni familiari e piccoli problemi di salute di Matthias.

Gli esami finali per l'abilitazione all'insegnamento sono imminenti: domani mattina affronterò lo scritto e venerdì 12 la parte dedicata alla lezioni simulata. 

Sono la quartultima del secondo giorno di esami orali: per me è uscita una traccia di Didattica della letteratura italiana che risulta strettamente connessa con la storia. 

Secondo i miei calcoli ho raggiunto il 94% delle presenze alle lezioni, ho ascoltato e partecipato attivamente, ho svolto i compiti assegnati in maniera puntuale, ho letto articoli e pagine di saggi consigliati e caricati dei docenti universitari sul portale online dedicato a noi insegnanti in formazione.

Non appena terminerò definitivamente questa fondamentale tappa di vita ricomincerò a leggere romanzi! Senza la fretta di divorarli e alternando anche altri interessi. 

In questo modo mi preparerò psicologicamente all'autunno. 

Per me il 2026-2027 sarà un anno scolastico particolarmente tosto, me lo sento. In questo periodo non mi conviene pensare troppo alla prossima "avventura" da insegnante. Avverto una sensazione particolare che mi fa presagire non soltanto la fatica ma anche già la toccante e meravigliosa ricchezza interiore di dodicenni e tredicenni che cercherò di valorizzare e di comprendere il più possibile.

L'esito definitivo delle prove mi verrà comunicato il 19 giugno.

Quella che sta per iniziare sarà una delle settimane più importanti della mia vita.

Ero piuttosto serena venerdì, abbastanza in ansia ieri. 

Stasera, inaspettatamente, mi sento serenissima.

La scuola mi mancherà quest'estate. 

I ragazzi mi hanno arricchita e fatta crescere. Non mi riferisco soltanto alle due classi in cui i ragazzi si sono comportati in modo rispettoso.

Negli ultimi tre mesi e mezzo mi sono resa conto del fatto che, la mia buona capacità di riflessione sulle situazioni  difficili del contesto scolastico, è derivata proprio dall'esperienza didattico-educativa con quella che è stata la mia prima media più complessa e più sfidante.

Abbastanza frequentemente i laboratori e i seminari del percorso di formazione iniziale per gli insegnanti si sono rivelati una rassicurante conferma di ciò che stavo sperimentando soprattutto con quella classe. 

Ho semplicemente appurato il fondamento scientifico-pedagogico delle mie intuizioni:

-Ad una ragazzina neo-arrivata in Italia è opportuno consegnare non soltanto una versione ridotta e semplificata dei libri di testo ma predisporre testi semplici, con frasi molto brevi e forme verbali tutte al presente indicativo. Tra l'altro qui per me è stata fondamentale la collaborazione con una collega di Lingue dello stesso istituto.

-I ragazzini con difficoltà specifiche di apprendimento o di attenzione devono poter usufruire di supporti compensativi: mappe concettuali, riassunti, schede con immagini. Tra l'altro, è bene arginare i comportamenti problematici affidando piccoli compiti e piccole responsabilità.

-La scuola non deve essere soltanto a misura degli insegnanti, come sosteneva il Ministro Gentile cento anni fa. Le classi del XXI° secolo sono molto eterogenee e l'insegnante, oltre ad assumere un ruolo di guida educativa, dovrebbe essere una sorta di direttore d'orchestra che crea armonia e che valorizza l'apporto di ogni strumento musicale, ovvero, di ogni alunno, proprio come afferma Daniel Pennac.

Che meraviglia aver sperimentato e aver interiorizzato tutto ciò!

E pensare che, fino ad appena un anno fa, dicevo a me stessa: "Avrei voluto diventare un'insegnante ma non ci sono riuscita!".

In questo periodo di vita sto raggiungendo quello che sono convinta sia il mio posto nel mondo.

IL RAPPORTO CON LE DISCIPLINE PER CUI MI STO ABILITANDO:

A fine aprile una compagna di corso, durante un lavoro a gruppi nelle stanze virtuali, mi ha dato il soprannome di "drago della didattica della storia e della geografia".

Da bambina sono cresciuta leggendo albi illustrati sulla preistoria, sulla storia delle civiltà antiche, su alcuni argomenti di storia medievale.

Non solo. Nelle mie stanze avevo un mappamondo la cui luce, a volte, mi faceva compagnia di notte. 

Inoltre, sfogliavo e leggevo sempre molto volentieri un atlante geografico con illustrazioni bellissime che aveva l'effetto di estraniarmi completamente dal mondo esterno.

Le fiabe non mi hanno mai fatta impazzire, infatti a me piaceva e piace quella che, tuttora, è considerata un'anti-fiaba a tutti gli effetti: Shrek.

Aggiungo un dettaglio simpatico: un anno mi sono fatta cucire da mia zia un vestito da regina longobarda per Carnevale! 

Cara, cara regina Teodolinda! Ti ho sempre ammirata per le tue ottime capacità di mediazione.

Ricordo poi che alle scuole medie eseguivo molto volentieri dei compiti supplementari e facoltativi di queste due discipline.

L'enorme ed evidente interesse per l'area storico-geografica è continuato fino al secondo anno di liceo incluso. 

Da non trascurare il fatto che, comunque, leggevo molto, soprattutto i romanzi classici della letteratura anglo-americana. Tra la quinta elementare e la prima media ho letto I ragazzi della Via Pàl di Ferenc Molnar e ne ero rimasta colpita oltre che impressionata.

All'inizio del triennio del liceo mi sono appassionata intensamente alla letteratura italiana: era diventata la mia disciplina preferita. 

Le mie abilità di analisi letteraria sono emerse (e direi piuttosto prepotentemente), dopo l'esame di maturità, durante tutto il percorso universitario alla facoltà di Lettere. 

Nel corso dei sei anni universitari ho ripreso a studiare e ad approfondire volentieri anche la storia alto-medievale, la geografia fisica e la geografia umana. 

Poi mi sono appassionata anche alla Linguistica, alla storia della lingua italiana, disciplina per la quale a volte mi dimenticavo di pranzare, e alla storia delle lingue indo-europee.

La mia era una tesi di laurea in Linguistica italiana sui fenomeni sintattici e lessicali individuati e analizzati in alcuni romanzi di Natalia Ginzburg.

A metà gennaio ho raccontato che, proprio a metà della prima media, mi è balenata in mente per la prima volta l'intuizione di essere portata per l'insegnamento. 

A ventisei anni, appena laureata, disponevo di un ampio e solido bagaglio culturale sia in area letteraria che in area storico-geografica. 

Tuttavia, idealizzavo l'ambiente-scuola e mi mancavano sia un po' più di esperienza di vita sia l'autostima.

Nel 2022, dopo qualche mese difficile trascorso in un paio di scuole nelle quali sono stata sommersa da problemi disciplinari anche più gravi di quelli affrontati quest'anno, ho silenziosamente pensato: "Non posso assolutamente fare questo lavoro! Mi sono sbagliata, devo cambiare strada". 

Quello è stato lo stesso anno in cui ho conosciuto Matthias.

Ho cambiato sentiero di vita e mi sono ritrovata a svolgere un lavoro pesante, di continua interazione con un pubblico non sempre cortese e rispettoso e i cui orari di lavoro comportavano il sacrificio di molte giornate festive. 

Ultimamente ritengo che anche l'esperienza da promoter per i titoli di viaggio di Italo sia stata utile: ho imparato a farmi rispettare di più e anche ad entrare in contatto con la rabbia, sentimento e stato d'animo che, da ragazzina, ho sempre faticato ad avvertire.

Ad un certo punto però, ho iniziato ad avvertire una fitta di nostalgia per l'ambiente scolastico. Nel frattempo, Matthias mi inoltrava, di tanto in tanto, video e articoli sui requisiti di accesso ai percorsi abilitanti e alle graduatorie. 

Ho trascorso buona parte della giornata del 1° gennaio 2025 a domandarmi: "E se riprovassi ad inviare candidature per le scuole?". Quello è stato il giorno in cui ho ripreso a fantasticare a proposito di situazioni scolastiche.

La lettura di un pamphlet di Susanna Tamaro inerente alla scuola è stata una sorta di scintilla la scorsa primavera.

Come una parte di voi lettori sa, quest'autunno a metà ottobre è arrivata la telefonata con la proposta di supplenza. 

Ho coperto uno spezzone consistente soprattutto nell'insegnamento delle due discipline che, fin dalla seconda elementare, mi avevano affascinata.

In quella scuola sono stata benissimo: il clima tra colleghi era per lo più collaborativo e orientato alla sensibilità nei confronti degli alunni.

Il Dirigente dell'Istituto in cui ho lavorato e svolto anche il tirocinio abilitante si è dimostrato "severo ma giusto", detta alla maniera giovanile: non è una persona rigida, è semplicemente molto coscienzioso e rigoroso.
Vi dirò di più: q
uando si accorge di avere a che fare con insegnanti motivati e impegnati a svolgere il loro lavoro nel miglior modo possibile, anche dal punto di vista umano, diventa un alleato molto affabile e prezioso.

Mi ricordo benissimo il colloquio sostenuto nel suo studio alla fine del mio secondo giorno di insegnamento: "Da un'insegnante di storia e geografia mi aspetto la massima serietà e chiarezza nel metodo di insegnamento, fondamentale per le classi prime!".

Ricordo di avergli risposto: "Metterò tutto l'impegno possibile, sono qui per lavorare bene". 

"Benissimo. Mi avvisi nel caso in cui i ragazzi le mancassero di rispetto. Interverrò io". Proprio la chiusura di colloquio che desideravo!

Come potete vedere da questi fascicoli, ci ho messo l'anima e, per interessare gli alunni, mi sono inventata di tutto.

Si tratta di fascicoli di ripasso divertenti ma non facilissimi. Meglio non affrontarli né sotto l'ombrellone, né a bordo piscina o nelle ore più calde del giorno.

Sappiate che questi due fascicoli sono stati "gli effetti delle ore di laboratori didattici" 😉

-Storia

https://drive.google.com/file/d/1O_Tlq0RKP7nBHBzKCAjWQJ68TtRSjGMz/view?usp=sharing

-Geografia

https://drive.google.com/file/d/1E4f5E9ln72qbva8zj2dn7d72SPUCupjd/view?usp=sharing

Anche per quel che concerne italiano so essere quasi altrettanto originale, però ho più esperienza di insegnamento soprattutto con le due materie menzionate sopra. 

Mi sto abilitando per poter avere più continuità didattica anche per Lingua e Letteratura italiana.

I RAGAZZI... PREZIOSI COME I GERMOGLI DEGLI ALBERI DA FRUTTO:

Durante un laboratorio di Didattica della storia e, nel bel mezzo di una pausa, avevo iniziato a confrontarmi con due compagne di corso a proposito delle esperienze di tirocinio diretto che stavamo vivendo.

Non ho retto la conversazione: non appena una di loro ha definito i componenti di una classe di prima media "infantili e immaturi" ed etichettato gli alunni di una seconda media come "cinici e insensibili", sono uscita dall'aula per non urlare.

Mi dispiace molto ci sia questa idea così pregiudiziale a proposito di persone all'inizio dell'adolescenza.

Quanta poca strada farà nel mondo della scuola e nei prossimi anni chi la pensa così!!

Ho svolto le mie ore di tirocinio in una classe prima veramente esemplare dal punto di vista comportamentale e in una seconda che, seppur tutt'altro che perfetta, rivelava in alcuni momenti una sensibilità notevole e disarmante: per poco non piangevo in aula insegnanti quando la mia collega e loro titolare ha voluto condividere alcune frasi di qualche tema.

E poi cerchiamo di ragionare: chi ha terminato la seconda media è nato nel 2013, quindi ha troppa poca vita alle spalle per poter essere già cinico e insensibile. 

Casomai un tredicenne di adesso è sfiduciato, sofferente, disorientato, insicuro. Oppure si è costruito una corazza di rabbia per proteggere se stesso da una quotidianità complicata e da una visione del futuro tutt'altro che rosea.

Attraversare il dolore a quell'età penso sia come camminare al buio nel fango sotto una pioggia torrenziale. 

Oltre a questo, ho appurato per esperienze personali che alcuni ragazzi in prima media possono manifestare una bontà e un senso di integrità che i trentenni, o gli adulti in generale, si scordano o vedono con il cannocchiale!

Sappiate che i ragazzini in prima media si stupiscono ancora per un arcobaleno nel cielo. 

In generale sono molto semplici e genuini: a quell'età si rendono perfettamente conto se una figura educativa tiene al loro bene o si trova dietro una cattedra soltanto per scaldare la sedia.

Io quella mia classe prima media complessa devo solo ringraziarla: quei ragazzi sono stati il mio pensiero pressoché costante nel corso delle lezioni del percorso abilitante.

Il motivo principale per cui mi stanno così a cuore è questo: il nostro è stato un rapporto insegnante-alunni nel quale, entrambe le parti, sono state in grado di "andare oltre le apparenze".

Infatti, se da un lato io sono riuscita a scorgere e a riconoscere la loro vivacità intellettuale e la loro profondità d'animo al di là di certi comportamenti inadeguati, dall'altro loro, nonostante la mia inesperienza, hanno riconosciuto il mio impegno, la mia dedizione e il mio potenziale di futura professionista.

"Con lei ci siamo comportati male", mi ha detto chiaramente uno di loro la penultima settimana di scuola quando ci siamo incrociati nei corridoi.

La risposta ideale, che rispecchiava la verità al 1000%, sarebbe stata (ma non potevo replicare esattamente così): "Eravate molto nervosi. Avete iniziato l'anno scolastico con un'insegnante coordinatrice che non vi ha mai fatto ragionare sulle regole. Oltre a questo, nei primi due mesi e mezzo di scuola, eravate sprovvisti del titolare di sostegno e, in questo settore, non avete goduto di alcuna continuità didattica.  Già questi sono due ottimi motivi per arrabbiarsi come iene nei confronti della scuola pubblica".

Ho chiuso i portali dell'università e i quaderni da alcune ore ormai, consapevole del fatto che, come ha affermato il professor Girelli in una sua lezione di psicologia, ho proprio assunto una "postura riflessiva" nel mio lavoro. Spero di mantenerla sempre.


29 maggio 2026

"SAVING MR. BANKS": UN FILM CHE FA RIFLETTERE SUL RAPPORTO TRA PADRI E FIGLI

Stavolta vorrei iniziare questo post a due cervelli con la citazione di una breve recensione pubblicata dal Mereghetti:

1) CONFUTAZIONE DELL'OPINIONE DEL MEREGHETTI:

La bisbetica scrittrice P.L. Travers (Thompson) arriva a Hollywood per incontrare Walt Disney (Hanks) e supervisionare l'adattamento in chiave musical del suo romanzo "Mary Poppins". Il suo rifiuto di qualsiasi compromesso fa ammattire il produttore e i compositori Richard e Robert Sherman. 

Ma per la scrittrice, il soggiorno hollywoodiano è l'occasione per rievocare la difficile infanzia in Australia e le figure del padre Travers Robert Goff e della zia Ellie, che le furono di ispirazione per i personaggi di Mr Banks e Mary Poppins.

Raccontando, con qualche libertà, la genesi di uno dei più grandi successi della storia del cinema, il copione di Kelly Marcel e Sue Smith riflette sul legame tra autore e creazione artistica, e sul rapporto tra l'opera letteraria e la sua trasposizione filmica, con alcune osservazioni non banali. Il tutto con tocchi di commedia agrodolce, giostrando sorriso e commozione e affidandosi ad un cast di prim'ordine; la ricostruzione d'epoca è impeccabile, e i duetti tra Hanks e la Thompson sono piacevoli. 

Funzionano meno i flashback sull'infanzia, stucchevoli e non sempre ben amalgamati con la narrazione.

A mio avviso questa critica è un po' troppo severa per quel che concerne la sua ultima parte dato che ritengo i flashback emotivamente toccanti.

Anzi, trovo addirittura più riusciti i flashback rispetto agli episodi riguardanti gli scontri tra la scrittrice e i dipendenti della Disney, principalmente per un motivo: i momenti del film relativi all'infanzia dell'autrice insistono anche molto sull'espressività della figura materna della Travers, ovvero, su Margaret. 

Quest'ultima infatti, vero pilastro della famiglia, è una donna sofferente con a carico sia tutte le faccende domestiche sia l'educazione al senso di responsabilità delle figlie.

Forse le scene dedicate al rapporto tra Pam Travers da bambina e il padre sembrano leziose a coloro che non conoscono bene né la vita di Disney né la storia della Travers, il cui vero nome in realtà era Helen Goff.

Oppure semplicemente queste parti del film non sono state particolarmente coinvolgenti e incisive per chi ha scritto questa recensione.

Comunque, anche se non conosco il libro originale, sembra che il film abbia addolcito la storia vera secondo l'idea di un giornalista britannico che lavora per il The indipendent, giornale britannico. 

Infatti Geoffrey Macnab scrive: "Da un lato, Saving Mr. Banks è uno studio approfondito e perspicace del personaggio, dall'altro, è un esercizio di marketing allegro e ottimista in cui l'organizzazione Disney sta promuovendo uno dei suoi personaggi cinematografici più popolari".

2) IL SIGNOR GOFF, PADRE DELL'INVENTRICE DI MARY POPPINS:

Si tratta di un uomo fantasioso, solare, molto affettuoso con le figlie e capace di un'ottima relazione con la figlia maggiore Helen. 

Tuttavia non è in grado di tenersi un lavoro per via della sua alcool-dipendenza.

Il Mr Banks del film invece assomiglia poco al padre della Travers: è un grigio impiegato di banca che pensa principalmente al lavoro e alle buone maniere.

Il padre dell'autrice, dall'altra parte, è un alcolizzato cronico e questa sua dipendenza genera tensioni con la moglie che una sera compie un tentativo di suicidio.

Ad ogni modo, a causa di una tubercolosi, Mr Goff era scomparso prematuramente e nelle sue ultime settimane di vita la sorella di Margaret si era trasferita a casa della famiglia per dare un aiuto: lei infatti è stata l'ispirazione principale per la figura di Mary Poppins.

3) RELAZIONE TRA L'AUTRICE E DISNEY:

Pam e Disney non avevano un buon rapporto: lei non ha mai approvato il musical e per questo non ha mai più ceduto i diritti dei suoi libri.

Oltretutto, Pam Travers non ha mai accettato l'uso dell'animazione all'interno del film e sembra abbia trovato la Mary Poppins creata dalla Disney molto diversa da com'era sua zia.

É vero, anche nel film non si evince un buon rapporto tra l'autrice e il produttore americano, però sembra che lei, nell'ultima scena, durante la visione del film, cambi idea anche se non lo esplicita.

Inoltre, poco prima dell'uscita del film presso le sale americane, Disney si reca a Londra per far visita a Pam, raccontandole la sua infanzia e condividendo con lei il difficile rapporto con il padre Elias. 

Probabilmente queste confidenze non sono mai avvenute nella realtà.

Ci sono poi altre differenze tra Saving Mr Banks e la realtà: in quest'opera cinematografica sembra che Disney si trovi tutti i giorni nel suo ufficio aziendale, mentre nei fatti veramente accaduti è noto che nel periodo di produzione dell'adattamento cinematografico Walt non si trovasse a Los Angeles ma in Florida.

Per di più, Pam Travers nel film ricatta Disney. 

Nella realtà non poteva farlo perché aveva firmato il contratto prima di recarsi a Los Angeles.


4) IL RAPPORTO CON LA FANTASIA:

Come rapportarsi con la fantasia e con l'immaginazione? 
A mio avviso questo film invita ogni lettore a rivolgersi la seguente domanda.
Il padre di Helen Goff, divenuta poi Pam Travers, incentiva la fantasia della figlia maggiore creando insieme a lei un mondo originale e singolare grazie al quale entrambi si sentono a loro agio. 
Il signor Goff da un lato supporta i sogni della bambina mentre dall'altro la rende estranea alla realtà: quando la madre, in una scena, le chiede di aiutarla a preparare la tavola per la cena, è il marito stesso a dirle bruscamente: "Lasciala stare! Depone le uova", mentre la piccola finge di essere una gallina magica.

Credo sia opportuno stimolare la fantasia, sia in qualità di genitori sia in qualità di insegnanti soprattutto della mia categoria (Lettere). 
Infatti, con la parte di antologia, che comprende la stesura di temi scritti e/o di testi quali racconti o parti che completano o concludono una traccia, si dà ai ragazzi la possibilità di inventare situazioni, eventi, personaggi e luoghi ricorrendo e raccomandando tuttavia loro di rispettare una certa logica sintattica, lessicale e di coerenza con le indicazioni assegnate.

Ad ogni modo la fantasia, pur essendo intimamente legata alla creatività, non deve però essere un modo per evadere dalle responsabilità quotidiane.
Il mondo reale è fatto di regole, di sfide, di malattie, di drammi e, in particolar modo, di relazioni alle quali nessuno di noi può sottrarsi, dal momento che costituiscono fonte di arricchimento personale e collettivo.

22 maggio 2026

WALT DISNEY, VITA E CARRIERA:

11) RAPPORTI PADRI-FIGLI: DA WALT DISNEY A PAMELA TRAVERS

1) WALT DISNEY- GIOVINEZZA E FORMAZIONE:

Nato a Chicago nel 1901, è stato fondatore e presidente della Walt Disney Company e ha creato Disneyland.

Figlio di una famiglia piuttosto numerosa che si è trasferita da Chicago nel Missouri in una fattoria vicina allo zio Robert Disney, Walt ha avuto un rapporto travagliato con il padre Elias.

Da bambino, Walt Disney vendeva giornali con il fratello Roy.

Durante la prima guerra mondiale è stato un volontario della Croce Rossa: il suo ruolo consisteva nel dipingere croci sulle ambulanze. 

In questo contesto difficile e drammatico, Walt ha conosciuto Ray Kroc, fondatore del McDonald.

Dopo la fine del conflitto, Walt Disney ha frequentato un corso all'Art Institute di Chicago e, per un periodo di tempo, è stato caricaturista per alcuni giornali.

2) NASCITA DI TOPOLINO:

Walt Disney viveva ancora in uno sgabuzzino quando ha iniziato a lavorare per un'agenzia di pubblicità.

In questo ambiente sempre semi-buio, un topo gli teneva compagnia. 

Da questa esperienza è stato creato Mickey Mouse, un topo un po' bianco e un po' nero in modo tale che risultasse visibile sia alla luce sia al buio.

All'inizio Walt voleva chiamarlo Mortimer, ma non era un nome attrattivo per i bambini, soprattutto se doveva essere assegnato ad un personaggio da intrattenimento. 

Ben presto Mickey Mouse è diventato un cartone animato conosciuto e famoso in tutto il mondo.

Nel 1928, Walt e il fratello Roy si trasferiscono ad Hollywood dove viene fondata la Disney Production.

Successivamente Disney ha creato anche Pippo, Pluto e Paperino.

Preciso soltanto che Pluto, il cui nome potrebbe effettivamente essere un omaggio a Plutone, è comparso per la prima volta nell'aprile del 1931 nell'episodio Topolino a caccia, mentre l'anno successivo è nato anche Pippo (in inglese americano Goofy), la cui figura è stata definita da Floyd Gottfredson.

Il debutto di Paperino, anatra antipatica e scontrosa, è stato un successone sin dall'estate 1934 per i fumetti dell'epoca.

Paperino è stato considerato un antieroe per eccellenza dato che veniva considerato il simbolo dell'uomo medio moderno con le sue nevrosi.

3) BIANCANEVE:

Biancaneve è il primo lungometraggio animato. 

Ispirato alla fiaba del fratelli Grimm e uscito nel dicembre 1937, ha avuto un enorme successo ed è riuscito nell'intento di commuovere il pubblico, obiettivo che si era prefissato Walt Disney.

L'aspetto interessante consisteva nel fatto che, ad ogni nano, veniva assegnato un nome che rimandava ad una sua qualità distintiva.

La Disney ha iniziato a lavorare a questo film animato già nel 1934: inizialmente molte scene sono state abbozzate per i sette nani che avrebbero dovuto costituire il fulcro della storia. 

Poi però, è prevalsa la scelta di concentrarsi sul rapporto tra Biancaneve e la regina, tagliando alcuni episodi come la cena dei nani, un litigio tra Brontolo e Dotto e una riunione tra i nani dove si consultavano tra loro per un regalo a Biancaneve.

Nel 1938 Biancaneve è stato doppiato con sottotitoli per il pubblico italiano e l'anno successivo ha ricevuto il Premio Oscar alla carriera e anche quello per la miglior colonna sonora.

Per la realizzazione di Biancaneve, Disney ha assunto il ruolo di stilista del colore, condizionando la cromìa di molte scene e ideando i volantini pubblicitari della prima proiezione in California.

4) DUE FLOP:

Per quali motivi due lungometraggi animati, usciti rispettivamente nel 1939 e nel 1940, non hanno avuto successo?

Per circa vent'anni non è stato compreso l'intento di Fantasia, ritenuto un'apologia di nazismo: si trattava di un film organizzato in otto episodi, con la musica classica in sottofondo suonata dall'orchestra di Philadelphia. 

È stato considerato un film razzista soprattutto in riferimento ad una scena: la centaura di pelle nera che lucidava gli zoccoli di una centaura bianca.

Tuttavia questa critica derivava da una lettura stereotipata dell'episodio.

Fantasia era probabilmente una critica al cinema espressionista tedesco: ad esempio, la scena di apertura del film in cui un demone offusca un intero villaggio di montagna potrebbe rappresentare un contrasto all'apologia dei paesaggi di montagna da parte dei nazisti.

Alcuni audio del film sono stati modificati alla fine della guerra, quando anche gli europei hanno potuto scoprirlo.

Uno degli episodi più celebri è l'Apprendista Stregone con sottofondo una ballata di fine Settecento di Johann Wolfgang von Goethe e impostato su un poema sinfonico di Paul Dukas.

Alla fine degli anni Trenta, Walt Disney riteneva che Topolino meritasse un ulteriore aumento di popolarità: per questo motivo ha deciso di mettere Topolino nelle vesti di apprendista di uno stregone chiamato Yen Sid dal quale ha imparato dei trucchi magici: tra questi, fare in modo che le scope fatate trasportino i secchi pieni d’acqua.

Era emerso però un piccolo problema: Topolino non sembrava essere in grado di governare questo potere.

Le narrazioni di tutti gli otto episodi a mio avviso risultano efficaci, seppur privi di testi e di dialoghi tra i personaggi.

Il secondo film di pochi incassi negli anni Quaranta è stato Pinocchio- Storia di un burattino (1940): a causa del secondo conflitto mondiale in corso quest'opera non poteva essere esportata al di fuori degli Stati Uniti, soprattutto per le comunicazioni interrotte con Europa e Asia.

Nella prima scena, la pellicola prevede il Grillo Parlante come narratore che si rivolge al pubblico narrando la storia di Pinocchio.

Comunque il finale previsto dalla Disney si adegua a quello della versione finale del romanzo di Collodi.

5) LA PERSONALITA' DI WALT DISNEY:

Lo si  sarebbe potuto definire ottimista, curioso, amante della conoscenza, molto fiducioso in se stesso e perseverante.

Non so in quali rapporti fosse con la dimensione religiosa: credo però che ammirasse la spiritualità nelle sue diverse forme.

Puntava all'eccellenza della sua grande azienda ed era molto severo e perfezionista con i suoi dipendenti- collaboratori addetti al disegno, la sua passione sin dall'infanzia.

6) RAPPORTO CON IL PADRE: 

Nonostante Elias fosse un altro mondo rispetto a lui, Walt provava comunque affetto.

Eppure Elias non poteva soffrire il fatto che l'hobby preferito di uno dei suoi figli fosse il disegno, dato che pretendeva un figlio di senso pratico, non certamente un creativo che parlava con gli animali.

Da bambino Walt consegnava i giornali in bicicletta anche in pieno inverno. Guai se si bagnavano!

14 maggio 2026

I castelli: sviluppi e tramonto nel Basso Medioevo (II)

Proseguo la sintesi dei capitoli del saggio sui castelli medievali. 

Infatti questo post ne costituisce la seconda parte.

H) ABITARE IL CASTELLO DOPO L'ANNO MILLE:

Nel secolo XI° i castelli costituiscono la manifestazione del potere delle aristocrazie locali: oltre ad avere funzioni residenziali, sono di solito legati a villaggi fortificati.

Come si presentava un castello nel corso di quei secoli? (...) non era altro che un villaggio fortificato in modo sommario: all'interno di una superficie oscillante tra i 1000 e i 15000 metri quadrati, per lo più circondata da fossato, terrapieno e palizzata, ma talora anche da muro, si individua un insieme di lotti di terreno fabbricabile che, nel corso dei decenni, vanno progressivamente restringendo la loro superficie perché le abitazioni costruite divengono via via più fitte.

A Sant'Agata bolognese un terreno di un ettaro comprendeva un abitato di edifici in legno recintati da fossati continuamente alimentati da corsi d'acqua.

Adiacenti ai castelli fatti edificare dall'anno Mille in poi, si sono scoperti oggetti di piombo, semilavorati di ferro e anche qualche moneta. 

Pochi risultano i materiali riferibili invece alle armi o alle attività agricole:

(...) gli abitanti, oltre a coltivare le terre circostanti, lavoravano metalli ed erano impegnati nella filatura e nella macinazione di cereali con mulini forse azionati da forza umana o animale.

I) INNOVAZIONI DEL SECOLO XII°:

Nel XII° secolo la morfologia castellana va modificandosi.

Si accentuano infatti le differenze tra abitazioni signorili e case ordinarie all'interno di un villaggio fortificato.

Rimangono comunque in uso i recinti di terra e di legno che precedono i fossati.

Oltre a materiali di costruzione come terra, legno e pietra, compaiono anche i mattoni, in conseguenza dell'aumento della manodopera specializzata: il castello di Castiglione d'Adda è in legno, quello pedemontano di Vallio (TV) in pietra, mentre invece il castello di Bianello (RE) è fatto di pietra e calce e attorniato da uno steccato ligneo.

L) IL DONGIONE:

A metà del XII° secolo viene introdotto il dongione, dal latino medievale dongionum, "area che corrisponde alla sede del signore".

La costruzione del dongione, nuovo elemento difensivo, richiedeva la compartecipazione di manodopera specializzata e manodopera generica.

Il dongione non corrispondeva infatti né alla torre di difesa, né alla torre più solida né alla torre principale, ma era invece la zona più alta della fortezza, la parte interna del castello e corrispondente solo alle stanze residenziali del signore. 

Il suo inserimento nella struttura di un castello segnava frequentemente il passaggio da un detentore ad un altro: 

(...) il fenomeno non manca quindi di assumere una precisa connotazione politica: l'iniziativa, anche nel campo della fortificazione, passa infatti dai piccoli signori locali o da certe comunità rurali, nelle mani dei grandi comuni cittadini o di potenti signori territoriali, e la loro prima cura è di dare maggiore efficienza alle fortezze il cui impianto, da un punto di vista militare, è ormai inadeguato.

La costruzione di dongioni prosegue anche nel XIII° secolo.

Oggi molti di questi complessi sono scomparsi... tra i ruderi del castello di Rado (Vercelli) si distingue la zona signorile, fortemente protetta.

M) IL "PALATIUM CASTRI":

Le caratteristiche ideali del "palatium castri" sono ben sintetizzate nella descrizione che il cronista Rolandino fa del castello elevato da Ezzelino e Alberico da Romano, intorno alla metà del Duecento, "su un colle dalle parti del Pedemonte e nel distretto di  Treviso": costruito con molta perizia, dotato di mura robuste e di dimore sotterranee, esso rinserrava, insieme con una torre "babilonica", un "tutum et pulchrum palacium", cioè un edificio in grado di fornire, insieme con un'adeguata sicurezza, quel tanto di eleganza e di comfort che rende gradevole e dignitoso il risiedervi.

Il palatium castri è una costruzione residenziale confortevole il cui interno è luminoso grazie ad ampie finestre e a grandi loggiati. Al suo ingresso si accedeva mediante scale.

Conti, marchesi e vescovi  tendono a far edificare i palazzi ad imitazione degli edifici già esistenti nelle corti regie per conformarsi ai prestigiosi modelli di vita di re e imperatori.

I palazzi annessi ai castelli iniziano a diffondersi in Toscana a partire dalla metà del XII° secolo.

Importante è anche sottolineare che i palazzi edificati prima del Duecento potevano anche essere sedi comunali: a Cremona, nel basso Medioevo, il comune condivideva la sua sede con il vescovo.

A metà del XIII° secolo i palazzi iniziano ad essere costruiti nei casali della campagna romana, utilizzati come edifici per residenze stagionali o anche per motivi politico-militari.

N) SVILUPPI DELLE TORRI:

Le torri, costruite più frequentemente a partire dalla fine del XII° secolo, erano importanti mezzi per far fronte alle battaglie dato che si presentavano alte e solide: i colpi delle macchine di lancio risultavano inefficaci contro le mura del basamento di una torre e molto raramente raggiungevano la parte più elevata di questa costruzione.

Il torrione del castello richiamava ai poteri che il suo detentore esercitava sulle terre e sugli uomini di un distretto castellano.

Quali torri erano abitabili?

Si considerano come potenzialmente abitabili le torri quadrangolari che abbiano lati di almeno sette o otto metri mentre fino a cinque o sei sarebbero adatte solo a funzioni di avvistamento oppure simboliche. L'abitabilità, peraltro, non è data solo dalla superficie utilizzabile ma anche dalla presenza di adeguate aperture per l'illuminazione, di camini e latrine con relativi scarichi nonché dalla disponibilità di sufficienti riserve d'acqua grazie all'esistenza di pozzi o cisterne.

Comunque, il signore si rifugiava nella torre soltanto in condizioni di emergenza.

Nel XIII° secolo compaiono anche torri di forma circolare e poligonale che richiedevano un maggior impegno costruttivo e dunque maestranze specializzate.

O) FORTIFICAZIONI DI RIFUGIO:

Il costante aumento demografico e le migliorate condizioni di sicurezza fanno in modo che, a partire dal Duecento, le popolazioni rurali si orientino a ripopolare le ville e i villaggi pre-esistenti al fenomeno dell'incastellamento. 

Questa tendenza è ben documentata per quel che riguarda il veronese: a Pastrengo ad esempio, diciassette uomini alienano il castello del paesino.

Sul finire del XIII° secolo, mentre si afferma la signoria territoriale, molti castelli mutano funzione e divengono castelli-deposito come il castello di Celle vicino a Moncalieri (TO) e il Castello di Marzana (VR).

Sia il Castello di Quinto Vicentino (VI) sia il castello di Sernaglia (TV) sono stati edificati nel XIII° secolo con lo scopo di fungere da depositi e da rifugi in caso di guerre.

I singoli regolamenti locali contengono norme contro il furto e severe consegne per il "portenarius" e i "custodes castri" evidentemente per evitare che costoro, invece di custodirli, sottraggano i beni incanevati e ne facciano mercato; anche le disposizioni su pesi e misure lasciano pensare che il castello deposito divenisse facilmente luogo di scambi commerciali.

I tenutari, sul finire del Medioevo, iniziano a organizzare le loro residenze al di fuori del castello, su un terreno edificabile detto casamentum.

I castelli con funzioni di rifugio vengono costruiti anche nei secoli XIV° e XV°: in territorio piacentino, in caso di guerra, gli abitanti delle campagne potevano ritirarsi nei cortili dei castelli con il loro bestiame.

Nel bellunese ma anche nel territorio Trentino e Friulano le fortificazioni basso-medievali con funzione di rifugio assumevano il nome di "cortine" e si appoggiavano a chiese il cui campanile poteva svolgere il compito di torre difensiva. 

Tuttavia, la tendenza di quel periodo a fortificare chiese e cimiteri è presente anche in Slovenia, in Francia e in Spagna.

Nelle campagne di numerose regioni d'Europa medievale era infatti la chiesa a fungere da primo rifugio in caso di pericolo. (...) Così avvenne, in specie, con le "sagreres" catalane, ma si tratta di una pratica ampiamente diffusa che vede appunto il cimitero organizzato, oltre che per la sepoltura dei morti, anche per il "soggiorno dei vivi".

P) IL TRAMONTO DEL CASTELLO:

L'autore attribuisce una principale causa alla quale si deve il disuso dei castelli come strumenti difensivi in caso di battaglie e guerre: nel XV° secolo avvengono miglioramenti tecnici riguardanti l'artiglieria a polvere pirica, che inizia a influenzare in modo incisivo ed efficace nei contesti bellici.

I proiettili di pietra vengono inoltre soppiantati da quelli metallici lanciati solitamente da cannoni di bronzo.

Il XV° secolo è anche il periodo in cui l'architettura attraversa una fase di consistenti modifiche di murature, più spesse e meno alte e, oltre a ciò, dotate anche di feritoie per le bocche da fuoco alla base delle mura, in modo tale da permettere tiri radenti di grande efficacia difensiva.

Se a suo tempo l'incastellamento aveva favorito la durevole superiorità delle tecniche difensive su quelle dell'attacco e, di conseguenza, la disgregazione politica medievale, l'irreversibile capovolgimento di tale rapporto agisce ora a favore dell'unione politica negli stati nazionali e regionali avviando il tramonto della civiltà medievale.

7 maggio 2026

I castelli: testimonianze storiche relative alle prime architetture (I)

10b) STORIA DEI CASTELLI DALL'ETA' TARDO-ANTICA AL BASSO MEDIOEVO

In questo post sintetizzerò le fasi più salienti della storia dei castelli dal III° al X° secolo d.C.

A) ETIMOLOGIA DEL TERMINE:

Da tempo si suppone che il termine "castello" derivi dal latino classico castrum, i, termine che indicava una fortezza allestita presso un terreno nel quale spesso si scavava un fossato.

Nelle Variae di Cassiodoro, autore vissuto nel V° secolo, compare già il diminutivo di castrum, ovvero, castellum, parola impiegata per definire "una fortezza elevata su roccia naturale". 

Cassiodoro descrive il castello di Verruca, situato a valle di Merano, in questo modo: 

Esso si presenta come un'escrescenza di sasso di forma rotonda che si innalza in mezzo ai campi così che, liberato dalle selve sui fianchi più alti, tutto il monte diventa quasi come una torre.

Tuttavia, nel VII° secolo, le Etymologiae di Isidoro di Siviglia distinguono il castrum come una "casa posta su alture" e l'oppidum come un "luogo fortificato di pianura".


B) ETA' TARDO-ANTICA:

Nel III° secolo d.C., a causa delle invasioni barbariche, i confini delle città iniziano ad essere fortificati mediante solide murature.

In Italia settentrionale le fortificazioni sorgono per proteggere la popolazione locale in corrispondenza dei solchi alpini.

Nel 490, il castello fondato dal Vescovo di Novara viene progettato per fornire un rifugio alla popolazione locale ogni volta che le popolazioni straniere invadevano quella città piemontese.

C) LE FORTIFICAZIONI IN RAPPORTO AGLI AMBIENTI NATURALI:

Nel "De munitione castrorum" si sconsiglia la vicinanza dei boschi, luoghi di incursioni inaspettate da parte dei popoli nemici:

In epoca alto-medievale, i castelli erano costruiti o in posizioni elevate, in corrispondenza di colline e montagne, oppure vicino ai corsi d'acqua. 

Occorre poi avere nelle vicinanze una fonte o un corso d'acqua, ma non tale da provocare inondazioni improvvise. Andranno invece evitati come sfavorevoli i siti in vicinanza di alture, dalle quali un nemico possa osservare ciò che accade nella fortezza, e di boschi, crepacci e avvallamenti che gli consentano di avvicinarsi nascostamente.

Le fonti scritte ci forniscono diversi termini con i quali venivano definiti i castelli italiani: la parola corona designava le fortezze trentine ricavate nelle spaccature delle rocce, il termine saxum era invece legato ai castelli presenti nelle zone alpine e infine, la parola rocca, di origine gallica e introdotta in Italia a partire dall' VIII° secolo, designava soprattutto fortezze con funzioni militari e non residenziali.

D) IL FENOMENO DELL'INCASTELLAMENTO:

Nel IX° secolo, una volta raggiunta la sua massima espansione attraverso la conquista di territori quali l'Aquitania, la Sassonia e la Bretagna, l'Impero Carolingio fa costruire nuove fortificazioni per tutelarsi da offese esterne.

Nel IX° secolo sorge quindi l'incastellamento ad opera di vescovi e funzionari: ecclesiastici e aristocratici agiscono in modo autonomo dal potere centrale facendo edificare castelli.

L'autore del libro individua due principali cause alle quali si deve l'incastellamento:

-La ricerca di riparo e protezione da popoli esterni e violenti.

-La necessità di assicurare le attività agricole in un determinato territorio da circoscrivere, dato che i proprietari terrieri esercitavano poteri di signoria fondiaria sui residenti e sui coltivatori.

Oltretutto, le incursioni dei Saraceni nel Mediterraneo comportano iniziative di fortificazioni a protezione di chiese e monasteri.

Nell'ottobre dell'anno 900, l'imperatore Ludovico III° consente al vescovo di Reggio Emilia di far edificare una fortezza muraria in modo tale da poter circondare la cattedrale della città.

Utile è tener presente che i detentori dei castelli sono soprattutto vescovi e abati di monasteri oppure cittadini facoltosi di alto rango, che hanno fatto diventare il castello uno strumento di dominio contro le incursioni, questo anche a causa della debolezza e del disinteresse delle autorità centrali.

L'incastellamento dei secoli IX° e X° non rappresenta però un semplice proseguimento della tendenza alla proliferazione dei punti fortificati, in atto sin dal III° secolo d.C., ma un fatto del tutto nuovo e originale poiché si attua a cura dei signori, degli ecclesiastici e dei laici che agiscono in modo autonomo dal potere centrale (...). L'incremento numerico dei castelli contrassegna perciò, nello stesso tempo, il collasso della potenza imperiale carolingia e, contraddittoriamente, un momento di grande sviluppo e vivacità economica e demografica.

E) I FOSSATI:

Secondo studi archeologici, fino al X° secolo molti castelli europei erano costituiti da tumuli di terra e da legname, per cui, il venir meno di una manutenzione costante comportava la compromissione dell'efficienza difensiva.

L'unica traccia visibile di questi castelli lasciata sul terreno consiste quasi sempre nei fossati.

In Francia i castelli erano fatti di terra battuta, venivano circondati da steccati e, al loro interno, erano costituiti da aule residenziali di legno. Spesso venivano muniti anche di torre.

In Regno Unito i castelli erano di solito in legno: al loro esterno vi erano cortili fortificati  e difesi da siepi spinose in prossimità di fossati.

La conquista normanna ha introdotto il castello formato da terra e legno anche nelle zone dell'Italia meridionale. Ad ogni modo, degli stessi materiali erano i castelli del centro-nord, eretti spesso in un'area recintata da un fossato. 

Un'immagine di castello sostanzialmente simile si trae anche dai documenti dei secoli IX°-X° dell'Italia centro-settentrionale. La sua forma più elementare appare costituita da un'area recintata da un fossato con spalto di terra battuta rafforzato da opere sussidiarie di legno tra le quali compare la  "spizata", cioè una palizzata costituita da tronchi spezzati a metà nel senso della lunghezza.

Nei secoli IX° e X°, i ponti dei castelli erano in genere delle passerelle mobili e retraibili gettate sul fossato.

F) LE TORRI:

Le torri attestate nei castelli del X° secolo sono pochissime.

A metà del X° secolo, in Europa, solo un ridotto numero di castelli risulta dotato di torre: un esempio di ciò è la diocesi di Volterra in Toscana dove, su undici castelli, solo sei sono provvisti di torre.

Oltretutto, in Emilia Romagna, si edificavano le torri quando i castelli già esistevano. Ad esempio, il monastero di Sant'Apollinare in Classe di Ravenna possedeva nove castelli in territorio romagnolo, di cui soltanto tre muniti di torre.

Nel secolo successivo aumenta lievemente il numero di fortificazioni con torri ad imitazione del potere regio post-carolingio.

Una torre isolata poteva diventare il centro generatore di un castello?

Sì. Perlomeno, nella nostra penisola.

Sul colle di San Vito di Pecetto Torinese nel X° secolo sorgeva una torre e, circa cinquant'anni dopo, intorno a questa veniva edificata una cortina muraria la cui area ha visto la fondazione di edifici con base in muratura.

Tanto le fonti scritte quanto l'archeologia provano che torri isolate svolgevano sin dal secolo X° funzioni residenziali: diversi piani di calpestio associati a focolari testimoniano che la torre di San Vito di Pecetto Torinese nel suo primo periodo di vita fu utilizzata a scopo abitativo: lo stesso avveniva nel 973 entro la torre "in Loco Laceria" in diocesi di Populonia, poiché vi fu arredato un atto di vendita, e nella seconda metà del secolo XI° un anonimo personaggio a servizio del vescovo di Pavia denunciò di essere stato aggredito e derubato di suppellettili e oggetti preziosi mentre risiedeva con la famiglia nella torre affidata alla sua custodia.

Un ulteriore problema rilevato da tempo nell'archeologia medievale era costituito senza ombra di dubbio dalle posizioni esatte occupate dalle torri fino al X° secolo nell'architettura del castello: in posizioni angolari? In corrispondenza del muro di recinzione? O vicine alle porte di ingresso?

Poco conosciamo anche su dimensioni e strutture delle torri dei castelli del X° secolo. Ad ogni modo, fino alla prima metà del XII° secolo, le torri erano di solito abitate dai detentori della fortificazione.

G) CAMBIAMENTI NELLA COSTRUZIONE DEL CASTELLO:

Non possiamo dimenticare che, a partire dalla fine del X° secolo, in Italia prima ancora che in altri stati europei, gli edifici in terra e legno coesistono con alcuni castelli circondati da murature di pietra.

A partire dall'XI° secolo nelle zone alpine si riuniscono maestranze specializzate tanto nel legno quanto nella pietra.

Un esempio lo abbiamo nella bassa veronese: nel 923, gli abitanti del castello di Cerea completano un muro, attorno al loro castello, fatto di pietre.

In Toscana, inoltre, la recinzione costruita per il castello di Livorno è sempre stata totalmente in pietra, come anche la torre annessa.


"SENTIERI PARTIGIANI"- P. MALAGUTI (II):

Ci sono altri passaggi piuttosto interessanti all'interno di Sentieri partigiani. 4) LA FINE DI BENITO MUSSOLINI: Nell'estate 2010,...