Visualizzazioni totali

16 ottobre 2014

"Il mio compagno di banco", racconto che illustra l'attaccamento morboso tra due adolescenti


Circa due anni fa, la mia insegnante di storia e filosofia aveva consigliato ai ragazzi che partecipavano al "Circolo Firmino" un libro intitolato "Dentro" e composto da tre lunghi racconti, scritti da Sandro Bonvissuto, autore romano che io ho avuto anche il piacere di conoscere e di intervistare durante un incontro culturale.
Il racconto che mi ha colpita di più è stato il secondo, intitolato "Il mio compagno di banco", i cui protagonisti erano due ragazzini poco più giovani di me.
In questi giorni, mentre lo rileggevo, ho provato le stesse impressioni di due anni fa.

CONTENUTO DELLA STORIA:

Dunque, è il primo giorno di liceo e un ragazzino, che è la voce narrante, si appresta ad entrare nella sua nuova classe. Una volta varcato l'ingresso dell'aula, egli avverte una sensazione di disagio dovuta al fatto che, per un istante, i suoi compagni interrompono le loro chiacchiere e lo scrutano con aria interrogativa.  "... mi guardavano tutti. E così li guardai anch'io. In una temporanea bolla di silenzio. Come quando entri nella sala d'attesa di uno studio medico e c'è altra gente. Arrivi e tutti ti guardano con aria sorpresa, interrogativa. Pensano chi sei, che vuoi. E che comunque loro ci stavano prima di te. E tu pure li guardi mentre ti guardano e pensi che non dovrebbero guardarti così perché non stai facendo niente di strano e ragionevolmente sei lì per lo stesso motivo. (...) Quella però non era la sala d'attesa del dottore ma l'aula di un liceo, e non importava chi fosse arrivato prima e chi dopo. (...) "
Una volta appoggiatosi sulla parete in fondo all'aula, il protagonista rimane immobile ad osservare la gioia che manifestano i suoi compagni e pensa a un quadro di Renoir che raffigura "delle persone allegre che stanno in un posto a fare qualcosa. Dopo un po' che le osservi, ti rendi conto che l'immagine è effettivamente bella e serena, ma capisci che purtroppo tu non sei lì con loro. Sei in un altro posto. Li guardi da spettatore. E perciò, dal momento che non sei nel dipinto, non c'è nessuna ragione che tu sia spensierato e allegro. E' come se il fatto stesso di non essere parte del quadro ti escludesse dall'emozione raffigurata."
Quando ho riletto queste righe, ho pensato subito a uno dei dipinti di Renoir intitolato "Le Moulin del la Galette", che ritrae un ballo popolare all'aperto nei pressi di un vecchio mulino situato in un quartiere di Parigi. In quel quadro vengono raffigurate moltissime persone: alcuni danzano al suono di una piccola orchestra, altri chiacchierano seduti attorno a un tavolino, altri ancora volgono gli sguardi in una certa direzione... nessun personaggio risulta isolato, proprio perché è inserito in un determinato gruppo. Lo spettatore osserva il clima festoso e sereno ma naturalmente è al di fuori del contesto.
Chissà se Bonvissuto, nel momento in cui scriveva queste frasi, pensava davvero al "Le Moulin de la Galette"o ad altre opere di questo grande pittore impressionista...
Il racconto prosegue con l'ingresso in classe di un insegnante, che ordina ai ragazzi di sedersi immediatamente. "Erano proprio tutti seduti, ognuno accanto ad un compagno. Anch'io."
Il protagonista osserva incuriosito il suo compagno di banco dagli occhi "scuri e pieni che scintillavano come sanno fare soltanto le cose scure". I due ragazzini iniziano a conoscersi e alla fine delle lezioni tornano a casa con lo stesso autobus. Con il passare dei mesi, i due ragazzini diventano sempre più una cosa sola: prendono gli stessi mezzi di trasporto per raggiungere l'istituto scolastico, si dividono i libri, stanno sempre seduti uno vicino all'altro e, alla fine dell'anno, si fanno rimandare proprio nelle stesse materie, "Una sola cosa a scuola sembrava costituire per noi un serio pericolo: la scuola stessa. Era lei che voleva costringerci a prendere strade diverse, spingendoci a manifestare le nostre attitudini personali. (...) Così, quando fu chiaro che non avevamo lo stesso rendimento nelle singole materie e che uno solo dei due sarebbe stato rimandato, decidemmo che si sarebbe fatto rimandare anche l'altro..."
All'inizio del secondo anno di liceo, quando la classe viene messa in una nuova aula, i due ragazzi portano con loro il banco dietro al quale si erano seduti l'anno precedente. " quel banco era per noi come il terzo escluso. La prima cosa oltre noi due. (...) Per noi era una placenta gemellare."    Un giorno però, il loro banco viene rimosso dall'aula e ammucchiato nel deposito dei rottami della scuola, in quanto vecchio e brutto. Senza quel banco i due ragazzi si sentono demotivati e decidono di smettere di frequentare la scuola, passando le loro mattine in una struttura ricreativa o nei giardini delle ville comunali. Alla fine dell'anno entrambi vengono bocciati.




COMMENTO:

"Doveva essere stata proprio quella vicinanza coatta dal primo giorno di scuola, quella prossimità, che ci aveva imbevuti l'uno dell'altro, in una misura irreversibile e quindi già subito definitiva. Esiste un meccanismo fisico che potrebbe spiegare ciò che era successo. Si chiama "osmosi". Ma è possibile che si sia trattato di una cosa più radicale, come quando prendi due bottiglie piene, le svuoti dentro a un secchio e poi le riempi di nuovo con il contenuto del secchio. Non appena hai  finito, ti sembra di aver rimesso tutto come era prima, ma non è vero, perché adesso il contenuto delle due bottiglie è fatto di qualcosa che si è mischiato per sempre.
(...) Insomma, a forza di stare l'uno vicino all'altro avevamo smarrito inconsapevolmente e per sempre le nostre rispettive identità a vantaggio di una dimensione duplice e collettiva."


Proprio dopo aver letto per la prima volta questo punto, due anni fa, ho pensato:
"Due solitudini che si incontrano, due fragilità che annullano le loro personalità e una sconcertante mediocrità che domina la vita di due adolescenti infelici." Questo si potrebbe dire per riassumere ciò che accade ai due protagonisti. Non è amicizia ciò che unisce i due ragazzi. E' piuttosto un attaccamento malsano, morboso, dannoso. L'attaccamento presume non soltanto che due persone stiano sempre vicine l'una all'altra ma anche che esse siano fortemente condizionate l'una dall'altra. La vera amicizia, invece, sa accettare anche la lontananza. Un autentico rapporto di amicizia non sminuisce le caratteristiche individuali, ma le fa emergere e permette a ciascun individuo di confrontarsi con un altro. Gli amici condividono ideali, sogni; si scambiano consigli e opinioni; tra loro c'è un legame di stima reciproca.
Il vero amico è una persona disposta ad ascoltarti e ad aiutarti nei momenti di difficoltà.
Il vero amico è colui che ti abbraccia spontaneamente ogni volta che ti incontra, è colui che ammira i tuoi talenti e che perdona le tue mancanze, è colui che, con il suo comportamento dolce e gentile, ti sprona a credere in te stesso. Un amico è un tesoro prezioso, più prezioso di un diamante.
Da precisare anche che in questo racconto, scritto con un linguaggio scarno e asciutto, i due ragazzini non hanno un nome e, ad un tratto, non è più possibile distinguerli l'uno dall'altro. Vi sono infatti pochi dialoghi all'interno della storia e, in quelle poche conversazioni, il lettore non riesce a comprendere chi dei due pronuncia una determinata frase.



9 ottobre 2014

"Storia di una ladra di libri"



E' un romanzo meraviglioso! E' molto lungo, ma è talmente coinvolgente che lo si legge nel giro di pochi giorni.

La vicenda si svolge in Germania nel periodo della Seconda Guerra Mondiale e la protagonista è una ragazzina di nome Liesel.
L'inizio è molto drammatico: nel gennaio del 1939, Liesel, sua madre e suo fratello Werner, un bambino di appena sei anni, stanno viaggiando su un treno diretto a Monaco. Ma ad un tratto, dopo alcuni violenti colpi di tosse, Werner muore tra le braccia della madre.
"Ci fu un violento accesso di tosse. Un accesso quasi ispirato. E subito dopo... più niente. Quando la tosse cessò, non era rimasto più nulla se non l'assenza di vita animata da un respiro o un sussulto silenzioso."
Durante la sepoltura del fratello, avvenuta in un campo innevato, Liesel si accorge di un libro abbandonato sul sentiero e lo raccoglie incuriosita, anche se non lo sa leggere.
Poco dopo, la bambina viene separata dalla madre e data in affido a una coppia residente a Molching, una piccola città vicina a Monaco. Liesel era figlia di genitori membri del partito comunista. Hitler e i suoi collaboratori non tolleravano tutto ciò che era diverso dalle loro convinzioni perverse e, proprio per questo, i figli dei tedeschi non nazisti venivano talvolta strappati dai genitori e affidati ad altre famiglie, in modo tale che venissero "rieducati".

Liesel però è "fortunata": in effetti, viene affidata ad Hans e Rosa Hubermann, coniugi poveri, umili e contrari al nazismo, anche se cercano di nascondere il loro astio verso Hitler.
Hans si rivela un ottimo padre adottivo, dal momento che fin da subito riesce a comprendere profondamente il dolore della ragazzina, angosciata per la morte del fratellino e tormentata da incubi notturni. Hans le sta accanto tutte le notti, sempre pronto ad abbracciarla e a consolarla per alleviare le sue crisi di pianto.

Hans Hubermann è anche la prima persona che le insegna a leggere e ad appassionarsi ai libri.

Proprio con il suo padre adottivo, Liesel inizia a leggere il libro che aveva preso nel giorno della sepoltura del fratello, intitolato:
"Il manuale del Necroforo".
"Rendendosi conto della difficoltà del testo era ben consapevole che, per Liesel, un libro siffatto era tutt'altro che l'ideale. C'erano parole che creavano problemi anche a lui, per non parlare dell'argomento macabro. La ragazza, dal canto suo, aveva un così impellente desiderio di leggere che non provava neppure a capire. In un certo senso, forse voleva essere sicura che suo fratello fosse stato sepolto a dovere."
Hans Hubermann aveva un cuore d'oro. Una volta, mentre un corteo di ebrei fatti prigionieri dai soldati tedeschi stava attraversando le vie di Molching, si era azzardato a porgere un pezzo di pane ad uno di loro e per questo era stato frustato in pubblico.

Rosa Hubermann, all'inizio del libro, sembra una persona molto dura e polemica, ma in realtà è dotata di un'anima grande e generosa. Le doti di Rosa emergono soprattutto nelle pagine successive, dove è evidente il suo affetto profondo verso la ragazzina, soprattutto quando i bombardamenti sulla Germania da parte degli alleati iniziano a farsi sempre più frequenti.
"La notte del 19 settembre alla radio risuonò il cucù, seguito dalla voce profonda dell'annunciatore: Molching sarebbe stata uno dei possibili obiettivi. Ancora una volta la Himmelstrasse si riempì di gente. Un'aria stregata li seguì fin giù nello scantinato dei Fiedler. (...) Persino dalla cantina riuscivano ad udire confusamente il boato delle bombe. (...) Rosa stringeva forte una mano di Liesel. I bambini singhiozzavano."
Piuttosto spesso, Rosa soprannomina affettuosamente la figlia adottiva: "Saumensch", che, tradotto dal tedesco all'italiano, significa "Porcellina". Ma Rosa soprannominava "Porcellina/o" ("Saumensch /Saukerl") tutte le persone alle quali voleva bene, compreso il marito.

Un' altra figura che compare verso la metà del romanzo è Max Vandenburg, un giovane ebreo che, confidando nella leale amicizia degli Hubermann, chiede a loro ospitalità e rifugio per non essere catturato dai gerarchi nazisti. Max Vandenburg soggiorna nella cantina degli Hubermann per quasi due anni. Tra Max e Liesel nasce un'amicizia profonda... Anche il giovane ebreo, "dai capelli come le piume", (così lo definisce Liesel la prima volta che lo vede), è tormentato da incubi notturni:

"Dimmi, Max, cosa vedi quando dormi?", "Vedo me stesso che si volta e dice addio" "Anch'io ho degli incubi" "Che cosa vedi?", "Un treno e mio fratello morto" "Tuo fratello?" "Morì prima di arrivare qui, durante il viaggio."

Nel corso del tempo, Max crea con le sue stesse mani due album di disegni con storie di sua invenzione e li regala a Liesel, appassionata lettrice. Per ricompensarlo dei regali, Liesel gli descrive ogni giorno il tempo atmosferico, specificando la forma delle nuvole e facendo riferimenti alla luminosità del sole; una volta addirittura, porta in cantina un po' di neve per costruire con Max un pupazzo.
Per Max, costretto a vivere nascosto e sempre sopraffatto dal terrore di essere scoperto, Liesel rappresenta la speranza, la bellezza della natura e la voglia di continuare a vivere.

Un altro personaggio che mi è piaciuto moltissimo è Rudy Steiner, coetaneo e compagno di scuola di Liesel. Rudy è il secondogenito dei sei figli di un umile sarto. E' un ragazzino simpaticissimo, il migliore della classe e anche dotato di notevoli qualità atletiche.
Nonostante la guerra, i bombardamenti, la povertà e la fame, Rudy è pieno di vita e di speranze verso il futuro (in effetti, si allena di continuo nella corsa per poter diventare come Jesse Owens, il suo mito). Il ragazzino detesta il nazismo e la "Gioventù Hitleriana" di cui purtroppo è costretto a fare parte, anche se fa di tutto per far infuriare il suo caporeparto.
"Steiner, quando è nato il nostro 
Fuhrer?"   "... a pasquetta".

Rudy è innamorato di Liesel e piuttosto spesso, insiste affinché lei gli dia un bacio.
 "Che ne diresti di un bacio, Saumensch?" "Neanche tra un milione di anni." "Un giorno, Liesel, morirai dalla voglia di baciarmi".
Quanto mi è dispiaciuto che sia morto alla fine del libro!! Rudy, come d'altra parte Hans e Rosa Hubermann, muore nel sonno a seguito di una terribile pioggia di bombe.

L'unica sopravvisuta a quel bombardamento dell'estate 1943 è Liesel, che durante la notte era rimasta in cantina per scrivere su un quaderno la storia della sua vita.

La mattina seguente, dopo essere stata aiutata da alcuni uomini ad uscire dalla cantina, la ragazzina scopre il cadavere straziato di Rudy, oltre a quelli dei suoi genitori adottivi:
"Rudy svegliati... svegliati Rudy! Rudy ti prego.." Le lacrime si inseguivano sul suo viso. "Rudy per favore, dannazione, svegliati, ti amo. Su Rudy, dai, Jesse Owens, non lo sai che ti amo, svegliati, svegliati..."
Ma il ragazzo era morto. Incredula, Liesel affondò il viso nel petto di Rudy. Afferrò il suo corpo inerte, tentando di impedire che tornasse ad afflosciarsi, finché dovette lasciarlo cadere sul pavimento devastato, con dolcezza. (...) Poi si chinò sul volto senza vita. Liesel baciò il suo migliore amico Rudy Steiner sulle labbra, con tenerezza e disperazione. La sua bocca aveva un sapore dolce, di polvere. (...)"
Povero Rudy... una guerra atroce gli ha rubato il futuro! La morte di Rudy è uno degli episodi più drammatici del romanzo.

Un'altra figura degna di considerazione è la moglie del sindaco di Molching, Frau Ilsa Hermann, che di tanto in tanto permette a Liesel di entrare nella sua biblioteca, dandole così l'opportunità di coltivare la passione per la lettura.
Liesel ruba di nascosto alcuni libri di Ilsa, entrando dalla finestra della biblioteca. La moglie del sindaco è una donna di poche parole, distrutta dal dolore per la perdita del figlio, morto durante la prima guerra mondiale. Ilsa nutre simpatia nei confronti di Liesel e la perdona quando si accorge dei suoi furti di libri.
I signori Hermann, alla fine del libro, adottano Liesel, rimasta sola al mondo dopo quel terribile bombardamento.

Il libro inizia con la morte di un bambino e termina con il ritrovamento di un ragazzo: alla fine della guerra, nel novembre 1945, Liesel e Max, che nel frattempo è sopravvissuto al campo di concentramento, si ritrovano e si abbracciano piangendo.

Merita di essere visto anche l'omonimo film! Il regista ha fatto un ottimo lavoro: lo sviluppo del film è sostanzialmente fedele a ciò che è scritto nel libro e la ragazzina che interpreta Liesel è stupenda!




1 ottobre 2014

"Come fossi solo", romanzo terribilmente realista


"Come fossi solo" è stato scritto da Marco Magini, giovane autore di origini toscane, laureato in Politica Economica alla "London School of Economics".

Il libro racconta la guerra in Bosnia e la Strage di Srebrenica del 1995, episodi drammatici che, da qualche mese a questa parte, mi stanno molto a cuore. Ho letto questo romanzo con molta attenzione e con grande interesse, apprezzando inoltre la capacità espressiva dell'autore.
I protagonisti del romanzo sono tre uomini: Dirk, casco blu olandese di stanza a Srebrenica, colpevole di non aver impedito il massacro, Romeo, magistrato spagnolo che, insieme ad alcuni colleghi, si ritrova impegnato a svolgere il processo dei colpevoli della strage presso il Tribunale penale Internazionale e Drazen... Quest'ultimo, più che un uomo, è un ragazzo che all'epoca dei fatti aveva vent'anni, realmente esistito e tuttora vivente.  
E' proprio la tragica storia di Drazen a suscitare un forte coinvolgimento emotivo nel lettore.

Nello svolgimento della recensione di questo romanzo, preferirei concentrarmi prevalentemente sulle vicende del ragazzo esponendo anche delle riflessioni riguardo alle atrocità che il genere umano ha commesso in determinati periodi storici.

Dunque, prima che Slobodan Milosevic diffondesse le sue ideologie insensate relative alla superiorità del popolo serbo, gli adolescenti residenti nel territorio Jugoslavo erano molto più interessati alle produzioni discografiche dei Police che alla politica. Alla fine degli anni ottanta infatti, molti giovani Jugoslavi non pensavano nemmeno che di lì a poco tempo sarebbe scoppiata una guerra violenta e sanguinosa, che si sarebbe conclusa con la disgregazione della Repubblica Jugoslava e con la formazione di tre stati indipendenti. 
"... in fondo, a chi dovrei fare la guerra io? Io che dovrei essere considerato un vero Iugoslavo, un pezzo quasi unico. Sono nato nella parte a maggioranza serba della Bosnia Erzegovina da genitori croati. Non che questo facesse una grande differenza per me. La mia generazione non si è mai domandata se la ragazza con la quale uscivamo fosse Serba o Croata, o se il compagno di squadra fosse musulmano.", queste sono le constatazioni di Drazen.
 
Ma un evento sconcertante li aveva costretti in qualche modo ad accorgersi di ciò che all'epoca stava accadendo nel loro paese: alcuni tifosi croati avevano invaso il campo e il capitano di una squadra chiamata "Dinamo Zagabria" aveva aggredito un poliziotto serbo.
"Fu, credo in quell'occasione, che molti dei miei compagni si scoprirono croati o meglio figli della nazione croata, come li definiva in quel periodo il nuovo ministro Tudman. Ricordo come si sentirono toccati nel profondo anche se, con gli occhi di adesso, mi pare di poterlo interpretare come un'infatuazione giovanile, come il desiderio di definirsi attraverso una presunta diversità piuttosto che una vera e propria convinzione politica.", racconta il giovane stesso e poi afferma, poche pagine più avanti: "Non ero certo un sostenitore della disgregazione del paese dove ero nato, non vedevo alcun motivo per cui gli sloveni si fossero all'improvviso riscoperti tali, ma lo ero ancora meno di una qualsiasi forma di conflitto, soprattutto di quella che da subito mi apparve come una guerra fratricida. Se la maggior parte dei Croati o degli Sloveni voleva proprio andarsene, doveva avere la possibilità di farlo, senza che per questo ci sparassimo tra di noi."
Ma queste sono le parole di un ragazzo privo di pregiudizi e di ideologie razziste... 
C'é, nei ragazzi come Drazen, un sorta di purezza che li rende in qualche modo incapaci di comprendere i futili motivi per cui gli uomini a volte si fanno guerra tra di loro... Drazen era infatti un serbo diverso dai suoi coetanei che si erano incattiviti a causa dei fermenti indipendentisti.
Io continuo a pensare al nazionalismo esasperato di Milosevic. Talvolta me lo sono immaginato in mezzo alle piazze delle città serbe, di fronte a una moltitudine di persone, a pronunciare discorsi dalla forma impeccabile ma dai contenuti assurdi. Credo che sia Milosevic, presidente serbo, sia Tudman, presidente croato, fossero dotati di un'ottima abilità retorica... altrimenti, come avrebbero potuto manipolare le menti di molti cittadini? Senza la retorica, come avrebbero potuto far credere alla propria etnia che la disgregazione e il conflitto fossero i mezzi migliori per raggiungere lo scopo dell'indipendenza? E poi, nel discorso di Drazen c'è un'espressione che mi colpisce moltissimo: "guerra fratricida". Il ragazzo aveva azzeccato in pieno! La Jugoslavia era un territorio molto misto dal punto di vista etnico. Ed è scoppiata una guerra terribile, che non ha fatto altro che alimentare l'odio, la paura e il sospetto verso coloro che fino a poco tempo prima erano considerati fratelli, amici, vicini di casa.
Drazen Erdemovic, 20 anni
Drazen si era sposato giovanissimo con una ragazza serba e dalla loro unione era nata una bambina, Sanja. Ma, nel momento in cui la guerra era scoppiata, Drazen era stato costretto ad arruolarsi nell'esercito serbo. Infatti, il protagonista non aveva mai creduto alle ideologie sulla superiorità del popolo serbo, ma aveva deciso di combattere per poter mantenere moglie e figlia. Infatti, all'inizio degli anni Novanta, la Serbia soffriva di una gravissima crisi economica che era la causa di un altissimo livello di disoccupazione giovanile. Drazen non trovava lavoro e non aveva nemmeno il denaro necessario per poter emigrare con la sua famiglia al di fuori di una Jugoslavia devastata dalle bombe.
Drazen viene quindi assegnato al "Decimo Battaglione Sabotaggio". Il suo compito consisteva per lo più nell'assicurare sempre il giusto rifornimento di munizioni al momento giusto.
Ma intelligentemente, il nostro ragazzo asserisce: "Il fatto di avere dei compiti ben determinati e di ripeterli in maniera sistematica e metodica, aiuta i soldati ad eliminare ogni connessione causa-effetto. Tutto viene così percepito come necessario, come un compito indiscutibile che essi sono chiamati ad eseguire. Consegniamo munizioni come ci è stato chiesto, ma per quanto ne sappiamo, potrebbero avere la stessa funzione di viveri e medicinali."
La guerra non stimola gli uomini a pensare a ciò che fanno. Compiono azioni meccaniche e, nel gran trambusto di fucili e cannoni, non hanno il tempo di pensare alle mostruosità che attuano. La guerra fa dimenticare agli uomini la loro umanità. Non solo. Fa dimenticare loro di essere dotati della facoltà di pensare.

Molte pagine del libro sono poi dedicate ad episodi raccapriccianti e sconvolgenti; tra questi, viene descritta la scena in cui alcuni soldati serbi, compagni di Drazen, violentano a morte una donna bosniaca. Mentre gli altri soldati, ubriachi fradici, ridono, Drazen è sopraffatto da conati di vomito.
"Il briciolo di umanità che cerco di mantenere mi sembra un fardello. (...) Vesto la terza divisa della mia vita senza mai essermi sentito un soldato."

In quell'esercito, Drazen era un cigno in mezzo alle oche. Un ago in mezzo a migliaia di fili di paglia. Una perla in mezzo a un milione di ostriche. Drazen è l'unico soldato che si appella ancora ai valori morali, è l'unico componente del suo battaglione che è ancora in grado di distinguere il bene dal male, è uno dei pochissimi giovani serbi che conserva la sua umanità, la sua delicatezza e la sua sensibilità. (Precisazione: nel suo battaglione, è l'unico che si rifiuta di ubriacarsi.)

Nelle ultime cinquanta pagine, viene raccontato dettagliatamente ciò che è accaduto l'11 luglio 1995.
Il battaglione di cui Drazen fa parte si dirige nei dintorni di Srebrenica, in mezzo a campi incolti, pronto a fucilare migliaia di uomini bosniaci. Drazen si ribella più volte agli ordini del tenente, si rifiuta di uccidere i suoi coetanei bosniaci. Li vede piangere e tremare. Ma, proprio a causa della sua ostinata ribellione, viene picchiato a sangue. Per un istante lo sfiora l'idea di mettersi in fila con i civili bosniaci per essere ucciso piuttosto che uccidere. Ma poi: "Sanja... Irina... Mi fermo; cosa ne sarebbe di loro se io morissi, ucciso per non aver eseguito un ordine? Tutti lo saprebbero, tutti... e allora diventerebbero la figlia e la vedova di un traditore mezzosangue... Non posso far loro questo... Non posso morire, non posso farlo per mia moglie e per mia figlia, perché avere un papà pieno di rimorsi è sempre meglio di averne uno sepolto in una fossa comune, martire di una strage che non è riuscito comunque ad evitare." (...)
 
(...) "Chiudo gli occhi e appoggio la guancia sul pavimento nel retro della camionetta. E' freddo, metallico. (...) La mia vita inizia oggi, la mia vita con il mio nuovo me, un me che avrei preferito non conoscere, non incontrare. Ogni mia azione, ogni mio pensiero, ogni mia decisione d'ora in poi saranno una conseguenza del ricordo di questa giornata. Solo così potrò non dimenticarli, solo così potrò non ucciderli di nuovo, solo così forse, un giorno, potrò tornare ad essere umano."


Il romanzo si conclude con queste ultime frasi pensate da Drazen. Quanto ho ammirato la sua bontà, la sua sensibilità, il suo profondo disgusto verso la guerra, l'affetto sincero che prova verso la moglie e la figlia... e quanto ho apprezzato la sua onestà. Alla fine della guerra infatti, il ragazzo aveva deciso di presentarsi di fronte al Tribunale penale Internazionale per costituirsi e per poter di nuovo guardare negli occhi la moglie e la figlia.  
Drazen Erdemovic ha trascorso sette anni in carcere ed è tuttora l'unico membro del suo battaglione ad essersi costituito e ad essere stato processato.





26 settembre 2014

I miei 19 anni


 
19 anni... Età in cui presente, passato e futuro si incontrano.


E' l'alba. Risoluta, mi alzo dal letto e mi vesto. Lentamente e con molta tranquillità, chiudo la porta della mia camera e scendo le scale che portano alla cucina. Giro lentamente la chiave nella stoppa ed esco.

Alzo lo sguardo verso il cielo. 
Le ultime stelle si spengono, allietate dal vivace canto degli uccelli. A est, un timido sole si nasconde tra soffici nuvole rosa, intente ad ascoltare il sussurro della brezza che abbraccia le foglie degli alberi, ormai ingiallite. Su immense distese di prati riposano piccoli fiori.
... le meraviglie di un mite settembre... Sono nata in uno dei mesi più suggestivi dell'anno.
Cammino in mezzo al campo. I rami degli ulivi sfiorano le mie braccia. I miei passi accarezzano piccole gocce di rugiada.

Oggi compio 19 anni. Per la precisione, li ho compiuti alle tre del mattino. 
19 anni: "L'alba della vita", l'età in cui si inizia a divenire protagonisti della propria esistenza, l'epoca in cui si salutano infanzia e adolescenza, pronti a tuffarsi in un mare pieno di aspettative e di speranze verso il futuro. Alla mia età si attende il proprio avvenire un po' con gioia e impazienza, un po' con ansia e trepidazione. Sto facendo mille progetti per i prossimi anni e ultimamente li sto trascrivendo tutti su un foglio di carta ben piegato e custodito.
Vorrei fare un sacco di cose nei prossimi anni... so che non devo assolutamente sprecare il mio tempo.
A volte, nelle ore notturne, la mia mente cerca di riordinare i pensieri, le intenzioni e i propositi... e mi giro e mi rigiro nel letto e sento i battiti del cuore che si fanno sempre più forti, sempre più veloci. Sono follemente innamorata della vita!!!! L'insonnia è normale, quando si è molto innamorati della vita!

In queste ultime settimane sto pensando molto anche ad alcune delle mie esperienze passate. Ripenso soprattutto a due episodi che ritengo siano stati particolarmente rilevanti: il primo è accaduto quando avevo otto anni. Era una fresca domenica primaverile e io, insieme a molti altri bambini e genitori, eravamo radunati nei giardini di una villa del nostro paese e lanciavamo in aria dei palloncini per esprimere un messaggio di pace. Avevo infatti partecipato ad una manifestazione organizzata dal nostro comune. L'altro episodio invece risale al dicembre 2008. Avevo tredici anni e, come altri miei coetanei, partecipavo ad una veglia pre-natalizia, un incontro di preghiera veramente interessante che si era svolto nella parrocchia di Villafranca. Cantavamo una canzone stupenda della quale ricordo ancora a memoria ogni parola. 
Da quando ho otto anni desidero partecipare ad un'organizzazione pacifista. Da quando ne ho tredici desidero coltivare il dono della fede.

Stamattina all'alba ho contemplato il sole che sorgeva e ho pensato, per l'ennesima volta, al mio avvenire.
Ribadisco che ho mille progetti in mente. Ma nei momenti di razionalità dico a me stessa che mi conviene innanzitutto concentrarmi sull'Università, opportunità che caratterizzerà, più di ogni altra, il mio futuro. Ho promesso ai miei genitori di laurearmi in tempo (e quindi, nel giro di tre anni). Sarà molto difficile, ma devo farcela. L'ho promesso anche a me stessa.


(Comunque non potevo trascorrere una giornata migliore di questa! Ho ammirato il sorgere del sole e sono andata a visitare Vicenza con mio zio e mia mamma. E' veramente una città elegante e pulita. Ve la consiglio perché merita! Siamo entrati nel meraviglioso teatro olimpico, opera che io avevo studiato in quarta liceo. Ma le immagini del mio libro di arte non rendevano giustizia!! Entrandovi di persona ho apprezzato maggiormente lo straordinario talento di Palladio. Poi siamo persino riusciti a salire sul loggiato della basilica palladiana... il panorama non è affatto male!!)






17 settembre 2014

"Seta": l'irrequietudine di un uomo incapace di vivere l'amore autentico


 "Seta" è un romanzo scritto da Alessandro Baricco. L'ho letto circa un mese fa e l'ho praticamente divorato. Ho apprezzato moltissimo sia lo stile semplice, lineare e delicato, sia i contenuti, sia la presenza di frequenti riferimenti storici, politici e letterari.

Dunque, "... era il 1861" e, mentre, "Flaubert stava scrivendo Salammbò, l'illuminazione elettrica era ancora un'ipotesi e Abramo Lincoln, dall'altra parte dell'Oceano, stava combattendo una guerra di cui non avrebbe mai visto la fine", il giovane francese Hervè Joncour aveva deciso di lasciare l'esercito per intraprendere la carriera del commerciante: egli infatti acquistava e vendeva bachi da seta.
Baricco descrive in modo molto chiaro lo sviluppo dei bachi da seta: "Per la precisione, Hervé Joncour comprava e vendeva bachi quando il loro essere bachi consisteva nell'essere minuscole uova, di color giallo o grigio, apparentemente morte. Solo sul palmo di una mano se ne potevano tenere a migliaia. (...) Ai primi di maggio le uova si schiudevano, liberando una larva che dopo trenta giorni di forsennata alimentazione a base di foglie di gelso, provvedeva a rinchiudersi nuovamente in un bozzolo, per poi evaderne in via definitiva due settimane più tardi lasciando dietro di sé un patrimonio che in seta faceva mille metri di filo grezzo e in denaro un bel numero di franchi francesi (...)".

Per evitare una grave epidemia che aveva colpito gli allevamenti europei e anche quelli nordafricani di uova di baco, su consiglio di Baldabiou, personaggio alquanto spavaldo, Hervé si reca in Giappone, "un'isola fatta di isole" completamente separata dal resto del mondo e restìa al dialogo con gli stranieri.

Più di una volta Baricco racconta il lungo viaggio del protagonista: "Varcò il confine vicino a Metz, attraversò il Wurttemberg e la Baviera, entrò in Austria, raggiunse in treno Vienna e Budapest per poi proseguire fino a Kiev. Percorse a cavallo duemila chilometri di steppa russa, superò gli Urali, entrò in Siberia, viaggiò per quaranta giorni fino a raggiungere il lago Bajkal, che la gente del luogo chiamava: mare. Ridiscese il corso del fiume Amur costeggiando il confine cinese fino all'Oceano e quando arrivò all'oceano si fermò nel porto di Sabirk per undici giorni, finché una nave di contrabbandieri olandesi non lo portò a Capo Teraya, sulla costa ovest del Giappone. A piedi, percorrendo strade secondarie, attraversò le provincie di Ishikawa, Toyama, Niigata, entrò in quella di Fukushima e raggiunse la città di Shirakawa, la aggirò sul lato est, aspettò due giorni un uomo vestito di nero che lo bendò e lo portò in un villaggio sulle colline (...)".

Hervé viene accolto nel palazzo di Hara Kei, il capo del villaggio.
Durante il primo colloquio con Hara Kei, Hervé rimane affascinato da una giovane ragazza semisdraiata accanto al capo villaggio. Mentre il protagonista cerca di spiegare la sua identità ad Hara Kei, si accorge che gli occhi della donna "non avevano un taglio orientale e che erano puntati, con un'intensità sconcertante su di lui".
Dopo qualche mese, Hervé ritorna in Francia a Lavilledieu dalla moglie Héléne. Ma nel cuore porta ancora con sé il tenero ricordo della ragazza e così, l'anno successivo, riparte per il Giappone, dove alloggia per qualche giorno nel lussuoso palazzo reale di Hara Kei.
Hervé continua a compiere altri viaggi in Giappone ma, dopo qualche anno, trova il paese sconvolto da una terribile guerra civile e rimane sconcertato alla vista del villaggio distrutto. Egli spera di rivedere gli occhi della giovane donna misteriosa, ma viene severamente sollecitato da Hara Kei a non tornare più.

Triste e sconvolto, il viaggiatore parte dal Giappone con qualche settimana di ritardo rispetto agli anni precedenti... e questo ritardo provoca la morte di milioni di larve.
Tuttavia, Hervé gode ancora dell'amore sincero della moglie, angosciata a causa delle sue lunghe assenze. "Tu eri morto. E non c'era niente di bello al mondo", gli dice una sera.
Qualche mese dopo, Hervé riceve una lettera composta da ideogrammi giapponesi e si reca da Madame Blanche, donna di origini giapponesi e direttrice di un bordello parigino, per farsela tradurre.
Il contenuto della lettera, molto romantico e altamente erotico, rivela un amore estremamente passionale e intenso, ma si conclude con un addio che pare irrevocabile: " E non esitate un attimo, se sarà utile per la vostra felicità, a dimenticare questa donna che ora vi dice, senza rimpianto, addio."


Da quel momento, Hervé  adotta uno stile di vita sobrio ma felice e smette di viaggiare verso terre lontane.
Tuttavia, la sua tranquillità dura soltanto pochi anni: nell'inverno del 1874 infatti, la moglie si ammala gravemente di una febbre pericolosa che la porta alla morte.
Pochi giorni dopo la morte di Héléne, Hervé intuisce una sorprendente verità: la lettera d'amore era stata scritta da Héléne e in seguito copiata in giapponese da Madame Blanche.

 " Volle anche leggermela, quella lettera. Aveva una voce bellissima. E leggeva quelle parole con un'emozione che non sono mai riuscita a dimenticare. Era come se fossero, davvero, sue. (...) Sapete, monsieur, io credo che lei avrebbe desiderato più di ogni altra cosa essere quella donna. Voi non lo potete capire. Ma io l'ho sentita leggere quella lettera. So che è così."




Proprio nel finale è contenuto il messaggio della storia: Hervé, nel corso della sua giovinezza, ha compiuto lunghi e pericolosi viaggi per raggiungere  il Giappone, e proprio in quel luogo, vede una giovane donna attraente e ne resta decisamente folgorato. Soprattutto per questo motivo si reca annualmente in Giappone, per godere dello splendore di quegli occhi che tanto lo hanno affascinato.
Ma a casa c'é una moglie sofferente e infelice a causa delle sue lunghe e ripetute assenze... Soltanto nelle ultime pagine del romanzo il nostro protagonista comprende l'inestimabile valore dell'amore coniugale.
 Hervé è un cieco, un uomo irrequieto che cerca la felicità laddove il suo desiderio di letizia non può essere soddisfatto. Prova un'attrazione irresistibile per la ragazza giapponese e continua a tornare in Giappone per poterla vedere, trascurando così le legittime esigenze affettive della moglie.

Estremamente significativo è il fatto che Héléne decida di recarsi da Madame Blanche per farsi tradurre la lettera dal francese al giapponese. Il marito la riceve ma non comprende il giapponese, quindi Madame Blanche si ritrova a fare la retroversione di una lettera che conosce molto bene. Credo che la traduzione in giapponese sia simbolo in qualche modo del dolore di Héléne: la donna prova veramente i sentimenti descritti nella lettera, ma non si sente totalmente compresa dal marito. Non si sente ascoltata e valorizzata e soffre molto per questo, anche se ama follemente. 
... ma il caro Hervé non c'è praticamente mai...

Secondo me questa storia permette al lettore di capire che tra amore e passione vi è un'enorme differenza.
La passione, più che un sentimento, è un'emozione violenta e improvvisa, strettamente collegata alla corporeità. La passione è riferita agli intensi sguardi tra Hervé e la giapponese. A Hervé piace soltanto la bellezza fisica della giovane giapponese ma in realtà non la conosce e non ha mai sentito la sua voce. (In tutto il libro non c'é mai un dialogo tra loro due... ). La passione si limita quindi soltanto alla contemplazione della bellezza fisica.

L'amore è qualcosa di molto più profondo. E' certamente attrazione fisica, ma non si limita soltanto a questo aspetto. E' un sentimento di affetto sincero. E' vero dialogo con l'alterità. E' la voglia di stringere forte forte tra le proprie braccia la persona amata nei momenti di difficoltà e di dolore, è il desiderio di condividere un progetto di vita... è la scelta di affidare il proprio futuro nelle mani dell'altro
E io penso che non ci sia nulla di più bello e di più desiderabile al mondo!

30 agosto 2014

"La chiave di Sara", la tragedia di un atroce senso di colpa


 "La chiave di Sara" è un film che quest'anno è stato trasmesso su La7 in occasione della giornata della Memoria.  E' ambientato a Parigi nell'estate del 1942, periodo in cui la polizia francese collaborazionista aveva arrestato tredicimila ebrei e li aveva ammassati nel Velodromo d'Inverno. La protagonista della storia è Sara, una bambina che vive in un elegante appartamento francese con i genitori e con il fratellino. Nel film si intrecciano due storie: la drammatica vicenda di Sara e le ricerche storiche di Julia, una giornalista di origini americane trasferitasi in Francia alla quale è stato affidato il compito di realizzare un servizio sul rastrellamento del Velodromo d'Inverno.

Ma la storia di Sara è ciò che vale la pena esporre in questo post.
I primi tre minuti del film costituiscono l'unica scena veramente felice del film: infatti, poco prima dell'arrivo dei gendarmi, vediamo Sara e suo fratello Michel giocare felicemente nella loro camera. Improvvisamente, a rovinare la mattinata dei due bambini, arrivano i militari che annunciano l'intenzione di arrestare l'intera famiglia. Pensando di poter salvare il fratello, Sara decide di chiuderlo a chiave nell'armadio a muro della loro camera. 
In seguito, la bambina e i suoi genitori vengono portati, insieme a molti altri ebrei, in una struttura chiamata "Velodromo". 
Nel "Velodromo" gli ebrei vivevano in condizioni igieniche penose, soffrendo il caldo, la fame e la sporcizia. Qualche giorno dopo, i nazisti, tristemente famosi per la loro infamia, separano i bambini dagli adulti.
Anche Sara viene separata dai genitori e rinchiusa con altri ragazzini in un campo di concentramento simile ad una stalla.  Con un'altra bambina, Sara riesce a fuggire dal campo e a trovare ospitalità presso una coppia di contadini. Purtroppo l'altra bambina morirà di difterite, mentre Sara viene adottata e nascosta, dai due coniugi, che acconsentiranno anche di riportarla nel suo appartamento a Parigi per ritrovare Michel. Ma, una volta entrata nell'appartamento affidato dai nazisti ad una famiglia francese non ebrea, la bambina scopre con strazio il cadavere del fratello nell'armadio.

... Il tempo passa, la guerra finisce e i contadini continuano a prendersi cura di Sara.
Finché un giorno, la ragazza decide di lasciare la famiglia adottiva e di partire per gli Stati Uniti con la speranza di poter dimenticare ciò che le è accaduto durante la guerra.


Proprio in un locale pubblico di Manhattan, un giovane si innamora a prima vista di lei: "Era la donna più incredibilmente bella che avessi mai visto. Ma dietro al suo sorriso, nascondeva qualcosa. Sentivo che lei era a disagio con il mondo circostante e sembrava la persona più triste che io avessi mai incontrato." - dice il suo futuro marito. Dalle loro nozze nasce un figlio, che Sara lascerà orfano a nove anni. 
In effetti, la donna, consapevole della sua incapacità di sopportare il suo atroce senso di colpa, si suicida a soli trentadue anni, schiantandosi volontariamente con la sua auto contro un autocarro. 

Il finale della storia di Sara mi ha sconvolta e amareggiata. Molti pensieri hanno attraversato la mia mente.
All'inizio, ho pensato:" Ma non poteva farsi aiutare da uno psicanalista per poter superare il suo senso di colpa e per imparare a perdonarsi? Quello era un rimorso inutile, tanto suo fratello sarebbe morto comunque nei campi di concentramento! E lei era solo una bambina poco più grande, nascondendolo pensava solo di poterlo proteggere dalle mani dei nazisti! Non lo ha fatto per cattiveria!"
 Poi però, provando molta compassione per la protagonista mi sono detta: " E se io fossi stata nei panni di Sara? Sarei stata capace di perdonarmi? A volte una buona famiglia adottiva, una nuova vita negli Stati Uniti e l'amore che un giovane uomo nutre nei tuoi confronti non bastano per ricucire le lacerazioni interiori. Decidendo di partire per gli Stati Uniti, Sara pensava di poter cancellare il passato e di realizzare il sogno di una nuova vita. Ma è impossibile pensare di poter cancellare il passato, anche il passato più orribile. Il passato riaffiora continuamente nella vita di ogni essere umano. E sono proprio le vicende che noi abbiamo vissuto nell'infanzia a determinare il nostro atteggiamento verso la vita. E che atteggiamento può avere verso la vita una persona che da bambina ha subito la deportazione, è riuscita a fuggire per caso dal campo di concentramento e ha nascosto il fratellino in un armadio e, una volta tornata, lo ha trovato morto? Senza dubbio tutti questi eventi generano in chi li ha vissuti pessimismo, disperazione e angoscia. E se io fossi stata nei panni di Sara? Non so cosa avrei fatto; è molto difficile per me immaginarlo. Non so se mi sarei tolta la vita, ma sicuramente sarei impazzita di dolore..."

Dico dunque ciò che segue in qualità di spettatrice del film: a volte mi capita di pensare che Sara abbia fatto male a suicidarsi. Lei doveva continuare a vivere. Doveva vivere per suo marito, per suo figlio... oltre che per se stessa anche per la memoria di suo fratello. Ma non ce l'ha fatta. Ecco uno dei casi in cui il rimorso e la disperazione sono molto più forti della speranza nel futuro... 

A proposito di speranza; la vera fine del film contiene una nota piuttosto positiva: la giornalista Julia, alla fine delle ricerche, partorirà una bambina e la chiamerà Sara, in onore della vera protagonista della storia.
Il film delinea con molta lucidità i sentimenti dei personaggi; riesce a coinvolgere e a commuovere. Ma la scena più straziante è proprio quando la bambina, una volta rientrata nell'appartamento, corre verso l'armadio della camera e lo apre trovando il cadavere del fratellino. Comunque, anche il punto in cui i soldati tedeschi separano le madri dai bambini alle porte del campo di concentramento non è da meno.

"La chiave di Sara" è anche un film sull'importanza della verità. E questo elemento è visibile soprattutto nel personaggio di Julia, che, alla fine delle ricerche, per le quali ha dedicato molto impegno, trova la forza di compiere le proprie scelte senza compromessi.





24 agosto 2014

"Il colombre" e la scelta di una "non-vita":


Ho letto più volte questo racconto. Lo aveva scritto Dino Buzzati alla fine degli anni Sessanta, probabilmente allo scopo di far comprendere ai lettori che è importante valorizzare ciò che ci appare affascinante ma al contempo misterioso.

Nel giorno del suo dodicesimo compleanno, Stefano Roi, il protagonista del racconto, chiede al padre, capitano di mare e proprietario di un elegante veliero, di accompagnarlo in uno dei suoi viaggi. Il padre esaudisce volentieri la richiesta del figlio. Durante il viaggio, però, Stefano intravede dalla poppa della nave uno strano pesce che sembra inseguire la nave.
Poco dopo, il padre gli rivela con angoscia che quel pesce è un colombre, animale molto temuto dai marinai, divoratore di uomini, visibile soltanto dalla vittima e dai suoi più stretti familiari.
Il capitano decide dunque di far sbarcare subito il figlio e di fargli proseguire gli studi in una città lontana dal mare.
Ma, con il passare degli anni, Stefano diviene sempre più ossessionato dal pensiero del colombre e, dopo la morte del padre, lascia l'ambiente cittadino e decide di intraprendere la vita dei marinai.

"Egli navigava, navigava e sulla scia del suo bastimento, di giorno e di notte, con la bonaccia(stato di mare calmo) e con la tempesta, arrancava il colombre. Egli sapeva che quella era la sua maledizione e la sua condanna, ma proprio per questo, forse, non trovava la forza di staccarsene."

"... navigare, navigare era il suo unico pensiero. Non appena, dopo lunghi tragitti, metteva piede a terra in qualche porto, subito lo pungeva l'impazienza di ripartire. Sapeva che fuori c'era il colombre ad aspettarlo e che il colombre era sinonimo di rovina. Niente. Un indomabile impulso lo attraeva senza requie(senza pace), da un oceano all'altro."

Divenuto anziano, si accorge di essere molto infelice e di aver consumato la sua esistenza nella fuga dal colombre attraverso i mari. Così una sera, sale su un barchino, si fa calare in mare e rema verso il colombre per colpirlo con un arpione. Ma il colombre, stanco e affaticato, gli dice: "Quanto mi hai fatto nuotare! E tu fuggivi, fuggivi. E non hai mai capito niente. Non ti ho inseguito attraverso il mondo per divorarti, come pensavi. Dal Re del mare avevo avuto soltanto l'incarico di consegnarti questo." Prima di scomparire tra le onde, l'animale trae fuori la lingua e porge al vecchio capitano una piccola sfera fosforescente, ovvero, la Perla del Mare, conosciuta dai marinai come la perla che dà agli uomini amore, fortuna e pace nell'animo.

Stefano, amareggiato, riconosce di aver vissuto una non-vita e di aver rovinato la propria esistenza con una fuga inutile.


Questo è uno dei racconti più famosi di Buzzati e, piuttosto spesso, gli insegnanti delle scuole medie lo leggono agli allievi.
Ma non penso che questo sia un racconto riservato esclusivamente ai ragazzini.

A dire il vero, lo trovo piuttosto complesso per i preadolescenti; sono infatti convinta che il contenuto sia molto più adatto ai giovani della mia età e anche agli adulti. E' infatti necessario che questi ultimi riflettano ponderatamente sulle proprie azioni, sui loro obiettivi e sulle loro scelte.

Potrei provare a dare una mia interpretazione del racconto.
Credo che il misterioso animale rappresenti il futuro. Stefano si sente attratto dal futuro, ma, dal momento che prova anche un incontrollabile timore verso di esso, continua a viaggiare per fuggire dal proprio destino, in preda ad un assurdo pregiudizio trasmessogli dal padre.
Stefano desidera la felicità, l'amore e la pace, ma non è in grado di coglierle laddove sono presenti, dal momento che è succube dei propri timori infondati. Fuggendo nega a se stesso la gioia di vivere.
Certo, egli riesce a realizzarsi dal punto di vista professionale, ma muore solo e infelice, consapevole della propria irrequietudine. Egli diviene ricco materialmente ma povero spiritualmente perché non é abbastanza coraggioso e tenace per poter affrontare le proprie paure e i propri conflitti interiori, anzi, continua a scappare, sia dal colombre che da se stesso.
Io penso che Stefano rappresenti tutte quelle persone che non sanno vivere e che quindi sono incapaci anche di approfittare delle buone opportunità, delle "occasioni d'oro" che la vita potrebbe offrire.






16 agosto 2014

"Logico", l'ultimo singolo di Cremonini e la mia concezione dell'amore


 "Logico" è il singolo più recente di Cesare Cremonini, cantante originario di Bologna che, negli ultimi anni, sta meritatamente godendo di una buona fama.
Penso che molti di voi conoscano questa canzone, dal momento che ha riscosso un successo grandioso! E' ormai dal mese di marzo che viene trasmessa frequentemente dalle radio italiane e, in molte classifiche, ha conquistato posizioni rasenti al primo posto.
Ho amato questo brano sin dalla prima volta che l'ho ascoltato; è diventato uno dei miei preferiti, anche perché, al di là del fatto che la melodia è stupenda, il contenuto fa riflettere sul sentimento dell'amore.



Dunque ho scoperto che la concezione dell'amore di Cremonini è simile alla mia: una concezione realistica e disillusa. "Logico" è una canzone per disillusi, ma soprattutto per i disillusi come me che rifiutano di farsi abbattere dalla malinconia e che sono disposti ad affrontare gli ostacoli della vita.
"Logico" è un singolo che, a mio avviso, insegna a vivere bene e ad amare... e non credo proprio di esagerare!

 Provo a spiegare le mie impressioni e a commentare alcune frasi.
 All'inizio, Cremonini canta:"ragazza dagli occhi caleidoscopio". L'aggettivo "caleidoscopico" è sinonimo di "multiforme" e di "versatile". E qui, credo proprio che sia riferito a tutte coloro che sanno cogliere le varie sfumature della realtà, che spesso è piena di contraddizioni. Il caleidoscopico è dotato di una mente molto aperta: non solo comprende che la vita umana è costituita sia da aspetti positivi che da aspetti negativi ma si impegna anche a valutare con equilibrio le circostanze della quotidianità. Il caleidoscopico è colui che integra lacrime e sorrisi, gioia e dolore, pessimismo e ottimismo, speranza e delusione.

Il testo della canzone prosegue così:" Non succede quasi mai a due come noi di credere che sia possibile trovare un complice in questo disordine". Sembra una frase contorta, in realtà non lo è affatto. Cremonini vuole forse criticare l'eccessiva idealizzazione dell'amore, secondo la quale, l'essere umano diviene felice quando incontra la sua "anima gemella". Inverosimile!                           Il carattere della persona amata non dev'essere perfettamente uguale a quello dell'amante. Io, come tutti del resto, non posso pretendere di trovare la mia versione maschile; semplicemente per il fatto che non esiste!! E poi, sai che noia divenire la compagna di vita di un uomo che caratterialmente è identico a te e che la pensa sempre come te!! Le persone che formano una coppia sono diverse: condividono, è vero, alcuni interessi e passioni, hanno delle qualità caratteriali simili, ma su alcuni aspetti della realtà si ritrovano, sempre e comunque, ad avere una visione diversa ed è proprio questa loro diversità che li arricchisce e che fa fruttificare il loro rapporto!

Cremonini parla di "complice" nel "disordine". Non l'anima gemella, ma il "complice". La persona amata dovrebbe essere un complice, ovvero, un individuo che aiuta ad affrontare le difficoltà della quotidianità e gli imprevisti della vita. Il "complice" è anche colui che accetta di condividere il futuro con l'altro.
Ne consegue quindi che:"La logica non è sincera". Questa canzone è intrisa di razionalità e l'artista sottolinea anche il fatto che la logica umana non è attendibile per quanto riguarda i desideri d'amore: noi umani infatti, soprattutto durante l'adolescenza, fantastichiamo sul nostro ragazzo o ragazza ideale, spesso ci illudiamo di averlo o di averla trovata ma poi quando scendiamo a patti con la realtà, ci accorgiamo che nessuno incarna perfettamente il nostro modello di amante ideale. Questa frase mi ricorda anche un'altra espressione contenuta nel testo della canzone intitolata: "L'essenziale" di Mengoni, vincitrice del Festival  di Sanremo 2013, che diceva: "L'amore non segue le logiche".  Sono convinta che entrambi i cantanti intendano dire che l'amore non si merita, che un individuo non ne ama un altro perché se lo merita, ma perché ne è attratto. L'amore si dà e si riceve, perché è un sentimento e non una logica. Innamorarsi succede e basta, anche se talvolta può riservarci delle vere e proprie delusioni.

"Siamo molecole oltre le nuvole, corsie chilometriche, raggi di luce, di bombe atomiche pronte ad esplodere; stasera la logica non è sincera", nonostante l'abbondanza di termini scientifici e tecnici, trovo poetica questa parte della canzone. Probabilmente contribuiscono a renderla tale sia la dolce voce di Cremonini sia la piacevole melodia di sottofondo.


"Chissà se amare è una cosa vera", è quello che il cantante dice alla fine del ritornello. Ed è la domanda che io mi faccio spesso ultimamente. Chissà se l'amore è un sentimento di affetto sincero verso l'altro e chissà se dura per sempre... o forse è una passione che riserva più delusione che gioia. Non lo so con esattezza, anche perché sono giovanissima: devo ancora compiere 19 anni.
Tutto quello che so è che sono una ragazza piena di energie che ha voglia di vivere e soprattutto di incontrare l'alterità.




13 agosto 2014

"Blue Jasmine": una vita fatta di menzogne e di fallimenti


"Blue Jasmine" è il film più recente di Woody Allen, uscito nelle sale cinematografiche all'inizio del 2014. Il titolo mi incuriosiva e mi faceva pensare a una storia piacevole, divertente e romantica.
In realtà, in questo capolavoro, viene presentata la miseria morale 
di molti ricchi e la loro totale mancanza
di onestà e sincerità. 


La protagonista del film è Jasmine, una donna avvenente e viziata che, da giovane, aveva lasciato l'Università per sposare Hal, un uomo molto ricco. Io non prenderei mai una decisione del genere! Io al suo posto non avrei mai lasciato l'Università a un passo dalla laurea soltanto per maritarmi con un uomo ricco, perché ritengo che il completamento della formazione culturale di un individuo debba avvenire prima del matrimonio. 
Tra l'altro, non vorrei mai che l'uomo della mia vita fosse ricco sfondato. Mi basta che sia molto sensibile, generoso, gentile, capace di ascoltarmi... vorrei che il suo sorriso riuscisse ad affievolire i miei pensieri malinconici.
Gli uomini molto ricchi invece, sono, nella maggior parte dei casi, superficiali e arroganti. Portano molti regali alle loro mogli e pensano di renderle felici riempiendole di oggetti materiali. Gli uomini ricchi pensano che i soldi siano l'unica fonte di felicità, ma non conoscono il valore inestimabile di un amore forte e sincero.
In effetti Hal tradiva spesso Jasmine e si occupava di finanza spregiudicata e "sporca". Jasmine era sempre stata al corrente della disonestà del marito; ma anche a lei faceva comodo condurre una vita molto agiata con i soldi rubati ad altri. Tuttavia, non appena scopre che Hal progetta di divorziare per risposarsi con una modella francese, mossa dal desiderio di vendetta, lo denuncia all'FBI e lo fa quindi arrestare. Poco tempo dopo, Hal si suicida in carcere.

E questo è il passato della nostra protagonista, rivelato agli spettatori del film attraverso molti flashback. 

Nella prima scena del film, la troviamo in un aereo diretto a San Francisco per raggiungere la sorella Ginger, molto meno ricca di lei, separata con due figli ancora bambini e con un nuovo fidanzato. Ginger è una donna poco intelligente e per nulla raffinata. E il suo nuovo amante è, secondo i miei canoni, perfettamente degno di lei. 
Jasmine si trova molto a disagio con la sorella, con i due nipoti (che tra l'altro la criticano perché hanno sempre sentito parlare male di lei dalla madre), con gli amici di Ginger e vagheggia dapprima di ritornare all'Università, pur sapendo di non avere i soldi per pagarsi gli studi e le possibilità economiche di un tempo. Poi, su consiglio della sorella, decide di ottenere il diploma di arredatrice d'interni online, ma, essendo una  "totale analfabeta del computer" si iscrive a dei corsi di informatica, e per pagarseli, accetta un posto di lavoro 
come segretaria di un dentista.
 
Dopo un po' di tempo, una signora che, come lei, frequenta i corsi di informatica, la invita ad una festa e Jasmine vi si reca. Proprio in quell'occasione, conosce Dwight, un vedovo che si innamora di lei a prima vista. Però, Jasmine gli racconta un sacco di bugie sul suo passato e sul suo presente. Ben presto, Dwight se ne accorge e, arrabbiatissimo, rompe il fidanzamento.
Questo non succede soltanto nei film; anche nella realtà si verificano spesso casi in cui uno dei due membri della coppia mente all'altro e gli fa la "doppia faccia".

La scena finale del film comunque è desolante: Jasmine, seduta su una panchina di un parco vicino alla casa della sorella, parla da sola dei suoi problemi e del suo passato.
Jasmine soffre infatti di esaurimenti nervosi e di crisi isteriche.

Jasmine fa più rabbia che pena: è un'egoista viziata che credeva dei potersi permettere tutto, e ora non ha la minima percezione della realtà; vive nella falsità, nella superficialità, nello squallore morale, nell'ipocrisia dei rapporti umani (quando era ricca contestava pesantemente la sorella, quando è al verde invece, le chiede aiuto e ospitalità). Jasmine è vuota. 
Da giovane, non aveva progetti particolarmente interessanti per se stessa, non pensava minimamente a sfruttare le proprie risorse intellettuali per trovare un lavoro soddisfacente. Si è automortificata sposando un riccone immorale. 






7 agosto 2014

"Povera gente", romanzo meraviglioso che scuote le fondamenta dell'animo!


Rieccomi, cari lettori!! Sono appena tornata da una piacevole e rilassante vacanza in una località collinare della provincia di Arezzo. Con i miei zii, ho fatto delle lunghe passeggiate, ho visitato monumenti di grande valore artistico e ho letto moltissimo.


Ho infatti da poco concluso la lettura del romanzo epistolare "Povera gente", opera scritta nel XIX secolo dal celebre autore russo Fedor Dostoevskij.
I protagonisti del libro sono Makar Devuskin, un modesto impiegato di mezza età e Varvara Alekseevna, una ventenne orfana e cagionevole di salute, che vive in un modesto alloggio con la sua vecchia governante e guadagna pochissimi denari con i suoi lavori di ricamo e cucitura.
Varvara e Makar sono parenti lontani e vivono uno di fronte all'altro. Tuttavia,  per paura dei pettegolezzi, si scrivono delle lettere e si incontrano raramente.
Dalle lettere emergono le misere condizioni di vita di entrambi: lo stipendio di Makar é appena sufficiente per permettergli di sopravvivere, ma in realtà, il pover'uomo spende i suoi pochi soldi per acquistare dei regali (confetti, profumi, libri, fiori, seta, abiti) da donare alla ragazza, la quale si sente in colpa per le serie ristrettezze economiche in cui versa il suo amato:

"Vi giuro, mio buon Makar che a me riesce proprio penoso accettare i vostri regali. So quello che vi costano, quali privazioni e quali rinunce anche nelle cose più indispensabili. Quante volte vi ho detto che non ho bisogno di nulla, assolutamente di nulla; che io non sono in grado di ricambiarvi di tutte le gentilezze di cui mi avete colmata!... E' chiaro che voi vi private del necessario per me. (...)Ancora una volta vi supplico di non spendere tanti denari per me! So che mi amate, ma voi stesso non siete ricco. (lettera dell'8 aprile)".
Makar

"... Io vedevo di essere molto obbligata a voi quando mi assicuravate di spendere per me solo i vostri denari di riserva... Ora poi, quando ho scoperto che questi denari non li avevate affatto, che voi, avendo inteso per caso della mia misera condizione ed essendone stato commosso, avete deciso di spendere tutto il vostro stipendio, dopo averlo riscosso in anticipo, ed avete venduto persino un vostro abito, ora io, alla scoperta di tutto questo, sono stata gettata in una situazione così dolorosa che non so ancora come prenderla e che cosa pensare. Ah, Makar! Voi dovete fermarvi ai vostri primi benefici (...) e non dissipare il denaro per cose inutili. ...pago ben caro tutto questo col pentimento per la mia imperdonablie leggerezza perchè ho accettato tutto senza darmi pensiero di voi... (lettera del 27 luglio)".

Nelle lettere traspaiono sinceri sentimenti di affetto, di stima e di solidarietà nel dolore e nella povertà economica:

"Piccolo angelo mio, Varvara Alekseevna! Mi affretto a comunicarvi piccola vita mia, che mi è venuta qualche speranza. Ma permettete, angelo mio, mi scrivete di non prendere denari a prestito? Non è possibile farne a meno, già a me la va male, e anche a voi (...) Voi siete debolina; così vedete, è per questo motivo che io scrivo che prendere del denaro a prestito è assolutamente indispensabile (...) (lettera del 3 agosto)".
Varvara


"Gentilissimo Makar Devuskin! Se almeno non vi disperaste! Anche così di dolore, ce n'è abbastanza. Vi mando trenta copeche d'argento, di più non posso in alcun modo. Compratevi ciò che vi è più necessario per arrivare a domani... (lettera del 6 agosto)".


Non voglio raccontare in modo dettagliato l'evolversi della loro storia sentimentale, tantomeno il finale; piuttosto; preciso il fatto che i due protagonisti, all'interno dei loro scritti, nel menzionare le tristi vicende passate, raccontano le storie di altri personaggi da loro incontrati nel cammino della vita. 
Una di queste è la storia di Petenka, un ragazzo poco più che ventenne.
Petenka aveva avuto un'infanzia molto travagliata a causa di drammatiche vicende familiari: la madre era morta quando aveva solo tre anni, il padre, un fragile ubriacone, si era risposato con una donna cattiva che odiava il bambino con tutta se stessa. Tuttavia, grazie ad un lontano parente, il ragazzino era riuscito a frequentare prima il liceo e poi anche l'Università. Petenka era divenuto molto colto e, per un certo periodo, era anche stato il precettore privato di Varvara. 
Il padre, sebbene fosse proprio come l'ho descritto poche righe fa,  nutriva un amore infinito verso quel figlio studioso e sensibile e inoltre assecondava volentieri la sua passione per la lettura regalandogli dei libri.
Proprio nel momento in cui la vita economica e relazionale di questo ragazzo inizia a migliorare in modo significativo, sopraggiunge una grave malattia che lo porta alla morte nel giro di poche settimane. Straziante è la scena del funerale di Petenka: la bara viene trainata su un carro verso il cimitero e il padre del ragazzo, disperato e piangente, rincorre il carro sotto la pioggia battente di una giornata grigia autunnale mentre i libri che porta nelle tasche del soprabito scivolano sulla strada fangosa.

In una lettera, Makar narra la vicenda di Gorskov, un misero padre di famiglia disoccupato e accusato ingiustamente di furto dal Tribunale di San Pietroburgo. Il generoso Makar, pur vivendo anch'egli nella miseria nera, lo aiuta donandogli pochi spiccioli e recandosi spesso a fargli visita.
Gorskov viene in seguito totalmente assolto, ma muore nel sonno poche ore dopo la fine del processo. (Probabilmente era molto malato da tempo a causa della fame e degli stenti. Penso a questo perchè Makar, nel giorno dell'assoluzione, lo descrive "pallido come un cencio di bucato" e con le labbra tremanti).

Lo so, i libri scritti da Dostoevskij sono sempre così tristi. Ma scuotono le fondamenta dell'animo, coinvolgono il lettore, penetrano negli angoli più segreti del cuore e della mente.
D'altra parte, vi ricordo un passo di Fahrenheit 451, quando Faber diceva a Montag: "I buoni scrittori toccano spesso la vita. I mediocri la sfiorano con mano fuggevole. I cattivi scrittori la sforzano e poi l'abbandonano. Capite ora perché i libri sono odiati e temuti? Perché rivelano i pori sulla faccia della vita".
Dostoevskij scrive in modo splendido... ve lo consiglio.  E' molto realista nel delineare le situazioni di povertà e la vita degli uomini socialmente degradati. A me piace molto.