8 settembre 2026

LA POLVERIERA DI AVESA:

18) LA RESISTENZA NELL'ITALIA SETTENTRIONALE: TESTIMONIANZE SIGNIFICATIVE ANCORA POCO CONOSCIUTE

 -un docufilm su una catastrofe sfiorata-

A) STRUTTURA DELLA PROIEZIONE:

Il documentario La polveriera di Avesa, della durata di mezz'ora, alterna le immagini d'archivio in bianco e nero con le diverse testimonianze recenti di chi ha vissuto la liberazione di Verona dai nazisti.

È stato proiettato sia la sera del 24 aprile, al Teatro parrocchiale di Santa Maria Ausiliatrice, sia ai Giardini Bosio di Avesa il mese successivo, sia a fine giugno a Bussolengo e anche alla Festa dell'Unità di Quinzano il 25 luglio.

I residenti di Avesa hanno partecipato attivamente in veste di attori non professionisti e, tra le immagini, ci sono anche mappe storiche in cui è visibile la collocazione delle gallerie della polveriera.

La polveriera di Avesa non è soltanto un resto del passato con funzione militare ma anche una prova di avvenuta collaborazione tra compaesani.

Nelle immagini d'archivio i dialoghi risultano molto rari, infatti sono i movimenti e le azioni dei personaggi che contano.

B) L'INTERVENTO DI DON GRAZIANI:

Nel 1945 Don Giuseppe Graziani era curato di Avesa.

Alla fine di aprile, quando le truppe naziste si stavano ritirando dalle nostre zone, la polveriera di Avesa era piena di materiale esplosivo.

Nelle prime immagini del docu-film il curato era riuscito a negoziare in modo efficace e persuasivo con le autorità tedesche e ad ottenere quindi l'autorizzazione per far svuotare immediatamente il deposito.

Tra il 25 e il 26 aprile gli abitanti di Avesa di tutte le età si sono organizzati formando una catena umana silenziosa per trasportare, dalla polveriera ai campi, trentamila pesanti casse di tritolo e disperdere il materiale poco lontano da oliveti e vigneti.

Ecco quel che un testimone ricorda:

"Ci univamo in fila, nel buio pesto, passandoci le cassette di legno pesante. Sapevamo che se un solo soldato avesse sparato o se il tempo fosse scaduto, non sarebbe rimasto più nulla del nostro paese".

C) L'ESPLOSIONE:

La mattina del 26 aprile due soldati tedeschi hanno innescato le poche mine rimaste all'interno della polveriera.

Lo scoppio, descritto e raccontato come un rimbombo tremendo, da far tremare la terra e con fumo che sembrava un fungo atomico, ha provocato la morte di otto persone e danni ad edifici.

Una dei testimoni, a seguito dell'esplosione, da bambina ha perso la madre e il fratello minore. Con loro, mezza casa è stata sventrata.

La città di Verona invece, grazie all'operazione degli abitanti di Avesa, è stata quindi salvata da una distruzione totale: pur con la demolizione di quasi tutti i suoi ponti da parte dei tedeschi in ritirata, non ha subito le conseguenze dello scoppio del materiale esplosivo.


Alla fine della guerra faceva eccezione il Ponte della Ferrovia: la struttura centrale aveva reso comunque possibile il passaggio dei carri armati degli Alleati visto che era rimasta piuttosto integra, con l'eccezione di alcune parti.

Questo ponte, su Lungadige Galtarossa, costituiva una via d'accesso fondamentale per liberare Verona senza ricorrere alle navigazioni sull'Adige.

D) CHE COSA RIMANE DELLA POLVERIERA DI AVESA?

Questo è ciò che resta della polveriera ai giorni nostri:

L'area della polveriera, raggiungibile sia dal paese di Avesa sia da sentieri escursionistici, si trova in una zona collinare a nord di Verona, ai piedi del Monte Arzan.

In collaborazione con il Club Alpino Italiano è stato tracciato un sentiero naturalistico e storico che tocca la zona della polveriera.

Durante i lavori di ripristino dei sentieri attorno alla polveriera, gli esperti hanno reperito alcune mappe storiche risalenti al XVII secolo, che hanno consentito la verifica dell'esatta posizione di tre antiche sorgenti d'acqua montane che si credevano perdute.

Inoltre, recenti studi d'archivio legati alla Biblioteca Capitolare, hanno fatto emergere documenti che collegano la polveriera di Avesa e altri depositi limitrofi ai piani cartografici della Wehrmacht, che voleva trasformare Verona nell'ultimo baluardo difensivo prima del Brennero.

E) LE COLLINE DI AVESA:

Le colline di Avesa, la cui altitudine sul livello del mare si aggira intorno ai 300 metri, sono costituite da depositi calcarei, delimitano il passaggio tra la pianura di Verona e l'altopiano della Lessinia.

Il paesaggio, modellato da cave di tufo e da terrazzamenti finalizzati alla coltivazione di ulivi e vigne, è percorso dal torrente Lorì che nasce da una risorgiva nella parte alta del paese e attraversa le valli prima di confluire nell'Adige.

In passato il torrente era una risorsa per le lavandaie di Avesa che lavoravano alle dipendenze di alberghi e famiglie benestanti della zona prima del secondo conflitto mondiale e dell'esplosione della polveriera.



1 settembre 2026

Biografia di Costantino (II):

Proseguo la biografia di Costantino con una premessa accompagnata da una cartina geografica:

d) Il termine delle persecuzioni cristiane in Oriente e le premesse di un nuovo conflitto:

Le persecuzioni contro i cristiani in Oriente erano terminate nell'aprile del 311 con l'Editto di Serdica (attuale città di  Sofia e attuale Bulgaria), riportato da Eusebio di Cesarea nella Storia Ecclesiastica.

In questo documento non solo erano annullate le condanne a morte ma veniva riconosciuto inoltre il diritto ai cristiani di praticare liberamente in pubblico la loro fede.

Tuttavia, questo editto esortava i cristiani di pregare per la salute dell'imperatore e per il bene dell'Impero romano.

Galerio riconosceva, in maniera realistica e pragmatica, il fallimento della politica persecutoria di Diocleziano. 

Infatti, per sfuggire ad un destino di morte atroce, cruenta e sanguinosa, molti cristiani avevano smesso di praticare la loro fede in pubblico senza tuttavia ritornare al paganesimo, ragione per la quale i territori imperiali si trovavano privati della garanzia della protezione divina (pax deorum) dato che la maggior parte dei sudditi non pregava alcuna divinità. 

I successori di Galerio, cesare d'Oriente, sono Licinio, a cui veniva attribuito il governo delle province dell'Illiria e della Tracia, e Massimino Daia, che diveniva governatore titolare di Persia, Egitto e Armenia.

Nel frattempo, sempre nel 311, Diocleziano moriva nella sua residenza di Spalato, amareggiato per la constatata e rilevata fragilità del sistema tetrarchico.

In quell'anno gli equilibri dell'impero risultavano molto tesi: Costantino, da abile stratega politico, combinava un matrimonio tra Licinio e la sorella Costanza.

Non va dimenticato inoltre che Massenzio non era mai stato riconosciuto come princeps di Roma né da Galerio né dai suoi successori.

D'altro lato, Massenzio aveva radunato un contingente di truppe nelle zone dell'attuale nord Italia con il proposito di vendicare la morte del padre Massimiano, suicida dopo il fallimento di un complotto contro Costantino.

e) La battaglia di Ponte Milvio:

Nella primavera del 312 Costantino, con il suo esercito costituito da trentamila uomini, entra nel territorio italiano.

Dopo aver dapprima saccheggiato la Fortezza di Susa, oltrepassava Milano, dove veniva accolto da grandi manifestazioni di entusiasmo, e in seguito era giunto a Verona, città nella quale l'esercito di Massenzio era da Costantino pesantemente sconfitto.

Il 28 ottobre 312, Costantino raggiunge Ponte Milvio, nei pressi di Roma.

https://www.google.com/maps/place/Ponte+Milvio/@41.9355751,12.4653642,17z/data=!4m6!3m5!1s0x132f60c67a16df65:0x4913ac036a40106c!8m2!3d41.9357906!4d12.4668341!16zL20vMDdjeXg1?hl=it&entry=ttu&g_ep=EgoyMDI2MDgxOS4wIKXMDSoASAFQAw%3D%3D

Questa battaglia è sempre stata presentata dalle fonti cristiane come l'episodio culminante della guerra di religione tra Massenzio, che si faceva rappresentare dalle divinità pagane, e Costantino, ispirato dal vero Dio.

Ecco cosa riporta Lattanzio:

Nel sonno Costantino fu esortato a far contrassegnare gli scudi dei suoi soldati, con i segni celesti di Dio e a iniziare quindi la battaglia. Egli fece così e, girando e piegando su se stessa la punta superiore della lettera greca X, scrisse in forma abbreviata "Cristo" sugli scudi.

Non è possibile accertare se il futuro imperatore fosse effettivamente stato "contattato" in sogno da Dio.

Questa sua iniziativa di contrassegnare gli scudi dei suoi soldati potrebbe essere stata un accorgimento di natura pratica per distinguere il suo esercito da quello di Massenzio.

Tuttavia, Costantino era entrato a Roma il 29 ottobre 312 rinunciando a compiere il sacrificio di ringraziamento a Giove Ottimo Massimo sul Campidoglio. 

Questa sua scelta aveva comportato l'ostilità dei senatori pagani.

e1) Le fasi più importanti della storia del Ponte Milvio:

Ho svolto una breve ricerca su questo ponte e devo ammettere di aver trovato informazioni interessanti.

Ponte Milvio era stato costruito in legno nel III° secolo a.C. e in seguito era stato rifatto in muratura nel 220 a.C.

Sembra che al suo nome si possano attribuire diverse derivazioni:

-Dall'aggettivo latino mollis, e, ovvero, "cedevole".

-Dal nome di un magistrato romano, Molvius, che ne aveva autorizzato la costruzione.

-Dall'espressione popolare "ponte mollo", molto legata alla tradizione tardo antica e alto medievale che vedeva Ponte Milvio come una struttura protesa verso il basso, ovvero, verso le acque del fiume Tevere.

La restaurazione del ponte era stata predisposta in Età Moderna su esortazione di Papa Niccolò V° che ne aveva commissionato i lavori, ed era terminata otto anni dopo durante il pontificato di Callisto III° Borgia, che aveva fatto restaurare anche l'antica torre edificata all'epoca di Aureliano.

Nel 105, Papa Pio VII° fa riformare l'ingresso della torre di guardia rendendolo simile ad un arco, autorizzando i lavori dell'architetto Giuseppe Valadier.

e2) Il Tevere e l'isola Tiberina:

Si tratta del terzo fiume più lungo d'Italia.

Il Monte Fumaiolo, nell'appennino tosco-emiliano, è la sua sorgente.

Il fiume attraversa quattro regioni: Emilia-Romagna, Toscana, Umbria (dove si trova il Parco Fluviale del Tevere) e Lazio, dove sfocia nel Mar Tirreno e i suoi maggiori affluenti sono l'Aniene, il Nera e il Paglia.

Nel Medioevo erano stati costruiti alcuni mulini ad acqua ancorati all'Isola Tiberina, isoletta nei pressi del centro storico di Roma simile alla forma di una nave, lunga circa trecento metri e collegata alla terraferma da alcuni ponti (il Garibaldi, il Fabricio e il Cestio):

https://www.google.com/maps/place/Isola+Tiberina/@41.8907492,12.4758319,17z/data=!4m6!3m5!1s0x132f604994945227:0x38544a35ebc1f2cc!8m2!3d41.8904524!4d12.4777395!16zL20vMDVyYzY2?hl=it&entry=ttu&g_ep=EgoyMDI2MDgxOS4wIKXMDSoASAFQAw%3D%3D


Esiste una leggenda abbastanza curiosa (e inverosimile) sulla sua nascita.

Durante il regno di Tarquinio il Superbo, i cittadini romani, i quali provavano astio e risentimento per questo sovrano, avevano gettato nel fiume tutti i depositi di grano appartenenti al re e coltivati in Campo Marzio. 

Dal momento che la quantità di grano era enorme, si era spontaneamente ammassata sul fondo del fiume fondendosi con il fango e i detriti e dando quindi origine all'isola.

f) L'Editto di Milano:

Nel 313, con l'Editto di Milano, non solo il Cristianesimo diveniva ufficialmente religio licita su tutto il territorio dell'Impero romano, ma Costantino, garantiva esplicitamente la libertà di culto a tutti gli abitanti dell'Impero.

L'Impero romano non sceglieva ancora una religione ufficiale: durante il principato di Costantino ognuno era libero di aderire alla religione che voleva.

Solo con l'imperatore Teodosio, nel 380, il Cristianesimo (ortodosso) diveniva la religione ufficiale dell'Impero. 

In questo modo si condannava come eretica la corrente dell'arianesimo.

g) Il Concilio di Arles:

Tornando a Costantino, credo sia opportuno considerare le due lettere che questo imperatore aveva inviato ad Anullino, console dell'Africa Settentrionale, nel 314.

Le epistole ordinavano la restituzione alle chiese cristiane tutti i beni confiscati durante le persecuzioni.

In quegli anni la Chiesa africana era divisa tra cattolici, apòstati (cristiani che, per non farsi condannare a morte, erano apparentemente tornati al Paganesimo) e donatisti.

Questi ultimi, oltre a nutrire un forte sentimento anti-romano e anti-imperiale, non accettavano Ceciliano come vescovo di Cartagine dal momento che era stato un apòstata.

Con il Concilio di Arles, convocato proprio da Costantino, i donatisti venivano condannati oltre che costretti a ritenere validi i sacramenti impartiti dai vescovi che, anni prima, avevano abiurato la fede cristiana per scampare alle persecuzioni.

Il Concilio di Arles è fondamentale per un altro motivo: la data della Pasqua di Risurrezione diviene identica in tutto il mondo.

h) Eventi che precedono il Concilio di Nicea:

Ve li sintetizzo all'osso e punto per punto.

h1) I "tre successori bambini":

  • Nel 317, a Serdica, venivano proclamati i due Cesari che sarebbero dovuti essere i legittimi successori di Costantino: Crispo, che all'epoca aveva 12 anni, e Costantino II°, figlio di Fausta, di appena due anni. Il ruolo di futuro cesare d'Oriente invece sarebbe spettato a Liciniano, il figlio di Costanza e di Licinio, un altro bambino che aveva poco più di due anni.
h2) Viene riconosciuta la Domenica come giorno di riposo:
  • Nel 321 venivano vietate anche le attività giudiziarie nella giornata di domenica, ritenuta, a partire da quell'anno, "giorno di riposo" . Nessuno mette in dubbio il carattere filo-cristiano di questa legge.
h3) La sconfitta di Licinio:
  • Nel 324, le legioni di Costantino oltrepassavano i confini dei territori di Licinio per sconfiggere alcune invasioni barbariche. Ma, con la battaglia di Crisopoli, Licinio era stato sconfitto e ucciso. 
La violenta e drammatica scomparsa dell'Augusto d'Oriente unificava quindi i territori imperiali sotto il controllo di un'unica persona.

h4) La fondazione di Costantinopoli:

Costantinopoli è l'odierna Istanbul e, ad oggi, la cultura europea si incrocia con il mondo asiatico.

Si trova sul promontorio della riva settentrionale del Mar di Marmara ed era un'antica colonia greca affacciata, tra l'altro, di fronte alla costa asiatica e vicino alle rive del fiume Bosforo.

Analogamente a Roma, la città era edificata su sette colli, dei quali uno ospita la Basilica di Santa Sofia.

i) Il Concilio di Nicea:

Costantino aveva indetto e partecipato anche a questo Concilio, svoltosi vicino a Nicomedia, una delle sedi di un palazzo imperiale.

A questo Concilio avevano preso parte soprattutto i prelati orientali i quali si erano radunati per discutere sulla natura di Cristo.

La teoria del sacerdote Ario era stata contestata: l'arianesimo sosteneva che Gesù fosse una creatura creata, non co-eterna rispetto al Padre.

Eusebio di Cesarea aveva redatto un testo, tuttora recitato durante le messe cattoliche, in cui Cristo è definito "Dio da Dio, Luce da Luce (...) generato ma non creato".

l) Costantino era davvero credente?

Premetto che, nella prima parte di questo paragrafo, adotterò il principio del lecta refero, ovvero, "riferisco ciò che ho letto a riguardo".

Già Eusebio di Cesarea lo definiva un "vicario di Dio permeato da una fede sincera".

Tuttavia i giudizi di alcuni studiosi a proposito del rapporto di Costantino con la fede non sono sempre starti così positivi: vi riporto ad esempio il pensiero di Jakob Burckhardt il quale, due secoli fa, presentava la figura di Costantino come un ateo opportunista, un politico-stratega che, oltre a non credere affatto in un Dio fattosi uomo, si serviva cinicamente della religione per i propri fini di potere, senza mai sperimentare una conversione.

Anche Zosimo, intellettuale vissuto nel VI° secolo d.C., ritrae Costantino come un governante mediocre, un debole che non ha potenziato l'esercito di frontiera ( i milites limitanei) dato che si è fatto irretire dal fascino del Cristianesimo.

Tenete presente che il VI° secolo è stato un periodo molto buio per la penisola italiana a causa della lunghissima e logorante guerra greco-gotica che includeva conflitti tra Ostrogoti e Bizantini.

Gli illuministi del XVIII° secolo definivano l'imperatore Costantino un "deista", ovvero, come un sovrano che credeva in un unico dio creatore del mondo, dell'universo e regolatore delle leggi della natura ma non aveva fede nel Dio cristiano.

Secondo me Costantino potrebbe aver attraversato una fase molto simile al deismo, più che altro in età giovanile e negli anni in cui era tetrarca d'Occidente, prima di sconfiggere Massenzio. 

Può darsi che dapprima fosse semplicemente monoteista e si affidasse ancora ad un Dio-Sole nel momento in cui era stato promulgato l'Editto di Milano. 

Poi potrebbe aver intrapreso un percorso di fede lungo e graduale, influenzato senza ombra di dubbio dalla sua carriera politica.

27 agosto 2026

Biografia di Costantino (I)

17) L'IMPERATORE COSTANTINO: TRAME DI STORIA E MAPPE DI POTERE

In questo e nel prossimo post riassumerò le fasi di vita, gli episodi più significativi e i contenuti delle fonti inerenti al primo imperatore cristiano. 

Tuttavia non mancherò di proporvi alcune riflessioni storiche e qualche puntualizzazione geografica.

Ho desunto i contenuti della vita di questo imperatore dal libro di Arnaldo Marcone intitolato Costantino il Grande, un saggio storico piuttosto accattivante che conferisce alle cartine geografiche l'importanza che meritano.

A) Le umili origini:

Costantino era figlio di Costanzo Cloro, ufficiale romano, e di un'ostessa di nome Elena.

Nel IV° secolo Sant'Ambrogio, all'epoca vescovo di Milano, scriveva che Elena era una stabularia, ovvero, un'inserviente addetta alle stalle nei luoghi in cui si facevano sostare i cavalli.

A lei Ambrogio attribuiva anche il ritrovamento di una croce durante un viaggio in Terrasanta.

Sempre nello stesso secolo, lo storico Eutropio affermava che la madre di Costantino sarebbe nata intorno al 248 d.C. a Drepanum, una piccola città della regione chiamata Bitinia, a nord-ovest della Turchia.

Drepanum costituiva uno scalo portuale abbastanza importante nell'età romana imperiale.

La cittadina era poi stata denominata Helenopolis in onore della madre. 

Attualmente, questo centro abitato è identificabile con Izmit (40°N-30°E), poco lontano da Istanbul.

Il seguente link di Google Earth vi fa accedere ad una mappa dettagliata delle strade e dei monumenti della Izmit contemporanea:

https://earth.google.com/web/search/IZMIT/@40.7737478,29.94935323,34.32988761a,7678.81728631d,35y,-0h,0t,0r/data=CnQaRhJACiUweDE0Y2I0ZjY2NjQ0YmZiOWQ6MHg4MjY5MGVlNzU4NmI3ZWI5GRWD0fb5YURAISZJIdrY8D1AKgVJWk1JVBgBIAEiJgokCR41GM8ZhzNAER81GM8ZhzPAGXoPGaVlKUlAIXsPGaVlKUnAQgIIAToDCgEwQgIIAEoNCP___________wEQAA

L'antica Drepanum era affacciata sul Golfo di Nicomedia che fa parte del Mar di Marmara, compreso fra la Tracia e la penisola anatolica. 

Questo mare, la cui superficie misura circa undici chilometri quadrati, prende il nome dall'isola di Marmara, situata al suo interno e celebre per le cave di marmo bianco.


Ad ogni modo, l'unione tra Elena e Costanzo Cloro non era mai stata legalizzata.

Si tramanda che il padre del futuro imperatore fosse da un lato un soldato onesto e leale con i superiori, dall'altro invece molto severo con i suoi sottoposti.

Ammirevole risultava inoltre la sua ascesa sociale, molto difficoltosa per chiunque in un periodo travagliato e caotico come il III° secolo d.C.

Costanzo invece era dapprima divenuto protector presso il quartier generale dell'imperatore, poi governatore della Dalmazia e, nel 288, prefetto del pretorio.

Si è supposta la nascita del figlio Costantino nel febbraio del 272, in Illiria, l'attuale zona balcanica.

Abbiamo pochissime notizie sulla sua infanzia e anche sulla sua adolescenza.

Una fonte posteriore ci ha trasmesso un soprannome non proprio lusinghiero a lui affibiato, ovvero, trachala, "collo di toro". 

Per quali ragioni? Alcuni storici collegano questo termine con alcuni tratti che potrebbero essere appartenuti alla personalità di Costantino fin da giovanissimo, ovvero, la tendenza alla collera e ad una rabbia talvolta spropositata, oppure la notevole forza fisica.

Tuttavia, credo sia opportuno ricordare che Costantino non è stato l'unico imperatore ad aver avuto origini modeste e non aristocratiche.

Penso a Massimio il Trace, figlio di un Goto e di una donna proveniente dalla popolazione Alana (iranica), divenuto imperatore tra il 235 e il 238.

Nell'Historia Augusta, fonte tardo-antica, Massimino risulta il primo imperatore soldato eletto nel pieno del III° secolo d.C. con il consenso delle legioni.

Dopo aver ottenuto notevoli successi militari sul Reno e sul Danubio, sconfiggendo sia i Sarmati sia gli Alemanni, aveva imposto una durissima pressione fiscale per finanziare l'esercito, inimicandosi il Senato romano.

Massimino il Trace era stato assassinato ad Aquileia, probabilmente dai soldati della legione Partica.

B) La situazione dell'Impero durante il governo di Diocleziano:

Con la tetrarchia, ideata da Diocleziano negli ultimi anni del III° secolo, i titolari del potere imperiale risultavano quattro persone: due augusti, Diocleziano e Massimiano, e due cesari, Costanzo Cloro e Galerio.

Tutti loro avevano fatto carriera nell'esercito. 

Ecco le suddivisioni dei territori:

Nel 296 d.C. Costanzo Cloro aveva riconquistato la regione della Britannia.

Poco tempo dopo, con un decreto, Diocleziano faceva perseguitare i cristiani, vent'anni dopo la sua salita al trono. 

Per quale motivo non si è occupato subito di far emanare decreti contro i cristiani?

L'ipotesi più accreditata sembra la priorità dell'impegno di questo imperatore nel voler sconfiggere prima di tutto i nemici esterni.

Nel 305 d.C. avviene l'abdicazione congiunta dei due augusti, a seguito di un giuramento nel tempio di Giove capitolino a Roma. Si ritiene probabile che Massimiano sia stato indotto dall'imperatore, il quale voleva verificare l'efficacia del sistema tetrarchico, a rinunciare al potere.

Così inizia un periodo di conflitti.

L'anno successivo avviene la morte di Costanzo Cloro a York e, prontamente, i soldati fino ad allora a lui fedeli e sottoposti, eleggono suo figlio Costantino. 

Quest'ultimo dimostra il suo valore militare respingendo le incursioni dei Pitti, antica popolazione celtica e all'epoca residente nell'attuale regione scozzese.

La Gallia diviene territorio alla base del potere di Costantino che, eletto tetrarca a 34 anni, ed era rimasto da poco vedovo di Minervina, la sua prima moglie morta di parto dopo aver dato alla luce il figlio Crispo.

La sua seconda coniuge era Fausta, figlia di Massimiano e sorella di Massenzio, suo futuro rivale. 

Questo secondo matrimonio era stato celebrato a Treviri, capoluogo della Gallia.

C) Panegirici, epifanie divine e tipi di propaganda prima del 312:

Nel Panegirico risalente al 310 di un autore anonimo si supponeva che Costanzo Cloro sarebbe stato figlio dell'imperatore Claudio il Gotico.

Questa ipotesi aveva contribuito in modo significativo alla diffusione della nuova ideologia politica costantiniana, dato che anche Costantino sembra un predestinato al trono imperiale.

All'interno di questo testo, il panegirista narrava l'episodio di un'epifania divina, fattore di rilievo nella costruzione delle ideologie imperiali.

Eccovi il riassunto della vicenda: mentre si allontanava da Marsiglia, Costantino aveva ricevuto la notizia della fine dell'insurrezione dei popoli barbari lungo il fiume Reno. 

Al momento dell'annuncio, la comitiva imperiale era vicina ad un famoso santuario di Apollo, dio del Sole in Gallia. 

Una volta raggiunto questo luogo, sarebbe apparso il dio accompagnato dall'allegoria della Vittoria che offriva a Costantino una corona d'alloro come presagio augurale.

All'interno del Panegirico del 310 si allude anche ad un'attività edilizia che ha coinvolto Treviri, capoluogo della regione gallica:  

Vedo il Circo Massimo che, mi sembra, compete con quello di Roma, vedo la basilica e il Foro, opere regali, e la sede della giustizia (aula palatina) innalzarsi così in alto da apparire degna delle stelle e del cielo e quasi vicina a loro.

Non siamo in grado di verificare l'attendibilità dell'affermazione sul Circo Massimo di Treviri. 

Tuttavia, sappiamo che le dimensioni della basilica erano imponenti e maestose. Oltre a ciò, lo erano anche quelle delle terme, nella parte meridionale dell'area intorno alla basilica, che si estendevano per circa duecentosessanta metri da est a ovest.

20 agosto 2026

"LE CITTÀ DI PIANURA"

Le città di pianura è un film molto recente. 

Nel corso di quest'estate ho voluto vederlo per ben due volte: la prima, a inizio luglio, quando l'ho trovato un film piuttosto noioso e finalizzato a diffondere un'immagine negativa e distorta della regione Veneto e dei miei corregionali.

La seconda, con Matthias, una settimana prima di Ferragosto. In questa occasione ho rivalutato la proiezione: i protagonisti mi stanno anche simpatici e, oltre a ciò, ho individuato qualche spunto di riflessione.

Le città di pianura non mi è dispiaciuto. A Matthias invece è piaciuto molto ed ha individuato molti più aspetti significativi rispetto a me.

  • Il contenuto del film è un insieme di storie reali raccontate che riguardano le generazioni precedenti alla nostra. Tra queste, una serie di azioni e di scelte, qualche volta illegali oltre che scorrette, come imbucarsi alle feste, raggiungere la Slovenia per acquistare e rivendere sigarette, frequentare le case chiuse in Austria, fondare un'attività illegale e poi scappare in Argentina per evitare processi e sanzioni pesanti, fingersi dei professionisti per scroccare alcol e sigarette ad uno sconosciuto benestante proprietario di una villa. 
  • Nella prima scena del film un dirigente d'azienda regala ad un dipendente storico un orologio d'oro in occasione del suo pensionamento. Fino a pochi anni fa anche questo, nella nostra regione, era una tradizione. In questa parte del film è ben presente anche l'immagine, spesso falsa, dell'azienda come una grande famiglia.
  • Alcune delle tematiche fondamentali dell'opera di Francesco Sossai sono la decadenza industriale del Veneto orientale, il problema, molto conosciuto, dell'alcolismo nella nostra regione, la nostalgia di un tempo che non c'è più (gli anni Novanta nel caso dei due protagonisti ultra-cinquantenni, Carlo Bianchi e Doriano) e la tendenza ad un'ottica costruttivista, ben visibile in questo dialogo con Giulio, studente in Architettura che incontrano ad una festa di laurea dove, una notte, si sono imbucati:

Carlo Bianchi: «Avevamo scoperto il segreto del mondo ma non ce lo ricordiamo.»

– Giulio: «Era il segreto del mondo? Del vostro mondo o del mondo?»

– Carlo Bianchi: «E che differenza fa?»

  • Con Giulio nasce un'amicizia spontanea. Doriano e Carlo, che sono  due ex operai, gli vogliono bene e, pur con i loro limiti e pur con una vita di fallimenti alle spalle, diventano delle guide per questo ragazzo timido, riservato e lontano da Napoli, la sua città d'origine e lontano dalla famiglia. Lo aiutano a diventare più sciolto, più sicuro di se stesso e a cogliere le opportunità del presente prendendo iniziative con Giulia Antonia, anche se innamorarsi di lei non è il massimo: alla sua festa di laurea la ragazza sniffa cocaina in bagno con un altro giovane. Comunque, questi due ex operai non sono esempi di vita: fino agli anni Duemila lavoravano in un'azienda di occhiali (la Lux Ottica probabilmente) di cui vendevano gli scarti illegalmente. Mentre il loro amico e complice Eugenio era fuggito in Argentina una volta scoperto, Carlo e Doriano hanno speso questi guadagni in automobili di lusso.
  • Carlo e Doriano vivono nel passato. Infatti in una scena, i paesi e le strade tracciati su una cartina rappresentano il tentativo di dare di nuovo un nome e un senso a un paesaggio dimenticato. I due uomini riescono a localizzare bene i bar, le trattorie, i ristoranti che fanno parte del loro mondo, ma confondono l'aeroporto di Mestre con quello di Treviso e, inoltre, non sanno nulla a proposito dei
    "luoghi di cultura" o di posti che hanno un certo simbolismo architettonico come il cimitero Brion. Giulio, grazie ai suoi studi, spiega loro il significato dei materiali impiegati per costruirlo: il cemento rappresenta la solidità del monumento mentre le vetrate e le decorazioni circolari rimandano alla leggerezza. Ho pensato che questi materiali rimandano sia ad un mondo che sta scomparendo e a cui i due ex operai si sono affezionati sia alla modalità narrativa del film che tratta temi amari e pesanti, fallimenti gravi, ma con una punta di umorismo che ammorbidisce l'atmosfera.
  • Il Veneto è conosciuto per le località marittime e montane. In questo film, durante una pubblicità di mobili, c'è un riferimento a San Donà di Piave, paese di pianura in provincia di Venezia ma non molto lontano dalla laguna. La pianura veneta è lo sfondo del viaggio in auto dei protagonisti e rappresenta i luoghi che hanno perso la spinta economica di 30 anni prima. 
  • Ho visto un'analogia con La Coscienza di Zeno. 
    L'ultima birra, l'ultimo bicchiere non è mai davvero l'ultimo per i personaggi principali, proprio come le sigarette per Zeno Cosini. Vivono così: da alcol-dipendenti, da disoccupati cronici senza prospettive e senza obiettivi. Da una parte, il personaggio di Svevo non sa scegliere ed è pieno di contraddizioni, dall'altra, Carlo e Doriano sono persone fragili che non sentono più il bisogno di dare un senso alla loro vita.
  • Sono ben presenti i pregiudizi verso Sud Italia: "è del Meridione ma è un gentiluomo" dicono i due veneti di Giulio, quando una notte, ubriachi fradici, vengono ospitati da una donna che dovrebbe essere o la madre o la sorella o comunque la parente di uno dei due. O anche nell'episodio in cui Carlo e Doriano, accompagnati da Giulio, si intrufolano nella villa di un conte, fingendosi architetti. Quando il ragazzo, l'unico davvero competente in materia di costruzioni, consiglia al conte di ricorrere al TAR, il proprietario della villa gli dice: "Bravo. Alla faccia del fatalismo del Meridione".
  • Nel finale i due protagonisti mangiano un gelato. Sembra che la stagione primaverile si sia avviata e, sullo sfondo, ci sono le catene montuose del bellunese. Forse si trovano a Feltre. Il gelato più piccolo doveva essere un cono al limone, gusto amaro, invece, il gelataio ha sbagliato, si è confuso con il fiordilatte, gusto dolce. Il gelato più grande, che sembra yogurt, cade a terra, sull'asfalto, investito dai veicoli che passano lungo la strada. I due gusti rappresentano sia l'amarezza di una vita di aspettative infrante  (il limone) sia quel tocco di dolcezza che Carlo e Doriano possono ancora vivere, con la loro amicizia (il fiordilatte).

13 agosto 2026

"Il marito di Elena", G. Verga:

 16) IL FALLIMENTO ESISTENZIALE

Il marito di Elena, scritto nel 1882, è un romanzo psicologico di poco posteriore ai Malavoglia.

A) INCIPIT:

Camilla picchiò all'uscio mentre i genitori stavano per andare a letto e disse: "Elena è fuggita".

Don Liborio rimase con lo stivaletto in mano, sbalordito. Poi andò ad aprire zoppicando, pallido come un morto. 

La figliuola, con la sua voce calma di ragazza clorotica, ripetè tranquillamente: "L'ho cercata dappertutto. Non c'è più".

Allora la mamma si rizzò a sedere sul letto e cominciò a strillare: "M'hanno rubata mia figlia!".

Ma chi è Elena? Per quale motivo è fuggita?

B) PERSONAGGI PRINCIPALI:

Napoli, fine XIX° secolo.

Elena e Camilla sono le figlie di Don Liborio, funzionario borbonico in pensione.

Le ragazze, appartenenti all'alta borghesia, sono state educate ad una vita di agi: è stata loro impartita una cultura letteraria e musicale. Oltretutto, in entrambe appare chiara anche la predisposizione al ricamo.

Dal momento che la loro condizione economica è molto agiata, non hanno necessità di trovare un lavoro, bensì dei mariti facoltosi.

Camilla è fidanzata da anni con Roberto. 

Si tratta di una coppia "tiepida": i due giovani sembrano non evolvere mai e il loro affetto reciproco sembra ridotto "a lumicino". 

Roberto infatti, pur frequentando da diversi anni la casa di Don Liborio, nel suo ambiente lavorativo non ottiene mai una promozione che comporterebbe la concretizzazione del matrimonio, oltre ad un significativo aumento di stipendio.

Elena e Cesare, invece, risultano attratti l'uno dall'altra sin dal primo istante in cui si incontrano. Hanno poco più di vent'anni e nessuno di loro due ha mai sperimentato relazioni profonde e autentiche.

Inoltre, né l'uno né l'altra sanno che cosa sia effettivamente l'amore vero: se da un lato la ragazza è sempre stata protetta tra le mura domestiche e ha goduto di precettori a domicilio, dall'altro, Cesare è stato spedito in un collegio per molti anni per volontà di uno zio sacerdote.

La fuga di Elena e Cesare è una reazione puramente emotiva ed istintiva, scaturita a seguito della scoperta da parte dei genitori di Elena di un segreto scambio epistolare tra i due giovani.

Prima del matrimonio i due ragazzi trascorrono molte ore da soli la notte, lungo le strade deserte di Napoli, lontani dalle rispettive famiglie. 

Solo in quel momento prendono atto sia della loro mancanza di mezzi economici che di prospettive concrete per il futuro. 

D'altronde, nei primi capitoli di quest'opera, Cesare Dorello è un neo-laureato in Legge senza lavoro che deve ancora iniziare un praticantato presso uno studio legale cittadino. 

Vorrei chiudere il paragrafo con il riferimento ad un dipinto impressionista di Silvestro Lega intitolato I fidanzati (1869).


Il quadro, ambientato nelle campagne fiorentine all'ora del crepuscolo, ritrae una coppia della media borghesia, scortata da una parente e da due bambine.
Nell'altro secolo infatti era ritenuto oltremodo sconveniente che due fidanzati o, comunque, un uomo e una donna entrambi giovani, trascorressero del tempo da soli senza la sorveglianza di qualche familiare o domestico.

Tra Elena e Cesare la differenza di classe sociale è evidente e influirà molto, nel corso dei successivi capitoli del romanzo, sulla qualità della loro relazione coniugale.

Già i lettori riescono ad intuirlo mediante le seguenti asserzioni dell'autore:

Da ragazzo (Cesare) era sempre vissuto in mezzo a quella miseria decente che stende una tinta grigia su tutti gli atti della vita e li regola con un calcolo implacabile, che dà un'enorme importanza alla ricchezza per il penoso e continuo contrasto tra l'essere e l'apparire.

C) IL MATRIMONIO TRA ELENA E CESARE:

Dopo le nozze, Elena e Cesare si stabiliscono presso la tenuta di Rosamarina, ad Altavilla.

In questa breve parte del romanzo, la ragazza sembra felice, spensierata, adorante verso il marito, ben inserita in un contesto di vita di campagna. 


Compaiono descrizioni simil-pittoriche di un idillio campestre:

All'alba correva nei campi velati dalla nebbia del mattino, in mezzo alle allodole che si levavano trillando verso il cielo color di madreperla, ancora spettinata, senza guanti, tenendo a due mani il lembo del vestito, respirando a pieni polmoni l'aria frizzante e imbalsamata di ramerino. Godeva in sentire la frescura della rugiada sotto i piedi. Le piaceva sdraiarsi sull'erba sempre verde, in mezzo al folto delle macchie, nelle ore calde del meriggio, supina, colle braccia in croce sotto l'occipite (...).

Elena era forse la sola che fosse orgogliosa di possedere quel paesaggio. Il sentimento della proprietà nasceva e si sviluppava in lei con alcunché di artistico e di raffinato. Quando il sole tramontava nella sua vigna, aveva là, e non altrove, quegli ultimi effetti di luce calda e dorata sulle foglie ingiallite, sul verde cupo dei roveti che imboscavano il vallone, sulla grigia montagna di granito tinta di roseo e di violetto pallido.

Tuttavia, questa beatitudine dura poco.

Cesare vive molto al di sopra delle proprie possibilità economiche per assecondare i desideri di sfarzo e di vita sociale intensa e dispendiosa di una moglie viziosa e viziata, senza mai dirle chiaramente di essere sommerso dai debiti.

Si tratta di una vita coniugale all'insegna dell'incomunicabilità!

E qui, per antitesi e per contrapposizione, vorrei ricordare in modo sommario i contenuti della canzone Mirrors di Justin Timberlake, uscita nella ormai lontana primavera del 2013:

"It's like you're my mirror, my mirror staring back at me / I'm looking right at the other half of me".

In quel periodo era il mio brano preferito e, a mio avviso, il migliore di quel cantante statunitense.

Il volto, gli occhi e l'interiorità della persona amata divengono uno specchio di ciò che si prova nelle relazioni in cui la nudità emotiva precede quella fisica e, soprattutto, se il dialogo è la modalità con cui due persone tengono viva la relazione.
Che ricordo che ho sbloccato... stavo terminando il penultimo anno di liceo e quelle parole mi facevano sognare oltre lo schifo e le ipocrisie del liceo.

Ad ogni modo, il passaggio che sto per citare è emblematico e chiarisce come il non detto diventi fonte di disagio e di imbarazzo per paura di perdere l'amore, l'affetto e la stima:

Cesare, nelle maggiori effusioni del suo affetto, subiva un inesplicabile imbarazzo vicino a lei; sembrava che una parte di quella donna, entrata a metà in tutta la sua esistenza, che faceva parte di sé, gli fosse rimasta estranea e sconosciuta. Allorché se la teneva fra le braccia, stretta, e non avrebbe voluto lasciarla più, sentiva una specie di sgomento (...).

Elena, a poco a poco, diventa insofferente e infastidita dal marito. 

Nel corso della storia lo tradisce più volte: la prima con Don Peppino, il figlio della baronessa del paese vicino alla loro villetta. 

Ho trovato curiosa la lettura di una similitudine che Verga attribuisce a quel che Don Peppino prova per Elena dato che lo definisce ossessionato da lei come un tredicenne.

Come un tredicenne... è quindi un amore profondo, equilibrato ed autentico? 

No, è una fissazione. 

Come le prime forti attrazioni che si provano all'inizio dell'adolescenza, in un'età, i tredici anni, nella quale il corpo è in pieno cambiamento, la corteccia pre-frontale in via di sviluppo e la sinaptogenesi ancora molto rapida, secondo la neuropsichiatra Sarah Blakemore.

Non molto tempo dopo la fine dell'attrazione tra lei e Don Peppino, Elena instaura una relazione che presto diviene un rapporto fatto di intensa fisicità con il giovane Cataldi. 

Ecco come l'autore ci presenta questa figura:

Cataldi era un giovanotto il quale spendeva pazzamente il denaro che non aveva, biondo e delicato come una fanciulla, bel giocatore carico di debiti, audace cogli uomini e impertinente con le signore. Elena sorrideva volentieri con quel pazzo (...)

Eppure, questo personaggio si dimostra estremamente lucido quando descrive il carattere di Elena:

"Ella non amerà mai altri che se stessa".

Alla giovane donna si rivolge così, in modo decisamente sfacciato:

"Voi avete tutti i miei difetti. Siete egoista, insensibile, vana. Voi non amerete mai".

Forse alcuni di voi si staranno chiedendo: ma è veramente innamorato di lei? L'ha mai amata davvero e con sincerità?

No! Prima la seduce e poi la abbandona, partendo per gli Stati Uniti.

Personalmente considero Cataldi un uomo sveglio, brillante ed intraprendente. Tuttavia, la sua gran dose di cinismo e di narcisismo trasforma la sua schiettezza in maleducata sfacciataggine, non rendendolo capace di rispettare gli altri né di volere il loro bene.

Infine, degno di menzione è anche il Duca Aragno che, durante i ricevimenti, le dedica addirittura delle poesie con la finalità di esaltarla. Anche questo: che personaggio penoso!

Cesare come reagisce pur sapendo?

Si mostra quasi sempre taciturno, cupo e geloso, dato che Elena è molto più a suo agio la sera in società che non in sua compagnia.

Quando, ad esempio, scopre il tradimento della moglie con Cataldi, non riesce ad affrontare l'argomento, pur soffrendo moltissimo.

A mio modesto avviso, quando ci si accorge di un episodio così grave come l'infedeltà da parte dell'altro coniuge, meglio litigare urlando con il pianto in gola piuttosto che allontanarsi da casa, camminare ore e ore in strada, cenare tardi, con le lacrime che scendono copiose e da soli con una minestrina e avvicinarsi al letto coniugale accarezzando i capelli alla moglie. 

Questa, di fatto, è la debolissima e un po' contraddittoria reazione di Cesare. 

Si tratta di un uomo avvilito per due ragioni:

  • la sua vita coniugale è un vero disastro. A causa di questa stessa deve far fronte ad un sacco di debiti, motivo per cui continua a chiedere soldi allo zio parroco e agli amici.
  • Si rende conto che la strada per emergere nel suo settore professionale è molto ardua.

Dopo diversi anni in veste di avvocato che non vince mai una causa in tribunale, Cesare diviene procuratore legale, posizione che suscita giudizi piuttosto pesanti da parte del suocero Don Liborio, il quale lo vorrebbe meno fragile, più ambizioso e più combattivo.

Per buona parte della lettura di questo romanzo ho pensato che, entrambi i protagonisti di questa drammatica storia, si trovino soli con i propri limiti.

Un altra tematica abbastanza significativa all'interno di questo romanzo è la solitudine. Elena e Cesare sembrano due pezzi di puzzle di cartone rovinati o rotti; e lo dimostra il fatto che quasi ogni sera, nella terrazza della loro residenza di campagna, non riescono a dirsi una parola.

Nemmeno la maternità di Elena migliora il loro rapporto.

In effetti un figlio è un dono, non il manager di un'agenzia psicologica finalizzata a risolvere gravi e tossiche problematiche coniugali.

Elena esibisce un affetto "teatrale" per la piccola Barbara.

D) L'IPOCRISIA SOCIALE NEL ROMANZO:

La domestica di Cesare ed Elena pronuncia un discorso che fa letteralmente raddrizzare le orecchie:

"Le ragazze maritate... so io quello che fanno! E le padrone anche! Se dicessi tutto quel che ho visto in questo mondo! Molte di quelle signore che portano la veste di seta non son degne di leccarmi queste ciabatte qui!".

La società italiana (ed europea) di fine Ottocento era inficiata di ipocrisie: sa da un lato era ritenuta scandalosa la fuga clandestina di due giovani superficialmente attratti l'uno dall'altra, dall'altro i tradimenti coniugali erano sopportati e, soprattutto, taciuti.

E) UNA NOTA LINGUISTICA:

In alcuni dialoghi e discorsi diretti ho notato la presenza, ancor più frequente nei romanzi del Novecento, del "che polivalente".

In questo romanzo è più ricorrente il "che polivalente" con valore causale.

Eccovi alcuni esempi:

1) Non gridare così, che (=poiché/perché altrimenti) i vicini sentono!

2) Ora dormite, che (=dal momento che) ne riparleremo domattina.

3) A Natale, che (=quando) Messero Nunzio non aveva mandati i denari del vino...

4) Ma cosa hai fatto, che (=dal momento che) non puoi tornare a casa?

5) Aspettate, che (=poiché/dal momento che) voglio accompagnarvi alla stazione.

6) Aspettate, che (=poiché/dal momento che) voglio accompagnarvi per un altro po'.

7) Quanto a perdonare, perdono, che (=dal momento che/visto che) devo andare a celebrare messa domani.

F) SIMILITUDINI SUGGESTIVE:

Ho rilevato la presenza di due similitudini di carattere spettrale, relative ad alcuni personaggi.

  • Elena è, più di qualche volta, bianca come un fantasma, paragone che allude alla sua mancanza di profondità etica e psicologica. Infatti si tratta di una figura evanescente che rappresenta inoltre un ideale femminile non affatto corrispondente alla realtà della vita coniugale.

  • Don Peppino compare sull'alto cavallo pugliese come un fantasma nero", presagio di un primo tradimento coniugale di Elena.

G) RIMANDI ALLA CLASSICITA':

  •  "... aspettava l'ultima pennellata un acquerello rappresentante una cascata argentina (...) sotto un cielo oltremare che i due viandanti, maschio e femmina, osservavano dall'alto della rupe, tenendosi per mano, quasi avessero voluto fare il salto di Leucade".
Qui ci troviamo ancora nelle prime pagine del libro. 
L'autore si sofferma su un piccolo dipinto nel salotto della casa di Don Liborio, in cui vi sono due figure umane che sembra abbiano intenzione di compiere un'azione rischiosa. Come, d'altronde, è stato rischioso e avventato, per Cesare ed Elena, fuggire una notte.
Ad ogni modo, la rupe di Leucade è un luogo mitologico dal quale la poetessa Saffo si sarebbe gettata a causa di un amore non corrisposto. 
  • "Don Liborio, rigido come un Bruto".
Don Liborio, ancora oltremodo arrabbiato con i due giovani, è apparentemente rigido ed inflessibile in questo passaggio perché alla fine non solo dà il suo consenso al matrimonio tra Cesare ed Elena ma permette alla moglie di lasciare corredo e abiti alla figlia.

Qui il riferimento è proprio a Marco Giunio Bruto, nipote di Catone Uticense governatore della Gallia Cisalpina nel 47 a.C. e uno dei celebri partecipanti alla congiura contro Giulio Cesare.



"IL POPOLO DEGLI ABISSI", JACK LONDON E LE CONTRADDIZIONI DI LONDRA A INIZIO NOVECENTO

Vi presentiamo qui un reportage scritto da Jack London negli anni in cui lavorava come giornalista. A) "IL POPOLO DEGLI ABISSI": C...