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27 gennaio 2024

"OPPENHEIMER", C.NOLAN:

Io e Matthias lo abbiamo visto a fine agosto.

Sono 180 minuti di pellicola che lascia il pubblico con il fiato sospeso e con gli occhi fissi sul maxi schermo!

I paragrafi presentati in ordine numerico costituiscono le mie riflessioni, quelli accompagnati dalle lettere sono invece le considerazioni di Matthias.

1. LE "COMPONENTI" DEL FILM:

Inizio affermando che, personalmente, non lo definirei soltanto un film di guerra dal momento che, in queste tre ore di proiezione, troviamo:

-una componente storica: le vicende sono per lo più ambientate tra la fine degli anni '30 e l'agosto del 1945.

-una componente biografica: vediamo le vicende di Oppenheimer a partire dagli anni della formazione universitaria fino alla sua maturità e alla sua mostruosa invenzione.

-una componente accademico-scientifica: evidente soprattutto nei dibattiti e nei dialoghi tra scienziati.

-una componente psicologica: il film è narrato esclusivamente dal punto di vista di Oppenheimer? Non direi, perché traspare indubbiamente anche la prospettiva di Kitty, moglie tradita, tormentata, nervosa e frustrata. 

Inerente con questo tipo di componente, ritengo importante e significativo farvi notare, soprattutto se avete già avuto modo di vedere questo film, l'espressività dei volti di alcuni personaggi, davvero molto accentuata! Ricordo ad esempio gli occhi algidi e freddi di Oppenheimer, gli occhi angosciati di Kitty e gli occhi fermi e saggi di Einstein.

-una componente etica, finalizzata a far riflettere qualsiasi spettatore su questa spinosa tematica: la competenza scientifico-tecnologica non va affatto a braccetto con l'etica quando crea invenzioni in grado di rovinare e di danneggiare per decenni centinaia di migliaia di persone, in questo caso, i giapponesi di Hiroshima e di Nagasaki.

Oltretutto, mi sono ben accorta che il film è stato sapientemente costruito su sfasature temporali che comprendono: il processo allo scienziato, la sua giovinezza nei tempi dell'Università e la progettazione della bomba atomica.

2.IL TEMA DELLA MORTE ALL'INTERNO DEL FILM:

Lo stesso Oppenheimer dice di se stesso: "Sono diventato morte, distruttore di mondi"

Egli è infatti un Prometeo per antitesi e ora cercherò di essere esauriente spiegandovene il motivo. Il titano della mitologia greca porta agli uomini il fuoco dopo averlo rubato agli dei perché ha a cuore il progresso dell'umanità, Oppenheimer invece impiega la sua genialità al fine di rendere efficace uno strumento il cui impatto è devastante, e questo non è progresso! 

La scienza è progresso solamente quando contribuisce ad alimentare il benessere delle civiltà, non quando si "politicizza in maniera malata" rendendosi complice di piani di guerra e rendendosi gravemente colpevole di distruzione. 

Vi confido ciò che mi ha colpito molto nella seconda parte di questo film: accorgermi, al momento dello sgancio, di quanto gli scienziati americani esultassero per il successo dell'invenzione della bomba atomica senza pensare nemmeno lontanamente al suo impatto.

Oppenheimer è un fisico diabolicamente geniale e genialmente diabolico: un Prometeo criminale, per l'appunto, contagiato da politiche d'odio. Egli è morte e causa di morte. 

Pensate al fatto che, gli effetti della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki, non vengono mostrati agli spettatori: si danno soltanto i dati, sconcertanti e oltremodo tragici, dei danni. Ma è comunque molto eloquente l'immagine che Oppenheimer vede davanti a sé quando inizialmente la gente lo esalta per il suo "genio": una donna la cui pelle del viso si sgretola.

Gli effetti sonori in questo film risultano "impattanti" perché in certi casi sovrastano di proposito i dialoghi, come ad esempio durante gli interrogatori, per mettere in evidenza stati di tensione e di dramma. Invece nel test della bomba l'audio del film scompare al momento dello sgancio, secondo me perché preannuncia la morte, la quale, dal punto di vista della radice indoeuropea *mrs, sin dalle origini porta il significato di "silenzio, assenza di vita".

3.IL NEW MEXICO:

Diverse scene del film sono ambientate in un immenso campo del New Mexico accanto al quale gli scienziati che collaborano con Oppenheimer edificano un villaggio di residenza a loro destinato.

Il campo è desolato, brullo. E' teatro del progetto di costruzione della terribile e temibile bomba atomica. 

Il paesaggio desolato con rada vegetazione è indice, nella letteratura e nei film, di attesa. Pensate ad esempio al romanzo di Buzzati "Il deserto dei Tartari" e al dramma di Beckett "Waiting for Godot". 

Se nell'opera di Beckett si attende una persona di cui si rimanda di continuo la sua venuta, se nel libro più celebre di Buzzati il protagonista Giovanni Drogo attende un esercito nemico in una fortezza desolata, in questo film, chi lavora non aspetta altro che l'ordigno sia completato e pronto all'utilizzo.

Tuttavia, nel film oggi oggetto di recensione, il paesaggio arido richiama anche all'aridità interiore, all'insensibilità, alla disumanità di chi ha prestato la propria collaborazione al progetto, perché vi ricordo che non è equo, anzi, è riduttivo incolpare il solo Oppenheimer di questa mostruosità.


21 gennaio 2024

"La sposa normanna", C. Maria Russo:

Un romanzo notevole, costruito sulla femminilità, l'orgoglio e l'energico coraggio di una donna di grande bellezza.

("Il Sole 24 Ore")

1) INCIPIT E CIRCOSTANZE INIZIALI:

Suor Maria Veronica si alzò dal giaciglio e aprì la piccola imposta della cella. L'alba tingeva di rosa un cielo limpido e terso che annunciava un'altra giornata tiepida, sebbene fosse novembre inoltrato. Sorrise, grata a Dio per averla fatta nascere a Palermo.

E' il 1185. Suor Maria Veronica, a 32 anni, si trova costretta, di punto in bianco, a rinnegare i voti per sposarsi con Enrico di Svevia, un rozzo ventenne detestato dal padre Federico I (conosciuto anche come Federico Barbarossa).

Suor Maria Veronica è in realtà Costanza d'Altavilla, l'ultima erede della dinastia normanna che all'epoca governava il Regno di Sicilia.

Le nozze tra Costanza ed Enrico costituiscono un legame politico che doveva al più presto essere coronato dalla nascita di un figlio, ovvero, di un erede al trono.

2) IL MEDIOEVO COME EPOCA "DI PATRIARCATO":

Prima di tutto vorrei riflettere su due termini, entrambi purtroppo di grande attualità nel mondo del XXI° secolo.

MASCHILISTA: Chi sostiene con convinzione la presunta superiorità dell'uomo sulla donna. Questa presunta superiorità viene affermata non soltanto attraverso frasi sessiste ma viene anche legittimata da atti dannosi e lesivi che, soprattutto nel caso di violenze sessuali, provocano profonde ferite nell'animo della donna vittima.

PATRIARCALE: Una società patriarcale è quella in cui i padri di famiglia, ma più in generale i membri maschi di una famiglia, hanno pieni diritti decisionali sulle vite e sul futuro delle loro mogli, delle loro sorelle e delle loro figlie.

Ad esempio:

-In Italia e in Spagna vi sono società dalle mentalità maschiliste. 

-In Iran invece la società è decisamente di mentalità patriarcale.

Pur essendo il Medioevo un periodo storico non da demonizzare bensì da valorizzare per le opere architettoniche che sono state costruite e per la nascita delle lingue volgari evolutesi dal latino, non bisogna dimenticare che è stata un'epoca di patriarcato.

Nell'Europa medievale predominava la mentalità rigidamente patriarcale e, una prova di ciò, è proprio il discorso di Guglielmo d'Altavilla a Costanza:

"Oggi stesso abbandonerete il convento, dispensata dal voto, con la piena assoluzione del vescovo. Per un lungo periodo vi è stato concesso di vivere la vita a modo vostro. Siatene soddisfatta. In questo momento siete necessaria allo stato e farete il vostro dovere fino in fondo. Abbiamo ricevuto una proposta di matrimonio che giudichiamo molto vantaggiosa. Presto sposerete Enrico di Svevia, figlio dell'imperatore Federico. Vi è stato affidato il compito di mettere al mondo l'erede al trono. Un giorno, vostro figlio diventerà il sovrano più potente d'Europa, perché riunirà nelle sue mani la corona dell'impero e quella del regno di Sicilia.

Il 27 gennaio 1186 avviene la celebrazione nuziale a Milano: 

Il mattino delle nozze Costanza osservava stupita la spessa cortina di fumo bianco che avvolgeva le campagne circostanti e sembrava alzarsi dal terreno. Pur essendo inodore, penetrava nelle narici, nella gola e toglieva il respiro. Le sembrava di avvertire un senso di soffocamento, avvolta com'era in quella caligine, di cui non intravedeva né la fine né l'inizio. 

Si tratta di un matrimonio infelice: un Enrico ventenne rozzo e insensibile detesta profondamente Costanza e il cancelliere del papa Gualtieri di Palearia alimenta quest'odio. Per quest'ultimo infatti Costanza è una "p*tt*n* normanna" che ha barattato i voti per il potere.

Nel corso del romanzo Enrico si rivela anche prepotente, crudele, riservandosi persino il diritto di umiliare pubblicamente i suoi stessi parenti.

3) FEDERICO II° DI SVEVIA:

Costanza ha 40 anni quando lo fa nascere. L'autrice ci restituisce un profondo e affettuoso legame tra madre e figlio, durato purtroppo molto poco dal momento che Costanza muore quando Federico ha soltanto tre anni.

Vorrei ora riportare in quest'ultimo paragrafo conclusivo la nota finale dell'autrice che riporta alcune notizie biografiche di questo famoso sovrano europeo:

Federico di Svevia cominciò a regnare all'età di quattordici anni, dopo aver trascorso l'infanzia nei vicoli palermitani, fra mille pericoli, protetto solo dal suo popolo (...).

Nel 1220, per mano del papa Onorio III°, Federico II° venne incoronato imperatore, ma in Germania si recò raramente. 

Nel 1224 fondò l'Università di Napoli, il primo ateneo laico e di stato che attrasse maestri e studenti da ogni parte d'Europa.


16 gennaio 2024

QUESTO MONDO NON MI RENDERA' CATTIVO, ZEROCALCARE:

"Per non diventare cattivi servono risposte collettive ai problemi."

(Zerocalcare)

Io e Matthias abbiamo visto questa serie alcuni mesi fa. 

Tuttavia per me l'autore, con la sua buona dose di acume, è "Zerocalcare", mentre per Matthias è più facile chiamarlo con il suo vero nome all'anagrafe.

Gli apporti di Matthias sono evidenziati in rosso.

Questo mondo non mi renderà cattivo è una serie animata di Michele Rech uscita su Netflix il 9 giugno 2023. Si tratta di una serie composta da sei episodi della durata di mezz'ora ciascuno.

TEMI E CONTENUTI:

In un quartiere di Roma Est viene aperto un centro di accoglienza per profughi e questo fatto crea conflitti tra "neo-fascisti" di estrema destra, che vorrebbero la chiusura del centro, e gli anti-fascisti, come Michele, favorevoli invece all'inclusione sociale dei migranti di altre culture.

Gli estremisti di destra appendono nei pressi del centro di accoglienza manifesti aggressivi nei quali a caratteri cubitali c'è scritto: "No alla sostituzione etnica".

Tra i personaggi di questa seconda serie spicca la figura di Cesare, vecchia conoscenza di Zerocalcare, detto "il Gigante del quartiere": è molto robusto e il suo sguardo è buio e frustrato e a mio avviso è tale soprattutto dopo aver sperimentato un periodo in carcere dal momento che, quando era giovanissimo, è stato coinvolto nel traffico di droga.


Cesare è un personaggio arrabbiato, infelice e profondamente solo. Salva Michele da un'aggressione una sera, quando un gruppo di neofascisti lo vedono strappare da un muretto un manifesto contro i migranti.

Se emotivamente mi ha coinvolto di più Strappare lungo i bordi, mentalmente ho apprezzato molto questa serie animata che parla del disagio giovanile nelle periferie, soprattutto in quelle delle città italiane più grandi e si concentra molto sul problema del razzismo. 

Ma è un razzismo che non consiste tanto nell'odio verso un'etnia, bensì nell'astio e nel sensi di frustrazione per mancate scelte economiche e politiche che invece si sarebbero dovute intraprendere al fine di attivare un serio programma di integrazione con conseguente inserimento civile e sociale dei profughi. 

Io ho apprezzato molto la comprensione che Zerocalcare dimostra nei confronti di Cesare, il classico "borgataro romano" che non ha avuto né gioie, né soddisfazioni né aiuti nella vita. Oltretutto è molto importante il fatto che il creatore di questa serie animata metta in evidenza altri temi di drammatica attualità come lo spaccio e il consumo di droga e gli scontri, fatti anche di violenza fisica, tra cittadini di diverse parti politiche o di idee diverse. Gli italiani risultano divisi tra loro, non sono soltanto eterogenei.

A me invece sembra che Michele Rech abbia banalizzato, magari senza volerlo,  gli altri fascisti che appartengono allo stesso gruppo di Cesare: prima di tutto perché non ha approfondito le loro storie e poi perché qualche volta li definisce "massa di str...". Quindi si dimostra comprensivo ed empatico soltanto con Cesare, suo ex compagno di scuola.

Sì ma... se avesse spaziato nei vissuti degli altri "destroidi" questa serie sarebbe probabilmente venuta lunga il quadruplo del film Novecento di Bertolucci, tra l'altro citato nel corso della serie!

UN RIFERIMENTO MITOLOGICO:

In uno dei primi episodi della serie c'è un riferimento al mito di Orfeo ed Euridice. 

Credo che molti di voi lo conoscano: Orfeo convince gli dei degli Inferi a restituirgli Euridice a patto che non si volti mai indietro. Tuttavia Orfeo non riesce a non voltarsi quando, tenendo per mano la moglie, si incammina verso la luce.

Credo proprio che Zerocalcare interpreti questo mito come una storia di incomunicabilità, come un racconto antico il cui tema principale è la diversità di intenzioni che dominano i rapporti umani, e in effetti, mentre Orfeo non vede l'ora di voltarsi, Euridice cammina con passo pesante, come se non volesse uscire dall'Ade.

A questo proposito ricordo una conferenza accademica, svoltasi nel lontano maggio 2015 per gli studenti universitari delle facoltà umanistiche, in cui un docente universitario interpretava così quel "passo pesante" della moglie defunta di Orfeo: dal momento che quest'ultimo ha percepito la natura del passo di Euridice, ha preferito voltarsi e lasciarla andare, avendo intuito in qualche modo di "dover accettare la morte della moglie".

9 gennaio 2024

"Niente di nuovo sul fronte di Rebibbia", Zerocalcare:

Niente di nuovo sul fronte di Rebibbia è uno dei molti libri di fumetti di Michele Rech, in arte, Zerocalcare. E' suddiviso in cinque sezioni e, in questo post, vi riassumerò i contenuti di tutte e cinque.

Vi anticipo che alcuni contenuti possono rivelarsi delle verità scomode che la recente pandemia ha reso palesi... eppure anch'io, come Zero, ritengo sia doveroso farle conoscere e diffonderle il più possibile.

1) LE CARCERI DI REBIBBIA:

-Marzo 2020-

Nel settembre 2020 Zero incontra e intervista E., un ex carcerato rappresentato come se fosse un pennuto, ovvero, con becco ma senza ali e con dita delle mani stilizzate.

Il fumettista gli chiede che cosa è successo all'interno del carcere di Rebibbia nel periodo del lockdown nazionale 2020. 

E. (nel libro c'è solo l'iniziale per proteggere la sua privacy) era detenuto nel carcere di Rebibbia e racconta che nella sua cella sporca e stretta erano in sei e che potevano comunicare attraverso il mondo esterno soltanto mediante due canali: con la televisione e con le visite dei familiari.

Ma il 9 marzo, data in cui il governo Conte ha proclamato il lockdown nazionale, ai carcerati viene detto: Da oggi sono bloccate le visite.

Ai detenuti vengono imposte tre regole veramente semplici da rispettare in spazi angusti: il distanziamento, l'obbligo di mascherina (ne vengono fornite al massimo due per ogni carcerato) e infine, la raccomandazione di osservare le norme igieniche, l'ideale soprattutto in celle sporche di polvere e di muffa.

In quel periodo in Italia le carceri praticamente non sono state decongestionate visto che sono stati concessi pochissimi indulti e i domiciliari sono stati dati solo a queste categorie:

-a chi restavano meno di 18 mesi da scontare

-agli ottantenni e ai malati oncologici

- a chi era già stata avviata la sospensione della pena.

A causa delle tristi e penose (senza ironia) condizioni dei detenuti italiani, nella primavera 2020, sono scoppiate diverse rivolte in diverse carceri e, tra queste, oltre che a Rebibbia, a Bologna e a Salerno.

Zerocalcare, in questa prima parte di fumetto, denuncia, riportando anche testimonianze tragiche, sia la mancanza di personale medico-sanitario nelle prigioni, carenza gravissima, sia l'assenza dell'aspetto civile e rieducativo delle nostre carceri, cosa secondo me ancor più grave.

2) LA SANITA' A REBIBBIA:

-Marzo 2021-

La sanità pubblica smantellata e destabilizzata per mancanza di fondi. Ecco che cosa mette in luce questa seconda sezione!
Zerocalcare propone alcune vignette che raffigurano gli abitanti del quartiere che stanno raccogliendo firme per far riaprire Villa Tiburtina, smantellata a causa dei tagli alle spese.

Prime che fosse chiusa al pubblico Villa Tiburtina era una ASL  con polo diagnostico per malattie polmonari.

Verso la fine di questa parte, l'autore illustra due stereotipi di "abitante della periferia", due immagini che ritornano anche nella sua seconda serie Netflix intitolata Questo mondo non mi renderà cattivo.



3) LA DITTATURA IMMAGINARIA:

-Maggio 2021-

In questo terzo capitolo la "cancel culture" e il "politically correct" sono temi centrali. 

Zerocalcare ci dà la definizione esatta di "cancel culture":

Forma di boicottaggio che mira a escludere dal consesso pubblico chi promuove o adotta comportamenti discriminatori od offensivi ritenuti tali secondo i parametri del dibattito Usa su diversità e inclusività.

... In questa pagina mi sembra che persino lui stia prendendo in giro i "radical chic":


Mi piace il modo in cui questo fumettista affronta la famigerata tematica del politicamente corretto:

Alla fine, Zero conclude che possiamo essere meno stupidi di un algoritmo, e quindi, dovremmo cercare di: valutare le cose nel loro contesto, esprimere dissenso senza offendere e senza insultare, evitare i comportamenti da vittime.

4) ETICHETTE:

-Luglio 2021-

Qui viene narrata in vignette l'esperienza di volontariato di Zerocalcare in nord Iraq. Come in No sleep 'till Shengal, vengono trattati i seguenti argomenti: le realtà di confederalismo democratico, le guerriglie tra i curdi e l'ISIS e le tendenze imperialiste di Erdogan. In questo fumetto tuttavia si parla di Makhmour, un distretto iracheno considerato da Erdogan un "covo di terroristi".

Il 6 agosto 2014 gli Jihadisti hanno attaccato questa località costruita nel deserto ma sono stati clamorosamente sconfitti dal PKK uniti ai Peshmerga del Kurdistan iracheno.

Si spiega inoltre la storia di Makhmour, una storia di profughi che, al di là del loro dolore, continuano a credere nell'amicizia tra i popoli.

5) IL CASTELLO DI CARTONE:

-Novembre 2021-

L'ultima parte di questo libro è dedicata alle tappe che Zerocalcare ha dovuto affrontare per creare e produrre la sua prima serie animata su Netflix,  raffigurato con l'occhio di Sauron.

Durante questa seconda esperienza il nostro autore ha imparato che:

-non può fare tutto da solo (disegni dei personaggi, montaggio, testi, colonne sonore, sigle). E, sembra incredibile, ma se leggete Niente di nuovo sul fronte di Rebibbia saprete che inizialmente Zero avrebbe voluto cavarsela da solo per realizzare tutto quanto.

-collaborare con gli altri è un bene.

-bisogna talvolta accettare le ingerenze esterne. Effettivamente, ancor prima che la serie uscisse, lo si ammoniva e criticava con affermazioni come: "Fai troppi rimandi alla malattia mentale", "Parli troppo veloce" (ed è vero: meno male che ci sono i sottotitoli italiani per me che non sono romana e non sono mai vissuta a Roma).

-Non aver paura di deludere le aspettative altrui. Bisogna in effetti tener presente che Netflix ha circa 200 milioni di abbonati, quindi, essere autore di una serie televisiva significa aprire il cancello del proprio recinto a una platea infinitamente più vasta che non ha quell'indulgenza tenerella dovuta al fatto che una volta ad una fiera a quello gli ho fatto il disegnetto per il cognato con la labirintite.

Mi sono piaciute molto le conclusioni alla fine di questa sezione. Vi riporto le testuali parole di Zero:

Uno pensa che nella vita a volte devi fare un salto nel vuoto per vedere come va avanti. Come se la vita e il salto fossero due cose diverse. Ma non funziona così. La vita è quel salto.


4 gennaio 2024

"Canto per Europa", P. Rumiz:

FELICE ANNO NUOVO, CARI LETTORI!

Si tratta di un romanzo di neo-epica del noto autore Paolo Rumiz. Avventuroso, poetico, originale e geniale.

1) TRAMA:

Quattro argonauti occidentali navigano con una barca a vela fino alle terre del Medio Oriente. Approdati in Libano incontrano una giovane siriana, profuga di guerra, che intima loro di voler salire sulla barca in modo tale da poter raggiungere l'Ovest. La ragazza si chiama Europa.

Gli argonauti ripartono con la donna a bordo e, da quel momento, alle descrizioni poetiche di albe e tramonti sul mare, i miti e i richiami ai personaggi omerici dell'Antica Grecia si intrecciano con i gravi problemi della nostra contemporaneità: migranti morti in mare, guerre, emigrazioni di massa, discoteche d'occidente...

Ingravidata, durante una notte, dal re degli dei che assume le sembianze di un toro, la ragazza, quando vede per la prima volta le isole greche, terre europee, straripa di gioia. Per questo i quattro argonauti decidono di dare al continente il nome di Europa.

2) STRUTTURA DEL LIBRO:

Come ogni opera epica degna di questo nome, Canto per Europa è costituita da un proemio. 

A questo segue una poesia alla luna. 

Poi si entra nel vivo dell'avventura con ben sette libri: il "Libro dell'Incontro", il "Libro della Fuga", il "Libro dell'insonnia", il "Libro dei naufragati", il "Libro del Nome Ritrovato", il "Libro della Stirpe", il "Libro del mare immenso".

3) CITAZIONI TRATTE DA CIASCUNO DEI LIBRI:

a) dal "Libro dell'Incontro":

Quando arrivammo ci diede un'occhiata che sembrò provenire da distanze non misurabili da mente umana. Il Sole tramontava illuminando uno di quei volti ipersensibili che solo il Medio Oriente ti sa offrire. Nel fondo del suo sguardo potei leggere deserti e, ancora oltre, altri deserti e carovane e tempeste di sabbia, e cordigliere di nevi perenni, e antiche vie profumate di spezie. Sapeva di elicriso e di spavento, eppure dominava la paura con una dignità a noi sconosciuta. Le fummo tutti attorno. Le chiedemmo chi fosse e che facesse lì da sola. Rimase zitta, non volle rispondere a quel cerchio di uomini barbuti. Mostrò soltanto il largo con un dito. Ma quel gesto non era una richiesta. Era un ordine. (...) Non aveva denaro, documenti. Solo un anello di verde smeraldo al dito indice della sinistra e un bigliettino con la parola "Europa", scritta a mano con un tratto arabescato. Nessuno comprese se fosse la sua meta oppure il nome.

Mi è piaciuto molto questo passaggio dal momento che ho voluto ricavare delle analogie che mi aiutassero a comprendere maggiormente la figura di Europa.

Soffermiamoci sullo sguardo di Europa: è uno sguardo di deserti e quindi, probabilmente, uno sguardo di solitudine. Ma gli argonauti leggono anche carovane, cioè, tradizioni socio-familiari, tempeste di sabbia, ovvero, travagli e dolore, cordigliere di nevi, simbolo secondo me della forza interiore, vie profumate di spezie, e quindi, femminilità.

b) dal Libro della Fuga:

In questo libro traspaiono i comportamenti di Europa e quindi, anche noi lettori, arriviamo a conoscerla meglio.

- Quel mattino a sorpresa la fuggiasca si intrufolò in cucina sorridente e prese a tagliuzzare una cipolla. Voleva ripagarci del disturbo, essere utile. In lei c'era gioia autentica. Non ci sembrava vero che uscisse dal suo guscio di riserbo. Ma appena il Cuoco, felice, pensò di toglierle il coltello per spiegare la tecnica migliore per usarlo, lei si incupì e si sprangò in cabina senza spiegare perché. Il Telamonio ci rimase malissimo e noi pure. Era andata a leccarsi una ferita di cui non capivamo la natura. Visto che non usciva, andammo in due a chiederle che cosa era successo. Eravamo disposti anche a scusarci. Una delegazione diplomatica. Ma lei reagì con un'unghiata, dura: "Perché non date un po' di tempo al tempo? Dovrò darvi lezioni di silenzio". 

Europa infatti attenderà ancora un po' prima di rivelare la sua tragica storia agli Argonauti, che da lei impareranno la pazienza e l'ascolto. 

Questo passaggio mi richiamava alla mente la differenza tra due parole greche per indicare "ferita": πληγή, cioè, "ferita fisica dopo percosse" o "bastonatura" e τραῦμα, ferita psicologica oltre che psichica. Nell'italiano attuale trauma è sinonimo di shock.

Ma c'è un altro passo di questo libro che mi colpisce:

Per noi il Mare-Thalassa era solo una massa infinita d'acqua salsa, mentre per lei era Pontos, passaggio, imbarcadero di terra promessa. Ma io pensavo: che sia benedetto chi non conosce la rotta. Il futuro è di chi sa affrontare il mare nero inseguendo un miraggio. Lei non sa dove va, però sa da dove viene.

θάλασσα, sostantivo femminile, è la distesa d'acqua salata, mentre invece πόντος è il sostantivo maschile per "passaggio" e "mare aperto". Questa parola indica, con la Π maiuscola, la divinità primordiale del mare antecedente all'Olimpo e la regione storica nella zona del nord-est dell'Asia Minore. Il corrispondente latino è pons e invece quello in antico indiano è panthah.

Europa sa da dove viene: ha una solida coscienza personale e culturale, una consapevolezza delle proprie radici che le garantisce delle buone basi di determinazione e di forza interiore per poter affrontare l'ignoto che il futuro prossimo le prospetta.

c) dal Libro dell'Insonnia:

Da qui Europa inizia a narrare il suo vissuto, iniziando a ricordare affettuosamente la figura paterna, descritta come generosa, mite, amante della pace tra famiglie, assolutamente incapace di concepire il male attorno a sé nonostante il turbolento clima sociale del paese in cui vive.

Ma, quel che è interessante in questo libro, è la nube d'oro che, una notte, avvolge Europa. E poi che cosa succede? 

In quell'attimo il dio con un muggito si erse sulla chiglia dello sterno immenso, irresistibile, sovrano. Divenne quasi un totem su di lei e trasformò le vele in ali immense, poi prese una corrente ascensionale per roteare sopra la ragazza a lungo a lungo, a quota di vertigine, là dove il cielo è nero a mezzogiorno. Era il grifone araldico del Sole che volle farsi carne in quel momento, perforò l'aria azzurra ad ali chiuse per avventarsi sul corpo stremato.

Si rievoca, in chiave contemporanea, il mito di Io, sacerdotessa di Era, di cui Zeus si innamora al punto tale da inseguirla sotto-forma di nube dorata per accoppiarsi.

d) dal Libro dei Naufragati:

E' il più drammatico. Gli Argonauti, con Europa, percorrono il Mar Egeo e, su una costa, intravedono un barcone rovesciato e... si accorgono di navigare su dei "morti insepolti".

I corpi dei bambini naufragati andavano in un banco taciturno come stracci buttati alla rinfusa, erano "oltre", e già ci guardavano con occhi come bolle di sapone. "Adonai, non così! Perché consenti ancora lo sterminio degli agnelli?" Così gridò il Francese nel silenzio.


Da un pezzo lo penso: che i migranti hanno soltanto la colpa di esistere, di essere nati. Nei loro paesi non possono stare o per guerre civili, o per dittature feroci, o per fame o per terrorismo religioso. E il "mondo ricco" spesso li disprezza, li sfrutta o ha pregiudizi e chiusure verso di loro.

La Primavera araba? Scomparsa. I suoi eroi? Rinnegati. Crepassero pure nei barconi in alto mare.

Tra il 2010 e il 2012, in Nord Africa, ci sono state proteste contro dispotismo governativo, corruzione politica e violazione dei diritti umani. Ma, queste "primavere arabe" sono sfociate dapprima in caos e, in un secondo momento, in involuzioni autoritarie, soprattutto in Egitto, Siria, Libia, Iran e Tunisia.

In questa parte dell'opera di Rumiz c'è una profezia nefasta per l'Occidente:

Occidente, che sai pagar salato governi innominabili e camorre purché gli ultimi restino nel fango! Vecchio Occidente, e il tuo onore perduto già a Kabul, a Srebrenica e sul mare! Verrà teppaglia giovane di Mongoli, verrà a spazzarci via da un giorno all'altro, noi con la nostra anemica cultura e la nostra arroganza coloniale. Il mondo aveva pure gli orologi, ma aveva perso il tempo.

Si tratta di una profezia tremenda, di una denuncia pesante nei confronti della storia Europea degli ultimi secoli. Eppure, questo passaggio, mi fa tornare alla mente una conferenza di Economia civile in cui si parlava anche di Adriano Olivetti che, come imprenditore, superava la logica della supremazia del profitto concentrandosi sulle relazioni in modo tale che nessuno, nelle sue imprese, risultasse alienato. Ecco che cosa pensava Olivetti:

L'impresa è il motore dello sviluppo economico sociale e come tale ha delle responsabilità a livello comunitario. L'impresa deve garantire il bene comune. Non appartiene solo agli azionisti ma è una comunità in cui si collabora. Un'impresa civile produce lavoro e cultura. Le imprese devono produrre bellezza.

Se si desse più peso a queste idee! Pensate che Olivetti faceva costruire fabbriche di vetro in modo tale che i suoi dipendenti vedessero il sole sorgere e tramontare. La ricchezza, con la finanza speculativa, per me ha perduto il legame con il valore del lavoro. 

e) dal "Libro del Nome Ritrovato":

Non è un caso che questo libro si intitoli proprio così.

"Ora capisco, amici. Questa terra è il miraggio di chi non la possiede, di chi traversa il mare con fatica. Forse il sogno di chi viene respinto, non di chi l'abita, sazio da secoli. Da oggi sia chiamata come lei.

Mi trovo completamente d'accordo con queste parole di Petros, un altro Argonauta.

Ci sono due etimologie del nome Europa: εὖ+ ὤψoppure "erebu", termine antichissimo accadico che significa "tramonto" ma anche "ombra".

f) dal "Libro della Stirpe":

Verso la fine di questa parte, si richiama la vicenda di Laocoonte.


Di questa scultura, i cui autori sono Polidoro e Agesilao, abbiamo soltanto la copia romana in marmo del periodo ellenistico (I° sec. a.C.), visto che l'originale era in bronzo. La vicenda è desunta dal ciclo epico della guerra di Troia: il sacerdote troiano Laocoonte e i suoi due figli vengono strangolati da due serpenti marini. C'è, in quest'opera d'arte, un dinamismo drammatico espresso nel dolore dei volti e nei corpi in torsione.

Colpisce, subito dopo, l'episodio di una donna africana che ha perso il figlio in mare.

"Fermate il vento, spegnete le stelle perché ho perduto il mio unico bene" così gridava, e la sua voce usciva come da una cruna strozzata di un ago. "Il bimbo mio, portato via da un'onda... Mi sono ridestata all'improvviso... le mie braccia contratte erano vuote... Solo (mamma) ho sentito nella tenebra, poi più nulla. Non c'erano le stelle e il mare era più cupo dell'inferno (...)".

g) dal "Libro del Mare Immenso":

Siamo alla fine. Europa è scomparsa all'improvviso.

Nessuna lettera, nessuna foto, nemmeno un amuleto era rimasto, o anelli da sfregare per chiamarla.  Nessun feticcio, se non la memoria. Noi dovevamo traghettarla, punto. Restituirle il sogno di una terra, farla arrivare, farle oltrepassare le sue paure ataviche e ossessioni. Il nostro compito si era esaurito.


30 dicembre 2023

RIFLESSIONI CONDIVISE SULLA "LABEL THEORY" :

La prima parte di questo post si concentrerà su una spiegazione riguardante la "labelling theory" mentre la seconda sarà la recensione di una serie tv giapponese nella quale le etichette spiacevoli date a due figure femminili feriscono, creando divisioni e fraintendimenti.

A) LA "LABEL THEORY" IN SOCIOLOGIA DELLA DEVIANZA:

La label theory, conosciuta anche come teoria dell'etichettamento, afferma che le persone e i concetti vengono definiti "devianti" a seconda del contesto culturale che rispecchia sempre gli interessi delle classi dominanti influenti. 

L'etichetta ovviamente non ha carattere oggettivo ma si focalizza su alcune caratteristiche le quali, diventate stigmatizzanti, ricoprono globalmente una persona anche se a volte non sono veritiere.

Ad esempio, quando una persona viene etichettata come "tossicodipendente" solitamente viene percepita come falsa, "di maniera", trasandata... Proprio perché basate sull'apparenza, queste caratteristiche non vengono mai affibbiate ad un avvocato che, magari di nascosto, si fa di cocaina, ma è molto più facile attribuirle ad un senza tetto o ad un immigrato clandestino. 

La teoria dell'etichettamento è un meccanismo sociale, di difesa per tutti i comportamenti che in realtà interrompono una certa routine e una certa normalità. Una volta accortosi dell'etichetta che la società gli appioppa, il soggetto si auto-convince di essere così come viene etichettato dalla società.

Altro esempio: il musulmano viene spesso percepito come "il terrorista", "l'integralista islamico che minaccia la nostra cultura" o addirittura il "kamikaze che fa strage di vite umane" quando in realtà queste concettualizzazioni, vere soltanto per una parte di musulmani, derivano soprattutto dalle notizie che ascoltiamo durante i telegiornali o che leggiamo.

B) LE ETICHETTE DANNOSE IN "KIMI NI TODOKE", STORIA DEI GIORNI NOSTRI:

B1) TEMI E CONTENUTI DELLA SERIE TV:

Il mese scorso ho visto su Netflix una serie televisiva intitolata "Kimi ni todoke", uscita proprio nel 2023. Mi è piaciuta moltissimo!

Il titolo corrispondente in inglese è "From me to you" che in italiano si traduce con "Arrivare a te". Su questa piattaforma c'è anche l'anime, versione della stessa storia in cartoni animati, risalente al 2006.

Tuttavia vorrei concentrarmi sulla serie con gli attori in carne ed ossa.

Le vicende sono ambientate in un liceo a Kitahoro, in Hokkaido. 

Sawako Kuronuma, la protagonista, è una quindicenne introversa, molto sensibile, molto intelligente e molto portata per lo studio (nell'anime Sawako ha talento per la scrittura). Tuttavia non ha amici: viene emarginata da tutta la scuola a causa del suo aspetto fisico definito "inquietante": in effetti gli occhi e i capelli lunghi e neri di questa adolescente ricordano a chiunque Sadako, una personaggio femminile di un noto film horror nipponico. Nessuno chiama la protagonista "Sawako". All'inizio della serie per tutti lei è "Sadako", chiunque le sta alle larghe e lei è abituata ad essere invisibile. 

Questo soprannome è un'etichetta che pesa sulla formazione del carattere della ragazza, la quale, nei primi episodi della serie, appare intimidita, impacciata e persino sorpresa se qualcuno si accorge di lei.

Matthias nel paragrafo precedente ha illustrato e spiegato alcune delle etichette che definiscono delle categorie socio-culturali, ma può essere etichetta anche un soprannome o un pregiudizio nei confronti di qualcuno che impedisce di andare oltre le apparenze e di conoscerlo quindi più nel profondo.

So a che cosa sta pensando una parte di voi lettori... no, non mi sono propriamente identificata con Sawako. Anch'io sono stata etichettata anche con aggettivi pesanti, derisori e poco lusinghieri, sia a scuola, sia in facoltà sia in parrocchia, ma non voglio parlare di me. Ad ogni modo il mio carattere è un po' più simile a quello di Chizu, un'altra figura molto importante all'interno della storia. Perlomeno, Chizu è un personaggio molto rilevante nella serie tv e dicono anche nel manga, mentre non le viene dato molto spazio nell'anime.

Sawako è invisibile agli occhi dei coetanei. Fino al momento in cui Shota Kazehaya, un compagno di classe di questa adolescente, non rompe questi schemi: la saluta, le si avvicina, scambia con lei due parole ed è l'unico, nel secondo episodio della serie, a volersi sedere nel banco accanto a lei. 

Shota ha molti aspetti positivi: molto serio, dotato di grande senso di integrità e di giustizia, conciliante ed equilibrato, sa essere anche solare, scherzoso, ha una vita sociale molto movimentata e detesta i pregiudizi. Se si arrabbia manifesta stizza nel tono di voce ma non esplode mai né si chiude in se stesso. Lo irrita il fatto che la compagna Kuronuma (in Giappone gli adolescenti, in contesto scolastico, si chiamano quasi sempre per cognome) venga chiamata "Sadako", e corregge i coetanei tutte le volte in cui ne ha l'occasione.

Shota vuole davvero bene alla protagonista della storia, è molto protettivo nei confronti di Sawako e questo suo atteggiamento fa in modo che, a poco a poco, Sawako superi con fatica le sue malinconie, i suoi complessi di inadeguatezza e la sua scarsissima autostima per affidarsi a lui. Tra i due nasce una vera e propria storia d'amore che li porta ad immaginare un futuro insieme.

Su esempio di Shota anche due ragazze, Ayane e Chizu iniziano ad avvicinarsi a Sawako diventando in breve tempo sue amiche. Ecco dunque che la potenza nefasta di quell'etichetta, causa dell'emarginazione di Sawako, si indebolisce.

Shota, Sawako, Chizu e Ayane sono nella stessa classe per tutti e quattro gli anni di liceo.

Di Ayane rimane impresso soltanto il fatto che esce da una relazione tossica e che, alla fine del liceo, decide di trasferirsi a Tokyo per studiare Economia in una prestigiosa università. Nient'altro. Mi è parsa una figura un po' fredda, che non cresce più di tanto nel corso della storia.

B2) FOCUS SU CHIZURU YOSHIDA:

Chizuru Yoshida è il suo nome completo. Per Sawako e Ayane lei è, affettuosamente, "Chizu-chan". 

Lei merita proprio un paragrafo a parte.


Chizuru è molto umana. Ha diverse qualità. 
Sensibile ma al contempo volitiva. Emotiva ma al contempo dotata di una personalità piuttosto forte. Ha delle paure e delle insicurezze ma le affronta. E' onesta fin nel midollo. Simpatica ma al contempo molto diretta, soprattutto con Sawako. In effetti fa sorridere il momento in cui Chizu urla a Sawako: "Sei stupida! Sei tu con i tuoi complessi e con la tua esasperante malinconia che fai allontanare Shota da te!" mentre Sawako piange in un angolino del cortile scolastico perché crede che Shota non la ricambi.
All'inizio della serie Chizuru risulta una studentessa mediocre, probabilmente perché porta sulle spalle la ferita dell'abbandono. L'amicizia con Sawako migliora notevolmente il suo rendimento scolastico e la rende più solare.

Nell'anime appare troppo emotiva e molto agitata, nella serie tv con attori, come già accennavo, viene molto approfondita.

Rifiutata dai genitori, da piccolissima Chizu è stata parcheggiata in un collegio per bambini con situazioni di forte disagio familiare. Sin dalle scuole medie, Chizuru si trova nella stessa classe con Ryu Sanada, un ragazzo che è riuscito a sviluppare molte qualità positive e preziose appartenenti come la calma, la pazienza, la mitezza, un'introversione che gli permette un'ampia larghezza di vedute. Ryu è molto sportivo, adora il baseball e alla fine del liceo si iscrive a Scienze dello Sport.

Una delle migliori scene della serie tv è proprio quella in cui Ryu bacia Chizuru sussurrandole: "Quando finirò l'università ci sposeremo e saremo famiglia". Che non è proprio come dire "metteremo su famiglia" oppure "diventeremo una famiglia". E' questa la frase che fa amare Ryu alle spettatrici.

Ryu è un introverso sereno e pacato, Sawako un'introversa tormentata.

Ryu sa dalla prima media di amare Chizu. La ragazza impiega qualche anno per capire che Ryu è per lei in realtà molto più che un migliore amico. Invece Ryu, sin dai primi episodi della serie, dice apertamente che "non sostituirebbe Chizuru con nessun'altra. Chizuru è diversa da qualsiasi altra ragazza, è speciale, è straordinaria". A detta di Ryu la principale qualità di Chizuru è la sincerità.

Anche Chizu, per un periodo, viene etichettata. E in modo insultante e offensivo. Non appena le bulle della scuola, tra cui la vipera Ume Kurumi, si accorgono che Sawako va particolarmente d'accordo con Chizu, iniziano a diffondere voci molto volgari soprattutto sul conto di quest'ultima, impegnandosi a farle credere che sia stata Sawako a diffondere queste dicerie schifose.

Praticamente Chizu diventa oggetto di diffamazioni tremende. Le danno, molto ingiustamente, della "tr**a n*nf*m*n* che è stata con cento uomini", cercando di mettere zizzania soprattutto tra Chizu e Sawako. Inizialmente Chizuru non crede a questi pettegolezzi falsissimi ma poi, a furia di sentirli, si sente offesa, amareggiata, dubita di poter continuare ad essere amica di Sawako. Quando, in lacrime, confida i suoi dubbi a Ryu, lui la rassicura, aiutandola a ritrovare la fiducia per Sawako, la quale però, deprimendosi, non fa nulla per smentire le voci se non su spinta di Kazehaya.

Ah ecco, dettaglio non trascurabile: né a Ryu né a Shota importa di queste cattiverie, che di solito sono femminili purtroppo. Purtroppo le ragazze a volte possono inventare angherie psicologiche orrende.

E tenete conto che nei primi sei episodi della serie Kurumi è una ragazza influente e popolare all'interno del liceo di Kitahoro, quindi la sociologia ha ragione a sostenere che le classi dominanti o comunque le persone più influenti all'interno di un'organizzazione sociale possono etichettare alcune persone danneggiando i loro rapporti sociali.

Chizuru viene definita ed etichettata per ciò che non è. Questo soltanto perché alla perfida Kurumi dà fastidio la rottura di una consueta dinamica sociale: era normale che Sawako fosse emarginata e ignorata da chiunque. Chizuru, avendo voluto avvicinarsi a Sawako, ha interrotto questa triste normalità. Poi sì, Kurumi ha anche un altro motivo per diffondere questi pettegolezzi malfamanti: a lei piace Shota ma non è ricambiata. E non sopporta il fatto che Kazehaya si relazioni con Sawako.

Termino il post con un commento trovato sul web a proposito dei personaggi di questa serie:

Sawako conosce se stessa attraverso il sentimento che prova per Shota, si innamora e cresce, fino a comprendere quanto sia Shota, con il suo perenne sorriso gentile che nasconde una fragilità mai esposta, ad avere bisogno di lei, dandogli quella dolce sicurezza che da solo non riuscirebbe ad avere. Cresce anche Chizu, contraria alle convenzioni femminili, ma che nasconde una tenerezza e una emotività uniche. Cresce Ryu, il cui motto è sempre stato quello di “lavorare in silenzio” e che trova se stesso nell’uso delle parole: è sua la dichiarazione d’amore più bella che potrete vedere nella serie tv.

Un altro aspetto interessante di questa serie è il modo in cui i giapponesi trascorrono le festività e le ricorrenze: il Natale è una festa conviviale e occasione di socializzazione in cui ci si scambiano i regali, a Capodanno in molti si recano nei templi, dotati di stand con cioccolata calda, per un breve rito, San Valentino per i giapponesi è anche una festa in cui si celebrano non solo gli innamorati ma anche gli amici regalando loro cioccolatini...

BUON 2024!!! ✨️💫✌️🤗

26 dicembre 2023

La chiesa di Santo Stefano protomartire a Verona:

A) BREVI NOTIZIE SUL PRIMO MARTIRE CRISTIANO:

Santo Stefano è il primo martire cristiano, lapidato nel 34 d.C. nella valle del Cedron.

Gli Apostoli lo avevano scelto affinché, in qualità di diacono, prestasse servizio presso le mense.

Stefano è stato condannato alla lapidazione dal momento che lo avevano accusato di pronunciare blasfemie contro Mosé e contro Dio.

Saulo ( quel che poi è diventato San Paolo) ha  a s s i s t i t o  a l l a  sua lapidazione.


B) CENNI STORICI:


La chiesa di Santo Stefano protomartire si trova presso il Lungadige re Teodorico, circa 300 metri dopo la chiesa rinascimentale di San Giorgio in Braida e quasi di fronte a Ponte Pietra.

Sullo stesso luogo, nel II° secolo d.C., si ergeva un tempio romano dedicato al culto di Iside e Serapide, divinità orientali.

Questa chiesa rappresenta la più antica testimonianza di una comunità cristiana veronese. Infatti sorge su una parte di terreno precedentemente adibito a cimitero lungo quella che in età romana era la Via Claudia Augusta.

Nei primi secoli dopo Cristo, questa era una pieve in cui si amministrava il sacramento del Battesimo il giovedì santo.


Dell’epoca paleocristiana rimangono la parte esterna dell’abside e la parte del transetto che guarda verso l’Adige. Il tiburio è di forma ottagonale.



Nel X° secolo, accanto a questo edificio sacro, era stato costruito un ospedale per il ricovero e la cura di pellegrini e infermi. Il presbiterio è stato rifatto su stile pre-romanico dopo la distruzione che l’invasione degli Ungari ha comportato, nel X° secolo.

La facciata, ricostruita dopo il terremoto del 1117, è in cotto e tufo con rosone e semplice protiro.

Ai lati del portone vi sono alcune iscrizioni, i cui autori sono tuttora ignoti, in latino medievale  riguardanti vicende di storia politica e civile come ad esempio la gelata dell’Adige o l’arrivo dell’Imperatore.


C) STRUTTURA INTERNA DELLA CHIESA:


Lo spazio all’interno è organizzato in tre navate scandite da solidi pilastri.

Le volte a botte che coprono il transetto risalgono alla prima metà del Cinquecento, mentre invece il soffitto a cassettoni delle navate risale al primo Novecento.


D) LA CRIPTA:



Il soffitto è coperto da volte a crociera decorate a motivi floreali e vegetali che richiamano alla vita eterna, premio riservato ai santi e ai martiri. 

Le colonne centrali, ovvero, quelle più vicine all'altare, sono in granito di Assuan (Egitto).

Dietro l'altare vi sono due affreschi che risalgono al Cinquecento: si tratta della Strage degli Innocenti e dell'Annunciazione.


E) PRESBITERIO E TRANSETTO:


Ai lati della scala che conduce al presbiterio ci sono due affreschi di Battista Del Moro, anche questi di epoca rinascimentale, relativi alla vita di Santo Stefano: a destra l’Ordinazione diaconale del santo e a sinistra la sua sepoltura.




Nei pressi dell'altare è presente la statua di San Pietro "in Cattedra". Si tratta di una statua del XIII° secolo. L'autore è Enrico da Regino.



La scultura, a lato del presbiterio e originariamente policroma, rappresenta un San Pietro benedicente.

Sull’altare si trova la «Cathedra episcopale» formata da tre lastre di pietra incastrate tra loro. E’ possibile che, dopo il 492 d.C., questa chiesa fosse stata un luogo in cui si svolgevano funzioni sussidiarie della cattedrale.



La sommità interna della cupola che sormonta il presbiterio è stata affrescata da Domenico Brusasorzi (pittore di Verona operativo nel Cinquecento) e raffigura il Cristo Glorioso con gli Evangelisti.


In una parete del transetto c’è una Pala di Brusasorzi di Cristo che porta la Croce rivolto a Santo Stefano sulla cui testa è evidente il sasso della lapidazione.


Sul lato sinistro del transetto troviamo un affresco di Martino da Verona, databile negli ultimi anni del Trecento.



In quest'opera la Madonna viene rappresentata in due momenti teologici importanti:  al momento dell’Annunciazione e quando viene incoronata dal Padre e dal Figlio.


F) LA CAPPELLA DEI MARTIRI:



E' stata commissionata, nel XVII° secolo, da Giulio Varaldi.

La cappella ha una forma cubica con struttura a calotta.

Qui vengono conservate preziose reliquie (secondo una leggenda): le ossa di quattro bambini vittime della strage degli Innocenti, quelle dei quaranta martiri della prima comunità cristiana veronese e quelle dei primi cinque vescovi veronesi.


Sulla sommità della cupola interna della cappella è raffigurata l’Assunzione di Maria.

I dipinti della cappella, decorata alle pareti con stucchi dorati realizzati da David Reti, raffigurano i «Quaranta Martiri», la «Strage degli Innocenti» e i «Cinque Santi Vescovi».

Quest’ultimo è un dipinto che risente dell’influenza di Caravaggio dal momento che i personaggi emergono dall’ombra.


G) PICCOLA RIFLESSIONE SUL DIPINTO DI PASQUALE OTTINO:

Vi propongo alcune domande di riflessione sul dipinto principale di questa cappella, la "Strage degli Innocenti" di Pasquale Ottino.

Se volete cimentarvi nel creare una vostra lettura di quest'opera, prima di tutto aprite il link sottostante nel quale potrete osservarla bene per qualche minuto.

Nel caso in cui vedeste le figure allargate, muovete la freccia del mouse a sinistra oppure verso destra.



Dopo che vi siete presi qualche minuto di attenta osservazione chiedetevi:

-L'opera rende abbastanza bene il crudele dramma dell'episodio che, coloro che sono particolarmente credenti, ricordano il 28 dicembre?

-La donna in basso a destra con le mani giunte quale stato d'animo potrebbe provare secondo voi? Disperazione, malinconia profonda, raccoglimento, amarezza, rabbia?

-Per quale/ quali motivi l'artista ha scelto di rappresentare in primo piano al centro un soldato che, con una spada dalla punta affilata, sta per uccidere uno dei bambini?

-Avete notato che in basso il dipinto risulta (anche dal vivo) piuttosto scuro e in alto invece, dove si stagliano le architetture e dove l'angelo vola, è chiaro e luminoso? Sarà forse un'allusione all'aldilà radioso e sereno che attende i martiri? O semplicemente è una decisione di Ottino ambientare la scena in una bella giornata di sole?