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25 luglio 2014

"Philomena", film sulla forza del perdono

 

Ho visto questo film al cinema qualche mese fa. Mi è piaciuto molto e sono rimasta affascinata dalla personalità della protagonista. 

Il film è ambientato inizialmente negli Stati Uniti, dove Philomena Lee, donna anziana di origini irlandesi, confida alla figlia di essere rimasta incinta da adolescente a causa di una relazione avvenuta con un giovane che conosceva appena. Per questo motivo, la famiglia l'aveva cacciata di casa. Philomena allora si era rifugiata in un convento di suore, dove aveva partorito il figlio con parto podalico e senza antidolorifici. Il bambino era stato chiamato Anthony. Nel convento, Philomena era stata costretta, come molte altre ragazze madri, a svolgere lavori pesanti.
Pochi anni dopo, il figlio le viene sottratto dalla madre superiora (la suora direttrice del convento), che decide di darlo in adozione senza consultare Philomena.
Ricordo molto bene quella scena straziante in cui due signori ben vestiti fanno salire il povero bambino (piccolo piccolo, avrà avuto al massimo 4 anni al momento dell'adozione) su una carrozza, mentre Philomena urla disperata aggrappandosi alle sbarre del cancello del convento per non svenire dal dolore. Tutte le volte che ci penso mi vengono i brividi...



Nonostante siano passati molti anni, Philomena non vuole rinunciare all'idea di ritrovare Anthony e sua figlia le promette di aiutarla. Quest'ultima incontra casualmente in un bar il giornalista Martin e gli propone di aiutare la madre nella ricerca.
Martin incontra dunque la donna e inizia a farle molte domande sul suo passato e sul tipo di vita condotto dalle ragazze madri nel convento. Proprio su questo punto, emergono dalle memorie di Philomena particolari sconvolgenti e sconcertanti che fanno indignare il giornalista.
Martin è coltissimo dal punto di vista storico, pessimista riguardo alla vita umana, dichiaratamente ateo e Philomena invece dispone soltanto di un'istruzione elementare e coltiva un forte e sincero sentimento di fede religiosa. 
Mi ha molto sorpresa il fatto che due persone così diverse tra loro sapessero instaurare un profondo dialogo improntato sul rispetto reciproco, sulla solidarietà e sulla benevolenza.
E' importante rilevare che Philomena, pur non essendo colta, si dimostra davvero equilibrata e intelligente dal momento che riesce, pur vivendo un dolore lacerante, a non confondere Dio con coloro che credono di praticare i suoi precetti e di rappresentarlo manifestando in realtà comportamenti autoritari e indelicati.
E qui mi permetto di aprire un' importante parentesi: non mi piace il fatto che molta gente critichi troppo duramente i religiosi e i sacerdoti. Certo, soprattutto nelle epoche passate sono esistiti esponenti della Chiesa che, oltre a mancare di pietà cristiana, hanno manifestato un carattere duro e intollerante; ma non è giusto generalizzare.
Nel nostro presente i religiosi non sono tutti rigidi, incoerenti e inflessibili. Non proprio tutti. Affermo questo per esperienza personale: conosco ormai bene Don Giorgio Costa, parroco di Bussolengo, un paese vicino al mio. Don Giorgio è un'anima grande: è molto gentile, sensibile, sempre sorridente, aperto al dialogo. Tra l'altro, padroneggia bene la letteratura (pensate solo al fatto che di tanto in tanto cita Foscolo!). E' un sacerdote che sa trasmettere gli insegnamenti di Gesù con molto entusiasmo e con convinzione. Con me è sempre stato buonissimo: in effetti, per tutte le volte che gli chiedevo un colloquio, si è sempre dimostrato disponibile e non ha soltanto chiarito molti miei dubbi ma mi ha dato anche alcuni preziosi consigli. Gli devo davvero molto!!
Citerei anche Padre Ermes Ronchi, teologo di grande intelligenza, progressista  (e in effetti vorrebbe che anche alle donne venisse concesso il sacramento del sacerdozio). Dagli occhi di Padre Ermes traspaiono dolcezza, serenità, amore sincero verso il prossimo.
E comunque anche mio zio Don Attilio è un bravo parroco perché sa instaurare un buon rapporto con i giovani e inoltre non ha mai mancato di rispetto a nessuno dei suoi parrocchiani.

Dunque, dapprima Martin e Philomena si recano nel convento irlandese in cui la donna aveva dimorato per qualche tempo. Però, le religiose sostengono di non disporre di informazioni utili riguardo alle adozioni avvenute in passato dal momento che, secondo quanto riferiscono, i registri sarebbero stati incendiati casualmente molti anni prima. 
Ma, con il passare dei giorni, i due protagonisti apprendono da altre fonti che l'incendio non sarebbe stato affatto casuale e che in realtà i bambini, più che essere stati dati in adozione, erano stati venduti a famiglie benestanti.
Martin allora, grazie alla sua dimestichezza con i mezzi informatici, riesce a scoprire non soltanto che Anthony era stato adottato da due coniugi borghesi con il nome di Michael ma anche che era diventato un avvocato di successo, che era di orientamento omosessuale e che nel 1995, era morto di AIDS. Quest'ultima notizia crea una grande afflizione nell'animo di Philomena, la quale però, anziché prendere l'aereo per ritornare negli Stati Uniti, desidera cercare e incontrare tutte le persone che conoscevano suo figlio: tra queste, Mary, sorella di Michael che riferisce a Philomena quanto i loro genitori amassero Michael e quanto incoraggiassero la sua brillante intelligenza e il compagno di Michael, che riferisce il desiderio di quest'ultimo di conoscere le sue vere origini familiari.

Martin decide allora di ritornare al convento con Philomena e lì, i due protagonisti litigano con una suora molto anziana, convinta del fatto che Philomena meritasse di "pagare per il suo peccato" con la perdita del figlio. Martin si agita, arrossisce, urla contro la suora; ma Philomena riesce, con una pazienza e una mitezza ammirevoli, a calmarlo e poi dichiara il suo perdono alla religiosa. 
Ho trovato molto commovente la scena finale: Philomena trova la tomba del figlio nel giardino del convento e, tra amare lacrime, legge l'iscrizione riportata sulla lapide.

 

Capite ora il motivo per cui ho ammirato la protagonista? Nonostante la grave ingiustizia subìta, ha trovato la forza di perdonare coloro che le avevano fatto del male. Nel film la vediamo spesso sorridere e godere delle piccole cose quotidiane (per esempio, di un caffè al bar, della lettura di un romanzetto rosa) e ci accorgiamo che piuttosto frequentemente sorride tra le lacrime.  Il film mi ha insegnato che perdonare non significa "fare finta di non avere subìto dei torti". Quando qualcuno si impegna a perdonare propone a se stesso di non vendicarsi contro coloro che gli hanno fatto del male e di reprimere il rancore. Nel perdonare, Philomena è riuscita non soltanto ad alleviare il suo enorme dolore ma anche a vivere il resto della sua esistenza senza covare risentimenti. Ammirevole, davvero ammirevole!! Il perdono però richiede una grande forza d'animo. Una forza d'animo che anch'io vorrei avere. Faticare a perdonare è sempre stata una mia fragilità. Le relazioni sono difficili, è vero, ma in esse, quello che io trovo più difficile é imparare a perdonare. Poi è chiaro che il perdono non elimina le ferite dell'anima e non fa dimenticare un passato doloroso, ma permette a chi lo applica, di non alimentare né rabbia né odio verso chi gli ha fatto del male. Il perdono quindi è una gran cosa e fa stare meglio l'individuo. La rabbia e l'odio invece fanno molto male. In pratica, l'uomo che cova odio e rabbia vede il sangue che fuoriesce dalla propria ferita, sente il dolore e, di fronte a ciò, è capace soltanto di lamentarsi, mentre invece l'uomo che perdona è in grado soprattutto di pensare al modo in cui fasciare e cicatrizzare la ferita sanguinante. Non so se riuscite a capire...

Dopo la visione del film, ricordo che ero uscita dalla sala del cinema con gli occhi sbarrati e in auto con mia mamma per la strada del ritorno a casa, non ero in grado di formulare un commento, non sapevo cosa dire (cosa davvero insolita da parte mia, perché alla fine di un film o di un libro trovo sempre le parole per commentare ciò che ho visto o letto).  Certo mi rendo conto del fatto che le suore si sono comportate veramente male con le ragazze madri e con i loro figli; hanno agito da persone malvagie e insensibili. Ma mi ero indignata ancora di più per il comportamento dei familiari di Philomena: ma come si fa a cacciare di casa una ragazza incinta??!! Anche loro hanno mancato di carità cristiana e, soprattutto, di solidarietà e di rispetto verso una nuova vita. E la povera Philomena, a mio avviso, ha pagato troppo cara la sua "scappatella",dal momento che ha dovuto sperimentare molti travagli e molto dolore. Praticamente la sua adolescenza (la sua epoca spensierata) è terminata proprio con il concepimento del figlio. Come ho già detto anche in altri post, io credo che, da parte delle famiglie e della società, sia doveroso aiutare le ragazze madri e accogliere la vita che dimora in loro.



18 luglio 2014

Maturità: interessante articolo sugli esiti e riflessioni di una neo "maturata"

Quindici giorni fa sono usciti gli esiti finali degli esami di maturità. 
Recentemente, mio zio Attilio ha trovato sul quotidiano "Avvenire" un interessante articolo relativo a questo argomento. Leggendolo, l'ho trovato molto interessante e così ho deciso di pubblicarlo sul mio blog.

Ecco quanto dice:

"Caro "maturato" guarda oltre il voto
(lettera aperta a un candidato deluso)

​Sei dispiaciuto, lo so. Hai portato a casa meno di quello che speravi. Tutti i tuoi calcoli – i crediti accumulati nel triennio, sommati ai voti certi degli scritti e a quelli presunti degli orali – sono stati sconfessati: sul tabellone finale ti sei ritrovato meno di quanto ti aspettavi. E sei deluso. Succede, sai. Succede che il voto di maturità non rispecchi effettivamente il lavoro fatto durante i cinque anni e neanche l’impegno che ci hai messo. Potrebbe darsi che l’esame che hai sostenuto non sia stato davvero una buona prova e che le tue aspettative non fossero realistiche. Ti si offre in questo caso l’occasione buona per ripensare a cosa è successo e imparare a valutarti meglio, senza sovrastimarti o incolpare sempre gli altri. È questa una tentazione spesso presente in noi che non ci permette di riconoscere gli errori e quindi correggerci.
Potrebbe però essere intervenuto anche quello che potremmo chiamare il "fattore C", che questa volta non porta bene: il fattore commissione. La commissione infatti può essere inquinata da una serie di pregiudizi, in entrambe la sue componenti. I tuoi prof possono essere arrivati a questa tappa finale con l’immagine che si sono fatti di te e magari hanno guardato alla tua prova con occhi vecchi, senza valorizzare gli sforzi e coglierne magari l’originalità.  Quelli venuti da fuori, da parte loro, possono avere avuto i loro motivi per fare i duri: i pregiudizi sulla scuola che hai frequentato, l’incompatibilità con i colleghi che ti hanno accompagnato, la loro interpretazione del ruolo di commissario secondo uno schema un po’ troppo rigido. E tu ti sei trovato in mezzo. E magari è accaduto davvero che entrambi non ti abbiano dato quella soddisfazione che cercavi anche da loro. Adesso però non ti scoraggiare. Quella manciata di punti in meno, che oggi brucia, fra qualche anno diventerà un aneddoto da raccontare. Ma non è solo questo, conviene cercare anche il guadagno nascosto nell’esperienza che stai vivendo. Hai toccato con mano che non fai tutto tu da solo. Un esame, come moltissime altre cose nella vita, forse persino tutte, è fatto con un altro. Noi ci mettiamo la nostra parte, ma l’altro deve metterci la sua. E l’altro può anche mettercela male, deludere, non essere all’altezza.  Che ciò non ti sia di scandalo. L’altro, che diventa così importante nei nostri risultati, allora va propiziato, va messo in condizione di poterci capire e apprezzare. Non si tratta affatto di una attività manipolatoria, un gioco da furbetti che la sanno più lunga, quanto di imparare a saperci fare, a tenere l’altro dentro il nostro orizzonte. Perché si dia desiderio occorre infatti un altro, così come perché vi sia successo. E le volte che non sarà all’altezza, dopo aver valutato come lo abbiamo trattato in primis noi, ci toccherà ripartire con un rinnovato slancio per cercare qualcuno migliore.
Ecco, sta qui la soluzione. Ripartire. Guardare a ciò che verrà, ancora tutto da costruire. Non permettere che la delusione di oggi copra con un velo di scetticismo le scelte di domani. Adesso c’è da pensare al lavoro o all’università. C’è da pensare al futuro. Pensalo, allora. Dentro la consapevolezza che lo costruirai assieme agli altri che incontrerai, quelli che ti sceglierai tu stesso come compagni e quelli che ti verranno imposti dalle circostanze. Non poter fare a meno di loro non è una condanna, è una risorsa piuttosto. Falla fruttare.
Ma hai ragione, prima c’è da pensare alle vacanze. Si dice che l’estate della maturità sia indimenticabile, forse ancor più dell’esame stesso. Libero dai compiti, per una volta, goditi il tempo, senza sprecarlo. Rafforza i rapporti significativi, stringine altri interessanti, coltiva i tuoi interessi e le tue passioni. Magari leggi (persino) un libro. Sarà ancora più bello ripartire dopo l’estate. Senza strappi. Perché d’estate o d’inverno noi siamo sempre noi."


(L. Ballerini) 


Io condivido appieno l'opinione del giornalista. Mi piace soprattutto la seconda parte della lettera, dove esorta il suo ipotetico destinatario a progettare il futuro e quindi a prepararsi per ciò che lo attende nei prossimi anni, ad affrontare con entusiasmo nuove esperienze formative, a valorizzare la presenza delle altre persone nella vita quotidiana.
Apprezzo anche l'affermazione:" Noi ci mettiamo la nostra parte, ma l'altro deve metterci la sua".
I rapporti con gli altri sono difficili, soggetti spesso ad equivoci e incomprensioni.
Noi siamo protagonisti della nostra vita. Tuttavia, in ogni singola esperienza della nostra esistenza, dobbiamo impegnarci sia per raggiungere apprezzabili obiettivi sia per dare agli altri la migliore immagine di noi stessi. La buona riuscita di una prova o il conseguimento di una meta dipendono anche dai comportamenti che le altre persone assumono nei nostri confronti.


Io però, a queste teorie aggiungerei anche dell'altro: il voto di uscita è importante, ma relativamente. Non lo dico per sminuire il lavoro dei docenti o per disprezzare la figura del Presidente della Commissione o perché sono insoddisfatta del mio voto.
Sono passata con 81, quindi non posso proprio lamentarmi. Ho preso quello che meritavo e sono contenta così.
Affermo l'importanza relativa dell'esito finale essenzialmente per i seguenti motivi:

A) Qui parlo per esperienza personale: ultimamente mi capita spesso di incontrare i cugini di mia mamma, gli amici di famiglia e conoscenti. Ho notato questo: non appena io dico loro che sono una neo maturata, la stragrande maggioranza di queste persone mi fa domande di questo genere: "Che facoltà hai scelto?" "Dove andrai all'Università?" "Sei stata soddisfatta della tua esperienza al liceo?" e poi proseguono: "Ma sei proprio un'appassionata di lettere!!" "Buon inizio università!" "L'importante è che tu intraprenda un percorso di studi conforme ai tuoi interessi, poi per il posto di lavoro non preoccuparti; magari tra alcuni anni la situazione migliorerà!". Sono in pochi a chiedermi con quanto sono uscita. Da ciò ne consegue che l'importante è innanzitutto riuscire a diplomarsi. Un punteggio molto alto, per quanto elogiabile, costituisce esclusivamente una soddisfazione personale. 

B) Infatti il mio ragionamento è questo: il voto finale scaturisce soprattutto dai risultati dei tre scritti e dell'esame orale. Ma quello che un neo diplomato dovrebbe considerare attentamente è soprattutto quanto questi cinque anni di scuola superiore lo hanno aiutato a crescere mentalmente e culturalmente. Mi riferisco non soltanto all'adesione di uno studente ad alcune attività organizzate dalla scuola in orario extra-curricolare che gli hanno permesso di valorizzare i propri talenti ma anche alle uscite didattiche, al rendimento scolastico attraverso il quale ha potuto comprendere le proprie attitudini... 
Inoltre, bisogna attribuire importanza alle lezioni svolte in classe, alle figure significative e intelligenti di alcuni insegnanti che hanno saputo guidare la crescita spirituale di uno studente coniugando, durante le spiegazioni, la cultura scolastica con la vita reale e con l'etica. E poi ci sono stati anche i compagni di classe che non sono stati scelti dallo studente poco prima di iniziare il quinquennio: è utile valutare e ricordare non soltanto le avventure vissute con i più simpatici e con i più vivaci tra loro, le chiacchierate avvenute con quelli particolarmente dotati di una grande capacità di ascolto e di una notevole apertura mentale, ma anche i litigi con persone profondamente diverse da noi che non condividevano le nostre opinioni o che ci riservavano una vera e propria avversione e invidia.
Tutte le esperienze che questo quinquennio ha riservato ad un giovane dovrebbero rimanere impresse nella memoria, anche le più negative. Tutte le esperienze del liceo dovrebbero costituire dei preziosi insegnamenti di vita e di convivenza con gli altri. 
Io in quest'ultimo periodo ripenso, ora con gioia, ora con rabbia, ora con indignazione, ora con soddisfazione a molti episodi che ho vissuto in questi anni intensi. E devo ammettere di aver imparato molto anche dagli avvenimenti negativi.


Ora sta per iniziare "l'estate della mia vita", ovvero, la giovinezza dopo l'adolescenza, seguita poi dall'età adulta. E non intendo sprecare nemmeno un istante di questa vita, vorrei godere di ogni attimo (questo mi ha insegnato Orazio!!)

Ma ora è proprio meglio che pensi a godermi l'estate. Ed è quello che già sto facendo, perché le mie giornate sono piene, piene di attività e di piacevoli passatempi...


11 luglio 2014

SREBRENICA,1995: PER NON DIMENTICARE MAI...


DICIANNOVESIMO ANNIVERSARIO DELLA STRAGE DI SREBRENICA:

 
L'11 luglio del 1995, Ratko Mladic, comandante delle truppe serbe, penetrò nella città di Srebrenica e fece arrestare l'intera popolazione maschile. 
In quel giorno vennero massacrati 8372 uomini, di cui 4792 giovani ragazzi di età compresa tra i 14 e i 25 anni.  Proprio in loro onore ho scritto una poesia che, nel giugno 2014, ha ricevuto il secondo premio al Concorso "Valeggio Futura".



ADDIO RAGAZZO!

Addio, ragazzo!

I tuoi grandi occhi

luminosi

come le stelle

che rischiarano la notte,

non vedranno

mai più

i dolci colori del tramonto,

i delicati petali

di piccoli fiori,

gli amabili volti

delle persone care.




Addio, ragazzo!

Il tuo corpo

ora trema

come una foglia

scossa

con violenza

da un gelido vento autunnale

e subisce

le ingiurie

di mani impietose e implacabili.




Addio, ragazzo!

Le tue braccia

non potranno

mai più

stringere

le persone che ami.




Addio, ragazzo!

Del tuo limpido sorriso

non godrà più

la brillante luna

che risvegliava

i tuoi innocenti desideri.





Addio, ragazzo!

I tuoi sogni

svaniranno

per sempre

come una leggera nube

di fumo

che si solleva

verso l'alto cielo

e si dilegua nell'aria.



Addio, ragazzo!





Ecco il commento che la Giuria del Concorso ha scritto per la mia lirica:
"Il testo ripercorre il dramma della Strage dei giovani di Srebrenica attraverso l'annientamento degli occhi, del corpo, delle braccia, del sorriso e infine dei sogni. Il ritmo cadenzato dell'ostinata denuncia "Addio ragazzo" accompagna lo spegnersi della vita".

 Vi esorto caldamente a ricordare questa terribile strage al fine di progettare un mondo migliore,  fondato sui valori della giustizia e della pace. 



5 luglio 2014

"Sostiene Pereira": una dura critica alle dittature


"Sostiene Pereira" è un avvincente romanzo ambientato a Lisbona durante il terribile periodo del regime dittatoriale salazarista.

Mi sento ora in dovere di aprire una breve parentesi storica a proposito della dittatura portoghese.

All'inizio degli anni trenta, il Portogallo era governato da politici liberali, che, nonostante avessero instaurato un governo democratico, non erano in grado di sanare la disastrosa situazione economica del Paese e si dimostravano incapaci di placare violente rivolte sociali.
In questo contesto, il generale Antonio Salazar, dirigente di un piccolo partito nazionalista, sollecitò le truppe del suo esercito a  ribellarsi contro il governo. I militari riuscirono a rovesciare le istituzioni e il loro generale divenne dunque capo assoluto del governo. Il periodo della sua dittatura durò dal 1932 al 1968. Salazar, simpatizzante dell'ideologia fascista, introdusse diverse strutture già create da Mussolini, quali:il corporativismo, la propaganda, il saluto romano, l' inquadramento della società in organizzazioni paramilitari, la limitazione della libertà di stampa e l'abolizione della libertà di opinione. Salazar istituì anche la polizia segreta, ovvero, la PIDE (Polizia Internazionale di Difesa dello Stato) incaricata di arrestare e di assassinare gli oppositori e i presunti ribelli.

Dunque, il romanzo è ambientato nel 1938 e il protagonista è il signor Pereira, giornalista incaricato di curare la rubrica culturale di un quotidiano chiamato "Lisboa".
Nei primi capitoli del romanzo, Pereira appare come un uomo mediocre, privo di senso critico, indifferente nei confronti della situazione politica del suo paese. La sua vita è monotona, priva di amicizie, caratterizzata soltanto dal lavoro alla redazione, dai lauti pasti al Café Orquidea (che tra l'altro sono la causa principale della sua obesità e della sua cardiopatia!) e dal triste ricordo della moglie, morta qualche tempo prima di tubercolosi. Pereira parla tutte le sere al ritratto della moglie, confidando i suoi pensieri e chiedendo consigli.
All'inizio del terzo capitolo, viene raccontata brevemente la gioventù di Pereira. Egli, da ragazzo e da studente universitario alla facoltà di lettere, suonava la viola durante le feste studentesche, era attraente, magro e agile, e perdutamente innamorato di una ragazza (quella che poi era divenuta sua moglie) che scriveva poesie ed era gracile e pallida.


Una mattina Pereira legge un interessante articolo che contiene delle riflessioni sulla morte e, incuriosito dal contenuto, decide di contattare l'autore per offrirgli un posto come collaboratore esterno della pagina culturale del "Lisboa". Lo scrittore dell'articolo, di nome Francesco Monteiro Rossi, giovane neo laureato in filosofia e di origini italiane, accetta con entusiasmo il nuovo posto di lavoro.
Pereira però gli affida uno strano compito: scrivere dei necrologi anticipati di celebri letterati ancora in vita; in modo tale che siano subito pubblicabili in caso della loro morte improvvisa.
Monteiro scrive dapprima il necrologio di D'Annunzio, contestando duramente la sua adesione al fascismo. Il giovane scrive poi altri necrologi nei quali contesta le posizioni politiche di altri scrittori. 
Pereira giudica impubblicabili i suoi necrologi, dal momento che esprimono una forte avversione verso il regime. Ma Monteiro, influenzato anche dallo spirito rivoluzionario della sua fidanzata Marta, contesta la sua neutralità e la sua indifferenza nei confronti della violenza dittatoriale. 

Grazie alla conoscenza con Monteiro e Marta, Pereira inizia a dubitare del suo stile di vita. Nasce dunque dentro di lui un forte conflitto interiore, dal momento che è combattuto tra il desiderio di aiutare i giovani antifascisti e la preoccupazione di ritrovarsi coinvolto in pericolose questioni politiche.

Qualche tempo dopo Pereira si reca in ferie presso una clinica talassoterapica, per cercare di curare la sua cardiopatia. Proprio in quel luogo incontra il dottor Cardoso, che gli consiglia di fare i bagni alle alghe. Tra i due uomini si instaura un buon rapporto di amicizia: Pereira confida al dottore il suo travaglio interiore. Il dottore pensa che l'inquietudine di Pereira potrebbe dare origine ad un grande cambiamento nella sua vita.

Man mano che il tempo scorre, il protagonista diviene sempre più consapevole del clima intimidatorio creato dal regime, della violenza, delle sanguinose lotte sociali, della pesantissima censura di stampa. E, proprio per questo, decide infine di aiutare Monteiro, che nel frattempo ha partecipato agli scontri tra repubblicani antifascisti e salazaristi. Pereira infatti accetta di ospitarlo e di nasconderlo nella sua dimora, per proteggerlo dal momento che il giovane è ricercato dalla polizia salazarista.
Una notte, due individui aggressivi, dichiarandosi uomini della polizia politica, entrano con la forza in casa di Pereira e lo picchiano a sangue. Poi, scoprono Monteiro e lo uccidono brutalmente.

Sconvolto da questo atroce omicidio, Pereira scrive per la pagina culturale del Lisboa il necrologio di Monteiro Rossi, accompagnato da un articolo di palese denuncia verso le atrocità del regime e, con un astuto stratagemma riesce a farlo pubblicare. Dopo aver preparato in fretta le valigie, decide di fuggire immediatamente dal Portogallo.
Alla fine del libro, l'autore racconta che Pereira è vissuto in Francia fino alla metà degli anni novanta e che là ha continuato a praticare la sua attività di giornalista.

Il finale rivela proprio la metamorfosi del protagonista: da individuo indolente, passivo ed esasperatamente abitudinario a uomo ribelle, coraggioso e promotore di giustizia.
  • PRECISAZIONE: Il sintagma "Sostiene Pereira" viene ripetuto molte volte nel corso della narrazione, come se l'autore avesse scritto il romanzo con Pereira presente e come se dovesse rilasciare la deposizione del personaggio protagonista.



LA CONCEZIONE DELLA LETTERATURA DEL PROTAGONISTA: Lo so, mi sta venendo un post chilometrico, come al solito d'altronde, ma ritengo giusto soffermarmi anche su questo aspetto del libro.
 Dunque in questa vicenda traspare anche la concezione della letteratura del protagonista che, nella prima parte del libro, afferma: «non è facile fare del proprio meglio in un paese come questo … io non sono Thomas Mann». Queste sono parole di rassegnazione, di passività e, potremmo anche dire, di automortificazione. Con questo discorso Pereira è convinto che sia impossibile attuare processi di ribellione da parte degli intellettuali verso il governo. 
Però, dopo la metà del romanzo, per il nostro giornalista la letteratura diviene parte integrante della storia. Egli infatti asserisce: «Se loro (i salazaristi) avessero ragione la mia vita non avrebbe senso, non avrebbe senso aver studiato lettere a Coimbra e aver sempre creduto che la letteratura fosse la cosa più importante del mondo, non avrebbe senso che io diriga la pagina culturale di questo giornale del pomeriggio dove non posso esprimere la mia opinione, non avrebbe senso più nulla ed è di questo che sento il bisogno di pentirmi...». Qui invece il protagonista è consapevole del proprio ruolo di coscienza critica della società e in queste parole, valorizza la letteratura come attività che valuta scrupolosamente gli eventi storici per poi far riflettere il lettore sul presente.




26 giugno 2014

Sono "fresca di maturità"... Presentazione di: "Vado a scuola", film che aiuta a comprendere l'importanza della cultura


Eccomi, fresca di maturità!
Il mio esame orale è stato ieri mattina. Sono entrata a scuola tesa e preoccupata ma sono uscita molto soddisfatta, sicura di aver fatto una buona interrogazione. Davvero, ieri mi sentivo la ragazza più felice del mondo! Avevo la gola secca e un gran mal di testa, ma mi sentivo davvero sollevata!
Tra l'altro, ho fatto ridere la Commissione dicendo che Leopardi mi fa tenerezza e che se lo avessi di fronte a me, lo abbraccerei.
L'esame orale, a mio avviso, non è nulla in confronto alla seconda prova scritta; in effetti la seconda prova è in genere ostica e difficile ed è fatta sostanzialmente per valutare le competenze tecniche dell'allievo, mentre l'interrogazione, come d'altronde la prima prova, rivelano anche il livello di maturità psicologica dello studente.
L'interrogazione di ieri per me è stata una piacevole chiacchierata intellettuale con adulti laureati e rispettabili. Tutto qui.
Ora devo farne di cose, dopo il mio esame di maturità!! Devo farne di cose, nei prossimi anni!!
La mia mente è piena di progetti e di sogni e, ora che ho chiuso il capitolo intitolato "liceo", ne apro almeno altri tre, ovvero, "patente", "università", "viaggi all'estero".

Propongo in questo post la trama di un FILM che ho visto alcuni mesi fa e che mi ha colpita molto. Si intitola: "Vado a scuola".

“Vado a scuola” racconta le storie di vita quotidiana di quattro ragazzini di età compresa tra i 10 e i 13 anni, i quali compiono un lungo tragitto per arrivare a scuola. Sia i ragazzini sia le loro famiglie sono consapevoli dell'importanza dell'istruzione, del valore inestimabile della cultura, strumento che rende le coscienze critiche e responsabili.
Le storie dei quattro protagonisti si intrecciano, nel corso del film.


In Kenya, Jackson, a soli dieci anni, percorre quotidianamente con la sorella minore, circa quindici kilometri in mezzo alla selvaggia savana, ove dimorano tigri, giraffe ed elefanti. Gli elefanti sono animali molto pericolosi, tanto che, ogni anno, almeno cinque bambini della scuola di Jackson vengono uccisi lungo il percorso mattutino. Tuttavia, Jackson si dimostra coraggioso e tenace perché vuole arrivare a scuola puntuale, pulito e in ordine (non dimentichiamo che all'inizio del film, lo troviamo a lavare i suoi panni in una buca).




Il secondo bambino presentato da questo stupendo documentario è Carlito, che vive in Patagonia, in una regione dell'Argentina (mio zio paterno, ovvero, il marito della sorella di mio padre viene dall'Argentina. Cioè, è nato in Italia ma da genitori argentini immigrati. Mio zio però mantiene legami molto saldi e profondi con la terra dei suoi genitori!).
Carlito percorre ogni mattina ben 25 km a cavallo con la sua bellissima e dolcissima sorellina. Lungo il tragitto incontra anche altri ragazzi suoi coetanei, anche loro in sella al cavallo. Il ragazzino sogna di diventare un veterinario.





Zahira, una dodicenne marocchina, ogni lunedì percorre 22 kilometri a piedi per arrivare nella città dove c’è il collegio che la ospita fino al venerdì. Lungo la strada incontra altre due ragazzine che frequentano il suo stesso collegio. Belle le figure di queste ragazzine tenaci, sorridenti e determinate! 







Il tredicenne Samuel vive in India, in un villaggio situato vicino al golfo del Bengala con la madre e i tre fratelli. Samuel è fisicamente disabile e, per portarlo a scuola, i suoi tre fratelli devono spingerlo ogni mattina per un’ora e mezza su una carrozzina fragile che rischia di perdere i pezzi.
Questa è la storia che, più delle altre tre, mi ha commossa: significativo è il momento in cui Samuel, giunto all'entrata della scuola, viene salutato da tutti i suoi compagni che lo accarezzano e lo abbracciano con affetto sincero. Se solo nelle scuole italiane episodi di solidarietà come questo si verificassero un po' più spesso!!! Samuel, ottimo studente, sogna di diventare medico.



Il regista francese Pascal Plisson, esperto di documentari sui paesi del sud del mondo, ha avuto la brillante idea di raccontare in un film le storie di vita quotidiana dei ragazzini poveri durante un viaggio in Kenya, dove infatti aveva visto dei bambini che, per raggiungere la scuola, dovevano affrontare i pericoli della savana. Poi, grazie all’Unesco ha avuto l'occasione di contattare le scuole dei paesi più poveri del mondo, che gli hanno segnalato alcuni studenti.
 Vedere le difficoltà che questi quattro ragazzini devono affrontare per ricevere un'istruzione, mi ha fatto provare sdegno nei confronti di chi sottovaluta la cultura e anche rabbia verso tutti coloro che considerano la scuola soltanto una "prigione" caratterizzata soltanto da studio, noia e fatica.
Certo, studiare è faticoso e implica impegno assiduo e dedizione sincera. Però è una grande opportunità che arricchisce la mente dell'individuo.


7 giugno 2014

Finalmente è finita!!


 7 giugno 2014. Finalmente è arrivato questo giorno da me tanto atteso!! Ultima mattinata di scuola! Tre ore passate con i miei compagni a cantare e a urlare. Niente male, anzi, mi sono divertita.
Stamattina ho messo addirittura il vestito a fiori.

Stanca ma contenta, ho attraversato il cortile posteriore della scuola. Centomila pensieri fluttuano nella mia mente.
La prima cosa che mi sono detta non appena ho varcato il cancello è stata:" Eri una bambina spaesata quando sei entrata per la prima volta in questo liceo. A 14 anni nutrivi molte aspettative verso questa scuola. Ora esci dal Liceo "Medi" e sei quasi una donna. A 18 anni erotti hai già le idee chiare riguardo il tuo futuro."

Nulla di più vero! Ricordo il mio primo giorno di scuola. Era una giornata piovosa di metà settembre e io, insieme ad altri 22 ragazzini, eravamo seduti di fronte alla nostra insegnante di lingue antiche che ci chiedeva i motivi per cui avevamo deciso di iscriverci all'indirizzo classico.
Io avevo deciso di  frequentare il classico essenzialmente per due motivi: perché mi interessava approfondire la letteratura italiana e anche perché mi incuriosiva il greco antico.
 Mi ricordo molto bene la mia prima prof. di greco e latino. Era esigente, pretendeva che tutti quanti ci impegnassimo in maniera assidua, ci spronava a dare il meglio di noi stessi, e, tutte le volte che prendevamo voti negativi negli scritti, ci raccomandava di non avvilirci e di continuare a studiare con tenacia.
Era pignola, ma anche comprensiva. Grazie ai suoi preziosi consigli ho imparato un metodo di studio piuttosto efficace.

Il secondo anno è stato fantastico!!! Per vari motivi. Innanzitutto perché ho incontrato una persona straordinaria, che mi permetto di citare: la professoressa Chiara Ticinelli!!!!
Era la mia insegnante di greco e latino in seconda. Voglio ricordarla non soltanto per la sua ottima preparazione linguistica e letteraria (spiegava infatti in modo esauriente le regole grammaticali), ma anche per la sua straordinaria mitezza, bontà, disponibilità, affabilità. Avevamo un ottimo rapporto, io e lei. Lei mi stimava moltissimo e aveva compreso le mie potenzialità.
Incredibile a dirsi, ma la sera del 9 giugno 2011, ultimo giorno di scuola della seconda, piangevo come una fontana per il fatto che sapevo benissimo che questa insegnante, essendo supplente, non sarebbe più stata con me.
Da tre anni  penso: "Quando diventerò insegnante, cercherò di essere come lei!"
Durante il secondo anno di scuola superiore ho scoperto inoltre il mio talento per la poesia. Lo so, l'ho già scritto in molti altri post, ma vorrei ribadirlo di nuovo. Tutto è iniziato nel dicembre del 2010, quando la mia insegnante di italiano incentivava la partecipazione di noi studenti al Concorso letterario "Valeggio Futura".
In quell'anno tutta la mia classe aveva partecipato a quel concorso.
Io avevo presentato una poesia che descriveva un paesaggio invernale contemplante il sorgere del sole. Ho vinto il 4 posto (la Menzione d'Onore).
Il mio caro zio Vincenzo, leggendola, l'aveva apprezzata moltissimo e mi aveva consigliato di continuare a sfruttare la mia immaginazione per comporre altre liriche.
Da allora ho approfittato del mio tempo libero per scrivere in versi sia le sensazioni che provavo nel contemplare la natura sia i sentimenti che mi suggerivano alcuni eventi di attualità, alcuni episodi della vita quotidiana ed alcuni eventi di storia recente.
Ho compreso di avere talento e quindi mi è sembrato opportuno continuare.
Da tre anni e mezzo ormai scrivo poesie e da tre anni e mezzo ho questa sensazione: riesco ad essere veramente me stessa quando scrivo versi e quando lavoro con le parole. Con le mie poesie riesco ad esprimere la parte migliore di me.

La terza e la quarta liceo sono stati anni molto impegnativi. Però mi sono piaciuti molto, sia perché ho avuto la possibilità di entrare in contatto con bellissime e interessantissime nozioni di filosofia, sia perché ho iniziato a divenire più attiva dal punto di vista delle attività extrascolastiche.
A quanti incontri culturali ho partecipato! E così ho sperimentato il piacere di mettermi in gioco anche al di fuori del contesto dei voti e delle medie.
E intanto, anche durante quei due anni, continuavo a ricevere riconoscimenti letterari ai concorsi di poesia.
In quei primi due anni di triennio ho scoperto un'altra mia capacità: l'abilità nell'instaurare collegamenti tra le tematiche delle varie discipline: tra greco e filosofia, tra latino, inglese e italiano, tra italiano e arte. Mi è sempre stato facile scorgere somiglianze e differenze tra i diversi autori.

La quinta mi è sembrata molto lunga, più lunga delle prime quattro classi. Tuttavia anche l'anno scolastico 2013-2014 mi ha riservato delle grandi soddisfazioni.
Verrò ammessa all'esame con una media piuttosto alta.
Ho studiato, ho studiato come una dannata fino alla fine di maggio per ottenere i voti che ho.
Spero di riuscire a fare un buon esame, degno dei miei sforzi e delle mie capacità.
Forse ora vi starete chiedendo se sono tesa o preoccupata. Un po' sì, ma soltanto un po'.


Ad ogni modo, la fine di questo post è riservata ai ringraziamenti.

Un grazie speciale a TUTTI gli insegnanti che mi hanno accompagnata in questa intensa esperienza di studio, durata cinque anni. In particolare, un sincero ringraziamento al Professor Mirandola (italiano), alla Prof. Ceccon (filosofia e storia) e alla Prof. Corbellari (inglese). Questi tre docenti
in effetti mi hanno aiutata moltissimo a coltivare le mie passioni e spesso mi hanno proposto di partecipare ad attività stimolanti per la mia crescita.

Un grazie lo devo anche ai miei compagni, dopotutto: in un certo senso è dovuto anche a loro se in questi ultimi anni sono riuscita a migliorare alcuni dei miei difetti. Cerco di spiegarmi:
alle medie ero molto intransigente, spesso mi mostravo poco disposta a tollerare chi assumeva comportamenti diversi dai miei. I rapporti con i miei coetanei non sono mai stati facili; un po' perché spesso e volentieri mi hanno presa in giro, hanno "spettegolato" di gusto alle mie spalle e una buona parte di loro mi giudicano una povera imbranata strampalata, un po' perché, devo ammetterlo, io tendo ad essere molto critica verso gli altri.
Entrando in contatto con adolescenti che vedono la vita diversamente da me, ho imparato che, per sopravvivere in un mondo costituito da persone molto diverse tra loro è utile stamparsi un sorrisetto ironico sul viso.
Ultimamente mi rendo conto di essere diventata più flessibile.
















31 maggio 2014

Ungaretti, Mimnermo e Cardarelli a confronto


In queste ultime settimane sto riflettendo molto sul senso dell'esistenza e sulla condizione umana. E' vero, queste tematiche sono sempre state oggetto di attente e scrupolose riflessioni, ma mai come in quest'ultimo periodo. E la letteratura mi è di grande aiuto.



SOLDATI
(di Giuseppe Ungaretti)


Si sta come
d'autunno
sugli alberi
le foglie

 



In questa brevissima lirica, formata da quattro versi liberi, Ungaretti delinea la condizione dei soldati in guerra: essi infatti vengono paragonati alle foglie che, durante l'autunno, cadono dagli alberi.  Ciò che unisce la vita dei soldati alle foglie è l'estrema precarietà. Le foglie cadono improvvisamente dai rami degli alberi e i soldati rischiano di morire da un momento all'altro durante i combattimenti.
Forse Ungaretti voleva anche alludere alla condizione della vita umana: breve, effimera e precaria, e forse egli, nel comporre questa poesia, si ispirò a Mimnermo, poeta greco che paragonò la vita umana al ciclo delle foglie:
  

FRAMMENTO DI MIMNERMO



   "ἡμεῖς δ', οἷά τε φύλλα φύει πολυάνθεμος ὥρη
ἔαρος, ὅτ' αἶψ' αὐγῆις αὔξεται ἠελίου,
τοῖς ἴκελοι πήχυιον ἐπὶ χρόνον ἄνθεσιν ἥβης
τερπόμεθα, πρὸς θεῶν εἰδότες οὔτε κακὸν
οὔτ' ἀγαθόν· Κῆρες δὲ παρεστήκασι μέλαιναι,
ἡ μὲν ἔχουσα τέλος γήραος ἀργαλέου,
ἡ δ' ἑτέρη θανάτοιο· μίνυνθα δὲ γίνεται ἥβης
καρπός, ὅσον τ' ἐπὶ γῆν κίδναται ἠέλιος.
αὐτὰρ ἐπὴν δὴ τοῦτο τέλος παραμείψεται ὥρης,
αὐτίκα δὴ τεθνάναι βέλτιον ἢ βίοτος·
πολλὰ γὰρ ἐν θυμῶι κακὰ γίνεται· ἄλλοτε οἶκος
τρυχοῦται, πενίης δ' ἔργ' ὀδυνηρὰ πέλει·
ἄλλος δ' αὖ παίδων ἐπιδεύεται, ὧν τε μάλιστα
ἱμείρων κατὰ γῆς ἔρχεται εἰς Ἀΐδην·
ἄλλος νοῦσον ἔχει θυμοφθόρον· οὐδέ τίς ἐστιν
ἀνθρώπων ὧι Ζεὺς μὴ κακὰ πολλὰ διδοῖ."






"Siamo come le foglie nate alla stagione florida
- crescono così rapide nel sole -
 godiamo per un gramo tempo i fiori dell’età,
dagli dei non sapendo il bene, il male.
Rigide, accanto, stanno due parvenze brune:
l’una ha un destino di vecchiezza atroce,
l’altra di morte. E il frutto di giovinezza è un attimo,
quanto dilaga sulla terra il sole.
Ma come varca la stagione il suo confine, allora
essere morti è meglio che la vita:
il cuore sperimenta tanti guai; la casa a volte
si strugge e viene la miseria amara;
uno è privo di figli: li desidera, e scende
nell’aldilà con quell’accoramento;
un altro ha un morbo che lo strema. Non c’è uomo
che da Zeus non riceva guai su guai."
 

All'inizio del componimento, compare il paragone tra gli uomini e le foglie e, nel terzo verso, Mimnermo introduce anche il tema della brevità della giovinezza, definendo quest'ultima come il periodo dei "fiori dell'età". Probabilmente, al tempo di Mimnermo (VII secolo a.C.), il paragone uomini-foglie era già divenuto un luogo comune per esprimere il carattere effimero della vita umana, evidente nel susseguirsi delle generazioni.
Il poeta menziona in seguito due figure mitologiche, le Κῆρες (le parvenze brune), che solitamente nei poemi epici erano entrambe divinità dell'oltretomba, simboli di morte. Qui invece una è portatrice di morte, l'altra della vecchiaia.
Nei versi 9-10, Mimnermo sostiene che, una volta conclusa la stagione della giovinezza, morire subito è preferibile del continuare a vivere.
Gli ultimi versi si focalizzano sui mali che Zeus manda agli esseri umani: la distruzione della casa, la mancanza di figli, l'insorgere di una grave malattia.

Poi, sempre a proposito del tema della vecchiaia, penso ad una poesia di Cardarelli, intitolata "Autunno":



AUTUNNO
(di Vincenzo Cardarelli)
Autunno. Già lo sentimmo venire
nel vento d'agosto,
nelle pioggie di settembre
torrenziali e piangenti
e un brivido percorse la terra
che ora, nuda e triste,
accoglie un sole smarrito.
Ora passa e declina,
in quest'autunno che incede
con lentezza indicibile,
il miglior tempo della nostra vita
e lungamente ci dice addio.

Lo scorrere del tempo è un argomento 
molto ricorrente nelle poesie di Cardarelli. 
Nella prima parte del componimento, egli descrive l’arrivo dell’autunno, portatore di piogge e anticipatore dell’inverno. La stagione appare personificata, dal momento che il sole è smarrito, la terra, nuda e triste, rabbrividisce, le piogge sono piangenti. 
 Nella seconda parte l’avanzare lento delle stagioni indica l'avanzare delle età della vita.
 L'autunno è qui una stagione che simboleggia il periodo della maturità che precede la vecchiaia. La vita di ogni essere umano è protesa verso la vecchiaia e procede, lenta e inesorabile, verso la morte. 


da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/poesie/poesie-d-autore/poesia-24255>



21 maggio 2014

La mia concezione della vita e della storia

... Dopo quasi due settimane molto intense e snervanti dal punto di vista scolastico (e finalmente gli Esami di Maturità si stanno avvicinando sempre di più!), ritorno sul mio blog per esporvi un mio interessante pensiero. Ultimamente mi capita di attribuire al concetto di "vita umana" una metafora piuttosto singolare. Vorrei proprio spiegarvela.

Io immagino che la vita umana sia come un viaggio in mare aperto.                                         L'essere umano è per me come un marinaio che, trovandosi su una barca, deve affrontare burrascose onde che cercano di sommergerlo.
Le onde impetuose che si abbattono con violenza sulla barca rappresenterebbero le avversità della vita; e quindi i centomila ostacoli e i mille disagi che ogni essere umano è chiamato ad affrontare nella sua quotidianità.
Noi marinai guidiamo la barca, dal momento che siamo protagonisti della nostra vita.
Il punto è che dobbiamo cercare di non farci travolgere dal mare in burrasca: non dobbiamo demoralizzarci di fronte alle difficoltà di ogni giorno, né deprimerci se ci accade una tragedia grande. Dentro di noi dovremmo trovare la forza di continuare a remare per opporre resistenza alle onde. E continuare a remare, significa concretamente credere nei propri talenti, confidare in un futuro positivo, riporre stima nei confronti di chi ci ama, sorridere di fronte a un meraviglioso cielo stellato, sentirsi pervasi da un forte sentimento di speranza ogni volta che nel cielo splende il sole, credere in un Dio misericordioso pieno di amore verso l'uomo...

... "Non so se definirmi ottimista o pessimista. Credo nella speranza e nell'esistenza di Dio, ma penso comunque che siano davvero molte le esperienze dolorose che ci accadono nel corso dell'esistenza. Non nego assolutamente la presenza di difficoltà e travagli." ho detto un giorno a mia mamma.  Lei mi ha risposto semplicemente: "Non sei né troppo ottimista né troppo pessimista. Io direi che sei molto realista e piuttosto equilibrata".
Io penso in effetti di essere una ragazza realista; certamente dotata di grandi ideali, piena di immaginazione e di fantasia, originale e creativa... ma so essere anche molto concreta quando valuto gli avvenimenti reali.

Ad ogni modo, anche la mia personalissima concezione della storia non è improntata sull'ottimismo.
Ricordo che più di un anno fa, nell'ottobre 2012 (e quindi in quarta liceo), la nostra insegnante di greco e latino ci aveva chiesto che cosa significa per noi il concetto: "storia".
Io le avevo detto che per me, la storia dell'uomo consiste in un continuo progresso tecnico, scientifico, industriale, culturale e artistico, causato dallo sfruttamento delle risorse intellettive dell'umanità.
Ora, se penso a quella lezione di introduzione alla storiografia greca, rido sotto i baffi e penso:      "Che concezione riduttiva del concetto storia!"
Andiamoci piano però, ero soltanto una "bimbetta" di appena diciassette anni, non avevo ancora incontrato Leopardi e Ungaretti in letteratura, non avevo affrontato né l'interessantissima filosofia di Nietsche né l'Esistenzialismo di Sartre, non avevo ancora studiato i totalitarismi in storia e conoscevo in modo abbastanza superficiale il (giustamente) celebre scrittore George Orwell. In quinta, studiando con interesse la mentalità degli autori dell'Ottocento e del Novecento, si imparano molte cose e si riesce anche a comprendere maggiormente se stessi. Posso affermare effettivamente che, in quest'ultimo anno scolastico, ho compiuto una revisione critica di alcune mie idee.

Se qualcuno ora mi chiedesse che cos'è per me la storia, io gli risponderei in modo diverso...
Per me la storia non é né progresso né regresso. Noi umani siamo protagonisti delle vicende storiche, ma siamo molto diversi l'uno dall'altro, nel senso che esistono sia uomini eccezionali, sia uomini mediocri, sia uomini malvagi e violenti.
 Gli individui straordinari, nel corso della loro vita, investono tutte le loro energie per rendere il mondo migliore. Alcuni di loro sono poeti, scrittori, pittori e musicisti dotati di grande sensibilità, altri invece filosofi di notevole acume, altri ancora sono esemplari esponenti della Chiesa, che vivono nella sobrietà e che rispettano il principio di carità fraterna... Grazie a queste personalità la storia dell'umanità ha compiuto progressi significativi dal punto di vista culturale e sociale.

Fotografia relativa ad alcuni cadaveri di armeni massacrati
Gli uomini malvagi invece sono stati i responsabili di stragi e genocidi (vi ricordo in particolare Hitler, che fece progettare le camere a gas per sterminare gli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale, Stalin, che, attuando le "Grandi Purghe", fece uccidere milioni di suoi connazionali che si opponevano al suo regime o, nella maggior parte dei casi, erano dei presunti oppositori, Mladic, comandante delle truppe serbe che nel 1995 ordinò di sterminare 8000 uomini e ragazzi bosniaci, i "Giovani Turchi", che nel 1915 massacrarono nella regione dell'Anatolia circa un milione di armeni)...
Purtroppo gli uomini insensibili, pieni di rabbia e di odio nei confronti del prossimo, convinti della validità delle teorie razziste e oppressori della libertà di pensiero, sono esistiti, esistono e continueranno ad esistere.
Se considero certi eventi storici molto negativi, come quelli che vi ho appena elencato nell'ultima parentesi, mi viene da pensare anche che la storia sia costituita da episodi drammatici che continuano a ripetersi... Non voglio paragonare i sei milioni di morti dell'olocausto con le ottomila vittime della Strage di Srebrenica... Affermo soltanto che, alla base di entrambi gli stermini, c'erano idee di stampo razzista e sentimenti nazionalistici molto aggressivi. Il numero dei morti è diverso, ma le ideologie che hanno portato a questi massacri erano le stesse: il nazionalismo strettamente legato all'idea di superiorità della razza.
Le bare delle vittime di Srebrenica, tutte rinvenute dopo la guerra in Bosnia


Certamente allora, la storia è sia progresso (grazie a uomini che sfruttano le loro finissime intelligenze), sia regresso, dal momento che altri individui invece, scegliendo di percorrere la via del male, attuano mostruosità che violano la dignità umana altrui. E gli eventi negativi si ripetono nel corso dei secoli. Non è affatto vero che la storia del passato insegna!

Ad ogni modo anch'io, proprio come gli esistenzialisti, sono convinta che l'essere umano debba assumersi le responsabilità delle azioni che compie. Noi uomini del presente infatti, con le nostre scelte influenziamo l'umanità del futuro.




11 maggio 2014

Auguri a tutte le mamme!!

 In occasione della festa della mamma, ho pensato di riportare alcune poesie e riflessioni che alcuni autori e poeti eminenti hanno composto in onore della loro madre.
Da parte mia, un augurio sincero a tutte le mamme!



"La madre è un angelo 
 che ci guarda
che ci insegna ad amare!

 Ella riscalda le nostre dita, 
il nostro capo fra le sue ginocchia, 
la nostra anima nel suo cuore: 
ci dà il suo latte 
quando siamo piccoli, 
il suo pane quando siamo grandi 
e la sua vita sempre."
(Victor Hugo)






"Le mamme
sono come il mirto
che, laggiù nella valle,
sparge nell'aria
il suo profumo:
attraverso le loro mani
Dio parla
e attraverso i loro occhi
Dio sorride alla terra."
(Kahlil Gibran)



"Se mi fermo a guardare 
negli occhi di mia madre
vedo un lago incantato.
Boschi d'alberi attorno
e un'isola lontana
in mezzo ad acque limpide.
Oh! Potessi navigare
nel liquido silenzio
dove nuotano i pesci
e cantano gli uccelli
festanti e pieni di giubilo!
Se mi fermo a guardare
negli occhi di mia madre
 vedo un lago incantato."
(Canto popolare giapponese)




"Vi è un nome soave in tutte le
 lingue, venerato fra tutte le genti.
Il primo che suona 
sul labbro del bambino
con lo svegliarsi della coscienza,
l'ultimo che mormora
il giovinetto in faccia alla morte,
un nome che l'uomo maturo e il vecchio
invocano ancora, con tenerezza
di fanciulli, nelle ore solenni della vita,
anche molti anni dopo che non è più
sulla terra chi lo portava; un nome
che pare abbia in sé una virtù misteriosa
di ricondurre al bene, di consolare e
di proteggere. Un nome con cui si dice
quanto c'è di più dolce, di più forte,
di più sacro all'anima umana: la madre."
(Edmondo de Amicis)