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14 giugno 2018

Il genere "grammaticale" nelle lingue indoeuropee:


Concludo l'argomento dei generi con questo post.


1. PARTICOLARITA' E PROBLEMI DEL “GENERE” GRAMMATICALE

1.1- Von Humboldt e la differenza tra “genere” e “sesso”:
Von Humboldt, linguista tedesco vissuto nel pieno del XIX° secolo, aveva intuito una sottile differenza che intercorreva e intercorre tuttora tra due termini: "genere" e "sesso"; in latino, rispettivamente “genus” e “sexus”.
Egli sosteneva infatti che, mentre il “sexus” si collegherebbe a delle determinate caratteristiche anatomiche degli esseri viventi, il “genus” invece si riferirebbe al genere grammaticale, categoria linguistica.
Lo studioso tedesco si era effettivamente reso conto del fatto che la categoria del genere non sempre è coerente alla designazione del sesso, pertinente comunque nell'assegnazione dei generi grammaticali maschile, femminile e neutro.
E in effetti, nessuna lingua è completamente isomorfa alla realtà, ovvero, nessuna lingua rispecchia al 100% la vastità del reale e del quotidiano.
Il filologo latino Maurizio Bettini supporta la preziosa teoria di Von Humboldt scrivendo innanzitutto che: “Non ci sono tratti semantici uniformemente condivisi che configurino il maschile e il femminile come categorie discrete”.
Bettini riporta un esempio in lingua italiana, osservando che la parola “guardia”, nome di genere femminile, designa molto frequentemente dei referenti maschili.
Le guardie di un castello o di un palazzo sono tutte degli uomini; questo lo capite se, come me, avete un minimo di “cultura di favole principesche”. Sentite che frase: “le guardie sono tutte degli uomini”. Dal punto di vista meramente grammaticale qui la concordanza sembrerebbe errata. In realtà è giustissima. La grammatica e la linguistica sono dei saperi astratti, la realtà è concreta.

1.2-Gli antinomi:
Alcuni di voi staranno pensando: ma nei nomi di parentela la distinzione del genere maschile da quello femminile è chiarissima invece, e rispecchia appieno la realtà!
Sì, esattamente!! :-) Nei nomi di parentela infatti il genere è fissato nella semantica della parola stessa.
Quindi, se a “padre” corrisponde “madre”, a “fratello” corrisponderà “sorella”. Queste coppie di antìnomi esistono anche in lingue diverse dall'italiano.


INGLESE LATINO
brother= sister frater=soror
father=mother pater=mater

Per quel che riguarda il proto-indoeuropeo si è riuscito a costruire molto del lessico di famiglia.
Anche nella protolingua sembra che i ruoli di genere fossero stati ben fissati nel lessico di parentela.

Qui vi elenco solo alcune ricostruzioni ritenute valide:

*ph2tèr (h2 è laringale che tra due consonanti si vocalizza in “a”). Le laringali in glottologia corrispondono a determinati fonemi vocalici (h1= e/h2=a/h3=o). Poi però, non chiedetemi in quale modo i primitivi erano in grado di pronunciarle!!

*mah2tèr (h2 tra una vocale e una consonante scompare)

*sor (“donna” ma anche “sorella”). Variante: *swesor, letteralmente “donna propria” (per Francisco Villar), nel senso di “parente consanguinea sotto l'autorità di un uomo capo famiglia”.

*bhrater (“fratello”), praticamente identico all'inglese moderno.

*nepos (“nipote”, di zio e di nonno)

*awos (“nonno”)

*swekuros (“suocero”) e *swekrùs (“suocera”)

Termini per designare i cugini e gli zii non ne sono stati trovati.
Ho studiato per questo esame nell'autunno 2017 e per parte dell'inverno 2018: come me le ricordo ancora bene alcune!

1.3- Le presunte periodizzazioni dell'I.E.:

E' più o meno dalla metà del secolo scorso che i glottologi ipotizzano tre periodi per la nostra ipotetica proto-lingua:

I.E. Arcaico: Dal VI° al V° millennio a.C. Non esistono ancora i generi grammaticali come li conosciamo adesso, esisteva probabilmente l'opposizione animato/inanimato.
Non compaiono inoltre né il perfetto né il futuro. Ci sono solo due tempi: presente e passato.

I.E. Intermedio: V° e IV° millennio a.C. Si ampliano i tempi verbali: presente, passato e perfetto. Esistono ancora le laringali. In questa fase, un ramo inizia a separarsi: si tratta del gruppo anatolico. L'hittita infatti conserva una laringale; e questa, a detta di alcuni studiosi, sarebbe una dimostrazione della loro possibile separazione precoce.

I.E. Tardo: IV° millennio a.C., forse anche III°. Questa forma di lingua ha tre generi: maschile, femminile e neutro, desinenze per ognuno degli otto casi, tre tempi verbali e aggettivi.

E' stato importante presentare questa cronologia di mutamenti per poter capire quello che c'è scritto sotto.

2. ANIMATO O INANIMATO?

2.1-Stasi o movimento?

Chi ha studiato o sta studiando Scienze Motorie o Fisioterapia ha sicuramente dovuto affrontare un esame di chinesiologia, parolona agli occhi degli incompetenti (come me) nel vostro ambito.
Io ho delle abilità mentali di tipo linguistico-grammaticale, i fisioterapisti di tipo spiccatamente scientifico. Però, pur non sapendo nulla di questa branca di studi, grazie al greco posso intuire che la “chinesiologia” deriva da “κίνησις” (chìnesis), ovvero, “movimento”.
D'altra parte, l'energia cinetica è l'energia di un corpo in movimento, come le pale dell'energia eolica o come un sasso che cade dal quarto piano di un palazzo (tra l'altro, se non ricordo male, nella caduta il suo moto è definito “uniformemente accelerato”).
Ho fatto questa piccola digressione sul concetto di “cinetico” per chiarirvi una regola d'oro dell'I.E. Arcaico: l'opposizione tra generi consisteva per lo più nella distinzione tra corpi statici e corpi dotati di movimento.
Indoeuropeo è tutto il sistema ideologico fondato sull'opposizione tra presenza e assenza di movimento.

I linguisti hanno formulato la teoria di animato/inanimato notando che nelle lingue appartenenti alla famiglia indoeuropea esistevano delle coppie di nomi dei quali uno era neutro e l'altro “animato” (quindi, appartenente o al genere maschile o a quello femminile).
Ecco un esempio significativo che Bettini fa a questo proposito:

LATINO GRECO
Aqua, femminile ὕδωρ (=udor), neutro

In latino, “aqua” è femminile, quindi, considerata dagli antichi romani come una forza naturale in movimento. In greco invece era considerata soprattutto nella sua materialità.

3-I GENERI NELLE LINGUE MODERNE:

3.1-Un po' di numeri:

In italiano i generi sono due: maschile e femminile.
In latino, in greco, in tedesco e in inglese sono tre: maschile, femminile e neutro. (per l'inglese: si ricordi il pronome “it”, riferito a oggetti e animali).

3.2-Esempi di coppie di opposti:

In lingua italiana, sole è maschile, luna è femminile. Così anche in inglese: sun (m), moon (f).
Tuttavia, questa opposizione non si ripete identica in tutte le lingue indoeuropee.
In tedesco infatti, Die Sonne (il sole) è femminile, Der Mond (la luna) è maschile.

Schema articoli tedeschi.

Maschile: Femminile: Neutro:
Der Die Das


3.3-Le classi nominali:

Quanti generi può avere una lingua?? Anche più di tre, in casi abbastanza rari.
Istvàn dice che se una lingua ha più di tre generi, si deve però parlare di “classi nominali”.
Il Dyrbal, lingua indigena dell'Australia, avrebbe dunque 4 classi nominali: una per il maschile, una per il femminile, una apposita per i vegetali commestibili, un'ultima per tutto il resto.
In Dyrbal però gli uccelli non sono della quarta classe, ma della seconda. Sono femminili, perché creduti delle reincarnazioni di donne morte.


4-ALTRE PARTICOLARITA':

Concludo in bellezza questo post “tecnico”.

4.1- Un'ulteriore ambiguità di genere:

La parola “morte”, che deriva dal latino “mors” è di genere femminile.
La radice I.E. per “morte” è questa sillaba impronunciabile *mr, dove r non è una consonante ma una sonante, con il pallino sotto, quindi, con suono simile a quello vocalico.

Se “mors” e “morte”sono femminili, mrtyu (antico indiano) è invece maschile.
Come in tedesco nei casi di “sole” e “luna”, in antico indiano è maschile una parola che noi italiani abbiamo sempre considerato femminile. Per noi grammaticalmente e concettualmente esiste “la morte”, mentre una cosa come “il morte” non è affatto contemplata.
“Il morto” sì, riferito alla persona defunta però.
Questo per confermare che, dal punto di vista linguistico, l'attribuzione del genere è arbitraria e può variare da lingua a lingua.


4.2- La mia tesina etimologica:

Vi ho fotografato lo schema della mia breve indagine linguistica. Tanto il mio corsivo è leggibilissimo, vero??! Ditemi che è così!


Ve lo spiego: Il punto di partenza è stato il nome “Mirco”, nel mio caso, sia il nome che la persona.

1) Volendo capirne le origini, ho aperto un nominario sul quale c'era scritto che era una variante del composto russo “Miroslavo” , cioè, “colui che è gloriosissimo”.
Villar mi ha informato del fatto che “slava” significa “gloria, fama”.

2) Miroslavo è composto da “mir” (pace) e “slava” (fama, gloria).

3) La parola “mir” ha lo stesso significato sia in croato, dove è scritta in alfabeto latino, sia in russo, dove è scritta in cirillico. Porta anche i sensi di “riposo eterno”, “calma”.

4) Riposo eterno? Quindi morte? Quindi può derivare anche questa da *mr, radice da cui derivano tutte le simili “morti” in alcune lingue? Anche i mutamenti fonetici potrebbero confermare che “mir” è un'evoluzione del gruppo slavo da *mr.
Infatti, la sonante r in latino da esito or= mors, in antico indiano rimane sonante e in slavo darebbe esito in ir, dunque: mir.

5) Alla mia docente è sorto il dubbio che “Mirco”, derivato di Miroslavo, possa significare addirittura “colui che è glorioso nella morte”. A me piace di più staccare “Miroslavo” da “Mirco”, e dare a quest'ultimo il senso di “calma interiore” oppure di “pacifico”.
D'altra parte, un morto è morto, quindi non è più tormentato da conflitti interiori e dai travagli della vita, giusto?! Un morto è interiormente pacifico.

Certe mamme danno dei nomi particolarmente affascinanti senza sapere che sono così ricchi di significati e di collegamenti linguistici ;-)





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