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28 agosto 2015

"Io sono Lì"-la determinazione di una madre cinese nell'Italia immobile della Laguna


"Io sono Lì" è un film del 2011 diretto da Andrea Segre, regista che si sta focalizzando sui temi dell'immigrazione, del dialogo interculturale e della solidarietà sociale.

La protagonista della pellicola è Shun Lì, una donna cinese che lavora a Roma come operaia in una fabbrica tessile per saldare i suoi debiti e per ottenere i documenti necessari che permetteranno a suo figlio, un bambino di otto anni, di raggiungerla in Italia per poter vivere con lei.
Lì scrive delle lettere a suo figlio, per fargli capire che lo pensa spesso e che continua ad amarlo nonostante sia molto lontana. Eccone una: "Figlio mio, come stai? Mi manchi tanto. Come sta il nonno? Come va la scuola? Quando il capo mi chiede di cucire trenta camicie al giorno, io ne faccio dieci in più, e queste dieci sono per te. Tutti i lavori che farò li farò per te, per farti arrivare il prima possibile. Devi solo avere pazienza e vedrai che torneremo insieme."

E' molto importante rilevare che la prima scena del film riguarda il culto del poeta Qu Yuan,
che viene praticato da Lì e da un'altra donna cinese all'interno di uno squallido appartamento nella periferia di Roma. Qu Yuan è il poeta più importante dell'antica tradizione letteraria cinese e in Cina viene celebrato facendo galleggiare candele e lanterne sulle acque dei fiumi, in modo tale da poter proteggere la sua anima che naviga attraverso le acque. In quell'occasione però, Lì fa galleggiare delle piccole candele rotonde nella vasca da bagno e dice: "Che il poeta Qu Yuan ci aiuti ad affrontare un nuovo anno di vita e ci protegga in questa terra lontana."

Improvvisamente, Lì viene trasferita dal suo capo a Chioggia, la graziosa cittadina lagunare  
vicinissima a Venezia, per occuparsi della gestione di un'osteria frequentata soprattutto da anziani pescatori. Lì parla poco l'italiano e conosce ancor meno il dialetto veneziano: per questo inizialmente viene derisa dai frequentatori del locale, molti dei quali la congedano senza pagare gli arretrati delle ordinazioni.
Tuttavia, Lì rimane suggestionata dal paesaggio marittimo della cittadina. Così scrive al suo bambino: 
"Ciao figlio mio, come stai? Mi manchi molto. Il mare qui è molto bello. Non so perché ma sembra più piccolo del nostro. Forse perché ha due nomi: uno è mare, l'altro è laguna. Chiamarlo mare o laguna dipende dalla distanza. In italiano la laguna è femminile, calma, misteriosa. Invece il mare è maschile, non riposa mai, sempre in balia del vento e delle onde. A me il vento piace, perché mi porta da te, figlio mio."

Fino al giorno in cui fa la conoscenza di Bepi, un pescatore di origini croate, residente a Chioggia da circa trent'anni. Bepi è soprannominato "il poeta" dagli altri pescatori grazie alla sua versatilità nel comporre rime e piccole liriche.
A poco a poco, tra Lì e l'anziano pescatore nasce un rapporto che, a mio avviso, non è esattamente un'amicizia, come dicono invece altre recensioni su questo film che potete trovare altrove. Non è assolutamente un amore erotico ma non è nemmeno una relazione di amicizia. E' semmai un rapporto caratterizzato da una profonda tenerezza, come in teoria dovrebbe essere un rapporto padre-figlia.
Bepi, oltre ad essere dotato di una grande sensibilità, sa ascoltare e sa comprendere la malinconia di Lì e la sua nostalgia per Fucho, la sua città natale. Egli dialoga con Lì; le fa domande a proposito del poeta Qu Yuan, si commuove per la nostalgia che lei prova per suo figlio e soffre nel vedere a quali dure condizioni di lavoro è sottoposta.
Il sincero dialogo con Bepi, improntato su un profondo rispetto reciproco, è un conforto per Lì.
In una limpida mattinata di marzo, Bepi la invita a fare un giro in barca.

"Bepi: «Lì? Quanto tempo rimani ancora a Chioggia?»
 Lì: «Non lo so. Io aspetto la notizia.»
 Bepi: «La notizia?»
 Lì: «Si. E' difficile spiegare. Io lavoro e aspetto. Lavoro e così pago. E un giorno il capo farà venire mio figlio, ma non so quando. Decidono loro quando.»

E, al delicato suono delle placide onde del mare, Bepi le accarezza dolcemente il viso e la abbraccia. Questa uscita in barca si rivela una fonte di ispirazione per il vecchio pescatore, che compone una poesia per Lì:
"Tutti i fiumi
scendono al mare
senza poterlo riempire.
C'è un vento freddo
ma scalda il cuore,
fa sorridere Lì
come un piccolo fiore".

Che cos'è che rende "Io sono Lì" un film malinconico e drammatico? Proprio il fatto che, l'ottimo rapporto tra la barista cinese e il vecchio pescatore diventa oggetto di pettegolezzi e di calunnie proprio da parte degli amici di Bepi, i quali sono convinti non soltanto che quest'ultimo sia attratto sessualmente da Lì, ma anche che lei lo voglia sposare al solo scopo di rubargli l'eredità. Ma quale eredità?? Bepi è in realtà molto povero perché possiede soltanto una barca e un vecchio casone sul mare.
In questa pellicola cinematografica, Segre illustra tutti gli assurdi pregiudizi  sugli stranieri. I pettegolezzi e le malelingue degli altri pescatori si diffondono in tutta la cittadina, fino al punto in cui giungono alle orecchie del capo di Shun Lì, che una sera la convoca per parlarle in privato e per dirle: "A Chioggia girano troppe voci su di noi, per colpa tua. Gli italiani parlano male dei cinesi. Tu non devi frequentare Bepi, il poeta. Altrimenti dovremo mandarti via e dovrai ricominciare da capo. Dovrai ripagare tutti i debiti dall'inizio. Non gli devi più parlare, a parte le ordinazioni."

Si interrompe così il meraviglioso rapporto tra Bepi e Lì. Per la protagonista della vicenda, rimane un unico ma prezioso conforto: quello della sua compagna di stanza Lian, la quale vive una vita simile alla sua. Lian le dice: "Hai mai visto come fa l'acqua? Va dal mare alla laguna e poi torna indietro. Ma non ritorna tutta al mare. C'è dell'acqua che non riesce più ad uscire e rimane intrappolata nella laguna."
E' un'immagine bellissima e, a mio avviso, se ci si riflette un po', si riesce anche a trovare un significato metaforico. Il mare è immenso e diviene un meraviglioso specchio d'acqua quando il sole, nel sorgere e nel tramontare, lascia i suoi riflessi rosei e aranciati in superficie. Però, alba e tramonto a parte, il mare è anche una monotona distesa d'acqua, dove le onde sembrano tutte uguali (e questo soprattutto quando è calmo o poco mosso). Per questo il mare mi affascina ma mi mette sempre inevitabilmente anche un po' di malinconia; perché le onde compiono sempre gli stessi movimenti: dal mare aperto giungono a riva, dove si infrangono, e poi "ritornano indietro", secondo il fenomeno della risacca.  Così è la vita di Lì in Italia: monotona e triste, molto povera di affetti, caratterizzata da numerose ore di lavoro al giorno e da una forte e dolorosa nostalgia per la sua famiglia e per il suo paese natale, al quale lei è molto affezionata. La compagnia di Bepi dava un po' di colore alla quotidianità di Lì. Bepi in un certo senso rappresenta quei riflessi luminosi del sole di cui parlavo poche righe sopra. Quei riflessi di cui Lì è stata ingiustamente privata...
E quella quantità d'acqua che rimane intrappolata nella laguna è quel sentimento di oppressione che Lì e Lian provano nel dover sottoporsi alla volontà di un capo che ha a cuore soltanto i guadagni economici e che ignora completamente la sfera dei sentimenti e delle relazioni, al punto tale che controvoglia concede a Lì una mezza giornata libera affinché lei possa acquistare un regalo di compleanno da mandare al figlio.

Poco tempo dopo, Lì viene trasferita nuovamente in un'altra città del nord Italia per lavorare in un grande magazzino.
Passa un altro anno di duro lavoro, le stagioni scorrono veloci; da una primavera soleggiata e vivace si passa ad un altro inverno. Fino al giorno in cui il suo capo si reca a farle visita portando con sé il figlio della donna. Pur essendo colma di gioia, Lì si chiede chi abbia pagato tutti i debiti al posto suo.

Il finale della storia è molto significativo: Lì ritorna a Chioggia per poter incontrare di nuovo Bepi, ma apprende che il poeta pescatore è morto e che le ha lasciato una lettera in cui dichiara di lasciarle in eredità il suo vecchio casone. La lettera si conclude così: "Mi piacerebbe che un giorno mi regalassi un funerale come quello del vostro poeta". ... Nell'ultima scena, il regista ci lascia con una breve lirica del poeta Qu Yuan, recitata mentalmente da Lì, che dice:
"Chiedo al guardiano del cielo di aprirmi. Appoggiato alla porta lui mi scruta. Un turbine di vento si raccoglie con il saluto di nubi e arcobaleni".

Il film merita, davvero. E' poetico, malinconico, delicato, sentimentale. Rivela tutto il fascino di Chioggia e dimostra come certi pregiudizi alimentano la paura nei confronti del diverso.
La colonna sonora è caratterizzata esclusivamente da melodie lente, dolci, languide, espressive al punto tale che toccano le corde più profonde dell'anima.


25 agosto 2015

"Cronaca di una morte annunciata": l'inevitabilità di sfuggire ad un destino crudele


Dopo una piacevole settimana di vacanza in cui i miei occhi hanno ammirato spettacolari paesaggi di montagna, riprendo a scrivere con un pizzico di nostalgia per il mio caro e dolce Sudtirol...

"Cronaca di una morte annunciata" è un breve e intrigante romanzo scritto dal celebre autore colombiano Gabriel Garcia Marquez.
Il protagonista della vicenda narrata è il giovane Santiago Nasar, ventenne di origini arabe che trascorre una vita tranquilla e piuttosto agiata; oltre ad essere il proprietario di una fattoria è anche un appassionato di cavalli e di armi da fuoco.
Il narratore, interno alla vicenda, non svela mai al lettore il suo nome nel corso della storia; si limita soltanto a dichiararsi uno degli amici di Santiago che, a distanza di molti anni dalla morte di quest'ultimo, intraprende una sorta di inchiesta e scrive la “cronaca” con l’intenzione di fare chiarezza su ciò che è accaduto.
"Il giorno che l'avrebbero ucciso, Santiago Nasar si alzò alle 5,30 del mattino per andare ad aspettare il bastimento con cui arrivava il vescovo. Aveva sognato di attraversare un bosco di higuerones (alberi tropicali di legno duro) sotto una pioggerella tenera, e per un istante fu felice dentro il sogno, ma nel ridestarsi si sentì inzaccherato da capo a piedi di cacca di uccelli", sin da queste prime righe l'autore cerca di esporre nel modo più dettagliato possibile le azioni, le sensazioni e gli avvenimenti che caratterizzano le ultime ore di vita del protagonista.
Sin dall'inizio però, si avverte la reale difficoltà di rendere precisi diversi dettagli: uno di questi è il tempo meteorologico: "Molti coincidevano nel ricordare che era una mattina scintillante percorsa da una brezza marina che arrivava attraverso i bananeti, come era da supporre dovesse essere in un perfetto febbraio di quell'epoca. Ma i più erano concordi nel dire che era un tempo funereo, con un cielo torbido e basso e un denso odore d'acque stagnanti, e che nel momento della disgrazia veniva giù una pioggerellina minuta come quella che aveva visto Santiago Nasar nel bosco del suo sogno".

Una delle tematiche predominanti di questo romanzo è la fatalità: Placida Linero, la madre di Santiago, pur godendo della fama di abile interpretatrice dei sogni, non è in grado di avvertire il benché minimo presagio di morte nel sogno del figlio.
Tra l'altro, Santiago è incapace di sfuggire alla sua tragica sorte dal momento che è vittima di coincidenze sfortunate:
"Nel salotto, dove continuava a pulire pavimenti, Divina Flor vide allo stesso tempo che Santiago Nasar entrava dalla porta della piazza e saliva per le scale da nave delle camere da letto. (...) Tanto che quando Placida Linero le chiese di lui, Divina Flor la tranquillizzò: «E' salito in camera un minuto fa», le disse . (...) Attraverso la porta (Placida Linero) vide i fratelli Vicario che venivano di corsa verso la casa con i coltelli sguainati. Dal punto in cui lei si trovava poteva vederli, ma non riusciva a vedere suo figlio che correva da un altro angolo verso la porta. « Pensai che volessero introdursi in casa per ucciderlo là dentro» mi disse. Allora corse verso la porta e la chiuse di colpo. Stava tirando la spranga quando udì le grida di Santiago Nasar e sentì i pugni di terrore sulla porta, ma credette che egli fosse di sopra, insultando i fratelli Vicario dal balcone della sua camera da letto."

I Vicario, artefici del delitto, erano due gemelli pressoché identici nell'aspetto fisico, ma, nel corso della loro adolescenza, avevano ricevuto una formazione professionale molto diversa l'uno dall'altro: Pedro, il più sanguigno, era stato addestrato nell'esercito, Pablo invece aveva appreso il mestiere dell'orefice nell'officina del padre. I fratelli Vicario erano definiti dei giovani dall'indole mite e mansueta... aggettivi che, se utilizzati per definire due assassini che squartano vivo un ragazzo sotto casa, suonerebbero, oltre che fuori luogo, anche ridicoli.
Soltanto all'inizio del secondo capitolo l'autore rivela che Pedro e Pablo vogliono uccidere Santiago per una questione d'onore che riguarda la loro sorella Angela, ripudiata dal marito alla prima notte di nozze dal momento che quest'ultimo aveva scoperto che la sua novella sposa non era vergine.
Questo è un romanzo incentrato proprio sul delitto d'onore, tematica che influenzava profondamente la mentalità del secolo scorso e in particolar modo le civiltà rurali come quelle dell'America Meridionale.
Fino a circa sessant'anni fa, la difesa dell'onore giustificava qualsiasi azione violenta mirata a ristabilire l'ordine della morale collettiva. Proprio per questo i fratelli Vicario continuano a dichiararsi innocenti durante il processo.
A dire il vero, tutti i personaggi del romanzo hanno una relazione diretta con la morte di Santiago.
E non fanno nulla per impedirla. Nessuno interviene per salvare la vita del giovane; sia perché all'epoca c'era la convinzione che le questioni d’onore dovessero essere risolte dai diretti interessati, sia perché gli abitanti del piccolo paese in cui si svolge la vicenda sono sopraffatti o da codardia, o da una forte invidia nei confronti di un ragazzo giovane, bello e ricco, o da una totale indifferenza, oppure sono convinti del fatto che Santiago sia già stato informato a proposito delle intenzioni omicide dei due fratelli. Senza contare che alcuni banalizzano le intenzioni dei Vicario: "Faustino Santos non seppe spiegarsi quello che era accaduto: «Vennero ad affilare un'altra volta i coltelli e di nuovo gridarono perché tutti sentissero che avrebbero sventrato Santiago Nasar, tanto che credetti che ci stavano sfottendo."
"«Pensammo che erano fanfaronate da ubriachi», dichiararono diversi macellai, così come Victoria Guzman e molti altri che li videro più tardi."

Un altra figura molto curiosa è Angela Vicario. Nella prima parte del libro, appare una ragazza debole, decisamente sottomessa al volere della famiglia (come la maggior parte delle giovani dell'epoca):
Dall'omonimo film di Francesco Rosi
" (...) Angela Vicario non dimenticò mai l'orrore della sera in cui i suoi genitori e le sorelle maggiori con i rispettivi mariti, riuniti nel salotto di casa, la obbligarono a sposarsi con un uomo che aveva visto appena. (...) Angela Vicario s'azzardò appena a insinuare l'inconveniente della mancanza d'amore, ma sua madre lo demolì con una sola frase: «Anche l'amore si impara» (...) . «Una sola cosa imploravo da Dio, che mi desse il coraggio di uccidermi. Ma non me lo diede» mi disse Angela Vicario."

Nella seconda parte del libro, invece, si dimostra forte e determinata nel suo intento di riconquistare
il marito:
"Nessuno avrebbe mai sospettato, fino a quando ella si decise a raccontarmelo, che Bayardo San Roman si era insediato per sempre nella sua vita dal momento in cui l'aveva ricondotta a casa sua. (...) Le bastava chiudere gli occhi per vederlo, lo udiva respirare nel mare, la svegliava a mezzanotte l'ardore del suo corpo nel letto. Alla fine di quella settimana gli scrisse la prima lettera. (...) Attese invano una risposta. Al termine di due mesi, stanca di aspettare, gli mandò un'altra lettera. Sei mesi dopo aveva scritto sei lettere senza risposta, ma si accontentò di constatare che egli le stava ricevendo. Padrona per la prima volta del proprio destino, Angela Vicario scoprì allora che l'odio e l'amore sono passioni reciproche. Tante più lettere spediva quanto più si accendevano le braci della sua febbre (...). Divenne lucida, decisa, maestra della propria volontà e non riconobbe altra autorità che la propria né altra schiavitù che quella della sua ossessione."
La donna riesce nel suo intento: diciassette anni dopo, Bayardo ritorna da lei con due valigie: una contiene tutti i suoi capi di abbigliamento, l'altra invece è piena delle duemila lettere scritte da Angela.

Ad ogni modo, nel romanzo viene denunciata l'impossibilità di scoprire tutta la verità sui fatti accaduti: è davvero Santiago Nasar il ragazzo che ha disonorato Angela?
Io credo che sia improbabile, sostanzialmente per due motivi: in uno dei primi capitoli, il narratore ricorda che Santiago non era per nulla attratto da Angela e non aveva mai avuto l'intenzione di sedurla, sebbene lei fosse considerata la ragazza più bella del paese. Anzi, a dire il vero la considerava "un'oca già pronta per essere appesa a stendere sul filo dei panni". Insomma, tra Santiago e Angela non era mai nata una relazione sentimentale.
Inoltre, verso la fine si legge che alcuni abitanti del paese pensavano che Angela, nel voler proteggere qualcuno, avesse scelto il nome di Santiago Nasar credendo che i suoi fratelli, in quanto amici della vittima, non avrebbero mai osato fargli del male... e invece lo svolgimento della "cronaca" dimostra proprio il contrario.

L'AVVENIMENTO REALE:

Nella realizzazione di quest'opera, lo scrittore si è ispirato a un evento accaduto il 22 gennaio 1951. Mercedes, che all'epoca era la sua fidanzata, gli aveva fatto recapitare un biglietto che lo informava a proposito dell'assassinio di Cayetano Gentile, giovane di origini italiane che era stato un grande amico di infanzia per entrambi.
Cayetano era un giovane studente di medicina e abitava a Sucre, capitale della Bolivia, città in cui
era molto diffusa la criminalità.
Gli autori della carneficina in questo caso erano i due fratelli di Margarita Chica, l'ex fidanzata di Cayetano che provava verso quest'ultimo un forte risentimento e che lo aveva accusato di essere il responsabile della  perdita della sua verginità prima del matrimonio con Miguel Palencia.
I fratelli di Margarita, proprio come i fratelli Vicario, avevano dapprima atteso Cayetano in un bar di fronte a casa sua, poi, quando lo avevano visto correre verso casa, lo avevano inseguito. La madre di Cayetano, convinta che il figlio fosse già rientrato, aveva sprangato la porta d’ingresso. Ma il giovane ragazzo era stato squartato vivo con dei lunghi e affilati coltelli proprio sotto casa.

Nella mente dell’autore allora, era iniziata a maturare l’idea di scrivere un romanzo sui temi della morte, della fatalità e della verità.


10 agosto 2015

"Camera con vista", Edward Morgan Forster:


"Camera con vista" è un romanzo scritto dall'intellettuale inglese Edward Morgan Forster. L'opera, ambientata agli inizi del XX secolo, illustra una borghesia anglosassone ancora profondamente legata alla mentalità ipocrita e meschina del vittorianesimo ottocentesco. La prima parte del romanzo è ambientata in Italia, la seconda invece si svolge soprattutto in Inghilterra, nelle campagne londinesi.

La protagonista della storia è Lucy Honeychurch, una giovane ragazza inglese che sta visitando le più importanti città italiane con la cugina Charlotte Bartlett, molto più anziana di lei. Durante la loro breve permanenza a Firenze, le due donne alloggiano alla "Pensione Bertolini", albergo che ospita anche altri inglesi.

Il romanzo si apre subito con le loro lamentele riguardo la collocazione delle camere:
" «La signora non aveva assolutamente il diritto di farlo», disse Miss Bartlett, «Ci aveva promesso delle camere a sud, con vista, attigue, e invece eccoci qua, con due camere a nord, che danno sul cortile, e molto distanti l'una dall'altra. Oh, Lucy!»  (...)
(Lucy): «Desideravo tanto vedere l'Arno. Le camere che la signora ci aveva promesso avrebbero dovuto dare sull'Arno. La signora non aveva il diritto di farci questo. Oh, è una vergogna!»"
... Ho voluto riportare queste prime righe per far comprendere ai miei lettori che le capricciose signore della english middle class si indignavano per motivi veramente molto futili; in questo caso, per il fatto che le loro camere non si affacciano sull'Arno.

Charlotte e Lucy sono personaggi molto simili. La loro unica differenza sta soltanto nell'età anagrafica. Proprio come Charlotte, Lucy appare molto ligia alle convenzioni sociali della sua classe. Proprio come Charlotte, Lucy è complessata e incapace di comprendere i propri desideri. Proprio come Charlotte, Lucy ha il detestabile vizio di continuare a rimangiarsi le parole dette.                
Lucy è una ragazza che non è affatto dotata di una forte personalità, sia perché è sempre alla mercé di qualche adulto rigido che si diverte a indottrinarla, sia perché, dentro di lei, dimorano stati d'animo contraddittori. O meglio, lei stessa è contraddittoria. Ecco gli elementi che possono dimostrarlo con efficacia:
a) Sebbene non provi alcun affetto per Cecil Vyse, accetta comunque la sua proposta di matrimonio.
b) Sebbene lei sia attratta dal giovane George Emerson, cerca in tutti i modi di evitarlo e di stargli lontana.
Charlotte è una donna noiosa, petulante, bigotta. Scandalizzata per aver assistito al bacio tra George e Lucy durante una gita sulle colline di Fiesole, inizialmente proibisce alla cugina di raccontare quell'episodio alla madre, dal momento che vuole evitare un possibile rimprovero da parte di quest'ultima per non aver vigilato adeguatamente su di lei. Poi invece, quando George e suo padre si trasferiscono in una casa di campagna vicina a quella di Lucy, sollecita la ragazza affinché riveli la "pessima bravata di Mr Emerson" a Cecil, in modo tale da non compromettere la loro futura relazione matrimoniale.

Mrs Mariam Honeychurch è un po' diversa dalla figlia. All'interno del romanzo infatti, Mrs Honeychurch appare una donna molto mite. Vedova da tempo, zelante nell'eseguire le faccende domestiche all'interno della sua casa di campagna, abituata a rimboccarsi le maniche per garantire una buona istruzione e una buona educazione ai suoi due figli Freddy e Lucy, è fermamente convinta del fatto che una donna debba sposarsi per amore e non per migliorare la propria situazione economica o per "elevarsi socialmente". Invece, Lucy mirava a sposare Cecil, membro della borghesia cittadina, per poter divenire più ricca e più colta.

Le signorine Catherine e Teresa Alan, anch'esse ospiti della Pensione Bertolini, sono molto pettegole. La loro lingua è molto affilata e veloce, al punto tale che la si potrebbe tranquillamente definire una forbice che taglia con rapidità i tessuti... oddio, proprio ora mi rendo conto di non essere stata per niente originale nello scrivere quest'ultima frase! Ricordo infatti di aver imparato questo paragone tra la lingua e la forbice da un racconto di Bernasconi che avevo recensito su questo blog qualche anno fa, forse nel pieno della terza liceo...

 Miss Eleanor Lavish invece è una "falsa intellettuale". Scrive un romanzo, pubblicato sotto pseudonimo, assolutamente mediocre sia per lo stile, sia per i contenuti. E' egocentrica, bizzarra e decisamente egoista. Si trova a Firenze per "studiare la natura umana", ma in realtà anche lei si rivela abile a "spettegolare"... Solitamente, un bravo studioso della natura umana osserva, ascolta, medita e riflette... Ma Miss Lavish è decisamente troppo estroversa!!

A mio avviso, in questo romanzo la componente maschile presenta nel complesso personalità decisamente migliori!

Freddy, diciannovenne sorridente, brillante e sveglio, dedica la maggior parte delle sue giornate a collezionare francobolli, a studiare nozioni di anatomia e a giocare a tennis. Freddy è sincero, genuino... è un ragazzo che non conosce né l'ipocrisia né la falsità perché dice sempre quello che pensa. Quando conosce il giovane George Emerson, lo saluta così: "Felice di conoscerla. Venga a fare un bagno.", con l'intento di invitarlo per davvero a fare un bagno in un laghetto in mezzo ai boschi.

George Emerson è un ragazzo intelligente, profondo, sensibile, malinconico. E' molto istruito e conosce molto bene la filosofia occidentale. George ha la saggezza di un anziano, nonostante la sua giovane età. Intuisce, ovviamente molto prima di Lucy, che il futuro matrimonio della ragazza con Cecil non potrebbe mai funzionare: "Non può pensare di vivere con Vyse. Con lui si possono avere soltanto rapporti superficiali. Si può fare vita sociale e conversazione erudita. Ma Cecil non è fatto per conoscere intimamente nessuno, tantomeno una donna. (...) E' il tipo di persona che se la cava benissimo finché si attiene alle cose...libri, quadri.. ma quando passa alle persone diviene mortale. Egli si diverte a farsi beffe della gente, della più sacra forma di vita che si possa trovare. Poi vi vedo insieme e non posso fare a meno di notare che si mostra protettivo verso di lei, che le insegna a scandalizzarsi, quando toccherebbe a lei decidere se scandalizzarsi o meno. Ecco che tipo è. Non ha il coraggio di lasciare alle donne la libertà di decidere. (...) Dedica ogni istante della sua vita a plasmarla, a insegnarle che cosa è bello e che cosa è divertente, che cosa si addice o non si addice a una signora. (...) E lei ascolta quella voce invece della sua. (...) Ma io ti amo... in modo diverso da come ti ama lui, in modo migliore. Io voglio che tu continui ad avere le tue idee anche quando ti stringo tra le braccia."

Il padre di George è un uomo molto cortese e sincero, spontaneo, genuino. Ho immaginato che da ragazzo debba essere stato come Freddy! Il signor Emerson si rivela ironico, bonario... però ancora sofferente per aver perduto la moglie alcuni anni prima, malata di tifo.

Cecil invece è un individuo superbo e arrogante, che dimostra apertamente sia il suo disprezzo verso la borghesia di campagna sia il suo astio per Freddy, il suo futuro cognato. Guai a chi osa contraddirlo, guai a chi osa esprimere un parere diverso dal suo su qualsiasi questione, anche su quelle più banali. Cecil è irritabile, scontroso, dispotico. E approfitta di ogni buona occasione per far sfoggio della sua cultura artistica e letteraria.

Mr Beebe, il reverendo della parrocchia londinese di “Summer street”, è una persona tranquilla, dotata di equilibrio, sempre pronto a dare buoni consigli a Lucy. Mr Beebe non è affatto rigido; anzi, sa ridere di fronte agli stupidi pettegolezzi delle donne.
Devo ammettere con immenso piacere che Forster è molto bravo a descrivere i paesaggi di campagna. Ecco qui un esempio: “Ai piedi di Lucy il terreno scendeva bruscamente verso il paesaggio, e le viole correvano giù a rivoli, torrenti e cateratte, irrigando il pendio di turchino, turbinando intorno ai tronchi degli alberi, raccogliendosi in pozzi dentro le conche, coprendo l'erba di macchie di schiuma azzurra. Mai, però, con tanta profusione come sulla terrazza dove si trovava Lucy: lì era la sorgente, la fonte da cui la bellezza sgorgava a irrorare la terra.”


Per concludere questo post, aggiungo ancora un paio di osservazioni: questo libro non lo consiglierei mai ad un ragazzo! Già io di tanto in tanto sbuffavo, soprattutto quando leggevo i dialoghi tra Charlotte e Lucy, quindi credo proprio che voi ragazzi vi annoiereste a leggere i ridicoli problemi e i fastidiosi pettegolezzi delle signore inglesi del Novecento. 
E comunque, questo libro presenta una società che denigra la sessualità, che scambia la purezza d'animo e la spontaneità per maleducazione, che si chiude in alcune assurde convinzioni religiose, come questa: "Dio punisce con la malattia e con la morte coloro che non credono in Lui"... proprio l'ideale per infastidire e per scocciare un ragazzo giovane...

In questo romanzo c'è un'evidente contrapposizione tra la sincerità e l'onestà di Freddy, George, Mr Beebe e Mrs Honeychurch e il perbenismo di Charlotte, di Miss Lavish e di Cecil.
... Ma la vita chiede a Lucy di scegliere uno di questi due atteggiamenti!


3 agosto 2015

La mia esperienza ad un campo di volontariato:


Sono tornata, cari lettori! Sono appena tornata da una settimana intensa, impegnativa e utile, che mi ha permesso di tornare a casa più ricca, più informata e più felice di prima!
Ho infatti trascorso l'ultima settimana del mese di luglio a Campolongo, un paesino che si trova in provincia di Venezia, a soli quindici chilometri da Dolo. Forse alcuni di voi sanno già che Campolongo è il paese natale di Felice Maniero, capo della "Mala del Brenta", un'organizzazione mafiosa che, fino a trent'anni fa, controllava con la violenza e con l'intimidazione sia la zona del Veneto orientale (Ossia, le province di Padova e Venezia) sia una buona parte del Friuli.
Questo campo di volontariato è stato organizzato da alcuni membri dell'associazione "Libera",
fondata da Don Luigi Ciotti, sacerdote molto impegnato nel sociale.
Dunque, di questa esperienza estremamente utile -e la definisco così perché penso che ogni persona giovane dovrebbe aderire almeno una volta nella vita ad un campo che unisce il lavoro manuale alla formazione culturale- illustrerò soprattutto gli aspetti positivi.
Il campo è durato una settimana esatta; da sabato 25 luglio alla mattina del sabato successivo, ovvero il 1 agosto.
Le giornate erano strutturate in questo modo: la mattinata era dedicata soprattutto allo svolgimento di lavori di manutenzione, i momenti del tardo pomeriggio invece erano riservati alla formazione. Alcuni relatori provenienti da varie parti di Italia hanno spiegato a noi volontari tematiche di attualità quali: la struttura delle organizzazioni mafiose, l'eco-mafia, il concetto di giustizia sociale e l'esistenza di un'economia sana e onesta, promossa negli ultimi anni dalla Banca Etica.


Quanto mi piaceva lavorare!!!  La settimana scorsa ho imparato a verniciare e a dipingere le pareti esterne di un edificio che è stato confiscato circa dieci anni fa alla Mala del Brenta e che è ora divenuto un centro sociale e ricreativo per minori con gravi problemi familiari.
Eccomi al lavoro!!!
Lavorare senza essere retribuita mi faceva sentire felice, proprio perché sapevo che anch'io, come tutti gli altri campisti, stavo dando il mio piccolo ma importante contributo per rendere i muri di quell'edificio più belli, più accoglienti e più colorati. Stavo lavorando per il bene di una comunità... ma stavo lavorando anche per me stessa. Fare del bene con generosità e con determinazione mi ha riempito il cuore di gioia! Ero talmente felice che, durante il lavoro, cantavo "Logico" di Cremonini, "L'ultima notte al mondo" di Tiziano Ferro, "Non ho che te" di Ligabue, "Pronto a correre" di Mengoni e altre ancora, sotto gli sguardi allibiti dei miei "colleghi" di lavoro. A dire il vero, ero partita da casa già con l'idea di andare a fare qualcosa di grandioso. Quante volte, la settimana scorsa, ho pensato a quello stupendo aforisma di Madre Teresa di Calcutta: "Quello che noi facciamo è soltanto una goccia nell'oceano, ma se non lo facessimo l'oceano avrebbe una goccia in meno".


Alcuni incontri formativi sono stati molto interessanti: lunedì 27, la relatrice Elisabetta Tropea, guardia forestale che ha lavorato molto nel territorio calabrese, ci ha fatto riflettere sull'espressione "fare il proprio dovere". Mi ricordo di averle risposto che per me il concetto di "dovere" è sinonimo del termine "onestà". Le ho detto che, secondo me essere onesti significa assumersi le proprie responsabilità giorno per giorno, anche nelle piccole cose. Per essere onesti e responsabili è necessario essere anche consapevoli delle proprie scelte di vita: mi sono iscritto ad una determinata facoltà? Ho accettato volentieri questo posto di lavoro? Allora devo essere onesto con me stesso, ovvero, devo fidarmi delle mie doti e delle mie capacità per poter assecondare i miei desideri e i miei progetti di vita. Quindi, va da sé che devo impegnarmi, devo metterci il cuore in quello che faccio, devo accettare tutte le fatiche e i sacrifici che il mio attuale ruolo sociale comporta. Per me è una specie di catena: dovere-onestà-responsabilità-consapevolezza-autostima. Forse avrò divagato un po', ma non riesco a spiegarmelo in altro modo il concetto di dovere.

Un altro incontro molto istruttivo è stato quello del 30 luglio. Qui, un giovane economista proveniente da Parma, ci ha spiegato sia il concetto di eco-mafia, sia il ruolo della Banca Etica italiana. Mentre parlava, ho elaborato una riflessione (e almeno qui, credo che una buona parte dei miei lettori si troverà d'accordo con me): In Campania, soprattutto nella zona compresa tra Caserta sud e Napoli nord, la criminalità organizzata provoca gravissimi danni ambientali; incendia i campi incolti e li riempie di milioni di rifiuti tossici che fanno ammalare e morire di tumore molti bambini e molti giovani. Laggiù la gente soffre per colpa della cattiveria della Camorra, che non viene mai punita! Al Sud la presenza mafiosa è molto più evidente che al Nord. 

Al Nord, anche in provincia di Verona, proprio dove vivo io, la Camorra campana e la 'Ndrangheta calabrese agiscono in modo più subdolo. Quello che voglio dire è che i Camorristi sanno benissimo che non possono trasferirsi in Veneto per appiccare incendi e per accumulare discariche abusive nelle colline veronesi o nelle campagne vicentine! Se lo facessero davvero, sarebbero costretti a pagare multe piuttosto salate e verrebbero incarcerati. E così, approfittando del fatto che il Veneto è una delle regioni più industrializzate d'Italia, diventano "più raffinati": infatti, dopo essere stati informati a proposito dell'andamento economico delle aziende e delle fabbriche, si infiltrano nella finanza, erogano dei crediti agli imprenditori in modo tale da poterli vincolare al pagamento di interessi molto alti. Quando gli imprenditori non sono più in grado di pagare, i mafiosi prendono possesso delle loro imprese e dei territori circostanti alle fabbriche, per poter attuare i loro affari sporchi e illeciti.
L'economia italiana è malata, ha un tumore che si chiama mafia. Un tumore con metastasi, che si è originato al Sud e si è poi propagato al Nord, dall'Emilia Romagna al Piemonte.
Pensate che in tutto il Nord Italia vengono spesi circa 60 miliardi di euro all'anno per profitti illeciti.

Va inoltre ricordato che il Codice Penale Italiano prevede una sanzione piuttosto ridicola per il reato di mafia: dai 4 ai 12 anni di reclusione con una multa che varia da un minimo di 5.000 euro a un massimo di 25.000 euro. Il punto è che i mafiosi, con i loro affari disonesti, tra cui il traffico di droga, guadagnano milioni di euro. Se si cambiassero certe leggi, la nostra situazione economica di certo migliorerebbe.

Comunque, prima di questa esperienza, credevo che l'economia fosse soltanto una "bestia nera", ovvero, una disciplina astrusa ed estremamente complessa fatta di grafici, di numeri, di statistiche e di probabilità. Mi ero fatta questa idea proprio a partire dai primi mesi di università, quando mi recavo nella biblioteca dell'Ateneo a studiare e, di tanto in tanto, sbirciavo con la coda dell'occhio i libri e i quaderni di alcuni studenti di economia.
In realtà, l'economia è una disciplina interessante, molto legata alla storia, alla geografia e agli sviluppi delle civiltà.

Dall'altro lato della medaglia, mi limito soltanto a dire che gli animatori potevano organizzare meglio la tempistica del campo! La mattina si lavorava, è vero, ma ogni giorno, c'erano quei due fastidiosissimi "tempi morti" che non ho mai potuto soffrire: il primo, dalle 14 e 30 fino alle 17 e 30, il secondo, dalle 20.30 circa fino a tarda notte. Per "tempi morti" intendo dire che in queste ore non veniva svolta alcuna attività... La formazione invece durava circa un'ora e mezza (17.30-19.00).
Avrei voluto che questi due lunghissimi spazi di "tempo libero"(chiamiamoli così, per una volta!) venissero impiegati in modo più intelligente, magari vedendo dei film sul tema della mafia, o spiegando la vita di Felice Maniero (perché sì, sono andata a fare volontariato nel paese di Maniero, ma tuttora dispongo di notizie piuttosto frammentarie riguardo la sua biografia!) oppure parlando della vita di alcuni importanti personaggi che hanno lottato contro la criminalità (Don Peppe Diana, Rosario Livatino, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Don Pino Puglisi.)... e invece nulla di tutto ciò. In quei momenti della giornata, siamo stati abbandonati a noi stessi, liberi di fare le nostre grosse cavolate post-adolescenziali.

Insomma, come tutte le esperienze che ho fatto lontana da casa, anche questa ha avuto i suoi lati positivi e i suoi lati negativi!





24 luglio 2015

"Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte", Mark Haddon:


E' un romanzo molto carino, coinvolgente e direi anche piuttosto profondo. 
Già il titolo incuriosisce il lettore.

Christopher Boone, protagonista e voce narrante, si prefigge di scrivere un libro piacevole e interessante a proposito dell'assassinio di Wellington, il cane di Eileen Shears, la vicina di casa. In realtà, man mano che si procede nella lettura, ci si accorge che questo romanzo, più che un giallo è un racconto di formazione...

Christopher ha quindici anni ed è affetto dalla sindrome di Asperger: detesta essere toccato e abbracciato, teme i luoghi troppo affollati, non riesce a interpretare la mimica facciale delle persone; non comprende i significati delle metafore, da lui ritenute figure retoriche senza senso. In compenso, Christopher è dotato di straordinarie capacità logico-matematiche: è infatti in grado di risolvere mentalmente problemi molto complicati, ha una memoria di ferro (conosce i nomi di tutti gli stati del mondo e anche tutte le loro rispettive capitali) e i suoi pensieri sono sempre molto razionali. E' inoltre un appassionato di astronomia: piuttosto spesso, durante la notte passeggia per le strade di Swindon, il paesino inglese in cui egli vive con il padre, per osservare le stelle, la Via Lattea e altre galassie: "Qualcuno crede che la Via Lattea non sia altro che una lunga fila di stelle, ma non è così. La nostra galassia è un enorme disco di stelle lontane 100.000 anni luce e il sistema solare si trova da qualche parte alla sua estremità. (...) Pensai al fatto che gli scienziati si erano scervellati per tanto tempo sul perché il cielo di notte è scuro anche se ci sono miliardi di stelle nell'Universo,- stelle da qualunque parte si guardi-, e al fatto che il cielo dovrebbe risplendere, visto che non ci sono grandi ostacoli a fermare la luce. Poi scoprirono che l'Universo era in espansione, che le stelle dopo il Big Bang si allontanavano all'impazzata l'una dall'altra, e che più le stelle erano distanti dalla Terra più si muovevano in fretta (...) per questo motivo il loro bagliore non arriva mai fino a noi".
Christopher non ha amici, ha un rapporto piuttosto problematico con il mondo e fa fatica ad esprimere le sue emozioni.

Ed (probabilmente il diminutivo di Edward) è indubbiamente un padre molto presente che cerca di fare del suo meglio per prendersi cura di Christopher; però è un uomo irascibile, collerico e ombroso. Nutre un affetto sincero per il figlio, ma perde spesso la pazienza. E' inoltre un marito tradito, pieno di rabbia per il fatto che la moglie lo ha abbandonato per trasferirsi a Londra con il suo amante, che, nel corso della storia, si rivelerà essere proprio il marito di Eileen.
Edward è anche molto bugiardo, perché fa credere al figlio che sua madre sia morta di infarto all'ospedale e gli nasconde anche tutte le lettere che l'ex-moglie invia a Christopher.
Christopher però detesta le bugie e, quando scopre che suo padre gli ha nascosto per molti mesi le lettere della madre e ha ucciso Wellington per far soffrire Eileen, la quale riservava più attenzioni al cane che non a lui, decide di scappare di casa per recarsi a Londra.
Proprio in questo punto il giallo si trasforma in un romanzo di formazione: Christopher, mosso sia dalla determinazione sia dalla paura nei confronti del genitore "assassino", riesce ad affrontare, anche se con molta difficoltà, il suo timore per i luoghi affollati, come la stazione ferroviaria.
Fa pena e al contempo tenerezza un ragazzino che chiude gli occhi, mette le mani sulle orecchie e geme (questo è il segnale che un individuo affetto da Asperger trasmette agli altri quando è a disagio) ogni volta che un treno marcia sulle rotaie. Ecco come il nostro protagonista descrive la sua esperienza:  "C'erano molte persone sul treno e la cosa non mi piaceva per niente, perché non mi piace stare in mezzo a tante persone che non conosco e mi piace ancora meno se sono costretto a stare chiuso in una stanza con tante persone che non conosco e un treno è come una stanza e non si può uscire mentre è in movimento. (...) "
"Poi arrivarono altre persone nella stazione che divenne ancora più affollata, il ruggito ricominciò e io chiusi gli occhi e sudai e mi venne da vomitare e di nuovo sentii quella sensazione come di un pallone che sta per scoppiarmi nel petto ed era talmente grande che non riuscivo quasi a respirare".

Christopher giunge a Londra davanti alla casa della madre. L'idea che inizialmente il lettore potrebbe farsi a proposito della madre di Christopher è quella di una donna molto fragile ed esasperata. Infatti, due anni prima era fuggita di casa perché litigava spesso con il marito e non riusciva a relazionarsi nel modo giusto con il figlio che manifestava problemi comportamentali piuttosto seri.
Nella seconda parte del libro però, la donna si rivela decisamente migliore del suo ex marito nel rapporto con il figlio: si dimostra infatti premurosa, sensibile e attenta ai bisogni di Christopher.
Forse i due anni di convivenza con un uomo decisamente grossolano e indelicato come il signor Roger Shears l'hanno fatta maturare...

Verso la fine della storia, termina la relazione tra il signor Shears e la madre di Christopher, la quale ritorna a vivere a Swindon in un monolocale poco lontano dalla casa in cui Christopher vive con il padre.
Un altro aspetto positivo del libro è senz'altro il significativo cambiamento di Edward nel modo di porsi con il figlio: "Christopher... ascolta: non possiamo andare avanti così. Non so cosa ne pensi tu, ma per me è troppo, troppo doloroso. Tu che stai in questa casa e ti rifiuti di parlarmi... Devi imparare a fidarti di me. Non so quanto tempo ci vorrà... se un minuto al giorno e due minuti quello dopo e tre minuti quello dopo ancora e anche se ci volessero degli anni va bene lo stesso. Perché è questo che importa. Questo è più importante di qualsiasi altra cosa. (...) E' un progetto che dobbiamo fare insieme. Tu devi passare più tempo con me. E io devo dimostrarti che puoi avere fiducia in me. E all'inizio sarà difficile perché... perché è un progetto molto difficile. (...) Ti ho comprato un regalo. Per dimostrarti che faccio sul serio. E per dirti che mi dispiace."
Il regalo per Christopher è un cucciolo di cane, un Golden Retriever color miele.

Penso dunque che in questo romanzo l'autore rivolga un messaggio importante innanzitutto agli adulti; nel senso che li invita ad adottare virtù quali la pazienza, la mitezza, l'equilibrio e l'apertura al dialogo nei confronti di adolescenti che si trovano in difficoltà a rapportarsi con il mondo reale.
Anche per questo aspetto "Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte" è un romanzo formativo, perché illustra delle tappe di maturazione psicologica che due adulti (la madre e il padre di Christopher) compiono. D'altra parte, proprio a causa della fuga da casa di Christopher, Edward comprende che, per poter divenire un genitore rassicurante e degno di stima, deve imparare a controllare e a reprimere la sua rabbia e la sua impulsività.

Una figura adulta molto positiva è Siobhan, l'insegnante di Christopher, i cui consigli di stesura del romanzo vengono spesso enunciati dal protagonista-narratore.

Ah, un'ultima cosa... per indicare i capitoli del suo romanzo, Christopher decide di utilizzare i numeri primi, ovvero, i suoi numeri preferiti.
Egli scrive, alla fine del capitolo diciannove: "I numeri primi sono ciò che rimane una volta eliminati tutti gli schemi: penso che i numeri primi siano come la vita. Sono molto logici ma non si riesce mai a scoprirne le regole, anche se si passa tutto il tempo a pensarci su."


22 luglio 2015

La favola di Eros e Psiche:


La favola di Eros e Psiche costituisce un'ampia digressione all'interno delle Metamorfosi, opera di Lucio Apuleio, letterato vissuto nell'epoca della Roma Imperiale (125-170 d.C.).
Desideravo proprio leggerla sia per poterla conoscere in modo dettagliato sia per poter riflettere sul suo significato.
A. Canova "Amore e Psiche che si abbracciano", 1793
 La vicenda di Eros e Psiche ha ispirato, nel corso dei secoli, molti letterati e artisti italiani.
Ricordo che, all'inizio della quinta liceo la nostra insegnante di storia dell'arte, nel chiarire il senso di alcune opere scultoree appartenenti al periodo del Neoclassicismo (seconda metà del XVIII secolo), ci aveva raccontato la favola di Eros e Psiche, alla quale si era ispirato Antonio Canova per progettare la sua omonima scultura.  Dunque, in questo post esporrò dapprima i contenuti della favola e poi alcune delle possibili interpretazioni.

TRAMA:

"C'erano una volta in una città un re e una regina, che avevano tre bellissime figlie. A dire il vero, le due maggiori, benché decisamente molto carine, pensavano tutti che si potessero lodare in termini umani, ma la bellezza della più giovane era così al di fuori del comune che, per la povertà della nostra lingua, non la si poteva descrivere e nemmeno lodare abbastanza."- il racconto inizia nel più classico dei modi... La straordinaria bellezza della terzogenita Psiche era paragonata a quella di Venere: "... nelle attigue regioni si era diffusa la voce che la dea nata dalle profondità azzurre del mare e nutrita dalla spuma delle onde, concesso il dono della sua divina presenza, si aggirava tra le comunità degli uomini, oppure che da un nuovo seme di stille celesti la terra aveva fatto nascere un'altra Venere (...)" 
Dunque, centinaia di persone affrontavano volentieri lunghissimi viaggi per poter ammirare quella meravigliosa creatura. Fino al punto in cui più nessuno ormai si recava nei santuari dedicati a Venere. Sentendosi molto trascurata allora, la dea aveva deciso di vendicarsi di Psiche e aveva ordinato ad Eros di farla innamorare di un essere mostruoso... ma era accaduto che Eros aveva trafitto il proprio piede con una freccia. E così si era invaghito della giovane ragazza.
Poi il dio, con l'aiuto del vento Zeffiro, l'aveva rapita sulla cima di una rupe e l'aveva trasportata nel suo incantevole palazzo: "Soltanto a vedere l'ingresso ci si accorgeva subito di trovarsi nella reggia sfarzosa ed elegante di un qualche essere divino. L'alto soffitto in legno di cedro e avorio a cassettoni finemente intagliati era sostenuto da colonne d'oro, tutte le pareti erano rivestite d'argento (...) Anche il pavimento a mosaico, con tessere di pietre dure, era diviso in tante porzioni con rappresentazioni di diverso soggetto."
Proprio in questa splendida reggia, Eros "la fece sua": i loro incontri amorosi avvenivano sempre e soltanto di notte, così che Psiche non poteva vedere il volto dell'amato, sebbene anche lei fosse travolta da un'ardente passione per quel marito ignoto.
La felicità dei due amanti era durata per qualche tempo, fino al punto in cui Psiche aveva manifestato ad Eros il suo desiderio di rivedere le due sorelle. Queste ultime erano state trasportate da Zefiro fino alla reggia... ma, piene di invidia verso la sorella più giovane e convinte del fatto che essa fosse diventata la sposa di un semidio, le avevano suggerito di accendere una lampada ad olio per poter vedere il volto dell'amato di notte e di tenere con sé anche un pugnale per poterlo uccidere nel caso si fosse trattato di un essere mostruoso.
Giunta la notte, Psiche, con l'aiuto della lucerna ad olio, contempla lo splendido volto di Eros: "Ammirava la splendida chioma di capelli d'oro intrisa di ambrosia e le ciocche leggiadramente ricciute che scendevano sul collo bianco come il latte e coprivano parte delle guance dal roseo colorito, scintillanti di riflessi così vivi che lo stesso lume della lucerna pareva illanguidito. Sulle spalle del dio alato le penne brillano quanto fiori lucenti freschi di rugiada..."
... Sfortunatamente, una goccia di olio bollente era caduta sulla spalla destra del dio, che improvvisamente si era svegliato ed era fuggito.
Abbandonata e disperata, Psiche aveva deciso di vagare di città in città per poter riconquistare Eros.
Finché non era giunta al Tempio di Venere, la quale, infuriata, l'aveva sottoposta a delle prove difficilissime. Psiche però era stata aiutata da alcuni animali e da elementi naturali quali una canna, un'aquila e un gruppo di operose formiche.
Sempre più furiosa, Venere le aveva proposto un'ultima prova, più ardua delle altre: scendere fino agli Inferi per poter chiedere a Proserpina un po' della sua bellezza. Al ritorno dagli Inferi, presa da un'irresistibile curiosità, Psiche aveva aperto la scatola che conteneva il dono di Proserpina a Venere ed era stata investita da una nuvola di fumo che l'aveva fatta addormentare. "Ma Eros intanto era tornato a star bene, essendosi cicatrizzata la sua ferita, e non riusciva più a sopportare di stare lontano dalla sua Psiche. (...) Volando più in fretta di prima, raggiunse Psiche, le scrollò di dosso il sonno che l'aveva colpita e di nuovo lo ripose con cura dentro la sua scatoletta. Poi la destò senza farle male con una lieve puntura della sua freccia (...)".

 IL FINALE:
Raffaello Sanzio, "Banchetto nuziale per Amore e Psiche", 1540


Alla fine della storia, Giove aveva esaudito il desiderio di Eros; ovvero, aveva fatto in modo che Psiche divenisse una dea e aveva in seguito ordinato di allestire un grande banchetto nuziale.

Da secoli gli studiosi cercano di trovare delle valide interpretazioni per questa favola, nella quale l'intenzione simbolica è consapevole, dal momento che è parte di un'opera più ampia e a sua volta ricca di valenze simboliche e misteriche.


A) L'INTERPRETAZIONE RELIGIOSA:

Innanzitutto, per poter comprendere questa particolare chiave di interpretazione, bisogna specificare che Apuleio era vissuto nel pieno del II secolo d.C., ovvero, in un tempo in cui pochi ormai veneravano gli dei della tradizione e il cristianesimo iniziava inoltre a diffondersi nelle province romane.
Apuleio era probabilmente appartenuto a quella generazione che avvertiva il bisogno di riflettere sulla natura dell'anima umana... Psiche infatti è il termine greco che indica l'anima.
Dunque, attraverso questa favola, l'autore voleva forse proporre una sorta di percorso interiore dell'anima umana, sempre ansiosa di conoscere troppo, mossa da un'irrefrenabile curiosità, disubbidiente ai limiti che la divinità gli impone (e questo ricorda Adamo ed Eva nei primi capitoli della Genesi). L'animo umano viola i limiti, dunque subisce una punizione che comporta la sofferenza, il travaglio e l'espiazione della colpa. E' un percorso che comporta dunque tre grandi tappe: la curiositas iniziale, il dolore e il riscatto. O meglio, si potrebbe affermare che il dolore è il mezzo e la condizione di un riscatto.


B) L'INTERPRETAZIONE PSICANALITICA:

Questa mi piace ancora di più! Però è decisamente più complessa...

L'anima è l'archetipo della vita stessa, è principio dell'Eros ed esiste per relazionarsi con altri archetipi. Questo racconto illustra un processo che, attraverso la conquista di una percezione della propria unica realtà psicologica, conduce all'esperienza di sé come centro regolatore della psiche. Inizialmente, fra due innamorati esiste una sorta di "congiunzione mistica", alimentata dal mistero e dalla forza della passione che li unisce. Non è un caso però che l'unione avvenga durante la notte: ciò sta ad indicare che gli amanti consumano la loro furente passione senza il controllo della coscienza. Ma quando la coscienza invade la relazione (in questo caso, la coscienza è simboleggiata dalla lucerna ad olio), allora c'é dolore e separazione. Però, dal momento che la coscienza è una parte della psiche, la separazione e tutti i travagli che essa comporta sono necessari per poter accedere ad una conoscenza più profonda di se stessi, in modo tale da acquisire la capacità di "amare profondamente l'altro da sé".





14 luglio 2015

Srebrenica... Vent'anni dopo il genocidio:


Sappiamo tutti ciò che è accaduto a Srebrenica nel luglio del 1995... i miei lettori soprattutto, dal momento che questo terribile evento storico viene spesso menzionato e rievocato nei miei post da circa un anno e mezzo. Tre giorni fa é stata organizzata proprio a Srebrenica la cerimonia del ventesimo anniversario della strage. 
Qui cercherò sia di descrivere cosa è accaduto durante la cerimonia, sia di ribadire alcune mie riflessioni storiche.

"Oggi ci uniamo alle persone di ogni fede e nazionalità nel commemorare il genocidio di Srebrenica. Piangiamo la perdita delle sue ottomila vittime, onoriamo la memoria di coloro che solamente ora vengono sepolti e di tutti coloro che sono ancora dispersi. Srebrenica fu invasa vent'anni fa. Nel genocidio che seguì, fratelli, figli, mariti e padri furono strappati alle loro famiglie. (...) Non siamo in grado di offrire alcun conforto che sia di vero aiuto per il dolore subito dalle famiglie delle vittime. Dobbiamo guardare a Srebrenica con occhi limpidi, commemorare la tragedia e imparare da quanto è accaduto. Solo riconoscendo in pieno il passato possiamo conquistare un futuro di vera e duratura riconciliazione. Solo costringendo i colpevoli del genocidio a renderne conto possiamo offrire un po' di giustizia che aiuti i loro cari a stare meglio (...)" - Così si è espresso Barack Obama, presidente degli Stati Uniti, in occasione della giornata della memoria.
Ratko Mladic, il generale serbo responsabile della strage, è stato arrestato il 26 maggio 2011, grazie ad una segnalazione anonima, in un paese che si trova a 80 chilometri di distanza da Belgrado. E' ora accusato di crimini contro l'umanità dal Tribunale Penale Internazionale per l'Ex Jugoslavia. Il processo è tuttora aperto... ma la probabile condanna all'ergastolo non potrà mai restituire la vita a quei giovani uomini, trucidati con violenti colpi di mitragliatrici.   
Quei poveri ragazzi erano delle gemme che, all'alba della vita, si stavano preparando a sbocciare per ricevere l'abbraccio dei caldi raggi del sole... Quei poveri ragazzi certamente volevano amare la vita con tutta la pienezza del loro essere, volevano inseguire i loro sogni, la loro voglia di libertà e di pace... E invece sono morti. Sono stati uccisi soltanto perché erano dei bosniaci musulmani! I Tribunali non hanno e non avranno mai il potere di resuscitare tutti coloro che sono morti ingiustamente!

Nemmeno le mie accorate frasi poetiche hanno il potere di ridare la vita a quei giovani ragazzi.
Le buone parole e i bei discorsi non bastano a confortare le madri di Srebrenica...  A volte, le ferite dell'animo sono più dolorose delle ferite del corpo.
Alcuni di voi si staranno forse chiedendo se sono diventata nichilista... No, nichilista non lo sono mai stata. Anche perché ho degli ideali e me li tengo ben stretti. Casomai mi si potrebbe definire "realista", o "attenta al dolore altrui", oppure ancora "sensibile verso gli eventi storici più drammatici".

Ad ogni modo, tre giorni fa, mentre i cittadini di Srebrenica erano tutti riuniti nel Camposanto della città per ricordare le vittime del massacro e per assistere alla tumulazione degli ultimi 136 corpi appena ricomposti, l'attuale governatore serbo, Alexandar Vucic, è stato fatto passare attraverso un sentiero che, dall'ingresso del grande Camposanto, conduceva alla tribuna allestita per le autorità. Molte persone però si sono accorte della sua presenza; hanno gridato insulti e gli hanno lanciato addosso bottiglie, sassi e scarpe. Il premier serbo dunque, con tutte le sue "guardie del corpo", è stato costretto ad andarsene.

Volete che vi spieghi i motivi di questo sentimento di rabbia da parte degli abitanti di Srebrenica?!
Sì, voglio proprio spiegarveli per filo e per segno!!
 ...Questo è ciò che si legge su alcuni articoli online: "Il premier Vucic aveva cercato di proporre la sua presenza fra i nemici di un tempo come un gesto distensivo verso di loro per ricordare il massacro di Srebrenica. Ma molti di loro l’hanno vissuto come una provocazione inaccettabile. Il popolo bosniaco non ha ancora imparato a perdonare. Per loro Islam significa rivendicazione patriottica. "

a) Dunque, ci siamo forse dimenticati che alla fine degli anni ottanta Vucic era ministro del governo Milosevic?! Nel 1986, Vucic aveva dichiarato, in linea con il nazionalismo aggressivo di Milosevic:  "Za jednog srbrina, ubit cemo 100 muslimani", ovvero, "Per un serbo uccideremo cento musulmani".

b) La sera del 10 luglio, cioè alla vigilia della giornata della memoria, Vucic ha detto: "Rendere omaggio alle vittime degli altri è una condizione perché gli altri vengano ad omaggiare le nostre". Ma che faccia tosta!!! Come se le perdite serbe fossero paragonabili a quelle bosniache!! I serbi hanno progettato e attuato la strage di Srebrenica, i serbi hanno ucciso 8000 uomini nel giro di tre giorni! Inoltre, in circa tre anni di guerra (1992-1995), sono stati massacrati più di 33mila civili bosniaci... invece, i civili serbi che persero la vita in quegli anni di guerra furono poco più di quattromila.

c) Ultima argomentazione, ma non meno importante delle altre due: le fonti storiche conservate in Serbia negano lo sterminio di Srebrenica e lo considerano una montatura creata per diffondere in Europa un sentimento di compassione verso i bosniaci. Infatti, ancora oggi, il governo serbo si rifiuta di porgere le proprie scuse ai bosniaci per quanto accaduto a Srebrenica.


Dunque, perché pretendere che i bosniaci perdonino?!

Durante la manifestazione dell'11 luglio, molti giovani bosniaci indossavano magliette recanti la scritta: "Srebrenica, we don't forget".

Infatti. Noi non dobbiamo dimenticare. Il negazionismo, ovvero, il rifiuto della più palese evidenza storica, è un atteggiamento molto pericoloso; io lo so bene, dal momento che circa un mese fa ho dato l'esame di Introduzione agli studi storici.
Per me, il negazionismo è demenza, ignoranza. I negazionisti banalizzano i drammi del passato. 
Molto spesso, questo termine fa riferimento alla Shoah... ma è logico applicarlo anche riguardo ad altri drammi storici importanti avvenuti nel corso del XX secolo. Per esempio, negazionista è anche il governo turco che si rifiuta di riconoscere il genocidio degli armeni del 1915... Anche qui: 1 milione di morti... migliaia di uomini decapitati di fronte alle loro mogli, alle loro figlie e alle loro madri... e solo per il fatto che erano armeni!
Lo ribadisco: sminuire le stragi è deleterio. Commemorarle non basta.

Dobbiamo ricordare gli avvenimenti più dolorosi del passato per riflettere sul nostro presente, in modo tale da poter rendere migliore il futuro!




8 luglio 2015

"Colazione da Tiffany": il senso di "sradicamento", l'instabilità nelle relazioni


Ho appena terminato la lettura del romanzo "Colazione da Tiffany" di Truman Capote; e ora mi appresto a recensirlo su questo post.
Prima però di delineare i contenuti essenziali del libro, vorrei scrivere alcune righe a proposito della biografia di questo autore americano. ...Per poter comprendere bene certi romanzi, è utile cercare notizie riguardo alla vita dell'autore che li ha creati.

L'INFELICE VITA DI TRUMAN CAPOTE:

Truman Streckfus Capote nacque a New Orleans il 30 settembre 1924. I suoi genitori divorziarono quando egli aveva soltanto cinque anni e, in seguito alla loro separazione, Truman venne trasferito presso la dimora dei nonni materni, in una località dell'Alabama.
Di tanto in tanto, la madre gli faceva visita e lo portava con sé durante gli incontri con gli amanti.
Truman era un buon studente, dotato di una grande sensibilità e di molta fantasia, stimatissimo dai suoi insegnanti di letteratura ma spesso deriso dai compagni di scuola.
Alla fine del suo percorso di studi, egli iniziò a frequentare i salotti mondani di New York, dove conobbe importanti personalità quali Andy Warhol e Jackie Kennedy. Riuscì a realizzare il sogno che coltivava sin da quando era ragazzino: divenne giornalista presso il "New Yorker", la rivista letteraria americana più letta nel XX secolo. Oltre all'attività del giornalismo, egli si dedicò anche alla scrittura di alcuni romanzi quali: "Altre voci, altre stanze" (1948), "L'arpa d'erba" (1951), "Colazione da Tiffany" (1957), "A sangue freddo" (1966).
Truman era un omosessuale che visse relazioni travagliate, complicate e fallimentari con gli uomini che amava. A causa delle molte delusioni sentimentali, egli cadde, negli ultimi anni della sua vita, in uno stato di grave depressione: trascorreva la maggior parte delle sue giornate a letto; beveva molti alcolici e assumeva alcuni stupefacenti. Morì a 59 anni per una cirrosi epatica.

 I CONTENUTI DEL ROMANZO:

 La protagonista del romanzo è la diciannovenne Holly Golightly che occupa l'appartamento di un condominio di New York.
Da bambina viveva in Texas con il fratello Fred e con i genitori. In seguito alla morte di questi ultimi,
lei e Fred erano stati adottati da Doc, un veterinario rimasto vedovo e già con molti figli a suo carico.
Ah, una precisazione piuttosto importante: Holly, ai tempi in cui viveva in Texas, si chiamava Lulamae. Doc l'amava teneramente, al punto tale che l'aveva addirittura sposata... piuttosto, era la piccola Lulamae a non essere completamente soddisfatta di quel matrimonio precoce... Così, alla bell'età di quattordici anni, era fuggita dal Texas e aveva cambiato il suo nome.
Giunta a Hollywood, aveva imparato la lingua francese ed era riuscita a trovare un posto di lavoro come attrice... peccato che, la sera prima del provino, la ragazzina avesse avuto la brillante idea di rinunciare ad un futuro felice e vantaggioso dal punto di vista economico, per recarsi a New York e per andare in cerca di altre avventure. In quella città, aveva trovato un appartamento piccolo e squallido, era riuscita a instaurare rapporti di amicizia con uomini molto più adulti di lei appartenenti all'alta borghesia e viveva di piccoli espedienti. Inoltre, ogni giovedì mattina, si recava nelle carceri di Sing Sing per far visita a Sally Tomato, un mafioso spacciatore di droga. Dopo ogni visita, Holly riferiva all'avvocato di Sally le previsioni meteorologiche. E per questo semplice lavoretto era pagata cento dollari la settimana. La sua incredibile ingenuità non le permetteva di capire di essere stata coinvolta in traffici di droga (le previsioni del meteo che lei consegnava all'avvocato del signor Tomato erano in realtà istruzioni spionistiche e mafiose). Verso la fine del romanzo, Holly, arrestata dalla polizia, grazie all'interessamento di un conoscente che le procura un buon avvocato, ottiene la libertà su cauzione.
Tuttavia, non appena varca il cancello di uscita del carcere, Holly prende un taxi per raggiungere l'aeroporto di New York, decisa ad intraprendere un viaggio verso il Brasile.

 UNA CITAZIONE IMPORTANTE PER COMPRENDERE IL TITOLO:

Nel film Holly è interpretata da Audrey Hedburn
Nel paragrafo precendente, mi sono soffermata soprattutto sulla breve e particolare storia di vita della giovanissima protagonista. In realtà, è utile ricordare che questo romanzo concerne anche il rapporto di amicizia che intercorre tra Holly e il narratore della storia, ovvero, l'inquilino che vive al piano di sopra e che per sopravvivere scrive racconti per i giornali locali.
In alcuni capitoli, sono molto frequenti i dialoghi tra la ragazza e questo scrittore:
"Holly: "Non voglio possedere niente finché non avrò trovato un posto dove io e le cose faremo un tutto unico. Non so ancora precisamente dove sarà. Ma so com'è."- (...) "E' come da Tiffany. Non che me ne freghi niente dei gioielli. I brillanti, sì. Ma è cafone portare dei brillanti prima dei quaranta, ed è anche pericoloso (...) Infatti non è per questo che vado pazza per Tiffany. Sapete quei giorni, quando vi prendono le paturnie?"
Scrittore: "Cioè la melanconia?"
Holly: "No"- disse lentamente-"La melanconia viene perché si diventa grassi o perché piove da troppo tempo. Si è tristi, ecco tutto. Ma le paturnie sono orribili. Si ha paura, si suda maledettamente, ma non si sa di cosa si ha paura. Si sa che sta per capitarci qualcosa di brutto ma non si sa che cosa. Avete mai provato nulla di simile?"
Scrittore: "Abbastanza spesso. C'é chi lo chiama angst."
Holly: "Benissimo. Angst. Ma voi cosa fate in questi casi?"
Scrittore: "Un bicchierino aiuta..."
Holly:"Ci ho provato. Ho provato anche l'aspirina (...) Mi sono accorta che per sentirmi meglio mi basta prendere un taxi e farmi portare da Tiffany. E' una cosa che mi calma subito, quel silenzio e quell'aria superba: non ci può capitare niente di brutto là dentro, non con quei cortesi signori vestiti così bene, con quel simpatico odore d'argento e di portafogli di coccodrillo. (...)"

LE MIE IMPRESSIONI:

 Nonostante io abbia complessivamente apprezzato il romanzo, sono rimasta un po' delusa dal finale. Sì, perché, a mio avviso, questo è proprio un finale triste, che lascia il lettore "con l'amaro in bocca".

"Colazione da Tiffany" è un'opera che riflette il tormentato stato d'animo del suo autore.
Attraverso il personaggio di Miss Golightly, l'autore parla di se stesso, delle sue inquietudini esistenziali, della sua incapacità nell'intessere dei rapporti autentici e profondi.
Mi fa pena la povera Holly, perché, in un certo senso, "continua a sradicare se stessa"... e il lettore non riesce a comprendere il motivo per cui la ragazza continui a spostarsi da un luogo all'altro dell'America, abbandonando coloro che la amano e cercando altre prospettive, o meglio, altre avventure. Holly non ha seri progetti per il suo futuro; si considera "un animale selvaggio alla ricerca della libertà", appare piuttosto disorientata, incostante nelle sue relazioni sentimentali, priva di punti di riferimento a cui appellarsi per dare un senso alla propria esistenza. Insomma, non è una ragazza serena. In effetti, vive relazioni instabili e travagliate, proprio come Truman Capote. Truman Capote convive con un senso di sradicamento... da bambino non ha potuto godere dell'affetto dei genitori, da ragazzo e da adulto non è mai riuscito a trovare la felicità... perché la cercava dove non poteva trovarla.

Forse questo è un pensiero un po' azzardato, ma lo scrivo lo stesso: Holly e Truman sono un po' come Leopardi (che è il mio idolo): anche il nostro grande poeta e filosofo ottocentesco cercava la felicità dove non poteva trovarla e non era mai davvero riuscito a costruire attorno a sé delle solide amicizie... si pensi ad esempio al deludente soggiorno a Roma presso lo zio materno (1822), in cui egli era spesso deriso (poveraccio!! Mi indigno fortemente per questo!!!) sia da intellettuali membri del clero che da coinquilini incolti e volgari. Si pensi anche all'esperienza fiorentina (egli si innamora non ricambiato della nobile Fanny Targioni Tozzetti).

Io ho interpretato il romanzo in questo modo e, ad essere sincera, ho avuto qualche difficoltà a formulare queste mie riflessioni sulla storia... Se qualcuno di voi, dopo averlo letto, mi volesse comunicare le sue impressioni attraverso dei commenti, sappia che io leggerò e risponderò sempre volentieri! :-)



1 luglio 2015

La strage di Ustica:


Il 6 giugno sono andata a Bologna per visitare il Museo in memoria della Strage di Ustica.
Avrei voluto parlarvi di questa esperienza prima dell'inizio di luglio ma non sono proprio riuscita: fino a pochi giorni fa lo studio mi teneva impegnata per la maggior parte della giornata, al punto tale che faticavo a mantenere l'impegno di pubblicare un post alla settimana.
Ora che sono riuscita a superare gli esami più impegnativi di questo primo anno accademico (e con esiti piuttosto felici) ho più tempo a disposizione per riordinare i meie pensieri e le mie impressioni a proposito di questo tragico evento storico, di cui purtroppo si parla molto poco nelle scuole.


L'EVENTO STORICO:

Il 27 giugno 1980, l'aereo turistico "Douglas DC-9", appartenente alla compagnia italiana "Italvia" (che è stata chiusa nel 1981 a causa di un fallimento finanziario), decollava dall'aeroporto di Bologna alle 20.08, con quasi due ore di ritardo, diretto a Palermo. Sarebbe dovuto giungere all'aeroporto del capoluogo siciliano per le 21.13, ma alle 21.25 non era ancora atterrato. Erano iniziate allora le operazioni di ricerca da parte del Comando del Soccorso aereo. Numerosi elicotteri e anche alcune navi avevano partecipato alle ricerche. Solo alle prime luci dell'alba un elicottero di soccorso aveva individuato, alcune decine di miglia a nord di Ustica, alcuni detriti in affioramento e anche una grossa chiazza di carburante. Si era allora scoperto che l'aereo era precipitato nel Mar Tirreno, in una zona in cui la profondità dell'acqua supera i tremila metri.
Tutti gli ottantuno passeggeri avevano perso la vita. Tra loro, vi erano tredici bambini.

I relitti dell'aereo vennero recuperati nel 1987, per il fatto che il Ministro del Tesoro Giuliano Amato aveva stanziato i fondi per il loro rinvenimento. Tra i relitti, erano state trovate anche alcune salme appartenenti alle vittime. Dall'analisi di queste, si era riusciti a comprendere che i passeggeri non erano morti a causa di una bomba esplosa all'interno dell'aereo. Inoltre, nessun cadavere presentava segni di ustioni o di annegamento ma semmai grandi traumi dovuti alla caduta e anche lesioni polmonari da decompressione (tipiche di una situazione in cui l'aereo perde improvvisamente la pressione interna).
Già alla fine degli anni ottanta, si ipotizzava che l'aereo potesse essere stato abbattuto da un missile sparato da un aereo militare.

Alcuni anni dopo, nel 1995, il colonnello libico Gheddafi, nel commemorare la Strage di Ustica, si espresse in questo modo: "Sarei dovuto morire io al posto di ottantuno innocenti."
Era una frase che, vent'anni fa, era sembrata agli orecchi di molti piuttosto sibillina e poco chiara.
Ma nessuno aveva osato chiedere ulteriori spiegazioni al dittatore.

Nel 2007 l'onorevole Cossiga, il quale era stato presidente del Consiglio all'epoca della tragedia, ha attribuito la responsabilità del disastro a un missile francese lanciato in aria allo scopo di colpire l'aereo sul quale viaggiava Gheddafi. Purtroppo però era stato colpito l'aereo sbagliato.

Il processo è tuttora aperto e, sebbene oramai sia nota la causa di questo disastro aereo, non sono ancora stati individuati i responsabili.


COME E' STRUTTURATO IL MUSEO:

Il Museo è stato aperto a Bologna il 27 giugno 2007.

Una volta entrati in una grande stanza, si nota subito un enorme relitto aereo al centro di essa. Gli spettatori possono e devono camminare soltanto intorno al relitto, dal momento che è vietato scavalcare le balaustre. Ottantuno lampadine rischiarano i resti dell'aereo... la luce di queste lampadine è intermittente. Le lampadine intermittenti sono simbolo della condizione umana, fragile e precaria. In qualche modo, è come se la vita umana venisse paragonata alla luce di una lampadina che si accende e si spegne.
Appesi a tutte le pareti della stanza, vi sono degli specchi neri (81 in totale) e, dietro questi, degli altoparlanti dai quali fuoriescono frasi sussurrate, parole pronunciate da persone che stavano vivendo la loro banale quotidianità, che stavano programmando le loro vacanze in Sicilia, che erano in preda a pensieri malinconici o felici o speranzosi, a seconda della situazione che stavano vivendo. Le frasi che si sentono più spesso sono queste: "Da quando è morto il babbo, mi sento così solo."/ "Sono sempre molto buone le torte della nonna!"/ "Quando queste vacanze saranno finite, saprò il risultato dei miei esami."/ "Sono molto preoccupato per mamma. Ultimamente è così invecchiata!".

I bolognesi e i familiari delle vittime di Ustica che hanno contribuito a progettare questo Museo sono stati a mio avviso intelligenti: inserendo i sussurri dietro a degli specchi neri di forma rettangolare hanno voluto  comunicare ai visitatori del Museo l'assurdità di queste morti innocenti, in modo tale da poterli coinvolgere emotivamente.
In effetti, quando sono entrata in quella stanza, mi sono sentita avvolta da quei flebili sussurri... cercavo di ascoltarli attentamente, per poter captare ogni singola parola, ogni singolo respiro.



LA SIGNORA DARIA BONFIETTI:

Daria Bonfietti
Alla fine della visita, abbiamo avuto il piacere di conoscere la Signora Bonfietti, maestra elementare in pensione da pochi anni, Presidente dell'Associazione "Parenti delle Vittime della Strage di Ustica".
Daria ha perso il fratello Alberto in quella strage e, da più di trent'anni, lotta per poter avere giustizia e verità; continua a combattere affinché l'inchiesta su questo disastro aereo non venga archiviata.
E' una grande personalità, una grande donna: dalle sue parole traspaiono, è vero, un po' di rabbia e di dolore, ma anche combattività, determinazione e voglia di raccontare.
La signora Bonfietti si reca spesso nelle scuole superiori della provincia di Bologna per raccontare il suo dramma ai giovani. E' stata lei a volere la costruzione del Museo per la Strage di Ustica a Bologna, è stata lei a volere che i relitti dell'aereo venissero ripuliti dalla salsedine per essere mostrati ad un pubblico sensibile al tema della memoria storica.
Riporto qui sotto le parole che la signora ha pronunciato il 27 giugno 2015, a "Voci del mattino", programma in onda su Radio Uno Rai:

“Dopo 35 anni di depistaggi, siamo arrivati alla verità parziale su Ustica. Parziale perché sappiamo le cause ma non conosciamo i responsabili, i colpevoli dell’abbattimento di un aereo civile in tempo di pace. Io chiedo alla politica e al governo del mio Paese di rapportarsi in modo diverso con quei Paesi amici e alleati che, ormai è acclarato, erano presenti coi loro aerei nei cieli italiani quella sera. Francia, Stati Uniti e Libia devono dare delle risposte, sono troppi anni che i magistrati romani le stanno inutilmente cercando, dopo le dichiarazioni di Cossiga del 2007 che coinvolsero la Francia nell’abbattimento del DC9 dell’Itavia. Ma quest’ultimo fondamentale pezzo di verità lo possiamo conquistare solo se il nostro Paese si muove sull’onda di una grande indignazione. Hanno abbattuto un aereo civile in tempo di pace, lo hanno abbattuto, come ha detto il Giudice Priore, al termine di una guerra aerea mai dichiarata, senza che nessuno ne abbia fornito spiegazioni. Hanno riconosciuto le responsabilità di due ministeri: il Ministero dei Trasporti, per non avere tutelato la sicurezza del volo e dei cittadini, e quello della Difesa, per avere impedito con ogni mezzo che si giungesse alla verità, attuando depistaggi e distruggendo prove. Perché mai il mio Paese non dovrebbe pretendere di sapere fino in fondo la verità?”

In occasione del trentacinquesimo anniversario della strage, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ha trasmesso a Daria Bonfietti questo messaggio:

"Rievocare Ustica non significa soltanto alimentare la memoria di coloro che sono stati strappati ingiustamente alla vita e agli affetti, ma riaffermare l'impegno di perseverare nella ricerca tenace di una verità finalmente univoca sull'accaduto".