"Le poesie di Patrizia Cavalli (II)":

Proseguo con la presentazione e le interpretazioni di altre poesie.

Alcune di queste riportate qui sotto sono poesie che riguardano la produzione poetica di Patrizia Cavalli, appartenenti soprattutto alle raccolte Il cielo e Sempre aperto teatro.


DA "IL CIELO":

C4) "Adesso che il tempo sembra tutto mio":

Adesso che il tempo sembra tutto mio
e nessuno mi chiama per il pranzo e per la cena,
adesso che posso rimanere a guardare
come si scioglie una nuvola e come si scolora,
come cammina un gatto per il tetto
nel lusso immenso di una esplorazione, adesso
che ogni giorno mi aspetta
la sconfinata lunghezza di una notte
dove non c’è richiamo e non c’è più ragione
di spogliarsi in fretta per riposare dentro
l’accecante dolcezza di un corpo che mi aspetta,
adesso che il mattino non ha mai principio
e silenzioso mi lascia ai miei progetti
a tutte le cadenze della voce, adesso
vorrei improvvisamente la prigione.

Nei primi dieci versi l'autrice si concentra sulle proprie impressioni che derivano dalla quotidianità di vivere da sola, lontana dai familiari.


Mi colpisce, in questo componimento, soprattutto il verso "adesso che il mattino non ha mai principio", come se esistessimo soprattutto grazie alle relazioni che sperimentiamo nel corso della nostra vita. 
I rapporti tra i genitori o tra i familiari in generale modellano in parte il nostro modo di essere e di rapportarci con la realtà.

Interessante è poi anche l'ultimo verso "vorrei improvvisamente la prigione": i rapporti ci condizionano, soprattutto per quel che concerne la pratica della libertà assoluta. 

Nessuno è davvero libero di fare tutto quel che vuole, proprio per il fatto che nessun uomo è un'isola e a chiunque è dovuto il rispetto.

C5) "Maledetto sia lui, gozzoviglia di nuvole":

Maledetto sia lui, gozzoviglia di nuvole,
cielo affogato! Era proprio lassù
che doveva compiersi la mia somiglianza,
lassù così in alto, nel mutamento impalpabile
doveva avvenire la processione dei mali.
I miei occhi guardavano il cielo in ogni momento,
persino di notte, per vedere la minaccia
visibile, densissima e cupa. Ma spesso vedono
azzurri così vasti da far sentire la vergogna
del sospetto. Eppure so dal battito del mio cuore
cosa si nasconde dietro lo splendore, come
in un attimo la luce verrà scansata
dal bianco opaco, dalla tronfia corpulenza
di una nuvola e come di nuovo
verrà evocata la palude.

All'inizio, il cielo viene delineato come una "gozzoviglia di nuvole", espressione che mi ha suggerito l'idea di baldoria, di groviglio, di caos. D'altronde, il cielo al quale la Cavalli si riferisce, è lontano dal mondo umano e impalpabile per questo stesso, anche se risulta chiaro che l'osservazione del cielo, da parte della poetessa, è costante e si protrae anche di notte, come se le togliesse le ore di sonno. 

Lo stato d'animo di chi scrive però non è placido e contemplativo, bensì apprensivo: che cosa potrebbe non andare in porto nell'avvenire? 

Ad ogni modo, l'immensità del cielo azzurro è così tersa e limpida da provocare un senso di vergogna nel trascurare la bellezza del creato, alla quale viene anteposto un presagio poco felice o, comunque, una possibile preoccupazione.

Eppure lo splendore, la serenità, possono scomparire in un attimo. 

Molto significative appaiono immagini come il bianco opaco, che mi fa pensare alla neve sporcata di terra, e la tronfia corpulenza delle nubi, causa di una futura oscurità.

Il finale contiene la stagnante immagine della palude, territorio malsano che riflette uno stagnante stato di malinconia e forse anche una situazione di profonda solitudine.

Questa poesia di Patrizia Cavalli è un'antitesi dei versi della Quiete dopo la tempesta, soprattutto dell'incipit:

  1. Passata è la tempesta:
  2. odo augelli  far festa, e la gallina,
  3. tornata in su la via,
  4. che ripete il suo verso. Ecco il sereno 
  5. rompe lá da ponente, alla montagna:
  6. sgombrasi la campagna,
  7. chiaro nella valle il fiume appare.

D) Poesie tratte dalla raccolta "Sempre aperto teatro":

D1) "Nello schiumoso caldo quasi indiano"

Nello schiumoso caldo quasi indiano
di un luglio cittadino esagerato
i residui abitanti con cautela
siedono lungamente nei caffè
cercando illusi l’aria che non c’è.
In casa chiusa, priva di faccende
io mi affaccendo intorno alla tua faccia
che entra indifferente nella mischia
dei miei pensieri e ne esce sempre intatta,
come fosse un mammozzolo di gomma
che anche a contorcerlo e a schiacciarlo
sempre ritrova la sua prima forma,
l’inerte galleggiante della mente
che più lo immergi e più violento emerge.

L'afa delineata nei primi versi ricorda i climi un po' diversi da quelli europei (anche se la cappa afosa in questi ultimi anni si fa sentire in modo estremamente pesante. Il clima è già cambiato. Siamo nel pieno di una crisi climatica e stiamo consegnando agli attuali bambini e ragazzini un pianeta febbricitante, con estati sempre più roventi e più lunghe. Basti pensare che nell'ultima settimana di maggio anche le aule al piano terra risultavano calde come forni e, ovviamente, non affatto idonee ai mesi pienamente estivi).

La seconda parte della poesia, potrebbe forse riferirsi all'incapacità di dimenticare qualcuno, anche se la relazione da poco conclusa potrebbe essere stata noiosa, stantia.

D2) "Come un popolo felice nella varietà":

Come un popolo felice nella varietà
stavano insieme meravigliosamente
le tante erbe e i fiori ai bordi della strada
per mostrarsi. Vi guardo e vi ammiro,
folte trasparenze, spighe raggiate
da mobili corone in ascensione!
Quei grani, quelle piume,
quell’invenzione di geometrie straniate
se io non le vedessi quelle forme
vibranti potrebbero in se stesse
compiacersi della propria così varia
singolarità? Possibile
che solo a noi sia dato lo stupore?


Patrizia Cavalli si riferiva al melting pot americano per caso?

Trovo ben riuscita l'analogia tra un popolo che, in sé, concilia molte culture e tradizioni, con la diversità tra un fiore e l'altro in un giardino vicino ad una strada asfaltata.

"se io non le vedessi quelle forme
vibranti potrebbero in se stesse
compiacersi della propria così varia
singolarità?"

Questa poesia si riferisce al bisogno, di ognuno di noi, di sentirci riconosciuti. 

Per cui, oltre all'ammirazione per una piccola vivace meraviglia naturale, che soltanto noi umani possiamo provare, in questi versi vedo anche un'allusione, elegante e arguta, alla singolarità di ognuno di noi che merita di essere apprezzata e accolta.


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